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Gio
30
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Il brutto risveglio del Sì Tav

A proposito di manganellate, non ci sono solo quelle agli operai di Terni (cronaca), ma anche quelle al movimento No Tav (storia recente), sindaci e popolazioni della Val di Susa per anni accusati di essere antistorici, conservatori, egoisti che impediscono il progresso (aggiungere a piacere, anche a colpi di manganello). Ora si scopre che la Tav non costerà 2,9 miliardi, che già era una follia, ma 7,7, che è quasi il triplo di una follia. Si scopre che l’Italia applica all’opera un “tasso di inflazione” del 3,5 per cento, mentre la Francia solo dello 0,07. Situazione un po’ ridicola, ma mai ridicola come la dichiarazione di Altero Matteoli, presidente della Commissione Trasporti del Senato: “La costruzione della Torino-Lione non si può affrontare con superficialità”. L’avesse detto un contadino della valle si sarebbe beccato una manganellata, quell’antimoderno, egoista, agitatore, terrorista, contadino della Val di Susa. Che aveva ragione.
pagina99

Mer
29
Ott 14

Due o tre cose su antichi gettoni e moderni manganelli

Ecco, ci siamo. Era fatale che lo scontro da teorico diventasse molto pratico. Dico subito che non mi piace. In generale non mi piace veder menare nessuno, e meno di tutti i più deboli. Nel caso, lavoratori con una lettera di licenziamento in tasca, persone che sono davvero davanti al dramma, gente che probabilmente vede benissimo – meglio di me – la differenza tra il fighettismo glamour della Leopolda e le proprie vite. Una differenza dickensiana, quasi.
A questi uomini (uomini perché lavorano l’acciaio, ma anche alle donne, ovvio) si è detto di tutto in questi sei mesi di governo. Che sono vecchi, che il loro posto fisso (l’unica cosa che hanno, e la stanno perdendo) non è più un valore, anzi che sembra un peso per il Paese.
Si è citato ad esempio Sergio Marchionne (quello che cacciava gli operai con la motivazione che erano della Fiom), si è data tribuna (e applausi) a un finanziere che vive a Londra invitato a dar lezioni a chi guadagna facendosi il culo un centesimo di quel che guadagna lui. Si sono insultati i sindacati dei lavoratori, e non parlo della gag dei gettoni (non solo), ma dell’eterno, ripetuto, ossessivamente reiterato fastidio per “i corpi intermedi”, la trattativa, il dialogo. Anche oggi, questa mattina, un’esponente del nuovo Pd ha accusato la Cgil di tessere false (poi retromarcia imbarazzante, ma è tutto imbarazzante, francamente). Il Premier è andato in televisione a dire che “l’imprenditore deve poter licenziare quando vuole”. Persino la legge di stabilità che abbassa le tasse agli imprenditori (la famosa Irap), fa sconti miliardari senza chiedere alcun vincolo, alcun impegno ad assumere. Anzi, si cancella l’ultimo barlume di argine a una politica da Far West nel mondo del lavoro. Segnali. Dieci, cento, mille segnali. Fatti, non schermaglie da social network o freddure buone per twitter. O frasette di facile presa come quelle dei Baci Perugina (come dice giustamente Maurizio Landini: "slogan del cazzo"), o per scempiaggini come "Questo è il governo più di sinistra degli ultimi 30 anni" (Renzi, febbraio 2014).
Ora il problema non è più “due sinistre”, ammesso che ci sia mai stato.
Ora il problema è che per quelli in piazza oggi e per moltissimi lavoratori (non solo quelli del 25 ottobre) il Pd che sta governando, quello leopoldo e chic, quello amico di Marchionne e Davide Serra, quello che va in visita da Cameron e dice che il lavoro in Italia è ancora troppo rigido, questo governo che fa i patti con Berlusconi, applaudito da Ferrara e da Confindustria, non è più un riferimento.
Nemmeno un lontano parente. Se c’era un sottilissimo cordone ombelicale con il vecchio Pci (e successive modificazioni) non c’è più. Per sempre.
Mi dicono che la destra sta strumentalizzando, mi si segnalano (dall’interno del modernissimo Pd renziano, tra l’altro) tweet di Salvini e della Meloni. Ma… Ma quello che va detto è che oggi per uno che lavora male, pagato male, incerto sul suo futuro, spaventato, e perdipiù insultato (vecchio, conservatore, dinosauro…) le differenze tra la Meloni e Renzi, tra Salvini e Poletti, tra Verdini e la Boschi sono impalpabili, inesistenti. La politica sul lavoro è la stessa, basta vedere gli applausi di Sacconi al Jobs act. Persino lo scherno e il disprezzo verso chi lavora somiglia a quelli della destra più retriva. Operaio, fabbrica, vengono trattate come parole antiche e volgari, senza alcun rispetto (e non dico sacralità, quello era il vecchio Pci ideologico, brutto, sporco e cattivo: meglio Fanfani ci hanno detto di recente).
Ecco, ci siamo.
Il coraggio di dire: non siete più dei miei, nemmeno lontanamente viene dunque dalle cose reali, non è un vezzo (diranno: nostalgia, gettoni, anni Settanta, tutte cose che non c’entrano niente), ma un dato di fatto. Ora - a parte i soldatini zelantissimi più renzisti di Renzi - arrivano da quella parte, la parte del gover inviti alla calma, alla freddezza, ad "abbassare i toni". Potrebbe essere tardi.
Quando uno dice frasi come “chiudere senza salvare” deve sapere che c’è chi ha pochissimo da salvare, ma proprio perché pochissimo molto molto prezioso.
Lo scontro ci sarà, è inevitabile, si può solo sperare che nessuno si faccia male come oggi. Ma una cosa è certa: nessuno potrà dire all’altro “siamo dalla stessa parte”.
Perché non è vero.

Mer
29
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Il Sud, la nostra Grecia

Forse alcune delle centinaia di migliaia di righe pubblicate ogni giorno per dire in vario modo che esistono due Pd andrebbero dirottate per riflettere sul fatto incontrovertibile che esistono due Italie. Una sta al Nord e sente i morsi della crisi, l’altra sta al Sud e la crisi se l’è già mangiata quasi tutta, con tanto di dolce, caffè e ammazzacaffè. Il rischio povertà è al 30 per cento (al Nord il 12), Il Pil 2013 è calato di 3,5 punti (al Nord 1,4), e la notizia è che al Sud non nascevano così pochi bambini dal 1861. Ottocentomila posti di lavoro persi negli ultimi cinque anni, redditi crollati, consumi a picco. A cosa serva il Jobs act dove il job non c’è non è facile da capire, ma resta il fatto che la famosa Grecia, sempre indicata come simbolo del disastro, ce l’abbiamo qui, in casa. Urgono riforme strutturali, tempestive, coraggiose. Chissà. magari un bonus di ottanta euro per dei corsi di sirtaki.

pagina99

Mer
29
Ott 14

Il miracolo della Leopolda: c’è qualcosa “a destra del Pd”

Con le tifoserie schierate intente a sbertucciarsi come in seconda media, i dispetti tra piazze (e piazzette) contrapposte, le arrampicate sui vetri da dibattito televisivo, non è facile tentare un ragionamento complessivo. Si aggiunga che la  legge di stabilità ha ormai più versioni di una canzone dei Beatles (acustica, elettrica, in slide, versione Quirinale, merengue, heavy metal, versione europea, e altre ne verranno), e la confusione aumenta. Si aggiunga ancora che non si parla d’altro che delle differenze interne al corpo mutante della sinistra o di quel che fu (politiche… no, economiche… no, culturali… no, antropologiche, eccetera eccetera), il che mette in gioco passioni personali che certo non aiutano la serenità dell’analisi. Ma insomma, ora, alla fine ci siamo. E siccome non sono più i tempi della nostalgia, dei gettoni, dei rullini e di Lenin, non faremo la solita domanda: Che fare?, ma ci chiederemo più smart e friendly: and now?
Certo, c’è il caso che per qualche tempo il lavoratore in mobilità e l’imprenditore che lo licenzia possano votare per lo stesso partito. Ma è possibile ciò in un momento in cui si prendono decisioni storiche per le vite dell’uno e dell’altro? Un italiano alle prese con l’angoscia del futuro e con la difesa del posto del lavoro, può sostenere in modo convinto un premier che lo chiama dinosauro, accusandolo di non vedere il luminoso futuro che è solo l’inizio? Ovvio, la società è una faccenda parecchio complessa, tra il ragazzotto azzimato della Leopolda e il metalmeccanico col fischietto di piazza San Giovanni ci sono milioni di sfumature. Però è fatale che qualcosa si romperà.
Io sento la frase “a sinistra del Pci/Pds/Ds/Pd” da quando giocavano Mazzola e Rivera e mio padre aveva la Millecento, dunque aspetto con la trepidazione mista a scetticismo dell’abbonato di lungo corso. Ma è la prima volta che vedo distintamente in atto la creazione di una cosa “a destra del Pd”. Segnali piccoli e grandi: i dirigenti locali di Forza Italia che votano alle primarie del Pd, fascinazione per Marchionne, applausi dalla destra giornalistica (Foglio, Giornale e Libero battono le mani spesso), imprenditori del cachemire presentati come geni del Rinascimento, articolo 18, Fanfani meglio di Berlinguer, il finanziere londinese che discetta del diritto di sciopero, sberleffi al mondo del lavoro, lotta ai corpi intermedi e rapporto diretto tra leader e popolo, tipo balcone. Ecco. Con l’aggiunta che la piazza di San Giovanni interessa meno, ed è elettoralmente molto meno pesante, della piazza televisiva della D’Urso, gentilmente concessa dal capo dell’opposizione. I sostenitori entusiasti, costretti a ripetersi come un mantra che loro “sono di sinistra”, forse per convincersi, fanno il resto sul piano teorico. Il Partito della Nazione, di cui si legge da qualche tempo nelle analisi politiche, è un’idea forte e pare in corso di attuazione, anche se strisciante. Un partito del Premier che si mangerà molto a destra, mentre la grande incognita rimane a sinistra. Dove andranno gli elettori accusati di essere trogloditi coi gettoni del telefono? Rimasugli ingombranti del secolo passato? Per ora hanno solo i vecchi, cari corpi intermedi, come va di moda chiamare il sindacato dei lavoratori. Per i resto sono soli. Politicamente abbandonati all’autogrill, legati al guardrail perché non provochino incidenti, con una ciotola d’acqua da ottanta euro e nient’altro. Nessuno che compaia per adottarli e ridare loro una famiglia.