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gio
23
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Andrea Riscassi

Qui c’è la recensione di Andrea Riscassi da suo sito (che è qui)

Recensione Riscassi

 

gio
23
apr 15

Come nasce una narrazione. La bufala dei giovani fannulloni che dicono no all’Expo, una storia vera

Ma dunque cos’è la “narrazione”? “I ristoranti sono pieni” è una narrazione. “Ho abolito il precariato” è una narrazione. Una narrazione è il racconto di una cosa immaginaria venduta come vera. Oppure di un allarme comodo e facile che diventi in fretta luogo comune.
Ecco una narrazione di questi giorni: quella dei giovani che non hanno voglia di lavorare e che, gentilmente chiamati dall’Expo e pagati profumatamente, non si presentano o si ritirano al momento della firma del contratto. Parte tutto da un articolo del Corriere della Sera di ieri, prima pagina, taglio basso

Expoprecaricorriere

E’ un titolo ad effetto che dice sostanzialmente: si parla tanto di crisi e poi ‘sti fannulloni… Ma vediamo cosa scrive Elisabetta Soglio a pagina 23 (quasi un’intera pagina):

“Per gli uomini di Expo reclutare le seicento persone da mettere al lavoro durante il periodo dell’esposizione non è stata una passeggiata, in particolare se si guarda alla fascia sotto i 29 anni, giovani ai quali veniva proposto un contratto di apprendistato: parliamo di 1.300-1.500 euro al mese suppergiù, comprensivo di festivi e notturni come da contratto nazionale. Dunque, il 46 per cento dei primi selezionati (645 profili su 27 mila domande arrivate alla società Manpower, cui era stato affidato il compito della raccolta dei curricula e della prima selezione) è sparito al momento alla firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire «Grazie, ci ho ripensato».
E quindi via così: con il secondo gruppo di selezionati e poi con il terzo. Alla fine, si può considerare che circa l’80 per cento delle persone arrivate a un passo dalla firma abbia lasciato spazio ad altri. Adesso le assunzioni sono firmate: ed è la squadra che si occuperà degli 84 quartieri nei quali è stato suddiviso il sito espositivo per la gestione operativa. In sintesi: ognuno diventa responsabile in una zona circoscritta e fa da punto di riferimento per i Paesi o per i visitatori, oppure ancora segnala tutte le problematiche che si possono presentare (la coda fuori da un padiglione, la persona che ha bisogno di assistenza…) alla centrale di controllo che comanda l’intervento conseguente”.

La fonte della notizia è una sola: il fornitore di mano d’opera Manpower che ha dovuto (ach, ogni tanto tocca lavorare…) rimettere mano a graduatorie e selezioni. Ah, no, c’è anche il parere del commissario unico di Expo  Sala che dice: “Il dato ha stupito anche me”. Segue focoso editoriale in video di una grande firma del giornale, Aldo Grasso, con l’edificante chiosa che “I giovani non hanno voglia di lavorare” (video qui).

Riassumiamo: chi ha letto il Corriere – su carta o in elettronico – apprende che il lavoro ci sarebbe (quella grande occasione dell’Expo), ma che i giovani “choosy” (cfr Elsa Fornero) sono degli inguaribili fancazzisti.
Passa qualche ora ed escono le prime reazioni. Qualcuno, per esempio, si ricorda di andare a sentire questi famosi giovani “fannulloni”. E la verità comincia a venire a galla.

La storia di Andrea (pubblicata dal giornale online Vita) è qui. Spiega perché non ha accettato, e sono dinamiche perfettamente inerenti al mercato del lavoro: sei mesi (notti e sabati e domeniche inclusi) con uno stipendio di 1.300 euro, senza alcuna garanzia per il dopo e senza troppe speranze sul futuro “curriculum”. Lui ha scelto altro (meno soldi, più garanzie, più formazione).
Altre storie interessanti di giovani che hanno rifiutato il lavoro sono qui (NextQuotidiano) e qui (Il Fatto Quotidiano), oltre a un buon fact-checking di Valigiablu (qui). Un altro fact-checking (Giornalettismo) è qui. Da leggere anche la lettera aperta di Alessandro Gilioli ad Aldo Grasso (è qui). Più di tutto, comunque,  conviene leggere le testimonianze, è parecchio istruttivo. Bastava qualche telefonata. Ma l’occasione di buttare merda su “i giovani” scansafatiche, choosy, fannulloni (e magari pure un po’ gufi) era troppo forte

Riassumendole brevemente si può dedurre che i numeri e le cifre non erano corretti. Che Manpower ha effettuato colloqui e selezioni nel giro di mesi e poi i prescelti (wow!) sono stati chiamati a pochi giorni dall’inizio del lavoro senza preavviso, come se uno, aspettando la cortese risposta di Expo per mesi, fosse vissuto d’aria. Che i colloqui sono stati a carico dei candidati (trasporti, cibo, pernottamenti). Che alcuni sono stati allertati della grande occasione lavorativa, ma tenuti in stand-by perché “L’Expo non ha ancora deciso”. Che certe posizioni riguardavano “stipendi” intorno ai 500 euro, senza prevedere nemmeno il rimborso dei trasporti per recarsi all’Expo, riducendo quindi la retribuzione a una mancia.

Dunque se appena si scava un po’ sotto la narrazione si scopre che i giovani che hanno declinato l’invito a lavorare per Expo lo hanno fatto per motivi logici, a volte ovvi e perfettamente razionali, e ad essere irrazionale era invece l’offerta. Poco importa che dopo 24 ore di ditini alzate e lezioncine Mapower abbia fatto retromarcia, chiarendo i dati veri e rivelando che il grande scoop era in realtà una bufala (qui). Non importa, le notizie si smentiscono, le bufale si smontano, le “narrazioni” restano. Vi capiterà di sentir dire in giro che i giovani non hanno voglia di lavorare, come quella volta che li chiamò l’Expo e loro, quei fancazzisti…

mer
22
apr 15

Responsabilità politica, qui nessuno paga mai niente

Fatto220415Gente, abbiamo un problema. Cioè, parecchi, ma uno in particolare, che si potrebbe riassumere cosi: “chi paga?”. E non si parla di soldi: l’ossessione per il “quanto ci costa?” è diventata un esercizio retorico, una molla di facile indignazione (gratis, almeno quella). No, si parla qui di pagare in termini di responsabilità politica, e pare un conto che nessuno salda mai. Gli esempi sono infiniti, a cominciare dalla tragedia immane del Canale di Sicilia. C’era un sistema che funzionava, Mare Nostrum. Costava un po’ caro ma salvava delle vite, molte vite. Poi si passò a Triton, un sistema che costa meno ma le vite non le salva, o ne salva molte meno. Il passaggio da Mare Nostrum a Triton è avvenuto durante il semestre della presidenza italiana della Ue. Il minimo che si può dire, dunque, è che l’Italia nei suoi sei mesi di presidenza – sbandierati come un successone – non è riuscita a difendere una cosa che funzionava sostituita da una cosa che non funziona. In italiano (credo anche in altre lingue) questa si chiama “responsabilità politica” a cui per ora il premier ha risposto con un argomento inoppugnabile: “No alle polemiche”. Un po’ poco.
Naturalmente la questione della responsabilità politica (uh, che parolone!) si può declinare in molte circostanze, grandi e piccole. Per esempio si può passare dalla tragedia umanitaria al dramma economico. Come quello dei 186 lavoratori della Call&Call di Cinisello Balsamo (Milano), licenziati su due piedi mentre l’azienda (varie società collegate) assume in altri posti con il nuovo mirabolante Jobs act. Si era ampiamente detto e previsto: attenzione, questa nuova legge sul lavoro porterà a un giro vorticoso di licenziamenti e riassunzioni a condizioni migliori (per gli imprenditori). E la risposta era sempre quella: eh, che gufi! Perché pensare sempre che l’imprenditore se ne approfitti? Ecco. Ora che qualcuno se ne approfitta (com’era ovvio) sarebbe bello cercare i responsabili, e certamente i 186 lavoratori a spasso vorranno sapere chi ringraziare. La possibilità di licenziare uno che guadagna milleduecento euro e assumerne un altro che ne guadagna mille, dopotutto non era così imprevedibile, anche se a chi la prevedeva si dava allegramente del disfattista conservatore. L’elenco potrebbe continuare. Fino alla riforma della scuola, venduta come il toccasana per cui insegnanti alunni e genitori facevano la òla, che oggi si scopre mettere diverse categorie di precari le une contro le altre in un’entusiasmante guerra tra sfigati perenni.
Si noti però che questa faccenda dei nodi che non vengono mai al pettine, della responsabilità che non è mai di nessuno, non è cosa di oggi, ma un grande classico del Paese. L’Expo ce ne dà una plastica dimostrazione, come fosse (e lo è) un caso di scuola. Il grande evento mondiale sul cibo è diventato una specie di grande ristorantone accanto alla tangenziale. Bello, speriamo che ci vadano in tanti e si mangi bene (è un ristorante dove si paga l’ingresso, oltre che il conto). Ma quel che era stato promesso ai milanesi, agli italiani e a tutti gli altri era parecchio più ambizioso. Dunque si è finiti (tra terreni, infrastrutture non finite, lavori in corso e adeguamenti) a pagare una lambretta come una Porsche e si dice ora: ehi, non gufate guardate che bella Lambretta! Lady Moratti, che per sventura del mondo fu sindaca di Milano, se ne sta nei suoi palazzi ad aspettare l’invito alla pomposa inaugurazione. Non è più sindaca, e questo è tutto il suo pagamento. Un po’ poco.

lun
20
apr 15

I successi del governo Renzi. Riassuntino per non udenti e non vedenti

Riassuntino per i noLetta e Renzi, patto sul tandemn udenti e i non vedenti.

Il viaggio in America. Bello, eh! Ben documentato dalle fotine dell’ufficio propaganda. Però siamo andati a chiedere un aiuto per la Libia (almeno dei droni) e la risposta è stata: no. In compenso ci hanno chiesto di restare ancora un po’ in Afghanistan e la risposta è stata: sì. In più siamo andati a dire che ci piace tanto il modello economico americano, proprio mentre un’azienda americana che sta qui (la Whirlpool che ha comprato la Indesit con un’operazione che Renzi definì “fantastica”) lascia a casa più di mille lavoratori. Risultato: una pacca sulla spalla da Obama. Che a Matteo dà del tu. Wow!

Il Job act ha delle falle, dice Repubblica oggi con un titolo assai gentile. Le falle è che non ci sono gli ammortizzatori sociali promessi ai precari, ma guarda un po’, e che i sussidi per i lavoratori stagionali risultano dimezzati. La fase uno (tagliare i diritti ai “privilegiati” con l’articolo 18) è andata molto bene. La fase due (così tutti avranno dei diritti) stenta parecchio. Era prevedibile e si era detto. Invece delle coperture e delle soluzioni abbiamo avuto in risposta la retorica dei gufi conservatori.

La riforma della scuola, bellissima e mirabolante, doveva assumere i precari e ci si ritrova nel mezzo di una guerra tra poveri e poverissimi, tra chi avrebbe diritto per concorso e non verrà assunto, alcuni che verranno stabilizzati, altri che resteranno fuori. Insomma, molti precari che non dovevano più essere precari lo saranno ancora e a lungo, forse per sempre. In più si tagliano 489 milioni all’edilizia scolastica. In più quando gli studenti protestano gli si dice che “Non hanno voglia di studiare” (modernissima, questa). E gli insegnati sono così contenti ed entusiasti che piazzano uno sciopero generale (il 5 maggio), cosa che non si vedeva dai tempi della signora Gelmini. In effetti, una “grande operazione di ascolto”, sì. I lavoratori della scuola hanno ascoltato, e ora sono incazzati neri.

Le politiche dell’immigrazione. L’operazione Mare Nostrum (governo Letta) salvava molte vite (17 morti nel Mediterraneo nei primi mesi del 2014) e costava troppo. L’operazione Triton (governo Renzi e Ue) costa molto meno ma di vite ne salva pochine (oltre 1.600 morti nel Mediterraneo negli stessi mesi del 2015). Lasciando a Salvini e Santanché le loro lugubri puttanate razziste, si tratta di un errore politico grave: durante il semestre italiano di presidenza Ue non si è riusciti ad ottenere nemmeno il mantenimento di un’operazione che funzionava (il ministro degli esteri Gentiloni dice oggi che “Triton è inadeguata”, appunto). Renzi se la cava con un “No alle polemiche”. Un po’ comodo.

Queste sono le cose di oggi. Non udenti e non vedenti faranno ancora finta di non sentirle e non vederle, noi saremo i soliti “gufi”, eccetera eccetera.

dom
19
apr 15

Dove sei stanotte. L’intervista di Bruna Miorelli per Sabato Libri su Radio Popolare

Qui c’è l’intervista di Bruna Miorelli per Sabato libri, la trasmissione di Radio Popolare, a proposito di Dove sei stanotte. Dura una ventina di minuti (tranquilli… non è obbligatoria…). Per sentire, cliccare sul logo della radio (l’intervista è nei primi dieci minuti e poi dal minuto 30′)

LogoRadioPop

 

 

sab
18
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Jacopo Iacoboni su TuttoLibri de La Stampa

Qui sotto c’è la recensione di Jacobo Iacoboni su Tutto Libri (La Stampa). Ottima lettura (anche politica) di Dove sei stanotte. Grazie grazie.

TuttoLibri180415

ven
17
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Antonio D’Orrico su Sette del Corriere della Sera

Qui sotto c’è la recensione di Antonio D’Orrico (Sette, il Corriere della Sera), che parla bene bene del Monterossi. Esagerato!

SETTEdorrico170415

gio
16
apr 15

Una comoda App per fare bella figura in tivù: scaricala anche tu

Fatto160415Basta con l’improvvisazione! Comprate subito la nostra App per fare bella figura ai talk show! Si installa facilmente su ogni dispositivo che abbiate in tasca (bombe a mano escluse) ed è consultabile in diretta, con una veloce sbirciatina. La nostra App vi suggerisce frasi studiate per ogni occasione. Ora potrei dirvi di algoritmi e software, ma credo che più di tutto valgano gli esempi. Ecco alcune frasi che potrebbero lampeggiare dallo schermo durante la vostra performance televisiva.
E’ colpa dell’amministrazione precedente – Il classico dei classici, una frase che non invecchia mai a meno che l’amministrazione precedente non siate stati voi. Vale per tutto, crolli, alluvioni, suicidi di massa di pendolari. L’uso è prevalentemente tattico e serve a guadagnare quindici secondi. Mentre l’interlocutore si distrae pensando “Chi cazzo era l’amministrazione precedente?”, voi avrete cambiato discorso.
Uno straordinario strumento di democrazia – Se siete del Pd questa scritta comparirà spesso sul vostro cellulare. La frase conferma che si sta parlando di primarie, una cosa del Pd che serve al Pd per dire che gli altri non ce l’hanno. E’ quello che nella pesca sportiva si chiama strascico. L’interlocutore abbocca, crede di avere un vantaggio e comincia ad elencare tutte le primarie del Pd finite maluccio. Un elenco lunghetto, che vi consentirà di cambiare discorso.
Le dò un dato – E’ il nuovo mantra di matrice leghista che comincia a prendere piede. A precisa domanda, borbottare qualcosa di indistinto e poi dire molto assertivamente: “Le dò un dato”, e poi cominciare un bombardamento di cifre, numeri e statistiche inventate lì per lì. Le due Porsche (una berlina e una spider) a cui ha diritto l’immigrato appena sceso dal gommone, l’attico in piazza di Spagna che il comune di Roma concede alla famiglie Rom, gli imprenditori del Veneto disperati che sono il 34 per cento della popolazione, della Cina però. Voi dite “Le dò un dato”, poi via, liberi come l’aria, qui i dati non li controlla nessuno. Quando sono ubriachi di dati, cambiate discorso.
Ce ne faremo una ragione – La nostra App non ha solo provata efficacia difensiva, ma sa attaccare e aiutarvi ad inchiodare l’avversario. Quando compare la scritta “Ce ne faremo una ragione” (indicatore rosso) è il momento di usare la vecchia, cara arma dell’arroganza. Si tratta di una frase traducibile in vari modi come: “peggio per voi”, “cazzi vostri”, “non ci interessa” e “andate a farvi fottere”, ma non priva della sua ironica eleganza. E’ una variante moderna dell’antico “Me ne frego” che compariva, nel famoso ventennio, su medaglie, stemmi, labari e bandiere. Chiude la faccenda (qualunque faccenda) sbeffeggiando l’impotenza di chi – meno potente di voi – non è d’accordo.
Le date – Potrebbe comparire sul vostro display, una data, un mese, un anno. Aprile. Oppure: 2017. Oppure: entro Natale. E’ la nostra App che vi suggerisce di prendere impegni precisi, certi, non rinviabili. Questo aumenta la credibilità. Papà non ha detto “Ti compro la bici”, ma “Ti compro la bici in aprile”, e c’è una bella differenza. Attenzione! Funziona solo se dite decine di date. Questo? Maggio. Quest’altro? Gennaio 2016. Quest’altro ancora? Settembre. Quella cosa là? Prima della legge di stabilità. Alla fine nessuno ricorderà più cos’avete promesso, per quando e soprattutto – cosa fondamentale – perché. Ma che importa? Voi avrete già abilmente cambiato discorso.

mer
15
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Valerio Calzolaio (dove si mangia e si beve)

Valerio Calzolaio è una specie di autorità per quanto riguarda il noir. Qui c’è la sua recensione (dove nota che si mangia e si beve)

Valerio Calzolaio

mar
14
apr 15

The Man with the horn. La figu di Miles Davis

Va bene, ci sono tante figurine e tantenpersone notevoli, ovvio. Questa, però… beh… vedete voi

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti in onda su Rai Tre al sabato e alla domenica (10.55). La puntata su Miles Davis è andata in onda il 12 aprile 2015

lun
13
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Antonio Calabrò

Qui la bella recensione di Antonio Calabrò (e gli perdono il Monterosso…). Grazie.

Calabrò

sab
11
apr 15

Dove sei stanotte, la recensione di D di Repubblica

Qui la bella recensione di Benedetta Marietti su D di Repubblica

DdiRepubblicaok110415

 

 

gio
9
apr 15

Dove sei stanotte. La presentazione a Milano

Cari tutti, domenica mattina (alle 11.30) alla libreria Centofiori (piazzale Dateo 5, Milano) si parla di Dove sei stanotte. Ci sarà il sole, ci sarà Pietro Cheli che è molto bravo, si potrà chiacchierare del libro, si vedrà una delle librerie indipendenti migliori della città… Insomma, niente male, io mi sa che ci vado…

invito100fiori

mer
8
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Contrappunti.it

Anche Contrappunti.it recensisce Dove sei stanotte. Firma Simone Luciani. Grazie

DoveseiContrappunti

mer
8
apr 15

Dove sei stanotte. La recensione di Pietro Cheli su Amica

Già aveva segnalato il libro, Pietro Cheli (qui). Ora arriva la recensione. Il link alla pagina di Amica è qui, se volete leggere al volo cliccate l’immagine qui sotto.

DOVESEIAmicarecensioneCheli

mer
8
apr 15

Expo, precari e tasse sulla casa, è in arrivo l’Ufficio Promesse

Fatto080415Tra le tante riforme avviate, annunciate, in via di votazione, aggiustate strada facendo, riviste, corrette, ne manca una essenziale: la creazione di un piccolo Ufficio-promesse. Basta una stanzetta, un computer e un funzionario. Chissà perché, me lo immagino come quei travet dei grandi romanzi russi, grigi e aridi, ma puntigliosi e precisi fino alla pignoleria. Uno, insomma, che controlli lo stato delle promesse, anche e soprattutto quando queste hanno forma di impegni scritti, timbrati e sottoscritti. Il caso più recente è il famoso pareggio in bilancio nella Costituzione. Non una bella cosa, anzi una specie di imbragatura da alpinista che impedisce politiche keynesiane o investimenti strategici. Doveva scattare nel 2015, è stato rinviato al 2016 dicendo che era una eccezione, ora si chiede di rinviarlo al 2017. Un caso di promessa molto rigida (si è addirittura modificata la Costituzione) diventata molto elastica alla bisogna. Ora che comincia il balletto sul Def se ne sentirà parlare. L’omino dell’Ufficio-promesse avrà un bel daffare, e gli servirà parecchio bianchetto per cancellare tutti quei bei discorsi sul pareggio di bilancio inserito nella Costituzione perché “ce lo chiede l’Europa”.
Altra cosa di cui si sentirà parlare, un grande classico, sono le tasse sulla casa. Ora, a pochissima distanza dalla creazione della Babele di sigle inventate per sostituire l’Imu (fu Ici), si parla di una tassa unica. Ma per questa faccenda il piccolo travet dell’Ufficio-promesse si troverà alle prese con un groviglio inestricabile. Berlusconi voleva abolire l’Imu. Abolita l’Imu (sulle prime case) si disse che bisognava aumentare l’Iva per compensare. Aumentata l’Iva si “ridisegnò” la politica fiscale sulle case. Risultato di tre anni (2011-2014) di indefesso lavoro: l’Iva che doveva sostituire l’Imu è aumentata e la tassazione sulle case è aumentata anche lei, del 178 per cento (fonte: Confedilizia). Insomma all’Ufficio promesse il computer glielo darei bello grosso, e forse dovrebbe anche aumentare il personale. Magari pescando dai precari della scuola, che si promise di assumere in massa (150.000), rivedendo poi i numeri (120.000) e arrivando forse a 50-60 mila, se si farà in tempo e se ci saranno i soldi, e comunque sempre lasciandosi dietro una scia di scontenti, prima illusi e poi fregati.
E comunque, se esistesse un ufficio promesse, dovrebbe aumentare l’organico per occuparsi dell’Expo. Fermi tutti, non parliamo qui di costi, né di ritardi, né di malversazioni, corruzione e porcate, ma proprio delle promesse. Quelle messe nero su bianco ai tempi della candidatura di Milano e presentate al Bie (Bureau International des Expositions). Milano (regnante sua maestà lady Moratti) si impegnò a fare: la Biblioteca europea, la Città dello sport, la Città della giustizia, la Città del gusto , il Centro europeo di ricerca biomedica, 70 chilometri di vie perdonali e ciclabili, venti chilometri di canali, nonché di piantare 50 mila nuovi alberi in città. Non una di queste solenni promesse è stata mantenuta. Ora che si litiga sulle opere “fruibili” ma non “finite”, su ritardi e gufi, quelle promesse sono totalmente dimenticate, e un buon funzionario dell’Ufficio promesse dovrebbe perfezionare questa amnesia. Oppure, in alternativa, così come si secretano i lavori di Expo, manco si fosse in un’economia di guerra, si secretino dopo un certo tempo anche le promesse, con apposito avviso: “Attenzione, questa promessa si autodistruggerà tra sei mesi”. Promesso.

dom
5
apr 15

Dove sei stanotte, l’intervista a Repubblica (Milano)

Qui c’è l’intervista di Annarita Briganti su Repubblica Milano. cliccate per leggere… come al solito a vostro rischio…

RepubblicaMilano050415

 

 

sab
4
apr 15

Dove sei stanotte, la recensione su Il Fatto Quotidiano

Altra recensiopne di Dove seri stanotte. Caterina Minnucci su Il Fatto Quotidiano

DoveSeiFatto040415

ven
3
apr 15

Dove sei stanotte, la recensione di Massimo Ferrario

Qui c’è la bella recensione di Massimo Ferrario, lettore attento e (fin troppo) gentile. Il link è questo. Se volete leggere da qui sotto, invece, cliccate sulla foto…

RecensioneFerrario

gio
2
apr 15

Matteo Renzi ha fatto le riforme! E l’Italicum? Serve per le riforme…

Fatto020415Fate la prova renzino. Non è difficile e non serve nemmeno un laboratorio, basta il tavolino di un bar. Procuratevi soltanto una mezz’oretta e un devoto seguace del premier, di quelli acritici e ultramoderni, di quelli che sono per la “disintermediazione”, parola difficile che serve a descrivere, senza dirla, una gran voglia di discorsi dal balcone, o da twitter, davanti a folle osannanti. Fatto? Ecco. Ora chiedetegli se Matteo Renzi, nel suo anno di governo, ha cambiato le cose, se ha fatto le riforme. Ne avrete in cambio un profluvio di argomenti entusiasti. Certo che sì! Matteo (lo chiamano così, è un vezzo moderno) ha fatto in un anno quello che lui (lui il renzino) aspettava da trent’anni (sentito dire anche da chi ne ha venticinque). Le province, il jobs act, la pubblica amministrazione, il Senato… Insomma, avrete, in risposta alla vostra domanda, la granitica certezza dell’interlocutore: Renzi sta cambiando il paese. Ora passate alla seconda domanda: perché serve una legge elettorale come l’Italicum? La risposta sarà altrettanto convinta ed entusiasta: perché con l’attuale legge elettorale si è costretti a barcamenarsi e non si fanno le riforme.
Ecco fatto: possiamo fermarci qui, a queste due risposte che sono la sostanza del problema. Punto uno: si fanno finalmente le riforme. Punto due: serve una legge elettorale che permetta di fare le riforme perché così non si riesce. E’ una contraddizione così palese che non meriterebbe commenti. Se Renzi è così bravo da fare tutte queste riforme anche con il risultato ottenuto da Bersani alle ultime elezioni – che tutti definiscono insufficiente, una “non vittoria” – perché vuole una legge elettorale che premi ancora di più l’esecutivo? Una legge che i migliori costituzionalisti descrivono come “pericolosa”?
Il refrain non è nuovo e ha illustri precedenti. Bettino Craxi, da capo del governo, lamentava gli scarsi poteri del capo del governo. Berlusconi uguale. E ora Renzi dice lo stesso. Il disegno, insomma, è sempre quello: dare più poteri all’esecutivo a scapito della democrazia parlamentare o del voto dei cittadini (non si vota più per le province, non si voterà più per il Senato…). E la motivazione è anche quella più o meno uguale: questo “eccesso di democrazia”, di pesi e contrappesi, impedisce di fare le riforme, cosa che si grida a gran voce proprio mentre si grida forte anche: “Ehi, stiamo facendo le riforme!”. Per corroborare questa tesi si descrive il paese come una palude immobile e putrescente, da cui ci salverà finalmente una nuova legge elettorale che annichilisca ogni opposizione. Insomma, mani libere, più potere e meno contrappesi. E’ l’identico meccanismo del capitalismo italiano, che per tradizione strepita che ci sono, a fermarne la luminosa marcia, troppi “lacci e lacciuoli”, mentre se avesse le mani totalmente libere, sai la cuccagna! Una filosofia che ha le sue varianti con la cosa pubblica: la si indebolisce con clientelismi e gestioni demenziali, si buttano i soldi dalla finestra, la si rende ingiusta e impresentabile, e poi – ultima e conseguente mossa – si chiede che venga privatizzata, un classico. Ecco, l’Italicum è questo: una privatizzazione. Poi uno pensa alle grandi riforme italiane, quelle vere, tipo il Servizio Sanitario Nazionale, e vede che si facevano, eccome, pure con il bicameralismo perfetto, pure con il proporzionale, con governi che cadevano ogni sei mesi e decine di partiti in Parlamento. Senza Italicum, insomma, e senza rischi per la democrazia.

gio
26
mar 15

Dove sei stanotte… la prima piccola recensioncina…

Ecco qui, la prima recensione. Su Amica di aprile (grazie a Pietro Cheli…)

AMICA

gio
26
mar 15

Dove sei stanotte, eccolo qui! Da oggi in libreria

Eccolo qui. Da oggi in tutte le librerie del regno. Buona lettura.

Doveseistanotte3

mer
25
mar 15

Buon compleanno Tina Anselmi! Qui c’è la sua figurina

Con i democristiani che governano adesso, molto meglio certi democristiani di una volta… Tina Anselmi, per esempio, che fece la riforma della sanità e inventò il Sistema Sanitario Nazionale che tutto il mondo ci invidia (ah, ma guarda… si facevano le riforme, a quei tempi, col bicameralismo perfetto e il proporzionale… strano, eh!). Vabbé, oggi Tina Anselmi compie 88 anni. Auguri! Qui c’è la sua figurina…

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti. La terza stagione va in onda su Rai Tre al sabato e alla domenica (alle 10.55). La Figu di Tina Anselmi è andata in onda il 18 febbraio 2010

mer
25
mar 15

The walking student, progetti per la formazione (dei calli)

Fatto250315Tranquilli, non vi farò il temino “io e le vacanze” fitto di edificanti aneddoti. Né mi lancerò in spericolate analisi sui nostri giovani, la “formazione”, le speranze e le promesse, la gavetta e la necessità di “affacciarsi al mondo del lavoro” che poi, quando ti sei affacciato lavorando gratis ti caccia a calci in culo al momento di pagarti. E, in generale, cercherò di evitare toni da nonno inacidito del tipo “quando ero giovane io…”. Ma insomma, anche facendovi grazia di tutto questo, l’uscita del ministro Poletti sulle vacanze troppo lunghe e la necessità di spingere i ragazzi verso la “formazione” – magari come hanno fatto i suoi figli “a spostare casse di frutta al magazzino” – mi sembra una risibile stupidaggine. Che in più – aggravante – dimostra una strana concezione dei giovani e degli studenti che, orbati della “formazione”, se ne stanno “a spasso per le strade della città” (e questo è Poletti, testuale). Insomma, una specie di film di zombie dove un’operosa popolazione esce dal lavoro e trova migliaia di studenti a spasso per le strade, ciondolanti, nullafacenti per definizione, magari pronti a mangiarti (The walking student). A sostegno, arrivano i grandi giornali tutti colorati di mappe e cartine, dove si dimostra che sì, gli studenti italiani fanno lunghe vacanze estive. Non dicono, o lo nascondono bene, che nei paesi che ne fanno meno (d’estate) ci sono vacanze più lunghe in inverno o in altre stagioni, ma che importa, quel che conta è salire sul carro e dare consistenza all’ultima baggianata. Molti hanno rilevato l’assurdità della cosa, dal lavoro stagionale sfruttato al paradosso di giovani costretti a lavorare d’estate e poi ad essere disoccupati dopo il diploma o la laurea. E forse sarebbe da notare en passant che parla di “formazione” e di lavoro per i giovani proprio il ministro che ha dato il suo nome a un decreto che prolunga la durata del precariato, consentendo innumerevoli rinnovi di contrattini per trentasei mesi. Fu il primo decreto del governo Renzi, tra l’altro, tanto per partire col piede giusto.
Ma veniamo al pensiero che sta dietro l’estemporanea proposta, perché spesso le parole dicono più di quanto sembra. Uno: i ragazzi che “vanno a spasso”, pare brutto. Due: la “formazione” che il ministro esemplifica con la sua esperienza personale (figli che spostano cassette). Cose da cui emanano nostalgie del buon tempo antico. Un profumo di “eh, ai miei tempi…”, un’eco di quel che si sentiva dire a certi nonni: “Eh, per voialtri ci vorrebbe una bella guerra…” (sottinteso: rammolliti, quand’era giovane io, eccetera eccetera). Insomma, come già nel Jobs act, gli anni Cinquanta sono tra noi, travestiti da “modernità”, “opportunità” e “formazione” come nel caso portato ad esempio: “spostare le casse di frutta e verdura in magazzino” (“formazione” dei calli). Ora non si capisce perché il ministro voglia limitarsi a questo. In fatto di modernità ci sarebbero anche altre affermazioni per i prossimi convegni e i prossimi titoli. Cose tipo: “Questa non è musica, è rumore”, oppure “Alla tua età io zappavo l’orto, altro che Playstation”. Tutta sta modernità finalizzata, alla fine, a garantire un po’ di mano d’opera estiva sottocosto, un po’ di lavoro stagionale gratuito. La formazione, sì, ma la formazione di qualche utile in più per quelle aziende o aziendine che oggi, se devono spostare casse in magazzino, sono costrette a pagare (sacrilegio!) dei lavoratori veri. Che spreco, eh? Con tutti quel walking student a zonzo inoperosi!

ven
20
mar 15

Dove sei stanotte (ehmm… sì, l’ho rifatto)

CoverDoveseistanotteBene, gente, annuncio ufficiale.
Giovedì prossimo (il 26 marzo) esce il mio nuovo romanzo: Dove sei stanotte (Sellerio Editore). Ammetto che quando ho consegnato il primo, Questa non è una canzone d’amore (molte recensioni le trovate qui), non mi sfiorava nemmeno lontanamente l’idea di scriverne un altro, e di mettere il mio Carlo Monterossi in certe situazioni che…

Quarta di copertinaPerò, poi, insomma, la cosa si è fatta divertente, almeno, io mi sono divertito, a molti è piaciuto ed è andato molto bene (sei ristampe in Italia, presto l’edizione spagnola, eccetera eccetera…). E poi, sapete, le cose succedono, e così, dopo un racconto estivo con lo stesso protagonista (Il tavolo, in Vacanze in Giallo, Sellerio, qui), ho pensato che il Monterossi e la sua banda, il vicesovrintendente Ghezzi, Milano, potevano produrre altre storie. Ed eccone un’altra.

E’ un noir, naturalmente. E altrettanto naturalmente non è solo un noir. Ci sono buoni e cattivi che si mischiano. C’è la città del design  e dell’Expo che è anche la città delle periferie e della “resistencia” (capirete perché). Insomma, non posso dire niente, ma Carlo Monterossi si trova ancora in mezzo ai guai, non per colpa sua, e trova alcune cose che… vabbé, qui di fianco (ingrandire per leggere) c’è la quarta di copertina, più di così non posso dire… (è pur sempre un giallo!). La scheda del libro sul sito Sellerio è qui. Da settimana prossima (giovedì) Dove sei stanotte sarà in tutte le librerie del regno.
Se vi va… E poi fate sapere.

mer
18
mar 15

Expo Milano, se va avanti così la inaugura Foody la mascotte

Fatto180315Se va avanti così, a tagliare il nastro all’inaugurazione dell’Expo ci sarà solo Foody, la povera mascotte del Grande Evento, un pupazzo con la faccia di frutta e verdura che, direte voi, è sempre meglio che aver la faccia di bronzo o peggio. O forse no: a inaugurare la Grande Esposizione Universale ci saranno tutti, in pompa magna e con la banda, la propaganda a soffiare retorica del Grande Colpo di Reni italiano. La seconda ipotesi è la più probabile, secondo la ben nota teoria da generali in pensione secondo cui è meglio dire che hai vinto anche quando hai perso. Prepariamoci. E prepariamoci anche a un piccolo cambio di tono: non sarà una retorica di tipo imperiale rivolta al pianeta (“Ehi, mondo, guardate cosa sappiamo fare!”), ma un messaggino rassicurante per il consumo interno (“Oh, dai, ci abbiamo messo una pezza”).
Ora serve una premessa solenne. Non è questione di gufi e gufismi, si spera che l’Expo vada benone, che ci si diverta, si mangi bene, eccetera, eccetera, ma i segnali non sono esattamente entusiasmanti. Gli studi di redditività della manifestazione sbandierati fin qui parlavano di 20-24 milioni di visitatori, per esempio. E Matteo Renzi, invece, in visita a Milano, proprio su quei cantieri che sono tornati ieri sulle prime pagine (favori, Rolex e CL compresi), ha indicato come obiettivo i 10 milioni di biglietti venduti. Un dimezzamento netto degli obiettivi. Ci sarebbe dell’altro. Chi ha ragione sui biglietti già venduti? Le notizie di stampa rilanciate dall’organizzazione (fonte principale il Commissario Unico Sala) che parlano di otto e passa milioni di tagliandi già staccati, o il giovane dinamico Premier che dice (venerdì scorso a Milano) che quei milioni sono al momento solo tre?
Non proprio dettagli, se si pensa che la presenza di visitatori è il principale indicatore per valutare il successo di un grande evento. L’Expo di Hannover del 2000, per esempio, di visitatori ne ebbe diciotto milioni, ed è considerata un enorme flop (pure senza favori, Rolex e CL). Se si sommano questi dati ad altri dati, forse più impalpabili, più legati alle varie sensibilità, più “emotivi”, per così dire, si vedrà che il quadro non migliora. Che ci sia un’inchiesta su presunti maneggi, con tanto di inchieste, arresti, intercettazioni, anche sul Padiglione Italia ha il beffardo sapore della metafora, ma anche una sua micidiale potenza evocativa. Padiglione Italia: appunto. Né migliora il quadro il peccato originale dell’Expo, che fu decidere di costruirla su terreni privati anziché valorizzare aree pubbliche. E poi, aspetto veramente grottesco della faccenda, ci si metta anche il fatto che ancora, a un mese dall’apertura, nessuno ha la minima idea di cosa fare di tutto quello che rimarrà, insomma di come utilizzare quelle aree su cui si sono gettati a secchiate milioni e milioni di euro. Il tutto mentre si vagheggiava di orti e contadini, cibo sano e tradizioni, sostenibilità e nutrire il pianeta, per trovarsi poi tutto quanto sponsorizzato da Coca Cola e McDonald’s. Per non dire dei diecimila e più “volontari” che lavoreranno all’evento. Gratis, tanto per mandare un segnale chiaro e forte sulla dignità del lavoro
Ora, l’ottimismo obbligatorio faccia il suo corso, si applichi fino in fondo la vecchia prassi di gridare alla vittoria anche quando si perde quattro a zero. Certo però che la frase pronunciata nei cantieri Expo dal Caro Leader suona un po’ inquietante: “Mostreremo al mondo di cosa siamo capaci”. Eh, già, il timore è proprio quello.

lun
16
mar 15

Pagina chiusa… ehmmm…

Titolo di venerdì 13 marzo 2015

Renzi expo scandalo

Titolo di lunedì 16 marzo 2015

Expo Tav arresti

 

mer
11
mar 15

Costituenti di ieri e di oggi. L’album

Visto che si parla tanto di spread, si potrebbe calcolare quello morale, culturale politico tra chi scrisse la Costituzione nel 1947 e chi la sta riscrivendo nel 2015, ma probabilmente sarebbe spaventoso. Qui metto solo qualche figurina sparsa per vedere se qualcuno nota le differenze tra i vecchi e i nuovi costituenti. Coraggio.

TogliattiRenzi      IottiBoschi

DeGasperiAlfano     CalamandreiVerdini

mer
11
mar 15

Accattoni e graffitari, Alfano ha trovato l’origine del male

Fatto110315Forse vi siete distratti con le avventure dei due Mattei nazionali, ma vorrei ricordarvi che – anche se personaggio minore – Angelino è sempre lì e lotta insieme a noi. Così, mentre tutti guardavano da un’altra parte, lui ha incontrato i sindaci e ha puntato il dito sulle piaghe nazionali: “Graffitismo, parcheggiatori abusivi, contraffazione e accattonaggio”. Che si traduce con “sicurezza urbana”, che naturalmente è una “priorità del governo”, e lui – lui Angelino Alfano – sta preparando un disegno di legge per dare più poteri di pubblica sicurezza ai sindaci. Alcuni sindaci, come quello leghista di Varese Attilio Fontana, sono saltati su come molle, già frementi di proposte innovative, tipo sequestrare l’elemosina ai quelli che chiedono la carità. Una vera emergenza.

So che molti considerano Alfano uno dei peggiori ministri dell’Interno che la storia ricordi, ma può essere che la storia ricordi male, perché abbiamo avuto pure Roberto Maroni ed è una bella gara, tipo le diatribe su Pelé e Maradona. Comunque fu proprio Roberto Maroni, correva l’anno 2008, a inventarsi il famoso “pacchetto sicurezza”, che spronava i sindaci ad emettere “ordinanze creative”. Era l’epoca dei “sindaci sceriffi”, come scrivevano i giornali. Una densa campagna di stampa puntava a far credere agli italiani di vivere assediati da feroci rapinatori, impauriti, annichiliti dalle forze del male in attesa di rubargli la macchina o la borsetta. Siccome le statistiche dicevano che nei numeri reali tutta questa emergenza non esisteva, ci si inventò il concetto di “paura percepita”, cioè una specie di malattia sociale di chi ha fifa anche se non c’è motivo.

Si rise fino alle lacrime. I “sindaci sceriffi” coprirono di ridicolo se stessi e il paese. Chi vietava di sedersi sulle panchine dopo le 23 in più di due (Voghera), chi permetteva di vendere kebab solo vendendo, nello stesso esercizio, la polenta (Lucca), chi regolava i parcheggi in centro a seconda della nazionalità di chi lasciava la macchina (Alzano Lombardo). Fu, per qualche mese un passatempo impagabile. Aprivi il giornale e scoprivi che nel comune tale non si poteva chiedere l’elemosina stando seduto, che nel talaltro si vietava di girare con in mano una bibita, o giocare a pallone, o mangiare un panino al parco. Si discusse per settimane di una ventina di lavavetri che di colpo tenevano in ostaggio la città di Firenze, che è un po’ come sostenere che il problema di Mosul è il traffico. I giornali di tutto il mondo mandavano i loro inviati a fotografare i sindaci che vietavano di trasportare borse troppo grosse, o multavano i “suonatori abusivi”. La Corte Costituzionale fece a striscioline sottili sottili quella legge un paio d’anni dopo, quando ormai la novità era passata e non si rideva più. Ora, sono trascorsi sette anni ed eccoci ancora lì, a indicare come una priorità emergenziale il graffitismo (sic) e l’accattonaggio, con sindaci come quello di Varese che si affannano ad indicare come assolute emergenze i questuanti che rallentano la ripartenza delle auto ai semafori cittadini, e a cui vorrebbe sequestrare la questua. Allora, tra il 2008 e il 2010, i sindaci di sinistra si accodarono alla grande e molti intellettuali arrivarono in soccorso argomentando che “non bisogna lasciare questi argomenti alla destra” (cioè: presto! Diventiamo un po’ di destra anche noi!). Oggi non c’è più Maroni, c’è Angelino nostro, e pare di sentire il suo grido di dolore al governo: “Ehi, lasciate qualcosa di destra anche a me!”

sab
7
mar 15

Oggi compirebbe gli anni Anna Magnani, la più grande. E qui c’è la sua figurina

Come sapete (?) è tornato in onda Figu – Album di persone notevoli (su Rai Tre il sabato e la domenica mattina). Così sono andato a cercare in archivio. Così mi sembrava giusto, oggi, appiccicare sull’album la figurina di Anna Magnani, perché oggi sarebbe il suo compleanno. Ecco. Buona visione.

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti. La terza stagione va in onda su Rai Tre al sabato (10.55) e alla domenica (12.55). La Figu di Anna Magnani è andata in onda il 24 febbraio 2010

gio
5
mar 15

Dai New Romantic ai Nudisti, tutti i raggruppamenti del Pd

Fatto050315Comprereste un’auto che per legge non potrete immatricolare? Probabilmente no, e vi capisco. E dunque stento a capire l’elezione di Vincenzo De Luca alle primarie del Pd in Campania, un candidato governatore che rischia di restare molto candidato e poco governatore, a meno che non si cambi una legge dello Stato, e la Severino diventi una legge ad Delucam. Dicono gli osservatori che ora si aprirà la battaglia e qualcuno si interroga su come reagirà il grande partito di Renzi alla nuova complicazione politica interna (traduco: una bella rogna). Naturalmente ci sono argomenti più interessanti delle dinamiche, alleanze, smottamenti e assestamenti tettonici all’interno del Pd, tipo l’avventurosa vita dei lamellibranchi o le corse dei cani, ma siccome ci sono movimenti in atto, conviene darne conto. Ecco una piccola summa. Pronti? Allacciate le cinture.
Civati – Battagliera corrente composta da Civati.
Bersaniani – Nobile pattuglia che un tempo gestì la Ditta prima dell’arrivo del nuovo CdA. Si dividono in duri e puri, dialoganti, vegani, animisti voodoo e post-prodiani (ma sono di più gli animisti voodoo, eh!).
Dalemiani – Pare ne siano stati trovati due nascosti alla Camera, ma si sono arresi quasi subito e nessuno si è fatto male. Si cerca attivamente un terzo disperso.
Giglio magico – E’ il il privé del Partito Democratico, il cuore del potere renziano. Ci stanno Renzi, Boschi e pochi altri, più un addetto che va ad accendere le luci a Palazzo Chigi alle sei del mattino.
Renziani ortodossi – Quelli che hanno fatto richiesta per il Giglio magico e aspettano in corridoio cercando di farsi notare dai talent scout del capo.
Catto-Renziani – Corrente nata da pochi giorni, capitanata da Graziano Delrio e Matteo Richetti, con aderenti devoti in egual misura al premier e alle sfere più alte dei corpi celesti. Una specie di baluardo di protezione del renzismo, organizzato per fronteggiare l’assalto dei nuovi arrivati, profughi di Scelta Civica, Cinquestelle delusi, varie ed eventuali. Hanno scelto il nome di Spazio Democratico, evidente omaggio al Signor Spock di Star Trek recentemente scomparso. Parola d’ordine: “Non siamo una corrente”.
Renziani di sinistra – A cavallo tra i renziani ortodossi e i catto-renziani, devono ancora trovare un nome alla corrente, e si tratta di una cosa urgente, perché renziani-di-sinistra farà certamente ridere anche loro che, essendosi scelti quel nome, devono essere assai spiritosi.
Renziani paritari – Si tratta di 44 deputati (tre quarti dei quali del Pd) che chiedono insistentemente più soldi pubblici per la scuola privata. Lo fanno firmando appelli, scrivendo articoli, esercitando pressioni e sono trasversali alle molte correnti. Sono laici e a-confessionali, se si esclude un dogma della loro religione: non leggere mai l’articolo 33 della Costituzione, specie nella riga che dice: “Senza oneri per lo Stato”.
Naturalmente mi scuso per la semplificazione. La situazione è in frenetico movimento, in ogni momento, forse addirittura mentre leggete queste righe, può nascere una nuova corrente, come i Renziani-new romantic (giacche con le spalline), i Renziani-nudisti (niente giacche) e i più impegnati Renziani per il liberismo corretto (Fernet). Resteremo sintonizzati e in attenta osservazione. Nel frattempo, ci piace salutare con una frase dell’amato leader: “Se vinco, il segretario del partito lo faccio io. Non soltanto le correnti spariscono, ma la prima corrente che sparisce è quella dei renziani”. Era il novembre 2013.

mer
25
feb 15

Lavoro a minuti e nero di gruppo, così si licenzia il precariato

Fatto250215La nuova disciplina del lavoro (job) varata pochi giorni fa dal governo (government) e ottusamente osteggiata dai sindacati (trade unions), rappresenta per i lavoratori italiani una grande occasione di riscatto, crescita e progresso (anal intruder). Ce lo confermano, tra l’altro, i festeggiamenti di numerosi lavoratori precari sottopagati, italiani fin qui ignobilmente sfruttati che finalmente vedono una luce in fondo al tunnel, gente come Sergio Marchionne, Angelino Alfano, Maurizio Lupi, e Giorgio Squinzi, titolare di un’associazione che li riunisce da anni. Naturalmente ci vorrà qualche tempo perché la grande riforma si affermi nel Paese, un periodo di assestamento necessario a migliaia di imprenditori per accorgersi che un lavoratore venticinquenne affamato e disposto a tutto è preferibile a un lavoratore cinquantenne cresciuto dando un certo valore alla parola “diritti” (rights). Molto bene anche la legalizzazione della pratica del demansionamento (mobbing) per cui un impiegato potrà essere spostato al reparto pulizie cessi senza possibilità di ricorso, e se deciderà di licenziarsi per questo non potrà contare sul reintegro ma soltanto su un risarcimento economico (two onions and one tomato). Ma la più entusiasmante novità riguarda la scomparsa dei lavoratori precari, che da oggi non esistono più e sono un ricordo del passato, anche se alcune categorie di privilegiati ancora resistono ed altre se ne creeranno. Eccole:
I Lavoratori a Progetto del Settimo Giorno – Chiamati il giovedì per un progetto che terminerà il venerdì mattina, potranno puntare tutto su un malore del capo del personale che li proroghi fino a domenica sera (il famoso settimo giorno). Compiuti i settant’anni, avranno una pensione commisurata al loro impegno, pari al decimo della somma algebrica tra giorni lavorati e settimane passate a curarsi l’ulcera, per un somma non eccedente i sei euro al mese.
I Lavoratori Intermittenti – Ispirati alle allegre lucine dell’albero di Natale, potranno mangiare solo in alcuni giorni e digiunare invece a intervalli regolari. La riforma prevede per loro un’indennità di disoccupazione, quantificata in sette undicesimi della quarta parte del salario dell’ultimo giorno lavorato, solo se precedente al giugno del 1924. In più, alcuni benefits, come la pensione sociale – dopo i settant’anni – di euro 4,75. Lordi.
I Lavoratori Licenziati Collettivi – Nonostante i volenterosi sforzi del governo, non si è trovata parola più gentile di “licenziati” (nemmeno in inglese, straordinario!) per definire questi (ex) lavoratori. Il fatto di essere licenziati in compagnia (collettivamente) addolcisce un po’ il loro triste destino: non saranno soli, insomma, ma in compagnia dei loro (ex) colleghi. Questo potrà garantire qualche forma di socialità, come per esempio il digiuno collettivo, il lavoro nero collettivo, lo sfratto collettivo (per quelli in affitto).
I Lavoratori a Partita Iva – Sicuro rifugio dalla crisi, molti lavoratori ex-precari cederanno alla tentazione di diventare imprenditori, aprendo una Partita Iva e avviando così una revisione della loro collocazione sociale che avrà come primo passo l’aperto disprezzo per i lavoratori dipendenti, considerati privilegiati con troppi diritti.
Come si vede, ogni sostanziale riforma richiede tempo. Ma tutti questi piccoli problemi aperti non possono fare ombra alla grande novità, quella accolta con fragorosi applausi di approvazione delle parti più deboli della società, come Giorgio Squinzi e Sergio Marchionne.

sab
21
feb 15

Francisco Franco, macellaio di Spagna. Ecco la sua figurina

La Figu di oggi è di quelle cattive-cattive. Francisco Franco, categoria dittatori, roba brutta. Buona visione.

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti In onda su Rai Tre al sabato (10.55) e alla domenica (12.55)

mer
18
feb 15

A proposito delle frasette a effetto di cui si diceva…

A proposito di una cosa sulle frasette a effetto che dicevo ieri qui

TwettNicodemocitazWikiCitazNicodemo

 

mer
18
feb 15

La politica a colpi di tweet. Purtroppo fuori c’è la realtà

Fatto180215La narrazione, la narrativa, le storie. Se cercate un tormentone governativo siete nel posto giusto e la parole di moda sono quelle lì, ripetute e reiterate, sottolineate, rilanciate via twitter, nei discorsi, nelle riunioni e in ogni occasione possibile. In una parola: fiction. “La nostra narrativa, il nostro racconto agli italiani basato su atti concreti, deve essere per un futuro visto come luogo di speranza e opportunità”, ha detto Matteo Renzi alla direzione Pd dell’altro ieri. Insomma, ottimismo. Le cose vanno bene, il futuro è un luogo che ci aspetta per far festa, e del resto l’uso ossessivo della parola “gufi” è rivolto esattamente a chi non accetta questa “narrativa”. Attenzione: non è una cosa nuova, ed è anzi un classico di chi governa. Si pensi ai corposi precedenti di Silvio Berlusconi buonanima, quello col sole in tasca, quello che va tutto bene, la crisi non c’è, i ristoranti sono pieni, eccetera eccetera. E’ un approccio classico, insomma, niente di nuovo sotto il sole: chi governa dice che le cose vanno benino e chiunque faccia notare il contrario diventa nemico. Semmai, unica novità, Renzi e i renziani amano spingere sul versante generazionale, e così la loro “narrativa” viene infarcita di citazioni pop, riferimenti culturali da fiction televisiva, film di moda, cantanti famosi (compreso Jim Morrison, il frontman dei Doors, presentato dal sottosegretario Bressa come “uno dei grandi pensatori del secolo scorso”, salvo poi attribuirgli parole di un altro, e vabbé). Coniugare insomma una narrativa positiva, ottimista, le sorti “luminose e progressive” con un immaginario da consumatori di fiction tivù, di buone o cattive canzoni, di cultura pop. “Si dovranno studiare anche le serie televisive”, disse il premier nel maggio scorso parlando della gloriosa scuola di partito delle Frattocchie e della formazione della nuova classe dirigente del Pd. E non solo. Prendendosela con i talk show (quelli che si ostinano a non piegarsi alla sua “narrativa”) twittava qualche settimana fa: “Dobbiamo cambiare modo di raccontare l’Italia e la politica”.
Alla fine, dichiarazione dopo dichiarazione, dimostrazione dopo dimostrazione (e le slide, e il gelato, e i secchi d’acqua ghiacciata, e House of Cards, e i cantanti, e le serie tivù alla moda) la famosa “narrativa” rischia di apparire per quello che è: un semplice cambio di palinsesto. Dal rassicurante, burbanzoso, benestante, plasticoso ottimismo dell’era Berlusconi (cieli azzurri, Mediaset style) a un più aggiornato mainstream culturale, carino, moderno, che “piace alla gente che piace”.
Basterà? Difficile dire, ma quel che è certo è che la “narrativa”, per quanto aggiornata e gradevole non può essere totalmente altra cosa rispetto alla realtà. Quando un’inchiesta televisiva, per esempio, ha mostrato la non proprio entusiasmante (eufemismo) situazione della scuola (pubblica) italiana, la “narrativa” governativa si è limitata a un bombardamento di tweet di propaganda. Bella narrazione, per carità, ma chiunque ha figli a scuola e conosce la realtà direttamente ha pensato a una modesta fiction. Che sia in atto un impoverimento del paese, che avremo (anche relativamente presto) un problema di pensioni miserrime, che milioni di italiani siano – pur avendo un lavoro – sulla soglia della povertà, sono fatti che nessuna narrativa può negare, a meno di non ricorrere alla fantascienza. Bello per carità, House of Cards, e impareggiabile talento Jim Morrison. Purtroppo poi esci da quel tweet e c’è la vita reale.

mar
17
feb 15

Jim Morrison non l’avrebbe mai detto (note in margine a una piccola, innocua gaffe)

Faccio una premessa. Si parla qui di una cosa molto piccola, un dettaglio, un minuscolo incidente, una gaffe. Divertente, sì, ma niente di che. E però spesso le gaffe dicono, rivelano involontariamente e dunque sì, partiamo da una piccola gaffe.
Il fatto. Direzione Pd, tanti bei discorsi (anche sensati), un po’ di propaganda e di automotivazione (com’è giusto che sia), un bel discorsetto di Renzi e, nel discorsetto, qualche notazione sulla “narrativa” e la “narrazione”, un vecchio pallino del Caro Leader. Tutto bene. Quando però prende la parola il sottosegretario Gianclaudio Bressa, ecco la sbandata. Bressa cita Jim Morrison (il meraviglioso cantante dei Doors), lo cita come “Un grande pensatore del secolo scorso, anche se sottovalutato”, e gli attribuisce una frase: “Non esiste la verità, ci sono solo storie”.
Mah, vabbé, c’è il video qui sotto, vedete voi.

Non posso negare: la mia anima rockettara ha avuto un fremito e mi sono rivisto ragazzino, quando scrivevo i miei primi articoli di critica musicale su L’Unità, quando chiacchierando con i vecchi compagni – capi, futuri colleghi, tipografi – mettevo tra i pensatori del ‘900 John Lennon, Bob Marley, Dylan (ovvio) e loro mi mandavano allegramente a cagare. E ora ecco, Jim Morrison! Perbacco! Ma allora, mi sono chiesto, perché mi viene una gran voglia, stavolta, trent’anni e passa dopo, di mandarli a cagare io?
Forse questo può spiegare perché:

TweetNicodemoMorrison

Già, perché quella citazione di Jim Morrison diventava una medaglietta e un’autopromozione che traduco in poche righe: visto come siamo moderni? Visto come ci rinnoviamo? Cantanti, serie tv, film che puntano all’Oscar. Siamo o non siamo smart? Siamo o non siamo “nuovi”? Ecco, questo mi suonava: prendere una citazione superpop (wow! Il grande Jim!), servirsene strumentalmente per dire qualcosa che, naturalmente, a Jim Morrison non sarebbe mai passata per la testa (specie per riferirla all’Italia del 2015, lui che è morto nel ’71).
Ma poi.
Ma poi qualcuno (quei cattivi de Il fatto Quotidiano) si accorge – forse per immensa cultura, forse perché ha provato a inserire in Google la citazione – che quella frase non è di Jim Morrison, ma di uno scrittore americano vivente, Jim Harrison. Cos’è successo? Uno spin doctor distratto o svogliato? Un intoppo nel wi-fi per cui non si controlla Wikipedia? Non lo sapremo mai, ma niente mi toglie dalla testa che non tanto la frase era importante nel discorso del sottosegretario Bressa, ma il suo (presunto) autore. Wow! Jim Morrison! Che tipi beat!
Che poi, tra l’altro (notazione in margine), quella frase (“Non esiste la verità, ci sono solo storie”), cavata così dal suo contesto (che non conosco, non ho letto Jim Harrison) non è né “molto forte” né “molto bella”, ma solo una frasetta ad effetto piazzata lì. Forse per stupire. E’ una cosa che si è già notata nella comunicazione renziana: un insieme di frasette, mezze citazioni (certe volte persino giuste), cose da baci Perugina, estrapolare e messe lì come piccole caramelle di saggezza, le praline dell’ovvio (come le chiamò Crozza).

renzini

Come si vede, solo una piccola storiella, un minuscolo aneddoto, una gaffe inoffensiva. Ma come diceva il grande filosofo svizzero Henri-Frédéric Amiel*: “Un errore è tanto più pericoloso quanta più verità contiene”.

*Io non sapevo nemmeno che esistesse, Henri-Frédéric Amiel, ma ho trovato la sua frasetta su Wikiquote.

lun
16
feb 15

Kaiser Franz in cinque minuti, ecco la sua figurina

Cari tutti, come sapete ieri è iniziata la terza stagione di Figu – Album di persone notevoli (va in onda il sabato alle 10.55 e la domenica alle 12.55). Qui c’è la prima puntata della nuova serie, un tipo abbastanza tosto. Buona visione

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti In onda su Rai Tre al sabato (10.55) e alla domenica (12.55)

 

 

dom
15
feb 15

Torna FIGU, album di persone notevoli. Su Rai Tre. Oggi tocca a Kaiser Franz

Oggi (Rai Tre, alle 12.55) comincia la terza edizione di FIGU, album di persone notevoli. Un piccolo programmino (cinque minuti) che mette in fila le figurine di esseri umani che hanno in qualche modo fatto quancosa di importante (nel bene, nel male, nel benissimo, nel malissimo), e quindi il catalogo è praticamente infinito. Nelle precedenti due edizioni (dal 2009 al 2011) abbiamo già incollato all’album più di trecento figu e ora ne abbiamon scritte, montate, assemblate, raccontate altre cinquanta. Due gli appuntamenti settimanali con l’Album delle persone notevoli: alla domenica (Rai Tre, 12.55) e al sabato (Rai Tre, 10.55). Senza farvela tanto lunga, spiega bene tutto Repubblica di oggi, qui sotto (clicca per ingrandire). Buona visione.

FiguRepubblica150215

FIGU – Album di persone notevoli è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman, con Cristiana Turchetti. In redazione Antonella Manca, montaggio Serena Del Prete, in onda il sabato (Rai Tre, 10.55) e la domenica (Rai Tre, 11.55)

gio
12
feb 15

Hi, folks! Domenica ricomincia Figu! Intanto beccatevi quella di Charles Schulz, che morì oggi, 15 anni fa

Quindici anni fa moriva Charles Monroe Schulz, che per cinquant’anni disegnò Charlie Brown e i suoi amici, cioè i Peanuts. Qui c’è la sua figurina (è andata in onda nel maggio del 2010 su Rai Tre). Approfitto per comunicare che FIGU – Album di persone notevoli torna in onda su Rai Tre in una nuova edizione (50 nuove figu! Wow!) da domenica 15 febbraio (ore 12.55) d poi continua per tutta la stagione al sabato (ore 10.55) e alla domenica (ore 12.55). Quindi questa domenica si comincia con la figu di Franz Beckemabuer.

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti In onda su Rai Tre al sabato (10.55) e alla domenica (12.55)

mer
11
feb 15

Non solo la Falciani, abbiamo altre liste in cui primeggiare

Fatto110215Finalmente una classifica in cui non siamo agli ultimi posti. E’ quella della lista Falciani (conti correnti italiani alla Hsbc di Ginevra), dove l’Italia registra un buon sesto posto, piazzamento lusinghiero se si pensa che in tutte le altre classifiche (ricerca, welfare, pensioni…) siamo sempre verso il fondo e ce la giochiamo con squadre minori come Cipro, Grecia, Romania. Il consiglio è di non farsi troppe illusioni: forse conosceremo i nomi dei connazionali con l’Iban svizzero, ma soldi da lì non ne arriveranno, un po’ perché molti si sono già messi al sicuro con lo scudo fiscale, un po’ perché il nuovo decreto fiscale del governo impedirebbe di allungare i tempi della prescrizione e dunque, passati cinque anni dalla presunta evasione già si sente risuonare un poderoso “marameo”.
Si sa che le liste hanno un loro fascino, perché il curioso pubblico ama spulciare fior da fiore e vedere chi c’è e chi non c’è. Spesso anzi si usano le liste di nomi uscite con gran clamore e titoloni per capire chi farà carriera. Le liste della P2 insegnano, ma anche quella, per dire, degli imputati delle forze dell’ordine per il G8 di Genova del 2001 non scherza. Insomma, tranquilli: stare in una lista, anche una lista poco commendevole, non è così grave, diciamo alla maniera di Andy Warhol, che assicura quel quarto d’ora di notorietà che passa in fretta. Dunque aspettiamo con curiosità ma senza troppe illusioni gli sviluppi su queste liste bancarie e passiamo ad altre liste di cui caldeggiamo la pubblicazione.
Lista Giannini – Prende il nome dall’attuale ministro dell’istruzione (ma potrebbe chiamarsi anche come i ministri precedenti) e riguarda le scuole private (si dice paritarie, fa più chic) che incassano fondi pubblici dallo Stato, dalle Regioni o dai Comuni, circa 700 milioni di euro all’anno. La lista giace da qualche parte al ministero dell’istruzione e potrebbe rivelarci a chi regaliamo dei soldi, probabilmente sottratti alla scuola pubblica.
Lista dei poveri – La pubblicazione richiederà parecchio tempo essendo una lista lunghissima. Limitandoci ai poveri che hanno un lavoro (su quelli che non hanno un lavoro assistiamo periodicamente a scaramucce di numeri tra Istat e governo), si parla di tre milioni e 750 mila italiani detti (in inglese, che fa più chic) working poor, cioè gente che lavora ma che guadagna pochissimo e che galleggia sulla linea della povertà. E’ una lista in perenne aggiornamento di cui fanno parte milioni di persone che in futuro, raggiunta l’età pensionabile avranno diritto ad entrare in un’altra lista lunghissima anche lei, quella dei pensionati very very poor.
Lista dei trombati – Riguarda soprattutto deputati e senatori non eletti nelle file del Pd alle ultime elezioni, che sono stati ricollocati con operazioni di welfare perfettamente efficienti (sì, qui funziona). Enti, fondazioni, authority, società pubbliche o parapubbliche, amministrazioni locali o incarichi di governo. La lista completa potrebbe aiutare a capire come ricollocare altri trombati meno illustri (quelli dei licenziamenti collettivi, per dirne una, o i futuri licenziati senza reintegro) e se ne attende con ansia la pubblicazione.
Sono solo tre casi, ma volendo c’è da sbizzarrirsi: le liste interessanti sarebbero parecchie, avrebbero i loro titoloni sui giornali, alimenterebbero il giochetto popolare del “chi c’è e chi non c’è” e produrrebbero la loro quota di indignazione. Almeno per un quarto d’ora.

 

sab
7
feb 15

Mario Monti, a noi piace ricordarlo così (video)

Oggi che Scelta Civica se ne va allegramente nel Pd, un caro pensiero corre alla luminosa figura di Mario Monti, non so se ve lo ricordate. Era un signore molto elegante con il loden che venne salutato come il salvatore della patria, osannato da tutti (anche e soprattutto da quelli che oggi lottano come leoni contro l’austerity) e che ci regalò, tra le altre cosucce, la signora Fornero, quella che doveva “sistemare” i precari (ahahahahah!). Segno di quei tempi, le agiografie, gli affettuosi ritratti, i salamelecchi della grande stampa e persino i sospiri di sollievo dell’opinione pubblica finalmente sollevata dall’esercizio quotidiano di sopportare Silvio Berlusconi. Una questione politica, ma anche antropoligica, ma anche di scienza (?) dell’informazione. Perché il culto della personalità – che riguardi la Russia sovietica, la Corea del Nord o i banchieri – è una cosa che fa sempre ridere. Ecco dunque un paio di filmati di una vecchia (gennaio 2013) convention di Scelta Civica (slogan, “L’Italia che sale”, uh!) con gli interventi della signora Lidia Rota Vender. Il bambino ingessato che si fa imprenditore. Il professor Monti che vince a Trivial Pursuit. Coraggio, c’è da ridere per tutto il week end. Mario Monti, a noi piace ricordarlo così.

 

 

ven
6
feb 15

Su Micromega, tante voci su Charlie

MicroMegaCharlieIn tutte le edicole del regno, il nuovo numero di Micromega si occupa di Charlie. La libertà d’espressione, il diritto (o no?) alla blasfemia, la libertà d’espressione e tutto ciò di cui si è parlato in lungo e in largo un mese fa. In tanti rispondono a “Dieci domande su critica e laicità di fronte al terrorismo islamico” (qui il sommario con tutti i nomi), e non sono domande facili. Poi, è assai corposa la parte dedicata al dibattito sulla stampa estera. Satira, critica, libertà, laicità. Siccome spesso qui il dibattito si fa per fiammate improvvise che poi si spengono velocemente come si erano accese, le tante voci di questo primo Micromega del 2015 fissano lo stato della discussione e fanno un po’ il  punto (i punti, si direbbe) su una questione che diventa fondamentale per la vita di tutti e che riguarda in sostanza la nostra (e di tutti) libertà.
Insomma, leggete, se vi va.

 

gio
5
feb 15

Comunicazione di servizio: qui si fanno le riforme

OldcomputerComunicazione di servizio. Anche qui si fanno le riforme, pur senza Denis Verdini, quel bell’uomo. Cambia qualcosina in questo piccolo sito, anche se sono cambiamenti minuscoli, ma sapete com’è, un piccolo passo, ecc. ecc. Intanto, anche a seguito di alcune richieste – di certi lettori, ma pure del mio oculista – il carattere ha un corpo un po’ maggiore: tenersi cari quelli che passano di qui significa anche non farli diventare Ray Charles (per quanto… avercene!). Poi si aggiunge una colonnina con un piccolo rullo per i tweet, perché spesso, durante la giornata, il dibattito corrente, alcune notizie, alcuni link e alcune cose notevoli finiscono lì, cose che a volte rimbalzano da qui (le cose che escono sui giornali e altro) e a volte no. Ecco, ora sta tutto nello stesso posto, se a qualcuno interessa.
La pagina twitter, comunque, è qui.
Altra novità notevole: il sito ha una configurazione più immediata per chi lo consulta su device mobili (che sarebbero i cellulari, ma vuoi mettere?). Con la possibilità, se uno vuole fare una ricerca all’interno del sito o consultare l’archivio, di passare anche sul telefono alla modalità pc desktop. L’archivio è aggiornato, il che non esclude che si possa incappare in qualche piccolo sgarruppamento, ma insomma, contiene tutto quello che ho scritto dal 2007 a oggi, che cominciano ad essere parecchi annetti, e anche per questo c’è un nuovo server che dovrebbe essere più veloce.
Per chi preferisce Facebook, c’è sempre la pagina, naturalmente (qui) e i link ai pezzi rimanderanno qui (o altrove nel caso). Insomma, come vedete, piccole ma significative riforme, che non sarebbero state possibili senza la mia fatina del Web, il mio guru, Gianmoenia (foto), che ringrazio moltissimo soprattutto per la pazienza. Fine della comunicazione di servizio.