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mer
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feb 16

Ora è chiaro: l’ordine di coprire le statue è stato dato in inglese

20160203primailfattoquotidiano“Pianga, Malaussène, pianga in modo convincente. Sia un buon capro”. Chi ricorda le avventure di Benjamin Malaussène, il capro espiatorio perfetto di Daniel Pennac, può farsi un’idea abbastanza precisa del potere e dei suoi costi umani. Costi per i capri espiatori, ovvio, gente sacrificabile ai piani bassi o medi della piramide, utilissimi per salvare il vertice irritato dagli errori dei sottoposti, che deve risultare intonso. Così, quando riecheggia il classico dei classici, la frase ultimativa e minacciosa “chi ha sbagliato pagherà”, staffilata nei comunicati e nelle dichiarazioni dal Lider Maximo, c’è qualcuno che trema: l’antica saggezza popolare sa che forse qualcuno pagherà, sì, ma non necessariamente chi ha sbagliato. Anzi, pagherà chi è sacrificabile e disposto a sacrificarsi. In soldoni, e tagliando la questione con l’accetta, chi è pagato per pagare nel caso (frequente) vada storto qualcosa. Il mondo ha bisogno di Malaussène, e il mondo renziano ancor di più.
Ora, ci siamo mestamente abituati all’idea che nel Paese dei misteri non si sappia ancora tutto su cosucce come Piazza Fontana, Ustica, le grandi stragi, il sequestro Moro, varie ed eventuali. Però stupisce che non si riesca a sapere bene e con esattezza chi ha fatto installare pannelli nascondi-cazzo alle statue del musei capitolini in occasione della visita del presidente iraniano, un’indagine per cui, obiettivamente, non servirebbero Philip Marlowe o Sherlock Holmes. Le ultime notizie dicono che pagherebbe (con una specie di commissariamento e poi col pensionamento) il capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi, signora Ilva Sapora, anche se la dinamica dei fatti non è chiara, e la relazione interna (la famosa inchiesta annunciata come una specie di Armageddon, condita di “chi ha sbagliato pagherà” e di “l’ira di Renzi”) parla di misunderstanding (in inglese fa fico, sì, ma vuol dire che ci sono state incomprensioni). Quali incomprensioni risulta incomprensibile, non ce le dicono, non le chiariscono nemmeno ora che sarebbero chiarite. Insomma, basta un po’ di fantasia per immaginare i quiproquò, gli ordini incrociati che si confondono, le entrare e le uscite come in una pièce di Feydeau, le direttive capite male, applicate peggio e via così. Niente, non sapremo mai, a conferma che – grandi o piccoli – i misteri restano misteri.
Sul capro espiatorio di turno, intanto si addensano le nubi del sospetto e si rilanciano colpe: la signora Sapora-Malaussène non sa l’inglese, dettaglio che lei stessa ammette e che crea grande scandalo sui media. Possibile? Davero-davero? Dunque l’ordine di coprire le statue è stato dato in inglese? Ed è per confonderla e gettarla nello sconforto che nella severissima (!) indagine interna si usa la parola misunderstanding, invece di dire semplicemente “confusione”? E se la signora – provvidenzialmente vicina alla pensione – non sa l’inglese (reato federale) non lo sapeva nemmeno prima, giusto? Quando faceva, senza confusioni e misunderstanding il suo lavoro di capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi.
Insomma, il tutto non pare una cosa seria, ma intanto la faccenda è scivolata dalla prima pagina (dove campeggiava anche sulla stampa estera) alle pagine interne, poi smotterà nei trafiletti delle “brevi”, vicino al cane che sa contare e al prosciutto di maiale clonato, e noi resteremo lì, felicemente immemori, senza risposte a una faccenda che ha avuto eco mondiale e che tra qualche giorno sarà derubricata a quisquilia. Perfetto. Il “chi ha sbagliato pagherà” resterà sospeso come la nebbia sui campi al mattino presto, “l’ira di Renzi” si concentrerà su nuove questioni, altri Malaussène si faranno strada, in attesa di essere sacrificati, e chi ricorderà la faccenda in futuro sarà considerato un fastidioso provocatore. Insomma, tutto chiarissimo.

mer
27
gen 16

Liceali, tutti al lavoro in estate. Come e dove? Questi sono dettagli

20160127primailfattoRuspante come una sagra di paese e sbuffante come una trebbiatrice in action, il ministro del lavoro Giuliano Poletti lo aveva detto: i ragazzi italiani fanno troppe vacanze, non come lui che mungeva le mucche a sei anni, o i suoi figli che d’estate andavano a spostare le cassette della verdura. Insomma, una lezione di vita, una madeleine degli anni Cinquanta, tipo quei nonni che dicono ai nipoti: “a te ti ci vorrebbe una bella guerra”. Ecco, il folklore è sistemato, e passiamo alle leggi dello Stato, piuttosto folkloristiche anche loro. Perché con la famosa “buona scuola” dovrebbe partire anche quella “innovazione storica” (cfr, la ministra Giannini) che è l’alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria. Un discreto numero di ore (400 per gli istituti tecnici e 200 per i licei, su tre anni) in cui i ragazzi, alla fine della scuola, cioè a giugno, verranno smistati in aziende, consorzi, associazioni, istituzioni culturali, fabbriche, cascine, musei, start-up (sempre metterci le start-up, che fa fico) eccetera, eccetera. Quanti ragazzi? Almeno mezzo milione quest’anno e, a regime, un milione e mezzo: una specie di migrazione biblica.
C’è anche il manuale d’uso, complesso e trionfalistico (vi risparmio la retorica renzista e le parole inglesi), ricco di spiegazioni. Ad esempio si istituisce il “Registro nazionale delle imprese” disposte a fornire accoglienza e formazione, ma poi si dice (pagina 16) che non è necessario stare in quell’elenco per ospitare studenti in cerca di stage: basta che ve li pigliate.
Tutto pomposo e trionfante, tutto bello e luccicante. Finché non si entra in una scuola.
Se gli istituti tecnici conoscono un po’ la questione, la sarabanda riguarda i licei. Dove mandare migliaia di sedicenni affamati di vacanze dopo nove mesi di lezioni? Dove fargli incontrare il mondo del lavoro che li stupirà con il suo sistema etico, produttivo, culturale? Mistero. Nelle circolari dei presidi, nelle assemblee dei genitori, nelle mail accorate che girano tra le famiglie c’è un’agitazione che somiglia al panico. Musei, associazioni, istituzioni culturali non possono assorbire una simile massa di “volontari” obbligati ad esserlo, e a volte non vogliono, o non possono. Perché, dannazione, serve un tutor (eh, già) educativo, e anche un tutor (eh, già) aziendale… insomma, serve gente che ci lavori, e chi paga non si sa. I ragazzi, ovvio, lavorerebbero gratis, che forse è il fine ultimo del disegno: abituarli. E poi servono assicurazioni varie, che un liceale di Caserta o di Sondrio non esploda in un laboratorio di chimica o non finisca sotto un trattore.
Nelle scuole, specie nei licei, è il si salvi chi può. Genitori perplessi si chiedono come mai il figlio, piegato per mesi su Ovidio, debba finire in una stalla o in un ufficio a completare il proprio “percorso formativo”, i ragazzi ridono e scuotono la testa, i presidi fanno miracoli di creatività. Tipo inventare “l’impresa simulata”, cioè in molti casi finirà con gli studenti in classe, in giugno, che fanno finta di fare un’azienda: siamo a un passo dall’Allegro chirurgo, ma meno divertente e, soprattutto, obbligatorio. Le belle parole inglesi, la strabiliante riforma, le sorti luminose e progressive, i toni da rivoluzione culturale (via, via, tutti spostare cassette, non avete sentito il sor Poletti?) si infrangono contro la realtà. Le lettere dei presidi ai genitori per chiedere se non abbiano per caso un’aziendina, un’attività, un laboratorio dove piazzare qualche alunno e far bella figura nelle statistiche, stringono il cuore. La buona scuola, l’alternanza, la formazione, il project work, il problem solving, l’action-oriented learning finiscono lì: dai, su, prendete qualche liceale, fategli fare le fotocopie ed è fatta: siamo o non siamo modernissimi?

mer
20
gen 16

L’idraulico Verdini e il voto a Renzi per interposta persona

Fatto200116“Affiliato” non è una bella parola, in italiano. Non è colpa del vocabolario, ma della storia: “affiliato” sa di società segrete, di club non proprio commendevoli, di patti oscuri. Dunque diciamo che Denis Verdini, che maneggia bene quasi tutto – finché non lo beccano – lascia un po’ a desiderare per quanto riguarda le scelte lessicali: “Non saremo una componente del Pd, ma qualcosa che si affilia”. E ancora: “Andremo per conto nostro ma affiliati”. Insomma, una sottomarca, un farmaco generico: vuole l’aspirina? Oh, no, l’aspirina no, mi dia una cosa uguale ma con un altro nome. Et voilà Verdini y los Verdinos. Spesso il linguaggio giornalistico è pigro e si ferma al primo canone, e quindi Verdini y los Verdinos diventano “stampella” di Renzi, del suo governo, delle sue riforme eccetera eccetera, una specie di pronto intervento, di squadra di emergenza che aspetta col motore acceso, e se qualcuno del pd dovesse fare i capricci e battere i piedi, ecco che arriverebbero loro – magari con le sirene e i lampeggianti – a risolvere la questione: è bello avere degli amici, pardon, degli affiliati.
Denis Verdini usa immagini più ficcanti e fantasiose: “Sono l’idraulico di Renzi”. Nel senso che se il rubinetto del Pd a sinistra perde un po’ (mugugni e grida), lui fa la valvola di sicurezza a destra: Perdite? Infiltrazioni? Fastidiosi sgocciolamenti? Niente paura c’è l’idraulico Verdini, pronto intervento servizio accurato, lavoro ben fatto. Sarebbe interessante sapere i prezzi, e se fa la fattura.
Se l’idraulico affiliato Pd parlasse solo della situazione parlamentare – quando non avete in numeri al Senato arrivo io – la cosa non sarebbe poi così strabiliante: un governo nato con una manovra di palazzo non si scandalizzerà certo per l’arrivo di una pattuglia che lo sostiene, e la sensazione è che se votassero le riforme potrebbero affiliarsi anche i venusiani, i seguaci di Pol Pot e i reduci della prima guerra mondiale. Ma Verdini va oltre, non parla solo di eletti, ma di elettori, con un ragionamento assai semplice: qualcuno avrà dei problemi a votare Renzi, perché è del Pd, allora voterà per noi, e noi porteremo a Renzi i suoi voti. Un voto per procura, insomma, una cosa tipo: senti, fammi un favore siccome mi sta sulle palle il panettiere vai tu a comprarmi il pane. Verdini è convinto in questo modo – affiliandosi – di portare a casa trenta-quaranta parlamentari, quanto basterebbe per il pronto intervento idraulico nel caso il rubinetto a sinistra perdesse, pur in presenza di un premio di maggioranza mostruoso come quello previsto dall’Italicum. Il discorso quindi si sposta: non il povero Verdini y los Verdinos, ma il povero elettore ignoto che vuole votare Renzi, ma anche non vuole, è incerto, dilaniato, non sa che fare, vacilla, tentenna, teme di finire per votare “i comunisti” (ahah) e allora sai che fa: vota Verdini e ci pensi lui. Non è solo una lezione sul cinismo della politica, ma un saggio sulla confusione mentale. Anche perché non si capisce cosa possa frenare un elettore di destra nel dare il suo voto a Renzi. Una questione di principio? Un dogma religioso? Un tabù alimentare? Un voto alla Madonna? Sia come sia, l’idraulico affiliato Verdini vede laggiù, pronti ad andare alle urne, molti italiani che vogliono mangiare la torta renziana, che – essendo di destra – la ritengono buona e nutriente, ma non vogliono andare a comprarla al negozio. Mandano Denis, servizievole e disponibile. Affiliato. Sulla cerimonia di affiliazione, poi, sarebbe bello sapere: una cosa alla buona coi grembiulini e i compassi? O una di quelle cerimonie con patto di sangue e giuramento? Chi lo sa. Intanto vale quello che diceva Woody Allen: “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico alla domenica”. Uff, mica è difficile, basta “affiliarlo”.

dom
17
gen 16

Incontro a Milano: Dove sei stanotte, Questa non è una canzone d’amore e… vabbè segnatevi ‘sta data

Dove sei stanotte4 (2)Cari tutti, dopo molte presentazioni in giro per l’Italia, eccone una a Milano.Canzone Mercoledì 20 gennaio (alle 18.30) sarò alla libreria Claudiana, noto covo di Valdesi, che mi ha invitato per un “incontro con l’autore” (sarei io, vedi a volte le disgrazie come succedono…). “Dove sei stanotte” è uscito da un bel po’ ormai, quindi non è proprio una “presentazione”, ma insomma, si parlerà di questo e anche del libro prima (“Questa non è una canzone d’amore”), e magari di altro. Tutti invitati, naturalmente: chi l’ha letto e chi non l’ha letto. Ne approfitto per dire che tra poco (a fine febbraio) uscirà il nuovo romanzo, un’altra avventura di Carlo Monterossi, ma su questo vi dirò meglio più avanti.
Le recensioni di “Dove sei stanotte” le trovate qui
Le recensioni di “Questa non è una canzone d’amore” le trovate qui
Ci vediamo mercoledì, chi può e chi vuole

mer
13
gen 16

Riforme, non sapete su cosa andrete a votare? Tranquilli, non serve

20160113primailfattoquotidiano-203x300Che bisogno c’è di surrealismo e nonsense quando ci sono i sondaggi? Sul famoso referendum che deciderà del destino delle riforme costituzionali – si usano chiamare così le tracce di cingoli sulla Costituzione – i numeri che girano sembrano il teatro dell’assurdo. Solo il venti per cento degli elettori dice di aver capito esattamente di cosa si parla, e il sessanta per cento degli stessi elettori dichiara che voterà sì. Come dire che due italiani su tre tra quelli favorevoli voteranno sulla base del sentito dire, dell’aria che tira e della propaganda. Certo, mancano dieci mesi e possono cambiare molte cose, cambieranno anche questi numeri così grotteschi, forse, ma per ora, mentre si prende la rincorsa, la situazione è questa: un paese intero che si accinge a votare una cosa che non ha capito bene, come se comprasse una macchina usata senza sapere quanti chilometri ha fatto, come sono le rate, se una volta avviata sarà in grado di frenare.
Tutti ai blocchi di partenza, dunque, sapendo che nei prossimi dieci mesi l’argomento sarà quello: realtà (che cos’è davvero questa riforma) contro percezione (nuovo! nuovo! nuovo! E gufo chi non ci sta), e sarà interessante vedere se nel dibattito avrà qualche diritto di cittadinanza la par condicio, oppure se i media suoneranno la grancassa per il sì, cosa che sembrerebbe già in atto.
Il problema è che la percezione rischia di essere più forte della realtà, come quella faccenda delle temperature estive, che fa caldo, sì, ma il caldo “percepito” è molto di più. Prepariamoci dunque alla raffica di varianti dello storytelling renzista: o sei favorevole a una riforma che di fatto consegna poteri mai visti al governo e al presidente del Consiglio, oppure sei antico, conservatore, non vuoi cambiare, sei immobilista e, di fatto, sostieni la “casta” (parola questa, agile come un pallina da flipper, che dove va va, e la si usa a piacimento). Siccome in questi due anni si è venduto per moderno l’antico e per nuovo il vecchissimo, il gioco può funzionare. Moderno e innovativo il lavoro senza diritti, nuova di zecca la scuola più classista, efficienti e sciccose la pensioni più basse, si suppone che il giochetto continuerà sulla stessa falsariga. Meno senatori, che figata! Senza la seccatura di votarli, bello! E via così. Chi non ci sta, sarà automaticamente catalogato come “conservatore”, pratica già collaudata con chiunque si sia messo di traverso, basti pensare ai sarcasmi sul sindacato e il mondo del lavoro (i gettoni del telefono, i rullini della macchina fotografica, mentre chi vuole tornare al cottimo ostenta playstation e smartphone contemporanei). Gran parte della partita, insomma, sarà giocata sul concetto di nuovo contro vecchio, cambiare contro non cambiare, spingere contro frenare. I “problematici” che vorranno parlare della riforma nel merito verranno bollati come i soliti noiosi cacadubbi che rallentano il paese, mentre dall’altra parte ci saranno i dinamici innovatori che “non si perdono in chiacchiere”, uno schema già visto – a suo modo già vecchio – che raggiungerà la sua massima espansione prima dell’autunno. La trappola è lì, già bella pronta e innestata: efficientismo (fare, decidere senza troppi ostacoli e discorsi) versus complessità (sentire tutti, mediare, comporre), che in sostanza significa autoritarismo versus democrazia. Basterà rendere inconsistente e polverosa quella parola (democrazia) e lucidare le cromature dell’efficientismo decisionista, vendere “l’uomo solo al comando” come novità prodigiosa: in pratica prendere il vecchio e riverniciarlo. Un po’ come sostituire le antiche scritte sui muri con le slide: dal “me ne frego” al “ce ne faremo una ragione”. Vuoi mettere come suona nuovo?

mer
6
gen 16

Per essere “di sinistra” prego compilare l’apposito modulo

Fatto060116I prodigi dell’autocertificazione semplificano tutto, snelliscono le procedure, velocizzano l’analisi, dichiarano l’appartenenza e morta lì. Fatto! Rapido e indolore. E così Giuseppe Sala, il grande manager di Expo che Matteo Renzi chiama Beppe – per dire quanto sono amici e quanto questa fiducia lo farà casualmente finire a fare il sindaco di Milano – si è fatto la sua targhetta coi trasferelli, se l’è attaccata al bavero della giacca e ha proclamato al mondo: “Io sono di sinistra”. Il valore dell’autocertificazione, in questo caso, sta tutto nella credulità di chi ascolta. Molti annuiscono e sono contenti, altri alzano il sopracciglio e si chiedono… eh? Ma nel modulo dell’autocertificazione di appartenenza politica mancano quelle due righette che dicono: le dichiarazioni devono essere veritiere. Già, in fondo, cosa diavolo vuol dire “sono di sinistra” ai tempi del renzismo, a parte che si è diventati renzisti? Lo fece Andrea Romano, quando attraversò faticosamente il deserto (20 centimetri di deserto) che separava Scelta Civica dal Pd di Matteuccio nostro: “Sono sempre stato un po’ di sinistra”. Ecco, bene, un po’, perché a volte basta. Attraversando altri deserti, arrivò anche Gennaro Migliore che era di sinistra senza se e senza ma, e anche senza un sacco di altre cose, ma disse che aveva fatto le sue valutazioni e la sua analisi e “in questa fase” era meglio stare con Matteuccio. Un caso di certificazione per sottrazione, in cui si decide che è meglio essere “un po’ meno” di sinistra.
Ognuno poi si fa le sue ragioni su cosa voglia dire essere di sinistra. Giuseppe Sala, per esempio, sostiene che lui, avendo fatto l’Expo e “creato lavoro”, è di sinistra. Esattamente come Henry Ford con gli operai, Remo Gaspari coi postini abruzzesi, Silvio Berlusconi con i dipendenti Mediaset, l’imperatore Hiro Hito con i kamikaze giapponesi e Pablo Escobar con i suoi sicarios colombiani. Insomma, se accettiamo che “creare lavoro” ti colloca automaticamente nel campo della sinistra, non se ne esce.
Ma dunque torniamo lì, all’autocertificazione del “sono di sinistra”, magari accompagnata, come ha fatto Sala, dalla piccata aggiunta a verbale: “Basta con gli esami del sangue!”. Come dire, ok, sono di sinistra, lo dico io e non menatemela più con questa storia.
Ma poi una simile autocertificazione necessita di autoconvincimento, di autoipnosi, di un “a me gli occhi”. E’ allora che l’autocertificazione diventa una specie di mantra, di cantilena ripetuta all’ossessione in cui ci si dichiara di sinistra fino a convincersene. Mai si è visto, ad esempio, un segretario di un partito di sinistra (ehm…) ripetere così ossessivamente “noi siamo di sinistra” come fa Renzi. Diciamo che Berlinguer non ne aveva bisogno, e che se Togliatti avesse chiuso un comizio dicendo “Noi siamo di sinistra”, la platea avrebbe vacillato nello sconcerto.
Quel che non si capisce, alla fine, è il perché. Si sa chi voterà Sala come sindaco di Milano: destra, berlusconiani rinati, morattiani del settimo giorno, quelli del Pd di strettissima osservanza expo-ottimista, chi vuole il manager credendo che sappia governare e la maggioranza silenziosa. Tutta gente che non ha bisogno della certificazione, e molti, anzi, spinti piuttosto al dubbio e al sospetto verso uno che dice: “sono di sinistra”. C’è da pensare che Sala lo faccia per essere accettato nel club, oppure per ordine di scuderia, oppure perché oggi “di sinistra” ha lo stesso significato di “da agricoltura biologica”, cioè basta metterci un’etichetta e poi vai a sapere che c’è dentro. Che poi, in tempi grami, è di sinistra anche la quotazione in Borsa della Ferrari, un grande passo verso il riscatto delle masse oppresse. Venceremos! Come da modulo allegato.

mer
30
dic 15

Targhe alterne: Tronca, Cantone, Verdini e Bondi sono sempre esentati

Fatto301215L’emergenza smog nelle principali città italiane è drammatica. I dati sulle patologie polmonari sono impressionanti, gli effetti collaterali terribili. Tra questi, la ricomparsa, a Milano, dell’ex sindaco Albertini, che suggerisce di spegnere le caldaie e di mettersi la maglia della salute, segno che i danni dell’inquinamento possono essere anche cerebrali. A Roma l’azione dell’ex prefetto di Milano Tronca è stata rapida e decisa, quasi fulminea: un minuto per decidere le targhe alterne e due giorni per mettere a punto le deroghe. Per venire incontro alle esigenze dei cittadini romani, eccone un parziale elenco.
Sandro Bondi. Può circolare quanto gli pare, dove gli pare e con qualsiasi targa, purché esca dal tunnel della poesia e sostenga il governo Renzi. Se fermato dalle pattuglie potrà facilmente dimostrare di trasportare merce deperibile: la moglie che passa anche lei sa Silvio a Denis, direzione Matteo. Vada, vada pure, circolare.
Francesco Paolo Tronca. Ovvio che il commissario che guida Roma, coadiuvato valorosamente dal prefetto Gabrielli che vorrebbe commissariarlo con la nomina di varie figure commissariali, abbia la sua deroga. Muoversi liberamente per la città, con qualsiasi targa, gli è assolutamente necessario, visto che per contratto deve andare a fare il baciamano al papa ogni venticinque minuti. E poi, vuole visitare la città prima che i cittadini comincino a riconoscerlo.
Raffaele Cantone. Inserito in varie categorie – praticamente tutte – il famoso magistrato nemico della corruzione può circolare liberamente con qualunque targa ed esibire il suo speciale permesso di “intervento emergenziale” che riguarda: salvataggio banche, parto di bovini, assistenza agli anziani, caldarrostaio, moderatore di centurioni inferociti e commissario speciale ai venditori di rose nei ristoranti.
Denis Verdini. Con la sua agenzia adibita al trasporto di profughi da Forza Italia alla maggioranza di governo, può vantare una deroga di carattere umanitario. Per i transfughi non automuniti che devono raggiungere il Nazareno, infatti, è sconsigliato l’uso dei mezzi pubblici. “Con l’efficienza della metropolitana capitolina – dicono gli esperti – ci sono deputati e senatori che resterebbero in Forza Italia fini alla colonizzazione di Giove, e questo sarebbe un vulnus alla democrazia”.
Pellegrini del Giubileo. Desiderosi di farsi perdonare i peccati, potranno girare in macchina quanto gli pare. Una deroga che ha fatto discutere, ma forse in modo eccessivo. Infatti, per ora, sono sette (una famiglia di Bratislava e due single di Pavia) e la loro incidenza sull’inquinamento della capitale appare trascurabile.
Spettatori del grande concerto di San Silvestro. Prima negato dal commissario Tronca, poi autorizzato da più alti poteri (Matteo Renzi), il concerto di Capodanno sarà un surprise party: la location sarà comunicata trenta secondi prima dell’inizio della prima canzone, quindi gli spettatori dovranno andarci in auto, godendo di una speciale deroga. Trattandosi di un concerto che si protrarrà oltre la mezzanotte – in virtù del decreto Happy Days – potranno recarsi al concerto con due macchine: una a targa pari per l’andata e l’altra a targa dispari per il ritorno.
Occasione irripetibile. Chi passerà con la sua Panda sputacchiante sotto una delle porte sante potrà vederla trasformata in un fiammante Suv euro 6, per il quale, grazie a una speciale deroga, sarà consentita la circolazione. Basterà apporre un santino sul parabrezza e assicurare le pattuglie di controllo che la lezione di Milano è stata perfettamente capita. Per questo sono già in vendita speciali adesivi con la scritta: “Il Giubileo sarà un enorme successo, alla faccia dei gufi”.

mer
23
dic 15

Una pasticca d’Italicum e ti passa subito la voglia di democrazia

20151223primailfattoquotidiano-204x300Elezioni in Spagna? In Francia? Puapua Nuova Guinea? Tranquilli: due compresse di Italicum prima del voto e passa la paura. Il refrain della settimana è questo: siccome il bipolarismo non esiste più (tendenza europea conclamata), facciamo una legge elettorale che lo imponga a martellate alla festante popolazione, che così avrà finalmente in dono il bene che più desidera: la stabilità politica. Risolto con la fiction il problema del bipolarismo, si affiderebbe il potere, con scarsissimi contrappesi, a un partito solo, che a quel punto sarebbe super-maggioritario in Parlamento e decisamente minoritario nel paese. Sembrerebbe la vecchia storia della coperta corta: volete più libertà o più sicurezza?, si chiede per lottare contro il terrorismo. Analogamente nella politica si chiede: volete più stabilità o più rappresentanza?
Esiste però in questa semplice equazione una specie di errore di base, un peccato originale, una gamba del tavolo non solidissima. Che è proprio lì: stabilità. Ma è così vero che l’Italia è la patria dell’instabilità politica? Che le divisioni frenano il paese? Che non si riesce a governare? E non è bizzarro che chi dice che così non va bene, che non si governa, siano proprio quelli che governano, e dicono di farlo bene e con efficienza? Il ragionamento zoppica. Anche perché, a guardare i suoi sviluppi generali, la stabilità politica italiana è strabiliante. Persino quando si cambiava un governo ogni sei mesi, ai tempi della prima repubblica, la stabilità era a prova di bomba, si davano il cambio attori e comparse nella stanza dei bottoni, ma il disegno restava più o meno identico. Facevano i turni, i vecchi volponi della prima repubblica, ma il lavoro era sempre quello.
Se si guardano per esempio le politiche sul lavoro degli ultimi vent’anni, non c’è niente di più tremendamente stabile. Cominciò il governo Prodi (1996) a sventolare la bandiera della “flessibilità”, senza la quale, ci dissero, saremmo morti tutti. L’allora ministro Treu stappò il vaso di Pandora del lavoro flessibile e precario, che dilagò nel paese, che si impose senza freni e controlli, fino alla sua regolamentazione finale con il Jobs act: tutti un po’ precari, cioè licenziabili a un costo minimo, tutti demansionabili eccetera, eccetera. Si può dunque dire che nel giro di una ventina d’anni, con strappi improvvisi e lunghe pause, con governi di destra e di sinistra, con i fini economisti prodiani e con la compagnia di giro del poro Silvio, il disegno di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro si è perfettamente compiuto. Impeccabile opera di stabilità politica: chiunque governasse, il disegno era quello, ed è stato eseguito.
Ci sarebbero altri esempi, ovviamente, non ultimo il fatto che abbiamo sempre mandato aerei, armi e soldati dove ci hanno chiesto di mandarli, altro esempio di stabilità. Insomma, non siamo così instabili, diciamo anzi che specie nelle politiche economiche siamo stabilissimi, come dimostra il fatto che le diseguaglianze sociali sono aumentate, negli ultimi anni, piuttosto costantemente, e non diminuite: un capolavoro a cui hanno concorso tutti, chi più chi meno, altro esempio di continuità politica niente male.
L’Italicum come garanzia di stabilità, dunque, lascia perplessi. Indicare la Spagna dicendo: “Visto? Col nostro trucchetto non sarebbe successo” è suggestivo ma non porta lontano. E’ vero: col trucchetto dell’Italicum Rajoy finirebbe per formare un governo, in solitudine e maggioranza assoluta: un governo con superpoteri che sarebbe espressione di un elettore su quattro. Una spallata abbastanza decisa al concetto di democrazia rappresentativa. E vabbé, non facciamola lunga, avrete un po’ meno democrazia, ma vuoi mettere la stabilità?

mer
16
dic 15

“Panettone o pandoro?”, il “mood” del “question time” stile Leopolda

Fatto161215Ho perso il treno per Firenze e non me lo perdonerò mai. Avrei potuto essere tra quei giovani virgulti chiamati a fare le domande ai ministri del governo, nello show room delle idee di Matteo Renzi. Per esempio, adeguandomi al clima di aspro confronto, avrei potuto chiedere alla ministra Boschi: “Parliamo un po’ di suo padre. Alla mattina, caffélatte o ginseng?”. Bisogna avere coraggio quando si fanno domande ai potenti.
Matteo Renzi lo aveva detto: “I ministri saranno interrogati dai partecipanti alla Leopolda in un modo innovativo e divertente”, e in effetti ci siamo divertiti. Abbiamo visto in action quello che si vorrebbe dalla libera stampa. Niente che non si fosse già sentito nelle polemiche sui cattivi talk show o nelle solite lamentazioni contro “i giornali” (e questo in particolare), ma insomma, vedere così plasticamente rappresentato il sogno del “giornalismo di rinnovamento” (copyright Marianna Madia) è stato istruttivo. Ecco, avrei voluto essere lì, adeguarmi, entrare nel mood lepoldo: “Caro ministro dei trasporti, e del cambio Shimano che mi dice? Lei ce l’ha sulla bicicletta?”. Nei casi estremi, tipo con il ministro Poletti, mi sarei limitato, come fanno i professori umani, a dire: “Mi dica un tema a sua scelta”, certo che quello si sarebbe incasinato da solo.
Per farla breve: esiste una linea invisibile superata la quale la propaganda diventa autocaricatura, spesso è una linea sottile, difficile da individuare, ma va dato atto agli strateghi renzisti di aver superato quel confine di alcuni chilometri. Alla Leopolda mancava la piramide di Panseca, quella che rese monumentali (e poi monumentalmente ridicoli) i tronfi trionfi craxiani. Ma il resto c’era tutto, compresa la lezione di question time come lo desidererebbe qualunque potente sulla terra: “Compagno Stalin, ci conferma che nei gulag si mangia benissimo?”.
Ora, su tutto questo si può fare satira e umorismo, ma come restare indifferenti alle vicende umane? Come non provare un moto di tenerezza per quei giovani chiamati ad agevolare le passerelle ministeriali con il loro umile lavoro di comparse? Uno si può immaginare l’angoscia della vigilia, la febbrile compilazione delle domande, i mille dubbi: non avrò osato troppo? Non sembrerò scomodo e importuno? “Ministra Giannini, come si può rendere magnifica la già meravigliosa riforma della scuola, forse con dei lapislazuli?”. Beh, mi pare una domanda equilibrata …
Ecco, siccome l’esempio vale più di mille discorsi, ci hanno fatto proprio l’esempio, ci hanno mostrato come si fa. Presentarsi con il nome di battesimo, essere informali, dare del tu al ministro. E poi trafiggerlo con argomenti inoppugnabili e domande che non lasciano scampo: “Panettone o pandoro?”.
Ma forse la commedia dell’arte leopolda non era per tutti e alcune cose erano, diciamo così, ad uso interno, come quelle campagne pubblicitarie che tendono a fidelizzare il cliente. Se le precedenti Leopolde dovevano far conoscere il prodotto, questa qui appena conclusa aveva un altro scopo: convincere i clienti a non andarsene, giurare che il prodotto funziona, stimolare il consumatore. E per fare quello, motivare i venditori. E in più ancora, mostrare che ci sono nuove leve di venditori che premono, che si fanno notare, che incalzano con severità e spirito battagliero: “Ministro, cosa si prova a cambiare il paese?”. Brivido.
Se è questo che volevano, i grandi comunicatori, ci sono riusciti in pieno: la chiesa di Renzology ne esce perfettamente rappresentata, i suoi sacerdoti sono stati interrogati da adepti intimoriti, il Ron Hubbard di Rignano ha scritto un altro capitolo e indicato nuovi nemici: i giornali cattivi che durante la messa – maledetti – scrivevano di banche.

lun
14
dic 15

Mario Dondero (Milano, 6 maggio 1928 – Fermo, 13 dicembre 2015)

Ho conosciuto Mario Dondero, faceva delle foto splendide (molte per il manifesto), aveva sempre in mano una macchina fotografica d’altri tempi e scattava e tutti ci chiedevamo se c’era dentro una pellicola davvero. Cantava meravigliose canzoni francesi di lotta e di guerra, ma anche d’amore. Era gentile. Era una miniera di racconti e davanti a una sua foto, anche di venti, trent’anni prima, poteva spiegarti come e perché l’aveva scattata, e c’era sempre una storia dietro. Insomma, non si sa mai cosa dire, in queste occasioni. Io dirò che Mario Dondero era un compagno libero e un uomo speciale, e che mi dispiace tanto.

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gio
10
dic 15

Però Astro Samantha a Firenze è vietata

Fatto101215La Leopolda tipo prima alla Scala. Chi c’è, chi non c’è, eccetera. La narrazione del “siamo molto fighi” nella sua massima potenza. Sarebbe interessante sapere, però, perché Samantha Cristoforetti, AstroSamanta, la ragazza che è stata lassù (là fuori?), tra le stelle, va alla riunione di una corrente di partito, ammesso che alla fine ci vada davvero. A termini di regolamento non potrebbe: l’Esa (Agenzia Spaziale Europea), vieta ai suoi membri di partecipare ad attività politiche (Articolo 3.2 del regolamento dell’Agenzia). Mah, ci sarà qualche sensatissima deroga. Resta il fatto: perché? Un conto è stringere mani a presidenti della Repubblica, ricevere onorificenze e fare chiacchierate dallo spazio con il capo del governo (ah, i vecchi francobolli sovietici con l’astronauta e l’operaio!), ma perché presenziare a una convention politica?
C’è da pensare che Samantha Cristoforetti avrà la sua ostensione, che sarà esibita come una specie di Madonna pellegrina. Il che fa naturalmente parte della fiction, perché AstroSamanta ha preparato le sue missioni, e ha studiato per farlo, quando Renzi ancora faceva il boy scout.
Probabile che dirà cose interessanti sul futuro, la ricerca, lo spazio. Forse, chissà, dirà anche che è un peccato che si taglino fondi agli enti internazionali di ricerca (ai suoi colleghi dell’Eso, quelli che le stelle le guardano dal deserto del Cile, la legge di stabilità ha appena sforbiciato 3 milioni da qui al 2018). In ogni caso, AstroSamanta parteciperà, se davvero andrà alla Leopolda, a un’operazione di propaganda volta a dire che tutto va bene, che siamo carini, bravi e tosti. Lei, che è carina e brava e tosta davvero, rischia così, mettendosi al servizio di una propaganda precisa, di svilire i suoi successi, un po’ come i grandi attori che finiscono a fare gli spot del tonno in scatola.

mer
9
dic 15

L’indotto, un fantasma misterioso e indefinito si aggira per l’Italia

Fatto091215Un fantasma si aggira per l’Italia, che è sempre meglio di quelli che si aggirano per l’Europa (madame Le Pen) o per il mondo (certo califfi che te li raccomando). Ma insomma, un’entità indistinta e inafferrabile, difficile da vedere se non per trasparenze e rumori lontani, nuvola di previsioni che si intrecciano alle speranze, che a loro volta si collegano al famoso bicchiere mezzo pieno e all’ottimismo obbligatorio. E’ il fantasma dell’indotto, che va molto di moda e che richiede un atto di fede del cittadino in materia di economia, materia effettivamente magica e mesmerica come poche altre. In principio, si sa, era l’Expo. Certi documenti molto sbandierati alla vigilia facevano intravvedere un futuro che più luminoso non si poteva. Certo, una spesa, ma poi vedrai l’indotto… e giù cifre sui posti di lavoro, il pil, il gettito fiscale aumentato grazie al boom che un documento della Bocconi indicava addirittura in 11 miliardi e passa (da qui al 2020), ottenuto grazie “All’effetto sviluppo sull’economia italiana”. Insomma, più affari, più incassi per il fisco, bingo. Ecco, non conoscendo ancora, a un mese e mezzo dalla chiusura dei cancelli l’incasso preciso, e quindi l’entità delle perdite o dei guadagni, tutto è rimandato al famoso indotto, con un sottotesto che dice: “vedrai che figata”. Peccato che l’indotto sia difficile da quantificare, che sia un calcolo con migliaia di varianti, che sia tutto in mano alle “previsioni” degli esperti, e che gli stessi esperti cambino le loro congetture con frequenza quasi quotidiana. La riduzione delle previsioni del pil nel terzo trimestre (una piccola limatura, ma pur sempre una limatura) e le proiezioni sul quarto (per arrivare secondo l’Istat a un 0,7-0,8 annuo) non direbbero che l’indotto si stia muovendo proprio come un cavallo al galoppo. Insomma, è richiesto l’atto di fede.
La faccenda dell’indotto è dunque al tempo stesso spinosa e comoda. Spinosa perché si parla di cifre totalmente ipotetiche, e comoda per lo stesso motivo: nessuna valutazione sarà possibile fino a che non si calcolerà per bene l’indotto, il che sposta in là la questione di una decina d’anni e poi, a babbo morto, si vedrà. E a quel punto, a chi fregherà più qualcosa?
Applicare lo stesso ragionamento al Giubileo non è così immediato: meno infrastrutture costruite, nessun terreno pagato a peso d’oro. Ma anche qui la stessa necessità di spargere ottimismo a piene mani e (oggi un po’ sottotono, ma un mese fa molto in voga) la sfida: “Sarà un successo come l’Expo”. Ecco, appunto, quindi non lo sapremo mai: sarà un successo sulla parola. Anche qui girano cifre e previsioni. Il turismo, ovvio, il pil, l’occupazione. E i frutti che si vedranno chissà quando e se non si vedranno nessuno avrà poi voglia o memoria di chiederne conto. Come si vede, il fantasma è proprio un fantasma: c’è? Non c’è? C’è ma non ce ne accorgiamo? Non c’è e ce ne accorgeremo? La sensazione è che tutto congiuri a tacere dei risultati, l’orizzonte si sposta sempre più in là, le valutazioni aspettano l’indotto, il benedetto indotto ci può mettere anche dieci anni, e alla fine finisce tutto in una nebbia indistinta in cui non si sa se la spesa è stata un investimento o una perdita secca. Non diversamente dalle riforme, peraltro, dove non si riesce mai a tracciare una riga: era buona? Sì? No? Ha funzionato? I tre miliardi di decontribuzioni del Jobs act che hanno portato per ora la miseria di duemila nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato sono stati ben spesi? Non sarà troppo caro? Risposta standard: uh, è presto per dirlo… aspettiamo l’indotto. Ecco, appunto, aspettiamo, che è un antico sinonimo per dire: non lo sapremo mai.

mer
2
dic 15

“Giù le mani!”, Salvini ha un programma preinstallato in testa

Fatto021215Corso a Rozzano a difendere il presepe, con la capannuccia della sacra famiglia in mano e indomito accorruomo delle tradizioni, Matteo Salvini ha tuonato come suo solito da un marciapiede irto di microfoni e telecamere: “Giù le mani dal presepe”. Agenzie e giornali riportano con dovizia di particolari la scena degna di un quadro di Hieronymus Bosh, compresa la signora col bambinello in mano che grida a quell’altra: “Zitta tu che sei straniera”, e quella di rimando: “Ma io sono siciliana!”. Meraviglia.
Naturalmente il linciaggio bipartisan del professor Marco Parma, preside laico assurto per un paio di giorni a nuovo terrorista antipresepe (che non si è mai sognato di vietare, tra l’altro) ha dato la stura al peggio, che come si sa è sempre in agguato. Ma lasciamo da parte per una volta tutto il divertissement: Renzi che bacchetta anche lui il preside, gli intellettuali di sinistra che cantano nel coro, la signora Gelmini che intona “Tu scendi dalle stelle” per lottare da leonessa qual è contro il relativismo. Tutto bello e divertente. Ma concentriamoci su Salvini: a volte è anche studiando creature più sfortunate che si capisce il mondo.
E dunque: “Giù le mani dal presepe”. Va bene, ben trovata. E’ la modalità salvinica dominante, quella che parte di default quando si avvia il programma preinstallato. Quel “giù le mani”, Salvini se lo dovrebbe scrivere sulle felpe, tanto lo usa di frequente. Sono passate appena un paio di settimane quando correva in aiuto del sindaco di Padova Bitonci, eroico, a suo vedere, di opporsi a una teoria che non esiste, quella del gender. E allora (11 novembre) Salvini tuonava: “Giù le mani dai bambini”. E ci mancherebbe.
Qualche giorno prima (era il 20 ottobre), difendendo il pensionato che ha ucciso un ladro a pistolettate, in quel di Vaprio D’Adda, Salvini scendeva in campo senza se e senza ma, tuonando questa volta: “Giù le mani da chi si difende”. Mentre in maggio, affacciandosi al balcone (uh, che brivido!) del ministero dell’Economia temporaneamente occupato, Salvini gridava in favore di telecamera: “Giù le mani dalle pensioni”. In marzo, per contestare un centro di accoglienza per migranti, erano i suoi tifosi a confezionare striscioni e coniare slogan: “Giù le mani da Taranto”, e “Giù le mani dalla Puglia”. Mese pieno, quel marzo, perché Salvini mise agli atti anche uno strabiliante: “Giù le mani da Banca Etruria”. E poi, andando indietro nell’archivio, si trova un salvinissimo “Giù le mani dal Tar di Catania” (luglio 2014), un meraviglioso: “Politici e giornalisti, giù le mani dalla Lega e dal Piemonte” (gennaio), e potremmo continuare ad libitum: il gioco di Salvini che alza il dito ammonitore e dice “Giù le mani” da qualcosa è praticamente infinito.
La popolazione civile sembra ormai abituata. Massaie con la sporta della spesa, elettrauti, passanti generici, panettieri, studenti in gita e disoccupati a passeggio si aspettano ormai di incontrare ovunque un mesto corteo di troupe televisive con al centro Salvini che dice “Giù le mani”. Che questa modalità comunicativa abbia successo è tutto da vedere. “Giù le mani”, infatti, è un’intimazione difensiva, che punta a difendere le cose come stanno, a lasciarle lì come sono e anzi ammonisce chiunque anche soltanto a sfiorarle (giù le mani!). Volessero allargare la clientela, le grandi società di scommesse on-line dovrebbero dare le quote per le prossime uscite di Salvini. Giù le mani dall’inquinamento globale? Giù le mani dalla polenta taragna, radice culturale del bergamasco? Giù le mani dallo scatto alla risposta per le compagnie telefoniche? Insomma, passa Salvini, la gente si accalca, i curiosi sbirciano, qualcuno chiede: “E’ lui? Davvero? Ha già detto ‘giù le mani’?”.

mar
1
dic 15

Vi piacciono le serie? Provate con questa: Sex in the Vatican

Qui c’è il pezzo per pagina99 sugli ultimi episodi della serie Vatileaks 2. Questa è la versione lunga, per quella corta (pubblicata sul sito del giornale) cliccate sulla foto 

sexVaticanOk, gente, avevo quasi finito The walking dead ed ero in pari con True detetive, per cui dovevo cercarmi un’altra serie interessante. Però volevo una cosa un po’ trucida… e anche basta con tutti ‘sti eroi, datemi un po’ di vita vera, sotterfugi, sesso. E allora seguo Vatileaks 2. Bello, anche se la sceneggiatura fa dei salti qui e là che a volte stupiscono. Si sa che ci sono vari modi di seguire la fiction televisiva a episodi. Il primo, tradizionale, è quello di aspettare la puntata. Il secondo, moderno, quello di chiudersi in casa a vederle tutte perché si è in affanno con la conversazione in ufficio. Il terzo è quello di seguire in differita. Un articolo qua, un’intervista là, commenti, critiche e apprezzamenti al bar: “Hai visto? Dava la cugina da scopare al monsignore!”. “Ah, non ho ancora visto, non dirmi niente”.

Vi avviso che la trama è intricata e non mi proverò nemmeno a riassumere. Negli episodi di questa settimana tutto girava intorno alla inarrivabile commedia umana: la signora Francesca Immacolata (ahah) Chaouqui che offre a monsignor Lucio Angel Vallejo Balda la cugina, trentaseienne “morbida”, e a quanto pare piuttosto porca, perché nel suo frenetico wazzappare la signora Chaouqui dice anche cose come “Silvana vuole trombare” e “Martedì viene a casa tua a trombare”. Abbastanza da far dire allo spettatore: “Mbè, datece er numero de sta Silvana!”.
Il prelato, che nicchia e resiste  a cotanta benedetta offerta (“Non c’è cosa più divina / che scoparsi la cugina”) ci porta un po’ nella parte nobile della trama: è combattuto? E’ lacerato dalla sua fede? Sente le fiamme dell’inferno lambirlo, insieme ad altre fiamme che eventualmente porterebbe Silvana? Certo, tutto questo. Ma poi cala l’asso e vince la partita con un argomento definitivo: “E’ brutta”.
Fine dell’episodio
Due parole sullo sfondo. La serie ha una location interessante. Il papa, i prelati, la riforma delle finanze della Santa Sede, l’attico di Bertone, le sudate offerte dei fedeli che spariscono come lo champagne al Crazy Horse. Due giornalisti italiani che raccontano tutto questo (Nuzzi e Fittipaldi) e che finiscono sotto processo in un stato straniero, senza potersi scegliere l’avvocato. Non so se la parte diplomatica verrà negli episodi che seguono, può darsi che qualcuno si svegli e dica che processare così dei giornalisti italiani ci crea qualche perplessità. Forse nella seconda serie ci ricorderemo anche di questo dettaglio della libertà di stampa in un paese modernissimo che presto farà il culo alla Germania (cit). Per ora, niente.

Nuovo episodio.
Per ora – in attesa di leggere qualcosa su soldi e potere e informazione –  la trama si concentra ancora sugli aspetti romantici della faccenda. La cugina non si sa, ma lei – lei la Chaouqui – sì che lo stende il monsignore, a Firenze, tre giorni dopo Natale, l’anno scorso. Colpo di scena e svolta improvvisa. Anche perché lui, monsignor Balda, lo scrive in un memoriale difensivo che consegna al processo. Insomma, si fa sedurre (ahah) e poi si pente, una modalità di narrare l’amore già esplorata dalla coppia Banfi-Fenech. Ma sia. Puntatona ricca di balzi sul divano. Lei – lei la seduttrice – si difende. Dice che non ha sedotto nessuno e che quello, quello il monsignore, era andato un po’ fuori di testa portando fior di prove: “Era andato al concerto di Ligabue”. Lo dice, la Chaouqui, come si trattasse di peccato mortale (in effetti…).
Qui però, un severo rimprovero agli sceneggiatori, Ma come, prima gliela dà alla grande, poi tenta di dargli pure quella della cugina, e poi arde di fuoco morale perché quello va ai concerti? Eddai!
Allora gli sceneggiatori rimediano, e la nostra eroina estrae la pistola fumante: non poteva venire a letto con me (il monsignore) perché non gli piacciono le donne. Wow! E nemmeno le cugine delle donne! Gioco, partita, incontro.
Quanto a lei, Francesca Immacolata, tiene a far sapere che se proprio volesse concedere le sue grazie, consce emiri e miliardari, tanto per far girare il tassametro (no disoccupati, astenersi precari).
Basta? No. Per spiegare tutto il casino, il monsignore dice che pensava che lei (lei la venditrice porta a porta di cugine) fosse dei servizi segreti.
Bene. E’ una buona serie, la consiglio. Poi ora c’è il Giubileo e tutti quanti passano sotto una porta e gli viene perdonato tutto, quindi nessuno si farà male. Sì, restano in sospeso cosucce come le finanze vaticane, i giornalisti sotto processo, il potere, i soldi, e altri piccoli dettagli, ma chissà, nei prossimi episodi…

sab
28
nov 15

Cottimo e abbondante: peggio che nei Marines

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Insomma, basta con il Novecento, e “le otto ore vi sembran poche”, chi vi credete di essere, le mondine? Ora, guidata come una trebbiatrice dal ministro Poletti arriva l’idea moderna: pagare a risultato. Una cosa modernissima che si chiama “cottimo”. Nel caso, cottimo e abbondante. Una prassi che cambierà le nostre vite, il linguaggio, i rapporti interpersonali. “A che ora torni, caro?”. “Uh, come sei antica! Ancora legata alle ore! Arrivo quando ho raggiunto il risultato, come impone la nuova etica del lavoro”. “Quindi?”. “Boh, facciamo un giovedì di dicembre, ma non so quale”.
Ecco, niente orari. Preparatevi a un futuro di paste scotte e microonde. Perché ve lo diciamo con una mano sul cuore: in questo modo polettiano di intendere il lavoro, le ore non saranno mai meno, ma sempre di più. Rottamando la paga oraria assisteremo finalmente a una guerra continua con ufficiali e graduati travestiti da capufficio. “Signorina, faccia questi otto miliardi di fotocopie”. “Guardi che io stacco alle sei!”. “No lei stacca quando ha finito”. Di colpo, in ufficio, si finirà di lavorare quando finirà il toner, mai prima. Bello! Sembrerà di essere nei Marines. Del resto il ministro Poletti l’ha detto l’altro giorno: si lavora in un modo nuovo e a lui capita di leggere le mail anche all’una di sabato notte, a letto. Abolendo le ore e puntando ai risultati, un risultato lo si otterrà di sicuro: si lavorerà sempre, giorno e notte, a letto, in macchina, al cinema. La doccia sembrerà l’ultimo rifugio dove si può stare senza tablet o cellulare e forse questo migliorerà la vita: “Caro, ti devo parlare”. “Presto, andiamo sotto la doccia, se no devo finire la relazione e mandarla al capo”. Peccato che accadrà solo per pochi minuti. Ma del resto, pensateci: cosa sono i minuti se aboliscono le ore?

gio
26
nov 15

Renzi e i 500 euro ai diciottenni, il regalo invece del diritto

500europag99Ben pensata, vecchia volpe. La mossa di mettere insieme nello stesso discorso (e forse nello stesso pacchetto di spese) sicurezza e cultura è quasi da manuale. Matteo Renzi l’ha annunciato nel discorso di ieri l’altro: più sicurezza ma anche più cultura. E consistenti regali: 80 euro ai poliziotti, per esempio, e 500 euro da spendere in libri, cinema, teatri e altro per chi compie 18 anni.
Poco importa che il ministro Padoan ora debba mettersi a cercare coperture in fretta e furia, e già si dice che i soldi per chi diventa maggiorenne (auguri) siano aggrappati a quella speranza di contribuito europeo per i migranti (tranquilli, non daranno 500 euro ai migranti). Ma insomma, l’annuncio è fatto, gli applausi partiti e, come sanno i sovrani, l’intendenza segue.
Può stupire in effetti che l’investimento “culturale” (da mettere a debito nei conti pubblici, comunque) sia un regalo, una specie di buono-acquisto, universale e uguale per tutti. Stupisce anche di più che un capo del governo annunci un dono per tutti i cittadini che voteranno la prima volta. Interpretazione maliziosa, ma non campata per aria: dicono i sondaggi che i diciottenni o non hanno voglia di votare (55 per cento) o votano i 5 stelle (37 per cento). Dunque una specie di campagna acquisti presso l’elettorato concorrente, in contanti. Il Dash promette soldi a chi compra il Dixan.
Altro legittimo sospetto sull’annuncio, l’universalità della mancia: reddito basso, o alto, o altissimo, tutti uguali. Il figlio del bracciante contribuirà con la sua quota di debito pubblico ad acquistare libri al figlio del notaio. Dovendo comprare libri, ragazzi, suggerirei Don Milani, là dove dice che fare parti uguali tra diseguali è una grossa ingiustizia. Prevale, insomma, la gentile concessione rispetto al diritto, in un Paese in cui le tasse universitarie salgono, le borse di studio calano e 58 italiani su cento non prendono in mano un libro nemmeno sotto minaccia armata.
La battaglia mediatica è in corso. Sui social, la pancia del Paese – almeno la pancia dei pasdaran renziani – argomenta che meglio a tutti che a nessuno (un po’ debole). Qualcuno dice «Ah, li avessi avuti io non avrei dovuto fare la barista per pagarmi il corso d’inglese», senza pensare che il corso d’inglese te lo dovrebbe dare la scuola pubblica. La nomenklatura del Pd si schiera a testuggine respingendo insinuazioni di tipo elettorale.
Come ha scritto su Twitter uno dei guru della comunicazione, Francesco Nicodemo: “Chi chiama mancia elettorale il bonus 500euro ai 18enni manca di rispetto innanzitutto ai ragazzi. Come se dicesse loro ‘vi fate comprare’”. Bello, un po’ coda di paglia, ma efficace (e che non esclude per niente il tentativo di acquisto). L’altro guru, invece, Filippo Sensi, si affanna a diffondere le reazioni internazionali alla promessa equazione sicurezza più cultura, titolo affascinante soprattutto se visto da lontano. Anche se, pure a distanza, c’è chi annusa aria di propaganda, come per esempio Le Monde: “Iniziativa abile, almeno di fronte all’opinione pubblica”. Insomma, come dire, bravo ma ti abbiamo sgamato.
Maurizio Ferrera, invece, sul Corriere della Sera di oggi critica aspramente la norma, contestando proprio la logica del bonus uguale per tutti (titolo: Il bonus per la cultura utile (forse) ma non equo). Insomma, la logica del regalo al posto del diritto, della munificenza governativa al posto dell’investimento mirato, la mancia, già visto ad esempio con il bonus bebé prima promesso a tutti e poi ovviamente, e giustamente, riportato a erogazioni basate sul reddito.
Comunque sia, l’annuncio c’è stato, ora si vedranno le procedure: dal 2016 può essere che i neo-diciottenni avranno (coi soldi di tutti) un regalo “culturale” da Matteo. Se poi se ne ricorderanno nel segreto della cabina elettorale è tutto da vedere: ai tempi di Lauro si poteva andare a reclamare la scarpa destra dopo aver votato, oggi è tutto sulla parola. Di Matteo, tra l’altro. Auguri.

mer
25
nov 15

Che belli e che teneri questi micetti paciocconi. A me però fanno paura

Fatto251115Due doverose premesse. La prima: bisogna sconfiggere una volta per tutte e per sempre quelli che vanno sparacchiando per le nostre città (e anche per le loro, peraltro) e si fanno scoppiare vicino a gente che non vuole esplodere per niente. La seconda: adoro i gattini e le foto di gattini. Sono buffi, ispirano tenerezza e – insuperabile motivo di simpatia – sono decisamente matti. Detto questo, c’è qualcosa che stride e nell’operazione “gattini” messa in atto dai media (i social, twitter soprattutto, ma anche giornali, emittenti, agenzie…) belgi nella notte del #BrusselsLockdown. La faccenda è nota: con un’operazione di caccia all’uomo e “repulisti” in corso (che non è stata, a giudicare da fermi e arresti, un successone), la polizia belga ha chiesto ai giornali di non diffondere notizie sull’argomento, chiedendo in pratica il silenzio stampa. Dai social (ma anche dai giornali) è arrivata la risposta: obbedendo all’invito, ma con ironia, ecco spuntare al posto delle notizie migliaia di gattini. Il gattino su Facebook, si sa, appartiene alle piccole cose di pessimo gusto, una specie di statuetta di Capodimonte in plastica da mettere sul comò (pure su quello degli altri, dannazione!). Ma in questo caso aveva un’altra valenza, e qui le letture divergono. Chi dice fosse sarcasmo “Ci vorreste così, a postare gattini…”, chi invece un concreto, rassicurante, ironico stringersi alle forze dell’ordine nel momento del bisogno. La polizia belga ha ringraziato il giorno dopo postando una ciotola di crocchini, dedicata a tutti i gattini comparsi sui media. Cioè a tutti quelli che si sono astenuti dal dare notizie. Tutto molto bello e molto edificante (se anche molto utile non lo sapremo mai).

A farla breve, mettendosi in testa un gattino invece di un elmetto, la stampa belga, Le Soir in testa, è diventata per una notte embedded. Giusto? Sbagliato? Gli esperti di mass media rifletteranno a lungo, e li lasciamo al loro dibattito. Una cosa è certa, però: d’ora in poi all’apparire in rete di una dose di gattini eccedente il normale, a un profluvio di gattini, a uno tsunami di gattini, un brivido ci correrà per la schiena: significa che è in corso qualcosa di cui non dobbiamo sapere, le notizie sono, in qualche modo, vietate.
Come sempre accade nella vita, il precedente è accettabile (andiamo, tra un poliziotto belga e un jihadista pronto a colpire si sta col primo, no?), mentre quello che seguirà il precedente, invece, chissà, speriamo bene. Questioni di tattica, si direbbe. Ma non tanto. Dopo una settimana di comprensibile orgogliosa rivendicazione del nostro “stile di vita” che i terroristi non cambieranno, dopo che tanti intellettuali hanno detto (giustamente) che noi continueremo a bere, ballare, scopare, gioire dell’esistenza, si scopre che invece per le notizie, ecco, magari una piccola moratoria si può fare.
Qualcosa stride, in effetti, e lo capiranno bene giornalisti e lettori di vecchia scuola, quelli ancora fissati con le notizie, se sono notizie, da qualunque parte vengano. Dunque, belli i gattini, teneri, pelosi, placidi o isterici a seconda del loro “stile di vita”, ma non vorremmo in futuro dover attivare uno speciale gattinometro che ci segnali ora questo ora quel silenzio stampa, richiesto da questa o da quella autorità, per questa o quella emergenza contingente. Insomma, sarebbe meglio non abituarsi a un ritmo troppo serrato di gattini, come sono costretti a fare in certi paesi che controllano l’opinione pubblica, meno gentilmente della polizia belga e senza poi nemmeno ringraziare con una ciotola di crocchini.

mar
24
nov 15

Il giorno in cui Renzi taggò il Califfo

Renzitaggare99«Io sono per taggare i terroristi». Pronunciata da Matteo Renzi sabato 21 novembre al “Digital day” di Torino, la frase non avrà forse diritto di cittadinanza tra i motti celebri del Nostro di Firenze. Insomma, non è esattamente un hashtag, né uno slogan, né precisamente un intento programmatico. Parrebbe una boutade buona per quei titoli che si leggono ogni tanto: «Lo Zingarelli contiene la parola supercazzola!», si gira pagina e si passa ad altro.
Ma bene. Premesso che chiunque vorrebbe “taggare” i terroristi, e poi magari pure arrestarli (quelli veri, però, non il povero Touil, catturato innocente tra le ovazioni di Presidente del Consiglio e del Ministro degli Interni, e poi scarcerato con tante scuse, taggato a vuoto, insomma), sarà consentita una nota semantica. “Taggare” appartiene a un linguaggio tecnico/giovanilistico, chiaro segno di adattamento dell’uomo all’ambiente. Ha detto “taggare” perché stava lì, ovvio. Avesse parlato alla Federcaccia avrebbe detto “impallinare”, perché il contenuto liquido, si sa, si adatta al contenitore. Ma c’è dell’altro.
C’è, dietro l’angolo, la sempiterna ansia di disintermediazione che necessita di costante semplificazione. E dunque “taggare” i terroristi, e magari, in un secondo tempo, “defolloware” gli stati che li finanziano e con cui facciamo buoni affari, intanto mettere un preferito alla retorica sul nostro “stile di vita” e “wazzappare” a voce il popolo impaurito. Tutto facile, tutto immediato, tutto filante e scivoloso sulla superficie, mai sotto.
Una neolingua che basta a se stessa, della quale si notano le parole (“Uh, ha detto taggare! Moderno!”) e si perde il senso: controllare meglio, controllare tutto. Intanto – come mostrano foto e documenti non smentibili – “postare” bombe all’Arabia Saudita che le usa per conflitti non approvati dall’Onu (in Yemen, per esempio). Ma questo appartiene già alla profondità ed è meglio non parlarne. Come dicono in tivù: il pubblico a casa non capirebbe (quel cretino del pubblico a casa).

ven
20
nov 15

Domani in edicola, pagina99

Qui c’è la prima copertina di pagina99 che domani (sabato 21) sarà in edicola. Settimanale di lotta e di lettura. Non ve ne pentirete. Promesso.

pagina99-21-ottobre-2015

mer
18
nov 15

Da sabato in edicola! Pagina99 is back… (e buona lettura)

Cari tutti, sabato questo (il 21 novembre) torna nelle edicole pagina99. Vi risparmio  la retorica su un nuovo giornale che nasce, la democrazia, la pluralità di voci, ecco, diciamo che la do per scontata e non voglio farla lunga. Il come e soprattutto il perché di fare un nuovo giornale in tempi difficili lo spiegano benissimo i direttori Luigi Spinola e Roberta Carlini, qui, e io non ho molto da aggiungere. Pagina99 era stata una bellissima avventura alla sua prima uscita, e meritava di riprovarci. Ci sarà il settimanale di carta (in edicola il sabato, qui per abbonarsi) e il sito (sempre aperto). Ci saranno visioni del mondo, letture, economia, idee e notizie. Insomma, ci sarà quel complicato organismo che è un giornale, che vive dei suoi lettori, e ci saranno lettori che lo usano e lo leggono, credete, è parecchio.

Io ci sarò, in qualche modo (nel primo numero, un pezzo su mister Bob Dylan), e sicuramente da lettore.
Dunque, a sabato. In bocca al lupo a tutti.

mer
18
nov 15

“Oriana scusaci”? Non ho capito bene di cosa dovrei scusarmi…

Fatto181115Ogni conflitto ha i suoi effetti collaterali, e questo si sa. Non deve stupire dunque che in Italia l’effetto collaterale abbia un nome e un cognome: Oriana Fallaci. Resuscitata grazie agli assassini di Parigi nelle classifiche dei libri e nel rumore di fondo dei social network, la sora Oriana si è meritata anche una specie di panegirico sul Corriere della Sera, con tanto di “scusaci Oriana” e “risarcimento postumo”, e altre amenità confezionate con il noto barbatrucco de “la rete dice”. Insomma, ad ogni pallottola sparata da assassini integralisti, ci tocca per contrappasso rileggere brani degli integralisti nostri: i Salvini, i Belpietro e compagnia belligerante (armiamoci e partite, ça va san dire), con sottofondo delle intemerate un po’ isteriche della nota scrittrice, una che metteva nello stesso fumante calderone chi si fa esplodere nei mercati e chi fa pipì vicino ai monumenti di Firenze, per dire della profondità di analisi.
E va bene, prendiamo atto. Dunque, la versione riveduta e corretta è che bisogna chiedere scusa alla signora Fallaci, ma scusa di cosa, alla fine non si capisce. Riassumiamo: all’indomani dell’11 settembre 2001, il primo clamoroso, spettacolare, micidiale, schifoso atto di guerra dell’integralismo, la signora Fallaci diede voce alla pancia del mondo, parlando di guerra di civiltà, occidente colpevole di “buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà”, insomma precedendo di un decennio abbondante le sottili argomentazioni di un Salvini. Bene. Quelle scenate da anziana signora – tipiche dei molto spaventati che dicono: non ho paura – furono diffuse per pagine e pagine sul primo quotidiano nazionale, rilanciate, sottoscritte. I libri con quelle ricette moderate (dichiariamogli guerra e sterminiamoli tutti, con tanto di insulti alla religione di un miliardo di persone sul pianeta) vennero stampati in milioni di copie, fecero per qualche tempo la fortuna dell’editore (lo stesso del Corriere, peraltro), divisero e fecero discutere, assumendo un valore di gran lunga superiore alla loro sostanza.
E ora si scopre che dovremmo dire “scusaci Oriana”. Ma scusaci di cosa? No, perché di solito si chiede scusa quando uno dice una cosa giusta, non lo si ascolta, si fa il contrario, e dopo anni si scopre che aveva ragione lui e allora si dice: scusa. E qui casca l’asino. Perché invece, negli anni che seguirono l’11 settembre 2001 non si fece il contrario di quello che predicava la sora Oriana, ma si fece esattamente quello che chiedeva lei. Una guerra “di civiltà” che fece almeno centomila morti civili in Afghanistan, cui seguì una guerra illegale in Iraq con un milione di morti civili, la deposizione di un dittatore con conseguente consegna del paese e della regione a bande armate e assassini che adesso se ne vanno sparacchiando per l’Europa e il mondo. Insomma: non è che Oriana suggerì di dispensare fiori e cioccolatini. No. Suggerì invece esattamente quello che mister Bush e mister Blair (supportati da alcuni personaggi minori tra cui l’esimio Berlusconi) fecero: una guerra indiscriminata e feroce che non risolse nulla e che peggiorò la situazione. Tanto che anche mister Blair – inspiegabilmente rimasto faro per qualche blairiano rinato che abita e governa qui – ha candidamente ammesso che fu proprio quella guerra a determinare le condizioni per la nascita dell’Isis. Insomma, a tirare le somme, l’assunto per cui la Fallaci aveva ragione e non le si diede retta è fortemente campata per aria. Anzi è proprio il contrario: la Fallaci aveva torto e le si diede fin troppo retta, ed eccoci dove siamo. Il che a rigor di logica dovrebbe tradursi in una condizione speculare e contraria: non Oriana scusaci, ma Oriana (e tutti i fallaci fallaciani) chiedete scusa.

ven
13
nov 15

Expo, un trionfo che neanche Spagna ’82

Ieri (giovedì) Gianni Barbacetto, su Il Fatto Quotidiano, si chiedeva con vari argomenti come mai i Saggi del Pd hanno messo “il grande successo di Expo” nella Carta dei Valori scitta per le primarie milanesi. Pur non essendo né saggio né del Pd, ho cercato di rispondere alla domanda…  (Il Fatto di oggi). Il pezzo come al solito lo trovate qui sotto. Se volete leggere quello di Gianni Barbacetto, invece, cliccate qui.

Fatto131115La domanda gentile e pignola di Gianni Barbacetto (ieri su questo giornale) avrà, speriamo, risposta. Era questa: perché diavolo nella Carta dei Valori che dovrà sottoscrivere ogni partecipante alle primarie del Pd milanese c’è una specie di riconoscimento del “Grande successo di Expo”? Successo, com’è noto, tutto da provare, conti (ancora segreti) alla mano. Ora, in attesa di leggere cosa diranno i saggi che hanno scritto la Carta, si può solo avanzare un’ipotesi politica e psicologica insieme: inserire l’Expo (pardon “il successo di Expo”) in una “Carta dei Valori” è un riflesso condizionato. Che l’Expo sia stato un successo è ormai scolpito a lettere di fuoco ovunque, non c’è esponente Pd che non lo dica dei talk (anche se sta parlando, poniamo di pensioni), non c’è discorso di Matteo Renzi che non lo sottolinei ed enfatizzi. Ormai pare un saluto obbligatorio anche dal verduraio: “L’Expo è stato un successo signor Gino”. “L’Expo è stato un successo a lei, signora Marisa! Li vuole i carciofi?”. Ecco.
Il perché di questo riflesso condizionato è presto detto con una piccola serie di addizioni. Il partito, cioè il Pd, è il governo. Un governo molto leaderistico dove il capo del governo è anche il capo del partito. I successi del governo vanno sostenuti in ogni sede e sono, ovviamente, i successi della Nazione. Dunque, se dubiti del “grande successo di Expo” o chiedi di vedere i conti, eccoti automaticamente antipatriottico. Diciamo che c’è una gran voglia di far coincidere i ruoli: il partito, il governo, la Nazione, lo Stato. Si richiede alla stampa di essere “responsabile”. Si richiede alla magistratura di essere allineata alla situazione economica del paese (penso agli attacchi alla Corte Costituzionale quando disse che bisognava rendere i soldi ai pensionati). Accanto all’accentramento di poteri politici (commissari di qui e di là) procede quello che gli ideologi renziani chiamano “ricostruire la connessione sentimentale con il Paese”. Bello, eh! E’ propaganda, va bene, ma esattamente, cosa vuole propagandare? Un partito? La sua nuova gestione? Il governo? Il sistema Italia? La Nazione? Il leader? Questo sovrapporre livelli e confondere ruoli non farà bene, alla lunga.
Il “grande successo di Expo”, che è tutto da dimostrare, ricorda un altro grandissimo successo italiano: quello del Mondiale di Spagna (anno di grazia 1982). Partito tra sospetti mai chiariti (biscottone col Camerun), il mondiale fu un trionfo, vincemmo noi, imprevedibili e matti come italiani. Non si usava la parola “gufo”, ma chi aveva denunciato i passaggi iniziali, poco limpidi e gloriosi, di quell’avventura fu zittito dal coro unanime. E ti credo: successo conclamato, Pertini, Bearzot, e l’Italia che ripartiva – anche allora! – ricompattata nel nome dello Stellone e di Paolo Rossi che segnava al Brasile. In quel caso – pur senza senza spin doctor – la “narrazione” fu agevolata e cavalcata per il bene della Nazione. Mentre, al contrario, per Italia 90, dove fallimmo sia sul campo che nella disastrosa gestione dell’evento, la narrazione trionfalistica fallì. E’ comprensibile che chi “ha messo la faccia” (sic) sull’Expo (il solito mazzetto di asparagi: leader, partito, governo, Nazione, Stato) voglia convincere tutti di somigliare più al Mondiale spagnolo dell’82 che al pasticcio italiano del ‘90. Questo non si fa mostrando correttamente i conti, rispondendo nel merito alle critiche, analizzando ricadute economiche, ma semplicemente chiedendo un atto di fede, come una lunga ininterrotta velina che avvolge il Paese in un rassicurante abbraccio di positività e di ottimismo che hanno un solo difettio: sembrano obbligatori. Motivo per cui “il grande successo di Expo” ce lo ritroveremo ovunque. Anche nella carta dei valori per elettori milanesi democratici.

mer
11
nov 15

Renzi da Happy Days: tra il Chiodo e il frappé mancano le risate finte

copertina_20151111E venne il giorno del dibattito culturale. Eh, sì, mi sa che vi tocca. E, al netto delle fregnacce propagandate dal Minculpop renzista (noi siamo felici e gli altri sono tristi, notevole densità di pensiero), la faccenda riguarda Happy Days, sì, la famosa situation comedy, quella di Fonzie, e merita un supplemento di indagine. Riassumendo: Fassina dice che il modello Renzi è Happy Days, Orfini lo rivendica dicendo che era divertente, Renzi dice che attaccano Happy Days perché “si sentono lontani dalla felicità”. In questi casi, di solito, arrivano gli infermieri e li portano via.
E però la polemica su Happy Days non è nuova nella sinistra italiana e anzi sta diventando un classico che travalica i secoli. Disse Nanni Moretti, nel suo film Aprile, 1998: “Io me li ricordo alla Fgci, sono cresciuti vedendo Happy Days, è la loro formazione politica, morale e culturale”. Passati vent’anni, riecco la sinistra, o sedicente o presunta tale, rinfacciarsi ancora Happy Days.
Vorrei notare, en passant, una cosetta spaventosa: dirigenti di partiti politici italiani nel 2015 assumono o attaccano come Zeitgeist e spirito ispiratore un telefilm americano girato negli anni Settanta e ambientato negli anni Cinquanta. Quanto a sudditanza culturale, provincialismo e colonizzazione, ce n’è abbastanza da nutrire il pianeta.
Eppure il parallelo tra la Weltanschauung renzista e le vecchie avventure della famiglia Cunningham non sono così peregrine. In Happy Days va tutto bene, la società non esiste, se esiste infila monetine nel juke boxe, la trasgressione è un giubbotto di cuoio, tutti sorridono o, se piangono, è per futili motivi che li faranno ridere dopo, e il capofamiglia va alla Loggia del Leopardo, una specie di P2 di paese.
In Happy Days – molto happy, in effetti – non si vede un nero (Milwakee è una citta a maggioranza nera, tra l’altro), non si vede un povero, il conflitto non esiste, l’universo è limitato al ceto medio bianco, educato e rispettoso dell’autorità. C’è da stupirsi che in nessun episodio della serie il governo si presenti a consegnare ottanta euro. Qui è successo.
E’ questo aspetto, e non la propaganda e le fregnacce sulla felicità, che collega strettamente il renzismo all’ideologia Happy Days. Il vivere tra il college e il frappé da Arnold come se la società non avesse sobbalzi, mugugni o motivi di scontento. Il conflitto, semplicemente non c’è, non è previsto, non è contemplato. E non solo. Happy Days veniva realizzato in un’America inquieta e incattivita, un’America appena uscita dal Vietnam, sconfitta e ferita. E allora si guardava indietro, si tornava alla rassicurante verginità degli anni Cinquanta così come la pensava il ceto medio bianco di quegli anni. Un balsamico e carezzevole rituffarsi nel buonumore che fu, per non intristirsi con le lacerazioni del presente. C’è un po’ dello spirito renzista dei tempi nostri: va tutto bene, ridi, gioca alla playstation, sii positivo, credici. E soprattutto tieniti alla larga da quello che non funziona, dalla diseguaglianza che cresce invece di calare. La narrazione renziana, dunque sì, deve al vecchio telefilm con Fonzie qualcosa di denso e ideologico, tutto è decoroso e soddisfacente, il migliore dei mondi possibili. Come diceva Moretti nel ’98 una formazione “politica, morale e culturale”. Vent’anni dopo, siamo ancora lì, a litigare su Fonzie e a rivendicarlo come modello. Il dibattito culturale nella sinistra italiana, al momento è questo, comprese le risate del pubblico.

mer
4
nov 15

Gestori di file, citazionisti o commissari: i nuovi mestieri nell’era renziana

Fastto041015L’Italia che riparte non solo innova, stupisce il mondo e aprirà un Eataly su Giove, ma genera anche nuove professionalità con cui rivitalizzare il mondo del lavoro, creare nuovi posti e avanzare nella civiltà. Ecco alcune professioni in ascesa. Ragazzi, pensateci! Il futuro è nelle vostre mani!
Commissario. Carriera di sicuro avvenire, nell’ottica dell’accentramento dei poteri e delle nomine governative. Commissario di qualcosa è sempre meglio che stare al tornio o in cassa integrazione. Se le cose vanno bene si fa il salto da commissario a politico, se vanno male… non è previsto: il compito del commissario è esattamente quello di dire che va tutto bene, che la sfida è vinta, che siamo orgogliosi. A dire che conquisteremo la galassia sarà il Premier. Entrato nel giro dei Commissari non ne uscirai più: alla peggio farai il Commissario a qualcos’altro. Attenti, ragazzi! Non è tutto rose e fiori: pensate che è commissario di qualcosa anche Orfini. Per la disponibilità di posti di Commissario vedi anche voce successiva.
Commissario alla Spending Review. Posto di lavoro prestigioso ma assai precario. Mediamente il paese consuma un Commissario alla Spending Review ogni sei mesi, ciò vuol dire, nei prossimi due millenni, almeno quattromila posti sicuri. Funziona così: si fa una lista di sprechi e tagli, la si porta a Palazzo Chigi, si osserva mentre la fanno in pezzettini piccoli, e poi si finisce a tagliare a Regioni e Comuni. Il vostro avanzamento di carriera dipenderà da come saprete sorridere mentre stracciano il vostro lavoro di sei mesi.
Tatuatori. Categoria in grande ascesa, molti posti di lavoro disponibili. Chi, oggi, non vuole tatuarsi sulla pelle la frase “L’Expo è stato un grande successo”? Molto richiesti altri fortunati slogan, hashtag vari, frasi del Capo, e per i più virili e arditi anche il tradizionale #cenefaremounaragione, succedaneo del più famoso #menefrego. Per tatuarsi #IoeroallaLeopolda è necessario il certificato di renzista antemarcia, rilasciato dal partito.
Gestori di file. Appurato con il grande successo di Expo che stare in fila otto ore rappresenta una gioia e un’occasione di socializzazione, si cercano animatori per file alla posta, in banca, al pronto soccorso, o per prestazioni varie. Se aspettate una Tac da trentadue anni, vi chiamerà ogni tanto questo entusiasta professionista, per ricordarvi che fate parte di una grande e gioiosa comunità: quelli che aspettano la Tac. Intervistati dai media direte: è bellissimo stare in fila per la Tac, si socializza! Si avvisano gli aspiranti gestori di file che lavoreranno in un call-center (mica che vi aspettate di diventare sindaco di Milano, eh!).
Citazionisti. La moda di inserire in discorsi e interviste fantasiose citazioni scende dal Massimo Vertice e arriva agli ultimi vice-assessori di provincia. Il paese ha bisogno di citazionisti, gente che sappia setacciare internet alla ricerca di frasi storiche da far dire al leader o ai “suoi”. Va bene tutto, dai baci Perugina a Fantozzi, dal filosofo nepalese al telefilm di moda (scusate: serie), da Kant a Franco e Ciccio. Roosevelt? Va bene! Il cantante Zucchero? Bene uguale! Purché la citazione sia sprezzante nei confronti degli avversari, oppure leggera, speranzosa e colma di fiducia se si riferisce al futuro e a chi lo realizza per benino. Non so, qualcosa tipo: “Il futuro è ciò che costruiamo”, frase di Tim Berners-Lee, che naturalmente non ho la più pallida idea di chi sia, e l’ho trovato su Wikipedia. Visto? È facile!

lun
2
nov 15

El premier, che figo! Crozza, Renzi e gli Inti-Illimani

Che poi, alla fine, il Caro Leader ha una visione, no?

Crozza nel paese delle meraviglie è un programma di Maurizio Crozza scritto con Vittorio Grattarola, Andrea Zalone, Alessandro Robecchi, , Francesco Freyrie, Claudio Fois, Alessandro Giugliano e Luca Restivo. Orchestra del Maestro Silvano Belfiore. La regia è di Massimo Fusi.

 

ven
30
ott 15

Dove sei stanotte, a Firenze!

Bene, il tour continua, eccetera eccetera. Sabato (alle 17, BiblioteCaNova Isolotto, Via Chiusi, 4/3 A) si parla di Dove sei stanotte con Daniele Bacci. Poi non dite che non ve l’ho detto, eh!

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mer
28
ott 15

Bello il telescopio: te lo taglio!

Fatto281015Come tutti i grandi viaggiatori da Marco Polo in poi, anche Matteo Renzi tiene un diario di viaggio, e la trasferta sudamericana offre spunti di racconto, riflessione, incantamento. E le stelle? Ah, le stelle, a chi non piacciono le stelle? Basti pensare che con quella parola “stelle”, un fiorentino minore d’altri tempi chiuse tutte e tre le parti della sua Commedia. Dico, non vorrete che un fiorentino maggiore come Renzi non si faccia affascinare dal cielo stellato, no? E infatti. Molto fotografata dagli addetti alla propaganda e molto celebrata da lui stesso medesimo, la visita ai grandi e meravigliosi telescopi dell’Eso (European Southern Observatory) a Paranal, nel deserto di Atacama, un centinaio di chilometri da Antofagasta, Cile. Lì in effetti il cielo è una cosa speciale, le stelle stanno a guardare e noi guardiamo loro con tecnologie avanzatissime. Insomma c’è tutto: un po’ di retorica celestiale, la tecnologia, gli Italiani in prima fila, l’orgoglio del Paese e tutto il campionario. E lui? Lui ci mette del suo, nella sua pagina Facebook che rilancia e racconta la sua odissea sudamericana. Testuali parole: “Vedendo a Paranal – la capitale dell’astronomia mondiale – i telescopi migliori del mondo che si immergono nell’abisso dell’universo dal cielo limpido del Cile e pensando alla dedizione con cui mani e cervelli, spesso in maggioranza italiani, li hanno voluti costruiti e usati penso a quanto grande sia il nostro Paese”. Bello. E poi Matteo Renzi ha anche cenato con alcuni giovani ricercatori per “sentire le loro storie e proposte”. Ce n’è abbastanza perché gufi patentati e disfattisti militanti vedano incrinarsi le loro certezze…  Insomma, stelle, l’abisso dell’universo (apperò!) e giovani ricercatori: la narrazione renzista non poteva trovare di meglio.
Dunque, con animo più leggero, dopo la lettura del diario di viaggio, ognuno può tornare alle proprie occupazioni, allegre o noiose che siano, come, che so, leggere la legge di Stabilità finalmente giunta al Senato. E proprio nella copia in pdf scaricata dal sito del Senato si può leggere (articolo 33, comma 18) che il ministero degli esteri e della cooperazione ha preso in mano le forbici per tagliare un po’ di finanziamenti. Dall’allegato 4, che rimanda all’articolo 33 comma 18 si può apprendere che all’Eso così celebrata verranno tagliati finanziamenti per un milione di euro nel 2016, un altro milione nel 2017 e un terzo milione nel 2018. Perbacco. E l’abisso dell’Universo? E i giovani ricercatori invitati a cena? Lo sapranno? L’Eso ha un bilancio intorno ai 130-140 milioni. L’Italia (membro dal 1982) ne sgancia più o meno quindici all’anno. Quindi tre milioni in meno in tre anni non sono poca cosa. La questione è semplice: la propaganda ci informa sulle sorti meravigliose dei nostri sforzi italiani e ottimisti di guardare l’Universo, la legge di stabilità taglia fondi e stanziamenti. Non male.
Naturalmente le stelle servono sempre. Renzi le usa, nel suoi diari di viaggio, anche per bacchettare i cattivi: “C’è un’Italia di cui essere orgogliosi, insomma. E non è l’Italietta delle polemiche di parte della politica o della comunicazione, vecchia e nuova. E l’Italia che è rispettata per il carico di civiltà che rappresenta e per la voglia di futuro che esprime”. Che belle parole! Matteo Renzi, come Marco Polo, scrive il suo “Milione”. Poi ne taglia tre in tre anni, di milioni, proprio al posto che va a decantare. E le stelle? Mah, le stelle stanno a guardare.

mar
27
ott 15

25 anni senza Ugo Tognazzi, il conte Mascetti, il Luciano Bianchi de La vita agra, il capo delle Br… Figu!

Venticinque anni fa moriva Ugo Tognazzi. Era il conte Mascetti, era quello de La vita Agra, era il capo delle Br… un sacco di cose. Qui c’è la sua figu. Buona visione.

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

mer
21
ott 15

Vietato imprecare come una volta: ora stare in coda è fighissimo

Fatto211015Un nuovo genere letterario si sta imponendo con grande successo: l’elogio della coda. Di colpo, dopo aver sentito bestemmiare in più lingue ogni volta che bisogna mettersi in fila anche solo per due minuti, ecco spuntare Oh! di ammirazione e applausi scroscianti a mezzo stampa. Fanno sette ore di coda per il padiglione Giapponese! Che bravi! Quattro per Padiglione Italia! Molto bene! Ora per spiegare questa tendenza, vediamo qualche tipo di coda e come lo storytelling corrente possa farla diventare gradevole.
Le code all’Expo. Trattasi di valutazione ideologica. Essendo diventata l’Esposizione Universale una disputa socio-antropologico-politica (la solita: furbi contro gufi), si è diffusa la furbata che l’Expo sia un successo sulla base dei biglietti venduti. E’ questo il motivo per cui da almeno un mese te li tirano dietro (il due per uno è il minimo, a volte sono veri e propri regali). Folle oceaniche, e code spaventose, salutate come la risposta della nazione al successo del grande evento. Dunque, si esalta la coda come sinonimo di successo (quattro ore! Sette ore! E giù battimani), mentre solitamente chiunque sta in coda è un po’ seccato dalla disorganizzazione che ha creato così tante code (su un flusso atteso, sbandierato, propagandato da mesi). Alcune prestigiose istituzioni come i parchi Disney, ma anche Gardaland, hanno risolto il problema alla vecchia maniera, cioè con la cara, intramontabile questione di  classe: se paghi di più salti la fila (si chiama fast-pass, o se preferite, Capitalismo, il ricco passa davanti al povero). Ma resta il genere letterario dell’elogio della coda (titolo di un grande quotidiano: “Rassegnati alla lunga attesa ma felici”), dove si scambia un disagio dell’utente pagante per garrulo entusiasmo.

Che la coda faccia pubblicità è noto. Ma solitamente – a differenza delle code all’Expo – i media ne parlano con malcelata ironia. La code per comprare il nuovo telefonino vengono stigmatizzate dai grandi pensatori dell’oggi come manifestazioni di ottusità popolare. E quando in un centro commerciale di Roma finì a botte per le offerte speciali, l’ondata di sdegno fu totale, qualcosa di simile a “come sono ineleganti questi poveri che si menano per una lavatrice in saldo”. Esistono servizi per evitare le code. In estate, durante i grandi esodi di vacanzieri, ci si affanna a mettere bollini rossi e neri sulle date a rischio, ad avvertire: occhio che se parti domani stai in coda. Con la logica dell’Expo bisognerebbe invece esultare: ehi, guarda che successo quest’anno le vacanze, il signor Gino ha fatto tre chilometri in sei ore, fico, eh! L’Italia riparte!
Tra le code famose dei giorni nostri ci fu quella dei turisti fuori dal Colosseo chiuso per assemblea. Per qualche giorno un’assemblea sindacale fu trattata come l’Armageddon, la piaga purulenta che frena la nostra crescita. Contemporaneamente, si chiudono al pubblico musei e regge per “eventi privati”, o incontri istituzionali, e sulla fila dei turisti fuori, esclusi, nessuna notizia.
Ora il pericolo è che questa divertente narrazione che stare in coda è bello e aiuta le sorti del Paese si trasferisca ovunque. Uno scenario tipo: Franca la coda per la mammografia è lunga due anni! Oh, che bello, Gino, vedi quanta gente vuole fare gli esami? E’ segno che il paese riparte, che c’è entusiasmo! Naturalmente anche lì c’è il fast-pass: se paghi la mammografia la fai domani. Dove si dimostra che le ideologie sono tutt’altro  che morte. Anzi, fanno la coda.

sab
17
ott 15

Sapete quando si dice: “come un editoriale?”. Ecco. Crozza e Verdini tassista

Diciamo così: una specie di “stato della nazione” visto da un taxi… guida Verdini…

Crozza nel paese delle meraviglie è un programma di Maurizio Crozza scritto con Vittorio Grattarola, Andrea Zalone, Alessandro Robecchi, , Francesco Freyrie, Claudio Fois, Alessandro Giugliano e Luca Restivo. Orchestra del Maestro Silvano Belfiore. La regia è di Massimo Fusi.

gio
15
ott 15

Primarie post coitum, l’idea vincente per il sindaco di Roma

Fatto151015Non avevano torto i romani antichi quando dicevano “la verità sta nel mezzo”. Lo capiscono bene i romani moderni: la verità sulle primarie romane del Pd sta da qualche parte tra “Una grande festa della democrazia” (tendenza Renzi 2013) e “Un’immane rottura di coglioni” (tendenza Renzi 2015). Per agevolare i lettori riassumiamo i principali punti del dibattito e le proposte finora emerse.
Primarie di coalizione. Buona idea, che serve al Pd per dimostrare che il candidato sindaco sarà del Pd (indicato da Matteo Renzi), ma facendo finta che lo vogliano anche gli alleati del Pd. Parte quindi una spasmodica ricerca di alleati del Pd disposti a un decisivo ruolo nella coalizione, tipo portare i caffè o lavare i vetri. Alle ultime primarie per il sindaco di Roma vinse Ignazio Marino, alla grande, relegando altisonanti nomi del partito a percentuali miserrime. Paolo Gentiloni, per dire, che appena il 15 per cento dei votanti voleva sindaco, fa oggi il ministro degli esteri, perché vincere le primarie da esterno del Pd porta molta sfiga (Marino), ma perderle malamente porta parecchia fortuna.
Primarie di ratifica. Idea renziana quant’altre mai: decidere chi le vincerà (lo deciderebbe Matteo Renzi) e solo successivamente indire le primarie. Qualche difficoltà tecnica: bisogna trovare un nome sicuro e un paio di pupazzi disposti alla figuraccia da comprimari (da premiare semmai dopo con qualche incarico, in separata sede, per il sacrificio), quindi incrociare le dita e sperare che il “nome sicuro” sia sicuro per davvero, sapendo che il Pd romano è oggi appena un po’ più litigioso della gang giovanili di Guatemala City.

Primarie di consolazione. Sarebbe finalmente una novità della politica italiana. Il sindaco lo sceglie Matteo Renzi – come tutto quanto il resto nell’Universo – e le primarie si fanno per il vicesindaco. Una figura che diventerebbe centrale qualora il papa, o i cardinali, decidessero di bastonare il sindaco in carica e di cacciarlo. E’ chiaro a tutti che in un posto dove il capo di uno stato straniero può licenziare il sindaco di una città, la figura del vicesindaco diventa preziosa (nel caso, suggerirei un vescovo).

Primarie post-coitum. Un po’ di fantasia! Un po’ di inventiva! Dove sta scritto che le primarie bisogna farle prima delle elezioni? Perché non farle dopo? Evidenti i vantaggi: la consultazione non interferirebbe con l’elezione del sindaco (un nome indicato da Matteo Renzi), ma servirebbe comunque a raccattare un po’ di moneta e a far sfogare quelli che si beano della frase “io l’avevo detto”. Altro inestimabile vantaggio: avendo già un sindaco, le primarie post-coitum sarebbero totalmente irrilevanti, risolvendo così il problema della “Grande festa della democrazia”.
Primarie apertissime. Come tradizione del Pd (inaugurata da Matteo Renzi), le primarie saranno aperte a tutti, cioè per decidere il candidato sindaco del Pd potranno votare anche i sostenitori di Giorgia Meloni, di Alfio Marchini, di Alemanno o dei nazisti dell’Illinois. E’ infatti storicamente provato che far votare la destra per decidere i candidati di sinistra sia il metodo migliore per l’affermazione di un renziano di stretta osservanza, se non addirittura di Matteo Renzi in persona. Comunque vada, sarà un successo.
Nel frattempo, si spaleranno un po’ di milioni su Roma per il Giubileo, da usare come propaganda modello Expo e poi dire: visto che bravi? L’equivalente degli ottanta euro annunciati prima delle europee e distribuiti subito dopo. Funziona.

ven
9
ott 15

Oggi (48 anni fa) moriva Ernesto Che Guevara. Qui c’è la sua figurina

il 9 ottobre di 48 anni fa veniva assassinato Ernesto Che Guevara. Sì, lo so, la retorica, le magliette, ma insomma… anche un po’ di rispetto e memoria. Qui c’è la sua figurina (andò in onda nella stagione di Figu 2010-2011)

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

gio
8
ott 15

Coraggio, tutti insieme appassionatamente verso i primi del 900

Fatto081015E’ passato un annetto giusto giusto da quando il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi emetteva il suo sfumato giudizio: “Il governo Renzi realizza tutti i nostri sogni”. Il problema è che da allora l’attività onirica di Squinzi, Confindustria e imprenditori italiani è stata frenetica: la logica prevalente è quella che se si aiutano i padroni (uh, parolaccia), si aiutano anche i loro dipendenti, un sillogismo piuttosto bislacco, a dire il vero, ma accettato come un dogma. Così, per fare un esempio, mentre si mascherano i tagli alla sanità con una variante del Comma 22 (non ti pago gli esami se non sei grave, ma per sapere se sei grave devi fare gli esami), si annunciano tagli alle tasse sui profitti d’impresa. I famosi vasi comunicanti, solo che comunicano in un verso solo: dal pubblico al privato, dal welfare al profitto, dai tanti ai pochi, dal basso all’alto della piramide sociale.
Chissà se prende qualcosa, pillole, gocce, per sognare tanto, ma insomma, sta di fatto: il padronato italiano ha ora un nuovo sogno e il governo si accinge a realizzarlo. Per la verità non è un sogno nuovissimo ma un vecchio pallino: “superare” il contratto collettivo di lavoro e lasciare che ogni azienda se la veda da sé nelle vertenze sui rinnovi contrattuali. Contestualmente, si dovrebbe varare il salario minimo, cioè una linea di semigalleggiamento sotto cui non sarà possibile andare (né campare). Ora, per tradurre in italiano: l’operaio metalmeccanico (poniamo) della piccola media azienda non potrà più contare sulle lotte comuni e condivise di tutti i metalmeccanici, e quindi su una forza poderosa per sostenere le trattative, ma dovrà vedersela col singolo consiglio di amministrazione. Non è difficile immaginare, dunque, che il potere contrattuale penderà clamorosamente dalla parte degli imprenditori ed è piuttosto fantascientifico immaginare che l’operaio di una piccola azienda di Crotone avrà un domani gli stessi diritti (e lo stesso stipendio) di un collega che lavora in una grande fabbrica del Nord. Dal punto di vista tecnico-economico si tratta di una nuova rapina ai danni del mondo del lavoro, dal punto di vista storico-culturale è invece il definitivo omicidio di concetti come unità dei lavoratori, l’unione fa la forza, uniti si vince eccetera, eccetera, tutte cosucce che ingombrano il disegno thatcheriano in corso.
I narratori delle gesta renziste si affanneranno a dire che – wow! – arriva il salario minimo, e lo venderanno come progresso e cambiaverso in una selva di hashtag osannanti, il che rappresenta, ovviamente una fregatura parallela. Perché tra poco, per essere in regola, basterà offrire ai lavoratori un salario minimo appena sufficiente a campare, e tutto il resto (il salario accessorio) dipenderà dai risultati, dalla disponibilità (straordinari, festivi, notti, doppi turni, obbedienza). Insomma, a farla breve, dalla discrezionalità di chi guida le aziende, con le ovvie e prevedibili ricadute in termini di ricatto economico: fai così o prendi due lire, ubbidisci o ripiombi in un lumpenproletariat da inizio secolo. Riassumendo: sei demansionabile (Jobs act), licenziabile a costi risibili (sempre Jobs act), i tuoi diritti sono determinati dall’umore del datore di lavoro, il tuo salario è variabile a seconda di come ti comporti, e tra poco si metterà mano a una restrizione del diritto di sciopero. Niente male, per un governo – destra e sinistra Pd, Ncd, sor Verdini e compari – che si affanna a dire a tutti che è “di sinistra”.

ven
2
ott 15

La cultura torna al centro, sì, ma del mirino

Fatto021015Il deputato Pd Michele Anzaldi, intervistato da questo giornale, ha fatto una sua speciale critica televisiva alla scaletta di un talk show. Nei cahiers de doléances di Anzaldi sono finiti – mischiati a varie vittime civili, diciamo così – anche due scrittori: Nicola Lagioia, recente premio Strega, accusato di “dire che in Italia fa tutto schifo” (reato federale!) e Roberto Saviano, definito “deprimente”. Non si tratta di avversari politici a cui contestare minutaggi di esposizione mediatica o passaggi televisivi. No, si tratta proprio di una contestazione nel merito degli argomenti, un dissenso sui contenuti, si sarebbe detto una volta: di un attacco ideologico. E’ un classico del nostro tempo: dire che va tutto male, o anche solo negare che tutto sia bellissimo e in via di cambiaverso, o (peggio!) essere deprimenti, è considerato antinazionale, forse antipatriottico, certamente antigovernativo e sconveniente alle magnifiche sorti e progressive che sarebbe opportuno – in attesa che diventi obbligatorio – decantare.
In un Paese dove gli scrittori contano poco e sono ascoltati pure meno,  criticarli per loro opinioni sembrerebbe un controsenso, un esercizio sterile. Eppure, nell’era della narrazione renziana è comprensibile che finiscano nel mirino proprio i narratori, considerati concorrenti in grado di narrare meglio, e più realisticamente, l’epoca dell’ottimismo, della volta buona, dell’Italia che riparte e di tutta la retorica boriosa e trionfalistica che ci viene consegnata ogni giorno. Nulla che si opponga allo storytelling corrente (stupiamo il mondo, saremo più forti della Germania, crediamoci, coraggio, rimbocchiamoci le maniche, basta con piagnisteo, attacchiamo la Kamchatka!) verrà risparmiato, fossero anche i poveri scrittori che nella scala dell’opinione pubblica contano meno di uno spot di Eataly (a meno che non lo scrivano loro).
Il prode Anzaldi non è un fulmine isolato. Un altro scrittore, Erri De Luca, è a processo per un reato d’opinione, accusato di aver fomentato rivolte contro interessi superiori, quelli della Tav. Un altro scrittore, Stefano Benni, ha rifiutato un prestigioso premio dicendo chiaro e tondo che non lo avrebbe ritirato dalle mani di un ministro della cultura di un governo che la cultura la calpesta spesso e volentieri. Alla risposta piccata del ministro Franceschini, irta di numeri e soave burocrazia, Benni ha risposto da par suo, con ironia sottile: segno che un buon narratore non accetta narrazioni precotte e, tra l’altro, identiche da decenni. Ma resta il fatto: siamo vicini a quella speciale critica letteraria che fanno i regimi: scrittori, siete disfattisti, e “deprimenti”, remate contro, non vi adeguate. Ancora una volta, sottotraccia, c’è la vecchia storia dei “cattivi maestri”, mentre si dichiara che sarebbero graditi solo maestri buoni, certificati, con il timbro e la garanzia di non disturbare i lavori in corso. Non si tratta, per una volta della solita battaglia tattica per il controllo dei media, due minuti a me, due minuti a te, ma di una vera indicazione d’intenti. Il “deprimente”, il “sabotatore”, quello che dice “va tutto male”, quello che non ritira il premio per polemica, e chissà quanti altri scrittori che non seguono l’onda, risultano esplicitamente sgraditi, e questo senza che il mondo della cultura abbia molto da ridire. Forse è questo il “rimettere al centro la cultura” di cui si parla tanto. Al centro del mirino. E s’avanzi, tra gli applausi, l’intellettuale “comodo”.

mer
30
set 15

Il lanciafiamme è pronto, Iacona e Giannini sono attesi al confino

Fatto300915Chissà chi è il senatore del Pd (“non voglio comparire”) che ha detto a Fabrizio Roncone del Corriere: “Sappia che a RaiTre, tra un po’, entreremo col lanciafiamme”. Parole ben scelte, comunque (complimentoni), rispetto alle quali le uscite del governatore De Luca (”camorrismo giornalistico”) sembrano un paterno rimbrotto. Sono passati ventun anni da quando (marzo 1994) Silvio Berlusconi disse “In Rai non sposterò nemmeno una pianta”, e appena un paio, anche meno, da quando Matteo Renzi twittava: “Via i partiti dalla Rai”. Forse intendeva: gli altri. Ora aspettiamo, come dice il senatore anonimo, l’irruzione col lanciafiamme, e intanto mettiamo un po’ d’ordine nella geografia del futuro confino. Iacona potrebbe finire a Ventotene, dove già andò Pertini, e per Giannini di Ballarò consiglierei Lipari. Si fidi, Giannini, Lipari non è male: Nitti, Lussu e Carlo Rosselli riuscirono a scappare in motoscafo e a raggiungere avventurosamente la Francia, e così speriamo di lei. A qualcuno toccherà Ustica, ma come si sa sono disponibili anche le Tremiti e Ponza, dove furono ospitati Nenni, Terracini e altri, che nemmeno lavoravano al Tg3, manco alla cronaca locale. E non è detto poi che ci si fermerà a una rete, perché l’attacco ai talk show (per esempio) è globale e riguarda tutte le reti tranne quelle più smaccatamente governative, cioè le reti Mediaset. Come si sa, meglio Rambo, che almeno è un tipino a modo, e in un film solo può ammazzare fino a trecento gufi.
Cosa si rimprovera al Tg3 e a tutta la Terza Rete, tradizionalmente frequentata da un pubblico di “ceto medio riflessivo” (traduco: vagamente di sinistra, presumibilmente elettore Pd) è presto detto. E anzi scolpito nel marmo dalle parole di un deputato Pd che siede in Vigilanza Rai, Michele Anzaldi: Rai Tre e il Tg3 “non hanno seguito il percorso del Partito Democratico, non si sono accorti che è stato eletto un nuovo segretario, Matteo Renzi, il quale poi è diventato anche premier”. Chiuse virgolette.
Distratti forte, eh! Dunque si certifica che “Fuori i partiti dalla Rai” era una battuta da avanspettacolo, piazzata tra i boys che scendono le scale e la gara di barzellette, e che il servizio pubblico dovrebbe seguire non solo la spartizione politica, ma addirittura quella correntizia, e mutare al mutare del segretario di un partito. Accidenti, che lavoraccio. E che del resto un simile pensiero sia condiviso nel partito renziano al governo è un dato di fatto: solo un paio di timide voci si sono alzate dal Pd per criticare l’attacco di De Luca, e per il resto silenzio di tomba. La macchina della propaganda, immobile o distratta: non una riga dai guru della comunicazione, non si pretende di condanna, ma almeno di perplessità e prudenza.
La guerra è dichiarata, insomma, e il terreno su cui si combatte è quello della “narrazione” renziana: chi la contrasta, e anche propone un’altra visione dei fatti, o semplicemente li racconta e li commenta senza ascoltare troppo gli ordini di scuderia, finisce nel mirino. Oltre al confino, urgerà ridisegnare i palinsesti, invitare nuovi ospiti preventivamente autorizzati, scegliere con cura gli argomenti. Suggeriamo qualche titolo per le future inchieste: “Abbondante vendemmia del Barolo grazie alle riforme di Matteo Renzi”, o “L’acqua su Marte! E poi dicono che le riforme di Matteo Renzi non servono!”. Lo spazio dei commenti – roba vecchia, di sinistra – potrebbe essere dedicato agli applausi, o a canti e coreografie in onore dell’Italia che riparte. Dovesse alzarsi qualcuno a protestare, le batterie di siluri contro il sindacato o la “casta” dei giornalisti sono piazzate, cariche, pronte a sparare. Tranquilli, la guerra sarà breve: tutto dovrà essere spianato in tempo per le elezioni politiche e per un eventuale ballottaggio. Il lanciafiamme è carico. Buona visione.

lun
28
set 15

Senti come parla: parole afflitte da renzismo

Fatto280915In principio fu: “Arrivo, arrivo!”. Un tweet di burbanzosa, garrula, giovanile allegria lanciato dalle stanze del Quirinale, mentre stava ancora a colloquio con Giorgio Napolitano. Il paese fuori che aspetta, giornalisti e telecamere, lo sgarro a Enrico Letta appena consumato con abile manovra di Palazzo, e oplà: Matteo Renzi che fa il ragazzino. Visibilio. Da allora – era il 21 febbraio 2014 – l’immagine di Matteo ha fatto qualche giravolta, segnato qualche novità e tanti voti di fiducia senza che nessuno facesse un fiato, Napolitano, per dire, aveva sgridato Monti per molto meno. Mattarella non pervenuto.
Era un altro Renzi, lo dice lui stesso (giugno 2015) quando fa il discorsetto del “Renzi uno e Renzi due”, ma intanto sono cambiate molte cose, e tra queste l’ordine del discorso renziano: parole, trucchetti, pause, calembours, figure retoriche. Di gufi e rosiconi si è detto fino alla nausea: il buono che fa, i cattivi che remano contro, un dato saliente della narrazione renzista, l’anticamera dialettica del vecchio, caro “Non mi lasciano lavorare”, un allontanamento delle responsabilità da se stesso che ricorda Jessica Rabbit, “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Chi? I gufi.

Si perdoni la citazione “bassa”, ma, per così dire, mi adeguo al pop-speaking del premier frou-frou, quello che sulla legge elettorale diceva “Se nonRENZIfatt01 va bene chiamate Goldrake” (gennaio 2014), che citava Mazinga, che mischiava Tarantino e Disney (“Non penso di essere Mr. Wolf, ma neanche Paperoga”, ottobre 2014). Quello che, addirittura, se la prendeva con i Simpson (ottobre 2013) che parlavano di corruzione italiana, roba da matti, e questo ben due anni prima di attaccare i talk-show cinici e bari: Bart e Omer come Floris e Giannini.
E per chi non gradisce, o non capisce, il pop spinto dei cartoon c’è sempre l’uso à la carte della citazione raccattata qui e la, va bene tutto, La Pira e Samuele Bersani, Clint Eastwood e Giliola Cinquetti (citò “Non ho l’età…”, nel discorso di insediamento al Senato, il 24 febbraio 2014), o statisti, o filosofi, scelti alla bisogna, copiaincollati da Wikipedia.
Ma questa è la superficie. A scavare un po’ si arriva presto a quello che Pierre Bourdieu chiamava “linguaggio autoritario”, cioè parole che si impongono per la loro stessa forza, senza bisogno che i contenuti le confermino o le sorreggano. Frequente quindi l’uso della figura retorica della paronomasia. Tranquilli, niente di complesso: si tratta di accostare parole simili per fonetica e lontane per significato. “Un partito pensante e non pesante”, oppure “esistere, non resistere”, “La Ue non si può solo commuovere, si deve muovere”, fino al mirabolante “Non tramo ma non tremo”, spettacolare parodia involontaria (?) del mussoliniano “Marciare, non marcire”. Chapeau. Erano quelli che Maurizio Crozza, forse il più attento osservatore delle modalità del linguaggio renziano, chiamava “I renzini… le praline dell’ovvio”. Ma che tanto ovvie non sono. C’è infatti, dietro quei giochi di parole degni di un enigmista pazzo, la volontà di lasciare un segno a prescindere dal contenuto. Un segno di forma, come il finale di una barzelletta. Perché con tutta la pretesa di “disintermediazione” (“Matteo parla al Paese, non ai giornali”) c’è invece la pretesa di fare addirittura i titoli, dei giornali, dettandoli con la frasetta a effetto, regalando quello che i vecchi cronisti chiamavano “il punto-titolo”. Una velina pubblica, insomma, parallela alle veline private che iniziano con “Renzi ai suoi…”.

RENZIfatt02E così si potrebbe continuare. Il “noi” ostentato e reiterato, anche se non si capisce mai bene noi chi (noi Pd? Noi ggiovani? Noi del governo? Boh…), purché ci sia un “loro” fatto di cattivi. E poi il vecchio giochetto di personalizzare il discorso, per cui non “gli insegnanti” o “i docenti” (generico, impersonale), ma “Chi quotidianamente va nelle nostre classi…”. I precari che diventano Marta… Insomma, trucchetti.

Ma poi si fa difficile, alla lunga, distinguere gli stilemi dalle ossessioni. E qui troviamo sempre più spesso un Renzi ultimativo e volitivo, burbero e decisionista: di Bettino gli mancano solo le mirabili pause nell’eloquio, e il resto c’è tutto. L’uso smodato del “mai più”, per esempio. Un punto esclamativo che sottolinea ora frementi ultimatum, ora semplici speranze. “Mai più inciuci o larghe intese” (detto da lui… giugno 2015). “Mai più rimborsopoli” (marzo). “Mai più ultimi nella cooperazione internazionale” (settembre). “Mai più cultura ostaggio dei sindacati” (attacco ai lavoratori del Colosseo). Sembra di vedere il mascellone che sporge dall’elmetto. Il che fa scopa, per dire, con l’uso dell’intimazione e dell’ordine imperativo: “Basta con…”. E anche qui è un florilegio notevole: “Basta con il derby ideologico sulla giustizia” (giugno 2015), “Basta con il ping-pong Camera-Senato” (aprile). “Basta con l’impunità negli stadi” (maggio), persino l’autografo a un esponente della Coldiretti, all’Expo: “Dal 2016 basta Imu!”. I media rilanciano estasiati. E poi, ovvio, tanto per tenere insieme l’imperativo categorico e i gufi: “Basta con chi protesta e non fa nulla per cambiare”.
E’ un gioco facile, un ribaltamento, perché siccome da che mondo è mondo a dire basta è chi si oppone, chi protesta, lui compie l’astuto testacoda: il responsabile del governo del paese dice un sacco di “basta!”, giocando così il ruolo del potere e, insieme, quello di intransigente oppositore. Essere al contempo quello che decide e quello che protesta, insomma: il suo sogno, il partito – o il leader – che tutto contiene, proposta e protesta, il discorso della Nazione prima ancora del Partito della nazione.
Ma qui arriva il culmine: cosa dà fastidio veramente? Cosa c’è nel mirino del discorso renziano? Semplice: la complessità. Il discutere, il riflettere, il pensarci, considerato un imbelle perder tempo. E’ qui che l’ordine del discorso renziano diventa, più che autoritario, quasi violento. “I professoroni” “I professionisti della tartina” (maggio 2014). E’ vero, c’è in queste frasi una vecchia tradizione del potere italiano, dal “culturame” evocato da Scelba agli “intellettuali dei miei stivali” di Bettino buonanima. Ma c’è anche di più: c’è l’insofferenza per il dialogo e la discussione. “Basta con i convegni sul lavoro, le cose da fare le sappiamo”, dice a Napoli in giugno; “Basta con le discussioni interne”, dice a Milano chiudendo la festa dell’Unità in settembre. E’ un leit-motiv ricorrente che ha sempre – implicita o esplicita – la sua chiosa paternalista: discutiamo, va bene (detto con sopportazione), ma poi si decide (punto esclamativo). Che, tradotto, significa: discutiamo finché volete purché alla fine si faccia come dico io. Così sulla scuola: “Sentiremo tutti”, “Una grande campagna di ascolto” (poi pose la fiducia). Così sulle riforme: “Si dialoghi, ma alla fine vince il sì”. Fino a titoli esilaranti nella loro contorsione semantica come “Apre al dialogo ma esclude modifiche”, che è come dire: dammi cento euro, dialoghiamo, discutiamo, confrontiamoci, basta che alla fine mi dai cento euro.
Democrazia, per carità, ma non esageriamo, che si perde tempo.

mer
23
set 15

Per cortesia Briatore, spiegaglieli tu a Renzi&C. i diritti dei lavoratori

Fatto230915“Se siete in cerca di guai siete nel posto giusto”, diceva Elvis Presley durante i concerti, e il posto giusto è stato, per qualche giorno, il Colosseo. Niente belve feroci – da mo’ – ma lo spettacolo circense sì, una vera sagra di bugie e furbizie truffaldine, pardon storytelling, con annessi e connessi. La vicenda è nota e non mi dilungherò: un’assemblea sindacale (convocata con tutti i crismi della legge), nessuno che avverte, due ore e mezzo di ritardo sull’apertura e turisti in attesa, fino al ministro Franceschini che sbotta “ora basta” e si fa saltare il tappo, e Matteo che lo segue a ruota, ribaldo e craxistico come sa essere lui quando c’è da picchiare i lavoratori. E va bene, tutto noto. Noto anche (la cosa viene fuori piano piano durante il week end) che i lavoratori in assemblea non vedevano loro soldi, legittimamente guadagnati, da più di un anno. E va bene anche questo, è così che si scatenano le guerre: tensione prima, incidente abilmente sfruttato poi, e subito partono i missili, un decreto d’urgenza in consiglio dei ministri.
Effetti collaterali. Esilarante il tweet di Flavio Briatore che ricorda al governo “più di sinistra degli ultimi trent’anni” (cfr. Renzi, febbraio del 2014) che “i dipendenti devono essere pagati”, ma va? E sul sottosegretario Barracciu che parla di “reato” e poi si corregge con “reato in senso lato” cali pure un velo pietoso.
Ma passiamo ai dettagli, dove si annida il diavolo. Il primo, decisamente divertente: per sostenere la tesi del “danno al paese” e dei “lavoratori che non amano l’Italia”, l’attesa di due ore dei turisti fuori dal Colosseo è diventata una specie di tortura cinese. A sentire i raccontini populisti-renzisti (pardon, storytelling), era una moltitudine piagata dal sole, moribonda, afflitta, sul punto di accasciarsi. Sarà. Peccato che poi giri la pagina del giornale e trovi il grande vanto italiano: le ore di coda all’Expo, dove i turisti sotto il sole per quattro ore sono invece garruli e felici di partecipare all’evento. Insomma, c’è coda e coda: intollerabile quella dovuta ad assemblea sindacale (vergogna! Puzzoni! Nemici dell’Italia!) e invece benedetta e trionfale quella al ristorantone sulla tangenziale (420 minuti di coda! Successo! Hurrà!). E va bene. Per non dire quando monumenti come Ponte Vecchio a Firenze furono chiusi per consentire feste private a maggior gloria del made in Italy: in quel caso i turisti in coda – perdonate il francesismo – non se li cagò nessuno.
Altro dettaglio notevolissimo, e non meno esilarante, l’impennata di provincialismo: vero testacoda. Perché la narrazione corrente dei renzisti è che bisogna smetterla di dire che qui non funziona niente, e che nel resto del mondo va tutto bene. Insomma, piantiamola di buttarci giù! E invece nel caso specifico, contrordine compagni, lo storytelling imponeva di dire che qui si trattano male i turisti con scioperi e assemblee, e nel resto del mondo no. Notevole autogol: il sottosegretario Scalfarotto, che ironizzava sui “famosissimi scioperi del Louvre”, negandoli con sarcasmo, è stato sommerso da ritagli di giornale, titoli, cronache pescate su Google. Eh, già, dannazione, dal Louvre alla National Gallery, dalla Tour Eiffel, al museo nazionale di Edimburgo, si scopre che tutti, prima o poi, scioperano lasciando i turisti fuori (proprio ieri il parigino Musée d’Orsay), e nessun governo tuona che i lavoratori non amano la Francia, o la Gran Bretagna, o la Scozia, o… Provincialismo e tristezza. Tristezza segnalata in aumento quando si vanno a vedere gli investimenti sulla cultura: l’Italia è ultima in Europa, spende l’1,1 per cento del Pil, la metà della media europea, peggio della Grecia (1,2). E nessuno che sbotti indignato: ecco! Non amate l’Italia! Ora basta!

mar
22
set 15

Dove sei stanotte, nuove date (e si mangia pure!)

Ehilà! Rieccoci con un paio di appuntamenti con Dove sei stanotte… Venerdì sera (il giorno 25, alle 20.30) si mangia, finalmente! Nel senso che alla Cascina di Mattia (che sta a Cantù, in via Ovidio 32) si terrà una “cena con l’autore” (che sarei io, eh!). Dicono che il menu sarà ispirato al libro  e… vabbé… nel caso qualcuno voglia osare, la locandina è qui.
Sabato sera, invece (il 26… uff, devo dirvi tutto!), al Castello di Masnago (Varese), nell’ambito di “Week end in giallo” si parlerà di gialli, noir, cronaca nera e altro. Chiacchiere dalle 19, poi dibattito. Titolo: sbatti il mostro in prima pagina… (la locandina è qui). Insomma, on the road again, eccetera eccetera…

DoveseiSambe

gio
17
set 15

Siamo l’ultimo paese blairista, ma anche borbonico e filo-unno

Fatto170915Vorrei pubblicamente ringraziare Jeremy Corbyn per il servizio reso alla politica e all’informazione. No, non alla politica e all’informazione britanniche (questo si vedrà) ma a quelle di casa nostra. Grazie per aver rivelato ancora una volta come tutto quanto – ma proprio tutto, dallo sbarco sulla luna e pure prima – venga distorto e reso caricatura se visto da qui, provincialissima provincia, periferia dell’impero. Le ironie sul “papa straniero” sono già state fatte, ogni volta identiche. C’è una sinistra culturalmente ostaggio di un centro-centro-centro-sinistra che ogni volta si innamora perdutamente di chiunque sappia fare la sinistra meglio di lei. E prima Zapatero, e poi Tsipras, e ora Corbyn. e così via, forse aspettando un leader socialista in Kamchatka o alle isole Fiji, in modo che il pellegrinaggio sia più esotico e avventuroso. E vabbé. E poi ci sono tutti gli altri: grandi giornali e leader moderati, renzisti di prima, seconda, terza generazione, Blairisti rinati del Settimo Giorno, e tutto il resto. Va da sé che mister Corbyn non c’entra niente, è solo un detonatore. E’ come se, incapace di affrontare in modo autonomo il dibattito ideologico (uh, parolaccia!) tra le varie sinistre possibili, ci si aggrappi a chi, ovunque nel mondo, quel dibattito lo pratica nei fatti.
Una grossa mano, a mister Corbyn, l’ha data Tony Blair, certo. La sua dichiarazione agli iscritti del Labour (“Anche se mi odiate non votate per lui”) è stata una specie di benedizione: ai laburisti inglesi sta talmente sulle palle Blair per come li ha snaturati che avrebbero votato chiunque pur di seppellire una volta per tutte il suo fantasma cinico e traffichino. Qui da noi, invece – l’unico angolo del mondo in cui c’è gente che si dice ancora blairista (che è un po’ come dirsi Borbone, o filo-uno) – è partita la sistematica distruzione del personaggio Corbyn. Passi per i renzisti di stretta osservanza. La loro narrazione è semplice e lineare, in qualche modo coerente: vincere è l’unica cosa che conta, per vincere bisogna essere destra, quindi Corbyn non vincerà (sottotesto: noi sì). Un sillogismo di prima figura che li fece sentire tanto furbi già al liceo.
Con Corbyn c’è qualche variante. Intanto (successe già con Tsipras) si fa grande uso della formula “estrema sinistra”, il che è assai rivelatore: siamo così poco abituati a leader che dicono cose di sinistra che quando ne vediamo uno dobbiamo dargli del pericoloso estremista. E populista, va da sé, che è ormai l’insulto standard per chi non va in deliquio ai tweet (quelli sì, populisti) di Matteuccio nostro. In Gran Bretagna, il primo ministro definisce il capo del Labour “pericoloso”. Hurrà! Era ora: che il leader della sinistra sia “pericoloso” per la destra pare una boccata d’aria fresca, oppure – a seconda delle angolazioni – un vento gelido, per un paese come l’Italia dove un leader di “sinistra” capo del governo è considerato una risorsa e un toccasana da Verdini, Cicchitto, Berlusconi, Confindustria, più Fede Emilio, parlandone da vivo. Corre a rinforzo la grande stampa: Corbyn si veste male. Corbyn non mette donne nel suo governo-ombra (falso, ma tant’è). Aspettiamo con apprensione “Corbyn posteggia in seconda fila” e “Corbyn si lava i piedi solo al giovedì”, sempre temendo l’attacco frontale: “Corbyn non fa la raccolta differenziata”. Per “Corbyn non sa l’inglese” e “Corbyn ruba nei supermercati” è presto, ma chissà, forse aspettano un sms che inizia con: “Renzi ai suoi”.

lun
14
set 15

Oggi Pier Vittorio Tondelli compirebbe sessant’anni, qui c’è la sua figurina

Pier Vittorio Tondelli oggi avrebbe sessant’anni. Gli auguri non gli servono, ricordarlo (e leggerlo) sì. Qui c’è la sua figurina

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

ven
11
set 15

Oggi Kaiser Franz compie 70 anni, qui c’è la sua figurina

Oggi Franz Beckembauer compie 70 anni, è uno chje ha vinto parecchie cose, e qui c’è la sua figurina

 

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

gio
10
set 15

Benvenuti profughi per le pensioni dei figli dei nostri figli

Fatto100915Siccome non smette un attimo la furiosa gara alla rottamazione del Novecento – miti, ideologie, simboli, bandiere – per una volta si può davvero gioire per un oggetto che dimostra, finalmente, la sua poderosa inutilità. Prima dei peana per la signora Merkel e delle pive nel sacco di razzisti e xenofobi europei di fronte al sussulto umanitario, va notata una cosa: il filo spinato – scusate il francesismo – non serve a un cazzo. Questa icona del Novecento, questa barriera per uomini considerati animali, questa difesa fisica che serve a non far scappare o a non far entrare, se ne va tra gli sberleffi di chi l’attraversa e la gioia di chi non la voleva costruire. A guardarla in timelapse, con le immagini accelerate, la recente vicenda ungherese sembra davvero un film di Ridolini: prima il grande sforzo di costruire barriere in acciaio uncinato, e poi, questione di minuti, il suo tsunamico superamento da parte delle moltitudini. Ecco fatto, i simboli contano, ma le azioni che li fanno a pezzi contano di più: un continente che ha festeggiato la caduta del muro di Berlino doveva già saperlo, ma insomma, repetita juvant.
Ora, naturalmente, saranno liberissimi i razzisti europei di aggrapparsi à la Salvini, a qualche fatto di sangue, a qualche disfunzione del sistema, con la patetica pretesa di combattere la Storia con la cronaca nera, ma sarà come svuotare il mare con un cucchiaio, auguri. Il fatto è che superando il concetto di filo spinato – se veramente si farà – l’Europa importerà il suo futuro. Ma sì, certo, ovvio, anni e anni di politica europea sconclusionata, litigiosa, dissociata e miope ci hanno insegnato che le frasi a effetto lasciano il tempo che trovano. Nessuno è straniero, benvenuti, restiamo umani, eccetera eccetera, sono belle parole che scaldano il cuore, ma poi la palla passa inevitabilmente ai fatti. E i fatti dicono che domani, nel 2050, se si tenesse teso il filo spinato intorno alla fortezza, in Europa ci sarebbero due lavoratori per ogni pensionato: semplicemente impossibile da sostenere. E dunque, anche se ci piacciono molto gli attestati di umanità che ci attribuiamo e attribuiamo ai governi e leader improvvisamente illuminati, per una volta ci piacciono di più le analisi macroeconomiche. Qui, nella vecchia Europa, servono urgentemente almeno duecento milioni di lavoratori nel prossimo mezzo secolo. Una cifra che gli anziani e sazi europei non raggiungerebbero nemmeno mettendosi a figliare come conigli. E dunque le braccia e le teste e i cuori che passano il filo spinato ungherese, le onde del canale di Sicilia, le barriere tra Ceuta e Gibilterra, ci servono come il pane, o meglio, se è lecito il paradosso, ci servono per avere pane anche domani. Mi rendo conto che gli studi dell’Ocse, le cifre di Bloomberg, le analisi degli economisti e dei ricercatori possano togliere poesia e letteratura alla retorica dell’accoglienza e forse darle una patina di cinismo. Ma meglio così: è risaputo che l’egoismo funziona più dei buoni sentimenti e dunque egoisti di tutta Europa unitevi, accogliete migranti e rifugiati se volete mantenere tra qualche decennio una parvenza di stato sociale, per voi e per loro. Per avere nei prossimi trent’anni duecento milioni di nuovi europei serviranno scuole, case, ospedali, servirà tutto e bisognerà costruirlo. E quindi insieme alle loro speranze e ai loro bambini, migranti e rifugiati ci portano pure l’unica cosa che serve davvero: un New Deal europeo per il ventunesimo secolo.

gio
3
set 15

Il lavoro manca e i Beatles sono finiti: la colpa è sempre dei sindacati

Fatto030915Ma per quanto possa piacere la nostalgia, il ricordo del tempo passato, il piccolo tepore della rimembranza, diciamolo una volta per tutte: nemmeno Proust si sarebbe mangiato una petite madeleine vecchia di sessant’anni. E invece ora eccoci qui, immersi nella turbo modernità postideolgica, produttivista e “di sinistra”, a masticare biscottini vecchi di oltre mezzo secolo. Uno per tutti, quello sfornato da Giorgio Squinzi, boss di Confindustria, a proposito dei sindacati che sarebbero “un fattore di ritardo, che ha fatto tardare tanto l’ammodernamento e l’efficienza complessiva del Paese”. Ah, il vecchio sapore delle cose di una volta! Come tornare bambini. Io imparavo ad andare in bici e già si diceva “è colpa dei sindacati”. C’era il boom economico e comunque era colpa dei sindacati, poi la crisi petrolifera mondiale ed era colpa dei sindacati. Poi venne un’era di latte e miele: l’economia tirava, c’era il sor Bettino e giravano mazzette come coriandoli a capodanno e, niente… era colpa dei sindacati. E così tra alti e bassi, eccoci qui nell’anno due dell’era renzista, dove tutto luccica di speranza e belle frasette a effetto e: indovinate? È colpa dei sindacati. Lo scioglimento dei ghiacciai e quello dei Beatles, l’immigrazione interna e le crisi cicliche del capitalismo, le ristrutturazioni e i licenziamenti di massa, i Righeira, la disoccupazione giovanile al suo picco storico e siamo ancora lì. E che la frase più stantia della politica italiana di sempre venga poi pronunciata tra gli applausi alla festa dell’Unità è anche quello un buon contrappasso: veniamo da lontano, andiamo lontano, poi c’è ‘sto curvone a U, parabolico, che ci riporta lì, alla maggioranza silenziosa, alla marcia dei quarantamila, al dottor Romiti, a la Malfa e Malagodi.
Si dirà che il classico va sempre, che la giacca blu e la frase “è colpa dei sindacati” non tramonteranno mai. Si dirà anche che ora si apre una stagione di rinnovi contrattuali, e che quindi la formuletta torna di moda per motivi tattici. E si dirà anche che una classe imprenditoriale che in questi anni (tutti questi anni) ha dato il peggio di sé – l’altra metà della corruzione, dove la mazzetta è l’anello di congiunzione tra la politica e l’impresa – se la cava con i saldi, indicando un capro espiatorio: il solito.
Eppure c’è anche qualcosa di inedito. Ai “nuovi” che secondo Squinzi “realizzano tutti i nostri sogni” (ottobre 2014) di sogno ne sarebbe sfuggito uno: quello di calpestare i sindacati. E Squinzi poderosamente lo ricorda proprio alla loro festa, quella che una volta era un appuntamento per l’orgoglio dei lavoratori e oggi pare una piccola Leopolda dove si teorizza che i diritti sono una seccatura che rallenta. Non è il luogo comune che stupisce (niente è meno sorprendente dei luoghi comuni) ma la sua nuova declinazione. Se il blairismo proseguiva il lavoro della Thatcher marciando sulle macerie del concetto di protezione sociale, qui i poveri gestori dell’esistente devono fare due lavori insieme: devono fingersi Blair (che già…) e agire da Thatcher, difendere il nome della sinistra nel logo della ditta (che già…) e intanto fare la faccia dura di Margaret. Un lavoraccio. A chi chiedere appoggio? A che affidare un pezzettino della narrazione antioperaia? Ma naturalmente agli imprenditori, santificati negli ultimi anni come salvatori della patria che poi, siccome la patria non si sta salvando per niente, puntano il dito contro altri. Facile. Elementare. Si fa da sessant’anni, perché cambiare?

mer
26
ago 15

Anch’io ho la mia ricerca: le coppie omosessuali non vincono mai al Lotto

Fatto260815Solenne promessa: non parlerò del meeting di Rimini, di Cl, degli applausi a Renzi. Cioè, volendolo fare basterebbe fotocopiare gli articoli degli ultimi anni, forse degli ultimi secoli, visto che l’attività prevalente nel noto festival di misticismo&affari è battere le mani. Lì sono stati applauditi, e salutati come salvatori della patria, tutti, ma proprio tutti: Berlusconi e Monti, Formigoni e Renzi, il commissario Basettoni, Odoacre re degli eruli (V secolo d.C), protomartiri, alpinisti, guidatori di carrozze, economisti, gente che fa il cubo di Rubik in sei secondi. Si presentasse Tom Cruise vestito da alpino: applausi. Comparisse Balotelli: ovazione. Dunque niente, farò obiezione di coscienza, almeno fino a quando (speriamo mai, eh!) non verrà ospitato al meeting qualche Califfo dello Stato Islamico: battimani sfrenato, perché dopotutto anche lui è molto religioso. E va bene: è il segnale che a quelli lì, tanto devoti, il mondo va bene così com’è, basta che uno comandi qualcosa, dall’economia planetaria alla municipalizzata, e loro sono contenti, e lo appoggiano convinti.
Ma quest’anno il Meeting di Rimini ha presentato – subito nascosto e scopato sotto il tappeto – anche un siparietto satirico di discreto impatto. Protagonista e capocomico, il predicatore domenicano Giorgio Carbone, quello che ha citato una ricerca danese secondo cui le coppie omosessuali hanno più problemi cardiovascolari rispetto alle coppie etero. Molto divertente. Va detto che nel timore – anzi nella certezza – che il pubblico ciellino applaudisse anche lui, l’organizzazione è corsa ai ripari e gli ha vietato ulteriori spettacoli. Peccato. Dunque lasciatemi protestare vibratamente contro questa censura: non si interrompe un’emozione! In altre affollate riunioni di devotissimi, chissà, padre Carbone avrebbe forse illustrato uno studio dell’università di Tubinga (i gay non vincono al lotto) o un dotto trattato di qualche ateneo del Wisconsin (i rapporti prematrimoniali sono dannosi per il menisco). Insomma, a Rimini resta la noia degli applausi scontati e viene vietato il garrulo buonumore del teatro dell’assurdo, e questo è male. Si aggiunga una notazione, per così dire, di natura mediatica: non ci aspettavamo da religiosi così studiosi e colti il ricorso al noto trucchetto della “ricerca”. Ma sì, quella cosa che serve a fare titoli ad effetto e a guadagnare clic nelle colonnine a destra dei giornali online. Il trucco è semplice: si cita una ricerca, un’università a caso, un pool di studiosi, un nome roboante, e gli si attribuisce qualcosa di grandiosamente insensato. Chi mangia funghi è portato per la matematica. Gli zoppi ce l’hanno grosso. Le bionde tradiscono più spesso. Eccetera eccetera. Il resto è affidato alla morbosità (o al dadaismo) del lettore, che clicca e ride. E’ un trucco recentemente tracimato nei talk show e nel dibattito politico: chi è a corto di argomenti butta lì i risultati di una fantomatica ricerca, tipo: secondo prestigiosi ricercatori di Uppsala bisogna tagliare la sanità. Argomento inattaccabile, soprattutto per il fatto che tutto resta in superficie, e qualcuno che si va a leggere la fantomatica ricerca non c’è mai (che due palle! Ammesso che esista, sarà in inglese, lunga, coi grafici… mah, facciamo a fidarci che si fa prima). Stupisce dunque che religiosi tanto rigorosi e studiosi (hanno persino una casa editrice) si pieghino a certi trucchetti così banali, ma spiace comunque per la censura a padre Carbone e ai suoi fratelli. Male, molto male. Sarebbe stato meglio un bel dibattito pubblico, magari dal titolo “Dice una ricerca paraguaiana che siano tutti molto stupidi e in malafede”. Ospiti illustri, disquisizioni, ispirati interventi, qualche preghiera. Ah, e poi – dimenticavo – applauso finale con standing ovation.

sab
22
ago 15

Dove sei stanotte. Domani a Senigallia, e poi…

Allora, ecco qualche nuovo appuntamento per Dove sei stanotte. Domenica 23 agosto (domani) al festivan Ventimilarighesottoimari in giallo, a Senigallia. E’ quasi un appuntamento fisso. Alle 21.30 nel cortile della Rocca Roverasca, presentazione del libro con Maria Francesca Alfonsi (qui il programma). Venerdì 28 agosto, invece, al Festival delle Storie, che è un festiva diffuso di libri, storie e altro nel cuore della Ciociaria, nella valle di Comino. L’incontro è ad Atina, alle 11 (caffetteria Mancini, largo San Rocco). Il giorno prima un incontro con gli iscritti alla facoltà di scienza delle comunicazioni. Insomma, non sarà il neverending tour di zio Bob, ma…

SanBenedetto

gio
20
ago 15

Adesso un cinese alla Fiom e la Lega al Ku Klux Klan

Fatto200815Notevole lo sconcerto del paese per l’assunzione di sette direttori di museo con cittadinanza straniera. Qualcuno si è stupito: “Ah, cazzo, abbiamo più di sette musei?”. I più colti, invece, non si capacitano che quelli che vengono qui a fare qualcosa di utile non siano solo centrocampisti o schiavi per la raccolta dei pomodori. Il ministro Franceschini incassa lodi e critiche in egual misura, quindi rispetto ai suoi standard le lodi sono raddoppiate. Ma soprattutto un grido si alza dalla popolazione: “Fateci sognare!”. Un incoraggiamento che sottintende un pensiero forte e coraggioso: “Ma perché solo nei musei?”
In effetti la suggestione di un’Italia gestita da stranieri è densa di fascino, anche se non ci sarebbe niente di nuovo: l’economia la dirigono a Berlino, il welfare viene ridisegnato secondo i dettami del Fondo Monetario Internazionale con sede a Washington, e chiunque diventi Presidente del Consiglio per prima cosa va a baciare la pantofola alla signora Merkel, più internazionali di così…
Quanto alle relazioni sindacali, fanno notare a Palazzo Chigi con grande soddisfazione, le indirizza Marchionne, che ha la cittadinanza svizzera, e lavora a Detroit in un’azienda con sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna. “E’ il cambiaverso – scrive l’Unità – ora non resta che pagare gli operai italiani come quelli polacchi, ci siamo quasi”. Sullo spinoso capitolo del sindacato, anzi, si registra addirittura un deciso entusiasmo negli ambienti del governo: “Alla Fiom vorremmo un cinese, uno che non si opponga al lavoro domenicale, notturno, minorile e, perché no, gratuito e volontario”. Confindustria si dice d’accordo ma chiede sgravi fiscali sugli operai neonati.
La sindrome del direttore straniero, comunque, è contagiosa e ne parlano tutti. Alla Lega, per esempio, si mormora già di un dopo-Salvini: “Ci piace molto il capo del Klu Klux Klan, che però non vuole lasciare l’Alabama”, dicono in via Bellerio. E aggiungono: “I nostri amici di Casa Pound vorrebbero un tedesco, ma quelli che piacciono a loro sono già stati impiccati a Norimberga, o hanno novantanove anni e vivono nascosti in Argentina”.
L’ipotesi di avere una classe dirigente straniera non spaventa per nulla il Pd, che vanta una radicata cultura europeista: a capo della destra berlusconiana, per esempio, al Nazareno si vedrebbe bene il francese Verdin, o l’austriaco Verdinen, o persino lo svedese Verdinson, e purché votino le riforme costituzionali insieme loro, accetterebbero persino il portoghese Verdinho o l’estone Verdinov.
Più complessa la situazione per enti pubblici e grandi aziende di Stato. Alla Rai, per esempio, si valutano le nomine dei nuovi direttori dei telegiornali. Certo, il problema con un direttore straniero sarebbe la lingua, ma alla fine basterà spiegargli come si dice in italiano “Very well, Matteo!”, oppure “Very good, Matteo!” e le differenze con il presente sarebbero minime. La comprensione dell’azione governativa e della ciclopica ondata di riforme, non sarebbe un problema, tanto le scrive Confindustria e sono quasi tutte in inglese, a partire dal Jobs Act. Per Eni e Enel, invece, posti assai delicati nell’equilibrio del potere, si pensa a una pattuglia di manager britannici, tutti nati a Rignan-on-Arn. Un tweet del Presidente del Consiglio ha già dato il via libera: “Why not? #Italyripart”.
E la società civile? Anche lì, fanno notare in molti, servirebbe un ricambio, magari mettere nei giornali direttori stranieri, ma su questo punto a Palazzo Chigi sono più prudenti: “Sarebbe un lavoraccio tradurre tutte le veline che mandiamo ogni giorno, senza contare che la frase ‘Renzi a suoi’ non è traducibile in molte lingue senza vergognarsi”.

 

mer
19
ago 15

Evviva, sono morte le ideologie. Sopravvive solo lo sfruttamento

Fatto190815Ma dunque confinano, si toccano, si somigliano, le campagne pugliesi in mano ai caporali, la luccicante modernità di Amazon, la Gran Bretagna conservatrice? Com’è possibile? A leggere le cronache di questi giorni si direbbe che il minimo comun denominatore è quello: sfruttamento e mortificazione del lavoro. Dall’inchiesta del New York Times, per esempio, l’impero Amazon esce, eticamente, a pezzi. Lavoratori costretti alle ottanta ore settimanali e spiati anche in bagno, addirittura esperimenti (si può dire fuor di battuta: su cavie umane) su come aumentare la produttività, lavoratrici incinte e lavoratori malati licenziati. Jeff Bezos, il capo di quell’impero da 250 miliardi di dollari, ha risposto indignato, ma l’inchiesta non è contestabile: il più fulgido esempio di modernissima azienda ne esce come una galera.
Il salto dai grandi depositi di Amazon ai campi pugliesi sembra improponibile, eppure. Eppure basta leggere la storia di Paola Clemente, morta di fatica nei campi: si alzava alle tre di notte, tornava a volte dopo dodici-quindici ore tra viaggio e lavoro, per ventisette euro, il marito se l’è andata a riprendere nella camera mortuaria del cimitero di Andria, morta di lavoro. Dunque nell’era del turboliberismo, della crescita, dell’elogio del profitto senza se e senza ma, chi resta schiacciato è il lavoro, e insieme a lui, ovvio, i lavoratori. Sembrerebbe un fenomeno che avvolge il pianeta: in Gran Bretagna il governo conservatore parla di stroncare la “welfare-dipendenza”, cioè di creare infinite difficoltà a chi usufruisce dei sussidi, allo scopo di ridurli e con l’effetto di umiliare chi ne usufruisce. Sono più che segnali: è il trionfo di un’ideologia che ha seppellito tutte le altre al grido vile e interessato di “basta con le ideologie”. A resistere è rimasta l’ideologia più vecchia del mondo, lo sfruttamento. Una cosa così introiettata, così intimamente accettata che è diventata un cavallo di battaglia anche delle sinistre al governo. L’Unità che esalta i lavoratori della Elettrolux che decidono “liberamente” di lavorare a Ferragosto (quel “liberamente” dice tutto, e contiene tutta la vergogna degli attuali rapporti di forza tra lavoratori e imprese), la serena accettazione dei ribassi salariali perché “siamo in crisi”, il marchionnismo, nuovo fordismo 2.0, dove l’unica variabile indipendente è il profitto dell’azienda e tutto – anche la dignità di chi vi contribuisce lavorando – deve essere al suo servizio. Il linciaggio mediatico dei professori precari che non vogliono spostarsi di mille chilometri per guadagnare, non si sa per quanto, mille euro al mese, è un’altra variante dell’equazione: il lavoro non c’è e chi ha la fortuna di averlo si lamenta? Intollerabile. E via con la lapidazione di gente che ha studiato una vita e lavora (male) da anni, accusata oggi di chiedere privilegi anziché elementari diritti. In questo scenario (globale, non solo italiano), fa sorridere la polemica sulla sinistra italiana (attuale? Ex? Futura? Alternativa? Possibile?). Ne parlarono su questo giornale, una settimana fa, Antonio Padellaro e Giuseppe Civati, ognuno con i propri ottimi argomenti. E si disse dell’irrilevanza di una nuova possibile pattuglia di sinistra, o dei diritti dei gay, o della liberalizzazione delle canne, o delle sedicenti riforme o controriforme, eccetera eccetera. Ma del lavoro, della dignità del lavoro, della schiavitù che ci assedia – assecondata e accettata per “necessità” come fu sempre nella storia del mondo anche da chi si definisce “di sinistra” – poco o nulla. Eppure se non si (ri)parte da lì, da un diritto al lavoro dignitoso, ogni nuovo diritto sembrerà un premio di consolazione, poco più che orpello, concessione, regalia. In nome del profitto.

dom
16
ago 15

Piazza, bella piazza…

Diciamo così: D di Repubblica, per uno speciale sull’arte, mi ha chiesto un luogo, un posto, un monumento. Ecco. E io ho pensato a questo.

DdiRepubbicaAgosto15

mer
12
ago 15

I tormentoni dell’estate: la suora che fa lap-dance e la sinistra meno sinistra

Fatto120815Un fenomeno che non si riesce a spiegare, che la scienza non sa decifrare, che nemmeno i maghi e i veggenti riescono a interpretare. Come mai, dannazione, invece di cliccare sulla notizia “Suora diventa lapdancer” o sul titolo “Cane lupo di Taiwan sa le tabelline”, gli italiani si siano letti avidamente il carteggio Staino-Cuperlo, una cosa che pesa sulla società italiana come un documentario sull’accoppiamento delle lumache. Masochismo estivo, probabilmente, o meglio ancora un portato delle molte sfumature che si vendono in libreria: “Caro, questa sera ti frusto con il gatto a nove code”. “No, tesoro, fammi più male ancora, leggimi la lettera di Staino a Cuperlo”.
In ogni caso, e al netto dello scambio epistolare tra un gigante della satira (Cuperlo) e un titano del renzismo (Staino), è il caso di dedicare qualche riflessione al succo della questione. E cioè al fremente dibattito su cosa sia di sinistra e cosa no, una questione davvero entusiasmante, un dibattito che sarà apprezzatissimo, per esempio, dagli schiavi che raccolgono i pomodori nei campi pugliesi morendo nelle piantagioni come nell’Alabama dell’800.
Se ci pensate, è il modo migliore per parlare d’altro, per spostare la discussione dalle cose vere (che so, i tagli alla sanità, Confindustria che applaude, lo sconto agli evasori fiscali, una legge sul falso in bilancio peggiore di quella che fece Berlusconi, cosucce cosi) a un piano aleatorio e teorico, dove vale tutto. Da qui l’entusiasmante diatriba su siamo di sinistra, no, non lo siete, lo eravate, ma solo un po’, sui bordi, anzi no, eccetera eccetera, con tutte le varianti del caso: niente ci verrà risparmiato. Dopo le interessantissime discussioni sulla prova costume, ecco le schermaglie sulla “prova sinistra”.
Disse Matteo Renzi nel febbraio del 2014, quando ancora pareva un burbanzoso innovatore che avrebbe rottamato il passato cinico e baro, che il suo era “Il governo più di sinistra degli ultimi trent’anni”, che ancora oggi – dopo che ne ha dette migliaia – resta la sua battuta migliore. Poco più di un anno dopo, quel governo così di sinistra proponeva nella stessa settimana un taglio delle tasse sui profitti delle imprese (non sul lavoro, non sugli investimenti, non sulle vite dei cittadini, no, no, proprio sui profitti) e contestualmente un taglio della sanità pubblica. Ora, per convincere tutti che questa sia una cosa di sinistra ci sono molte strade: dall’ipnosi di massa alla distribuzione di pasticche lisergiche. Si sceglie invece una strada più tortuosa: attaccare la sinistra del Pd dicendo che non capisce il senso profondamente di sinistra di tutto questo. La sinistra Pd, dal canto suo e parlandone da viva, gioca il ruolo delle cantanti liriche nelle opere più entusiasmanti, cioè canta per un intero atto “Muoio… muoio… ah, guardate come muoio, me tapina… muoio”, e così avanti per giorni e giorni, senza morire mai, senza andarsene mai e soprattutto votando con il partito quando ce n’è bisogno, salvo rari casi. La stessa sinistra Pd che oggi si fa alfiere e portavoce della “sinistra” è quella che votava compatta il governo Monti, la legge Fornero, il pareggio di bilancio nella Costituzione. Insomma, c’è un concetto di sinistra molto variabile e ballerino, che si sventola oggi sì, domani no, dopodomani vedremo cosa ci conviene, e la sensazione è che possa passare qualunque porcata galattica purché la si dica “di sinistra”. Intanto, negli ultimi trent’anni la forbice tra rendite e profitti e redditi da lavoro si è allargata a dismisura: i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri, ma di questo – che è l’unico argomento su cui tessere una teoria di sinistra ai tempi del colera – non si occupa nessuno. Uff, che noia… uff, che palle. Vuoi mettere leggere cosa ne pensa Staino?

ven
7
ago 15

Ehmm… un po’ di canzoni

Vedi a volte le disgrazie. Insomma, mi chiedono dieci canzoni e io gliele dico. Poi me ne vengono in mente ottomila e seicento che non ho detto. Ma, insomma, sapete, eh! Grazie a Severino Salvemini di Sette. (Grazie sempre per la mia fotina ai tempi del trattato di Yalta). Qui sotto

SETTE070815

mer
5
ago 15

Prima piange, poi vieta il piagnisteo: il potere ai tempi di Matteo Renzi

Fatto050815Dunque riassumiamo: “Basta piagnistei”. Una variante. L’ennesima, del “basta piangersi addosso”, rimbocchiamoci le maniche, basta lamentarsi e ognuno aggiunga a piacere fino a esaurimento scorte (peraltro inesauribili). C’è qualcosa di nuovo, anzi, di antico, nella nuova polemica del Caro Leader, eccezionalmente lanciata dal Giappone. E’ più di una frecciatina a questo o quello (i giannizzeri del Capo si affannano a dire che la frase non era rivolta a Saviano) ed è persino più di una filosofia contingente, quelle piccole pillole di saggezza renzista di cui è disseminato il cammino del governo. Dietro, accanto, sopra e sotto l’esortazione a non lamentarsi, a non fare piagnistei, c’è l’essenza stessa del potere. Chi ricorda i burbanzosi nuovisti renzisti alla vigilia della “scalata” (cit.), avrà la sporta piena di lamentazioni. Era un piagnisteo continuo, uno stillicidio di acide lamentazioni: e non ci fanno votare alle primarie come vorremmo, e sono antichi, e sono cattivi con noi che siamo il nuovo, e ammazzano un’intera generazione, e le rubano il futuro con le loro pensioni da favola (e mica parlavano delle pensioni d’oro, sia chiaro). I palchi della Leopolda pre-marcia erano essenzialmente questo: il grido di dolore di una generazione in camicia bianca e ritratti di Blair che lamentava e denunciava l’inverecondo complotto ai suoi danni: ecco, ci bloccano! Un piagnisteo in piena regola che toccava vette di lirismo epico quando si innestava sulla questione generazionale: nugoli di trenta-quarantenni affranti dal non avere il potere e le possibilità che avevano avuto i trenta-quarantenni prima di loro. Mano ai fazzoletti, si piangeva un bel po’. Poi, cambiato verso, basta. Il piagnisteo non vale più, perché adesso comandano loro e lamentarsi è diventato gufismo applicato, reato federale. Che ci sia in effetti da lamentarsi un po’ lo vedono tutti (la questione del Sud, mai messo così male dai tempi dello sbarco dei Mille e forse pure da prima è da manuale), ma ogni visione della realtà che non collimi con le sorti luminose e progressive che arrivano (arrivano? Stanno arrivando? Arriveranno? E lasciatelo lavorare, no?) è considerata attività antipatriottica.
Dunque non un meccanismo del renzismo – pfui – ma un meccanismo intrinseco del potere: quando erano di là, “calpesti e derisi”, come dice l’Inno, riempivano fazzoletti di lacrime come alla prima di Love Story, ora che sono di qua, nella stanza dei bottoni, chi piange, o anche solo segnala quello che non va è uno che “sa solo lamentarsi”. Tracciata questa linea filosofica del “non piangete, bambine”, il resto viene da sé come naturale corollario. Esempio di scuola, il mirabolante ministro Franceschini, che inaugurando la Palestra Grande di Pompei (apertura al pubblico in ritardo di duemila anni) si toglie alcuni sassolini delle scarpe e chiede provocatoriamente se questa buona notizia avrà sui giornali lo stesso spazio di quando Pompei crolla in testa ai turisti. E’ più che una domanda peregrina: è scema. Perché nei paesi civili, e giustamente, la gente considera quel che funziona normale e quel che non funziona degno di segnalazione, nota e denuncia. E dunque nessun giornale titolerà mai “Traffico regolare sull’A1”, ma magari scriverà mezza pagina nel caso di “Ingorgo spaventoso in autostrada”. Dunque, il ribaltamento, assai bislacco, è questo: si invoca la normalità chiedendo di fare una cosa anormale: celebrare l’ovvio e censurare o silenziare l’eccezione. Con in più la consegna dell’illusione alle masse: “ehi, rimboccatevi le maniche!”. Bello, edificante, un po’ coreano del Nord. Ma quando si rimboccano le maniche, i nemici del piagnisteo, mica risollevano l’economia del Sud o fanno decollare l’occupazione, no. Al massimo puliscono qualche muro dalle scritte. Senza piagnistei.

gio
30
lug 15

Fondo Monetario, curare una polmonite tagliando una gamba

Fatto300715Dunque mettiamola così: il medico che per curarti la polmonite ti ha amputato una gamba ora ti guarda perplesso. Dannazione, la polmonite non è passata. Dunque propone di amputarti l’altra gamba. Sembra una storiella per chirurghi, e invece è la storia del prodigioso Fondo Monetario Internazionale, quello che di fatto gestisce e controlla l’economia mondiale, un medico che se lavorasse in corsia farebbe più morti della peste del Seicento. La nuova vulgata ora è questa: bravini, avete fatto qualche sforzo nella direzione da noi indicata (traduco: vi siete tagliati una gamba), ma non basta. Per essere felici e tornare a correre nelle praterie del benessere dovrete tagliarvi pure quell’altra. Quasi tutti riportano con grande enfasi le parole dell’illustre medico, invece di rincorrerlo, come sarebbe più comprensibile, con un martello molto pesante. E dunque ecco: per riavere il tasso di occupazione pre-crisi, l’Italia dovrà aspettare ancora una ventina d’anni, e questo se tutto va bene e si fanno le riforme che il Fondo Monetario prescrive. Tra queste, tenetevi forte, la contrattazione decentrata di secondo livello (in italiano: basta contratti nazionali, ogni fabbrica discuta col proprio imprenditore), rivedere i modelli retributivi (in italiano: guadagnare tutti un po’ meno), cambiare il sistema educativo (in italiano: trasformare la scuola in una fabbrica di mano d’opera). Siamo ancora lì: invece di alzarsi e cominciare a inveire, come farebbero in ogni ospedale del mondo i parenti del degente, al ministero dell’economia dicono che insomma, loro quelle cose le stanno già facendo. Disperante.
Fortunatamente, nota qualcuno, non è raro che il Fondo Monetario prenda della cantonate, ma pare che questo non infici in alcun modo il fatto che le sue ricette vengano accolte come sacre e inviolabili. Insomma: la politica economica degli Stati la fanno quei signori lì, e gli stati si adeguano. Ne fa in qualche modo fede l’accanirsi del ministero del lavoro sui dati dell’occupazione, diffusi a piene mani anche con criteri un po’ risibili. Esempio: se nella famiglia Brambilla lavorava solo il padre e ora, avventurosamente o per merito, ha trovato lavoro anche il figlio, è possibile rintracciare i titoloni sui giornali: “Brambilla: raddoppiata l’occupazione!”, segue dibattito. Invece si dice poco e male che i contratti a tempo indeterminato (si fa per dire, perché senza articolo 18 sono tutti a termine a capriccio del padrone) sono quasi tutti sostitutivi di altre posizioni, cha la disoccupazione resta mostruosa, che l’80 per cento e più dei nuovi contratti è a tempo determinato, cioè il vecchio caro precariato che si voleva (ehmm…) sconfiggere.
Sono numeri che schiantano il paese, ma che in qualche caso – solo per osservatori attenti – sotterrano anche una certa retorica farlocca dispiegata a piene mani. Basta pensare all’enfasi con cui si propugna come vincente e risolutiva la figura dell’imprenditore. Non c’è talk show, pagina economica o rotocalco che non abbia in bella vista il geniale imprenditore (delle salsicce, dei gelati, delle giacche a vento in piuma d’oca) che tiene la lezioncina su quanto è bello fare i padroni, con conseguente invito ai “giovani”: dai fatelo anche voi! Risultati devastanti. Da un lato frustrazione per chi non ha un papà finanziatore. Dall’altro gradi applausi per piccole, a volte geniali, start-up, salvo poi andare a vedere e scoprire che fatturano milioni e hanno un dipendente: la segretaria (se va bene). Creare valore per sé e non lavoro e benessere per tutti, insomma, è considerato modernissimo e à la page. Sempre in attesa, ovviamente, che il medico dica: perbacco, nemmeno tagliare un’altra gamba ha fatto passare questa fastidiosa polmonite, propongo di amputare un braccio. Applauso del paziente.

mar
28
lug 15

Dove sei stanotte, le date di agosto

Eccoci qui, qualche data agostana per Dove sei stanotte.
Il 1 agosto al Festival Una Torre di Libri a Torre Pellice, Torino, che è un bel festival davvero (l’incontro è alle 15.30 al Parco delle Betulle, in via D’Azeglio). Tutto il programma della manifestazione lo trovate qui.
L’8 agosto, invece, sarò a Zelbio (Como) per Zelbio Cult, che è un piccolo delizioso festival in un piccolo delizioso posto affacciato sul lago (ore 21, teatro di Selbio), la locandona è qui.
il 23 agosto (domenica) tocca ancora alle Marche, per Ventimilarighesottoimari, che è anche quello un festival interessante (alle 21.30 nel cortile della Rocca Roverasca), ma di questo parleremo più avanti, che c’è tempo.
Insomma, chi vuole, o ha voglia, o passa di lì… ci vendiamo, eh!
DoveseiSambe

lun
27
lug 15

In morte di un compagno gentile. Sergio “Tato” Banali

Sergio-BanaliDomenica sera è morto Giorgio Banali, che tutti abbiamo sempre chiamato Sergio e che per noi che gli volevamo bene era “Tato”, anzi, “il Tato Banali”. E’ morto a Varese, aveva 85 anni, era già vecchio – questo lo diceva lui, con un sorriso degli occhi dietro gli occhiali – quando noi giovanetti facevamo Cuore. Io scrivevo di musica per l’Unità e Michele Serra mi chiese se ci stavo a fare Cuore con loro, che usciva dal guscio del grande giornale del grande partito e andava da solo in edicola, non avevo nemmeno trent’anni, cazzo.
La squadra cresceva, c’erano già Michele, Andrea Aloi (me l’ha detto lui con un sms, che è morto il Tato), e Piergiorgio Paterlini (che ha scritto un bel ricordo del Tato, qui). Sono arrivato io che ancora stavamo all’Unità di via Fulvio Testi, a Milano, in una specie di scantinato vicino alle linotype (sì, è assurdo, si facevano ancora i giornali col piombo). Poi, poco dopo, sono arrivati anche Luca Bottura, Lia Celi, Carlo Marulli, Roberto Grassilli, e la famiglia era tutta lì – piccola, stretta – pronta a trasferirsi a Bologna. E c’era il Tato Banali.
Che era l’uomo della macchina, quello che teneva il traffico, che curava che arrivasse tutto, che disegnava, all’inizio, le pagine, che occhieggiava che tutto andasse bene, che era capace di guardare una foto o una vignetta da lontano e dire: “L’è storta!”. Aveva fatto il caporedattore all’Unità per trent’anni, e per me che facevo il giornalista ma sognavo di fare i giornali, era un pezzo di passato modernissimo. Lui scherzava di sé con una modestia assurda – “sono il compagno tempi e metodi” –, non voleva il suo nome da nessuna parte, nemmeno nella gerenza del giornale, e storceva il naso quando ridevamo un po’ troppo del Partito (sì, faceva ridere già allora). Ma la sua era un’ortodossia intelligente, spiritosa, vivace, e alla fine rideva sempre con noi. CuoreProbabilmente pensava che fossimo matti, e ci voleva bene. Giocava ad essere umile e noi lo prendevamo in giro per questo, era un gioco tra fratelli. Era lui che teneva insieme con una gentilezza persino esagerata quella banda di ego burbanzosi e scomposti, e insieme a noi anche le decine e decine di artisti che ci mandavano vignette, disegni, pezzi. Era lui che quando staccavo dalla mia scrivania, quando me ne andavo dalle riunioni, quando tornavo a casa, diceva ridendo finto-severo: “Dove vai, compagno Robecchi, che il sole è ancora alto?”, e questo qualunque ora fosse. Ora non so mettere in fila le cose che mi ha insegnato il Tato Banali, e comunque non mi andrebbe di fare elenchi. Di sicuro mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, ma gentili per davvero, e non so nemmeno se ho imparato, ma comunque. Della sua vita privata non voglio dire, ma so che era gentile anche in quella, che qualcuno glielo rimproverava, e lui era gentile lo stesso, di una gentilezza irriducibile. So che lo prendevamo in giro, e che noi ragazzini potevamo farlo perché eravamo ammirati, affascinati e onorati della sua storia che veniva giù per la storia del partito e del glorioso giornale come una resina pazzesca di sapienza, esperienza, aneddoti, storie, umanità, racconti, abilità, intelligenza. Lo tiravamo dentro a forza nelle foto, quando c’era da farle in gruppo, anche quelle più cretine, e lui si scherniva, ma poi giocava – sempre – con noi. Mi mandò, dopo anni che non ci vedevamo, un suo libro sulla Resistenza. Era bello, era vero, non so più nemmeno dove l’ho messo perché non sono gentile come era lui, ma era bello davvero.
Adesso è morto e non c’è nient’altro da dire.

dom
26
lug 15

Where is Landini? Una minuscola storia di propaganda sovietica

Questa è una piccola storia che parte da una buona notizia. La buona notizia è che i lavoratori Whirpool (ri)avranno il loro posto di lavoro, e accanto a questa c’è un’altra buona notizia: governo, lavoratori e sindacato hanno agito insieme per fare un accordo. E’ una buona notizia per i lavoratori e anche per la politica: dimostra che il sindacato serve eccome, non è quell’ingombrante corpo intermedio che si dice di voler eliminare un giorno sì e l’altro pure. Bene. Ma veniamo alla propaganda.
Avevo notato il tweet trionfale del Presidente del Consiglio, ansioso (come è nelle cose) di intestarsi un successo.

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Guardate bene la foto (cliccate se volete ingrandirla). Cosa manca? Manca il leader del sindacato che è stato più decisivo nella trattativa, Maurizio Landini della Fiom, che è per inciso, tra i presenti, l’unico che potrà, forse, un giorno, chissà, essere avversario poltico di Renzi. Ci sono tutti: i vertici della multinazionale, il presidente che firma, la ministra dell’industria, i rappresentanti di Cisl e Uil.

Where is Landini?
Notata la strabiliante assenza dalla foto (Whirpool, misione compiuta! Sono bravo, eh? Visto che fico?), rivado con la memoria ad alcune reminescenze storiche (non ho fatto il militare a Cuneo, no, ma alcuni esamini di storia contemporanea…) e mi ricordo di una figura molto temuta e potente nella Mosca degli anni Trenta, il Glavnačpups, che era il Direttore in Capo della Gestione del Consenso, una specie di capo supremo della propaganda sovietica (c’era Stalin, mica la Boschi, eh!), insomma, il guardiano di quel che si può, non si può, o è meglio non dire. Rido. Faccio questo tweet:

Schermata 2015-07-26 alle 14.52.11Con mia sorpresa mi risponde (a strettissmo giro, pochi minuti) Filippo Sensi, detto @nomfup, che il lavoro di Glavnačpups lo fa per davvero. Mi dice che le foto della firma del contratto Whirpool (missione compiuta! Sono o non sono il vostro eroe?), stanno sul sito di Palazzo Chigi, e mi fa gentile dono di un’immagine dove compare (wow!) anche Landini

Schermata 2015-07-26 alle 14.55.07

E’ una buona mossa: Landini non è stato cancellato nelle foto, come Trozkij e i suoi amici dalle immagini sotto il palco di Lenin a San Pietroburgo, per carità. Le foto con dentro anche lui ci sono, sul sito di Palazzo Chigi, insomma, un luogo per feticisti della politica. Mentre la foto senza Landini, quella twittata dal Caro Leader in persona (Missione compiuta! Sposatemi!) ha fatto il giro dei giornali, dei Tg, delle cronache e l’hanno vista tutti, e certi Tg ci hanno pure fatto il sermoncino.
Mi tocca rispondere, insomma:
Schermata 2015-07-26 alle 14.59.17

La cosa finisce lì, come è giusto che sia. Ma intanto: chi ha visto i Tg, i giornali, la propaganda, ha visto la foto senza uno dei protagonisti della trattativa, tra l’altro l’unico che potrebbe, chissà, in prospettiva, essere un antagonista politico del capo. Missione compiuta davvero: il Glavnačpups ha fatto il suo lavoro. Non a Mosca nel ’35, no. In Italia oggi. E questa è la piccola storiella, la cui morale è: la propaganda fa il suo dovere, certo. Ma noi – noi tutti – dobbiamo imparare a fare il nostro, cioè riconoscerla e distinguerla dalla realtà

ven
24
lug 15

Voi di Kepler fate un selfie, così vediamo come saremo

Fatto240715E dunque un’altra Terra – Kepler452b – con un altro sole, altre albe, altri tramonti, e magari altre vite, ma sul serio, che stappano come una bottiglia di champagne tutta l’immaginazione possibile sul mondo parallelo. Magari gente che ci fa le foto, a quei tramonti, e le manda alla ragazza. E poi, ora che salta il tappo della fascinazione per qualcosa lontano là fuori che ci somiglia: come si sta qua, come si sta là, e se ci sono – come dovrebbe e sarebbe giusto – altri terrestri, diciamo kepleriani, in qualche modo fratelli come sono fratelli i due pianeti. E allora sapere, sapere subito: ehi, amici, qui dicono che siete più avanti di noi, più anziani. Questo è bene, dai, spiegateci come avete fatto a cavarvela. Non avete isole di plastica in mezzo agli oceani vero? E ci mangiate tutti lassù, o è come qua che metà fanno la fame, metà se la cavano e uno su mille sta come un pascià? Vi scannerete mica anche voi su quale Dio sia migliore spero! Se siete invecchiati così bene da assomigliarci, avrete risolto delle cose che magari noi stiamo ancora pasticciando nel nostro stupido modo terrestre! Oggi ci sembrano tanti 1440 anni luce, e in effetti sì, non ti basta un pieno della macchina, ma magari domani chissà, e potremmo vederci, che so, in un bar a metà strada, e parlarne un po’ tranquilli davanti a un caffè o a cosa diavolo bevete lassù. Uno specchio per guardarci, un’altra Terra per misurarci, è un lusso grosso che non dovremmo sprecare. Ce l’avete la luna? Noi sulla nostra ci siamo stati, non c’è niente, ma da lì abbiamo visto quanto è bella la Terra da lontano, da vicino un po’ meno, ma… Mandate foto! Fate sapere, insegnateci qualcosa di utile. Siamo noi, siamo i terrestri, vostri fratelli, vedete? Ancora non ci conosciamo e siamo già qui a chiedervi consigli e dritte. Spero davvero che siate un po’ meno fessi di noi… lo spero per voi, ma anche per noi, davvero. Ciao.

mer
22
lug 15

Contrordine, compagni L’abolizione dell’Imu non è più una vaccata

Fatto220715E così, dopo le sarde in saor, le birre del Belgio, i manicaretti austriaci e le meraviglie gastronomiche del Ghana, un altro poderoso contenuto ha riempito i padiglioni di Expo, per l’occasione sede di partito: l’annuncio sulle tasse lanciato da un Matteo Renzi in trance agonistica. “Meno tasse per tutti”, non è male, come slogan, non fosse che porta un po’ sfiga, ma si sa che Matteo non è scaramantico e si gioca quella carta per rastrellare sul terreno gli orfani di Silvio, parlandone da vivo. E dunque, gioco, partita, incontro: Matteo dice “no tasse” e se sei gufo e ti metti a dire “sì tasse” passi pure per fesso. Come se qualcuno dicesse: “Italiani! Mai più bronchite” e l’opposizione fosse costretta a urlare: “Sì, sì, viva la bronchite”. Insomma il renzismo come continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Oppure, più raffinata ipotesi: il berlusconismo come spossante, interminabile prova generale dello spettacolo con cui va in scena Matteo. Accecati, applaudono anche giornaloni e telegiornali. Gente che solitamente geme come l’albero di un veliero al solo nominare un aumento del deficit. E ora, invece, un coro di hurrà. Poi meno tasse per chi, per cosa, a favore di chi, per tagliare quali servizi, ovviamente non si dice, il capo dei pirati annuncia che troverà un tesoro, e nessuno della ciurma che gridi: “Prima vediamolo!”
Ma passi, non ha senso criticare la propaganda. Più divertente andare a leggere cosa dicevano i plaudenti renzisti delle prime file quando la pièce del “Meno tasse per tutti” la recitava l’unto dal Signore. Dai pacati giudizi politici di Finocchiaro (“L’abolizione totale dell’Imu sulla prima casa non sarebbe misura utile al paese”), all’intervento alla Camera del dem Fanucci (“Abolizione totale dell’Imu grave errore”), fino all’immancabile Dario Nardella (“Tutta quest’euforia sull’abolizione dell’Imu mi pare esagerata. Prima capiamo bene a quale prezzo la togliamo”). Spettacolo. E fin qui i politici. Perché poi al coro si aggiungevano gli agit-prop a tassametro, capaci di concedersi ben altre licenze poetiche, come il “comunicatore” Francesco Nicodemo, sempre lui, the genius: “Povertà disperazione disoccupazione e noi parliamo dell’Imu. Andatevene a fanculo”. Implacabile, tranchant, capace di puntare allo scranno più alto, ancora lui: “Vabbuò, Napolitano, tutto ‘sto discorso e non dici che l’abolizione dell’Imu è una vaccata?”. Eccoli lì, sono gli stessi che ora battono le mani per l’annunciata abolizione dell’Imu. Parliamo di due anni fa, non di due secoli, si metta a verbale anche questo.
Ma sì, lo so cosa si dirà: solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Ma tutti insieme? In coro? Tutti nello stesso momento appena il capo schiocca le dita? Chiunque vede che in questo modo la faccenda degli imbecilli e del cambiare idea muta un po’ di prospettiva. La paura è di entrare nel cono d’ombra, di essere espulsi dal gotha del renzismo, un po’ come quei funzionari nordcoreani che si distraggono e non ridono alle battute del Caro Leader: puff, spariti nel nulla. Viene in mente – spiace citare un bravissimo fascistone – il Giovannino Guareschi del “Contrordine compagni”, ma quello è: il testacoda del renzismo modernista che diventa più leaderistico e acritico e gerarchico del vecchio Pci togliattiano degli anni Cinquanta. Chissà che ora non si lavori di photoshop sulle foto ufficiali per cancellare quelle dichiarazioni e quei tweet oggi così divertenti da leggere ex-post. Photoshop e bianchetto, del resto, già usati sul nuovo sito del Pd, dove, cercando, non trovate un Bersani, un D’Alema, un Veltroni, e nemmeno un Berlinguer o un Gramsci. Niente, c’è solo Matteo, la storia parte con lui, come del resto ci spiega il claim pubblicitario della nuova Unità: “Il passato sta cambiando”. Eh, appunto.

sab
18
lug 15

A Roma! A Roma! Dove sei stanotte a piazza Vittorio (mercoledì 22, alle 20)

Eccoci. Mercoledì 22 luglio (alle 20) apre l’arena estiva di piazza Vittorio, a Roma. Una buona scusa (eheh!) per presentare Dove sei stanotte a Roma. Dopo un po’ di giri qui e là, arrivare a Roma, e in quella piazza, è un vero piacere. La serata è organizzata dalla libreria N’Importe Quoi, che di solito anima il chiostro di San Pietro in Vincoli. Insieme a me con Dove sei stanotte ci sarà Daniela Ranieri, firma de Il Fatto Quotidiano (esimia collega, quindi), con il suo Mille esempi di cani smarriti (Ponte alle Grazie) e la serata sarà coordinata da Edoardo inglese, che chiederà di libri, storie e musiche che stanno nei libri (quindi il vecchio Bob avrà il suo spazietto, credo). E’ tutto. Se ci siete, passate, se avete voglia venite, eccetera eccetera.
SanBenedetto
Mercoledì 22 luglio, Roma, piazza Vittorio Arena Estiva, ore 20

ven
17
lug 15

Tsipras, vogliono anche lo scalpo

Fatto170715Pena di morte e ergastolo per il cadavere. E poi passarci sopra con lo schiacchasassi, come nei cartoni animati, e magari buttato dalla rupe (Tarpea, già che ci siamo), e raccolto con un coretto di marameo, gesti dell’ombrello, pernacchie a mano aperta. Quel che succede a Alexis Tsipras, nel giubilo generale degli europei – quelli di destra, ovvio, quelli di “sinistra”, altrettanto ovvio – e dei loro giornaloni potenti (e giornalini, ci metto pure l’Unità) è un caso di scuola. Insomma, il destino dei leader della sinistra che non vuole essere – finché può, finché sa – la finta sinistra liberista à la page col desiderio di essere come tutti, è quello lì: morte e distruzione, umiliazione e sberleffo. Ognuno cerchi i suoi esempi nella memoria e nelle vecchie cronache. Lo spagnolo Zapatero che sembrava il messia e poi si zapaterizzò velocemente nel tran tran e nella quasi scomparsa. Nel nostro piccolo, gli Ingroia suscitatori di chissà quali speranze (peregrine, va detto) e poi dissoltosi come un ghiacciolo lasciato in macchina a ferragosto… Antò, fa caldo.
E questo per il passato. E per il futuro, invece si vedrà, ma è chiaro che si gioca anche di sberleffo preventivo, basti leggere certi giudizi su Landini, su Civati, su chiunque in qualche modo si permetta, alimentati a suon di sentenze e ironie dai commentatori schieratissimi di destra e – ancora – di “sinistra”.
Ma insomma, Tsipras fa caso a sé, e per vari motivi. Il primo: non è una comparsa ma un protagonista, uno che ha vinto le elezioni (lui), che guida un paese, non una promessa che si prepara a guidarlo un domani, chissà, forse, vedremo. Poi perché i giudizi su di lui hanno oscillato come pendoli impazziti all’oscillare delle vicende greche degli ultimi mesi. Cattivo comunista e pessimo debitore prima, nella fase della paura che in qualche modo ce la facesse. Poi, per un paio di giorni, schifoso calabraghe quando portava le sue proposte in Europa. Poi di nuovo diabolico agitatore e cattivo maestro. E poi – qui il colmo, il testacoda – populista quando chiese al suo popolo di promuovere o bocciare la linea del suo governo, cosa davvero incredibile che un capo di governo capace di indire un referendum in sei giorni, portare a votare tutti, e vincere, sia chiamato “populista” anziché “democratico”, ma tant’è. E poi, ultimo atto della tragedia (là) e farsa (qui): la sconfitta e l’umiliazione, salutate con un boato di gioia. E si capisce, certo. Il tentativo di ribaltare il pensiero unico liberista-monetarista non è riuscito, la paura rientra, si certifica che non solo non è possibile cambiare il gioco, ma che chi ci prova verrà schiacciato senza pietà. Sollievo, insomma, e il solito “guai ai vinti” che si conosce. Con un aggiunta di astio e bile: che ora chi temeva uno Tsipras in qualche modo vincente – o almeno non perdente – sulla scena mondiale non si accontenta di vincere, ma vuole lo scalpo da portare all’accampamento. E così si assiste allo spettacolo indecente di una destra ultraliberista e di una sinistra ultraparacula che gli rimprovera di non averla saputa realizzare, quella rivoluzione che li fece, per qualche minuto, scusate il francesismo, cagare addosso. Amici del Fmi e sostenitori di Schauble che dicono oggi, su Tsipras, le stesse cose dei black bloc greci in rivolta ad Atene: venduto, accomodante, lacché della Banca Europea. C’è del furore che si spiega solo così: Tsipras gli aveva messo una fifa blu. E si sa come vanno le cose da queste parti, e lo spiegò bene Michele Serra: che “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Ecco, ad Alexis Tsipras, tra un insulto e l’altro, stanno spiegando proprio questo. Con grande sollievo.

mer
15
lug 15

La lezione di Angela: colpirne uno (la Grecia) per educarne ventisei

Fatto150715La storia non mai già scritta, eppure capita che la si sia già letta. E allora nei giorni della battaglia di Atene, conclusa con la marcia trionfale dei generali del Fondo Monetario sotto il Partenone, si è forse esagerato con le metafore e le allegorie. Ma sì, dai, quelle cose a base di carrarmati e blitzkrieg, con il Beethoven dell’Inno alla Gioia mai così wagneriano, e le condizioni poste alla Grecia molto simili a ordini secchi urlati in tedesco: in fila! Marciare! Spalle al muro! Un déja vu potente, che chiama spontaneamente l’equazione, essendo almeno la terza volta in cent’anni che si vede la Germania senza argini europei.
E però: troppo facile. Va bene per la vignetta, va bene per il paradosso, che sono preziosi, eppure la metafora è un’altra, l’immagine è per così dire più moderna: è quella della testa di cavallo nel letto, della “proposta che non puoi rifiutare”.
Insomma, non il Terzo Reich, ma Il Padrino.
Si sa che il creditore tende a non ammazzare chi gli deve dei soldi, per il semplice motivo che poi il morto non pagherà i debiti. Tenderà piuttosto a mandargli qualche picciotto armato a spaventarlo, metterà qualche ragioniere a gestire i suoi affari (il gioco d’azzardo a Chicago, l’alcol illegale nel proibizionismo, le pensioni greche, la sanità in Portogallo, il mercato del lavoro in Italia…). Ma anche alla regola aurea di non ammazzare il debitore ci sono eccezioni. Per esempio una lezione dura e un’umiliazione cocente potranno sì, far perdere qualche dollaro al Boss, ma saranno preziosissimo esempio per gli altri debitori. Dunque non solo colpirne uno per educarne cento (ventisei, nel caso europeo), ma addirittura sacrificarne uno per tener buoni tutti.
Questo è stato fatto dall’Eurogruppo a guida Shauble-Merkel alla Grecia ribelle. E le metafore belliche in stile Terzo Reich dipendono appunto dal fatto che passano gli anni, ma le parole no, e la parola è: rappresaglia.
Ammesso che ora gli sconfitti si adeguino alle sanzioni dei vincitori, sia chinando la testa, sia cambiando governo e certificando che le elezioni greche si svolgono a Berlino, una cosa è certa: il Boss guarderà soddisfatto come le altre famiglie si ritirano intimorite con la coda tra le gambe. La soluzione greca non riguarda la Grecia, riguarda tutti gli altri, assistere oggi indifferenti all’umiliazione di Atene significa una cosa sola: essere tutti umiliabili domani. E già si vedono gli effetti. Altri debitori in bilico sulle curve pericolose dei loro precarissimi conti già plaudono alla soluzione. Dovendo schierarsi, lo fanno con il Boss a cui devono molti soldi, illudendosi che quando verrà il momento quello sarà con loro più comprensivo: stupidi, perché non s’è mai visto uno squalo dire “sono sazio”, o “non ho più fame”.
Ed ecco allora la pioggia di tweet e commenti di colonnelli e caporalmaggiori renzisti che plaudono al “capolavoro politico”, alla “soluzione finalmente trovata”, alla “buona notizia”. Con le parole che dicono persino più di quanto si vorrebbe, come nel delizioso – da incorniciare – tweet della signora Serracchiani Debora che dice: “Impariamo tutti la lezione”. Ecco, appunto.
Che se vai a guardare le riforme chieste alla Grecia insieme alla testa dei suoi leader e al sangue del suo popolo, ci trovi proprio quelle che ci si vanta di aver fatto qui, tipo i licenziamenti collettivi. Fatto!, come diceva Silvio buonanima.
E si dirà, sì, ma i soldi, sì, ma i debiti… E questo mentre in silenzio e zitto zitto qualche funzionario a Berlino ristrutturava senza clamori il debito dell’Austria: premio per esser stati in silenzio, sconti secchi di un miliardo e mezzo, apprezzamento per non aver alzato la voce e la testa come i greci. Il messaggio è questo: siate docili e vivrete. Don Vito Corleone non avrebbe saputo dirlo – e farlo – meglio.

gio
9
lug 15

Il problema non è la narrazione, è che non sanno farla

E’ un po’ diffFatto090715icile immaginare Napoleone che, osservando dalla collina il suo esercito in rotta a Waterloo, si volta verso i generali e dice: “Ecco, non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatto! Chiamatemi quelli della comunicazione!”. Altri tempi, paradosso improponibile. Proviamo con uno più moderno. I difensori del Brasile, sotto di sette pappine con la Germania, si guardano tra loro e si dicono: “Peccato, siamo più bravi noi, ma non riusciamo a farlo capire alla gente che guarda la partita”.
Ecco, un pochino sta andando così a Matteo Renzi: l’altro giorno, con l’Europa che sobbolliva, Hollande e Merkel che facevano il loro vertice senza di lui, la Grecia che gridava il suo no, la Borsa di Milano in picchiata, interveniva a un incontro con i suoi deputati e senatori per dire che “dobbiamo comunicare meglio”. Ora, qui non è che si scende dalla montagna del sapone, e si sa benissimo – essendo nati e cresciuti dopo Carosello – che la comunicazione, la sua manipolazione e il suo sapiente uso sono faccende strategiche. Che la “narrazione” – o lo storytelling, come lo chiamano i renzisti col master – sia importante è noto. E però è noto anche che bisogna saperla fare. Piccolo esempio. Se il cielo è nuvoloso con qualche sprazzo d’azzurro, potrai anche dire che tornerà il sole, e che nel caso sarà merito tuo. Se invece consigli la gente di mettere il costume, le infradito e il doposole e di correre al mare mentre diluvia e tira vento, la tua narrazione non solo è truffaldina, ma ti fa fare un po’ la figura del pirla. Sembra scienza (Wow! Scienza delle comunicazioni! Cool!), ma è una cosa piuttosto semplice. Chiedete al signor Silvio se ripeterebbe quella frase su “i ristoranti sono pieni” mentre la crisi mordeva le chiappe a (quasi) tutti. No, non lo farebbe. Il rischio di sbagliare la narrazione (va tutto bene, ottimismo, tranquilli, ci pensa lui, guarda che meraviglia!) si complica poi strada facendo. Perché ti costringe a una scelta: o insisti con quella, anche a costo di smentire una realtà che vedono tutti, oppure cambi narrazione, nel qual caso la gente penserà (ecco, sto fatto che la gente pensa è una variabile di cui al Pd tengono poco conto) che dici la prima cosa che ti salta in mente, purché ti serva.Ma non facciamo gli ingenui e non attribuiamo al povero renzismo in affanno problemi che sono di tutti. Presentare una pasta scotta e mal condita come un manicaretto da chef stellato è un tipico vizio della politica (tutta), e può persino funzionare. Ma funziona solo a patto che chi si inventa la bugia (pardon, la narrazione) sappia qual è la realtà. Invece, pare che ai burbanzosi colonnelli renzisti, per non dire del generale in capo, sfugga questo principio fondamentale: è una scemenza farsi convincere dalla propria stessa propaganda. Un errore fatale, che le vicende greche hanno magistralmente mostrato. I “comunicatori” del Pd hanno passato così tanti giorni (insieme ai poteri forti, ai grandi giornali, a tutte le tivù) a dire che i greci avrebbero votato “sì” con grande responsabilità, che ci hanno creduto davvero. Fare “il mediatore” tra Berlino e Atene ora non sarà facile, dopo aver tifato Berlino, portato allo stadio lo striscione “viva Merkel”, insultato in tutti i modi Tsipras e Varoufakis, tirato in ballo Pericle col famoso metodo “a cazzo. Perché nella narrazione e dello storytelling renzista bisogna tenere a mente anche questo: passato un anno e mezzo, la gente non ci crede più, e però se lo ricorda, prende nota, e la prossima volta non ascolta nemmeno. Urge riflessione, insomma, e invece lì siamo ancora al pensiero binario: “noi ottimisti / voi gufi”. Bisognerà regalare ai “narratori” un neon gigantesco con scritto: “Non funziona!”. E magari anche un altro che dica: “Ancora coi gufi, che palle!”

mer
1
lug 15

La Grecia e il debito, populismo vero contro populismo presunto

Fatto010715Ora, diciamolo, comunque la si pensi sulla crisi greca, il referendum, i livori della signora Merkel, i debiti, Alexis Tsipras e tutto il cucuzzaro, una cosa è innegabile: si usano le parole un po’ a vanvera, con il consolidato e tradizionale metodo “a cazzo”. La più gettonata al momento è la parola “populismo”. Una brutta bestia, si sa, a patto di mettersi d’accordo su cosa vuol dire. Già sul termine si registravano sbandamenti e scarsa tenuta di strada, ma ora che i grandi commentatori dei grandi giornali ci spiegano che indire un referendum per chiedere ai greci una conferma o una bocciatura alla linea del loro governo è “populismo”, il testacoda è completo. La pretesa secondo cui dare la parola agli elettori sia una specie di barbatrucco antidemocratico suona in effetti assai bizzarra, specie in una comunità, l’Europa, che parla di democrazia ogni minuto, vantandosi di esserne uno dei santuari. Un continente dove la pregiudiziale antifascista è andata un po’ gambe all’aria (vedi l’Ungheria, vedi i movimenti filonazi), ma dove cresce la pregiudiziale antipopulista, con la parola usata quasi sempre per indicare chi non si attiene al pensiero unico, il cui guardiano sarebbe una specie di banca. Va bene, ci sono i pro e ci sono i contro. Da qui al referendum chiunque, ma proprio chiunque, spiegherà al popolo greco che votando “no” si metterà ancor più nei guai, che si rischia il disastro, eccetera eccetera. Per cui, tirate le somme, sarebbe “populismo” chiedere a un popolo di esprimersi nelle urne, ma non lo è interferire in quello che quel popolo scriverà sulla scheda. Il capo dei banchieri, il presidente della Commissione Europea, i vari leader del continente che indicano ai greci come votare, pregandoli di votare “sì” e sottoponendoli a ogni tipo di pressioni sarebbero invece sinceri democratici antipopulisti. Mah.
Si aggiungano al pasticcio un paio di dettagli. Uno, per così dire, tutto politico e un altro più legato alla comunicazione della paura. La questione politica è abbastanza semplice: al governo greco guidato da Tsipras non si fanno gli sconti clamorosi e spaventosi che si fecero volentieri a chi, in Grecia, fece quei debiti. In sostanza, chi indebitò la Grecia fino alle orecchie andava quasi bene e non era populista, chi invece arrivò dopo (eletto, si badi bene, non scrivendo su twitter “Samaras stai sereno”), ereditando una situazione disastrosa e cercando di trattare una ristrutturazione del debito, è populista e va punito. Si noti en passant che la rata del debito greco che oggi Tsipras non riesce a pagare è di 1,6 miliardi, mentre le Borse ne hanno bruciati in un solo giorno 287: è come se per tentare di recuperare una cinquecento incidentata si desse fuoco a una decina di Ferrari, lo chiamano capitalismo, una cosa ben poco populista ma abbastanza scema anche lei. L’altra questione riguarda una specie di nazionalismo dei soldi, quel meccanismo tragicomico per cui si vede gente normale, che lavora, paga il mutuo, che arriva si e no alla fine del mese, gridare indignata che “i greci ci devono dei soldi e non ce li danno”. E’ la stessa gente che dava una quindicina di miliardi al fondo salva-banche senza battere ciglio, la qual cosa è abbastanza strabiliante ma comprensibile e molto furba: soldi per le banche ne abbiamo, soldi per un popolo in ginocchio no. Atteggiamento incoraggiato e caldeggiato, spinto da giornali, commenti, reportage, pensosi corsivi. Insomma, un populismo vero usato per picchiare un populismo presunto.

mer
1
lug 15

Agghiacciante filmato! Piazzese, Manzini e Robecchi on stage… (Palermo, giugno 2015)

Nel giugno scorso si è svolto a Palermo, nel bellissimo festival Una Marina di Libri, l’incontro-presentazione su Dove sei stanotte, insieme a Santo Piazzese e Antonio Manzini. Insomma, loro erano quelli bravi, e poi c’ero anch’io. Se interessa, Sellerio ha messo on line tutto l’incontro (in tre parti) e io metto qui sotto… solo per annoiatissimi, fans estremi di Manzini e Piazzese. Insomma… sta qua, vedete voi…

 

dom
28
giu 15

Dove sei stanotte. L’intervista alla Gazzetta del Sud

Qui sotto, la bella intervista di Francesco Musolino per La Gazzetta del Sud. Cliccare per leggere (pdf)

GazzSud

 

dom
28
giu 15

Jobs act, Expo 2015: il Grande Fratello

Fatto280615Roba da Orwell, neolingua e Grande Fratello. Nome e cognome: Jobs act, quella legge sul lavoro detta in inglese per fregare i gonzi e scritta da Confindustria per “superare” (sic) lo Statuto dei Lavoratori. Ciambella riuscita (con la fiducia, ovviamente), ma con molti buchi. E qualche autogol. I solerti salariati della propaganda renzista non facevano in tempo a sbandierare un comunicato del ministero del lavoro (18 giugno) che rassicurava, e troncava, e sopiva, che venivano impietosamente sbugiardati il giorno dopo dal garante della Privacy, che ammoniva sul rischio di “indebita profilazione delle persone che lavorano”. In italiano: il controllo elettronico della vita dei lavoratori. Insomma, fate attenzione, siate gentili, si valuti, si vigili… le solite belle parole, ma rimane il fatto che il Jobs act consente controlli capillari: una festa per le aziende, piccole e grandi (di privacy e Rai dice, qui accanto, Carlo Tecce).
Che poi, a ben guardare, il Jobs atc liberalizza, sì. Liberalizza, per l’esattezza, comportamenti di enorme scorrettezza padronale. Come la proposta del marzo scorso di Fincantieri, che pretendeva di inserire microchip negli scarponi degli operai, poi accantonata grazie alle proteste Fiom. O come accade (anche ora, mentre leggete) nel suggestivo scenario di Expo, dove i lavoratori forniti da Manpower devono avere una app nel cellulare (collegata alla mail fornita all’assunzione, cioè alla mail personale) che permette di controllarne minuto per minuto, tramite wi-fi e gps, gli spostamenti. E non solo, come sospettano NidiL Cgil, Felsa Cisl e Uil­temp, perché sarebbe tecnicamente possibile anche il monitoraggio delle memorie dei telefonini e delle mail private. Forse è questo che si intende con “Expo, un modello per il Paese”: più controlli per tutti.

gio
25
giu 15

Il progetto meglio del risultato: la vita è tutta un rendering

Fatto250615E’ vero che le frasi da scrivere sulla bandiera sarebbero numerose. L’immortale “tengo famiglia” va sempre bene, certo, e anche “state sereni” ci starebbe. Ma suggerirei, per aggiornare il repertorio, un più moderno motto che sta diventando pian piano slogan e simbolo perfetto per descrivere il Paese: “Era meglio il rendering”. Come tutti sanno, il rendering è la simulazione grafica di come verrà una cosa una volta fatta. Esempio: si costruisce su un’area pubblica e si mostra il rendering di come verrà il progetto a costruzione ultimata: molto verde, bimbi che giocano, parchi, panchine e le case sullo sfondo. Quando si va a vedere il progetto finito, quasi sempre le cose sono un po’ diverse: il cemento è di più, il verde di meno, le fronde ombrose diventano alberelli stenti, le panchine non ci sono. I meravigliosi rendering di Expo, per dire, mostravano acqua a non finire, barchette che la navigavano, orti a perdita d’occhio, agricoltura sostenibile e natura, mentre a cose fatte c’è una bellissima Gardaland, ma senza le giostre. L’ultimo caso di “era meglio il rendering” riguarda sempre Milano, ma è cosa piccola e, se vogliamo, tenera e affettuosa. Il grande campo di grano tra i grattacieli di Porta Nuova, opera di Land Art dell’artista Agnes Danes, spiccava nel rendering come una meravigliosa macchia gialla tra le architetture avveniristiche, una specie di “Van Gogh nella terra della speculazione e del mojito”, ed è invece un campo invaso dalle erbacce che farebbe la disperazione di ogni contadino. Si dà la colpa all’acqua che ristagna, al terreno poco adatto, al “troppo bio” della coltivazione. E va bene. Resta il fatto che, appunto, “era meglio il rendering”.
I guai arrivano quando si applica questa faccenda del rendering alla vita dei cittadini e alla politica che la determina. Della legge sul falso in bilancio, per esempio, era meglio il rendering: sembrava una costruzione strabiliante, un rimedio perfetto ai disastri fatti da quel signore che aboliva il falso in bilancio di tutti per non andare in galera con i falsi in bilancio suoi. Bello. Poi, a costruzione conclusa, chiuso il cantiere e tagliato il nastro (cioè scritto tutto sulla Gazzetta Ufficiale) si scopre che era meglio il rendering, e che l’opera reale ha buchi così grossi da farci passare, per dire, un Ligresti.
Visto con il senno di poi (che è il senno di oggi), di tutto il renzismo applicato che subiamo ogni giorno era meglio il rendering. Si mostravano skyline pulitissimi e fascinosi, rottamazioni implacabili della “vecchia politica” (uff!) e generazioni che ricominciavano a vedere il loro futuro. Poi, uscendo dalla simulazione grafica, ci si ritrova con i De Luca ineleggibili ma eletti, per fare solo un caso di scuola (ma sarebbero numerosi). Nel rendering del Jobs act si vedevano precari che acquisivano diritti impensabili, garanzie per i lavoratori atipici, prospettive per precari prima inimmaginabili. Poi, a cantiere finito e nastro tagliato, ci si trova con i lavoratori spiati, occupazione che non cresce, e i precari sono ancora quasi tutti lì, a fare un coro di voci stanche che dice: “Eccheccazzo, era meglio il rendering”. Con la burbanzosa arroganza di chi ha studiato più Jeeg Robot che Gramsci, persino Matteo Renzi lo ammette: il Renzi Uno (lui e i suoi pards che attaccano la diligenza) era meglio del Renzi Due (lui che governa in piena continuità con la politica precedente). Insomma, anche di Renzi, e per ammissione dello stesso Renzi, “era meglio il rendering”.