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Gio
2
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Il potere non è House of cards

Narrazione di fiducia e speranza, parlantina sciolta e collezione di edificanti storielle. Bello, per carità, il parallelo tra l’iPhone e l’articolo 18. Suggestiva anche l’immagine dell’Italia come una macchina ammaccata che il carrozziere ci renderà aggiustata e lucida, la più bella del mondo. Affascinante anche la metafora dell’auto con la batteria scarica che ora il governo – invece di demolirla – ha cominciato a spingere verso sorti luminose e progressive. Insomma, bello il pop, la comunicazione, la “disintermediazione” (quel che un tempo era il vituperato vizio di mandare videomessaggi ai tg), la fiction. Ma poi arriva un signore per niente pop, il ministro dell’economia Padoan, e riporta tutti coi piedi per terra: la situazione è gravissima e la società è a rischio. Chissà forse dopo il sacrosanto appello “Beppe esci dal blog” è il momento di dire: “Matteo, esci da House of Cards”.

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Gio
2
Ott 14

Così lavora il governo di centro-destra-sinistra

Una cosa prima di tutto: la famosa questione generazionale non esiste. E’ vero che i giovani virgulti renziani al governo sopportano a fatica gli anziani, ma solo gli anziani loro, perché invece con gli anziani di Forza Italia hanno un feeling tutto particolare. Come ha scritto ieri questo giornale spulciando i numeri di Open Polis non si è mai visto un governo avere così tanti voti dall’opposizione e non si è mai vista un’opposizione sostenere così strenuamente un governo. Marciare divisi e colpire (nel senso di votare) uniti, il che fa del governo Renzi il primo governo di centro-sinistra-destra-centro dopo il triste caso del dottor Monti, parlandone da vivo.
Ma andiamo con ordine: la formula del governo-ombra non ha mai portato fortuna, così tanto vale giocare con la formula del governo-fotocopia. Renzi decide una linea, ne parla con Verdini, Verdini riferisce a Silvio, Silvio telefona a Brunetta, Brunetta scrive il Mattinale, i deputati della destra lo leggono e corrono a votare come il governo “di sinistra”.  Poi escono dall’aula, rilasciano qualche dichiarazione contro il governo, poi rientrano in aula e votano con il governo.
Questo getta una luce inquietante sulle riunioni politiche del governo. Che succederà là dentro? Per esempio quando Renzi dice: “La parola al ministro delle riforme”, chi parla, la Boschi o Verdini? Quando la parola passa al ministro della giustizia, chi parla, Orlando o Ghedini? Naturalmente avranno fatto delle prove audio per non accavallare le voci, un problema risolto con un accordo sul ritmo: dicendo le stesse cose nello stesso momento – a parte l’effetto coro – si capirà tutto. Si è sperimentata anche una speciale modalità di intervento alla maniera di Qui, Quo e Qua: Boschi dice una parola, Verdini la successiva, Renzi chiude la frase. Poi li manda a votare tutti insieme. Oppure si traduce con il linguaggio dei non udenti: Finocchiaro parla e Romani fa strani gesti agitando le mani nell’aria. Poi escono e vanno a votare uguale. Resta qualche dissidio, ovvio. Per esempio quello sull’uso degli aggeggi elettronici, con Scalfarotto che spiega a Romani che l’iPhone non ha la rotella per i numeri, o quando Verdini usa l’iPad della Madia come piano d’appoggio per affettare la fiorentina da otto etti con cui fa colazione, ma sono dettagli. Più difficile, invece, la scelta delle controfigure. Boschi non vuole far coppia con Santanché (con cui ha votato solo l’81,5 per cento delle volte) e preferisce la Gelmini (con cui ha votato il 90,3 per cento delle volte), questione di affinità. Anzi, come disse il premier dopo il patto del Nazareno uno-punto-zero “profonde sintonie”.
In assenza di differenze politiche, si discute molto sulle cose tecniche. Renzi, come si sa, vuole riunire i suoi due governi, quello di centrosinistra e quello di centrodestra, alle sette del mattino, cioè più o meno all’ora in cui di solito i ministri-fotocopia del centrodestra vanno a dormire. Per il pranzo fa portare i pacchettini di Eataly, mentre quelli, abituati a Palazzo Grazioli, vorrebbero le pennette tricolore. Ma quando si parla di contenuti sono tutti invariabilmente d’accordo, cosa che si evidenzia poi nelle votazioni parlamentari. Certo, si tratta di scegliere bene gli argomenti. Riforme? D’accordo. Senato? D’accordo. Italicum? D’accordo Lavoro? D’accordo. Brunetta si piazza vicino all’impianto voce: nel’eventualità, piuttosto remota, che qualcuno affronti argomenti come lotta alla mafia, evasione fiscale, tassazione dei ceti più alti, è pronto a schiacciare un piccolo tasto che spegne tutto. Traquilli, finora non è mai successo, perché il governo “più di sinistra degli ultimi trent’anni” (cfr. Matteo Renzi, febbraio 2014) è capace di qualche sensibilità e di certe cose non parla.
Alla fine, in queste bizzarre riunioni del governo di centro-destra-sinistra, l’unico momento un po’ teso è quello in cui si concordano le dichiarazioni. Silvio teme di perdere visibilità marciando compatto con Matteo, e allora capita che qualcuno del centrodestra twitti una dissociazione, una critica, una cattiveria acidina. A volte gliele scrive direttamente Zanda, che avendo votato insieme a Verdini 99,8 volte su cento, lo conosce come le sue tasche, forse di più.

Mer
1
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Aumentarsi lo stipendio coi propri soldi

Dopo il passaggio di Giulio Tremonti su questa terra, usare termini come “finanza creativa” è assai rischioso. Ciò non toglie che la crisi incoraggi una certa creatività, specie in termini di buste paga. L’ultimo ritrovato in termini di alchimia retributiva è il Tfr in busta paga, idea non nuova ma rilanciata come tale in questi giorni dal vulcanico Premier. In pratica si aumenterebbero gli stipendi dei dipendenti con i soldi dei dipendenti, che farebbero così un regalo a se medesimi con i loro stessi soldi. Parrebbe una buona idea per rilanciare i consumi, sempre che non finisca come con gli ottanta euro che non hanno rilanciato un bel niente. E a proposito di ottanta euro, che succederà a quei dipendenti che, aumentandosi lo stipendio con i loro soldi, finiranno a superare le soglie per ottenere il bonus? Probabilmente non lo prenderanno più. Creatività a parte, pare un bel trucco: gli ottanta euro? Datteli da solo!

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Mer
1
Ott 14

Riposa in pace, articolo 18: togliere a pochi per uccidere tutti

Con la cerimonia funebre dell’articolo 18 si apre un nuovo capitolo di pace, prosperità e progresso per il mondo del lavoro in Italia. Cerimonia all’irlandese: la bara è aperta, il caro estinto pare che dorma e tutti intorno si dedicano ai drink e alle molte speranze che il trapasso di quel vecchio, polveroso, barbogio diritto apre per tutti. Il prete ha parlato chiaro: con la dipartita del vecchio articolo 18 ora tutti avranno di più. Parole nette e chiare: “L’imprenditore deve poter licenziare, se rimani senza lavoro ci pensa lo Stato”. Bene. Odiosi privilegiati come operai attaccati al posto di lavoro, cassintegrati in deroga e cinquantenni in mobilità, non potranno più dettare legge: è il momento di tutti gli altri, ci pensa lo Stato.
Sull’onda di questa solenne promessa, cardine dell’omelia, la cerimonia funebre assume toni garruli e divertiti. Ecco la ragazza che vuol fare un bambino col suo innamorato, lei precaria con contratto di tre mesi, lui in cerca di lavoro. Ora che è morto quell’egoista dell’articolo 18, i loro problemi sono finiti: ora ci penserà lo Stato. Lo stesso Stato che penserà anche al licenziato fresco fresco, perché come ha insegnato la legge Fornero (l’ultimo by-pass messo al vecchio articolo 18, appena due anni fa) ora che licenziare è più facile qualche contraccolpo ci sarà, ovvio, è la vita. Tranquilli, arriva lo Stato e stacca un assegno mensile. Poi ti trova un lavoro. Naturalmente lo Stato penserà anche alle famose partite Iva. Chi ha dovuto aprirla per fingersi libero professionista invece che dipendente licenziabile in cinque minuti ha finito di soffrire. Ora che il vecchio articolo 18 finisce dove merita, avrà anche lui giustizia e prosperità: un sussidio appena l’imprenditore finisce di pronunciare la frase “siamo costretti a fare a meno del suo apporto”.
A credere alla propaganda renziana, insomma, ora che non ci sono più lavoratori di serie A, tutti i lavoratori di serie B festeggiano a champagne: sono finiti i tempi cupi, ora che ad avere i diritti non sono più pochi (non pochissimi, a dire il vero, ma questo la propaganda non lo dice), finalmente li avranno tutti. E’ un abbaglio così clamoroso e grossolano, naturalmente, che non ci credono nemmeno loro. Per pensare a tutta quella gente – disoccupati, cassintegrati, precari tra un contrattino e l’altro, aspiranti mamme, sottoccupati, flessibili a vario titolo, partite Iva mascherate – lo Stato dovrebbe trovare il petrolio, o giacimenti d’oro, o vincere all’Enalotto tutti i giorni per qualche anno. Invece quel che c’è – lo dicono unanimi sia quelli che piangono i vecchi diritti, sia quelli che li hanno ammazzati – è un miliardo e mezzo, meno di quel che si spende oggi per la cassa integrazione. Insomma, basta aspettare un po’: che la veglia funebre finisca, che il caro estinto sia sotto terra, che le corone di fiori appassiscano tristemente. Poi qualcuno, reduce da quel bicchiere di troppo che il lutto ha suggerito, ricorderà le parole del prevosto e si farà avanti a dire: beh, ora che abbiamo levato un diritto a quelli là per darlo a tutti, lo diamo o no? E scoprirà che non ci sono i soldi, che non si può, che mancano i decreti attuativi, che la coperta è corta, che la frase dell’omelia aveva due parti. La prima: leviamo diritti. La seconda: li diamo a tutti. E che nel rimbombo delle navate della cattedrale, la seconda frase si è persa, dimenticata, evaporata. E’ rimasta un’eco, pare che dica: “Bravi! Ci siete cascati ancora!”. E poi: “E’ tutto. Andate in pace”.