Alessandro Robecchi, il sito ufficiale: testi, rubriche, giornali, radio, televisione, progetti editoriali e altro
 
gio
30
lug 15

Fondo Monetario, curare una polmonite tagliando una gamba

Fatto300715Dunque mettiamola così: il medico che per curarti la polmonite ti ha amputato una gamba ora ti guarda perplesso. Dannazione, la polmonite non è passata. Dunque propone di amputarti l’altra gamba. Sembra una storiella per chirurghi, e invece è la storia del prodigioso Fondo Monetario Internazionale, quello che di fatto gestisce e controlla l’economia mondiale, un medico che se lavorasse in corsia farebbe più morti della peste del Seicento. La nuova vulgata ora è questa: bravini, avete fatto qualche sforzo nella direzione da noi indicata (traduco: vi siete tagliati una gamba), ma non basta. Per essere felici e tornare a correre nelle praterie del benessere dovrete tagliarvi pure quell’altra. Quasi tutti riportano con grande enfasi le parole dell’illustre medico, invece di rincorrerlo, come sarebbe più comprensibile, con un martello molto pesante. E dunque ecco: per riavere il tasso di occupazione pre-crisi, l’Italia dovrà aspettare ancora una ventina d’anni, e questo se tutto va bene e si fanno le riforme che il Fondo Monetario prescrive. Tra queste, tenetevi forte, la contrattazione decentrata di secondo livello (in italiano: basta contratti nazionali, ogni fabbrica discuta col proprio imprenditore), rivedere i modelli retributivi (in italiano: guadagnare tutti un po’ meno), cambiare il sistema educativo (in italiano: trasformare la scuola in una fabbrica di mano d’opera). Siamo ancora lì: invece di alzarsi e cominciare a inveire, come farebbero in ogni ospedale del mondo i parenti del degente, al ministero dell’economia dicono che insomma, loro quelle cose le stanno già facendo. Disperante.
Fortunatamente, nota qualcuno, non è raro che il Fondo Monetario prenda della cantonate, ma pare che questo non infici in alcun modo il fatto che le sue ricette vengano accolte come sacre e inviolabili. Insomma: la politica economica degli Stati la fanno quei signori lì, e gli stati si adeguano. Ne fa in qualche modo fede l’accanirsi del ministero del lavoro sui dati dell’occupazione, diffusi a piene mani anche con criteri un po’ risibili. Esempio: se nella famiglia Brambilla lavorava solo il padre e ora, avventurosamente o per merito, ha trovato lavoro anche il figlio, è possibile rintracciare i titoloni sui giornali: “Brambilla: raddoppiata l’occupazione!”, segue dibattito. Invece si dice poco e male che i contratti a tempo indeterminato (si fa per dire, perché senza articolo 18 sono tutti a termine a capriccio del padrone) sono quasi tutti sostitutivi di altre posizioni, cha la disoccupazione resta mostruosa, che l’80 per cento e più dei nuovi contratti è a tempo determinato, cioè il vecchio caro precariato che si voleva (ehmm…) sconfiggere.
Sono numeri che schiantano il paese, ma che in qualche caso – solo per osservatori attenti – sotterrano anche una certa retorica farlocca dispiegata a piene mani. Basta pensare all’enfasi con cui si propugna come vincente e risolutiva la figura dell’imprenditore. Non c’è talk show, pagina economica o rotocalco che non abbia in bella vista il geniale imprenditore (delle salsicce, dei gelati, delle giacche a vento in piuma d’oca) che tiene la lezioncina su quanto è bello fare i padroni, con conseguente invito ai “giovani”: dai fatelo anche voi! Risultati devastanti. Da un lato frustrazione per chi non ha un papà finanziatore. Dall’altro gradi applausi per piccole, a volte geniali, start-up, salvo poi andare a vedere e scoprire che fatturano milioni e hanno un dipendente: la segretaria (se va bene). Creare valore per sé e non lavoro e benessere per tutti, insomma, è considerato modernissimo e à la page. Sempre in attesa, ovviamente, che il medico dica: perbacco, nemmeno tagliare un’altra gamba ha fatto passare questa fastidiosa polmonite, propongo di amputare un braccio. Applauso del paziente.

mar
28
lug 15

Dove sei stanotte, le date di agosto

Eccoci qui, qualche data agostana per Dove sei stanotte.
Il 1 agosto al Festival Una Torre di Libri a Torre Pellice, Torino, che è un bel festival davvero (l’incontro è alle 15.30 al Parco delle Betulle, in via D’Azeglio). Tutto il programma della manifestazione lo trovate qui.
L’8 agosto, invece, sarò a Zelbio (Como) per Zelbio Cult, che è un piccolo delizioso festival in un piccolo delizioso posto affacciato sul lago (ore 21, teatro di Selbio), la locandona è qui.
il 23 agosto (domenica) tocca ancora alle Marche, per Ventimilarighesottoimari, che è anche quello un festival interessante (alle 21.30 nel cortile della Rocca Roverasca), ma di questo parleremo più avanti, che c’è tempo.
Insomma, chi vuole, o ha voglia, o passa di lì… ci vendiamo, eh!
DoveseiSambe

lun
27
lug 15

In morte di un compagno gentile. Sergio “Tato” Banali

Sergio-BanaliDomenica sera è morto Giorgio Banali, che tutti abbiamo sempre chiamato Sergio e che per noi che gli volevamo bene era “Tato”, anzi, “il Tato Banali”. E’ morto a Varese, aveva 85 anni, era già vecchio – questo lo diceva lui, con un sorriso degli occhi dietro gli occhiali – quando noi giovanetti facevamo Cuore. Io scrivevo di musica per l’Unità e Michele Serra mi chiese se ci stavo a fare Cuore con loro, che usciva dal guscio del grande giornale del grande partito e andava da solo in edicola, non avevo nemmeno trent’anni, cazzo.
La squadra cresceva, c’erano già Michele, Andrea Aloi (me l’ha detto lui con un sms, che è morto il Tato), e Piergiorgio Paterlini (che ha scritto un bel ricordo del Tato, qui). Sono arrivato io che ancora stavamo all’Unità di via Fulvio Testi, a Milano, in una specie di scantinato vicino alle linotype (sì, è assurdo, si facevano ancora i giornali col piombo). Poi, poco dopo, sono arrivati anche Luca Bottura, Lia Celi, Carlo Marulli, Roberto Grassilli, e la famiglia era tutta lì – piccola, stretta – pronta a trasferirsi a Bologna. E c’era il Tato Banali.
Che era l’uomo della macchina, quello che teneva il traffico, che curava che arrivasse tutto, che disegnava, all’inizio, le pagine, che occhieggiava che tutto andasse bene, che era capace di guardare una foto o una vignetta da lontano e dire: “L’è storta!”. Aveva fatto il caporedattore all’Unità per trent’anni, e per me che facevo il giornalista ma sognavo di fare i giornali, era un pezzo di passato modernissimo. Lui scherzava di sé con una modestia assurda – “sono il compagno tempi e metodi” –, non voleva il suo nome da nessuna parte, nemmeno nella gerenza del giornale, e storceva il naso quando ridevamo un po’ troppo del Partito (sì, faceva ridere già allora). Ma la sua era un’ortodossia intelligente, spiritosa, vivace, e alla fine rideva sempre con noi. CuoreProbabilmente pensava che fossimo matti, e ci voleva bene. Giocava ad essere umile e noi lo prendevamo in giro per questo, era un gioco tra fratelli. Era lui che teneva insieme con una gentilezza persino esagerata quella banda di ego burbanzosi e scomposti, e insieme a noi anche le decine e decine di artisti che ci mandavano vignette, disegni, pezzi. Era lui che quando staccavo dalla mia scrivania, quando me ne andavo dalle riunioni, quando tornavo a casa, diceva ridendo finto-severo: “Dove vai, compagno Robecchi, che il sole è ancora alto?”, e questo qualunque ora fosse. Ora non so mettere in fila le cose che mi ha insegnato il Tato Banali, e comunque non mi andrebbe di fare elenchi. Di sicuro mi ha insegnato cosa vuol dire essere gentili, ma gentili per davvero, e non so nemmeno se ho imparato, ma comunque. Della sua vita privata non voglio dire, ma so che era gentile anche in quella, che qualcuno glielo rimproverava, e lui era gentile lo stesso, di una gentilezza irriducibile. So che lo prendevamo in giro, e che noi ragazzini potevamo farlo perché eravamo ammirati, affascinati e onorati della sua storia che veniva giù per la storia del partito e del glorioso giornale come una resina pazzesca di sapienza, esperienza, aneddoti, storie, umanità, racconti, abilità, intelligenza. Lo tiravamo dentro a forza nelle foto, quando c’era da farle in gruppo, anche quelle più cretine, e lui si scherniva, ma poi giocava – sempre – con noi. Mi mandò, dopo anni che non ci vedevamo, un suo libro sulla Resistenza. Era bello, era vero, non so più nemmeno dove l’ho messo perché non sono gentile come era lui, ma era bello davvero.
Adesso è morto e non c’è nient’altro da dire.

dom
26
lug 15

Where is Landini? Una minuscola storia di propaganda sovietica

Questa è una piccola storia che parte da una buona notizia. La buona notizia è che i lavoratori Whirpool (ri)avranno il loro posto di lavoro, e accanto a questa c’è un’altra buona notizia: governo, lavoratori e sindacato hanno agito insieme per fare un accordo. E’ una buona notizia per i lavoratori e anche per la politica: dimostra che il sindacato serve eccome, non è quell’ingombrante corpo intermedio che si dice di voler eliminare un giorno sì e l’altro pure. Bene. Ma veniamo alla propaganda.
Avevo notato il tweet trionfale del Presidente del Consiglio, ansioso (come è nelle cose) di intestarsi un successo.

Schermata 2015-07-26 alle 14.41.35

Guardate bene la foto (cliccate se volete ingrandirla). Cosa manca? Manca il leader del sindacato che è stato più decisivo nella trattativa, Maurizio Landini della Fiom, che è per inciso, tra i presenti, l’unico che potrà, forse, un giorno, chissà, essere avversario poltico di Renzi. Ci sono tutti: i vertici della multinazionale, il presidente che firma, la ministra dell’industria, i rappresentanti di Cisl e Uil.

Where is Landini?
Notata la strabiliante assenza dalla foto (Whirpool, misione compiuta! Sono bravo, eh? Visto che fico?), rivado con la memoria ad alcune reminescenze storiche (non ho fatto il militare a Cuneo, no, ma alcuni esamini di storia contemporanea…) e mi ricordo di una figura molto temuta e potente nella Mosca degli anni Trenta, il Glavnačpups, che era il Direttore in Capo della Gestione del Consenso, una specie di capo supremo della propaganda sovietica (c’era Stalin, mica la Boschi, eh!), insomma, il guardiano di quel che si può, non si può, o è meglio non dire. Rido. Faccio questo tweet:

Schermata 2015-07-26 alle 14.52.11Con mia sorpresa mi risponde (a strettissmo giro, pochi minuti) Filippo Sensi, detto @nomfup, che il lavoro di Glavnačpups lo fa per davvero. Mi dice che le foto della firma del contratto Whirpool (missione compiuta! Sono o non sono il vostro eroe?), stanno sul sito di Palazzo Chigi, e mi fa gentile dono di un’immagine dove compare (wow!) anche Landini

Schermata 2015-07-26 alle 14.55.07

E’ una buona mossa: Landini non è stato cancellato nelle foto, come Trozkij e i suoi amici dalle immagini sotto il palco di Lenin a San Pietroburgo, per carità. Le foto con dentro anche lui ci sono, sul sito di Palazzo Chigi, insomma, un luogo per feticisti della politica. Mentre la foto senza Landini, quella twittata dal Caro Leader in persona (Missione compiuta! Sposatemi!) ha fatto il giro dei giornali, dei Tg, delle cronache e l’hanno vista tutti, e certi Tg ci hanno pure fatto il sermoncino.
Mi tocca rispondere, insomma:
Schermata 2015-07-26 alle 14.59.17

La cosa finisce lì, come è giusto che sia. Ma intanto: chi ha visto i Tg, i giornali, la propaganda, ha visto la foto senza uno dei protagonisti della trattativa, tra l’altro l’unico che potrebbe, chissà, in prospettiva, essere un antagonista politico del capo. Missione compiuta davvero: il Glavnačpups ha fatto il suo lavoro. Non a Mosca nel ’35, no. In Italia oggi. E questa è la piccola storiella, la cui morale è: la propaganda fa il suo dovere, certo. Ma noi – noi tutti – dobbiamo imparare a fare il nostro, cioè riconoscerla e distinguerla dalla realtà

ven
24
lug 15

Voi di Kepler fate un selfie, così vediamo come saremo

Fatto240715E dunque un’altra Terra – Kepler452b – con un altro sole, altre albe, altri tramonti, e magari altre vite, ma sul serio, che stappano come una bottiglia di champagne tutta l’immaginazione possibile sul mondo parallelo. Magari gente che ci fa le foto, a quei tramonti, e le manda alla ragazza. E poi, ora che salta il tappo della fascinazione per qualcosa lontano là fuori che ci somiglia: come si sta qua, come si sta là, e se ci sono – come dovrebbe e sarebbe giusto – altri terrestri, diciamo kepleriani, in qualche modo fratelli come sono fratelli i due pianeti. E allora sapere, sapere subito: ehi, amici, qui dicono che siete più avanti di noi, più anziani. Questo è bene, dai, spiegateci come avete fatto a cavarvela. Non avete isole di plastica in mezzo agli oceani vero? E ci mangiate tutti lassù, o è come qua che metà fanno la fame, metà se la cavano e uno su mille sta come un pascià? Vi scannerete mica anche voi su quale Dio sia migliore spero! Se siete invecchiati così bene da assomigliarci, avrete risolto delle cose che magari noi stiamo ancora pasticciando nel nostro stupido modo terrestre! Oggi ci sembrano tanti 1440 anni luce, e in effetti sì, non ti basta un pieno della macchina, ma magari domani chissà, e potremmo vederci, che so, in un bar a metà strada, e parlarne un po’ tranquilli davanti a un caffè o a cosa diavolo bevete lassù. Uno specchio per guardarci, un’altra Terra per misurarci, è un lusso grosso che non dovremmo sprecare. Ce l’avete la luna? Noi sulla nostra ci siamo stati, non c’è niente, ma da lì abbiamo visto quanto è bella la Terra da lontano, da vicino un po’ meno, ma… Mandate foto! Fate sapere, insegnateci qualcosa di utile. Siamo noi, siamo i terrestri, vostri fratelli, vedete? Ancora non ci conosciamo e siamo già qui a chiedervi consigli e dritte. Spero davvero che siate un po’ meno fessi di noi… lo spero per voi, ma anche per noi, davvero. Ciao.

mer
22
lug 15

Contrordine, compagni L’abolizione dell’Imu non è più una vaccata

Fatto220715E così, dopo le sarde in saor, le birre del Belgio, i manicaretti austriaci e le meraviglie gastronomiche del Ghana, un altro poderoso contenuto ha riempito i padiglioni di Expo, per l’occasione sede di partito: l’annuncio sulle tasse lanciato da un Matteo Renzi in trance agonistica. “Meno tasse per tutti”, non è male, come slogan, non fosse che porta un po’ sfiga, ma si sa che Matteo non è scaramantico e si gioca quella carta per rastrellare sul terreno gli orfani di Silvio, parlandone da vivo. E dunque, gioco, partita, incontro: Matteo dice “no tasse” e se sei gufo e ti metti a dire “sì tasse” passi pure per fesso. Come se qualcuno dicesse: “Italiani! Mai più bronchite” e l’opposizione fosse costretta a urlare: “Sì, sì, viva la bronchite”. Insomma il renzismo come continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Oppure, più raffinata ipotesi: il berlusconismo come spossante, interminabile prova generale dello spettacolo con cui va in scena Matteo. Accecati, applaudono anche giornaloni e telegiornali. Gente che solitamente geme come l’albero di un veliero al solo nominare un aumento del deficit. E ora, invece, un coro di hurrà. Poi meno tasse per chi, per cosa, a favore di chi, per tagliare quali servizi, ovviamente non si dice, il capo dei pirati annuncia che troverà un tesoro, e nessuno della ciurma che gridi: “Prima vediamolo!”
Ma passi, non ha senso criticare la propaganda. Più divertente andare a leggere cosa dicevano i plaudenti renzisti delle prime file quando la pièce del “Meno tasse per tutti” la recitava l’unto dal Signore. Dai pacati giudizi politici di Finocchiaro (“L’abolizione totale dell’Imu sulla prima casa non sarebbe misura utile al paese”), all’intervento alla Camera del dem Fanucci (“Abolizione totale dell’Imu grave errore”), fino all’immancabile Dario Nardella (“Tutta quest’euforia sull’abolizione dell’Imu mi pare esagerata. Prima capiamo bene a quale prezzo la togliamo”). Spettacolo. E fin qui i politici. Perché poi al coro si aggiungevano gli agit-prop a tassametro, capaci di concedersi ben altre licenze poetiche, come il “comunicatore” Francesco Nicodemo, sempre lui, the genius: “Povertà disperazione disoccupazione e noi parliamo dell’Imu. Andatevene a fanculo”. Implacabile, tranchant, capace di puntare allo scranno più alto, ancora lui: “Vabbuò, Napolitano, tutto ‘sto discorso e non dici che l’abolizione dell’Imu è una vaccata?”. Eccoli lì, sono gli stessi che ora battono le mani per l’annunciata abolizione dell’Imu. Parliamo di due anni fa, non di due secoli, si metta a verbale anche questo.
Ma sì, lo so cosa si dirà: solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Ma tutti insieme? In coro? Tutti nello stesso momento appena il capo schiocca le dita? Chiunque vede che in questo modo la faccenda degli imbecilli e del cambiare idea muta un po’ di prospettiva. La paura è di entrare nel cono d’ombra, di essere espulsi dal gotha del renzismo, un po’ come quei funzionari nordcoreani che si distraggono e non ridono alle battute del Caro Leader: puff, spariti nel nulla. Viene in mente – spiace citare un bravissimo fascistone – il Giovannino Guareschi del “Contrordine compagni”, ma quello è: il testacoda del renzismo modernista che diventa più leaderistico e acritico e gerarchico del vecchio Pci togliattiano degli anni Cinquanta. Chissà che ora non si lavori di photoshop sulle foto ufficiali per cancellare quelle dichiarazioni e quei tweet oggi così divertenti da leggere ex-post. Photoshop e bianchetto, del resto, già usati sul nuovo sito del Pd, dove, cercando, non trovate un Bersani, un D’Alema, un Veltroni, e nemmeno un Berlinguer o un Gramsci. Niente, c’è solo Matteo, la storia parte con lui, come del resto ci spiega il claim pubblicitario della nuova Unità: “Il passato sta cambiando”. Eh, appunto.

sab
18
lug 15

A Roma! A Roma! Dove sei stanotte a piazza Vittorio (mercoledì 22, alle 20)

Eccoci. Mercoledì 22 luglio (alle 20) apre l’arena estiva di piazza Vittorio, a Roma. Una buona scusa (eheh!) per presentare Dove sei stanotte a Roma. Dopo un po’ di giri qui e là, arrivare a Roma, e in quella piazza, è un vero piacere. La serata è organizzata dalla libreria N’Importe Quoi, che di solito anima il chiostro di San Pietro in Vincoli. Insieme a me con Dove sei stanotte ci sarà Daniela Ranieri, firma de Il Fatto Quotidiano (esimia collega, quindi), con il suo Mille esempi di cani smarriti (Ponte alle Grazie) e la serata sarà coordinata da Edoardo inglese, che chiederà di libri, storie e musiche che stanno nei libri (quindi il vecchio Bob avrà il suo spazietto, credo). E’ tutto. Se ci siete, passate, se avete voglia venite, eccetera eccetera.
SanBenedetto
Mercoledì 22 luglio, Roma, piazza Vittorio Arena Estiva, ore 20

ven
17
lug 15

Tsipras, vogliono anche lo scalpo

Fatto170715Pena di morte e ergastolo per il cadavere. E poi passarci sopra con lo schiacchasassi, come nei cartoni animati, e magari buttato dalla rupe (Tarpea, già che ci siamo), e raccolto con un coretto di marameo, gesti dell’ombrello, pernacchie a mano aperta. Quel che succede a Alexis Tsipras, nel giubilo generale degli europei – quelli di destra, ovvio, quelli di “sinistra”, altrettanto ovvio – e dei loro giornaloni potenti (e giornalini, ci metto pure l’Unità) è un caso di scuola. Insomma, il destino dei leader della sinistra che non vuole essere – finché può, finché sa – la finta sinistra liberista à la page col desiderio di essere come tutti, è quello lì: morte e distruzione, umiliazione e sberleffo. Ognuno cerchi i suoi esempi nella memoria e nelle vecchie cronache. Lo spagnolo Zapatero che sembrava il messia e poi si zapaterizzò velocemente nel tran tran e nella quasi scomparsa. Nel nostro piccolo, gli Ingroia suscitatori di chissà quali speranze (peregrine, va detto) e poi dissoltosi come un ghiacciolo lasciato in macchina a ferragosto… Antò, fa caldo.
E questo per il passato. E per il futuro, invece si vedrà, ma è chiaro che si gioca anche di sberleffo preventivo, basti leggere certi giudizi su Landini, su Civati, su chiunque in qualche modo si permetta, alimentati a suon di sentenze e ironie dai commentatori schieratissimi di destra e – ancora – di “sinistra”.
Ma insomma, Tsipras fa caso a sé, e per vari motivi. Il primo: non è una comparsa ma un protagonista, uno che ha vinto le elezioni (lui), che guida un paese, non una promessa che si prepara a guidarlo un domani, chissà, forse, vedremo. Poi perché i giudizi su di lui hanno oscillato come pendoli impazziti all’oscillare delle vicende greche degli ultimi mesi. Cattivo comunista e pessimo debitore prima, nella fase della paura che in qualche modo ce la facesse. Poi, per un paio di giorni, schifoso calabraghe quando portava le sue proposte in Europa. Poi di nuovo diabolico agitatore e cattivo maestro. E poi – qui il colmo, il testacoda – populista quando chiese al suo popolo di promuovere o bocciare la linea del suo governo, cosa davvero incredibile che un capo di governo capace di indire un referendum in sei giorni, portare a votare tutti, e vincere, sia chiamato “populista” anziché “democratico”, ma tant’è. E poi, ultimo atto della tragedia (là) e farsa (qui): la sconfitta e l’umiliazione, salutate con un boato di gioia. E si capisce, certo. Il tentativo di ribaltare il pensiero unico liberista-monetarista non è riuscito, la paura rientra, si certifica che non solo non è possibile cambiare il gioco, ma che chi ci prova verrà schiacciato senza pietà. Sollievo, insomma, e il solito “guai ai vinti” che si conosce. Con un aggiunta di astio e bile: che ora chi temeva uno Tsipras in qualche modo vincente – o almeno non perdente – sulla scena mondiale non si accontenta di vincere, ma vuole lo scalpo da portare all’accampamento. E così si assiste allo spettacolo indecente di una destra ultraliberista e di una sinistra ultraparacula che gli rimprovera di non averla saputa realizzare, quella rivoluzione che li fece, per qualche minuto, scusate il francesismo, cagare addosso. Amici del Fmi e sostenitori di Schauble che dicono oggi, su Tsipras, le stesse cose dei black bloc greci in rivolta ad Atene: venduto, accomodante, lacché della Banca Europea. C’è del furore che si spiega solo così: Tsipras gli aveva messo una fifa blu. E si sa come vanno le cose da queste parti, e lo spiegò bene Michele Serra: che “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Ecco, ad Alexis Tsipras, tra un insulto e l’altro, stanno spiegando proprio questo. Con grande sollievo.

mer
15
lug 15

La lezione di Angela: colpirne uno (la Grecia) per educarne ventisei

Fatto150715La storia non mai già scritta, eppure capita che la si sia già letta. E allora nei giorni della battaglia di Atene, conclusa con la marcia trionfale dei generali del Fondo Monetario sotto il Partenone, si è forse esagerato con le metafore e le allegorie. Ma sì, dai, quelle cose a base di carrarmati e blitzkrieg, con il Beethoven dell’Inno alla Gioia mai così wagneriano, e le condizioni poste alla Grecia molto simili a ordini secchi urlati in tedesco: in fila! Marciare! Spalle al muro! Un déja vu potente, che chiama spontaneamente l’equazione, essendo almeno la terza volta in cent’anni che si vede la Germania senza argini europei.
E però: troppo facile. Va bene per la vignetta, va bene per il paradosso, che sono preziosi, eppure la metafora è un’altra, l’immagine è per così dire più moderna: è quella della testa di cavallo nel letto, della “proposta che non puoi rifiutare”.
Insomma, non il Terzo Reich, ma Il Padrino.
Si sa che il creditore tende a non ammazzare chi gli deve dei soldi, per il semplice motivo che poi il morto non pagherà i debiti. Tenderà piuttosto a mandargli qualche picciotto armato a spaventarlo, metterà qualche ragioniere a gestire i suoi affari (il gioco d’azzardo a Chicago, l’alcol illegale nel proibizionismo, le pensioni greche, la sanità in Portogallo, il mercato del lavoro in Italia…). Ma anche alla regola aurea di non ammazzare il debitore ci sono eccezioni. Per esempio una lezione dura e un’umiliazione cocente potranno sì, far perdere qualche dollaro al Boss, ma saranno preziosissimo esempio per gli altri debitori. Dunque non solo colpirne uno per educarne cento (ventisei, nel caso europeo), ma addirittura sacrificarne uno per tener buoni tutti.
Questo è stato fatto dall’Eurogruppo a guida Shauble-Merkel alla Grecia ribelle. E le metafore belliche in stile Terzo Reich dipendono appunto dal fatto che passano gli anni, ma le parole no, e la parola è: rappresaglia.
Ammesso che ora gli sconfitti si adeguino alle sanzioni dei vincitori, sia chinando la testa, sia cambiando governo e certificando che le elezioni greche si svolgono a Berlino, una cosa è certa: il Boss guarderà soddisfatto come le altre famiglie si ritirano intimorite con la coda tra le gambe. La soluzione greca non riguarda la Grecia, riguarda tutti gli altri, assistere oggi indifferenti all’umiliazione di Atene significa una cosa sola: essere tutti umiliabili domani. E già si vedono gli effetti. Altri debitori in bilico sulle curve pericolose dei loro precarissimi conti già plaudono alla soluzione. Dovendo schierarsi, lo fanno con il Boss a cui devono molti soldi, illudendosi che quando verrà il momento quello sarà con loro più comprensivo: stupidi, perché non s’è mai visto uno squalo dire “sono sazio”, o “non ho più fame”.
Ed ecco allora la pioggia di tweet e commenti di colonnelli e caporalmaggiori renzisti che plaudono al “capolavoro politico”, alla “soluzione finalmente trovata”, alla “buona notizia”. Con le parole che dicono persino più di quanto si vorrebbe, come nel delizioso – da incorniciare – tweet della signora Serracchiani Debora che dice: “Impariamo tutti la lezione”. Ecco, appunto.
Che se vai a guardare le riforme chieste alla Grecia insieme alla testa dei suoi leader e al sangue del suo popolo, ci trovi proprio quelle che ci si vanta di aver fatto qui, tipo i licenziamenti collettivi. Fatto!, come diceva Silvio buonanima.
E si dirà, sì, ma i soldi, sì, ma i debiti… E questo mentre in silenzio e zitto zitto qualche funzionario a Berlino ristrutturava senza clamori il debito dell’Austria: premio per esser stati in silenzio, sconti secchi di un miliardo e mezzo, apprezzamento per non aver alzato la voce e la testa come i greci. Il messaggio è questo: siate docili e vivrete. Don Vito Corleone non avrebbe saputo dirlo – e farlo – meglio.

gio
9
lug 15

Il problema non è la narrazione, è che non sanno farla

E’ un po’ diffFatto090715icile immaginare Napoleone che, osservando dalla collina il suo esercito in rotta a Waterloo, si volta verso i generali e dice: “Ecco, non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatto! Chiamatemi quelli della comunicazione!”. Altri tempi, paradosso improponibile. Proviamo con uno più moderno. I difensori del Brasile, sotto di sette pappine con la Germania, si guardano tra loro e si dicono: “Peccato, siamo più bravi noi, ma non riusciamo a farlo capire alla gente che guarda la partita”.
Ecco, un pochino sta andando così a Matteo Renzi: l’altro giorno, con l’Europa che sobbolliva, Hollande e Merkel che facevano il loro vertice senza di lui, la Grecia che gridava il suo no, la Borsa di Milano in picchiata, interveniva a un incontro con i suoi deputati e senatori per dire che “dobbiamo comunicare meglio”. Ora, qui non è che si scende dalla montagna del sapone, e si sa benissimo – essendo nati e cresciuti dopo Carosello – che la comunicazione, la sua manipolazione e il suo sapiente uso sono faccende strategiche. Che la “narrazione” – o lo storytelling, come lo chiamano i renzisti col master – sia importante è noto. E però è noto anche che bisogna saperla fare. Piccolo esempio. Se il cielo è nuvoloso con qualche sprazzo d’azzurro, potrai anche dire che tornerà il sole, e che nel caso sarà merito tuo. Se invece consigli la gente di mettere il costume, le infradito e il doposole e di correre al mare mentre diluvia e tira vento, la tua narrazione non solo è truffaldina, ma ti fa fare un po’ la figura del pirla. Sembra scienza (Wow! Scienza delle comunicazioni! Cool!), ma è una cosa piuttosto semplice. Chiedete al signor Silvio se ripeterebbe quella frase su “i ristoranti sono pieni” mentre la crisi mordeva le chiappe a (quasi) tutti. No, non lo farebbe. Il rischio di sbagliare la narrazione (va tutto bene, ottimismo, tranquilli, ci pensa lui, guarda che meraviglia!) si complica poi strada facendo. Perché ti costringe a una scelta: o insisti con quella, anche a costo di smentire una realtà che vedono tutti, oppure cambi narrazione, nel qual caso la gente penserà (ecco, sto fatto che la gente pensa è una variabile di cui al Pd tengono poco conto) che dici la prima cosa che ti salta in mente, purché ti serva.Ma non facciamo gli ingenui e non attribuiamo al povero renzismo in affanno problemi che sono di tutti. Presentare una pasta scotta e mal condita come un manicaretto da chef stellato è un tipico vizio della politica (tutta), e può persino funzionare. Ma funziona solo a patto che chi si inventa la bugia (pardon, la narrazione) sappia qual è la realtà. Invece, pare che ai burbanzosi colonnelli renzisti, per non dire del generale in capo, sfugga questo principio fondamentale: è una scemenza farsi convincere dalla propria stessa propaganda. Un errore fatale, che le vicende greche hanno magistralmente mostrato. I “comunicatori” del Pd hanno passato così tanti giorni (insieme ai poteri forti, ai grandi giornali, a tutte le tivù) a dire che i greci avrebbero votato “sì” con grande responsabilità, che ci hanno creduto davvero. Fare “il mediatore” tra Berlino e Atene ora non sarà facile, dopo aver tifato Berlino, portato allo stadio lo striscione “viva Merkel”, insultato in tutti i modi Tsipras e Varoufakis, tirato in ballo Pericle col famoso metodo “a cazzo. Perché nella narrazione e dello storytelling renzista bisogna tenere a mente anche questo: passato un anno e mezzo, la gente non ci crede più, e però se lo ricorda, prende nota, e la prossima volta non ascolta nemmeno. Urge riflessione, insomma, e invece lì siamo ancora al pensiero binario: “noi ottimisti / voi gufi”. Bisognerà regalare ai “narratori” un neon gigantesco con scritto: “Non funziona!”. E magari anche un altro che dica: “Ancora coi gufi, che palle!”

mer
1
lug 15

La Grecia e il debito, populismo vero contro populismo presunto

Fatto010715Ora, diciamolo, comunque la si pensi sulla crisi greca, il referendum, i livori della signora Merkel, i debiti, Alexis Tsipras e tutto il cucuzzaro, una cosa è innegabile: si usano le parole un po’ a vanvera, con il consolidato e tradizionale metodo “a cazzo”. La più gettonata al momento è la parola “populismo”. Una brutta bestia, si sa, a patto di mettersi d’accordo su cosa vuol dire. Già sul termine si registravano sbandamenti e scarsa tenuta di strada, ma ora che i grandi commentatori dei grandi giornali ci spiegano che indire un referendum per chiedere ai greci una conferma o una bocciatura alla linea del loro governo è “populismo”, il testacoda è completo. La pretesa secondo cui dare la parola agli elettori sia una specie di barbatrucco antidemocratico suona in effetti assai bizzarra, specie in una comunità, l’Europa, che parla di democrazia ogni minuto, vantandosi di esserne uno dei santuari. Un continente dove la pregiudiziale antifascista è andata un po’ gambe all’aria (vedi l’Ungheria, vedi i movimenti filonazi), ma dove cresce la pregiudiziale antipopulista, con la parola usata quasi sempre per indicare chi non si attiene al pensiero unico, il cui guardiano sarebbe una specie di banca. Va bene, ci sono i pro e ci sono i contro. Da qui al referendum chiunque, ma proprio chiunque, spiegherà al popolo greco che votando “no” si metterà ancor più nei guai, che si rischia il disastro, eccetera eccetera. Per cui, tirate le somme, sarebbe “populismo” chiedere a un popolo di esprimersi nelle urne, ma non lo è interferire in quello che quel popolo scriverà sulla scheda. Il capo dei banchieri, il presidente della Commissione Europea, i vari leader del continente che indicano ai greci come votare, pregandoli di votare “sì” e sottoponendoli a ogni tipo di pressioni sarebbero invece sinceri democratici antipopulisti. Mah.
Si aggiungano al pasticcio un paio di dettagli. Uno, per così dire, tutto politico e un altro più legato alla comunicazione della paura. La questione politica è abbastanza semplice: al governo greco guidato da Tsipras non si fanno gli sconti clamorosi e spaventosi che si fecero volentieri a chi, in Grecia, fece quei debiti. In sostanza, chi indebitò la Grecia fino alle orecchie andava quasi bene e non era populista, chi invece arrivò dopo (eletto, si badi bene, non scrivendo su twitter “Samaras stai sereno”), ereditando una situazione disastrosa e cercando di trattare una ristrutturazione del debito, è populista e va punito. Si noti en passant che la rata del debito greco che oggi Tsipras non riesce a pagare è di 1,6 miliardi, mentre le Borse ne hanno bruciati in un solo giorno 287: è come se per tentare di recuperare una cinquecento incidentata si desse fuoco a una decina di Ferrari, lo chiamano capitalismo, una cosa ben poco populista ma abbastanza scema anche lei. L’altra questione riguarda una specie di nazionalismo dei soldi, quel meccanismo tragicomico per cui si vede gente normale, che lavora, paga il mutuo, che arriva si e no alla fine del mese, gridare indignata che “i greci ci devono dei soldi e non ce li danno”. E’ la stessa gente che dava una quindicina di miliardi al fondo salva-banche senza battere ciglio, la qual cosa è abbastanza strabiliante ma comprensibile e molto furba: soldi per le banche ne abbiamo, soldi per un popolo in ginocchio no. Atteggiamento incoraggiato e caldeggiato, spinto da giornali, commenti, reportage, pensosi corsivi. Insomma, un populismo vero usato per picchiare un populismo presunto.

mer
1
lug 15

Agghiacciante filmato! Piazzese, Manzini e Robecchi on stage… (Palermo, giugno 2015)

Nel giugno scorso si è svolto a Palermo, nel bellissimo festival Una Marina di Libri, l’incontro-presentazione su Dove sei stanotte, insieme a Santo Piazzese e Antonio Manzini. Insomma, loro erano quelli bravi, e poi c’ero anch’io. Se interessa, Sellerio ha messo on line tutto l’incontro (in tre parti) e io metto qui sotto… solo per annoiatissimi, fans estremi di Manzini e Piazzese. Insomma… sta qua, vedete voi…

 

dom
28
giu 15

Dove sei stanotte. L’intervista alla Gazzetta del Sud

Qui sotto, la bella intervista di Francesco Musolino per La Gazzetta del Sud. Cliccare per leggere (pdf)

GazzSud

 

dom
28
giu 15

Jobs act, Expo 2015: il Grande Fratello

Fatto280615Roba da Orwell, neolingua e Grande Fratello. Nome e cognome: Jobs act, quella legge sul lavoro detta in inglese per fregare i gonzi e scritta da Confindustria per “superare” (sic) lo Statuto dei Lavoratori. Ciambella riuscita (con la fiducia, ovviamente), ma con molti buchi. E qualche autogol. I solerti salariati della propaganda renzista non facevano in tempo a sbandierare un comunicato del ministero del lavoro (18 giugno) che rassicurava, e troncava, e sopiva, che venivano impietosamente sbugiardati il giorno dopo dal garante della Privacy, che ammoniva sul rischio di “indebita profilazione delle persone che lavorano”. In italiano: il controllo elettronico della vita dei lavoratori. Insomma, fate attenzione, siate gentili, si valuti, si vigili… le solite belle parole, ma rimane il fatto che il Jobs act consente controlli capillari: una festa per le aziende, piccole e grandi (di privacy e Rai dice, qui accanto, Carlo Tecce).
Che poi, a ben guardare, il Jobs atc liberalizza, sì. Liberalizza, per l’esattezza, comportamenti di enorme scorrettezza padronale. Come la proposta del marzo scorso di Fincantieri, che pretendeva di inserire microchip negli scarponi degli operai, poi accantonata grazie alle proteste Fiom. O come accade (anche ora, mentre leggete) nel suggestivo scenario di Expo, dove i lavoratori forniti da Manpower devono avere una app nel cellulare (collegata alla mail fornita all’assunzione, cioè alla mail personale) che permette di controllarne minuto per minuto, tramite wi-fi e gps, gli spostamenti. E non solo, come sospettano NidiL Cgil, Felsa Cisl e Uil­temp, perché sarebbe tecnicamente possibile anche il monitoraggio delle memorie dei telefonini e delle mail private. Forse è questo che si intende con “Expo, un modello per il Paese”: più controlli per tutti.

gio
25
giu 15

Il progetto meglio del risultato: la vita è tutta un rendering

Fatto250615E’ vero che le frasi da scrivere sulla bandiera sarebbero numerose. L’immortale “tengo famiglia” va sempre bene, certo, e anche “state sereni” ci starebbe. Ma suggerirei, per aggiornare il repertorio, un più moderno motto che sta diventando pian piano slogan e simbolo perfetto per descrivere il Paese: “Era meglio il rendering”. Come tutti sanno, il rendering è la simulazione grafica di come verrà una cosa una volta fatta. Esempio: si costruisce su un’area pubblica e si mostra il rendering di come verrà il progetto a costruzione ultimata: molto verde, bimbi che giocano, parchi, panchine e le case sullo sfondo. Quando si va a vedere il progetto finito, quasi sempre le cose sono un po’ diverse: il cemento è di più, il verde di meno, le fronde ombrose diventano alberelli stenti, le panchine non ci sono. I meravigliosi rendering di Expo, per dire, mostravano acqua a non finire, barchette che la navigavano, orti a perdita d’occhio, agricoltura sostenibile e natura, mentre a cose fatte c’è una bellissima Gardaland, ma senza le giostre. L’ultimo caso di “era meglio il rendering” riguarda sempre Milano, ma è cosa piccola e, se vogliamo, tenera e affettuosa. Il grande campo di grano tra i grattacieli di Porta Nuova, opera di Land Art dell’artista Agnes Danes, spiccava nel rendering come una meravigliosa macchia gialla tra le architetture avveniristiche, una specie di “Van Gogh nella terra della speculazione e del mojito”, ed è invece un campo invaso dalle erbacce che farebbe la disperazione di ogni contadino. Si dà la colpa all’acqua che ristagna, al terreno poco adatto, al “troppo bio” della coltivazione. E va bene. Resta il fatto che, appunto, “era meglio il rendering”.
I guai arrivano quando si applica questa faccenda del rendering alla vita dei cittadini e alla politica che la determina. Della legge sul falso in bilancio, per esempio, era meglio il rendering: sembrava una costruzione strabiliante, un rimedio perfetto ai disastri fatti da quel signore che aboliva il falso in bilancio di tutti per non andare in galera con i falsi in bilancio suoi. Bello. Poi, a costruzione conclusa, chiuso il cantiere e tagliato il nastro (cioè scritto tutto sulla Gazzetta Ufficiale) si scopre che era meglio il rendering, e che l’opera reale ha buchi così grossi da farci passare, per dire, un Ligresti.
Visto con il senno di poi (che è il senno di oggi), di tutto il renzismo applicato che subiamo ogni giorno era meglio il rendering. Si mostravano skyline pulitissimi e fascinosi, rottamazioni implacabili della “vecchia politica” (uff!) e generazioni che ricominciavano a vedere il loro futuro. Poi, uscendo dalla simulazione grafica, ci si ritrova con i De Luca ineleggibili ma eletti, per fare solo un caso di scuola (ma sarebbero numerosi). Nel rendering del Jobs act si vedevano precari che acquisivano diritti impensabili, garanzie per i lavoratori atipici, prospettive per precari prima inimmaginabili. Poi, a cantiere finito e nastro tagliato, ci si trova con i lavoratori spiati, occupazione che non cresce, e i precari sono ancora quasi tutti lì, a fare un coro di voci stanche che dice: “Eccheccazzo, era meglio il rendering”. Con la burbanzosa arroganza di chi ha studiato più Jeeg Robot che Gramsci, persino Matteo Renzi lo ammette: il Renzi Uno (lui e i suoi pards che attaccano la diligenza) era meglio del Renzi Due (lui che governa in piena continuità con la politica precedente). Insomma, anche di Renzi, e per ammissione dello stesso Renzi, “era meglio il rendering”.