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gio
13
dic 18

Quelli che… lo spray in sé è innocuo, cattivo è chi lo usa per far male

Dovendo fidarmi di qualcuno, poniamo tra Matteo Salvini, Vittorio Feltri e Anton Cechov sceglierei senza dubbio il grande scrittore russo: “Se c’è un fucile nel primo capitolo, prima o poi sparerà”. È una specie di regola, purtroppo confermata dall’esperienza umana: basta guardare le cifre americane dei morti per arma da fuoco per capire che ci sono troppi fucili nel primo capitolo, e che negli altri capitoli si raccoglieranno i cadaveri. Ma si sa, gli Stati Uniti esistono là come tragedia e qui come farsa: lo spray al peperoncino che ha scatenato l’inferno nella discoteca di Corinaldo è solo una caricatura delle armi da fuoco in tasca a tutti, ma come si è visto è in grado di provocare spaventose tragedie.

I più ridicoli tifosi delle armi libere e della difesa fai-da-te suonano la solita solfa: non sono le armi che uccidono, sono gli uomini che le usano. Bello. Vale anche per la bomba atomica: non è cattiva lei, poverina, ma lo stronzo che schiaccia il bottone. È la stessa cosa, papale papale, che ha detto Matteo Salvini, che nei ritagli di tempo tra l’attivismo in politica economica e la militanza nel Ku Klux Klan sarebbe addirittura ministro dell’Interno: “Se qualcuno abusa del mattarello o delle forbici non posso vietare i mattarelli o le forbici”. Ecco fatto. Assolta l’arma, non resta che insultare tutti gli altri: se c’è la strage è colpa dei ragazzi, anzi dei genitori che ce li mandano, anzi dell’ora tarda, anzi del cantante cattivo, anzi dei suoi testi, anzi… La pioggia dei luoghi comuni si fa diluvio, con lampi, fulmini e qualche tuono che rimbomba: “Noi da giovani eravamo meglio dei giovani di adesso”, dicono gli anziani, in un tripudio di vecchi tromboni.

E così a Corinaldo, come sempre succede, è andata in onda la colpevolizzazione delle vittime, in perfetta continuità con quello che si sente dire spesso nei casi di violenza sessuale: se la sono cercata. Vittorio Feltri, il patron del giornale che ha venduto in allegato pistole al peperoncino, usa la stessa logica, potrebbe allegare un bazooka e non ci sarebbe niente di male: basta non abusarne. Il ministro dell’Interno di cui sopra, peraltro, distribuiva spray al peperoncino nei suoi banchetti e quindi non stupisce la linea, rafforzata anche dal fatto che chi spara gli piace tanto, vedi legge sulla legittima difesa.

Intanto, dopo la tragedia di Corinaldo, emergono dettagli su dettagli da tutto il regno: si spara il peperoncino nelle discoteche per rubare portafogli e cellulari, si spara nelle scuole per vedere l’effetto che fa (in settimana già due o tre casi), ai concerti la cosa era già successa decine di volte. Insomma, tolto il tappo al vaso di Pandora viene fuori che lo spray al peperoncino è un’arma di difesa, ma che se volete derubare o tramortire qualcuno per la strada o in discoteca è un ottimo metodo: dopotutto non esiste arma di difesa che non sia anche arma d’attacco. E, per la cronaca, è vietato o venduto con grandi restrizioni nella maggior parte dei Paesi europei.

Ciò che si cerca di replicare, insomma, è la tradizione americana dell’essere tutti cowboy, una specie di privatizzazione della difesa: ognuno con i suoi mezzi, e di questo passo il problema non è “se”, ma “quando” avremo una Columbine italiana, a cui dovremo un giorno chiedere conto ai Salvini, ai Feltri e a tutti gli altri piccoli armigeri del Paese che soffiano sulla questione sicurezza. Diffondere massicciamente un’arma tra la popolazione, benedirla, esaltarla, venderla insieme a un giornale, farne programma politico, anche da persone che hanno ruoli istituzionali, è un calcolo cinico, un esplicito e interessato disegno di imbarbarimento che pagherà in termini di consenso. Poi, all’apparir del vero e al compiersi del disastro, si darà la colpa al cantante e più in generale ai “giovani”. Facile, no?

 

mer
5
dic 18

Altro che imprenditori: il partito del Pil sono gli italiani che lavorano

Fatto051218Prima di tutto una precisazione. I tremila imprenditori che l’altro giorno a Torino si sono riuniti per dire sì alla Tav e a tutto il resto (grandi opere, medie opere, tagli alla manovra) non sono, come si è scritto con toni eccitati e frementi “Il partito del Pil”. Non rappresentano, come si legge in titoli e sommari “due terzi del Pil italiano e l’80 per cento dell’export”. Il Pil italiano, e anche l’export, lo fanno milioni di lavoratori che in quelle imprese sono occupati. Gente che da anni vede assottigliarsi il suo potere d’acquisto, mentre aumentano profitti e rendite, che assiste all’erosione dei suoi propri diritti, che va a lavorare su treni affollati come gironi infernali, che sta in bilico sul baratro della proletarizzazione, che teme ogni giorno un disastro, una delocalizzazione, una vendita ai capitali stranieri, una riduzione degli organici, che combatte ogni giorno con servizi sempre più costosi, che fa la parte sfortunata della forbice che si allarga – da decenni – tra redditi da lavoro e profitti. Il Pil italiano – come il Pil di tutti i paesi del mondo – lo fanno loro, ed è piuttosto incredibile che una platea di tremila persone venga più o meno, con pochissime sfumature, identificata con l’economia italiana senza nemmeno una citazione di sfuggita, un inciso, una parentesi, che ricordi i lavoratori.

A vederla dal lato politico, si direbbe che l’imprenditoria italiana cerchi rappresentanza e punti di riferimento. Come ha detto Maurizio Casasco (piccoli imprenditori), “Abbiamo bisogno di leader, non di segretari di partito”, ma già i primi commenti fanno notare che presto lo troveranno, e sarà ancora Salvini, l’uomo che sa dire sì e che già si era beccato un paio di mesi fa gli elogi sperticati del presidente di Confindustria Boccia.

Così la palla ripassa alla politica, ai 5stelle impantanati e al loro cannibale Salvini cui cedono su tutto (compresa la guerra ai poveri conclamata nel decreto sicurezza). Doppio risultato: si piange un po’, che è caratteristica statutaria degli imprenditori italiani, e si tira il pallone in tribuna, impedendo ancora una volta una riflessione proprio su di loro. Sicuri che quei tremila (80 per cento dell’export, due terzi del Pil) non abbiano colpe in tutto questo? Che non abbia funzionato niente, negli ultimi trent’anni, politica, economia, finanza, Stato, amministrazione, tranne loro, sempre perfetti e “motore dello sviluppo”? E’ un po’ incredibile, andiamo! Eppure negli anni di Silvio gli imprenditori italiani hanno avuto di tutto e di più, e negli anni del centrosinistra meglio ancora, dalla pioggia di miliardi del Jobs act al coltello dalla parte del manico nelle relazioni sindacali, come la possibilità di demansionare i dipendenti, per non dire dell’articolo 18.

Da almeno trent’anni, con piccole frenate e forti accelerazioni, la filosofia al governo sostiene la tesi che aiutando le imprese si aiutino anche i lavoratori, che se stanno bene gli imprenditori staremo bene tutti, che se la tavola è sontuosa, qualche briciola cadrà dal tavolo per i poveri. Questo, in trent’anni di sperimentazione, non si è verificato, anzi è successo il contrario, la precarizzazione è avanzata, fino al cottimo, fino all’algoritmo che gestisce i tempi di vita delle persone.

Gli imprenditori italiani, in definitiva, non strillano solo per la Tav, ma perché non hanno ancora una sponda sicura nel governo del paese. Nessuno che dica “meglio Marchionne dei sindacati”, per intenderci. E’ legittimo lo sconcerto e anche l’accorato appello, che confina col piagnisteo, che confina con le minacce, va bene, si chiama pressione politica. Ma partito del Pil no. Il partito del Pil, qui, sono milioni di italiani (e stranieri) che lavorano, e anche loro a caccia di qualcuno che li rappresenti in un Paese senza sinistra.

mer
28
nov 18

Se Mozart e Da Ponte son zozzoni, allora la Karenina è zoccola

Fatto281118Troppo osé. Scollacciata. Ma guarda che roba, signora mia. Bell’esempio per i nostri giovani! Dove andremo a finire? Pare si siano detti questo (e forse anche altro) i professori di qualche classe di scuola media di Ascoli Piceno. Dovevano andare a vedere il Così fan tuttedi Mozart con gli alunni, ma poi ha prevalso il buonsenso: no, no, troppo sesso, questa cosa di mettere alla prova la fedeltà delle fidanzate, anche solo per ridere, non va bene, potrebbe turbare i ragazzi. I quali ragazzi, chissà, saranno forse rimasti delusi (uh, niente opera, due ore di matematica, dannazione!), oppure sollevati (Uh, meno male! A teatro bisogna spegnere i telefonini e non si può nemmeno chattare un po’).

Insomma, voi sapete che ci sono, acquattati e nascosti nelle pagine dei giornali, alcuni segnali della fine del mondo, e uno è questo: negare a un manipolo di quindicenni una delle cose più belle mai scritte nella storia del mondo perché “Troppo osé” (questo riportano i titoli, testuale), faccenda di corna e di intrighi amorosi. Sai che trauma per i nostri ragazzi, che magari sanno tutto della poetica Fedez/Ferragni, oppure delle palpitazioni di tronisti e troniste in tivù, per non dire delle più fantasiose categorie di Youporn. Peccato, perché la mirabile servetta Despina avrebbe potuto spiegare per bene le cose: “Una donna a quindici anni / dée saper ogni gran moda / Dove il diavolo ha la coda…”.

Ecco, meglio non saperlo. Quei due zozzoni di Mozart e Da Ponte stiano a casa loro. E anche Giuseppe Verdi non dorma troppo tranquillo, perché il sindaco di Cenate Sotto, tal Giosuè Berbenni, intima alla Scala di cambiare l’allestimento dell’Attilain programma (regista Davide Livermore, direttore Ricardo Chaily): c’è una scena che si svolge in un bordello, un’attrice che fa cadere la statua della Madonna, e questo è troppo, a Cenate Sotto non reggono il colpo..

Non è dato sapere se i prof con facoltà di sorveglianza morale che hanno negato Mozart ai loro studenti o il sindaco che prega di cambiare sceneggiatura a Verdi siano poi anche quelli che deplorano la decadenza culturale dei nostri tempi, l’ordinaria pornografia sentimentale della tivù del dolore o la faciloneria dei social, resta il fatto che Mozart no, non va bene, e rileggere Verdi nemmeno. Aspettiamo con ansia che si ritraggano inorriditi davanti alla Certosa di Parma, insomma, la zia innamorata del nipote, che tenta pure di farlo scappare di galera mentre quello, scemo, si innamora di un’altra signorina. Possibile invece che vada benissimo l’Otello: il nero che strangola la donna bianca è perfetto per i tempi che corrono, pare di vedere il tweet di Salvini: “Basta con questi negri che uccidono le nostre donne! Otello deve andare in galera nel suo paese! Ho ragione, amici? Bacioni!”. Va bene, cascano le braccia, siamo a un passo dal trattare da zoccola Anna Karenina, per non dire di quella signora Bovary, così annoiata dal noiosissimo marito, che cercava di spassarsela come aveva letto nei romanzi romantici (una buona ragione per vietarli, finalmente!).

Intanto, fuori dal teatro, lontano da Fiordiligi e Dorabella e dalle sconcezze mozartiane, i nostri ragazzi, così abilmente protetti dal comune senso del pudore (fosse anche quello di fine Settecento), possono continuare a bersi le millemila fidanzate di Corona, il gossip di palazzo tra Matteo ed Elisa, e tutta la sistematica fucilazione del pudore che ci regala la tivù mattina, pomeriggio e sera, oltre ai selfie autocelebrativi coi vivi e coi morti. Tutto scritto, suonato, cantato e recitato in pubblico, costantemente, ventiquattr’ore su ventiquattro, urlato a gran voce e presentato come commedia del costume contemporaneo. Mozart no, troppo osé, giocoso e scabroso, e poi, cazzo, bisognerebbe capirlo e farlo capire ai ragazzi, che fatica, eh!

mer
21
nov 18

Gilet, migranti, socialisti: quanto sono poetiche le proteste degli altri

Fatto211118Incredibile quanto ci piacciono le rivolte quando le fanno gli altri, una passione, proprio. Leggendo le cronache dalla Francia, anche quelle più “legge & ordine”, traspare una sorta di invidia non detta, di ammirazione sottaciuta, come un’inconfessabile stima per una mobilitazione così spontanea e tenace. Non tanto per gli obiettivi della protesta dei gilets jaunes(che restano molto francesi e assai trasversali), quanto per la loro tenacia. Ci piace insomma il pensiero dei francesi che si incazzano, come da canzone del Maestro, ma ogni volta quel che si ammira è che lo fanno seriamente. Già capitò ai tempi del grande sciopero dei mezzi pubblici, quando si magnificò la solidarietà dei parigini, pur azzoppati nel loro spostarsi, con i lavoratori in lotta. Non scioperanti e utenti divisi, ma cittadini uniti, si disse, cronache che scaldavano il cuore, mentre se succede qui, anche un minimo sciopero dei treni, ecco le grida di allarme sull’Italia “paralizzata” e la prepotenza sindacale.

Insomma, ci piacciono molto la protesta, la rivolta e persino la sommossa (specie se ceto medio-oriented), a patto che non succeda qui, e se un qualsiasi movimento di protesta si azzardasse qui da noi ad occupare strade e autostrade o depositi di carburante, si griderebbe – destra, sinistra, sopra, sotto – all’eversione (non a caso il decreto sicurezza contiene gravi inasprimenti di pene per blocco stradale, per esempio).

E’ un bizzarro strabismo politico-culturale, tutto italiano, molto ipocrita, che abbraccia il pianeta. La marcia dei migranti dall’Honduras agli Stati Uniti è un altro caso di scuola. Una migrazione in piena regola, che riscuote ammirazione e pressoché unanimi consensi, almeno a sinistra. E’ una cosa biblica, contiene molto Garcia Màrquez, migliaia di persone che vanno a piedi, coi trolley e le valigie, i bambini e i nonni fino a Tijuana, e lì cominciano a bussare al muro per avere una vita migliore. Muy sentimiento, eh! Se invece succede qui la musica cambia un po’, niente più flauti andini e canzoni di protesta, cominciano i cori del non-possiamo-accoglierli-tutti, gli aiutiamoli-a-casa-loro (cfr: Salvini), e aiutiamoli-davvero-a-casa-loro (cfr: Renzi). Insomma, gli opposti minnitismi, e magari, come già si fece, accuse di “estremismo umanitario” a chi crede nell’accoglienza e magari la pratica. Ci piacciono i migranti degli altri, insomma, pieni di rimandi letterari, soddisfano un nostro bisogno di etica e ci ricordano vagamente cosa sarebbe la giustizia sociale. Perfetti, finché stanno dall’altra parte del mondo, fuori dai coglioni.

Ci piacciono molto anche i socialisti degli altri. Il caso di Alexandria Ocasio-Cortez conferma in pieno. Con grande attenzione, i media italiani hanno seguito l’ascesa della giovane democratica, fino all’arrivo al Capidoglio di Washington. Hanno persino lodato il suo dichiararsi esplicitamente socialista. Che brava, che coraggio, bene! Che bella la copertina del New Yorker! Tacendo però il dettaglio che se qui, qui da noi, emergesse una voce dichiaratamente socialista – più diritti economici, meno rendite, meno profitti, più reddito da lavoro più diritti agli immigrati, più scuola pubblica – verrebbe trattata come un appestato, affetto da novecentismo, bacucco, via, sciò, come si permette, lasci fare ai mercati, che la sanno lunga. Se dici “socialista” a New York sei un’esotica benedizione per i tempi nuovi che verranno, ma se lo dici qui ti lapidano perché “non aiuti le imprese” e qualunque idea di conflitto sociale pare obbrobriosa.

E’ uno strabismo anche sentimentale, perché, insomma, almeno a sinistra piace ancora l’impianto, chiamiamolo così, ideal-romantico della rivolta e della reazione all’ingiustizia, dei deboli che si ribellano al potente, ma solo in cartolina, e più è spedita da lontano e meglio è.

gio
15
nov 18

Esta no es una canciòn de amor

Cari tutti. Questa non è una canzone d’amore è un libro che ho amato molto. E’ il primo della serie di Carlo Monterossi (e Ghezzi, e Carella e Oscar Falcone…), uscito nel 2014, quindici ristampe in Italia, e ora esce in Spagna, per Salamandra Ediciones (gracias, amigos!). La traduzione è di Julia Osuna Aguilar, la copertina decisamente almodovariana… Insomma, la canciòn. Se passate da Barcellona, o Madrid, o in qualunque altro posto in terra di Spagna… Vabbé, molto contento. Qui la scheda del libro nell’edizione spagnola

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mer
14
nov 18

Stampa, il vero insulto è essere pagati sei euro ad articolo

Fatto141118Quando arrivi a prendertela con i giornalisti vuol dire che hai esaurito tutte le altre scuse, e “lasciateci lavorare”, e “la gente non capisce”, eccetera eccetera, e sei arrivato finalmente al bar, dove vale tutto. Sia messo a verbale che per un politico attaccare la stampa è sempre un mezzo autogol e un segno di debolezza. E questo senza addentrarsi nella qualità dell’insulto: “infimi sciacalli” (Di Maio) non è granché, mentre “puttane” (Di Battista) è sgradevole anche per motivi che coi giornalisti non c’entrano niente. Si prova una certa nostalgia per le “iene dattilografe” di D’Alema, che sposava irridente perfidia e raffinatezza stilistica, e questo per dire che si peggiora ma non si inventa niente.

La categoria è balzata su come una bestia ferita, cosa che fa periodicamente con più o meno convinzione. Si è visto vibrare orgoglio professionale, alcuni hanno fotografato il tesserino per postarlo sui social, e in generale la risposta all’attacco scomposto dei 5stelle è stata piuttosto veemente. Insomma, giù le mani dalla libera stampa. Mi associo pienamente. Anche se a tratti nella partita non si distinguevano più due cose un po’ diverse tra loro: la difesa della libertà di stampa e la difesa di una corporazione.

Poi, quando sarà passato lo tsunami di indignazione, si potrà magari discuterne meglio, a partire da due o tre cosette.

La prima riguarda la politica: dire un giorno che i giornali sono morti e non contano più niente, e il giorno dopo attaccarli come potere ostile è una palese contraddizione (comune a tutta, o quasi, la politica). Significa che il famoso disegno culturale dell’intermediazione (il mito della rete per i grillini, ma in generale i social per tutta la politica) non sta funzionando granché. Renzi dettava la linea a colpi di tweet, ma intanto prendeva la Rai e curava i rapporti con i giornali, Salvini fa il fotomodello di se stesso e i media lo adorano. Nomine e promozioni sono terreno di battaglia. Insomma, disintermedia qui, disintermedia là, ma il parere della stampa ai politici interessa ancora parecchio.

Come dicono quelli bravi – ma sarà per consolarsi – bisogna trasformare le disgrazie in opportunità. Sarebbe bello che i giornalisti italiani, così bruscamente insultati, sfruttassero questo loro sussulto d’orgoglio e ne usassero la spinta propulsiva per riflettere un po’ su se stessi, sulla professione, sulle sue modificazioni. I dati sul precariato nella categoria fanno spavento, si scrive per otto euro, per cinque euro al pezzo, i giornalisti sotto i quarant’anni arrivano in media a sei-settecento euro al mese, c’è un vastissimo lumpen-proletariatdel lavoro intellettuale, che diventa sfruttamento e ricatto professionale. I giornalisti garantiti da un contratto e da uno stipendio decoroso sono ormai una minoranza, la norma è una specie di McDonald dell’informazione dove si friggono notizie a basso costo.

Poi, come se non bastasse, tutti i giornalisti hanno questo destino infame: sentirsi spesso dare lezioni di giornalismo da gente che non ha mai messo piede in una redazione, che non ne sa niente. Ma loro, i giornalisti, che nelle redazioni ci stanno, che conoscono la macchina e sanno come funziona, dovrebbero accorgersi che queste forme di sfruttamento, che allungano quasi a vita l’età del precariato, nuocciono alla professione, nella sua dignità, anche più dell’insulto del politico di turno in piena crisi di nervi.

“Perché non mi scrivi una bella pagina sulla meritocrazia? Te la pago sei euro e cinquanta!”. Ecco una buona metafora di come sta messo oggi il giornalismo italiano, e si può valutare se la sua perdita di qualità non sia dovuta anche a questo. Nel dibattito sulla stampa offesa, tutto questo non c’è: solo insulti, allarmi e grida d’orgoglio ferito, politici isterici, giornalisti indignati e morta lì. Peccato.

mer
7
nov 18

l’Harmony di Salvini, il “pupazzo” che ha preso il posto del ministro

Fatto071118E se ne avesse altre? Intendo: se la signora Isoardi avesse altre fotine da mostrarci? Se volesse trasportare da “collezione privata” a “pubblico dominio” altri scatti dell’attuale ministro dell’Interno? A quel punto avremmo un intero catalogo di immagini dedicate a Matteo Salvini: quelle che si fa lui (in settimana: con il mitra in mano, con la Madonna di Medjugorje, con la tuta della protezione civile, con la divisa dei pompieri, in giacca e cravatta dal presidente del Ghana…) e quelle che gli fanno gli altri, che non si sa mai.  Insomma, non è giusto che un collezionista privato privi (appunto) il mondo di testimonianze artistiche così rilevanti. In un momento storico in cui il leader aspirante uomo forte (“Se governassi da solo…”, un classico) coincide in tutto e per tutto con la sua immagine mediatica, diffondere fotografie non autorizzate sarebbe un dovere civico, un contributo al dibattito politico culturale.

Va detto che la prima puntata della soap ha mosso un po’ la trama: Salvini era così a corto di idee da farsi fotografare con una statua della Madonna di Medjugorje (che di solito è il penultimo gradino del vip in affanno), e un po’ di soft-core per i palati meno devoti serviva come il pane. Lui, peraltro, com’è noto, ribatte che “Per educazione, carattere e rispetto non ho mai buttato in piazza la mia vita privata”. Non male, detto da uno che si fece fotografare a letto vestito solo di una cravatta verde sulla copertina di un settimanale.

Ma sia, non è della già oltremodo dibattuta situazione Harmonydello sceriffo che si vuole parlare. O forse sì, ma in questo senso: il terreno del voyeurismo salvinista si allarga di un’altra zolla. Dopo le emergenze inventate, l’affanno da sciacallo sui casi di cronaca su cui cala come un avvoltoio se lo ritiene utile, tra un insulto agli intellettuali e il vorticoso cambio di costumi di scena, mancava l’irruzione nel privato, di più, nell’intimo. Dal palinsesto un po’ machista e un po’ albertosordiano del Nostro mancava il tassello del melodramma privato, una cosa da tivù popolare, anzi popolarissima: “E pensa, Maria, che gli stiravo il cappuccio del Ku Klux Klan, è uno stronzo, chiudi la busta”.

Insomma, che Salvini stia colonizzando ogni spazio di comunicazione disponibile è noto: forse lo vedremo che imbocca un cucciolo di foca, o sorridente sulla confezione dei cereali, o che ricorda severo che è ora di montare le gomme invernali. Salvini che è ovunque e in ogni luogo, insomma, con la statua della Madonna e col mitra, impegnato nella costruzione di quel rumore di fondo senza il quale sarebbe soltanto Matteo Salvini, un politico di lungo corso, molto ancien régime,sopravvissuto al terremoto dei partiti e diventato portabandiera della destra non più vergognosa di se stessa.

Come già si disse in questa rubrichina, il problema non è se, ma quando scoppierà questa bolla di fuffa elettronica che accompagna le gesta di Salvini. Già si nota una confusione tra il Salvini e il suo pupazzo, tra l’astuto politico e le sue varie caricature, girano le barzellette su Salvini, le parodie si sprecano. In sostanza, dietro l’apparente osanna delle masse, si comincia a intravvedere lo smottamento: Salvini che vorrebbe essere uomo forte, appoggiato alle proverbiali puttanate del Duce, che fa la faccia brutta davanti al crimine (purché commesso da immigrati), si confonde sempre più con il Salvini da trash televisivo, da pescatore della domenica, da indossatore di divise. Ci vorrà del tempo, perché il ridicolo è come il veleno, che ci mette un po’. Vedendolo sorridere pieno di sé mentre si recava sul luogo di una tragedia, molti hanno pensato che avesse sbagliato selfie, invece sono solo i piani che si intersecano: il pupazzo e il ministro non sono più distinguibili, e non è certo il puazzo il peggiore dei due.

mer
31
ott 18

La terra ai nuovi nati: con sei o sette figli ti fai il latifondo

Fatto3110Andrà letta per bene e nei dettagli, la rivoluzionaria proposta contenuta nella manovra economica che promette un po’ di terra da coltivare per chi fa il terzo figlio. Già detta così pare bellissima, c’è un che di Via col ventoe al tempo stesso qualcosa di romanticamente sovietico: la terra ai contadini! Solo se hanno tre figli, anzi due ma promettono di fare il terzo. Siccome sono tempi in cui i paragoni storici si sprecano, spesso a sproposito, non dirò della ripopolazione delle campagne, delle paludi, del sacro suolo, eccetera eccetera, e nemmeno dei premi alle famiglie numerose. Mi limiterò a ricordare un precedente illustrissimo. Era il 1865 e, in America, il generale Sherman emanò un’ordinanza per donare a ogni ex schiavo, come risarcimento, 40 acri di terra e un mulo per ararla. C’era il trucco: era terra quasi sempre paludosa e incoltivabile, in brutte zone, il mulo non gliel’hanno mai dato, poco dopo ammazzarono Lincoln, cambiò tutto, e gli ex schiavi dovettero rendere le terre ai padroni bianchi. 40 acri e un mulo è un modo di dire, in America, che sottintende la fregatura storica che diventa, per l’appunto, proverbiale.

Ma qui c’è di più. La faccenda della terra distribuita per questioni di merito demografico (tre figli! Bravi, avete vinto un prato in Molise!) ha qualcosa di irresistibilmente satirico: con sei o sette figli ti fai un latifondo come ai tempi dei Viceré.

Ora immaginiamo la famigliola aspirante ceto medio che si arrabatta con due figli, stipendi precari, mutuo sul groppone, che si accinge a fare il terzo figlio, carica il camioncino come la famiglia Joad (Furore, John Steinbeck, 1939) e va dall’Oklahoma alla California in cerca di un pezzo di terra da coltivare. Molto suggestivo e letterario, molto fotografia seppiata della Grande Depressione. Forse un po’ meno affascinante dal punto di vista pratico, e poi bisognerebbe pensare allo sviluppo, andare avanti, programmare. Al quarto figlio la stalla. Al quinto figlio la trebbiatrice nuova. Senza contare alcune cosucce di non poco conto, come le condizioni dell’agricoltura italiana: uno va a coltivarsi i suoi 40 acri, e poi? Poi gli passano sotto il naso i camion delle arance raccolte col lavoro semischiavistico, il caporalato, la grande distribuzione e le sue aste al ribasso. Tutto questo senza nemmeno dover sparare a Lincoln.

In ogni caso si va a parare lì, all’aumento della natalità premiato come se fosse un donare braccia alla patria, una cosa già sbandierata dall’indimenticabile ministra Lorenzin. Naturalmente i legittimi titolari di due figli che si mettano in testa la balzana idea di fare il terzo ringrazieranno molto per l’idea, ma si ha come l’impressione che preferirebbero altri incentivi. Per esempio un asilo nido meno caro di una Porsche, servizi sociali adeguati, un welfare funzionante che permetta alle madri di lavorare a parità di salario con gli uomini, e altre cosucce consimili come magari tempi di lavoro che non siano dettati da un algoritmo. Dettagli. Cosucce. Ma va bene anche il prato in Molise, eh! Immagino che ci sarà un boom demografico senza precedenti e avremo migliaia di nuove aziende agricole, dove il neonato potrebbe occuparsi delle papere. E’ evidente che affidare tutto questo ben di dio a famiglie svogliate ed egoiste che si rifiutano di figliare oltre il secondogenito sarebbe diseducativo e non ripopolerebbe le campagne, mentre si sa che l’impero ha bisogno di braccia da restituire all’agricoltura. Magari un giorno si supererà questa visione agreste e littoria per arrivare ad incentivi meno avventurosi. Esempio: se fai il terzo figlio scuola gratis fino alla laurea per gli altri due. La butto lì per il ministro della Famiglia, se si scopre che il terzo figlio sono due gemelli al papà si restituisce l’articolo 18. Pensiamoci. Il mulo, magari, un’altra volta.

 

mer
24
ott 18

Nuovi leader: si scalda Cottarelli, vittima dell’operazione simpatia

Fatto241018Peccato che non siamo in un romanzo russo, dove per pagine e pagine si descrive in minuzia il carattere dei personaggi, sfumature, dettagli, sussulti, pieghe dell’anima. Qui si fa tutto in fretta, e per compiacere il gentile pubblico bisogna sbrigarsi. Così succede che la necessità di disegnare un mix di “carattere deciso” e “operazione simpatia” consegni politici, leader e aspiranti tali, statisti in pectore e vecchie glorie a un’escalation comunicativa piuttosto ridicola. Ma non importa, quel che conta è sembrare umani, empatici e simpatici, dire al pubblico: in fondo penso quello che pensate voi, sono come voi. Delle succinte misesestive di Salvini si è detto in abbondanza, e del resto questa dell’”operazione simpatia” è roba vecchia e si può dire più o meno che la inventò Silvio buonanima.

Ultima preda di questa febbre del “sembriamo umani” parrebbe Carlo Cottarelli, il pacato sorvegliante degli sprechi e della spesa, elegante e gradevole come un buon chirurgo, che sa sorridere mentre dice: “Amputare!”. Lo percepivamo come una specie di calcolatrice vivente e invece, da quando va in tivù, eccolo spiritoso e sgarzolino. Rilascia tweet che esultano per il numero di followers (“Grazie a tutti! Ormai più che riempiamo lo Juventus Stadium. Il prossimo obiettivo è l’Olimpico di Roma, poi cercheremo di riempire San Siro”); e addirittura si abbandona al delirio adolescenziale (“Stasera vado a #chetempochefa. Mi perdo pure InterMilan. E poi che canto? C’è solo il surplus? Amalo pazzo surplus amalo? Chi non salta scialacquone è, è?”). Magari la famiglia ha chiamato un dottore. Magari il nipotino di nove anni gli ha fregato il telefono. Oppure, più probabile, è in corso un ridisegno del carattere (Basta solo numeri! Un po’ di normalità!) per la costruzione di una popolarità e poi – eventualmente – una “discesa in campo”.

Di solito dietro queste scelte spunta sempre uno di quei guru della comunicazione che fanno più danni vaiolo tra i Maya, ma non sappiamo se sia questo il caso, e magari Cottarelli, coerente con le sue spending review, fa tutto da solo.

Niente di nuovo, lo dico per rassicurare tutti. L’umanizzazione dei tecnici si è già vista, anche in modi esilaranti, con Mario Monti. Gli regalarono persino un cagnolino in diretta tivù, in modo che il pubblico facesse ohhh, stupito che lui non lo macellasse lì, sul posto. Insomma, il disegno del carattere, l’elaborazione di una figura ben modellata da presentare al pubblico, è una strana alchimia. Bisogna sembrare efficienti e capaci, ma anche un po’ persone normali, affidabili ma buontemponi, rigorosi e tosti, ma anche alla mano.

E poi, all’occorrenza, il carattere (dal greco: impronta) può servire alla rovescia, come alibi di tutto. Renzi ne ha parlato molto alla Loepolda (“Cari amici che criticate il carattere…”), riducendo la valutazione della sua devastante opera politica a semplici critiche al suo “carattere”. Lo ha fatto anche in un tweet in cui mostra la sporcizia alla periferia di Roma e chiosando: “Colpa del mio carattere anche questo?”. Piuttosto incongruo, ma evidente la linea di pensiero: l’unica colpa che si ammette è il temperamento, bon, basta lì, tutto il resto passa in cavalleria. Come se uno dicesse: “Ah, il conte Vlad, detto Dracula, soprannominato l’Impalatore? Uh, che caratteraccio!”.

Tutto questo fare e disfare di personalità multiple e caratteri mutevoli avviene, nell’epoca dei social, sotto gli occhi di tutti, si tratta per così dire di metamorfosi in pubblico e ognuno può leggerne i segnali, le sfumature, i salti di senso, gli aggiustamenti. Come gli antichi con le interiora di pollo o i moderni coi fondi di caffè, stando anche solo un po’ attenti si può leggere il futuro: Renzi si ritaglia la leggenda autoassolutoria del “caratteraccio”, Cottarelli si scalda a bordo campo.

mer
17
ott 18

Scambiatevi un segno di pace (fiscale): in fondo siamo all’osteria

Fatto171018Guardo la mia piccola pila di multe regolarmente pagate e mi si apre il cuore. Ci sono un paio di autovelox (buste verdi), un paio di divieti di sosta del mio comune (buste bianche), poi quella volta che mi era scaduto il ticket del parchimetro, e poi la mia preferita: la multa presa mentre ero alle Poste a pagare una multa. Record. L’ho incorniciata, cioè, prima pagata, poi incorniciata. Osservo queste piccole madeleine del mio essere automobilista imperfetto – tutte pagate – alla luce della nuova pace fiscale e modifico la mia idea di stato di diritto: sono un coglione.

Fossero solo le multe.

Il problema, invece, è la semantica, la scelta delle parole, la costruzione delle formule. In un paese dove esiste un decreto, votato ogni anno, che si chiama Milleproroghe, infinito elenco di cose non fatte, trovare nuovi nomi fantasiosi per vendere vecchia merce come un semplice condono non è facile.

“Pace fiscale” è una buona soluzione. Intanto è in italiano (i governi precedenti l’avrebbero chiamato “Fiscal Love”) e poi descrive bene il clima da osteria, ehi, qua la mano, pare di vedere una locanda con vecchi contadini, una pittura dell’Ottocento. “Pace fiscale” presuppone che si chiuda una guerra, che tacciano i cannoni e si ritrovi una garrula cordialità tra chi non ha pagato e chi dovrebbe – leggi alla mano – fargli il culo. E’ una guerra a cui quelli che hanno regolarmente versato tutto, magari cristonando e negandosi altre cose, magari rimandando un acquisto perché la multa veniva prima, assistono mentre gli cascano le braccia. Cose tra loro, insomma, tra chi ha sgarrato (poco, la multa, ma anche parecchio, fino a 100 mila euro, in un Paese dove il reddito medio pro capite è di 27 mila), e chi cerca di incassare quel che può. Che c’entriamo noi che siamo in regola, a parte un retrogusto di fregatura?

Si dirà che è il ritornello che si sente ad ogni condono, quando si chiama in italiano (ah, i vecchi “concordati” di Silvio!) e quando si chiama in inglese (la Voluntary Disclosure, che pareva una categoria di Youporn). E’ vero in parte.

Divertente invece che sia così solerte nel perdonare, condonare e cancellare regole chi proprio in questi giorni si appella a regolamenti e cavilli d’altro tipo. La Lega, che voleva addirittura un tetto più alto per il suo condono, che tuona ad ogni passo contro la burocrazia che strangola il cittadino, usa la burocrazia per strangolare altri cittadini, purché stranieri. Le storie delle mense scolastiche di Lodi sono note: la burocrazia usata come cappio punitivo e guinzaglio corto, i moduli dai paesi d’origine, la guerra di scartoffie per negare diritti, una specie di tassa sull’articolo 3 della Costituzione mascherata da “rispetto delle regole”.

Il “debole-coi-forti-e-forte-coi-deboli”, che è la cifra dell’esplosione salviniana nel Paese, non poteva avere in un solo giorno descrizione più plastica: di qua si perdona chi ha sgarrato, si chiude un occhio, si tende la mano (pace!); di là, dalla parte dei nuovi italiani che lavorano qui, pagano le tasse qui, mandano i figli a scuola qui, ci si fa occhiuti e pedantissimi, chiedendo documenti impossibili e costosi per provare il gusto di un piccolo apartheid di paese (guerra!).

Per i bambini di Lodi, i migranti di Riace, i “negozietti etnici” (sic) si pretende ferreo rigore burocratico-amministrativo, spesso inventato lì per lì con intento punitivo, mentre per gli altri si mette una toppa ogni tanto, si perdona, si sana, si “mette in regola” con lo sconto. La vecchia barzelletta che la legge è uguale per tutti si aggiorna con “la burocrazia è uguale per tutti”, su base etnica. La doppia morale, insomma – legge e ordine, ma per chi dico io – diventa tripla. Tutto made in Salvini, con gli altri testimoni muti e inani, come la mucca che guarda passare il treno.

dom
7
ott 18

Tiro Mancino, di Charles Willeford è ri-uscito (dopo anni) da Feltrinelli. Ne parlo su TuttoLibri de La Stampa. La recensione qui sotto (cliccare)

Willeford 061018

mer
3
ott 18

Soldi per non fare niente: così ci portiamo avanti col lavoro

Fatto031018Pare dunque accertato che il famoso reddito di cittadinanza stia diventando un sudoku piuttosto difficile da risolvere, con parecchi difetti. Per esempio andrà solo agli italiani e a chi abita qui da dieci anni, che è come dire che chi vive qui, poniamo, da cinque o otto anni, manda i figli a scuola, paga le tasse (se non l’irpef, perché è sotto le soglie, tutte le altre) ed è in difficoltà, cazzi suoi. Poi c’è l’altra regola: ai poveri non si danno in mano contanti, come si fece invece per i ceti medi degli ottanta euro renziani. Meglio di no, quelli sono poveri, non sono abituati, poi chissà che ci fanno, coi soldi. E se scialano? Poi diventa centrale il funzionamento dei centri per l’impiego, quelle strutture che forniscono lavoratori precari al mercato e che traballano perché hanno troppo precari al loro interno (comma 22). Segue complicata struttura di pagamenti elettronici (si scivola verso la social card di Tremonti). E segue ancora, esilarante, la proposta dei sedicenti economisti della Lega per cui lo Stato dovrebbe in qualche modo tracciare le spese degli italiani che ricevono il sussidio: se comprano prodotti italiani in negozi italiani bene (alalà!), se comprano la stufetta coreana su Amazon no (questa è di Claudio Borghi, uno forte nel cabaret, finito, invece che a Zelig, alla Commissione Bilancio).

Insomma, come tradizione riformista nazionale ci siamo in pieno: una macchina senza ruote che si dovrà spingere in qualche modo. Si dirà che la preoccupazione maggiore è quella – sacrosanta – di ridurre al minimo abusi e furbetti, giusto. E del resto sul funzionamento della macchina che gestirà e distribuirà qualche soldo a chi finora è stato tenuto fuori da qualsiasi anche minima redistribuzione, i Cinque stelle si giocano gran parte della loro scommessa e l’osso del collo.

Dunque è comprensibile che qualche obiezione al sistema, sia più che sensata, ma purtroppo non è questo il tipo di opposizione prevalente. “Farlo è giusto e bisogna farlo bene” è un po’ diverso da dire “farlo è sbagliato”. Eppure la critica al reddito di cittadinanza (10 miliardi, quello che costarono gli ottanta euro, meno di quello che si spese per salvare le banche, meno di quello che ci costa disinnescare la mina Iva ogni anno) vola verso altri lidi. Ancora una volta prevale un’impostazione classista che unisce pensatori di estrazione culturale omogenea (per dire: Matteo Renzi e Flavio Briatore), secondo cui il reddito di cittadinanza paga la gente per stare sul divano invece di sbattersi, lavorare, darsi da fare, industriarsi. C’è, dietro questa impostazione teorica, il vecchio vizio borghese di considerare i poveri unici responsabili della loro povertà, e (di conseguenza) la povertà una colpa, vecchio ritornello adattato ai tempi, ma ennesima versione dell’antico e italianissimo “i meridionali (e i poveri) non hanno voglia di lavorare”.

Cosa sorprendente, molti di quelli che avanzano questo nuovo antichissimo refrain sono gli stessi che riflettono (?) sulla veloce automazione del lavoro, sulle frontiere della robotica. Sanno benissimo, insomma, che tra dieci o vent’anni, metà dei posti di lavoro non ci saranno più, e che i lavoratori sostituiti dalle macchine dovranno comunque mangiare qualcosa, si spera tre volte al giorno. Un qualche reddito-chiamatelo-come-voleteche sostituisca il reddito da lavoro, insomma, sarà inevitabile e sarà la scommessa dei prossimi decenni. Cavarsela con “Uh, li paghiamo per stare sul divano” non è solo banale e rivelatore del nulla teorico che ci circonda, ma anche miope nei confronti del futuro: presto stare sul divano senza lavoro sarà una situazione assai diffusa per moltissimi, respinti nella povertà dal famoso “mercato” per la cui gloria – maledetti – i poveri non si sbattono abbastanza. Loro e il loro divano.

mer
26
set 18

Flexsecurity, il solito giochetto a due fasi sulla pelle dei lavoratori

fatto260918Con tutta la bella retorica sull’uscita dalla crisi, e la ripresina – dopo dieci anni di implacabile tosatura dei redditi dei ceti medio bassi – ecco che abbiamo un problemino. Muore, infatti, gran parte della cassa integrazione per le aziende in crisi o in cessazione di attività. Il che significa avere davanti la prospettiva di 140.000 (centoquarantamila!) lavoratori senza reddito, solo tra i metalmeccanici, cui si aggiungono altre categorie, tavoli, trattative, crisi, emergenze per un totale che nessuno sa calcolare ma che dovrebbe, alla fine dell’anno e nei primi mesi del 2019, sfiorare quota 200.000 (duecentomila!). Sono famiglie che rischiano di restare senza reddito, quindi di più o meno mezzo milione di persone che sentono la terra che cede, il pavimento che diventa fangoso, e avvertono spaventate uno scivolamento verso la povertà.

La questione è già stata approfondita dai leader politici, cioè approfondita come sanno fare loro, in scambi di contumelie di 280 caratteri, virgole e spazi compresi. Di Maio ha dato a Renzi dell’”assassino politico” per il Jobs act, Renzi ha risposto per le rime, eccetera eccetera. La solita seconda media con ragazzi difficili, che – immagino, ma sono quasi sicuro – produrrà in quelle 200.000 famiglie sull’orlo della povertà una notevole irritazione (eufemismo: saranno incazzati come cobra).

Al di là del disastro, che ora bisognerà evitare in qualche modo, va fatta una riflessione seria sulla sbobba che in questi anni ci hanno fatto mangiare, a pranzo e a cena, benedetta e santificata in una parolina inglese (e te pareva, la lingua di Shakespeare sembra la vaselina migliore quando si parla di lavoro in Italia): flexsecurity.

Per anni, più o meno dal 2009, quella della flexsecurityè stata la teoria liberista del lavoro, mutuata da suggestioni danesi (Pil una volta e mezzo il nostro, abitanti meno di un decimo), spinta dai pensatori liberal-liberisti, tradotta assai maldestramente in legge dal jobs act. Consiste, più o meno, nell’aumentare sia la flessibilità del lavoro (flex), sia la sicurezza sociale (security), con il geniale progetto, una specie di speranza con tanto di ceri alla Madonna, che la prima riesca più o meno a finanziare la seconda. Cosa che non è avvenuta.

Su colpe, responsabilità, omissioni, pezze da mettere al buco si vedrà, ma preme qui affrontare un aspetto della questione un po’ più teorico e (mi scuso) filosofico. Perché entra qui in gioco una grande tradizione italiana, che potremmo chiamare il trucchetto delle due fasi. Prima fase: si chiedono sacrifici e rinunce, limature e taglio di diritti, stringere i denti, tirare la cinghia. Ma tranquilli, è solo la prima fase, poi verrà la seconda fase e vedrete che figata.

Ecco, la seconda fase non arriva mai.

Qualcosa si inceppa. O si sono sbagliati i calcoli. O cade un governo. O cambia la situazione internazionale. O il mercato non capisce. O l’Europa s’incazza. Insomma interviene sempre qualche fattore per cui la fase uno si fa eccome, soprattutto nella parte dei diritti tagliati e del tirare la cinghia, e la fase due… ops, mi spiace, non si può fare, non ci sono i soldi, che disdetta.

Sono anni e anni che questo giochetto delle due fasi viene implacabilmente attuato sulla pelle dei lavoratori italiani, anni in cui gli si chiede di partecipare in quanto cittadini al salvataggio della baracca, rinunciando a qualcosa come garanzie o potere d’acquisto in cambio di un futuro in cui i diritti ce li avranno tutti – un po’ meno, ma tutti – e aumenterà il benessere collettivo. Mai successo. Ma mai.

mer
19
set 18

Che fare? la domanda con l’eco intorno (nel deserto politico)

Fatto190918Forse non è corretto valutare la politica italiana come un semplice meccanismo di domanda e offerta, ed è sempre irritante considerare quel confuso miscuglio tra ideali e pratiche, strategie e tattiche, desideri e possibilità che è la passione politica come se fosse un titolo in Borsa, che sale, scende, si stabilizza, si impenna o crolla. Insomma, la cosa è più complicata, ma se per un attimo fingiamo che sia così – domanda e offerta – ne esce un quadro non proprio confortante.

Prendi per esempio un elettore dei Cinquestelle, uno di quei dodici milioni – magari non militante, magari non ortodosso, magari uno di quei tantissimi che hanno messo lì il loro voto per cambiare qualcosa, vedere l’effetto che fa, punire la miserrima arroganza di quelli di prima – che si metta a cercare altre strade. Bene. Non c’è dubbio che lo vedremmo un po’ spaesato. L’effetto è quello di uno che si mette un proprio per non lavorare più sotto padrone e si ritrova un socio ingombrante, che fa tutto lui, che si intesta quote della società. Per quanto vaghe siano le aspirazioni e per quanto fumoso sia il grande disegno pentastellato, ritrovarsi con la possibilità di comprarsi un kalashnikov senza troppe scartoffie non faceva parte di quei sogni. Nemmeno ballarecheek to cheekcon un alleato che garantisce Silvio sui suoi sempiterni interessi, ovvio. E nemmeno passeggiare a braccetto con uno che spinge un condono epocale, una cosetta che era partita da quattro multe e arriva a perdonare grossi evasori (fino a un milione di euro, si dice). Supponiamo poi che questo elettore venisse dalla sponda democratica, intesa come tendenza anti-establishment ma anche antifascista. Si suppone che si troverà un po’ a disagio con l’amico dell’amico Orban, e chissà, magari, se l’elettore è una donna, guarderà con qualche fremito a quel Ddl Pillon oggi tanto sventolato da un legista che parlava di “stregoneria nelle scuole”, che dichiara la superiorità del “matrimonio indissolubile”, o dice “glielo impediremo” alle donne che vogliono abortire.

Insomma, pur capendo il gusto dell’imprevisto, qui gli imprevisti diventano un po’ troppi, allearsi così strettamente con Salvini è come comprarsi un doberman e scoprire che le chiavi di casa e il guinzaglio li tiene lui: il rischio è di finire a mangiare nella ciotola mentre il cane sta sul divano a guardare la tivù.

Ma, tornando al famoso discorso della politica come domanda e offerta, supponiamo che questo ipotetico elettore Cinquestelle – anche uno solo sui dodici milioni, ma credo più d’uno – cominci a guardarsi in giro per vedere se nel listino esista un’offerta migliore. Qui cominciano i guai veri: dove potrebbe andare? Sperimentata l’alleanza con la punta di diamante della destra, la tentazione sarebbe quella di guardare dall’altra parte, ma per trovare cosa? Un pasticcio di personalismi, ego in libertà, inviti per cene a quattro tra leader bolliti, poi rinviati e ritirati, per sopraggiunta overdose di ridicolo. Minacce da fumetto (“Non vi libererete tanto facilmente di me”, cfr. Renzi), mezze figure che reggono la coda a questo o quel capetto, grotteschi balletti sulla data del congresso, tweet che irridono l’avversario, pretese di competenza smentite dai fatti e dalla storia recente, e potrei andare avanti ore. Non ci vuol molto a capire che il nostro ipotetico elettore Cinquestelle un po’ deluso dall’alleanza con lo sceriffo chiacchiere-e-distintivo Salvini si trovi a disagio, con la prospettiva (il def, il reddito di cittadinanza divenuto bonsai, Silvio che rientra dalla finestra, propaganda sui poveracci…) che il disagio aumenti. Presto si troverà davanti alla solita domanda che spunta sempre: “Che fare?”, e ci troveremo intorno altre anime morte in cerca dell’unica cosa che oggi la politica non offre: fare politica.

dom
16
set 18

Hap, Leonard e il genio di Joe Lansdale. Mia recensione per TuttoLibri

Ho recensito per TuttoLibri de La Stampa Il sorriso di Jackrabbit, di Joe. R. Lansdale. Cliccare per leggere

LansdaleTTL150918

gio
13
set 18

Stiamo arrivando. Venerdì 28 settembre. Fratelli di Crozza

Fratelli di Crozza è prodotto da ITV Movie per Discovery Italia. È un programma di Maurizio Crozza, Andrea Zalone, Francesco Freyrie, Vittorio Grattarola, Alessandro Robecchi, Alessandro Giugliano, Claudio Fois e Gaspare Grammatico. La regia è di Massimo Fusi, scenografia di Marco Calzavara e fotografia di Daniele Savi. Produttore esecutivo per ITV Movie è Patrizia Sartori.

mer
12
set 18

Bolla Salvini, il punto non è se scoppierà, ma è capire quando

Fatto120918Ahi, Sudamerica, Sudamerica… Ci vorrebbe un Gabriel Garcia Màrquez in piena forma per raccontare del burbero ministro della Polizia e della Sicurezza che fa pubbliche dichiarazioni in sostegno della fidanzata e dei suoi cuochi in tivù, che trepida in camerino con la di lei mamma. C’è del ridicolo, sì, ma anche del tragico. E’ trasformismo da social: ve lo aspettate severissimo a sorvegliare i confini, ed eccolo tenero fidanzatino di Peynet. Ve lo aspettate paterno e rassicurante a pranzo, natura morta con mozzarella, ed eccolo ducesco e imperativo che apre le buste della Procura.

Quindi aggiungiamo alle grandi domande del presente anche questa, forse minore e laterale: quanto manca allo scoppio della bolla Salvini?

Inutile elencare i precedenti, che sono noti a tutti e mediamente tragicomici. Sono passati solo sette anni da quando sembrava che indossare il loden verde e prendere un treno fosse una specie di Risorgimento contro l’impero del grottesco e del cochon: Monti veniva dopo Berlusconi e sembrava la discesa dell’angelo moralizzatore. Due anni dopo nessuno poteva più vederlo nemmeno pitturato. Renzi, anche lui beneficiario di una bolla di consenso, ci affogò dentro facendo l’errore classico: credere alla propria propaganda. Stessa velocità supersonica, ciò che sembrava modernissimo e sorprendente aveva già rotto le palle due anni dopo, ci sono canzonette estive che durano di più.

E ora Salvini. Il cambio di stile nell’agiografia e nella comunicazione del capo è evidente: oggi abbiamo grigliate a torso nudo dove ieri avevamo elegantissime fotine seppiate del Giovane Statista, è una questione di target.

La bolla Salvini deve vedersela anche con un altro problema, che potrebbe accelerarne la fine: il fastidioso e perenne rumore di fondo che i media producono. La “questione Matera” ne è un buon esempio: Di Maio chiede a Emiliano qualcosa su Matera, subito gira la favola che non sa dov’è Matera. Poi si chiarisce tutto (Matera gravita sull’aeroporto di Bari, sarà capitale della cultura, anche la Puglia ci punta molto, eccetera), ma intanto la cosa gira. Esponenti dell’opposizione fanno battute, rilanciano una notizia falsa quando già si sa che è falsa, notizia falsa e notizia vera si intrecciano, tutto si mischia. Vero? Farlocco? Solo rumore.

Un caso al giorno, anche due, così, ogni giorno, un’ondata di surreale dietro l’altra, da ogni direzione e verso ogni bersaglio, poi la piccola risacca dei puntini sulle i, poi un’altra onda, e si ricomincia. La goccia che scava la pietra, e la pietra finisce che prima o poi si rompe i coglioni.

Tutto diventa rumore di fondo, e la bolla di Salvini finisce lì dentro. Sarà vero? Sarà falso? Che ha fatto oggi? Proclami razziali? Baci e abbracci? Rastrellamenti di migranti? Auguri alla ragazza? Minacce alla magistratura? Pollo arrosto? Salvini è orizzontale e riempie tutte le pieghe dell’esistenza, dal pubblico all’intimo, il crinale è molto stretto, il rischio di cadere nella caricatura di se stesso è inevitabile. “Salvini fa il bucato” e “Salvini riceve Orban”, diventano la stessa cosa, è un entertainer che per esistere deve stare perennemente in onda, questo sostiene i sondaggi nell’immediato, ma alla lunga logora.

I fatti saranno più testardi, la flat tax non ci sarà (per fortuna), la benzina la paghiamo più di prima, i migranti si rivelano ogni giorno di più un’arma di distrazione, gli alleati (alla buon’ora!) si mostrano infastiditi, “Io sono eletto, i giudici no” contiene dosi massicce di Berlusconi. Quando prevarrà la sensazione di un Salvini “chiacchiere e distintivo” la bolla scoppierà, ciò che all’inizio il grande pubblico guardava con simpatia canaglia comincerà a guardare con sospetto, e poi con stizza: ancora queste cose? Ancora ‘ste cazzate? La domanda non è se succederà, ma quando.

mer
5
set 18

Location, candidati, armi ammesse: congresso Pd, tutto ciò che non sapete

Fatto050918Un fantasma si aggira per l’Italia (nota per Orfini: la citazione non è da una canzone di Pupo), è il fantasma del congresso Pd. Non c’è intervista a senatore, deputato, segretario, militante, elettore, cuciniere, maniscalco, simpatizzante del Pd che non contenga questa domanda: e il congresso? Lo farete? Quando? Dove? Chi saranno i candidati? Consapevoli che la democrazia ha bisogno di grandi momenti di confronto, il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Psichiatria ha elaborato alcuni scenari possibili.

La location.Già si litiga sul luogo che ospiterà il grande confronto tra renzisti e non renzisti Sarebbe ottimo celebrare il congresso in un posto dove il Pd ha vinto qualcosa negli ultimi tre anni, ma vai a trovarlo. Gli zingarettiani vorrebbero la capitale, i renziani preferirebbero Firenze, magari una di quelle vie centrali dove il sindaco Nardella ha vietato lo “stazionamento in piedi” per mangiare il panino. Non si escludono scenari più suggestivi, tipo un rifugio sulle Dolomiti, o addirittura un’isola deserta nel mar dei Sargassi. “Un posto dove nessuno ci conosce sarebbe ideale”, dice un deputato che preferisce restare anonimo. Il vantaggio sarebbe la vendita dei diritti di un nuovo format tv: l’Isola dei Fumosi.

Armi consentite.Sarà in ogni caso un confronto franco e senza infingimenti, per cui è quasi certo il divieto di introdurre armi da fuoco. Si potrà però portare il telefonino, il che autorizza a pensare che le aggressioni non mancheranno. Già è partito sul web un discreto linciaggio di Zingaretti da parte di ultras renziani; si prevede, durante il dibattito, una recrudescenza di accuse: dal furto di bestiame al cannibalismo, chi non si schiera con Renzi avrà la sua dose. Per chi volesse affrontare la discussione con armi analogiche e non digitali, consentite padelle in ghisa, olio bollente e cerbottane con dardi avvelenati.

I candidati.E’ ormai certo che da una parte ci sarà il governatore del Lazio Zingaretti, e dall’altra un pupazzo a caso scelto da Matteo Renzi, che ancora però non ha deciso. Tra i nomi che circolano ci sarebbero Richetti, Bonaccini e Minniti, un Salvini che non ce l’ha fatta. Le linee di pensiero sono però piuttosto chiare: da una parte chi vuole operare una decisa autocritica nel tentativo di recuperare parte degli elettori fuggiti; dall’altra chi accusa della sconfitta gli hacker russi, il meteo, il destino, l’oroscopo di Branko e Maga Magò.

Come si vota. Per tradizione, la conta si farà per alzata di mano. Non stupisce quindi l’accordo della fondazione Open con una grande azienda Biotech di Singapore per produrre entro la data utile un centinaio di delegati con tre braccia.

Sì, ma quando?Per ora il dibattito si concentra sulle date. Prima delle europee ma dopo Roma-Juve, dice qualcuno. Altri rilanciano: il secondo giovedì di marzo dalle 14 alle 14.30. I renziani più intransigenti spingono per aprire il congresso il 18 maggio, data di nascita dello zar Nicola II, un riformista che quei cattivi della sinistra-sinistra non lasciarono lavorare, e poi si è visto com’è andata.

Intrattenimento.Non di sola politica vive il delegato Pd. Al congresso non mancheranno momenti di svago, concerti, proiezioni e persino eventi sportivi. Molto atteso il duello di ketch nel fango tra Carlo Calenda e Michele Emiliano, finora disputatosi solo su twitter.

Lo slogan.Qui le previsioni si fanno difficili. Scartata l’ipotesi di ingaggiare un guru della comunicazione come Jim Messina, la componente renziana sta valutando frasi celebri dei più grandi miti del suo Pantheon: Emmanuel Macron, il senatore repubblicano appena deceduto John McCain, o Sergio Marchionne, l’amico degli operai. Alla fine si opterà per una soluzione più neutra, un semplice hashtag e una frase breve, tipo #Popcorncenèancora?

mer
29
ago 18

L’estate sta finendo, Salvini si riveste. Resta il sapore di mare

fatto290818C’è un certo sollievo nella fine dell’estate: l’afa sparisce, le zanzare se ne vanno, Salvini si riveste. Ma resta sempre qualcosa nell’aria, un sapore, un ricordo, un hashtag. Per esempio la gente torna in città, fa il pieno e paga la benzina come e più di prima, perché il tizio seminudo che aveva promesso come prima cosa di togliere le accise sulla benzina se n’è dimenticato. Così molti fanno il pieno bestemmiando, ma non contro lo smemorato dei selfie, il bevitore di moijto, il divoratore di mozzarelle, il guidatore di moto d’acqua, ma contro “i negri” che ci rubano il lavoro. Mah, sarà perché siamo distratti: stiamo osservando incantati, anche un po’ ipnotizzati, un ministro dell’interno che compare in ogni istante seminudo con le sue domandine: siete d’accordo? Siete come me? Vi piaccio? E’ un circolo vizioso di depressione. Dicono gli esperti di media che Salvini fa così per diffondere il messaggio: “Visto, italiani? Io sono come voi”. E’ così che subentra o scoramento: cazzo, siamo veramente così scemi? Crisi di identità. E anche miopia, perché le statistiche dicono che l’italiano medio non si fa un mese di vacanza ora al mare, ora ai monti, ora in barca, ora a cena, ora con la torta (la torta nella notte della strage di Genova, tra l’altro, tra canti e brindisi felici). Visto?, è come noi! Anzi, pure peggio, il che dovrebbe rassicurare sugli ampi margini di peggioramento dell’italiano medio.

Ora che viene l’autunno e che dovrà rivestirsi, cosa s’inventerà? Mi aspetto da un momento all’altro Salvini che riga la macchina del vicino che gli sta antipatico, che piscia in ascensore, che pesa due pere in meno al supermercato e le aggiunge al sacchetto dopo aver attaccato lo scontrino. Perché? Perché “è come noi”, cioè ci dice indirettamente che siamo delle merde.

Forte coi deboli (177 povericristi sequestrati su una nave) e debole con i forti (i Benetton gli vanno bene, basta che tirino fuori un po’ di soldi), Salvini apre un notevole problema ai suoi alleati di governo, quelli che hanno il 32 per cento e si comportano con lui come se avessero il 17, mentre lui ha il 17 e si comporta come se avesse il 32. I quali alleati di governo, i 5stelle, si affannano nella spasmodica ricerca di qualcosa che riesca a rubargli per un po’ la scena e i riflettori. E’ qui che impazza il dibattito: possibile che dodici milioni di elettori 5stelle siano tutti sdraiati sulla linea Salvini? Possibile che il ministro dell’interno faccia anche il ministro degli esteri, dell’economia, della sanità, dei trasporti e di tutto quanto? Ci vuole ancora molto perché i ministri 5stelle si accorgano che non sono “i negri” che gli rubano il lavoro, ma un ragazzotto a torso nudo che usa le frasi del Duce e lancia una provocazione via l’altra? Come se ne esce?

Ovvio che non può fare tutto questo da solo. Ha una nutrita pattuglia di balilla e piccole italiane che sostengono il suo pensiero debole. Esempio tipico, il vecchio, caro “prendili a casa tua” (sempre i famosi “negri”), con l’aggiunta che in Italia ci sono dieci milioni di poveri (che naturalmente i ritwittatori del tizio desnudo non si sognano nemmeno di “prendere a casa loro”). Così finalmente si scopre a cosa servono gli italiani sotto la soglia di povertà: a giustificare il sequestro di profughi torturati e violentati richiedenti asilo. In compenso, sempre per aiutare i poveri italiani, si propone la flat tax per tagliare le tasse ai milionari. Non fa una piega e chiude il cerchio: si sventolano i poveri per aiutare i ricchi. Quando i 5stelle si accorgeranno che il ragazzotto seminudo gli sta scavando la terra sotto i piedi e se li mangia sarà sempre troppo tardi: una vita passata a dire che uno vale uno e poi ecco che si scopre che il peggiore di tutti vale due, tre, quattro, e tutto al cocuzzaro. Amen

mer
22
ago 18

Il treno delle polemiche sulle privatizzazioni è in ritardo (ovviamente)

fatto220818La macchina del tempo esiste, è qui, funziona a meraviglia, la stessa meraviglia con cui si può leggere oggi un dibattito che andava fatto trent’anni fa, quello sulle privatizzazioni, sul meno-Stato-più-mercato, quello sui carrozzoni pubblici che, sostituiti dall’illuminata gestione dei privati, avrebbero dovuto diventare luccicanti carrozze di prima classe. Si potrebbe dire, pasolinianamente, “Io so”, ma non c’è bisogno di arrivare a tanto: basta un più modesto “io ricordo”. Ricordo molto bene (ahimé facevo già questo mestiere) le accuse a chi si opponeva alle privatizzazioni di tutto e di tutti. Le accuse di comunismo, di statalismo, di arretratezza e miopia riservate a chi si opponeva alle svendite di patrimoni pubblici e alle concessioni donate in allegria. Di contro, ricordo le odi al mercato che tutto sistema e tutto regola come per magia. C’è stato un periodo, nella nostra storia recente, in cui se solo ti azzardavi a dire che lo Stato doveva fare lo Stato e gestire i suoi beni (possibilmente con correttezza, senza assumere per forza i cugini dei cognati), venivi trattato come un VoPos della Germania dell’est posto a difesa del muro, un pericoloso comunista pronto a entrare nel Palazzo d’Inverno sfasciando i preziosi lampadari e sporcando i tappeti. Fu in quegli anni che si diffuse come l’epidemia di Spagnola l’uso indiscriminato della parola “liberale”. Tutto diventava liberale, così come tutto doveva diventare privato, e se qualcuno si metteva un po’ di traverso niente sconti: l’accusa terribile era quella di essere contro la modernità, reato gravissimo. “Statalista” suonava come “pedofilo”, come “brigatista”: pubblico ludibrio e risate di scherno. Non se ne fa qui una questione di schieramenti: destra e sinistra unite nella lotta, chi più chi meno, chi a suo modo, chi tentando di umanizzarlo e chi spingendolo al massimo dei giri, chi dicendo che andava regolato almeno un poco, chi diceva che era meglio lasciarlo libero e bello. Ma il pensiero unico di cui tanto si parla cominciò lì: il mercato non era una cosa discutibile, prendere o lasciare. Cadevano muri e ideologie, e ne rimaneva in piedi una soltanto: il mercato.

Ora che anche fior di liberali ammettono che “alcune privatizzazioni” sono state fatte male, in fretta, con l’ansia di far cassa e senza alcuna strategia o prospettiva storica, con pochi controlli, con un orribile consociativismo tra chi concedeva e chi prendeva le concessioni, non c’è da provare nessuna soddisfazione: i buoi sono scappati, la stalla è stata spalancata per trent’anni, chiudere le porte ora sarà probabilmente una pezza piccola su un buco enorme. E anche questa concessione all’evidenza rischia di sembrare furbetta e funzionale: si ammette che qualcosa è andato storto per affermare, in sostanza, che il disegno è giusto ma c’è stata qualche sbavatura.

Intanto il famoso mercato lo abbiamo visto in azione: in trent’anni ci ha regalato un paio di crisi durate dieci anni ognuna, un restringimento dei diritti (non ultimo quello di passare un ponte senza pregare tutti i santi), una precarizzazione di massa, la proletarizzazione dei ceti medi e tutto il resto che sappiamo. Il tutto accompagnato – in Italia – dalla vulgata (oggi si direbbe “narrazione”) che il pubblico era antico e il privato moderno. Poi, oggi, si trasecola apprendendo dagli schemini dei giornali che in Germania le autostrade sono pubbliche e gratuite, per dirne una, e nessuno si sogna, lassù, di pensare ai Land tedeschi come a repubbliche staliniste pronte a fucilare i dissidenti o a mandarli in Siberia. Oggi pare che si possa ricominciare a parlarne, ma il timore è che lo si faccia solo perché bisogna rimettere a posto i guasti dei famosi privati. Insomma, privato quando c’è da incassare e pubblico quando c’è da rimettere insieme i cocci.

ven
17
ago 18

Due o tre cose su razzismo e nuovi italiani. Mia intervista a Radici Online

Un’intervista su quel che accade, dai barconi al fascio-salvinismo, su noi e loro, su come battere contrastare il razzismo. Fabio Poletti mi ha intervistato per Radici Online. Cliccare sull’immagine per leggere.

RADICI ONLINE

mer
15
ago 18

CasaPound in infradito e Matteo a torso coperto: lo chiamano Ferragosto

fatto150818Buon ferragosto, questa specie di Capodanno estivo dove tutti devono divertirsi per forza, tempo di pantagrueliche mangiate. Un giorno in cui il Paese intero ha facoltà istituzionale di comportarsi come una seconda media, il che, diciamolo, per molti è una promozione inaspettata. Solo alcuni gavettoni turberanno la giornata. Ecco i principali.

Casapound invade la Polonia. Eccitati dalle cronache dei giornali che parlano di loro, gli arditi di Casa Pound commettono un grave errore: pensano di esistere veramente. Dopo averli visti ad Ostia dispiegare la loro geometrica potenza contro un paio di venditori di cocco fresco, le loro azioni sembrano in crescita: esattamente come novant’anni fa quando menavano i contadini per far contenti gli agrari. Ma ora questo non basta più e oggi festeggeranno il Ferragosto sempre in spiaggia, chiedendo ai bagnanti di sfilarsi le fedi dalle dita e regalare oro alla patria per costruire l’impero. Poi passeranno alle vie di fatto: prima la Polonia, poi Grecia e Albania, a spezzare reni qui e là. Per la campagna di Russia aspettano l’inverno, così potranno andare sul Don a meno quaranta gradi con le infradito, rispettando la tradizione fascista che li ispira. Complice l’estate, mostreranno al volgo spiaggiato i loro tatuaggi, soprattutto il volto di un signore pelato che venne fucilato mentre scappava in Svizzera con l’amante e qualche complice, che è un po’ come tatuarsi sul petto Wile Coyote.

Salvini mette la maglietta.Foto con mozzarella e senza mozzarella, con moto d’acqua e senza moto d’acqua, con fidanzata e senza fidanzata, con frittura di pesce e senza frittura di pesce, con mojito  e senza mojito. Ma oggi Salvini ha deciso di stupire tutti e si è metterà una maglietta. Un vero peccato, perché le sue foto da un mese a questa parte erano l’unica occasione di vedere un topless (porta una seconda). Va detto: Salvini in maglietta (di solito usa magliette stampate da simpatizzanti nazisti) è una delusione: sembra un fesso normale invece di sembrare un fesso seminudo, tipo il buffone di cui sopra alla battaglia del grano. Continua però indefessa la sua battaglia di civiltà: cacciare dalle spiagge venditori di asciugamani e di collanine, mentre sulle spiagge di Calabria si può assistere a divertenti sparatorie tra mafiosi in mezzo ai bagnanti. Servirebbe un ministro dell’Interno, e invece abbiamo ogni giorno il paginone con miss Agosto Sovrappeso. Come gavettone agli italiani, niente male.

Il ritorno di Renzi. Tra i più riusciti gavettoni di questo Ferragosto c’è la terribile minaccia dell’altro Matteo: sta per tornare, forse si candiderà al congresso del Pd, perché è uno che non vuole lasciare il lavoro a metà e il 18 per cento gli sembra ancora troppo. Prima, però, farà qualche passaggio in tivù, per dire a tutti come lui, la Boschi e Lotti hanno rilanciato Firenze durante il Rinascimento, rendendola quella che è oggi: una città governata da Nardella. Dicono le cronache che per dispiegare la sua verve divulgativa affitterà la piazza principale del paese, dove spiegherà – prendendosene i meriti – le belle cose che fecero i Medici cinque secoli e mezzo prima di perdere il referendum istituzionale. E’ sicuro che, visto il suo documentario storico, tutti gli italiani torneranno ad essere innamorati di lui. Un auto-gavettone, insomma.

Lo sciopero dei padroni.Grande idea ferragostana del presidente di Confindustria Boccia, che minaccia una possibile mobilitazione di piazza degli imprenditori italiani. Si temono scontri. Oltre al fitto lancio di Rolex contro le forze dell’ordine (un classico) c’è forte preoccupazione per i costi dell’iniziativa. Qualcuno già propone di delocalizzare la manifestazione in Romania, Serbia o Albania, dove i foulard Hermès per coprirsi il volto durante gli scontri costano meno.

gio
9
ago 18

Tony Nelly: era una fake news, con tanti saluti alla propaganda

A proposito di propaganda e di fake news. Il pezzo su Tony Nelly pubblicato ieri su Il Fatto Quotidiano (lo leggete qui) ha avuto una rettifica, che metto qui sotto, come si deve ed è giusto fare. In pratica emerge che tutte le cose raccontate da Tony Nelly (si chiama Simone B.) sulla banca che non gli rinnova il contratto per colpa del decreto dignità sono stupidaggini inventate: se n’è andato dalla banca nel febbraio 2017, prima delle elezioni, quando il decreto dignità non esisteva. Una vera fake news, insomma, che però è stata usata in sede di propaganda (Ecco! Di Maio fa licenziare i lavoratori!). Spiace che chi ha messo in grandissima evidenza il caso, usandolo come caso di scuola, ci sia cascato con tutte le scarpe. Anche chi ha commentato (tifando per la banca contro il lavoratore, peraltro, pur di attaccare una norma che dice che bisogna assumere dopo 24 mesi di precariato e non dopo 36, incredibile) dovrà prendere atto che la bandiera che ha sventolato conteneva falsità grossolane. Il mio pezzo di ieri cominciava così: “Piccola storia di lavoro e propaganda, storia triste, ma anche istruttiva lezione sui media, minuscolo apologo su come va il mondo, o come lo si vorrebbe far andare”. Ecco, ora l’apologo è completo. Una lezione per chi (grandi giornali o semplici lettori) hanno preso un caso (falso) per sostenere una cosa che gli faceva comodo politicamente. A Simone B., nonostante il falso ideologico creato (con il suo tweet e con le successive interviste), auguro di trovare un lavoro al più presto, ma soprattutto di capire dove sta il nemico, senza fare lo zio Tom che sta con il padrone delle piantagioni. Istruttivo, parecchio.

Rettifica1

mer
8
ago 18

Tony Nelly, la ciambella della propaganda con effetto boomerang

Fatto080818Piccola storia di lavoro e propaganda, storia triste, ma anche istruttiva lezione sui media, minuscolo apologo su come va il mondo, o come lo si vorrebbe far andare.

Dunque si parte da un tweet. Un giovane denuncia: perde il rinnovo del contratto (viene di fatto licenziato) per colpa di Di Maio e del decreto dignità. Tweet molto polemico (giusto: la polemica è un diritto inalienabile). In pratica è disoccupato per colpa delle (minima) riforma della legge sul lavoro. Ha quasi finito i ventiquattro mesi di contratti a termine e ora la legge dice che non si può rinnovare oltre (non trentasei mesi come prima) e che il lavoratore va assunto, ma quelli non lo assumono e interrompono la collaborazione. Il nome social del giovane è Tony Nelly, il che già fa un po’ ridere. Ancora più ridere è che diventi un caso nazionale grazie alle home page di grandi giornali che ne rilanciano l’accorata denuncia nonostante il nickname evidentemente irrisorio (giusto: irridere è un diritto inalienabile).

Insomma, Tony Nelly diventa in un giorno il simbolo del governo che cancella posti di lavoro, accompagnato dalla ola dei commenti indignati. Ecco Repubblicache corre a intervistare il ragazzo (si chiama Simone, ha 32 anni), che spiega: lavorava da due anni, doveva essere assunto, glielo hanno promesso, poi, quando è passato il decreto dignità, la sua responsabile l’ha convocato e gli ha detto che non lo avrebbero fatto perché “un’assunzione a tempo indeterminato rischierebbe di ingessare troppo l’azienda” (parole sue, virgolette e tutto).

Il messaggio è chiaro: stabilire che dopo 24 mesi in azienda uno deve essere assunto invece di farsi altre 12 mesi da precario ingessa le aziende. Vergogna! Uno già si immagina la scena, abbastanza strappacuore: il datore di lavoro che convoca il giovane, gli spiega che l’aziendina è piccola, che non può sopportare il peso di un altro contratto fisso, che gli spiace molto, ma è colpa del decreto Di Maio, e lo lascia per strada. Ma la faccenda non finisce lì. Tony Nelly (Simone) diventa una specie di bandiera, un caso di scuola di come la riduzione dei rinnovi dei contratti a termine sia una specie di cianuro per l’economia, la gente vuol saperne di più. Così ecco approfondimenti e interviste, e lo sventurato rispose. Si scopre che Tony Nelly lavora in un grande gruppo bancario, Cariparma Crédit Agricole, che sbandiera sui suoi siti di avere 52 milioni di clienti in 50 paesi del mondo. Riassumo: un gruppo bancario di dimensioni planetarie sarebbe ingessato dall’assunzione di un giovane che ha già lavorato per loro due anni, che forse avrebbe (da precario) lavorato anche il terzo anno, e invece no: rischio ingessamento, ciao ciao, avanti un altro precario per altri 24 mesi.

Tony Nelly, insomma, è una ciambella della propaganda non riuscita, venuta senza il buco, peccato. Sembrava un così bel caso di scuola e invece è diventato un boomerang, perché che una grande banca mondiale si “ingessi” assumendo uno che lavora per loro da due anni è un po’ incredibile. Dunque diciamo che il grande gruppo mondiale ha preso la palla al balzo e ha usato un decreto del governo come scusa, e che Tony Nelly, invece di prendersela col governo cattivo (che è cattivo per altri migliaia di motivi, ma non per questo) avrebbe tutte le ragioni per prendersela con il suo (ex) datore di lavoro. Invece prevale la sindrome dello Zio Tom: dalla sua capanna difende il padrone della piantagione. Fine della triste storia.

Naturalmente si augura a Simone-Tony Nelly di trovare un lavoro quanto prima, magari un lavoro vero, che non lo costringa a pietire rinnovi anno dopo anno. E anche, magari, che pensi un po’ più ai suoi diritti e meno ai poveri datori di lavoro che “si ingessano” se lo assumono, anche se hanno 52 milioni di clienti in 50 paesi del mondo.

mer
1
ago 18

Salvini è un sintomo, chiediamoci qual è la malattia

fatto010818Il ministro del disonore Matteo Salvini, quello che cita Mussolini, nega l’escalation razzista nel paese, teorizza l’autodifesa a colpi di pistola, comunica come un troll provocatore, leone da tastiera di rara ignoranza ma con in mano il ministero della sicurezza, copre il paese di vergogna in tutto il mondo e ci deve quarantanove milioni di euro rubati dai soci suoi predecessori, è un sintomo grave della febbre italiana. Attenzione, non la causa della malattia, un sintomo. Ciò non significa sminuirne la portata: anche un feroce mal di testa è un sintomo, e infatti lo si combatte, ma un bravo medico non si limiterà a farvi passare il mal di testa con qualche aspirina, ne cercherà la causa in modo che il mal di testa non vi venga più.

Salvini è il prodotto, confezionato con fiocchetti e bandierine tricolori (quella con cui il suo ex capo si puliva il culo), di tutti i cucchiaini di merda ingurgitati in anni e anni di storia italiana, di tattiche cretine, di strategie miopi e fascistogene che premiavano ricchi, benestanti e classi dirigenti a discapito di poveri, proletari e piccola borghesia. Il classismo implacabile e accuratamente innaffiato in decine di anni (e Berlusconi, e Monti, e Renzi… molte chiacchiere e molti distinguo, ma la curva delle diseguaglianze è rimasta perfettamente costante), ha acceso piccoli fuochi, e ora arriva Salvini a soffiarci sopra per mera convenienza politica e cinismo. Le classi dirigenti che ci hanno ammorbato per decenni con le loro parole d’ordine campate per aria, meritocrazia, competizione, mercato, liberismo, o negando qualunque dignità al conflitto di classe, o introducendo la favoletta bella che “siamo tutti sulla stessa barca”, industriali e lavoratori, start-up miliardarie e precari, finte cooperative e schiavi, hanno indebolito l’organismo, e ora che arriva il virus e non trova anticorpi, fingono preoccupazione.

Capisco che tirare in ballo la cultura, la letteratura, il grande cinema, al cospetto di coloro che ritengono gli intellettuali un ingombro fastidioso e privilegiato sia tempo perso. Ma va ricordato lo stesso che i migranti economici di Steinbeck che andavano dall’Oklahoma alla California venivano bastonati da sfigati poveracci come loro; e quando, in Mississippi Burning, l’agente federale Gene Hackman andava a fare il culo ai razzisti che linciavano i neri, non trovava agrari e latifondisti, ma povericristi spiantati e ignoranti come la merda. Sono proprio le basi, porca miseria: se hai vissuto nel continente del nazifascismo dovresti sapere già dalle elementari che il trucco per tener buoni i penultimi è renderli furiosi con gli ultimi e aizzarglieli contro. Questo è quello che sta facendo il ministro del disonore Salvini: portare taniche di benzina verso l’incendio, che arde già da un bel po’.

Ora, è vero, bisogna eliminare il sintomo. Lo si fa applicando coi fatti quello che per anni si è detto a parole, cioè contrastando la barbarie strada per strada, autobus per autobus, fila alla posta per fila alla posta. Zittendo quelli che credono di sollevarsi dalla loro condizione prendendosela con chi sta peggio di loro, invece di rivendicare reddito e diritti da chi sta meglio. Significa parteggiare in modo militante per chi cerca dignità, e non essere indifferenti o distratti quando qualcuno gliela vuole togliere. Intanto – non invece, intanto – bisogna ricostruire dalle basi. Che significa costruire davvero, non rimettere in piedi con il nastro adesivo strutture già crollate. Se Salvini e i suoi arditi sono un problema – lo sono – è perché le élite di questo paese hanno miseramente fallito, lavorando unicamente per la salvaguardia di se stesse e non per tutti quanti. Combattere loro e combattere Salvini è la stessa battaglia. Che sia lunga e difficile non è un buon motivo per non farla.

mer
25
lug 18

Agiografia o insulti: il vero dibattito resta quello sul capitalismo

Fatto250718Se si scava con pazienza, con tenacia, se si spostano come piccoli massi che ostruiscono lo scavo le cretinate feroci dei troll della rete, se si solleva con un paranco la massa inerte dell’agiografia obbligatoria; insomma se si va al nocciolo della faccenda, molto sotto la superficie del chiacchiericcio social o a mezzo stampa, si vedrà che le diverse valutazioni su Sergio Marchionne contengono un dibattito tutt’altro che banale. Il dibattito sul capitalismo – italiano e non – che si vorrebbe far passare per una querelle datata e novecentesca e che invece sta lì, a bruciare sotto la cenere fredda.

Sono cose complicate e antiche, per esempio il conflitto tra capitale e lavoro, una cosuccia che non si è risolta negli ultimi duecento anni, da Karl Marx in poi, e che non si risolverà certo ora a colpi di tweet. Le fazioni, però, sono ben delineate: chi ringrazia Marchionne per aver applicato certi standard del capitalismo moderno – molta finanza, molte delocalizzazioni, molto globalismo, compreso portare la sede legale qui, la sede fiscale là, ma mai più in Italia. E chi, dall’altra parte, vede l’ammazzasette delle relazioni sindacali, i licenziamenti e lo sfoltimento della forza lavoro, la riduzione delle pause alla catena di montaggio per la mensa o per pisciare, la pretesa di fare un sindacato giallo e tagliare fuori dagli accordi chi combatte sul serio.

Per qualche anno, la questione è passata come un conflitto tra “moderno” e “antico”. Stupidaggini, perché il problema è ancora quello di capire se questa “modernità” ci piace e ci conviene o se piace e conviene a pochissimi. Per dire, nella gestione Marchionne oltre ventimila posti di lavoro in Fca sono evaporati: ventimila famiglie lasciate senza un reddito a fronte di una famiglia che ha salvato la baracca (gli Agnelli e successive modificazioni) e di alcune che hanno moltiplicato risparmi e investimenti (gli azionisti). Insomma, la vecchia, cara lotta di classe, che oppone chi ha molto e chi ha poco.

Al centro di questo dibattito di lungo respiro c’è un’emergenza costante e visibile a tutti, che è l’aumento delle diseguaglianze. Per dirne una e giocare con il paradosso, si ricorda che Valletta, storico amministratore delegato Fiat, negli anni Cinquanta, guadagnava come quaranta operai e Marchionne invece come più di duemila (vale anche per calciatori, divi di vario genere, eccetera eccetera). Cioè la forbice tra rendita e lavoro, tra profitti e salari si è allargata in modo indecente e inaccettabile, eppure accettata di buon grado anche a sinistra. Caliamo un velo pietoso sulle scempiaggini renziane a proposito di Marchionne e del marchionnismo, ma è certo che una corrente filosofica filopadronale è egemone da anni. L’idea un po’ balzana è che aiutando i ricchi (sgravi, favori, decontribuzioni, forse addirittura flat tax…) si aiutino, diciamo così, a cascata, anche i poveri. Che se la tavola dei ricchi è ben imbandita, qualche briciola cadrà sotto il tavolo, una manna per chi non ha niente, o poco.

Quando si fa notare che questo paradosso non ha funzionato, che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri (vedere l’indice Gini sulla diversità, siamo in testa alle classifiche, per una volta), la risposta è standard: si allargano le braccia e si dice “è il mercato che governa il mondo”, intendendo una forza potente, libera e incontrollabile che decide le cose (è il terremoto, è lo tsunami, cosa vuoi farci) e che non può essere regolata. Ecco. Il nucleo, sotto la tempesta di reazioni alla fine dell’era Marchionne, è questo: il mercato è immutabile e incontrollabile come conviene a pochi, oppure si può governarlo come converrebbe a molti? Bella domanda, alla faccia della solita solfa sulla morte delle ideologie. Il resto – dalle agiografie agli insulti – è rumore di fondo.

mer
18
lug 18

Sparare alle mogli: con la riforma di Salvini sarà legittima difesa

fatto180718C’è grande attesa nel Paese per l’avviarsi (questa settimana) dell’iter della riforma della legittima difesa, e come su tutto quanto (immigrazione, giardinaggio, economia, lavori all’uncinetto, scienza aerospaziale, cucina vegana, creme solari, prodotti dop, miele biologico), la linea la detta il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono i vantaggi di chi non lavora mai: può avere molti hobby. E’ noto il pensiero di Salvini: troppe rogne, processi, spese per avvocati, per chi ammazza a fucilate qualcuno che gli sta rubando un soprammobile in salotto. La lobby dei produttori e venditori di armi è naturalmente favorevole: un milione e 398.920 licenze per porto d’armi sembrano poche per un paese di sessanta milioni di abitanti, e l’Italia resta in posizione di inferiorità rispetto al Texas, dove sono armati anche gli embrioni, o luoghi pacifici come la Libia. Ecco alcune norme di buon senso che la riforma dovrebbe recepire.

Sparare ai ladri in casa. Naturalmente si potrà sparare ai ladri in casa. Una norma un po’ ambigua perché non si capisce a casa di chi. “Ma a casa dei ladri!”, chiarisce subito Salvini. In pratica, il bravo cittadino italiano con un vicino rumeno, o straniero in generale, potrà bussare, aspettare che qualcuno apra e poi freddarlo sul ballatoio. Si tratta di un criterio allargato di legittima difesa, interpretato in chiave meno restrittiva. Se poi risulterà che il morto non era un ladro ma un’onestissima persona, l’imputato non avrà diritto al rimborso del proiettile, che dovrà pagare coi suoi soldi. “Norma troppo punitiva – dice Salvini – la cambieremo”.

Bonus pistole.Sull’esempio del bonus cultura, verranno consegnati ai giovani, al compimento del diciottesimo anno, dei soldi per acquistare armi da fuoco. C’è chi è scettico, perché non è facile mettere in campo controlli e verifiche. “E se poi scopriamo che con quei soldi si comprano un libro? – dice Savini – Norma da rivedere”.

Poligono diffuso.L’aumento del possesso di armi da parte di onesti cittadini che vogliono difendersi dalla criminalità sparando ai bambini che recuperano il pallone finito in cortile necessita un minimo di preparazione balistica. Ma istituire poligoni di quartiere (o di caseggiato, per le zone più popolose) potrebbe essere costoso. La riforma pensata da Salvini vorrebbe ribaltare il concetto e combattere la burocrazia. Basta iscrizioni, domande in carta da bollo, verifica dei documenti. Per allenare la mira, basterà aggirarsi nei dintorni di un campo rom, o di qualche centro per stranieri richiedenti asilo.

Ripresa economica. I benefici di una riforma che liberalizzi l’uso delle armi, come piacerebbe a Salvini e a quelli che le fabbricano, sono anche economici. A parte l’impennata di interventi nella sanità privata (si calcola che il numero di quelli che si sparano in un piede pulendo la Colt aumenteranno del 334 per cento), si prevedono ottime performance per il settore pompe funebri, fioristi, necrologi. La riforma avrà poi un effetto volano: sapendo che lo aspettano armato, anche il ladro di polli comprerà un’arma, innestando un circolo virtuoso per cui tra dieci anni uno dovrà andare in giro con portafoglio, telefono, chiavi della macchina, chiavi di casa, e Glock calibro nove. Torna il borsello.

Prima la famiglia. E’ nota la passione di Salvini per i valori famigliari, infatti ha avuto due o tre famiglie, piazzando sempre mogli e compagne in buoni posti di lavoro grazie alla politica. La riforma tanto caldeggiata guarda dunque alla famiglia con un occhio di riguardo: ammazzare la moglie, la fidanzata, la ragazza che vuole lasciarti, sarà più agevole e non si dovrà più ricorrere a mezzi primitivi come lo strangolamento. “L’ho ammazzata perché non voleva che mi sputtanassi tutto lo stipendio con poker e scommesse”, dopotutto, è legittima difesa.

sab
14
lug 18

Follia maggiore, la recensione su Il Foglio

Oggi su Il Foglio, una recensione di Follia maggiore (di Giuseppe Fantasia)

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gio
12
lug 18

Killer (la gita in Brianza). Una short story con Carlo Monterossi, un po’ milanese e un po’ western

Esce oggi in e-book il racconto Killer (la gita in Brianza). Era già uscito nell’antologia “Vacanze in giallo” (Sellerio, 2017), e oggi va in giro da solo, a prezzo politico (1.99 euro)

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Una bella avventuriera, un cane di quelli tascabili. Tutto normale, no? Il Monterossi dice a Oscar Falcone: “Cos’è, adesso cerchiamo i cani scomparsi?”. Sì, d’accordo, ma poi la cosa si complica. E poi è un racconto fuori da Milano, nella misteriosa Brianza (i milanesi cercano di capirne i confini da secoli, per loro parte da Sesto San Giovanni e arriva alle isole Svalbard).  In certi angolini, anche un piccolo omaggio al Gadda che… vabbé, insomma, lo dico: è uno dei racconti usciti finora che ho amato di più, mi sono divertito a scriverlo. Fate voi.

 

 

mer
11
lug 18

Buonista, rossobruno o sovranista: manuale dell’insulto prêt-à-porter

Fatto110718Urge manuale di conversazione aggiornato per l’estate in società, un manualetto agile, di poche pagine, con gli insulti più à la pagee le loro nuove declinazioni. Un bugiardino che sia possibile sfogliare all’impiedi, persino con le mani bagnate, magari mentre si partecipa al linciaggio di un venditore ambulante sulla spiaggia perché “ci ruba il lavoro” (notoriamente, vendiamo tutti asciugamani e collanine). Ne proponiamo un piccolo sunto, segnalando che i lemmi e le espressioni idiomatiche che si usano a vanvera, a vanverissima e spesso addirittura a cazzo, sono numerose.

Radical-chic.Termine nobile su cui aleggia una certa confusione data dai tempi. Vi risparmio l’etimologia e l’origine, Tom Wolfe e tutto il resto, veniamo agli usi quotidiani. Radical-chic è oggi, di norma, riferibile a chi non calzi ciabatte di cocomero e si vesta di domopak rubato al supermercato. Il dibattito è se debba prevalere la parte radical o la parte chic. Per essere radical, oggi, basta non amare Salvini o pensare che non si può lasciar morire la gente in mare, e tutto il resto è relativo, anche se siete radical come Don Sturzo. Quanto alla parte chic, si suppone dipenda dal reddito, e/o dagli orologi indossati, e/o dal cachemire d’inverno. E’ possibile dunque lanciare l’insulto praticamente a chiunque mangi due volte al giorno. In sostanza radical è chiunque abbia posizioni appena appena a sinistra del Ku Klux Klan e chic chiunque abbia una situazione economica privata che non lo spinge, per necessità, a scippare una vecchietta.

Sovranista. Insulto uguale e contrario, con una sostanziale differenza: che cosa vuol dire sovranista non lo sa nessuno. Teoricamente sarebbe una variante di “nazionalista”, o un abbellimento gentile del sempre attuale “porco fascista”. Ma sovranista fa in qualche modo intuire che uno si intenda di questioni internazionali, trattati, rapporti di forza, geopolitica avanzata. Poi, siccome spiegare tutte queste cose a un sovranista è difficile (di norma siamo ancora a ma-ti-ta, letto faticosamente tenendo il segno con il dito indice), si risolve con i simboli. E via bandierine accanto all’account: un disastro. Chi mette quella dell’Ungheria, chi quella dell’Irlanda. Ogni tanto si sobbalza esclamando: “Ah, perbacco, ecco un sovranista del Messico!”, invece è solo un pirla che ha sbagliato bandiera. I sovranisti di sinistra si distinguono perché accanto alla bandiera del Messico (o dell’Ungheria, o dell’Irlanda, o persino italiana, quando ci azzeccano) mettono la bandierina blu dell’Europa.

Buonista. Parola talmente inflazionata e lisa che non darebbe conto parlarne. In breve, serve a identificare chiunque abbia una posizione non goebbelsiana nei confronti del mondo. Se non vuoi che il ladro di polli sia impiccato sei buonista. Allo stesso modo se vuoi tirare un salvagente a uno che sta affogando. Ci limiteremo a dire che l’abuso di questo insulto è dettato dall’incattivimento collettivo e dal nervosismo indotto dall’insicurezza sociale, per cui il buonista sembra un nemico degli usi e costumi correnti. L’espressione “buonista” è ormai in fase discendente e si usa spesso a sproposito (tipo “Mussolini fino al ’38 è stato anche buonista”)

Rossobruno. Insulto di recente conio e faticoso adattamento alla situazione italiana. Dovrebbe indicare, teoricamente, uno che è di sinistra (rosso), ma anche un po’ fascio (bruno). Ammesso che esista qualcosa di simile in natura, il termine si è presto snaturato e viene usato dagli ultras di Renzi per indicare chiunque non abbia resistito all’avvento del fascismo nell’unico modo concesso dal loro pensiero binario: votando per Renzi. In generale chi usa l’insulto “rossobruno” si sente forbito, informato e colto – la cosa ammicca a riferimenti storici – il che, ricordiamo a tutti, non vuol dire intelligente.

mer
4
lug 18

La crepa nel decreto dignità che l’opposizione (sparita) potrebbe aprire

fatto040718Il “decreto dignità” è un brodino che non curerà la polmonite cronica del mondo del lavoro italiano. Però è un brodino – somministrato tra mille pressioni per diluirlo ancora di più – che segue anni di martellate sugli alluci, quindi un passo avanti, un’inversione di tendenza.

Non manca qualche simbologia: tra i primi provvedimenti del governo Renzi (“il più di sinistra degli ultimi trent’anni”, disse lo sventurato) ci fu il decreto Poletti, che era né più né meno uno schiaffone ai lavoratori precari. Tra i primi provvedimenti del governo SalviMaio – tragicamente a trazione leghista – c’è un attenuamento di quello schiaffone. Non c’è il ripristino dell’articolo 18, non c’è un vero superamento del Jobs act scritto e diretto nelle stanze di Confindustria. Però qualche ricaduta sulla vita reale sì, perché se ti licenziano da un impiego fisso devono almeno darti più soldi, perché chi assume a tempo determinato potrà farlo solo in certi casi, per meno tempo, e spiegando perché, e sono solo piccoli esempi. Non piccolissimi, se pensiamo a una famiglia dove uno perde il lavoro: avere come risarcimento una decina di stipendi invece che quattro e cinque (massino 36 invece di 24) fa una certa differenza, a pranzo e a cena, per qualche mese.

Anche nella comunicazione c’è qualche novità. Abituati da anni al cantar vittoria dei perdenti sui dati Istat dell’occupazione (la mia collezione sui tweet del Pd che inneggiano alla disoccupazione che scende tacendo del precariato che aumenta è ben fornita), sentiamo cantare i numeri che il poro Poletti cercava in tutti i modi di taroccare. Su 100 nuovi occupati, 1 ha un lavoro stabile, 4 si sono messi in proprio e 95 sono a termine. Insomma, non c’è niente da festeggiare o da sbandierare in quanto miracoloso, come facevano i rottamatori di se stessi.

A parte la piccola ma significativa inversione di tendenza (per cartina di tornasole si possono osservare le reazioni di Confindustria: come se gli avessero incendiato il garage), non resta che osservare l’orizzonte dove già si intuisce la presenza di un iceberg.

Il decreto dignità (mi permetto di suggerire nomi più sobri, ma questo è un dettaglio) va infatti decisamente in rotta di collisione con il pensiero salviniano, e questo sarebbe il minimo perché sappiamo quanto Salvini cambi pensiero come la biancheria (e forse più spesso, da “Padania is not Italy” a “Prima gli italiani”). Se si esce dai dettagli e si guarda ai blocchi sociali, invece il problema c’è: il primo provvedimento del governo è in controtendenza rispetto al pensiero dominante della destra che Salvini si è mangiata in un boccone. La manina del mercato, il liberismo che più che n’è e meglio è, la solita menata del “lacci e lacciuoli”, insomma la sempiterna litania padronale del “lasciateci fare il cazzo che vogliamo”. E non a caso le reazioni del mondo leghista sono gelide e anzi ostili, Salvini non è andato a una riunione sul provvedimento preferendo fare il pupazzo al Palio di Siena, la Meloni ha parlato di “ispirazione marxista” (come no, e gli alieni atterreranno giovedì) e gli industriali (e i loro giornali) hanno messo su il solito mugugno.

Se esistesse un’opposizione, cosa di cui c’è bisogno come del pane, tenterebbe di infilarsi in questa intercapedine che c’è tra le varie propagande (alcune schifose, come quella anti-umanitaria di Salvini) e i fatti. Vedere che nelle nuove norme sul lavoro c’è una crepa, infilarsi in quella crepa, allargarla, rendere le contraddizioni evidente e poi magari trasformarle in una vera divisione della maggioranza, una divisione di interessi, di blocchi sociali, di appartenenze: chi sta col lavoro, chi sta con capitale. Tutto questo, appunto, se ci fosse un’opposizione e non mangiatori di pop-corn e twittatrori compulsivi del “quando c’eravamo noi, caro lei”.

mer
27
giu 18

In cucina o di pomeriggio. Così Renzi entrerà (di nuovo) in casa nostra

fatto280618A seguito delle indiscrezioni pubblicate dall’organo ufficiale del renzismo (Maria Teresa Meli) e riprese da molti giornali, secondo cui Matteo Renzi starebbe tentando il passaggio alla carriera televisiva, Il Fatto Quotidiano, è in grado di anticipare alcuni dei progetti allo studio nella cantinetta di Rignano sull’Arno, progetti complessi che prevedono anche la nascita di un giornale dedicato alle gesta catodiche dell’ex leader: Sorrisi e Cazzoni Tv. Ecco l’elenco.

Chef Matteo.Il fascino delle trasmissioni in cui si cucina, si mangia, si mostrano le eccellenze italiane sottoforma di rape e fagioli rarissimi è forte. Renzi pare deciso a ritagliarsi il ruolo del conduttore, ma anche del capo cuoco, ma anche del produttore, affidando alla famiglia l’approvvigionamento di materie prime, fatturate a parte. Il programma sarà strutturato con un lungo monologo del conduttore, la presentazione dei concorrenti, un altro lungo monologo del conduttore, l’inquadratura dei piatti (30 secondi) e una lunga conclusione del conduttore. Qualche problema tecnico pare turbare la messa in onda perché alcuni autori hanno deciso di abbandonare il progetto. Matteo non si è scomposto: “Via, via, andate a fare il vostro programmino del due per cento, noi faremo il quaranta”.

Miss Italia Dem. Non indifferente al fascino femminile, Renzi potrebbe condurre un concorso di bellezza che affianchi alle doti fisiche delle concorrenti anche altre qualità come affidabilità politica, culto del capo, obbedienza. I migliori tweet di Anna Ascani e Alessia Morani verranno mostrati in sovrimpressione. Il programma sarà itinerante e toccherà tutti i comuni conquistati dal Pd nelle recenti amministrative, cioè sarà di massimo due puntate. Già in lavorazione la serata di Arezzo, con una sicura vincitrice – Maria Elena Boschi – che porterà alla fine la fascia di Miss Stasulcazzo.

Sbam, il piacere della sconfitta.Affabulatore nato, divulgatore e costruttore di storytelling, Matteo Renzi ama raccontare i misteri dell’universo e i segreti naturali del nostro pianeta. Nella prima puntata, già in lavorazione, Orfini si occuperà del millenario enigma dei cerchi nel grano (“Dove sono finiti i nostri elettori?”. “Boh, cerchi nel grano”), mentre Scalfarotto sarà inviato a studiare le famose linee di Nazca che pare contengano un’analisi della sconfitta del Pd (infatti nessuno le ha ancora decrittate e a Nazca aspettano un congresso da 4000 anni). Non mancherà la solita domanda dei programmi di divulgazione scientifica: esistono gli alieni? E se esistono, sono stati almeno una volta alla Leopolda?

Coi vostri soldi. Consapevole che l’economia è un caposaldo della nostra società, Matteo Renzi pare deciso a svelarne i meccanismi anche ai profani, tra i quali spiccano gli esperti economici del Pd. In questo caso non ci sarebbe problema di autori recalcitranti, perché i testi sarebbero, come nel caso del Jobs act, affidati al centro studi di Confindustria. Qualche difficoltà nel reperite gli ospiti: Marchionne e Farinetti hanno declinato l’invito con un semplice sms alla produzione (“Renzi chi?”). Il pubblico in studio sarà composto da giovani millennials, pagati 0,25 centesimi ad applauso (massimo dieci applausi per non sforare il budget).

Pomeriggio Renzi. L’impegno di una striscia quotidiana che si occupi di vicende quotidiane, squartamenti, corna, delitti, casi umani, funerali e battesimi reali, matrimoni vip e guarigioni miracolose non spaventa Matteo Renzi. La luce bianca sparata in faccia, l’atteggiamento finto-umano del conduttore e i selfie con gli ospiti faranno il resto. Nella prima puntata, la cui scaletta è già definitiva, è prevista l’intervista a un imprenditore schiantato dal dolore perché costretto a licenziare i suoi operai, e del suo gesto umano di occuparne due o tre, pagati in nero, per lucidargli la Ferrari.

mer
20
giu 18

Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

Fatto200618Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! E’ un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce e estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “aiutiamoli davveroa casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose.

E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

lun
11
giu 18

“La fine di Wettermark”, capolavoro di Eliott Chaze (recensione per Tutto Libri de La Stampa)

ChazeTTL090618Se guardate bene il grande affresco dei narratori americani, degli autori noir che scavano nell’anima del lettore, vedrete che le pennellate più scure – disperatamente scure – le mette Elliott Chaze. Scrittore sopraffino e feroce, acuminato, implacabile, uno che i suoi personaggi li spoglia di tutto, li lascia soli a cavarsela nelle loro storie, in qualche modo li osserva  come si guarda una formica annaspare in un bicchier d’acqua. Chaze (1915-1990) appartiene a quella genìa di narratori perfetti che hanno avuto meno fortuna di quanta ne meritassero, e va a onore di Mattioli 1885 l’averne rilanciato le opere: l’anno scorso con il mirabolante Il mio angelo ha le ali nere(1953) e oggi con questo La fine di Wettermark(1969), dolentissimo capolavoro, denso di ironia amara, concentrato di disincanto: un piccolo salmo in gloria della sconfitta umana.

Cliff Wettermark, cronista e scrittore fallito rifugiatosi in una piccola cittadina del Mississippi, sa di aver lasciato il meglio dietro di sé, e ripensandoci non era nemmeno ‘sta gran cosa. Ora deve 600 dollari alla banca, ha smesso di bere (gli manca) e di fumare (gli manca), il matrimonio è una convivenza stanca senza più un briciolo di passione, e si scopre una macchia tra il naso e un occhio, probabilmente un cancro (prima reazione : “Non posso permettermi un cancro”).
Il piano inclinato della sconfitta, insomma, si vede da subito, anche nella magistrale descrizione della provincia americana di fine anni Sessanta, perché a Chaze bastano tre righe, due movimenti e un guizzo per fare anche dei personaggi minori, fossero pure semplici passanti, ritratti che sembrano vivi. Così conosciamo colleghi,  poliziotti, direttori e cassiere di banca, un girotondo di “tipi” intorno al tipo nostro, il povero Wittermark, che però un giorno si accorge – ha dovuto scriverne in cronaca – di quanto sia facile rapinare una banca.
La maestria di Chaze si dispiega qui in modo perfetto: Wettermark non lo ami, non lo odi e non ti sta indifferente, ma dopo un po’, come per lui, tutto diventa pesante e fosco, si scivola, si sbanda. Non c’è rischio che Chaze crei un eroe, ma siccome è un campione vero rifugge anche la tentazione solita dell’anti-eroe. E le scene d’azione entrano in questo flusso, come separate eppure indistinguibili dalla vita normale: anche Wettermark, come il lettore, ha la sensazione che le cose – semplicemente – succedano. E’ un uomo solo, e farà tutto da solo: l’idea, il piano, la realizzazione. Wittermark non è un balordo né un delinquente, solo uno che vede che “si può fare”, e lo fa.
Chaze sa che la disperazione umana non è urlare e strapparsi i capelli, ma scivolare, appunto, verso il proprio destino. In poco più di 150 pagine (ma bella anche la prefazione del traduttore Livio Crescenzi) una vita singola, quella di Cliff Wettermark, diventa un bozzetto delle vite di tanti, di quelli alle prese con la sconfitta, con la fatica, il vuoto. E tutto con una nitida scrittura a strappi, a volte veloce come il migliore hard boiled, e poi più lenta e meditata, ma sempre precisa, netta, cattiva. I soldi, i dollari, i biglietti di banca come un’ossessione che prescinde dal valore, ma che è direttamente vita: “… in tutto il mondo la gente si sbatte da una parte e dall’altra con quei pezzetti di carta, e li dà via per avere sesso, automobili e barche e case, abiti, cibo, istruzione, li baratta con viaggi, e con quella roba costruisce chiese, casinò e bordelli…”. Wettermark non sogna tutto questo, ma i dollari li vuole lo stesso, gli servono. Il colpo di scena finale è stordente, niente sconti, niente appello. Il destino si compie, la fine di Wettermark, già scritta nel titolo, arriverà inesorabile a chiudere un noir nerissimo, bellissimo, un gioiello della letteratura americana, non solo di genere.

 

 

 

mer
6
giu 18

La piana degli schiavi: parliamo di diritto o usiamo il manganello?

Fatto060618La morte per fucilata alla testa di Soumaila Sacko, lavoratore maliano immerso nella cajenna dei ghetti per schiavi della piana di Gioia Tauro, rischia di scomparire dalle cronache in fretta. Ricordo un bellissimo film di Andrea Segre, Il sangue verde, trasmesso anche dalla Rai (i benemeriti di Doc3) che raccontava di Rosarno, la piana, le arance, la rabbia, la schiavitù, le condizioni disumane, l’ostilità della popolazione attorno. E’ un film del 2010, otto anni fa, che si riferisce a fatti orribili di quei tempi: schiavi neri sparati da padroni bianchi, il nostro Alabama, qui e ora.

Si direbbe, a leggere le cronache del “caso Soumaila”, che in questi otto anni niente sia cambiato: la ‘ndrangheta spadroneggia, le condizioni degli schiavi sono terribili, lo sfruttamento è inimmaginabile.

Per ora, purtroppo, la morte di Soumaila Sacko entra nel tritacarne delle schermaglie da social. Si nota che il ministro del lavoro non ha detto una parola (male), che lo sceriffo Salvini quasi nemmeno (ah, sì, ha detto che “l’immigrazione incontrollata…” eccetera, eccetera, la solita solfa). Dall’altro lato si ribatte con i “Ah, ve ne accorgete adesso!”, e “Voi cos’avete fatto?”. Insomma, stallo.

Eppure che si parli di Rosarno, di schiavi, di arance raccolte a cinquanta centesimi la cassa fa rimbombare la questione che tutti si pongono in queste settimane: che razza di governo abbiamo? La risposta è nota: aspettiamo i fatti! Ecco, i fatti di Rosarno potrebbero dare un’indicazione sui famosi fatti che aspettiamo tutti, con – che combinazione! – i due leader politici del governo che coincidono con i due ministeri interessati: Lavoro e Interno.

Ripristinare la legalità, oggi, significherebbe (oltre a catturare e processare l’assassino di Soumaila Sacko, ovvio), andare a verificare le cause di un così evidente sfruttamento. Mandare un centinaio di ispettori del lavoro, esperti dell’Inps, avvocati, meglio ancora se con la cravatta nera e la faccia di Gene Hackman in Mississippi Burning. Rivoltare insomma come un guanto un sistema economico che prevede la schiavitù. Il che significa alla fine liberare gli schiavi, cioè dargli una paga base accettabile, un posto dignitoso dove vivere, metterli in regola. Un ministro del lavoro che dica “Oh, cazzo, qui c’è la schiavitù, ma siamo matti?” non sarebbe malissimo, sempre se non si limitasse a dirlo.

Anche dal lato del muscoloso ministro dell’Interno teorico della ruspa, ci sarebbe un bel lavoro da fare. La ‘ndrangheta che sfrutta gli schiavi è anche quella che truffa l’Inps. Il meccanismo è: mano d’opera immigrata a basso costo, minima redistribuzione clientelare del reddito alla popolazione residente, affari d’oro. Il ministro dell’Interno ha una buonissima occasione per dire “E’ finita la pacchia” agli agrari della piana, a un sistema economico-politico che rende possibile profitti illegali e controllo del territorio. La narrazione degli “immigrati negli alberghi a 5 stelle” che fanno “la bella vita” su cui Salvini ha costruito le sue fortune, ne uscirebbe ammaccata assai se si smascherasse il sistema di potere (italiano) che crea le baraccopoli degli schiavi (immigrati). Non so perché, ma temo che invece si farà un po’ di “pulizia” (traduco: ulteriore repressione dei poveracci) e tutto andrà avanti come prima.

Aspettiamo i fatti, dunque, vediamo se nella terribile piaga di Rosarno la coperta verrà tirata più verso il welfare e il ripristino dei diritti umani e civili, o più verso il manganello, nel peggiorare ulteriormente la vita delle vittime. O se addirittura la coperta non sarà tirata per niente. In questo caso sarà un governo di piena continuità: proclami, riforme e fette di salame sugli occhi, salvo poi cascare dal pero quando se ne occupa la cronaca nera.

mer
30
mag 18

Povero Di Maio sono riusciti addirittura a vendergli la Tour Eiffel

mercoledi-30-maggio-2018-203x300Era dai tempi de La Stangata(1973), con Paul Newman e Robert Redford, che non si vedeva un pacco così accurato e perfetto tirato al pollo di turno. Detto che la distanza tra Salvini e Paul Newman è quella che separa Orio al Serio da Plutone, il pacco è riuscito alla grande, i 5Stelle imbufaliti sono rimasti lì come la mucca che guarda passare il treno, e Salvini fa l’asso pigliatutto e la damigella più corteggiata del reame: ballerà ancora con Silvio? Non lo sa, ci sta pensando. Civettuolo.

Ci sono altre truffe famose, e una fa proprio al caso nostro: nel 1925 un tale Victor Lustig riuscì a vendere la Tour Eiffel a un commerciante di ferraglia, fingendosi funzionario governativo e dicendo che l’avrebbero presto smantellata. Quello fu così scemo da dargli 250.000 franchi (moltissimi), più una mazzetta per agevolare l’affare. Quando si accorse di essere stato truffato non sporse denuncia per evitare (lo dico in francese) la colossale figura di merda.

Ecco, credo che sarebbe un errore per i 5Stelle non denunciare il truffatore, cioè Salvini Matteo, di anni 45, noto alle cronache. E’ vero che ci sono mappe e cartine pubblicate dai giornali che ci dicono che se Matteo e Gigi si mettono insieme alle elezioni sbancano. Però un conto è fare un accordo di governo tra diversi, e un altro è spartirsi i collegi elettorali per vincere a man bassa. Cioè non si tratterebbe più di un “contratto” con due contraenti (uno decisamente più furbo dell’altro), ma di un accordo politico. Non denunciare il truffatore, e anzi mettersi con lui, produrrà delle crepe, dei mugugni e probabilmente degli smottamenti. Se così sarà, se Salvini romperà col centrodestra per inseguire il plebiscito, ci aspetta un’estate di terrorismo: e il mutuo? E lo spread? E che dirà Moody’s? Eh? Ci avete pensato?

Insomma, c’è lì davanti un trappolone ulteriore: dividere il Paese su un argomento (euro sì / euro no) che è più favoleggiato che reale (e anche piuttosto stupido), permettendo a Salvini di fare il difensore del popolo e della povera gente. Riassumo: quello che ha nel programma il più grande regalo ai ricchi che la storia ricordi, la flat tax, passerà per una specie di Robin Hood che ci difende dalle agenzie di rating. Se tutto va male (e tutto lo fa pensare) la contrapposizione sarà tra due destre economiche: quella dell’ennesimo regalo ai ricchi, alla rendita e al profitto di Salvini, e quella liberista, rigorista che esibirà in campagna elettorale i suoi carri armati: lo spread, il vostro mutuo, i severi moniti dalla Bce, lo spettro della Grecia, agitato come un fantasma nel castello che sta crollando, e il tradizionale “moriremo tutti”. Manca che scrivano Standard & Poor’s sulle bandiere, ma ci siamo quasi.

Staremo in mezzo a questi opposti estremismi costruiti ad arte, stritolati, a discutere e litigare su una cosa di cui nell’ultima campagna elettorale appena finita non si è parlato nemmeno per un nanosecondo.

Il rischio per i 5Stelle è di assistere a tutto questo basiti e sotto botta come quando ti muore un parente, e la bandierina del “ci hanno imbrogliato” – che sia riferita a Mattarella o a Salvini – non è mai un gran lasciapassare per il successo. La gente, in generale, pensa che il truffatore sia un bastardo, ma anche che il truffato sia un po’ fesso, e che se si è fatto fregare una volta ci cascherà di nuovo, che un po’ se lo merita.

In questo desolante scenario, chi volesse dire una moderata cosa di sinistra (che so: un welfare serio, una redistribuzione tra redditi da lavoro e rendite, una società diversa e migliore, fine della cuccagna per i grandi patrimoni) diserterà una battaglia che non lo riguarda, e in cui è evidente che perderà comunque. Si sentirà come la tartaruga liuto o il rinoceronte di Giava, cioè gente che non ha davanti a sé grandi prospettive, peccato.

mer
23
mag 18

Fatto il governo (forse) toccherà fare anche un’opposizione (vera)

Fatto230518Diffidare delle frasi a effetto e delle iperboli senza rete dovrebbe restare la prima regola sotto ogni cielo. Così la vulgata di questi giorni sul “governo più di destra della storia italiana” vale la scempiaggine sentita nel 2014 (“Il governo più di sinistra degli ultimi trent’anni”, lo disse Renzi quando sembrava un golden boy).  Insomma, formulette buone per il bar.

Il fatto però sussiste: sempre di liberisti si sta parlando (in qualche caso ultras); sempre di law and orderun po’ alla carlona si tratta (“Uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi”, cfr. Zagrebelsky), con in più il dono della flat tax: le tasse che scenderanno moltissimo per i ricchi, poco per il ceto medio e aumenteranno di fatto per i poveri, che non avranno sconti ma servizi più cari. Insomma, sì, dal punto di vista economico e sociale si configura un governo prepotentemente di destra, almeno a guardare a due fattori: aumento ulteriore delle diseguaglianze (flat tax) e manganellate più facili (il Salvini-Scelba della campagna elettorale), e si vedrà come la componente 5s saprà a vorrà attenuarle.

Detto della preoccupazione per il governo, toccherà prima o poi preoccuparsi per l’opposizione. Le due principali forze che ostacoleranno i disegni governativi, infatti, sono Forza Italia e Pd, e qui la depressione avanza (altro che psicofarmaci!). Forza Italia si conferma compagine basculante: il Riabilitato in mogano ha dato di fatto via libera al governo, rilasciando a Salvini una specie di lasciapassare. Si inalbererà per la giustizia (interesse privato), o per le aziende (idem), per il resto è un’opposizione che giocherà a bloccare due o tre cosette invise al sultano ma non farà mancare affettuose attenzioni (dopotutto, la flat tax la voleva anche Silvio, e te credo). Sentire oggi Brunetta allarmato per qualche punto di spread quando ha passato anni a dirci che l’aumento dello spread per cui venne cacciato il suo principale era un complotto, fa abbastanza ridere. Dunque Forza Italia farà un’opposizione “responsabile” (trad: pappa e ciccia).

Poi ci sarebbe il Pd, e peggio mi sento. Le premesse aventiniane (“senza di me”) parlavano di opposizione durissima, senza sconti, implacabile. Per ora siamo ancora alla lacrima facile e ai capri espiatori, e monta una risibile teoria secondo cui a far vincere i 5s sarebbe stata la stampa cattiva, i commentatori, i corsivisti, questo giornale, Landrù, Floris, Giannini e Belfagor. Poi si parla di una macronizzazione del povero Matteo Renzi, e si favoleggia di una union sacréecon Forza Italia per fare fronte comune al populismo. Cioè, se ho capito bene, i due cavalli di frisia di fronte al “populismo” sarebbero quello che inventato la tivù commerciale e quello che ha volantinato 80 euro alla vigilia delle elezioni.

Per ora si batte su alcuni punti come le competenze (detto da chi nel governo aveva Poletti e la Madia…), il pericolo del Salvinismo-scelbismo (detto da chi ha votato il pacchetto Minniti, fotocopia del pacchetto Maroni del 2008), i rischi per il debito pubblico (detto da chi l’ha aumentato molto più di altri).

Insomma, è stato faticoso trovare un governo, ma sarà ancora più faticoso trovare un’opposizione. E’ un fatto che le grandi riforme dell’era democristiana (una su tutte, il Sistema Sanitario Nazionale, 1974, Tina Anselmi santa subito) vennero fatte anche per un serio lavoro delle opposizioni (il Pci) e con una pressione delle piazze. Ora a sinistra non c’è il Pci e non ci sono le piazze, per le quali anzi negli ultimi anni certi pensatori renzisti à la Rondolino invocavano apertamente il manganello. Il problema è dunque “quale governo”, ma anche – e forse peggio per chi questo governo non lo sostiene – “quale opposizione”. In una democrazia non si tratta esattamente di un piccolo dettaglio.

mer
16
mag 18

Di certo i morti sul lavoro non sono un tema del contratto di governo

Fatto160518Quindici stragi di Piazza Fontana, tre stragi di Ustica, tre stragi di Bologna. Contateli come volete, in soli quattro mesi e mezzo i morti sul lavoro in Italia sono stati più di 250. Alla fine dell’anno si supererà di molto quota mille, cifre da guerra, da bombardamento a tappeto. La colata incandescente, la lastra d’acciaio, il gas venefico, il muletto che si ribalta. Il più giovane: 19 anni, il più vecchio: 59. Se fosse un popolo, quello dei lavoratori italiani, avremmo le risoluzioni dell’Onu, le diplomazie in fibrillazione, i grandi leader che lanciano appelli per, come si dice in questi casi, “fermare il massacro”. E invece sulle vittime da lavoro in Italia si dice poco e niente: i titoli di cronaca, il balletto dei numeri, qualche riflessione ad ampio raggio che lascia il tempo che trova. Ed è un tempo di merda.

Statistiche: il più dodici per cento rispetto all’anno passato si spiega quasi sempre con la sospirata ripresa: si moriva un po’ meno perché si lavorava un po’ meno, ora sì che si ragiona, finalmente! Italia riparte!

Poi si passa ai perché: i controlli sono pochi, pochissimi, spesso inconcludenti (e nonostante questo il 60 per cento delle aziende controllate nell’edilizia risulta non in regola), il lavoro è più lungo e più scomodo, lo straordinario, quando non il cottimo, è la norma. La ricattabilità dei lavoratori – avendo il Jobs act legalizzato il demansionamento e facilitato i licenziamenti – è aumentata a dismisura: dire di no al padrone è diventato più difficile. Il caleidoscopio di appalti e subappalti ha fatto quasi scomparire del tutto i corsi sulla sicurezza.

Poi ci sono i motivi, per così dire culturali della questione. La retorica modernista per cui “gli operai non ci sono più” (anche se ne muoiono tre al giorno), le loro parole sono risibili e antiche: “lotta”, e giù a ridere; “sciopero”, e giù a pontificare col ditino alzato che non siamo più nel Novecento. Il sindacato come un sempiterno ostacolo alle sorti luminose e progressive del mercato, che meno lo regoli e meglio è, la costante mortificazione del lavoro operaio (ma anche contadino: si muore parecchio anche lì), considerato démodé e residuale, anche se siamo la seconda manifattura d’Europa.

Mischiate bene e avrete il cocktail micidiale che produce così tante vittime, aggiungete molte parti di ideologia liberista, quella storiella furba che se aiuti l’impresa (sussidi, sconti sui contributi, agevolazioni fiscali) aiuti anche i suoi lavoratori, cosa millemila volte smentita dai fatti, eppure ancora narrazione dominante.

Vista da quest’Italia dei cantieri e delle fabbriche, dall’Italia che va ai funerali dei suoi padri, mariti e fratelli caduti sul lavoro, l’Italia in primo piano in questi giorni – quella dei tavoli, delle trattative, del Pirellone, del balletto dei nomi, dei corazzieri davanti alla porta – sembra un luogo surreale. Di più, uno schiaffo, uno sberleffo.

Anni di ottundimento, di derisione delle lotte dei lavoratori (quelli che mettono il gettone del telefono nell’iPhone, questa non la scorderemo mai), di criminalizzazione dello sciopero (“Ecco! Scioperano al venerdì!”), di anarchia di mercato (“Troppi diritti! Mano libera!”) ci hanno portato qui: poco lavoro, cattivo lavoro, e puoi anche lasciarci la pelle.

Mentre osserviamo il soave balletto della politica da prima pagina, una cosa è chiara: non verrà da lì il cambiamento. Non verrà dalle riforme scritte e bilanciate con il manuale Cencelli delle convenienze. Se cambierà qualcosa sarà perché il conflitto riprende il suo posto nella dialettica politica del paese. In soldoni (lo dico male): sarà perché la gente si incazza e il tappo della pentola salta per troppa pressione. Speriamo presto, speriamo subito: è una cosa più urgente del nome del prossimo esimio professore che guiderà il governo.

sab
12
mag 18

Commissario Charitos, la formica. Il nuovo romanzo di Petros Markaris, mia recensione su TuttoLibri

TuttoLibri de La Stampa mi ha chiesto di leggere l’ultimo romanzo di Petros Markaris. Ecco qui

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mer
9
mag 18

Sembra una soap opera, ma trovare 12 miliardi non è una cosa neutrale

Fatto250418Il pasticciaccio brutto del Rosatellum ha prodotto il pasticciaccio brutto del Quirinale, che ha prodotto il pasticciaccio brutto del governo neutrale, che al mercato mio padre comprò. E via così finché ci riuscite, finché la fantasia vi assiste, auguri. Da un punto di vista umano e letterario, il cupio dissolviha il suo fascino sublime, c’è un lasciarsi andare lento, quasi un addormentamento, il torpore dell’ibernazione. E sbagliano mira molti commentatori che descrivono il paese nervoso e arrabbiato. Non è vero. Il paese è piuttosto disgustato e stupito, ha guardato per due mesi quella porta con due corazzieri al fianco come in una frenetica commedia di Feydeau: entra uno, esce l’altro, c’è il teatrino, ed ecco quell’altro ancora, altro teatrino, esce Tizio, entra Caio con il senatore Sempronio, esce Silvio che fa il suo vaudeville. Passa un’ora, ed ecco l’altro spettacolino con i contatti riservati, le chat, le telefonate segrete che restano segrete dieci minuti e te le ritrovi spiattellate sui giornali. L’indiscrezione di Renzi che chiama Salvini nella speranza che si formi un governo Lega-M5s pur di non scomparire (“terrorizzato dal ritorno alle urne”, scrive il Corriere) non l’avrebbe pensata nemmeno Buster Keaton. Silvio invece ripete a macchinetta la sua visione del mondo: quando mai uno sfigato qualunque che si trova a guadagnare quattordicimila euro al mese vota per mandarsi a casa? Si vola altissimo.

Insomma, il film è brutto e gli attori fanno schifo. E poi c’è la soap opera del Di Maio che cede terreno e lancia lusinghe al Salvini che però non può lasciare la corte di Arcore, segue melodramma, lacrime, patemi e sfuriate. Stendhal, ma scritto peggio.

Un governo “neutrale” (etimologia: “né dell’uno né dell’altro”) potrebbe essere una soluzione affascinante, qualche anonimo grand commiso “riserva della Repubblica” che non si fa troppo notare e che promette di farsi da parte dopo, rinunciando a eventuali candidature, “discese in campo” e mariomontismi consimili. Attori presi dalla strada che promettono solennemente di tornare sulla strada il giorno dopo. Mah, fingiamo di crederci.

Il punto più debole del cosìddetto governo neutrale è che non sarebbe per niente neutrale, perché dovrebbe trovare subito, al volo, in pochi giorni, una dozzina di miliardi per disinnescare la bomba dell’Iva. Trovare dodici miliardi non è una cosa neutrale, proprio per niente. Prenderli dalla sanità o dagli stanziamenti della difesa, per dire due estremi, sono cose molto differenti, che possono mandare a gambe all’aria qualunque neutralità. Ma comunque sia, alcune paroline già rimbombano: una è “mettere al sicuro i conti”, e l’altra (udite udite) è “manovrina”. Non sono cose che si possono fare in modo neutro, e mettiamoci pure la legge di stabilità che – il governo neutrale dovesse arrivarci vivo – è il vero atto politico di un governo, quello che decide dove si mettono e si tolgono i soldi.

E’ vero che nessuno degli attori in campo, né Di Maio, né Salvini, né i poveri Silvio e Matteo Renzi hanno detto dove prenderebbero questi soldi, e sarà una buona domanda da fare a tutti in campagna elettorale: magari per uno che sogna la flat tax al quindici per cento, ricordargli che deve trovare qualche spicciolo subito (12 miliardi, una manovra) frugando nelle tasche (nostre) sarebbe un buon bagno di realismo.

Non sfugge l’assurdità del voto in luglio, su cui già abbondano le freddure e i motti di spirito, che vuol dire altre schermaglie, posizionamenti, strategie da qui a tre mesi, e le due forze fino a ieri sull’orlo dell’accordo che si combattono in una specie di ballottaggio, e gli altri che temono l’estinzione con conseguenti crisi da panico e una sola certezza: il vaffanculo, questa volta, è autoinferto.

mer
25
apr 18

Festeggiare il 25 aprile e andare a riprenderci quel poco che ci rimane

Fatto250418Oggi è il 25 aprile e non è facile parlarne. Si festeggia la Liberazione dai nazifascisti e – contestualmente – l’ultima volta (73 anni fa) in cui il paese si è veramente alzato in piedi e ha scritto una pagina di storia di cui andare fieri. I buoni hanno cacciato i cattivi a schioppettate dopo averne viste e sopportate di tutti i colori, il dittatore è finito appeso come nelle fiabe o nelle rivoluzioni, si è riunito un Paese, è nata una buonissima Costituzione, molto avanzata per i tempi, e ancora oggi decente baluardo al nuovo (vecchio) che avanza. Ognuno ha il suo 25 aprile e se lo tiene stretto nonostante mala tempora currunt.

I primi risultati su Google cercando “25 aprile” (sezione “notizie”, ora mentre scrivo) sono i seguenti: “25 aprile, chi apre e chi chiude tra le grandi catene”. “Che tempo farà nei ponti di 25 aprile e primo maggio”. Poi la solita querelle sui palestinesi con la kefieh (se possano o no andare alla manifestazione), e infine un’inchiesta giornalistica (a Pesaro) secondo la quale solo due studenti su dieci sanno cosa significhi la data. Chiosa (quinta notizia) un titolo de Il Giornale: “Il falso mito del 25 aprile. Un italiano su tre: che cos’è?”.

Eppure, oggi è il 25 aprile, e si festeggia. Non solo nelle grandi e piccole manifestazioni, ma in molti gesti di devozione popolare. Chi (esempio) ha mai fatto a Milano il giro delle lapidi dei partigiani fucilati, dove L’Anpi depone le corone con piccole volanti cerimonie, conosce un’intensità speciale, di quelle che rendono giustizia all’anniversario, che lo celebrano veramente.

Perché per anni ci hanno detto che ormai era soltanto retorica, discorsi vuoti, consuetudine, e invece no: nonostante il rischio di consunzione, la festa ha resistito, ed è ancora viva. Negli anni, i partigiani sono stati tirati di qua e di là per la giacchetta (disse un giorno la Boschi che “quelli veri” votavano sì al suo referendum), sballottati ora come figurine edificanti, ora come reliquie. Santificati e demonizzati. Il Pd milanese, che l’anno scorso alla manifestazione portò surreali bandiere blu, quest’anno sfilerà con le belle facce dei partigiani sugli striscioni, a segnalare che il 25 aprile è piuttosto elastico a seconda della bisogna, della tattica, dell’aria che tira.

E però si festeggia lo stesso, perché con tutto il discutere dotto e complesso su populismo, populismi e populisti, quella là, quella del 25 aprile, è stata la volta che si è visto veramente un popolo.

Dunque, ognuno ha il suo 25 aprile, e ognuno può mettere in atto gesti e trucchi per non farsi fregare dalle retoriche passeggere, dagli usi strumentali, dalle stupidaggini negazioniste.

Il mio metodo è di riprendere in mano, per qualche minuto, i volumi delle lettere dei Condannati a morte della Resistenza, e di andare a salutarne qualcuno. E poi torno sempre lì, da Giuseppe Bianchetti, operaio, 34 anni, di vicino Novara, fucilato dai tedeschi nel febbraio del ’44:

Caro fratello Giovanni,
scusami se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che tra mezz’ora verrò fucilato; però ti raccomando le mie bambine, di dar loro il miglior aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe.
Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletò e ciò che resta. Ciau tuo fratello
Giuseppe

 Leggo questa lettera ogni anno, da anni, perché in quel “paletò” da andare a prendere a Novara insieme a “ciò che resta” mi sembra di vedere una dignità inarrivabile, con la parola “popolo” che si riprende il suo posto. Siamo stati anche questo, per fortuna e sì, bisogna festeggiare.

mar
24
apr 18

Scrittori e Milano, la narrazione parallela. L’inchiesta di Emanuele Coen per L’Espresso

Emanuele Coen, de L’Espresso, ha visitato Milano insieme a qualche scrittore per vedere se c’è una narrazione un po’ difforme dalla propaganda corrente. E sì, c’è.

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ven
20
apr 18

Follia maggiore, presentazioni e incontri, l’elenco aggiornato

FM paccoCari tutti. Follia maggiore si comporta molto bene, grazie a tutti quelli che l’hanno letto e a quelli che lo leggeranno, chi vuole dare un’occhiata a recensioni e interviste, le trova qui. Ricevo molti inviti di qui e di là per parlare del libro (grazie), ma ovviamente non posso andare ovunque… Metto qui sotto le prossime date (aprile, maggio, giugno), è possibile che l’elenco si allunghi, ma per ora queste sono quelle certe… Orari, luoghi, dettagli, se non presenti qui, saranno comunicati sulla pagina Fb e su twitter. Chi vuole prenda nota, ci vediamo lì.

23 aprile, 21.00, MILANO – Cooperativa la Liberazione, via Lomellina 14

5 maggio, 18.30, MACERATA– Macerata racconta – Teatro della Filarmonica

13 maggio, 14.30, TORINO– Salone del Libro Torino – Sala Gialla

17 maggio, 18.00, MILANO– Politecnico di Milano – Aula De Donato

19 maggio, 11.00, PIACENZA– Libreria Fahrenheit

28 maggio, 18.00,  BOLOGNA- Biblioteca Salaborsa (con Paolo Nori)

2 giugno, 17.30, MANTOVA

5 giugno, 20.30, BERGAMO

8 giugno, TRICHIANA (BELLUNO) – BookFest

16 giugno, RAGUSA– Festival A tutto volume

mer
18
apr 18

Serve un esploratore per far diventare i Borgia la famiglia del Mulino Bianco

Fatto180418Dunque arriverà l’esploratore, mandato dal Colle. Mi piace immaginarlo con il casco coloniale e la tenuta color cachi, seguito dai portatori indigeni, che si addentra nella giungla, tra Salvini acquattati nell’ombra, grillini con le cerbottane e i dardi al curaro, Renzi immobili appollaiati a vedere la scena. Ci sarebbe anche Silvio, sì, il capotribù mattacchione, quello che rovina le cerimonie con una parola di troppo, tutti gli sorridono, ma non vedono l’ora di strappargli il cuore e gettarlo da una rupe. Ambientino amichevole, insomma.

Cosa dovrebbe esplorare questo esploratore non è facile capire, ma possiamo fare delle ipotesi. Avvertenza: non aspettatevi grandi cose, il meraviglioso quiproquò di andare alle Indie e scoprire l’America non si ripeterà. Più facile che qualcuno riesumi vecchi talenti, come fece Stanley quando ritrovò Livingstone nel cuore dell’Africa: “Dr, Livingstone, I presume”. Tenetevi forte: potrebbe accadere con nomi che nemmeno lontanamente pensate, antiche personalità, vecchi garanti, sfingi della mediazione, alchimisti di maggioranze.

Si tratterà anche di una specie di esplorazione antropologica, di capire come abbia potuto Salvini, nel giro di una notte, passare dal Klu Klux Klan al sorriso rassicurante dell’uomo di governo in pectore ed essere preso sul serio. O come possa Di Maio uscire dalla sua trappola “O io o niente” ripetuta per settimane come un mantra autoipnotico. Ci vorrà un esploratore psicologo, ma di quelli bravi, anche per Berlusconi: la sua faccia quando dice “Matteo Salvini, il nostro leader” non ce l’aveva nemmeno Mimì nel quarto atto della Bohème, poverina. E quanto a quegli altri, quelli che sostengono che i loro elettori li hanno votati per vederli paralizzati e immobili, lì di dottori ce ne vuole un plotone intero.

E’ probabile che l’esplorazione venga condotta col pallottoliere, in modo da mettere insieme un numero sufficiente di persone, un certosino lavoro di oliatura, in modo che alcuni interessi, anche contrapposti, girino insieme in un delicato meccanismo, che nessuno alzi troppo i toni, e infatti si anela – tu pensa l’ampio orizzonte politico – la partenza del Di Battista per le Indie, o un arroccato silenzio del Silvio Ligneo Restaurato: non è il momento di intemperanze. In questo caso l’esploratore sembrerà più un mediatore di quelli che entrano in scena nelle rapine con ostaggi: “No, non posso darti un elicottero”, oppure: “No, la flat tax non è possibile, ma parliamo, avete fame? Come stanno gli ostaggi?”.

Forse l’esploratore riuscirà nel miracolo di trovare una specie di Eldorado, la terra di cui si favoleggia: un governo con dentro tutti, chi ha vinto, chi ha perso, chi vorrebbe ma non può, chi potrebbe ma non vuole, chi pensa ancora maggioritario in un sistema proporzionale, chi l’Aventino e chi aspetta di leggere il voto in Molise come fondi di caffè o interiora di pecora. In pratica si aprirebbe una specie di permanente campagna elettorale con ogni opposizione rappresentata al governo, gloriosa sintesi del Rosatellum: creato perché nessuno possa governare, potrebbe finire per far governare tutti, chi più, chi meno, in una specie di fratellanza governativa al cui confronto la corte dei Borgia era la famiglia del Mulino Bianco. Ma ammesso che l’esploratore riesca nel suo titanico compito di mettere d’accordo i capitribù, non si capisce il guadagno per gli indigeni: quella di cui si sta parlando, infatti, persino sottintesa e accettata da tutti, è una specie di eterna continuità che scolora le esigenze (ma anche le speranze, in molti casi le illusioni) del Paese. Un governo di tutti sarebbe infine l’esplorazione perfetta, la quadratura del cerchio, un drappello a cavallo, con gli elmi scintillanti e le armature e una grande bandiera al vento con la scritta “Abbiamo scherzato”.

sab
14
apr 18

108 metri, proletari senza rivoluzione. Mia recensione su TuttoLibri

Ho recensito per TuttoLibri il nuovo romanzo di Alberto Prunetti, 108 metri (Laterza)

Prunetti140418

ven
13
apr 18

Follia maggiore. L’intervista a Thriller Nord

Qui la bella intervista di Patrizia Argenziano per Thriller Nord

Intervista ThrillerNord

mer
11
apr 18

Dalle ruspe alla fidanzata che stira le camicie: metamorfosi non ti temo

Fatto040418Non c’è bisogno di tornare alle Metamorfosi di Ovidio, la vecchia cara mitologia dove qualcuno, specie se dio, prima o poi diventava qualcun altro incasinando la trama. E nemmeno di svegliarsi scaraffoni come il Gregor Samsa di Kafka. Non c’è bisogno di arrivare a tanto, basta vedere la signora Isoardi che stira le camicie di Salvini: in poche settimane siamo passati dall’uomo-felpa all’uomo camicia-stirata, ogni epoca ha le metamorfosi che si merita.

In quanto a mimetismo e travestitismo d’occasione, comunque, lo spettacolo è interessante, più antropologicamente che politicamente, ma insomma. Salvini si sforza di uscire dal ghetto bellicoso del guidatore di ruspe per sembrare istituzionale, con tutti i dettagli esilaranti di chi cerca di mettersi in panni non suoi. Ma attenzione a non ridere troppo, perché il messaggio dice molto (a parte la concezione della donna a vapore, ovvio): vero che si passa dal look contadino alla camicia, ma vero anche che gliela stira la fidanzata, mica come Silvio che probabilmente se le faceva stirare da una scuola di samba in topless. La signora Isoardi che stira le camicie di Salvini è l’equivalente della canottiera di Bossi, un’ostentazione di normalità popolare: vivo come voi, non ho domestici (a parte la fidanzata, ri-ovvio).

La metamorfosi di Salvini è dunque incompiuta, o in fase di precisazione, ma intanto può poggiare solidamente su una metamorfosi della narrazione che lo ha portato al successo (il suo successo, cioè battere Berlusconi nel centrodestra). Mentre la scena politica macina soprattutto indiscrezioni e retroscena (traduco: nessuno ci capisce ancora un cazzo), le cronache languono. Il grido emergenziale per l’immigrazione incontrollata si è placato, persino la cronaca nera sembra aver tirato un po’ il freno a mano. Di colpo, vengono meno le urla para-inferocite delle moltitudini (nove-undici persone) dietro una transenna che dicono “Ha stato il negro”, “Ha stato il zinghero”. Di colpo la signora che si allunga per urlare nel microfono dell’inviato che suo cugino ha subito due furti in casa è messa in sonno, forse anestetizzata e riposta in un magazzino, in attesa della prossima occasione.

Il tam-tam dei media sui media (è come il cinema sul cinema, un genere a parte) dice che le due voci più xenofobe e allarmiste delle tivù Mediaset (Belpietro e Del Debbio) perderanno la loro tribuna, un po’ perché Silvio li ritiene responsabili di aver portato acqua a Salvini, un po’ perché la missione è compiuta: lo spavento diffuso a piene mani può essere richiamato indietro come un cane.

Quella della destra non è l’unica metamorfosi in corso, ovvio. Lenta e dolorosa appare quella del Pd: l’idea che dal bozzolo ormai incartapecorito del renzismo nasca una nuova farfalla è suggestiva, ma decisamente naïf. E poi ci sarebbe la metamorfosi sua, di Renzi Matteo, che pensa, secondo molti, a fare da sé in un processo di macronizzazione che ancora non gli riesce, sarà il clima.

Quanto ai Cinque Stelle, la loro metamorfosi pare finora la più riuscita: dicono dopo le elezioni cose ancora vagamente simili a quelle che dicevano prima delle elezioni ed è già un record, ma la loro mutazione era iniziata per tempo, con molto anticipo, nel passaggio dai vaffanculo alla mise da statista, in cravatta e sorriso stampato anche nella vasca da bagno. Non è merito loro, probabilmente, ma demerito e strafalcione di chi ha passato anni a descriverli come aborigeni con l’anello al naso e la sveglia al collo, tutti microchip e scie chimiche, mentre ora possono vantare una assoluta, persino scialba e monocorde, normalità, appena increspata da qualche caratterista che dà colore alla scena.

Per gli appassionati di metamorfosi, comunque, è solo l’inizio. Un altro mesetto di sudoku quirinalizio ci darà qualche elemento più, stiamo pronti.

mer
4
apr 18

Ieri la Lega evocava i Celti, oggi i campi militari della Wehrmacht

Fatto040418Scuseranno i lettori se mi porto avanti col lavoro e parlo del 25 aprile. Me ne dà occasione anticipata il sindaco leghista di Cologno Monzese, Angelo Rocchi che ha firmato (insieme all’assessora alla cultura Dania Perego) il patrocinio per una bella rievocazione da tenersi tre giorni prima della festa della Liberazione: un campo di fanteria nazista ai giardinetti. Motivazione etico-didattico: mostrare la vita quotidiana durante la guerra, a Cologno Monzese. Intenso programma (lo leggiamo su un manifesto che raffigura due soldati tedeschi, uno dei quali, poverino, ferito): “Preparazione del rancio con ricette d’epoca”, bello. “Cerimonia consegna onorificenze”, commovente. “Racconti, miti e leggende del Nord intorno al fuoco”. No comment. Il tutto in divisa, per la precisione quella della Wehrmacht. Organizzazione dell’accurata ricerca storica, un gruppo che si fa chiamare 36 Fusilier Kompanie (era un allegro club di volontari austriaci delle SS).

Insomma, spero vi sarà chiaro che la politica non c’entra niente: si tratta di rievocazione storica, con i nazisti en travesti che fanno i “banchi didattici” con i ragazzini e le famigliole.

Nessuno verrà fucilato e appeso agli alberi con il cartello “banditen”, nessuno verrà deportato per l’occasione in quanto ebreo o dissidente, nulla verrà requisito alle famiglie del luogo per preparare il rancio “con le ricette d’epoca”, e gli abitanti di Cologno Monzese, assistito allo spettacolo, potranno andare a fare la spesa invece che patire la fame. In soldoni: come rievocazione storica fa schifo, si può dire che è un falso.

Puntuale il doveroso corollario di polemiche e proteste, perché vedere simpatici buontemponi vestiti da nazisti che spiegano ai ragazzini cos’era Cologno durante la guerra mette in effetti un po’ i brividi.

Poi, come al solito è arrivata la toppa, un po’ peggio del buco. Il solito arrampicarsi sugli specchi: cambiata la foto del manifesto, quasi identico il programma (manca la “cerimonia consegna onorificenze”, un vero peccato per quelle croci di ferro che non verranno distribuite agli astanti). Il sindaco Rocchi (la sua amministrazione è un po’ in bilico per beghe interne, ma ha il fermo sostegno di Casa Pound, rappresentata dall’ex capogruppo leghista) ha detto che c’è polemica su tutto ciò che non piace alla sinistra e che ai giardinetti ci saranno anche la Croce Rossa, i partigiani eccetera. Insomma, dentro tutti, polverone totale, testacoda grottesco e figuraccia.

Mancando tre settimane al 25 aprile, la ridicola situazione di Cologno Monzese potrebbe servire per qualche riflessione. Quella là, la Liberazione, la Resistenza, fu una faccenda abbastanza seria e drammatica che chiudeva un periodo storico terribile, che non merita pagliacciate. Quanto all’ipotesi didattica invece sì, un intento c’è. E si rimanda ai tempi antichi della Lega bossiana, quella dell’indipendenza, dove si organizzavano ogni due per tre rievocazioni storiche di superiorità padana: divertenti ricostruzioni medievali anche in paesi nati negli anni Cinquanta. Che la Lega sia passata dai cortei in costume celtico ai campetti con le mostrine delle SS è un dato di fatto che dà da pensare.

A protestare (giustamente) con il sindaco di Cologno Monzese c’è anche il Pd milanese, per dire, quello che l’anno scorso, il 25 aprile, si presentò in piazza con magliette blu, bandiere blu e cartelli blu con nomi improbabili (persino la collaborazionista Coco Chanel). Chissà, forse l’annuncio di un campetto nazi alle porte di Milano gli ha fatto recuperare lucidità, speriamo. Ma speriamo soprattutto che lassù a Cologno nessuno si faccia male, si scotti col rancio, o resti impigliato nel filo spinato. Il sindaco invita alla festa le famiglie e gli stranieri, che così impareranno la nostra storia, ma un po’ per fiction, senza rastrellamenti.

dom
1
apr 18

Follia maggiore. Fotine e ringraziamenti

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Più di trenta presentazioni in giro per l’Italia, tante librerie, grandi piccole, indipendenti. Da Roma a Bassano, da Torino ad Assisi… Grazie a tutti quelli che sono venuti, ai librai che hanno ospitato e organizzato, a quelli che hanno letto, scritto, recensito, intervistato, fatto domande o considerazioni varie (la rassegna stampa è qui). Follia maggiore si comporta molto bene, parlare coi lettori è sempre istruttivo. I prossimi appuntamenti saranno comunicati come al solito qui, sulla pagina FB, su twitter eccetera. Per adesso grazie a tutti.

mer
28
mar 18

L’autobus di Fico e l’incredibile mondo dei pusher da corsivo

fatto280318Ieri tutti i giornali del regno, e segnatamente i gradi giornali, hanno dedicato molte righe (anche due articoli) a un fatto straordinario: il presidente della Camera, nuovo di zecca, appena uscito dalla confezione e pronto per l’uso, ha preso l’autobus. Una notizia che incomprensibilmente non è comparsa sulla prima pagina del New York Times o di Le Monde, segno di stupido disinteresse internazionale per le cose italiane. Dunque ecco Roberto Fico sul bus, con tanto di ovvia fotografia (messaggio: “io prendo l’autobus”) e inusitato clamore. I pusher di moralette da corsivo in prima pagina hanno subito tuonato: demagogia! Poi hanno notato che secondo certi dati Fico non prende spesso l’autobus, ma più sovente il taxi, avendo speso l’anno scorso circa 2.800 euro in vetture pubbliche (che, diciamolo, in un anno non è una fortuna, ma ok, complimenti ai segugi della stampa, finalmente tornati cani da guardia del potere). Insomma, la questione si fa spinosa e potremmo chiamarlo “il giallo dell’autobus 85″. Perché a Fico, nei pensosi commenti, non si rimprovera – e ci sta – soltanto un tocco un po’ naïf di demagogia, ma anche una cosa più grave. Egli ha messo a repentaglio la sicurezza dei cittadini, perché se un malintenzionato salisse sullo stesso autobus con una scimitarra, una bomba a mano o una mitraglietta Uzi per attentare alla vita del presidente della Camera, il suo comportamento (suo di Fico, non del coglione con la mitraglietta) metterebbe a rischio cittadini onesti che hanno preso – come Fico – l’autobus 85.

Ora diciamolo: la mossa di prendere l’autobus per andare a lavorare il primo giorno da presidente della Camera è certamente un filino demagogica e non vogliamo qui difendere o attaccare alcuno, né il presidente Fico, né i suoi accusatori, né i passeggeri dell’85 che hanno corso il mortale rischio di saltare in aria per colpa del Presidente della Camera. Alla fine è un enorme “chissenefrega” e così andrebbe archiviato. Eppure tocca ricordare alcuni precedenti. Quando, chiamato da Napolitano, Mario Monti corse a Roma per prendere l’incarico di Presidente del Consiglio e affrontare lo Spread a mani nude, il peana che i giornali gli riservarono derivava in gran parte di una straordinaria rivoluzione culturale: il Genio aveva preso il treno e – meraviglia e sgomento – lungo la banchina della stazione aveva addirittura trascinato da sé il trolley.

I lettori di interiora di pollo e fondi di caffè avevano allora preconizzato una nuova era. Si è visto. Altri divertenti saltimbanchi hanno imitato poi il gesto: foto su foto di Matteo Renzi in treno, in Smart (guidava Carbone, quello del “ciaone”, povera stella), in bicicletta, monopattino, parapendio, bob a due, bob a quattro e catamarano, per dire, mentre lui celiava “la mia scorta è la gente”. E si è visto anche lì.

Insomma, da anni abbonda la retorica del “lui non è come gli altri” legata ai mezzi di trasporto, e fa piacere che nel caso di Fico, finalmente, alla buon’ora, i pasdaran del commentino arguto, per una volta, non si siano fatti infinocchiare. Eh, no, a quelli lì non gliela si fa. Con la faccenda che “Uh, che bravo sa anche andare a piedi” ci sono cascati con tutte le scarpe con Monti, con Renzi, con Rutelli quando andava in motorino, ma con Fico dicono: basta, questa volta non ci fregate.

Non possiamo che rallegrarci per il repentino risveglio e la ritrovata verve “gentista”. Ma sì, proprio quella rimproverata per anni ai plebei grillini e ora in voga presso le élite. Insomma, Fico, faccia il piacere, non lo faccia più. Mette in allarme il paese, a rischio i poveri utenti dell’autobus 85 e soprattutto svela un meccanismo complesso della politica italiana: a fare i talebani si fa un po’ a turno, e ora tocca ai grandi giornali autorevoli e responsabili. Mah, sarà la famosa alternanza.

mer
21
mar 18

Il Pd a guida autonoma: persino l’algoritmo ha alzato bandiera bianca

Fatto210318Ora che da Tempe in Arizona sappiamo che il famoso algoritmo al volante può essere disastroso come l’ubriaco del paese che rincasa zigzagando, ci sentiamo un po’ meglio: forse non saremo tanto presto governati da macchine (che comunque, rispetto a chi ci governa da decenni è un’ipotesi suggestiva). Ma, come accade spesso, il cittadino comune non ha nemmeno la più pallida idea dei progressi che, a sua insaputa, sta facendo la ricerca in materia di automazione. Ecco il punto della situazione

L’auto a guida autonoma. La macchina che si guida da sola aveva molto impensierito le grandi compagnie assicurative: se nessuno mette più sotto nessuno, noi che fine facciamo? Angoscioso dilemma risolto a Tempe, Arizona, un problema di meno, vedi che la ricerca serve? Ora un’altra questione è al centro degli studi più avanzati: come si trova un parcheggio? Uber e Google stanno studiando una macchina a guida autonoma con mini-betoniera che spiana il marciapiede e ci disegna delle strisce, nei modelli più costosi munita di algoritmo-motosega per tagliare gli alberi e parcheggiare al posto loro. Quasi pronta la macchina-asfaltatrice per le buche. Qualche preoccupazione nei campus delle scuole americane per il timore di nuove stragi: “Oh, no! Hanno di nuovo sparato sui compagni?”. “No, hanno truccato la macchina di papà”.

Le opere pubbliche a guida autonoma. Segretissima sperimentazione tutta italiana, la Grande Opera a guida autonoma rivoluzionerà molti settori della vita pubblica. Si tratta di un algoritmo che valuta i progetti, le ricadute economiche, gli appalti, le concessioni pubbliche, e poi affida i lavori per grandi progetti infrastrutturali a un suo amico. Sarà una vera rivoluzione, perché  il lavoro che oggi viene fatto da centinaia di politici, imprenditori, grandi cooperative, mediatori, facilitatori, traffichini, lobbisti, corrieri di banconote non segnate in piccolo taglio, sarà eseguito da una macchina. Grandi ricadute anche sulla magistratura, perché un algoritmo può sostenere lunghi interrogatori anche senza bere o mangiare e non è così scemo da consegnare valige di contanti al bar. Certo resterà un margine di errore umano, tipo ingegnere e assessore intercettati. “Lo interrogano da tre giorni, corriamo rischi, cumpà?”. “Ma no, tranquillo, l’algoritmo non parla”.

La moglie a guida autonoma. Ecco un caso in cui la sperimentazione sta andando malissimo. Il rivoluzionario algoritmo della moglie italiana dovrebbe prevedere nervi d’acciaio, capacità atletica e riflessi fulminei per evitare le pallottole dei mariti, lanci di pietre e stoviglie, assalti con armi da taglio e altre aggressioni, capacità che andrebbero rafforzate in caso di separazioni e divorzi, quando lui si presenta armato come Rambo perché “Cara, dobbiamo parlare”. Il mondo della ricerca è diviso e c’è chi chiede un cambio di prospettiva (“Perché non studiamo l’algoritmo del marito-meno-stronzo?”), ma per ora è soltanto un dibattito teorico (anche perché i finanziatori della ricerca sono tutti uomini).

Il Pd a guida autonoma. Non poteva mancare la politica tra le più avanzate ricerche sull’intelligenza artificiale. La sperimentazione fatta nel Pd negli ultimi anni è stata assai deludente. Coordinare segretario, adoratori della prima, seconda, terza ora, commentatori politici, titolisti e retroscenisti, arredatori di Leopolde, psicoanalisti, incapaci scrittori di riforme farlocche, e poi riprogrammarli perché diventino avversari della prima, seconda, terza ora, poi scrivere tutti i tweet, inventare gli hashtag… anche l’algoritmo alla fine si rompe i coglioni e vota per qualcun altro. La tecnologia allo studio è stata così deludente che l’algoritmo è stato momentaneamente disattivato. Le sue ultime parole: “Non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatt….”

mar
20
mar 18

Follia maggiore, calendario aggiornato delle presentazioni

FMstrettaGrazie a tutti quelli che sono venuti alle presentazioni di Follia maggiore fatte finora. Qui sotto le date dei prossimi giorni

Sabato 24 marzo – Suzzara, ore 18.00. Nebbiagialla Off – conversazione sul libro con Paolo Roversi (viale Zonta 6/a)

Domenica 25 marzo – Milano, ore 17.00. BookPride – presentazione di Follia maggiore con Ranieri Polese

Lunedì 26 marzo – Vicenza, ore 18.00. Libreria Gala (corso Palladio 11)

Martedì 27 marzo – Padova, ore 13.30. Fastbook (via Breda 26/F, Limena, incontro con i librai)

Martedì 27 marzo – Bassano, ore 18. Libreria Palazzo Roberti (via Jacopo da Ponte 24)

Mercoledì 28 marzo – Padova, ore 18. Libraccio (via Altinate 63)

Mercoledì 28 marzo – San Bonifacio (Verona), ore 20.45. Sala civica Barbarani (via Marconi 5)

 

 

lun
19
mar 18

Follia maggiore, la recensione di Marta Fana su Minima et Moralia

Una lettura politica e “di classe” di Follia maggiore a firma di Marta Fana

MinimaetMoralia190318

lun
19
mar 18

Follia maggiore, la recensione de La Gazzetta del Mezzogiorno

Qui la recensione di Michele Marolla per La Gazzetta del Mezzogiorno

Gazzetta del Mezzogiorno 170318

ven
16
mar 18

Follia maggiore. la recensione di Corrado Augias su il Venerdì di Repubblica

Qui sotto, la bella recensione di Corrado Augias su Il Venerdì di Repubblica

VenerdiAugias160318

 

gio
15
mar 18

Follia maggiore. Antonio D’Orrico su 7 del Corriere della Sera

Qui sotto il bel pezzo di Antonio D’Orrico su Follia maggiore

7Dorico150318

mer
14
mar 18

Sempre meno uguali, sempre più poveri: la vera analisi del voto

Fatto140318E’ un vero peccato che le pagine dell’economia, sui quotidiani italiani, siano così lontane da quelle della politica. E’ come fare un salto dal paese surreale al paese reale, come quando, usciti da teatro, si torna a casa, nella vita vera. All’inizio, per milioni di righe, ci becchiamo le contorsioni delle grandi manovre, le ipotesi, i retroscena. La crisi coniugale in atto nel centrodestra tra Salvini e Silvio Restaurato, o i Cinque stelle che mettono su una faccia istituzionale e fanno di tutto per mostrarsi i più democristianamente misurati. Del Pd, ormai sempre più simile a una rappresentazione de L’ispettore generale di Gogol’ non ha senso dire e contano soltanto il chiacchiericcio pettegolo e la spigolatura, al massimo la nuova cartografia delle correnti, con enormi mappe di zone misteriose dove campeggia la scritta Hic sunt renziones, e ci sono macerie. E poi c’è la più o meno raffinata analisi di cause e concause, cioè il “come siamo arrivati a questo punto”.

Ecco.

Per suggerire una lettura di primo livello, per chi ancora ha il novecentesco vezzo di collegare la politica ai bisogni reali delle persone, basterebbe dare un’occhiata anche veloce allo studio di Bankitalia su reddito, ricchezza, crescita e diseguaglianze. Qualche numeretto, qualche linea di grafico che va su e giù, ed ecco in due minuti il “come siamo arrivati fin qua”, spiegato bene.

Quasi 14 milioni di italiani vivono con meno di 830 euro al mese, uno su quattro. Sono più poveri i giovani (il 30 per cento ha meno di 35 anni), sono più poveri al Sud (40 per cento). Tra il 2006 e il 2016 (dieci anni in cui hanno governato un po’ tutti gli attori della pièce qui sopra, spesso intrecciati in amorosi sensi) il rischio povertà per i capifamiglia tra i 35 e i 45 anni è passato dal 19 al 30 per cento, che vuol dire che quasi una famiglia su tre teme lo scivolamento verso il proletariato, categoria numerosa di cui nessuno si occupa (nemmeno degni di 80 euro, per dire: troppo poveri).

L’indice Gini, quello che misura il tasso di diseguaglianza, è aumentato in dieci anni di un punto e mezzo. Questo significa che pochi ricchi sono diventati più ricchi e che molti poveri sono diventati più poveri. E questo è avvenuto con Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi e tutto il cucuzzaro, con buona pace i quelli che dicono che “serve stabilità”. Più stabili di così si muore: la tendenza è dritta come un fuso e premia la diseguaglianza.

Si dirà: la crisi, le circostanze, il contesto. Bene. E poi si scopre (sempre Bankitalia) che quando arriva una ripresina non la vede nessuno: nel 2017 il Pil è salito del 1,5 per cento, mentre alle famiglie è arrivato solo lo 0,7, la metà. Si capisce quindi il comprensibile astio di chi, in condizioni di sofferenza, non solo si vede arretrare, ma osserva altri avanzare, toccando con mano un’ingiustizia palese e offensiva. Si collabora alla ripresa, si lavora con meno diritti, con meno salario, con meno sicurezze, e poi quando la ripresa arriva (la più piccola in Europa) non si vedono nemmeno le briciole. Fa un po’ incazzare, specie poi quando vedi un partito asserragliato nelle zone ricche del paese e delle città, magnificare le sue politiche “di sinistra”, snocciolare numeri trionfali (e spesso falsi) sul lavoro dimenticandosi i working poors, cioè milioni di cittadini che, pur lavorando, restano poveri, anzi lo diventano di più. Con la destra, con il centrosinistra, con i tecnici, con i rottamatori, con i posati statisti, la diseguaglianza economica nel Paese è aumentata senza soste, costante, implacabile.

Poi naturalmente uno può anche appassionarsi alla segreteria Martina, alle manovre di Salvini, alle tattiche di Di Maio o agli appelli di Mattarella: è come leggere la rubrica “strano ma vero” sulla Settimana Enigmistica, deliziosamente insignificante.

dom
11
mar 18

Follia maggiore. La recensione di Arianna Bianchi su Il Sole 24 Ore

Qui sotto la bella recensione di Arianna Bianchi su Il Sole 24 Ore

Sole24ore110318

sab
10
mar 18

Follia maggiore. L’intervista a La Stampa

Qui l’intervista di Mauro Zola su La Stampa

LaStampa090318

mer
7
mar 18

Il Renzi Napoleone, a metà tra John Wayne e Alberto Sordi

Fatto070318C’è qualcosa di peggio delle sconfitte e dello scoramento, delle bocciature e degli schiaffoni. E’ un mostro che si avvicina quatto quatto, allunga la manona e ti ghermisce: è il mostro del Ridicolo.

Ora, naturalmente, si può mettere in satira tutto, ma sarebbe fin troppo facile, è il guaio che si presenta quando l’originale suona più grottesco della caricatura.

E così il Renzi della conferenza stampa delle (non) dimissioni è inarrivabile. Se si vinceva il 4 dicembre… Se Mattarella ci mandava a votare… la colpa è sempre altrove, e lui fa la parte eroica di quello che offre il petto al plotone d’esecuzione, peraltro composto di complici, purché spari a salve.

Insomma, il Renzi-Napoleone è stato qualche giorno all’isola d’Elba dopo il referendum perso, è tornato, ma ora deve andare a Sant’Elena, e prende tempo come quelli che ci mettono mesi a far la valigia.

Ma dicevo: il ridicolo. Nulla è peggio che mostrarsi in un modo e risultare in un altro. E in quella stanzetta affollata di microfoni succedeva proprio questo: uno che si presenta pugnace e combattivo, credendosi John Wayne con la pistola spianata, e che invece sembra a tutti un concentrato di albertosordismo: a me è Mattarella che m’ha fregato… Si vincevo er referendum sa ‘n do stavo io? Frignone. Ridicolo, appunto.

E ridicola, cosa subito evidente a tutti i maggiorenti del Pd che gli hanno tenuto il sacco fino a tre minuti prima, anche la sostanza politica. Riassumendo: ecco il grande Leader che si dimette, ma pretende di dettare la linea, di gestire la transizione, di andare alle consultazioni al Quirinale. Insomma, l’assassino si costituisce va bene, gesto nobile, ma prima chiede di nascondere il cadavere, cancellare le impronte, farsi un alibi, accusare qualcun altro. E’ il rilancio del perdente, è il pugile che dopo aver perso per ko – quando le luci sono spente, gli spettatori andati via, l’avversario già al ristorante a festeggiare – grida a nessuno: ora ti faccio vedere io!

Non sa, e qualcuno dovrebbe dirglielo, che un politico dimissionario che va a fare delle trattative verrà guardato come un garzone di bottega, e chiunque potrà dirgli in ogni istante: “Su, su, ragazzo, non perdiamo tempo, mi faccia parlare col titolare”.

Oggi Renzi è tutto questo. I grossi calibri del Pd fingono costernazione, come se non conoscessero il soggetto, e resiste qualche giapponese nella giungla. Intanto, si segnala la scomparsa dei burbanzosi ragazzotti renzisti, quelli dello storytelling, della narrazione, del “Noi sentiamo il pensiero di Matteo Renzi prima che accada” (sic). Quelli delle grandi strategie di comunicazione e di racconto, ignorantissimi sacerdoti della disintermediazione, studiosi di scienza della comunicazione che non hanno capito né la scienza né la comunicazione. Quelli che ad ogni mossa del capo ne cantavano le gesta e che ora, senza più gesta, senza più capo, non sanno che fare, divagano, fanno i teorici dopo esser stati praticissimi cantori del nulla.

Il ridicolo, però, non perdona e non ha pietà. Vedere Matteo Renzi illividito che lancia le sue dimissioni con l’elastico, che minaccia invece di chiedere scusa, è un contrappasso enorme per chi inventò e brandì verso i nemici la parola “rottamazione”. La conferenza stampa prendeva ad ogni minuto le sembianze di una presa d’ostaggi: me ne vado, ma voglio dettare la linea politica per quando me ne sarò andato. Poteva far più ridere di così? Forse sì: avesse chiesto documenti falsi, un elicottero e una valigia di dollari sarebbe risultato più simpatico, ma la sostanza non cambia. Come Silvio, anche Matteo ha una modalità sola: quella della vittoria arrogante. Davanti alla sconfitta non è attrezzato, si distrae, dimentica che tutti una volta nella vita possono dire: “Dovrai passare sul mio cadavere”. Tutti, tranne il cadavere.

mer
28
feb 18

Sopravvivere alla notte del 4 marzo: un foulard per reggere la mascella

mercoledi-28-febbraio-2018-203x300Solo una manciata di ore ci separa dal fatidico 4 marzo, dalle maratone televisive, dagli exit-poll, dalle simulazioni, dalla nota giaculatoria “aspettiamo le prime proiezioni” e “aspettiamo i dati veri”. Ora pro nobis. Amen. Una legge elettorale che pare scritta in manicomio da uno che crede di essere Napoleone aumenterà la suspance.

Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblica alcuni consigli per limitare i danni al sistema nervoso centrale durante le dirette elettorali. Seguendo questi semplici consigli e rispettando i dosaggi dei medicinali prescritti sopravviverete alla notte del 4 marzo. Cioè, speriamo.

La spesa. Ricordiamo che le tonnellate di pop corn che ingurgiterete dovranno essere accompagnate da molta acqua. Evitare i superalcolici almeno fino ai primi dati ufficiali del Viminale o alla seconda proiezione di Pagnoncelli (è concessa un’eccezione quando compare la Meloni). Corde e nastro adesivo al reparto bricolage (poi capirete perché). Snack di ogni tipo, compresi quelli non ancora inventati. Una calcolatrice (reparto cancelleria) per quelli che volessero calcolarsi al volo, già al primo exit poll, il loro margine di guadagno con la Flat tax di Silvio, o quella di Salvini.

Postura. Se non avete uno di quei cuscini-collare che si usano per i lunghi viaggi aerei, procuratevi un foulard: vi servirà per tenere su la mascella nei momenti di sconforto. Il divano è sempre il luogo migliore per partecipare alla vita politica del paese così come emerge da queste elezioni, ma consigliamo di non stravaccarsi già dalle prime battute e aspettare i dati del maggioritario a Bologna. Raccomandazione importante per gli elettori Pd: occhio, ragazzi, non è che potete mangiare ansiolitici e antidepressivi come caramelle. Non più di due per ogni proiezione del maggioritario (per il proporzionale: ricordatevi i fermenti lattici e le vitamine).

Ospiti. Vi venisse mai in mente di inviare qualche ospite a vedere l’impareggiabile spettacolo delle dirette elettorali, il consiglio è quello di sceglierli bene: trovarsi all’improvviso in salotto un leghista che esulta agitando il rosario sarebbe micidiale per la vostra reputazione. Un ultras Cinque Stelle che balla sui tavoli o che precipita nel più tetro sconforto ululando alla luna allarmerebbe i vicini. Si consiglia una severa selezione all’ingresso, ma dovesse capitare l’incidente, usate le corde e il nastro adesivo che avete acquistato prima.

Psicologia di base. Non infierite sulle vittime. Se avete accanto qualcuno del Pd non dite quelle cose che sicuramente vi verranno in mente, tipo “Ciaone”, o quel delizioso “Ce ne faremo una ragione” che per anni è stata la parodia renzista del famoso “Me ne frego” del Ventennio. Stategli vicino, invece, consolatelo. Le tisane non funzionano, ma nei casi più gravi provate a dargli ottanta euro (insieme a Ansiolin 25 mg comprese, a stomaco pieno). Si consiglia di tenerli occupati (l’ideale sarebbe un Lego del ponte sullo Stretto, o un puzzle di 8.000 pezzi che ritrae la Serracchiani).

Combattere il torpore. Verso le cinque del mattino può insorgere una certa debolezza, rallentamento dei riflessi, torpore. Si consiglia, per restare svegli, di intavolare un’eccitante discussione sulla legge elettorale che bisogna fare al più presto, ma con quale maggioranza? Rivotare subito? No, giovedì prossimo. No in giugno. No in novembre. Nel caso la discussione decollasse, si consiglia di nascondere alla vista armi da taglio, il coltello del pane o quello che avete usato per la torta alla terza proiezione di Masia per il Senato.

Champagne. Confidiamo che non siate così folli da mettere in frigo una bottiglia di champagne. Nel caso, è più facile che vi servirà per varare un transatlantico che per festeggiare l’esito delle elezioni.

lun
26
feb 18

Matteo, il leader che nel dubbio la butta sul collettivo

lunedi-26-febbraio-2018-203x300Nell’ultima domenica preelettorale ecco Matteo nostro al centro del Consensodromo italiano per eccellenza, il Che tempo che fa di Fabio Fazio, luogo che esclude per vocazione ogni sorpresa o intoppo. E infatti: nessuna palla liftata, ogni domanda scartavetrata al millimetro per evitare spigoli, ottimo impiattamento. L’enterteiner di Rignano sa di avere una buona spalla e mette mano al repertorio. “Trump dà le armi agli insegnanti, e invece le armi degli insegnanti sono i libri”, dice quello che agli insegnanti ha dato la buonascuola.  Vero che Fazio gli rovina per irruenza una battuta e lui è costretto a infilarla per forza senza i tempi giusti, ma è poca cosa (“La Flat tax è Babbo Natale e il reddito di cittadinanza è la befana”. Nota per gli autori di Renzi: essù, ragazzi!).

Abituato a personalizzare quando vinceva, ora che rischia di perdere collettivizza molto, dice “noi del Pd”, e parla di sé solo per autoammonirsi (…”se no divento noioso”).

Sul fascismo calma piatta: e quando hanno sparato alla sua sede (oltre che a sei migranti, dettaglio) a Macerata, nessuno gli ha dato solidarietà. Nemmeno lui, peraltro, che non ha voluto manifestare a Macerata. Comunque non si lascia sfuggire l’occasione per mettere sullo stesso piano Potere al Popolo e Forza Nuova, prove di opposti estremismi che sono il cacio sui maccheroni dei centristi. Dopo aver detto che il suo bello è di non far promesse, promette più soldi a tutti  “nel sociale”. Risultato mesto e mogio e un guizzo solo, ma involontario: lui all’anziano malato darà “Incentivi fiscali per morire nel suo letto”. Ah. Però!

lun
26
feb 18

Siete felici? Compilate il modulo

lunedi-26-febbraio-2018-203x300Gentili contribuenti.

L’introduzione dell’indice di Felicità permette finalmente di superare gli aridi calcoli del Pil. I soldi non sono tutto nella vita, ci sono anche piccole e grandi gioie come trovare parcheggio sotto casa (più 2 punti felicità), la radiografia senza brutte sorprese (più 15 punti felicità, ma vi aumentiamo il ticket), e la signorina del quarto piano che, contro ogni previsione, accetta l’invito a cena (più 75 punti, ma in questo caso vi raddoppiamo l’aliquota Irpef). A cinquant’anni dalla famosa invettiva di Bob Kennedy contro il Pil, abbiamo finalmente uno strumento che misura la felicità, un semplice algoritmo per cui risulta che il Buthan, per esempio, sia uno dei paesi più felici al mondo, anche se il Pil pro-capite è leggermente inferiore a quello di un disoccupato calabrese. Questo lo diciamo per i disoccupati calabresi: coraggio amici, su con la vita, ci sono ampi margini di miglioramento, se c’è gente felice con una capra e un etto di burro di yak, chi siete voi per lamentarvi?

Per i calcoli della misurazione della felicità interna lorda e della felicità pro-capite rimandiamo alle tabelle del ministero, ma è chiaro che in un sano paese liberista la felicità si paga. Così abbiamo studiato un complesso sistema di compensazioni per cui all’aumento della felicità si affianca una riduzione delle detrazioni nel Modello Unico. Siete felici perché è nato il bambino? Perfetto: vi raddoppiamo la rata dell’asilo nido. Tanto la felicità coi soldi non c’entra niente, vero?

Da parte nostra, ci impegniamo al rapido adeguamento della macchina amministrativa: creazione di un Ministero della Felicità, con otto sottosegretari, 42.000 dipendenti e provveditorati in tutte le province. Il cittadino è tenuto a comunicare entro giorni tre il momento di felicità conseguito (modulo Sf-23-D), aspettare la risposta (entro 60 giorni), farla vidimare in un altro ufficio, spedirla per raccomandata (allegando il modulo Gf-67-K) e pagare.

Dai, non siete felici?

mer
21
feb 18

Il triplo salto mortale di Calenda, da ministro a delegato della Fiom

Fatto230218Tra le magie della campagna elettorale e gli incantesimi pronta cassa della propaganda, ecco l’ultimo genio della lampada. Strofina, strofina, e voilà: il ministro dell’Industria (2 punto 0, 3 punto 0, 4 punto 0, variare a piacere) che si trasforma in delegato Fiom e chiama “gentaglia” i dirigenti della multinazionale che va a fare i compressori in Slovacchia rovinando cinquecento famiglie. Carlo Calenda si è fermato un attimo prima di andare a tirare i sassi alle finestre, ma insomma: il messaggio è chiaro, un pugno sul tavolo, basta coi padroni che se ne approfittano. E’ davvero un caso di mimetismo strategico degno di animali come l’insetto-foglia o il polpo mimetico dell’Indonesia: all’avvicinarsi minaccioso delle elezioni, il fiero liberista diventa una specie di Di Vittorio, come tale salutato dai giornali, hurrà.

Che Calenda sia incazzato ci sta, non c’è niente di più sfiancante di gente (“gentaglia”) che “si siede a un tavolo” e poi fa quel che vuole. E divertente è anche l’assenza totale dal dibattito del ministro del Lavoro, uno che andava bene per truccare i dati sul Jobs act, e teorizzare il trasporto di verdura in cassette come scuola di vita, bene, grazie, il suo l’ha fatto.

Un po’ meno divertente, specie per chi ci rimane stritolato in mezzo, è il maledetto mondo reale. Di aziende che si insediano (magari rilevando qualche disastro e passando per salvatrici della patria), prendono soldi, agevolazioni e incentivi pubblici, e poi fanno quello che gli pare, è piena la storia recente del paese. Chi compra e scappa con gli impianti, chi trasferisce le produzioni dove conviene di più, chi disattende accordi e contratti. Da anni e anni i lavoratori italiani (e parliamo di quelli con un contratto, pensa gli altri!) vivono in uno stato di agitazione perenne, di allarmata insicurezza. Le crisi diventano vertenze, e diventano “tavoli”, e diventano “trattative”, e diventano “interventi” e poi, passano sei mesi, passa un anno, ecco che si riparte (quando va bene) con meno lavoratori, o salari più bassi, o condizioni di lavoro peggiorate, coi sindacati quasi sempre costretti a ingoiare rospi e a gioire per il “meno peggio” raggiunto.

Si dirà: è il mercato bellezza.

Ma è anche interessante andare a vedere come nell’ultima legislatura (cinque lunghi anni) si è risposto a questa insicurezza di massa, a questo timore-tremore che si può perdere il lavoro da un momento all’altro. In buona sostanza, i lavoratori italiani sono stati irrisi costantemente e con regolare pervicacia. Prima con la favoletta bella della disintermediazione, poi evocando il vecchiume delle battaglie sindacali (“Mettono il gettone nell’iPhone”, il più volgare schiaffo ai lavoratori mai arrivato dal giovane segretario Pd  in trance agonistica). Poi si innestò una guerra generazionale, indicando i lavoratori assunti come indecenti privilegiati. Poi fu il turno della legge sul lavoro col nome inglese, scritta a quattro mani con Confindustra (due mani di Confindustria, le altre due di Confindustria), il tutto con l’aggiunta dei ricami teorici-filosofici del sor Poletti, quello che “per trovare lavoro è meglio giocare a calcetto che mandare il curriculum”. Lo stesso Renzi, ma sì, lo statista, incontrava il capo di Amazon e lo definiva “un genio”, ma ammetteva poi in tivù – in occasione di uno sciopero ad Amazon – di non conoscere le condizioni di quei lavoratori. Indicare ad esempio i padroni come nuovi signori rinascimentali, coprirli con miliardi di incentivi, stargli accanto quando brillano per catturare un po’ del riflesso: questo è stato fatto in questi anni (e soprattutto nei nefasti mille giorni di Renzi). E ora, a dieci giorni dalle elezioni, ecco un membro del governo sbottare come un Cobas inviperito. Che spettacolo!

mer
14
feb 18

Follia maggiore. L’intervista al Buscadero

Il mio amico Mauro Zambellini, vecchio compagno di avventure al Mucchio Selvaggio, una vita fa, mi ha intervistato per il Buscadero, un giornale che a noi dylaniani, beh… Bella intervista, grazie (pdf)

Buscadero

 

mer
14
feb 18

E’ partita la gara: vince chi mette più bandierine sul corpo dei morti

Fatto140218Piccola proposta di decenza per quel che resta della campagna elettorale: una moratoria sulla cronaca nera. Almeno sulle vittime, almeno sui morti, e morti male, su cui stampa e tivù si avventano come una nuvola di mosche. Sappiamo tutti che da qualche anno il dibattito politico sembra una seconda media di bambini difficili. Rimproverare cazzate all’avversario sembra l’unico argomento: ad ogni critica si può sempre rispondere: e allora il Pd? E allora i 5Stelle? E allora Silvio?: un battibecco che sta evolvendo, e ora si occupa di sangue.

Il solito beneamato trucchetto della “sicurezza” è una fuoriserie che la destra lucida e mette in moto ad ogni elezione, una specie di jolly da giocare nella partita della propaganda. Il Pd ci casca con tutte le scarpe, un classico, i 5Stelle si occupano di bonifici. Accanto alla (strabiliante, in effetti) disposizione emotivo-elettorale delle forze in campo, serpeggia nel paese una specie di tifo da stadio su morti e feriti, una specie di pallottoliere di carnefici e vittime. Se il marocchino ubriaco investe con la macchina la vecchietta sulle strisce pedonali, ecco immediatamente che la povera vittima diventa una bandiera della Lega. Al contempo, può accadere che un italiano, sbronzo pure lui, metta sotto un ragazzino nero, ed ecco riequilibrato il conto. Come se due ingiustizie, due tragedie, potessero pareggiarsi sul filo della propaganda. Ad ogni schifezza del male umano corrisponde una schifezza uguale e contraria. Segue polemicuccia. Erano gli albanesi. Ma no, quell’altro allora che era italiano? Ecco, le bestie nigeriane! E il tramviere di Milano, allora? Una gara a perdifiato per cui davanti a un fatto di sangue la prima domanda che si fa non è “come sta la vittima?” o “L’hanno preso?”, ma “Era straniero?”, “Era italiano?”.

La pietà su base etnica, la vita (e la morte) della gente che diventa un tassello della narrazione tossica.Una dialettica politica basata sul rimpallo, sull’arte più o meno sarcastica di rinfacciarsi errori e stupidaggini a vicenda è arrivata alla frontiera dei morti e dei feriti, gente con la vita spezzata del tutto, famiglie di cui cambia il destino.

Non è difficile immaginare lo screening quotidiano delle pagine di cronaca nera dello staff di Salvini: cercare il caso del giorno per portare un’altra tanica di benzina verso l’incendio. E altrettanto spaventosa è a volte la risposta politica: si cerca il caso uguale e contrario, in un rimpallo di vittime che ha qualcosa di osceno. In una gara spesso sporca e truccata, che trasuda malafede: chiunque abbia parlato degli innocenti sparati dal fascista di Macerata si è sentito rimpallare: perché non dici della povera Jessica? Tutto si mischia, tutto serve alla causa, senza alcun rispetto: delle vittime non gliene frega niente a nessuno, ci sono quelle che servono e quelle che servono meno. Il dolore che resti privato, qui serve usare la sua caricatura in pubblico

Inutile dire: in questo sconcio ping pong si scontrano due posizioni ideologiche. I razzisti xenofobi pancia a terra per  dimostrare che l’immigrazione porta violenza e reati (anche con molte fake news, scemenze inventate, accuse false); gli altri fanno notare con ragione che i delinquenti sono anche bianchi, italiani, e anzi le statistiche confermano che sono molto più numerosi (si pensi soltanto alle violenze in famiglia dove “prima gli italiani” rasenta il novanta per cento).

Ma per quanto siano definiti i campi, e per quanto torti e ragioni siano evidenti, resta un grande disagio per questo giocare con le figurine dei morti ammazzati, per questa vergognosa caricatura di giustizia salomonica per cui un benzinaio rapinato dall’albanese si elide col gioielliere che spara al ladro. Una vera dance macabre, intorno a tutti noi.

dom
11
feb 18

Follia maggiore, l’intervista a Radio Popolare

Radio Popolare, si sa, per me è come casa. Il direttore, Michele Migone mi ha invitato a parlare di Follia maggiore. E di altro, naturalmente. Qui sotto, per chi vuole

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ven
9
feb 18

Follia maggiore. L’intervista per La Stampa tv

Qui l’intervista di Bruno Ventavoli per Tutto Libri su La Stampa tv

mer
7
feb 18

La nostra politica ignora le vittime di Macerata: mica siamo in Germania

Fatto070218Non ci vuole una fantasia particolare, o chissà quale slancio romanzesco per vedere la scena, dunque si può provare senza nemmeno chiudere gli occhi. Frau Angela Merkel, saputo che un pistolero nazista sparacchia per la strada agli immigrati neri (a Dresda, o Francoforte, o Monaco, fate voi), fa la sua sacrosanta dichiarazione ai media, poi prende la sua borsetta da sciura Pina e va all’ospedale, stringe le mani ai feriti, chiede come va, incontra i medici e insomma in poche parole, senza dire proprio queste precise, comunica alla Germania e al mondo: io, io Repubblica Tedesca, sto dalla vostra parte, e non da quella di chi vi spara.

Già che ci siamo, spostiamo l’immaginazione un po’ più a ovest, in Francia. Ed ecco Monsieur l’Empereur Macron che mette su quella sua ghigna napoleonica, pancia in dentro, petto in fuori, scarpe lucide. Dichiara che questo in Francia non può succedere e va all’ospedale, dove stringe presidenzialmente la mano alle vittime. Chiede delle condizioni di salute dei feriti, poi ricorda al mondo che la Francia è vicina alle vittime e le aiuterà in ogni modo.

Sipario.

Ognuno veda le differenze con la situazione italiana, dove il testacoda è semplicemente da brividi. Non solo nessuna figura istituzionale è andata a visitare gli innocenti colpiti. Ma per due giorni, dopo che un pazzo (mah!) fascista si è messo a sparare per la strada come un qualunque terrorista dell’Isis, il dibattito si sviluppa su questi arguti temi. Uno: non si spara alla gente per la strada. Due: Beh, però, se uno è esasperato, dai, si può capirlo. Il tutto con decine e decine di sfumature, nuances, minuscoli slittamenti di colore. In poche parole: Salvini a reti unificate, un’accettazione profonda del suo discorso, il trionfo della narrazione fascio-leghista. Persino davanti a sei feriti innocenti in un raid terroristico, la vulgata prevalente sul tema dell’immigrazione è ancora quella di Salvini. Qualunque altro leader mondiale, anzi della Galassia, anzi dell’Universo, compaia in una foto mentre stinge la mano a quello che poi andrà in giro a sparare per la strada, avrebbe la carriera troncata. Salvini no, Salvini guadagna punti nei sondaggi.

Il capo del Pd, si legge sui giornali, “ha ascoltato con preoccupazione gli esperti di marketing elettorale”. Urca. Poi ha deciso per la linea morbida e la solita richiesta di sicurezza: più Polizia, più Carabinieri. E del resto la sua sudditanza all’impianto salviniano era già stata dichiarata con un “aiutiamoli a casa loro” da manuale. Silvio buonanima si è messo a rincorrere Salvini praticamente sostenendo che se la gente spara per strada agli stranieri è perché ci sono gli stranieri, e lui li manderà via. I cinque stelle hanno fischiettato e parlato d’altro, non essendo perfettamente al corrente di quel che pensa la loro base elettorale.

Intanto, le vittime dello jihadista della Lega, quelli che stavano andando a lavorare, o aspettavano l’autobus, o tornavano a casa e che sono finiti sparati da uno che leggeva il Mein Kampf, lo Stato italiano lo hanno incontrato. Poliziotti che sono corsi sul posto, guidatori di ambulanze, infermieri, medici, caposala che ti portano il brodino dopo l’operazione. Insomma hanno visto la parte migliore dello Stato, i gradini bassi, la manovalanza che ti ferma l’emorragia e ti prepara la flebo, i vituperatissimi “lavoratori statali”. Mentre i vertici, dello Stato, si sono comportati come davanti a un normale caso di cronaca nera, insomma hanno fatto di tutto perché il primo vero attacco terroristico in Italia scivolasse via come una specie di incidente stradale. Belle parole, fermi proclami, poi via, a fare gli aperitivi elettorali, con la paura di perdere qualche voto o la preoccupazione di sciacallare il meglio possibile per guadagnarne.

dom
4
feb 18

Follia maggiore. Intervista a Radio24

Qui sotto l’intervista a Radio24, nel programma Il Cacciatore di Libri, di Alessandra Tedesco

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gio
1
feb 18

Follia maggiore. Incontri, presentazioni, chiacchiere. Calendario aggiornato

FM paccoBene, Follia maggiore, è partito molto bene, ora bisogna corrergli dietro… Metto qui sotto un po’ di date già fissate per febbraio e marzo: presentazioni, incontri, chiacchierate… incontrare i lettori è sempre un piacere. E’ possibile che si aggiunga qualche appuntamento (sarete avvertiti per tempo qui, sulla pagina FB, su Twitter), ma insomma, il catalogo è questo.

Approfitto per ringraziare tutti quelli che mi invitano, le librerie, le biblioteche, i circoli di lettura. Più avanti vedremo di fare quello che si può, perché andare ovunque non posso, ma si può sempre tentare.

Per ora grazie a chi è venuto alle prime presentazioni, a chi verrà alle altre e, in generale, a tutti: non soffro di feticismo da classifica, ma fa piacere che il libro si muova bene e – per i commenti ricevuti fin’ora – che piaccia a chi lo legge.

Anche il Monterossi è molto contento e vi saluta

 

FEBBRAIO

Venerdì 2 – Nerviano, ore 21, Biblioteca Alda Merini (piazza Manzoni)
Sabato 3 – Vimercate, ore 17, libreria Il Gabbiano (Piazza Giovanni Paolo II)
Mercoledì 7 – Torino, ore 18, Circolo dei lettori (via Bogino 9)
Sabato 10 – Milano, ore 11.30, Auditorium Radio Popolare (via Ollearo 5)
Sabato 10 – Milano, ore 18, Il Libraccio Bovisa (via Candiani 102)
Lunedì 12 – Bologna, ore 18, libreria Coop (via Orefici)
Martedì 13 – Novate Milanese, ore 21, Milano Zafferano, Biblioteca comunale (Largo Fumagalli 5)
Sabato 17 – Voghera, ore 18, Libreria Ubik (via Emilia 104)
Domenica 18 – Abbiategrasso, 0re 10.30 Castello Visconteo (piazza Castello)
Lunedì 19 – Milano, ore 18, firmacopie alla libreria Hoepli (via Hoepli)
Sabato 24 – Roma, ore 12, Libreria Nuova Europa – I Granai (via Rigamonti 100)
Sabato 24 – Roma, ore 18, Libreria Scuola e Cultura (via Ugo Ojetti 173)

MARZO

Sabato 3 – Courmayeur –  Una Valanga di Libri
Lunedì 5 – Lecco, ore 18 – La libreria volante (via Bovara 30)
Sabato 10 – Biella, ore 18 – Libreria Giovannacci (via Italia 14)
Sabato 17 – Assisi, Tra_me, Giallo Fest
Sabato 24 – Suzzara, ore 18, Piazzalunga Cultura, Biblioteca Comunale (via Zonta)
Domenica 25  – Milano, Book Pride

mer
31
gen 18

La parabola dell’uomo del 40 per cento (cui ora basta pure il 25)

Fatto310118Mettiamola così: avete noleggiato una macchina, avete fatto il diavolo a quattro per averla, l’avete usata per tre anni abbondanti e ora che la riportate al noleggiatore ha le portiere rigate, una crepa nel parabrezza, le gomme tagliate, un parafango che pende, e la radio non va. Più o meno è quello che ha fatto Matteo Renzi col Pd, partito dalla fiammante fuoriserie del 40 per cento alle Europee, è arrivato a combattere come un fante sulla linea del Piave del 25 per cento, se il Signore gliela manda buona.

Su quei numeri, gli italiani si sono visti costruire un’epopea, una mitologia, ne hanno subito ad ogni passo la ripetizione ossessiva. Il refrain del 40 per cento (da accoppiare a “ottanta euro”) è ormai parte delle nostre vite come certe canzoni estive che abbiamo canticchiato tutti per un mese e poi puff, via, sparite. Anche il 25 per cento è un numero che torna, perché è quello che prese Bersani quando “non vinse” le ultime elezioni. Una percentuale che Renzi e renzisti irrisero in tutti i modi, facendone oggetto di scherno e di sarcasmo… “Noi non siamo quelli del 25 per cento!”, diceva ieri quello che oggi spera di arrivare al 25 per cento. Testacoda, vertigine.

La frasetta che Renzi sfodera a questo punto è “senza aver subito una scissione”, che significa che sì, vabbé, prende poco come fece Bersani, ma con lui sono stati cattivi e alcuni se ne sono pure andati e quindi anche se prende sei e come se fosse un otto più. Ci sta dicendo che il suo 25 è come un 40, in questi casi, come si dice, conviene non contraddirlo, tutti abbiamo avuto in classe, in seconda media, uno così.

Quel che più stupisce, però, è il totale ribaltamento delle prospettive politiche. Renzi partiva per fare un partito maggioritario, di governo monocolore, solido, quasi un presidenzialismo (con lui presidente, ovvio), con tutte quelle scemenze che sappiamo, tipo “si sa chi vince la notte delle elezioni” eccetera, eccetera. E ora, apertamente, teorizza una specie di craxismo equilibrista, calcolando che se resta vivo (il famoso 25 per cento) potrà gestire il complesso bilancino dei poteri per non perdere aderenza, per non arretrare ancora. Quelli che volevano l’Italicum, con premio di maggioranza assurdo per governare senza se e senza ma, ora fremono per entrare nel circo dei se e dei ma, delle trattative, dei bilanciamenti, dei do ut des. E’ più o meno quello che la retorica renzista chiamava “la palude”. Basta con la palude, dobbiamo uscire dalla palude, io vi porterò fuori dalla palude…, detto da quello che oggi affida la sua sopravvivenza alla palude di qualche larga intesa.

Va bene, il cinismo della politica non ci stupirà, anzi, come italiani abbiamo qualche master in materia. Però rimane sempre strabiliante come un partito possa fare una politica – rivendicandola e rivestendola ossessivamente di propaganda – e poi farne un’altra, diversa, opposta, negata fino a un minuto prima, sbeffeggiata per anni. E come questo possa farlo lo stesso leader, la stessa persona. E ancor più strabiliante è che possano votarlo gli stessi elettori, che siano antichi elettori del Pd o entusiasti nuovisti, quelli che già facevano tenerezza ai tempi del “Con Renzi si vince”, quelli che si illudevano di mirabolanti modernità e che ora si trovano a sperare – con lo stesso leader che predicava il contrario – nella vecchia, deplorevole, trita logica dell’ago della bilancia.

Per disegnare la parabola del renzismo, insomma, non serve aspettare il 5 marzo. Con il fiero propugnatore dell’abolizione del Senato che si presenta da senatore, si svela anche ai ciechi che il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo, una sedia al tavolo da poker delle alleanze e delle mediazioni, e dopo si vedrà. Un po’ poco per gli arditi giovanotti che volevano cambiare tutto, oggi aggrappati come naufraghi alla speranza che non cambi nulla.

mar
30
gen 18

Follia maggiore, l’intervista a Fahrenheit su Radio Tre Rai

Qui sotto, l’intervista di Tommaso Giartosio per Fahrenheit, su radio Tre. Buon ascolto

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mer
24
gen 18

E se il bottone rosso contro le fake news fosse una fake news?

Fatto240118E’ passata una settimana da quando il ministro dell’interno Minniti, ha annunciato la rivoluzionaria invenzione di un red button per denunciare le fake news sul sito della polizia. Per prima cosa occupiamoci della traduzione: red button uguale bottone rosso; fake news uguale notizie false, ok, possiamo incominciare.
L’iniziativa, di cui si sono occupati tutti i giornali, le radio, le tivù, il web, i commentatori, gli esperti (e quasi tutti per dire che è una cazzata), è stata presentata come risposta al pericoloso allarme sociale delle bufale online, “con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale” (il virgolettato è nel comunicato ufficiale). Insomma, se durante tutto l’anno leggiamo ovunque che gli immigrati hanno la jacuzzi nell’hotel a cinque stelle, va bene, ma se durante il “periodo di competizione elettorale” leggiamo che la Boldrini va al cinema con un killer uzbeko tatuato, allora allarme rosso, anzi red button.

Non starò qui a ripassare il rosario delle reazioni, più o meno colte e articolate, sul fatto che la polizia si metta a controllare se una notizia è vera o no (il comunicato parla di “contronarrazione istituzionale”): Orwell l’abbiamo letto tutti. Vorrei invece inviare un messaggio di sincera solidarietà alla “task force di esperti” che “in tempo reale, 24 ore su 24, effettuerà approfondite analisi” per scoprire se una notizia è falsa. Cioè qualche sovrintendente di polizia, magari alle quattro del mattino, salterà sulla sedia in seguito a denuncia (leggi schiacciamento di red button): “Porca miseria! Non è vero che la Boldrini è andata al cinema con il killer uzbeko!”. Presto, attiviamoci presso il provider! Come dicevo, massima solidarietà.

Ma siccome di teoria dei mass media, di contrasto alla fake news, di Minniti entusiasta come Louis De Funés si è già detto, conviene occuparsi dell’attuazione del piano red button. Come va? Quante denunce? Di che tipo? “Il jobs act funziona” è una fake news che si può denunciare col bottone rosso? Se quella della democrazia turbata e deviata dalle bufale è una vera emergenza nazionale sentita dalla popolazione, cosa dicono gli utenti, i cittadini indignati che segnalano bufale?

Nessuna traccia. Niente. Zero. Nella sezione Faq (le domande più frequenti degli utenti) non c’è la ressa per chiedere come comportarsi davanti a una bufala. C’è chi chiede se deve fidarsi della banca online, chi invoca chiarimenti su consegne e ritiri di pacchi e chi chiede consigli: “Ho trovato su un portale e-commerce, un computer ad un prezzo vantaggiosissimo, è un affare o una truffa?”. Ah, saperlo! Un catalogo molto divertente e molto naïf di italiani alle prese con la rete (alcune domande sono vecchie di anni), preoccupati dal pop-up che si aprono, dal rischio che qualcuno gli freghi le password o dalle bolle di consegna, ma nessuno che chiede come comportarsi davanti a una bufala in rete. Informazioni su provvedimenti presi, richieste di smentite, accertamenti in corso, indagini aperte: niente. Nella sezione “notizie”, niente pure lì: le uniche notizie del gennaio 2018 sul bottone rosso riguardano il fatto che esiste il bottone rosso, comunicato ufficiale, inaugurazione di Minniti e basta. Eppure sarebbe interessante – nell’unica democrazia al mondo che fa controllare la verità alla polizia – sapere quante bugie si siano finora smascherate, quanto inquinamento dell’opinione pubblica si è evitato e quanti untori di falsità sono stai colti sul fatto nella prima settimana di attività di contrasto a un problema così pressante ed emergenziale per il cittadino. Siccome la premessa è che in periodo elettorale aumentano le bufale, non vorremmo scoprire che il red button è una di quelle, nel qual caso potremo sempre cliccare sul red button e ricominciare tutto daccapo, tipo gioco dell’oca.

dom
21
gen 18

Follia maggiore. La recensione su Robinson di Repubblica

Qui sotto la recensione di Marco Bracconi su Robinson di Repubblica

RobinsondiRepubblica210118

ven
19
gen 18

Follia maggiore. Intervista a il Venerdì di Repubblica

Qui l’intervista di Alberto Riva per il Venerdì di Repubblica

ilVenerdì190118

mer
17
gen 18

Fontana e la razza bianca. Purtroppo Freud gli ha tolto pure l’alibi

fatto170118Sconsiglierei tutti – segnatamente i politici in campagna elettorale – a giustificare le proprie cospicue puttanate usando l’argomento del “lapsus”, così come ha fatto Attilio Fontana, aspirante governatore dei lombardi di razza bianca. Dopo la forbita frase sulla difesa della suddetta razza bianca, il Fontana è corso argutamente ai ripari dicendo: “E’ stato un lapsus, un errore espressivo”. Capita, eh. Il lapsus è uno scivolamento, un piccolo errore di comunicazione dal cervello alla bocca, o alla mano, se state scrivendo, insomma, un piccolo refuso delle sinapsi. E questo fino al 1901, cioè quando il signor Sigmund Freud (ebreo, Fontana non se lo lasci scappare come lapsus con quelli di Casa Pound) ci ha spiegato che il lapsus è una specie di bollicina tipo champagne che emerge dall’inconscio, un rimosso che viene a galla. Insomma, dopo il 1901, l’opinione prevalente e universalmente accettata è che dire “è stato un lapsus” equivale a dire “lo penso veramente, nel profondo”.

Cosa che peraltro Fontana dice nella riga dopo: “E’ stato un lapsus, ma sia ben chiaro che il concetto espresso lo difendo e lo difenderò sempre”. Se ne deduce che questo signor Fontana è un uomo pienamente risolto: il suo inconscio è balzato fuori come un tigrotto della Malesia e lui ora lo accetta con sconfinata consapevolezza, tipo: ho detto una cazzata, ma volevo proprio dirla. Sarà l’aria di Varese.

Ognuno può fare prove e esperimenti nel privato, a suo rischio e pericolo. Se dal macellaio vi scappa detto “Lei è proprio un ladro, signor Gino”, sarà poi difficile argomentare che non lo pensavate veramente, ma che sì, insomma, il concetto è quello. Se dite a Tizio: “Ti ho sempre amato, Caio”, capirete subito che giustificarsi con “è stato un lapsus” è una notevole aggravante della vostra già infelice posizione. E’ ovvio che dopo il logoramento di tanti refrain politici per cavarsi dai guai – i “sono stato frainteso”, “a mia insaputa”, “è una frase fuori contesto”, eccetera eccetera – servisse qualcosa di nuovo, una scappatoia che suonasse un po’ inedita. Ecco, avvisiamo i vari Fontana che “lapsus” non è la soluzione adatta, e nemmeno tanto innovativa, dato che ne scriveva già il Metastasio nel 1744: “Voce del sen fuggita / Poi richiamar non vale”.

Naturalmente c’è qualcosa di peggio, e cioè – attribuendo per un attimo al candidato governatore Fontana un certo acume politico – un calcolo cinico, uno di quei machiavellismi italiani che fanno della politica, qui e ora, un posto abbastanza mefitico. Rivelando il suo desiderio di difendere “la razza bianca” ha parlato ai suoi (che sono d’accordo), e per gli altri, per i moderati che lo voteranno turandosi tutto il turabile oltre al naso, ha messo su la scenetta dell’errore espressivo, che è la tipica cosa incredibile a cui un elettore un po’ disonesto con sé stesso può anche credere. Anche in questo caso, altro che lapsus!, si tratterebbe di un doppio binario morale, come se un imbianchino austriaco dicesse ai suoi fanatici in birreria: “Invaderò la Polonia”; e a tutti il giorno dopo: “Ma no, scherzavo”.

Il tutto – lapsus, gaffes e controgaffes, supercazzole, stupidaggini e rivendicazioni di razzismo – condito da un continuo sottofondo di allarme, induzione alla paranoia di massa, paura indotta. Lo stesso Fontana che dice serafico e sprezzante del ridicolo: “Non possiamo accogliere un miliardo di persone”, lasciando intendere che un settimo della popolazione del pianeta voglia trasferirsi a Cernusco Lombardone (per farsi governare da lui, nel caso). O San Silvio Restaurato che parla di “mezzo milione di migranti in Italia per delinquere”. Un piccolo messaggio ai “moderati”. Poi, dall’alto della sua esperienza di condannato per frode fiscale e agitando i misteriosi fogli protocollo, riprende a parlare di fisco.

lun
15
gen 18

Follia maggiore. L’intervista per Achab (TG2)

Qui sotto l’intervista di Loretta Cavaricci per Achab, il settimanale di libri del Tg2 (lo so, lo so, non bisogna andare in tv eccetera eccetera)

sab
13
gen 18

Follia maggiore. La recensione di Tutto Libri de la Stampa

Qui la recensione di Alberto Mattioli per Tutto Libri. Grazie grazie

TTL130118

ven
12
gen 18

Follia maggiore. La recensione su Il Fatto Quotidiano

Qui sotto la recensione di Follia maggiore di Francesco Musolino per Il Fatto Quotidiano

IlFattoQuotidiano 120118

gio
11
gen 18

Follia maggiore. Intervista su Il Mattino di Napoli

Qui sotto, l’intervista di Francesco cannoni per Il Mattino di Napoli

IlMattino110118

mer
10
gen 18

Risvegliamo la cultura: mettiamo le slot davanti al Cristo del Mantegna

mercoledi-10-gennaio-2018-204x300Valorizzare il nostro patrimonio culturale richiede idee innovative, coraggio, spirito di sacrificio, soprattutto sacrificio per i visitatori che restano fuori da un museo perché dentro c’è un evento per ricchi. Dopo le cene private per vip alla Tod’s Arena of Rome (già Colosseo, magari avete presente), le tavolate per vip della Ferrari su Ponte Vecchio a Firenze, le nozze vip alla Reggia di Caserta, bisogna diversificare l’offerta. E’ vero che c’è stata una popolare lezione di pilates al Museo Egizio di Torino, con gente che sudava e si agitava davanti alla Dea Sekhmet che non vedeva tanti pirla tutti insieme dal 3600 avanti Cristo, ma si può fare meglio.

Così abbiamo deciso (io, Frank Tre Dita e uno che non vuole dire il nome) di aprire un’agenzia per offrire eventi ai grandi musei italiani.

Il piano è questo: organizzare una cazzata davvero enorme, suscitare un po’ di polemica sui giornali (le solite cose, i moderni, smart, innovativi e pop favorevoli, e due sfigati intellettuali pallosi contrari) e poi aspettare buoni buoni vicino al telefono che chiamino direttori di musei, gallerie, dimore storiche, monumenti per chiedere cazzate ancora più enormi.

Cominciare con un bel concorso “Miss maglietta bagnata” alla galleria Borghese di Roma, per esempio sarebbe già un buon inizio: si valorizzerebbero così alcuni lavoretti del Bernini. Una bella sagra per famiglie, in un clima spensierato, non come adesso che c’è gente che guarda le statue (tutte bianche, tra l’altro! Ma non potremmo farle colorare ai bambini?).

Naturalmente bisognerà legare gli eventi alla cultura del territorio, ovvio, che è una cosa che si dice sempre, piace a tutti e attira sponsor. Quindi, pagando una certa cifra, si potrà fare la festa del prosecco bersagliando con i tappi un Canaletto, perché no? Ci spiegheranno (dopo) che i soldi così incassati serviranno al museo (magari a restaurare il dipinto).

E’ evidente a chiunque che noleggiare un monumento nazionale per sposarsi o un museo per una cena non è a buon mercato. Punteremmo dunque sulle grandi aziende lanciando il connubio arte-convention aziendali: decine di manager in trance motivazionale nelle sale degli Uffizi, o alla pinacoteca di Brera. Quanto al Colosseo, si è vagheggiato di megaconcerti o opere liriche, sottovalutando le grandi potenzialità economiche che offrirebbe una gara di motocross (nello splendido scenario, ecc. ecc).

Puntare sugli sceicchi è complicato: bisogna coprire le parti intime di molte statue (già fatto davvero, a Firenze, nel 2016, per la visita del presidente iraniano a Matteo Renzi ) ed è costoso. Con gli oligarchi russi invece si va sul sicuro, pagano bene e non stanno a guardare tanto per il sottile, al massimo si possono lamentare se affittano Pompei per qualche giorno e poi si lamentano che è tutta rotta.

Insomma, tutti i segnali ci dicono che quello di affittare i nostri tesori (nostri nel senso di “di tutti noi”) a chiunque sventoli un po’ di soldi è un grande business in espansione e i miei soci già scalpitano e insistono per installare qualche slot machine davanti al Cristo del Mantegna (“sennò è un mortorio”).

Una fitta ragnatela di contrattazioni si svilupperebbe aiutando il mercato, fissando prezzi e gestendo prenotazioni. Il compleanno di un banchiere nella valle dei templi ad Agrigento, per dire, potrebbe valere come una merenda per vip al Pantheon, poi l’importante è inventarsi qualche scemenza per dire che così si valorizza la cultura, si guadagnano soldi per la cultura e si fa conoscere la cultura. Giusto. E una volta aiutata la cultura affittando musei, monumenti e pinacoteche a privati, aziende, milionari, finalmente, visitando la Reggia di Caserta, qualcuno potrà dire ammirato dalla magnificente bellezza: “Ah, è qui che si è sposato Pino? Minchia!”

mar
9
gen 18

Follia maggiore, i primi incontri

FMstrettaCome mi pare d’aver già detto (ahahah), giovedì 11, tra due giorni, esce Follia maggiore (Sellerio), il nuovo romanzo con Carlo Monterossi, Oscar Falcone, i sovrintendenti di polizia Ghezzi e Carella, insomma tutta la banda. Ci saranno incontri e presentazioni, ovvio, e saranno comunicati per tempo, qui e sugli altri social.

Intanto, ecco due o tre appuntamenti nei giorni dell’uscita, non vere presentazioni, ma, come dicono quelli che se ne intendono, “firmacopie”, due chiacchiere, qualche saluto ai lettori in librerie indipendenti che mi sono care. Ecco il mini-calendario dei primi giorni.

Giovedì 11, alle 17, al Mio libro (via Sannio 18, a Milano)

Giovedì 11, alle 18.30, alla Libreria Centofiori (piazzale Dateo 5, a Milano)

Venerdì 12, alle 18.30, alla libreria Tarantola (piazza martiri di via Fani 1, Sesto San Giovanni)

Vi aspetto. Per le altre presentazioni e chiacchierate qui e là sul nuovo romanzo, comunicherò per tempo.

lun
8
gen 18

Che bello essere del ’99 oggi! Vai a votare e non in guerra

Fatto080118Campo minato e suggestione irresistibile. Sublime tentazione del nonnesco “Ah, vi lamentate, ma una volta si stava peggio!”, e rischio di retorica in agguato. C’è tutto questo – e altro ancora – nell’arte di maneggiare i paragoni storici. Così quando il presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha ricordato che a marzo voteranno per la prima volta i ragazzi del ’99 (inteso come 1900) e ha tracciato un sottile paragone con i ragazzi del ’99 (inteso come 1800) che vennero mandati nelle trincee della Grande  Guerra, la sensazione è stata quella di camminare su un terreno insaponato.

Sottotesto: le cose non vanno benissimo, ma ricordatevi che oggi avete diritto di voto, pace, Youtube e telefonini, mentre cento anni fa, alla vostra età, si andava a morire per la patria (ultima vittoria registrata dai libri di storia, peraltro). Paragone storico giustificato solo dall’assonanza dalla data, ovviamente, perché tutto il resto c’entra – senza polemica e anzi con un po’ di leggero divertimento – come i cavoli a merenda. Un po’ come dire, ehi, ragazzi del ’99, pensate che culo che avete oggi che potete alzarvi alla mattina e andare a votare, mentre i ragazzi del 3099 avanti Cristo passavano le loro giornate a scheggiare le pietre per fabbricare frecce e andavano a cacciare i mammut senza nemmeno il jobs act o l’alternanza scuola-lavoro.

Beh, in effetti, a vederla così, è un bel salto in avanti.

Anche i ragazzi del 1609 ebbero i loro rovesci del destino: nemmeno il tempo di compiere diciotto anni ed ecco la peste, quando si dice la sfiga. Per non parlare dei ragazzi del 1879, che a diciott’anni si misero in mente la balzana idea di chiedere diritti, lavoro e socialismo e vennero falciati, a Milano, dalle mitragliatrici di Bava Beccaris…

Ok, ok, si sta meglio adesso: il vecchio trucco di consolarsi con le sfighe del passato funziona sempre. Nel 1979, per esempio, questo articolo l’avrei scritto con la macchina da scrivere, nel 1909 a mano con il calamaio, nel ’99 avanti Cristo su fogli di papiro e prima ancora sulle tavolette di cera, che poi spedirle al giornale, sai che casino.

Dei ragazzi del ’99, quelli ricordati con orgoglio nazionale da Mattarella, tra l’altro, si ricorda il successo a Vittorio Veneto (un micidiale contropiede alla Ronaldo, dopo Caporetto), insomma, li si ricorda perché contribuirono a una vittoria, mentre si potrebbe anche ricordare che furono mandati in trincea a calci nel culo, obbligati, coscritti pena la galera per diserzione, persino molti ragazzi del ’99 per cui l’Italia, il re, Trieste, erano faccende lunari e lontanissime. Di quei ragazzi si ricorda il risultato finale (vittoria!) ma quasi mai le angherie subite, le rivolte contro i propri stessi ufficiali (leggere Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, strepitosa cronaca di quei massacri), persino la satira (“Il general Cadorna / ha detto alla regina / se vuoi veder Trieste / guardala in cartolina”).

Dicono i sondaggi che i ragazzi del ’99, intesi come Novecento, andranno a votare se va bene nel trenta per cento dei casi, uno su tre, e questo perché non si può obbligarli come si fece, mandandoli in trincea, con quelli di cent’anni fa. Il paragone, insomma, non regge. Ai ragazzi del ’99, anche se vinsero, non andò poi benissimo: se sopravvissuti alla grande mattanza del 15-18 ebbero poi 39 anni alla data delle leggi razziali, e dai 40 ai 45 nella seconda guerra mondiale. Come viatico per il futuro, diciamo, il Carso non fu granché, speriamo che le elezioni del 4 marzo, come portafortuna, funzionino un po’ meglio.

Usare la storia passata per consolarsi dell’oggi rimane però una tentazione troppo forte. Parlo di nonni, genitori a corto di argomenti, professori convinti che oggi si stia meglio di ieri e che domani si starà meglio di oggi (cosa decisamente smentita dall’andamento dell’economia, che certifica i figli oggi meno sicuri e fiduciosi dei loro padri ieri). Insomma giocare col passato per dire del presente è affascinante, ma non funziona sempre, anzi. I ragazzi del ’99 (inteso come Novecento), pur disoccupati, sottopagati, precari, incerti sul futuro, spronati a lavorare gratis perché “fa curriculum” stanno meglio dei ragazzi del ’99 (inteso come 1100) che partirono per la quinta crociata e finirono spesso sbudellati dagli infedeli. Innegabile. Che un giovane operatore di call center oggi stia meglio di Pietro Micca (specie dopo l’esplosione) è difficilmente contestabile, così come uno che partecipa al concorso per aspiranti bidelli o infermieri (tipo: ottomila concorrenti per tre posti disponibili) sia meno disperato di un adolescente precolombiano all’arrivo di Pizarro è abbastanza evidente. Però è un po’ troppo facile.

Risultato: non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, no, no, si stava proprio peggio, e adesso si sta benone e andate a votare che fa bene alla salute.

Quanto ai ragazzi del ’49 (inteso come 900), che compirono diciott’anni nel 1968 e assistettero e parteciparono a un tentativo di cambiare gli equilibri del mondo, sognavano la “fantasia al potere” e altre amenità che oggi sembrano lontane come una carestia nell’anno Mille o una guerra nel Medio Evo. La fantasia chissà dov’è (maddai! Un’app ci sarà di sicuro, no?), ma il potere è ancora lì, sempre lui, anche quando è sereno, tranquillo, rassicurante, un po’ noioso, a dirci di non lamentarci troppo, perché cent’anni fa si stava peggio, signora mia!

sab
6
gen 18

Follia maggiore. L’intervista su Repubblica Milano

Giovedì prossimo (11 gennaio) esce Follia maggiore. Qui l’intervista di Annarita Briganti su Repubblica Milano.

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mer
3
gen 18

Anno dei Signori 2017: ci hanno guadagnato soltanto i miliardari

B1BDC38F-FBD5-4C77-AE58-38D83FDF939EGiusto perché non è ancora finito il tempo dei bilanci sul 2017, annus horribilis, ecco un dato che può generare lo sfavillante ottimismo di cui ci dicono ci sia gran bisogno. Su con la vita! I 500 uomini più ricchi del pianeta nel 2017 si sono messi in tasca giusti giusti mille miliardi di dollari, con un incremento del 23 per cento rispetto all’anno prima e insomma, non facciamola lunga: si certifica, nell’anno dei Signori 2017, che per diventare ricchi la cosa migliore è essere già molto ricchi.
La forbice della diseguaglianza non solo non si chiude, ma si apre a dismisura, in un’annata d’oro per i miliardari. Il primo della lista, Jeff Bezos, il capo di Amazon, ha incrementato la sua fortuna del 34 e passa per cento, ora è vicino ai 100 miliardi di dollari (99,6, per la precisione, cioè per arrivare a 100 gli mancano solo 400 milioni di dollari, suggerisco di aprire una sottoscrizione). Lo inseguono Bill Gates e Warren Buffet, staccati di una manciata di miliardi (91 e 85). Il primo europeo è in sesta posizione, ed è quel Bernard Arnault, francese, che vende lusso a tutti, cioè di sicuro ai suoi 500 colleghi della classifica degli uomini più ricchi del mondo. Più ricchi che nel 2016, anno in cui erano diventati più ricchi che nel 2015, anno in cui… Potete tornare indietro un bel po': nei dieci anni della crisi è gente che non si è mai fatta mancare il segno più.
Ma sì, ma sì, sono classifiche che lasciano il tempo che trovano. L’indignazione generica del momento e poi basta.
Eppure – lo dico, male, un po’ rozzamente, perdonate – queste classifiche potrebbero mettere qualche idea in testa. Per esempio che lì dentro potrebbero annidarsi i famosi soldi che non ci sono mai. Ritornello costante di ogni governo più o meno o para-liberale (non solo italiano) quando si parla di servizi e diritti è “sì, sarebbe giusto, ma non ci sono i soldi”. Ora con tutti i soldi che ti fanno ciao ciao con la manina dalle classifiche (mille miliardi di dollari in più in un anno), direi che i soldi ci sono, invece, e pure tanti, e si sa anche chi li ha in tasca.
E’ noto il ritornello liberista, che sono in realtà due. Il liberista classico dirà che ci pensa il mercato e che se uno ha cento miliardi di dollari in tasca e un suo dipendente fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, pazienza, che ci vuoi fare, è il mercato. Poi c’è il liberista moderno, smart e di sinistra, quello che dice uh, che bello i ricchi diventano più ricchi, e così anche chi lavora per loro sarà più felice. E’ un classico da Tony Blair in poi: la convinzione che se aiuti i padroni automaticamente aiuti anche i lavoratori. Una teoria interessante, che però cade un po’ a pera appena si guardano i numeri, perché i famosi padroni guadagnano mille miliardi in un anno, e i famosi lavoratori – pardon – una cippa di cazzo. Peggio: si sentono ripetere ogni giorno che i tempi sono cambiati e che devono cedere terreno e diritti. E quando la grande politica, i grandi leader mondiali (e anche i piccoli di casa nostra), parlano di diseguaglianze e di come combatterle, tendono a parlarne con Jeff Bezos e Bill Gates più che con quelli che spostano pacchi e scrivono software.
Gli anni della crisi, che hanno messo in ginocchio il ceto medio e proletarizzato tutti gli altri, in molti paesi e più che altrove in Italia, sono stati anni benedetti soltanto per i ricchi, coronati dal boom del 2017.
Naturalmente né la storia né la geopolitica, né l’economia si fanno con l’aritmetica, ma non è difficile fare due più due e capire che i soldi che mancano qui (al lavoro) sono finiti là (al profitto e al capitale), in misura eccessiva rispetto a qualsiasi decenza. Farsi rendere un po’ di quei soldi – e non soltanto in metafora – dovrebbe essere al primo punto di ogni programma che osasse chiamarsi “di sinistra”.

dom
31
dic 17

Boschi candidata, decide la Nasa. Il Rosatellum esposto al MoMa

Fatto31dic2017Compulsati gli astri, letti attentamente i fondi del caffé, i tarocchi, le offerte speciali e le tabelle Istat, possiamo azzardare qualche previsione sul 2018, un anno pimpante e con molti cambiamenti, la luna in Saturno e l’influenza di Giove in aumento. In aumento da gennaio anche luce, gas, tariffe autostradali, trasporti, ticket sanitari e tutto quello che può umanamente aumentare. Insomma, il 2018 non è ancora arrivato e già gli dobbiamo dei soldi, spiace per il dettaglio prosaico.

Passiamo alle cose serie. Nel 2018 si vota un po’ dappertutto: in Russia dove si sa chi vince (Putin) e in Italia dove si sa chi perde (uno di Rignano che già sta tentando di dare la colpa a Putin). Gli italiani arriveranno al 4 marzo con i nervi a brandelli, stremati per tutte le cazzate sentite in campagna elettorale, e si sveglieranno il 5 marzo di nuovo in campagna elettorale perché nemmeno si riuscirà a capire chi ha vinto (ma tranquilli: chi ha perso sì).

Poi si voterà anche in molte regioni, tra cui Lombardia e Lazio, per cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che un italiano medio vive in campagna elettorale per oltre 358 giorni all’anno, e che sarebbe più sano mangiare il polonio col cucchiaio da minestra.

In febbraio la Nasa dirà la sua su dove candidare Maria Elena Boschi: allo studio l’ipotesi Plutone, almeno nel proporzionale.

In marzo, l’Ocse definirà “assai remota” la probabilità che Berlusconi possa mantenere le promesse elettorali fatte nell’ultimo comizio in tv: due Porsche a famiglia (una cabriolet) e un giacimento di diamanti in Centrafrica per ogni figlio maggiorenne non sarebbero sostenibili per l’economia del paese.

In aprile la legge elettorale italiana, detta Rosatellum, sarà esposta al Moma di New York, principale attrazione della grande mostra sul surrealismo contemporaneo.

In giugno Donald Trump proclamerà la nuova capitale di Israele, Gaza.

In luglio la presidenza dell’Unione Europea toccherà all’Austria, che subito donerà passaporti austriaci a tutti i clienti dei locali di lap dance di Strasburgo e Bruxelles, purché di comprovata discendenza ariana.

Due cose terribili che succederanno nel 2018, non crediate di scamparla. La prima saranno i mondiali senza l’Italia, non tanto per gli appassionati di Mondiali, che Ghana-Uruguay se la vedevano lo stesso, ma per tutto il chiacchiericcio su “se c’eravamo noi”, “calcio metafora del Paese”, eccetera eccetera. Insomma, saremo sommersi dalla retorica da bar applicata al pallone l’unica fottuta volta nella storia del mondo che noi – intesi come Italia – non giochiamo a pallone.

Restando alle specialità nazionali e alla sociologia da sala biliardo, gli italiani nel 2018 saranno particolarmente afflitti da riflessioni, analisi, commemorazioni e ricordi in occasione cinquantenario del ’68. Due le principali fazioni: le destre passeranno mesi a buttare merda sul maggio francese attribuendogli tutti i mali del mondo, compresi il Vajont e l’alopecia (Feltri in un editoriale proporrà di cancellare l’anno 68 da tutti i secoli fino al Tremila); le sinistre scongeleranno i loro talenti migliori che “hanno fatto il 68″, tutta gente che oggi starebbe alla destra di De Gaulle.

Mode culturali: si consolideranno tendenze già in corso, tipo il tri-laureato che va a fare il pastore di pecore retribuito in caciotte, salutato dai giornali come “la scelta coraggiosa di…”, e i libri sui figli, su quanto sono stronzi, sdraiati, fancazzisti, interconnessi e istupiditi dal cellulare i figli di famosi giornalisti che fanno i soldi scrivendo dei loro figli.

La crisi economica allenterà la sua presa dopo dieci anni esatti, anniversario che sarà celebrato nelle discoteche di Briatore e nelle code alla Caritas. Lunghe file anche alla Renzisti Anonimi. Ai talk show si parlerà molto della crisi dei talk show, forse Draghi smetterà di stampare soldi per tutti e i titoli “Oddio! C’è poca inflazione” verranno corretti in “Aiuto! C’è troppa inflazione!”.

E’ tutto, mi raccomando le rate del mutuo, buon 2018, poteva andare peggio, ma ora non mi viene in mente come.

 

ven
22
dic 17

Follia maggiore. Dall’11 gennaio in libreria

FMstretta

Va bene, sì, sarebbe una specie di annuncio ufficiale. L’11 gennaio esce in libreria il romanzo nuovo, Follia maggiore. E’ il quinto romanzo per me e per il Monterossi, Torto marcio è andato molto bene (tutta la rassegna stampa la trovate qui), è piaciuto, questo mi fa piacere.

Ora Carlo Monterossi, ammaccato come sa essere lui, casca in un’altra avventura, di cui naturalmente non posso dire niente… solo che c’è un omicidio, che come tutti gli omicidi non è giusto, che c’è un discorso dei rimpianti, che il Monterossi guarda il blues da vicino, che le cose che abbiamo avuto non le riavremo più. Ci sono i poliziotti e i balordi, c’è un vecchio che conta il tempo che gli rimane e vuole coltivare in pace le sue ossessioni, c’è il ceto medio sull’orlo del baratro, c’è una ragazza che si gioca il tutto per tutto soltanto con la sua voce… Insomma, c’è tutto quello che serve perché Carlo Monterossi sia costretto a fare i conti con le vite degli altri, e quindi con la sua. Oscar Falcone indaga, Il sovrintendente Ghezzi e Carella pure, le piste si confondono, ma… Insomma, mi scuserete, ma è anche un giallo, quindi…

Il libro esce l’11 gennaio. Il titolo – Follia maggiore – viene da un’aria de Il Turco in Italia di Gioachino Rossini (forse leggendo capirete perché).

Come sempre,  grazie a Sellerio, a tutti quelli che hanno letto, lavorato, pensato, che hanno dato consigli, che hanno seguito il nuovo libro: è sempre un’avventura… Ne parleremo, dopo. Per ora segnatevi la data.

Follia maggiore, Sellerio editore, 390 pagine, 15 euro

 

 

 

 

mer
20
dic 17

Dalle necropoli a Yalta: le volte in cui MEB tentò di piazzare la banca

219438FD-A168-4620-8A59-E38AC2B70A05L’elenco delle persone importanti con cui Maria Elena Boschi ha parlato di Banca Etruria verrà pubblicato a dispense: sono centoottantasei volumi di quattrocento pagine l’uno, elegantemente rilegati, ma consiglio di tenere un po’ di posto nella libreria per quando usciranno gli aggiornamenti, come una volta l’Enciclopedia Britannica. Tutti gli incontri sono stati smentiti dall’interessata, anche con roboanti annunci di querele. Nella grande opera non mancano spunti storici, di costume, le ricostruzioni testimoniali, alcune tavolette di cera, papiri, molti sms, che – come dice la stessa Maria Elena al Corriere – lei cancella raramente e quindi può usare per sputtanare o intimorire qualcuno di qui e di là, se dovesse servire.
Già in alcune necropoli etrusche sono state rinvenute iscrizioni e figure evocative che rivelano l’incessante zelo di Maria Elena Boschi. Su monete e vasellame si ritrova spesso l’effigie di questa donna bionda che tenta di vendere a tutti una banca fallita. Alcuni storici del primo secolo avanzano l’ipotesi che le ultime parole di Giulio Cesare non fossero dedicate al tradimento di Bruto, ma alla visita di una misteriosa dama, per cui prima di spirare pare abbia detto: “Oh, no, ancora quella che vuol vendermi banca Etruria!”.
Per questioni storiografiche è difficile tornare più indietro nel tempo, anche se in alcune pitture rupestri si vede chiaramente una donna che offre una banca decotta in cambio di sette pelli di mammuth, due punte di freccia e il segreto del fuoco.
Per venire a tempi più vicini, sembra che intorno al 1530 Cortés, deciso a sterminare gli Aztechi, avesse con sé una determinatissima conquistadora che lo consigliava: “Aspetta, Hernàn, prima del vaiolo proviamo a smollargli banca Etruria”. Non si sa come andò a finire, cioè se la scomparsa di alcune civiltà precolombiane vada addebitata anche a questa misteriosa spacciatrice di banche, in ogni caso lei ha tutti gli sms di Montezuma e se serve li mostrerà alla stampa.
Il Medioevo è sicuramente il periodo più difficile da ricostruire: i funzionari delle agenzie, authority, banche centrali, ministri del tesoro, consiglieri cambiavano spesso. Le testimonianze si fanno numerose, confuse, contraddittorie e sono molte le domande che restano senza risposta. Corrisponde a verità che il rogo di Giovanna d’Arco fosse alimentato, oltre che da fascine di legna, da prospetti per gli azionisti di banca Etruria? E’ vero che Bonifacio VIII era interessato all’offerta?
Di sicuro c’è che Maria Elena Boschi contattò Luigi XVI – anche grazie alla mediazione del gentiluomo uomo di corte Verdini – e che la trattativa stava per andare in porto: banca Etruria in cambio di un bilocale a Parigi, due cavalli alsaziani e un servizio di porcellane custodito a Versailles, ma quei gufi della rivoluzione francese fecero saltare l’accordo.
Pochi sanno che la famosa foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin, è un abile montaggio, e dall’inquadratura è stata cancellata Maria Elena Boschi che offriva banca Etruria al nuovo ordine mondiale. Roosevelt e Churchill non ci cascarono nemmeno per un secondo, ma Stalin ci fece un pensierino inaugurando così la tradizione dei comunisti che dicono speranzosi: “Abbiamo una banca?”. Poi non se ne fece nulla per colpa della guerra fredda. Quanto ai verbali e ai documenti custoditi nell’Area 51, in Nevada, sono secretati, ma qualcosa trapela, e sembra che una giovane donna abbia chiesto agli alieni di acquisire banca Etruria, ma senza fare pressioni.
Gli storici, com’è ovvio, studiano alacremente i molti volumi dell’opera, e cercano riscontri, anche se per una ricostruzione dei fatti sarebbero di grande importanza i numerosi sms “del mondo del credito e del giornalismo” che Maria Elena Boschi, come se fosse un avvertimento, dice di conservare.

dom
17
dic 17

Un anno in giallo, la recensione di D’Orrico su La Lettura

I raccontini stanno molto bene, grazie. Sono dodici racconti gialli, belli, con un piccolo giallo dentro, nascosto tra i gialli. Qui c’è la recensione/pagella di D’Orrico sulla Lettura del Corriere della Sera. Non c’è il Monterossi, nel racconto (mese di giugno), ci sono i due killer che qualcuno ricorderà nella Canzone, il biondo e quello con la cravatta. Per il Monterossi, il Ghezzi e gli altri amici, se poi sono amici, bisogna aspettare gennaio. Come accade da duemila anni, per leggere, basta cliccare sull’immagine.

LaLetturaUnAnnoinGiallo171217

mer
13
dic 17

Verdi, Cicchitto, Bonino e Casini: cosa non si fa per un punticino in più

2EF0D7AE-85C6-4CDE-8640-A662A9E9E334Fare una legge elettorale (e imporla con il voto di fiducia) che premia le coalizioni senza avere una coalizione, ci pone di fronte a un magnifico esempio di situazionismo autolesionista estremo. Un po’ come ordinare un cappuccino ma senza tazza, e poi dire: che problema c’è?, si può sempre leccarlo dal bancone del bar.
A leggere i retroscena, anche quelli più amici, anche quelli dei giornalisti embedded che sanno sempre (e ci spiegano) cosa dice “Renzi ai suoi”, la preoccupazione nelle file del Pd si sta tramutando in panico e la rincorsa a creare liste parallele, di sostegno, civetta, o a imbarcare chiunque abbia soltanto, anche lontanamente, una parvenza di istinto per l’alleanza è frenetica. Ad oggi, sembrerebbe, il tabellone “arrivi” è piuttosto striminzito, molto diverso dal fitto tabellone “partenze”. Ma muniamoci di microscopio e vediamo il dettaglio.
Ad affiancare la corsa solitaria del Pd per formare una solida coalizione ci sarebbero (a sinistra) i Verdi e Massimo Zedda, sindaco di Cagliari. E’ una mossa sorprendente che promette grande stupore tra gli elettori e assicura una reazione di speranzosa sorpresa: ah, esistono ancora i Verdi, maddai! Ripresisi dallo stupore, secondo i calcoli dei geni del Nazareno, milioni di italiani si precipiterebbero a votare per la coalizione Pd perché ci sono i Verdi. Qualche appeal in più potrebbero avere Emma Bonino e Benedetto Della Vedova, altra gente per cui non c’è esattamente la fila fuori dai negozi. Quindi ci sarebbe una lista dal suggestivo nome di Più Europa a sostenere il cristallino europeismo di Matteo Renzi, uno che mette e toglie le bandiere dell’Europa dalle sue scenografie (metti la cera, togli la cera) a seconda delle contingenze del momento e di quello che gli sussurrano gli esperti di comunicazione. So cosa state pensando: con i Verdi e il loro 0,1 per cento a sostegno del partito che salutò con battimani e insulti (“ciaone”) la vittoria delle trivelle, e l’ottima Bonino a caccia di firme, non saranno troppo sbilanciati a sinistra (ahahah)? Bene, ecco in soccorso la pattuglia centrista: si valutano come sicuri nella grande coalizione che puntava al 40 per cento, poi più realisticamente al 30, poi più realisticamente al 25, poi… (coraggio, mancano mesi), figure di spicco istituzionali come Beatrice Lorenzin e Pieferdinando Casini. La prima, firma autorevole di tutti i massicci tagli alla sanità degli ultimi anni, il secondo eterno revenant della Repubblica, attualmente impegnato nella Commissione d’inchiesta sulle banche, già passato (vado a memoria non avendo sottomano un pallottoliere) da Dc, Ccd, Udc, Ncd, Polo delle Libertà, Casa delle Libertà, Scelta Civica, Unione di Centro. Gli mancano solo la Triestina Calcio e i sommozzatori moderati e le ha fatte tutte: un’ottima spiegazione di cosa significhi “rottamazione”. A completare il quadro delle truppe a sostegno del renzismo arriva per fortuna anche Fabrizio Cicchitto, cioè si punta tutto su una categoria di elettori finora poco rappresentata, quelli che soffrono di amnesia e hanno la memoria del pesce rosso: Cicchitto? Finalmente un nome nuovo!
Dunque riassumendo, il Pd renzista che fino a ieri si vantava di consensi al quaranta per cento (vero, preso alle Europee nel Mesozoico, e finto, quello di chi ha perso il referendum costituzionale) si troverebbe oggi quotato a un venticinque tendente al venti e aggrappato a volti nuovi come Casini e Cicchitto, il che equivale a usare come salvagente un’incudine in ghisa. Ai volenterosi coalizzanti, poi, bisognerà promettere posti, seggi più o meno sicuri (sempre meno, tra l’altro), togliendoli alle componenti interne che già mugugnano e si agitano per la fifa di restare fuori dal gioco, ad assistere dal divano, la notte degli scrutini, ad un altro grande successo di Matteo Renzi.

mer
29
nov 17

Cazzate in campagna elettorale? Il cittadino avrà diritto al rimborso

fatto291117Depositata da un notaio e alla Camera di Commercio, ecco la “Tabella retributivo-risarcitoria del cittadino in campagna elettorale”. In sostanza, un tariffario che dovrebbe rimborsarci in moneta sonante per tutte le cazzate che sentiremo da qui alla data del voto. Si tratta di una comprensibile autodifesa del cittadino e di una sacrosanta redistribuzione delle risorse economiche tra chi dice molte enormi stupidaggini per avere qualche voto in più e chi è costretto ad ascoltarle. Ecco il tariffario.

Bufala semplice, 1 euro – Per la fruizione stupefatta delle scemenze più grosse (esempio: Boschi al funerale di Riina, Kyenge contro i mercatini di Natale, le spose bambine vendute in Veneto, i migranti con il virus ebola, aggiornare a piacere), il cittadino avrà diritto a un euro di rimborso per ogni scemenza letta o sentita.

Polemica sulla bufala, 2 euro – Lo spazio riservato alla denuncia di una scemenza grossa è solitamente il doppio o il triplo di quello occupato dalla bufala stessa. A volte se ne parla per giorni, con il deprimente risultato di diffondere ancora di più la notizia falsa. Il cittadino ha diritto a due euro di rimborso.

Algoritmo, 3 euro – La parola algoritmo, che vuol dire né più né meno calcolo, ma fa più figo, viene usata a vanvera per ogni questione umana e sovrumana, dai turni dei lavori più sfigati (mi spiace, ha deciso l’algoritmo) all’accertamento delle notizie (è vero, lo dice l’algoritmo). Il cittadino che presenti le dovute pezze d’appoggio avrà diritto a 3 euro per ogni volta che ha sentito pronunciare o letto la parola “Algoritmo”.

Riduzione delle tasse, calcolo percentuale – Il cittadino avrà diritto a una somma in contanti pari a un terzo della riduzione delle tasse promessa in campagna elettorale. Esempio: avete l’Irpef al 43 per cento e ve la promettono al 20, quindi potrete incassare una cifra pari a un terzo del 23 per cento in meno di tasse che vi promettono. Il meccanismo è complesso, ma dovrebbe indurre, se correttamente applicato, a scoraggiare o ridimensionare tutte le promesse farlocche sulla riduzione della pressione fiscale. Il rimborso verrebbe erogato di tasca propria da chi ha fatto la promessa.

Bonus, 8 euro (massimo 80) – Il cittadino riceverà otto euro, in contanti o accredito in conto corrente, per ogni volta che sentirà promettere un bonus. Un bonus per chi ha figli, per chi vuole farli, per i malati che non occupano posti in ospedale. Bonus per gli idraulici biondi, per le partite Iva che sanno sciare o per ventiseienni che vanno a lavorare in bicicletta. La promessa di bonus, detrazioni, mance e una tantum è così massiccia che costringe a mettere un tetto a questa importante voce del tariffario: non oltre dieci richieste di rimborso, per un massimo di 80 euro.

Ponte sullo stretto, 100 euro – Chiunque, in campagna elettorale, tiri fuori ancora una volta l’annosa questione del Ponte sullo Stretto di Messina dovrà versare al cittadino, entro ventiquattrore, cento euro in banconote non segnate di piccolo taglio. Si tratta di un risarcimento minimo rispetto all’immenso sfrangimento di zebedei che la promessa sul Ponte rappresenta da almeno venticinque anni, ma si spera abbia un effetto deterrente.

Rivoluzione liberale, 120 euro – Il cittadino ha diritto a un rimborso di 120 euro in contanti (no buoni pasto, no voucher) per ogni volta che sentirà pronunciare la frase “rivoluzione liberale”.

Un milione di posti di lavoro, 200 euro – Siccome secondo l’Istat siete occupati anche se lavorate un’ora alla settimana per quattro euro, la formula “un milione di posti di lavoro” (promessi, sbandierati o ipoteticamente raggiunti) è destituita di ogni fondamento e suona anche come una discreta presa per il culo. 200 euro in contanti o in carta prepagata ad ogni cittadino che la senta pronunciare più di due volte in un mese.

gio
23
nov 17

Racconti! Racconti! Un anno in giallo, la nuova antologia Sellerio

IMG_8806Esce oggi in tutte le librerie del regno Un anno in giallo, la nuova raccolta Sellerio con dodici dei suoi autori (532 pagine, 16 euro). Un mese per uno. Vale la pena, ve lo dico subito. I nomi sono questi: Simonetta Agnello Hornby, Esmahan Aykol, Andrea Camilleri, Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Santo Piazzese, Francesco Recami, Alessandro Robecchi, Gaetano Savatteri, Fabio Stassi.

Inutile dire che è un grande onore stare in cotanta compagnia: Manzini e Malvaldi sono amici e ci siamo presentati a vicenda all’ultimo BookCity, divertendoci un bel po’, altri sono autori sempre letti e amati come Alicia Giménez-Bartlett, per non dire poi di Mastro Camilleri, ovvio. E i racconti, in qualche caso sono vere short-tories, del quasi-romanzi, ecco.

Io ho scelto il mese di giugno, a Milano, e il racconto si intitola Doppio misto. Ora non starò qui a dirvi quelle cose che dicono gli scrittori, cioè che scrivere un racconto è difficile perché tutto – trama, dialoghi, caratteri – è più concentrato, però una cosa la voglio dire: è difficile perché tutto è più concentrato.

A parte questo, non ci troverete Carlo Monterossi, perché aveva da fare con il prossimo romanzo. Però è una bella storia di morti ammazzati o anche no, questo non posso dirvelo. Sappiate che a guidare le danze (danse macabre!) ci sono quei due killer che forse ricorderà chi ha letto Questa non è una canzone d’amore. Vorrei dirvi i nomi, ma non li so, e non li sa nemmeno la questura, ovvio. Comunque “il biondo e quello con la cravatta” è più che sufficiente, fidatevi.

Spero che vi divertiate voi a leggere come mi sono divertito io a scrivere, così siamo pari. Come al solito, fate sapere.

mer
22
nov 17

Silvio con l’anzianometro fa promesse già esaudite (e pure anticostituzionali)

Fatto221117Per mia leggerezza, colpa e distrazione (mi scuso) ho vissuto fino alla mia veneranda età senza essere a conoscenza dell’esistenza della Federanziani, mi scuso e corro a iscrivermi. Se ora so che esiste, è perché Silvio Berlusconi ha inviato un videomessaggio (“cari coetanei…”) a un qualche convegno della Federanziani per dire che lui farà molto per gli anziani. Ha detto anche che lui finanzia studi e ricerche perché si possa vivere fino a 125 anni, che è possibile, di non buttarsi giù e di non fare quella faccia, la vita comincia a novant’anni. Comprensibile la gioia alla Federanziani, perché se fosse vero, alla lunga, potrebbe avere più iscritti del partito comunista cinese.

Tra le promesse di Silvio che fanno esplodere l’anzianometro c’è quella della pensione minima a mille euro e l’annuncio che verrà istituito – lui regnante di nuovo – un ministero della terza età, anche se non ne spiega bene le mansioni. E’ lui, è lui, lo riconosciamo tutti. E’ il vecchio, caro Silvio, l’animatore di Villa Arzilla, quello che prometteva le dentiere gratis. Insomma, rieccolo, stupore e meraviglia. Come in quel libro di Stephen King dove uno attraversa un muro e si ritrova nel 1963, ecco, solo che qui lo fanno sessanta milioni di italiani, e senza nemmeno cercare il passaggio segreto si ritrovano all’inizio degli anni 2000, con i teatrini già visti e deplorati per decenni.

Ma insomma, del miracolo del Silvio risorto si è già detto in abbondanza: a furia di flebo come i patti del Nazareno, leggi elettorali fatte apposta per farlo uscire dal sarcofago e altre strizzatine d’occhio, ora è qui e dovremo ascoltarlo. E infatti già girano le sue rutilanti proposte, tra le quali brilla quella sulla flat-tax, cioè un’aliquota uguale per tutti, ricchi e poveri. Si favoleggia, a fine legislatura silviesca, quindi intorno al 2023, un’Irpef al 20 per cento, ripetendo la favoletta antica che se le tasse fossero basse tutti le pagherebbero. Ritornello antico che vuole dire soprattutto una cosa e lancia un messaggio preciso: sì, io le tasse al 20 per cento le pagherei, ma così…

Sfugge naturalmente a Silvio l’esistenza di un dettaglio come la Costituzione Italiana che dice (art. 53) che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Certo, si sa che la Carta non è il suo primo pensiero, ma uscire dal sepolcro e come prima cosa fare una proposta anticostituzionale contiene comunque una certa dose di paradosso. Ci sarebbe poi il dettaglio accessorio dell’allargamento della no tax area fino a 12.000 euro. In soldoni, insomma, il messaggio di Silvio è sempre quello: più soldi per tutti ma pagando meno tasse, poche e uguali per tutti, che è esattamente il contrario dell’eguaglianza. A molti è sfuggito un dettaglio raccapricciante, e cioè che nella sua ansia detax, nella trance agonistica del ritorno in pista, Berlusconi – oggi abbellito da inserti in mogano e con il toupé stile prato all’inglese – abbia proposto anche l’abolizione di tasse già abolite totalmente o parzialmente, come quella sulla casa o la tassa di successione. Insomma il programma di Silvio revenant è già ora, alle prime schermaglie della campagna elettorale, un monumento glorioso al conflitto di interessi: meno tasse per i ricchi in generale (e lui è ricco assai), niente tasse per i ricchi che lasciano grosse eredità (categoria in cui rientra in pieno). Insomma, mentre altri aspiranti omini forti cercano pietosamente di riaffermarsi dicendo “sono cambiato”, la forza di Silvio è di non essere cambiato per niente, e questo dà da pensare. Dopotutto, il ritorno in auge di roba simile spiega bene l’assoluto fallimento di chi doveva consegnarlo per sempre al passato e ha finito per dirgli “alzati e cammina”.

gio
16
nov 17

Torto marcio (e altro) a Bookcity (e dintorni)

Bookcity logoDunque, qui le date di Torto marcio a Bookcity, la grande rassegna milanese dedicata ai libri. Ancora presentazioni di Torto marcio (con grande gioia perché lo presenta insieme a me Malvaldi), ma anche altre cose (con Antonio Manzini tocca a me fare il bravo presentatore). Insomma, un week end giallo davvero. Date e orari

Sabato 18 novembre, ore 16.30 – Presentazione di Torto marcio insieme a Marco Malvaldi – palazzo Morando, via Sant’Andrea 6

Sabato 18 novembre, ore 21 – Presentazione di Torto marcio a Cernusco sul Naviglio (Villa Fiorita, via Guido Miglioli)

Domenica 19 novembre, ore 16 – Presentazione di Pulvis et umbra di Antonio Manzini. Qui faccio il presentatore – Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6

 

mer
15
nov 17

Lo stilnovo renzista (erede dello stilvecchio veltronico) ha rotto

Fatto151117Qui non si parla di politica. Si parla di parole, di un certo modo di metterle in fila, cioè, insomma, in soldoni, di stile e di retorica, e quindi va bene, mi arrendo: si parla di politica.

Mentre infuriano (mah!) la polemica e la discussione su quel che ha detto Renzi alla direzione del suo partito, sulle presunte aperture a sinistra, sulle presunte strategie, sulle presunte medaglie che lui crede di meritarsi e gli altri non gli appuntano al petto, una sola cosa ha fatto fare il salto sulla sedia. Si tratta di una frasetta innocente, quella sul “futuro che è una pagina bianca”, balzata fuori dal contesto come un pupazzo a molla.  Da anni siamo abituati a questo florilegio di frasette, sospiri para-poetici, baricchismi, costruzioni retoriche da diario delle medie, quindi nessuna sorpresa. Anzi sì, invece, molta sorpresa che ancora non si sia capito, nel bunker del Nazareno, quanta irritazione suscitino nell’ascoltatore. Si tratta di un fastidio fisico, come un prurito improvviso, dovuto a una ormai conclamata crisi di rigetto. Naturalmente si è scritto molto sulla poetica renziana, interi trattati e antologie, collezioni e faldoni pieni di esempi del ben noto stile. E si badi bene che non è invenzione nuova: lo stilnovo renzista si congiunge abbastanza bene allo stilvecchio veltronico, quello di “Il dolore non è un ciao”, ermetismo lisergico.

Dunque siamo nella tradizione letteraria (e politica, che è peggio) del nullismo, una corrente quasi pittorica, che sistema con due pennellate spesse e coprenti i difetti del disegno e gli errori di prospettiva: la riforma ci è venuta uno schifo, vabbé, diamogli una pennellata con qualche frasetta cretina. Qualcosa che potrebbe andare bene come claim pubblicitario per un’auto ibrida, o per un telefono nuovo, tipo “Il futuro è qui”, o “Apriamo le porte al futuro”. E questo da anni. Così può capitare (è capitato) che un italiano di quelli che escono (?) da dieci anni di crisi con le ossa rotte e le poche certezze frantumate, meno diritti, meno prospettive, si senta dire da chi lo governava e pretende di governarlo ancora amenità come: “la bellezza è la chiave di lettura dei prossimi anni”.

Poi ditemi che non fa incazzare.

Silvio Berlusconi, uno che se ne intende, è stato oltre vent’anni sulla scena politica ripetendo ogni giorno che lui non era un politico. La stucchevole retorica progressista della frasetta a effetto cerca di fare subdolamente la stessa cosa: sì, siamo costretti, ahinoi, a fare la politica spicciola (sbuffando), ma quello che ci interessa sono i grandi temi dell’umanità. Così si impastano strambi intrecci semantici con le parole “speranza”, “futuro”, “bellezza”, “riparte”, “avanti”, sempre uguali e sempre strampalati nella costruzione. Scemenze, insomma, che subito partono come il tam tam delle tribù del Borneo, rilanciati da colonnelli e marescialli, giù giù fino alla truppa. Pessima letteratura in pillole per non-lettori diffusa (o derisa, fa lo stesso) come una filodiffusione in sottofondo, quasi non udibile, ma pervasiva, come la musica che si sente negli ascensori, o prima del decollo in aereo: tranquillizza, e non vuol dire niente.

Il fastidio del cittadino (di destra, sinistra, centro, populista, sinistra bersaniana, incazzato generico ascendente cinquestelle, e tutti gli altri)  è ormai palpabile, accompagnato dalla netta sensazione di essere preso per il culo. Ogni azione ha la sua poetica e le parole per dirlo, ma stupisce come le piccole elegie tascabili del renzismo siano tramontate in fretta, passate di moda, si siano logorate e abbiamo mostrato la loro sublime inconsistenza, insieme alle politiche di chi le declama. Il fallimento delle cose e il fallimento delle parole sono un po’ la stessa cosa. Lo sapevamo già, ma al poeta del Nazareno piace ripeterlo all’infinito.

gio
9
nov 17

Merchandising per chi non è mai stato renziano. Si diventa ricchi (o quasi)

Fatto091117Io ve lo dico: se ci mettiamo a vendere le spillette con scritto “Mai stato renziano” facciamo i soldi. Fate conto di metterle allo stesso prezzo delle primarie, due euro l’una, e sono cifre importanti, abbastanza per avviare un percorso imprenditoriale basato sulla cessione beni e servizi per chi vuole derenzizzarsi. Ecco i principali servizi offerti dalla nostra azienda.

Tweet predatati. Può capitare che qualcuno chieda prove provate del vostro non essere mai stati renziani. Di solito in questi casi si esibisce un tweet del 2014, o un post del 2015, si cita una vecchia battuta sulla Leopolda. Se non siete in possesso di pezze d’appoggio, la nostra azienda vi fornisce tweet e post di Facebook predatati, critici o ironici, con cui accreditarvi. La cancellazione di vostri vecchi tweet inneggianti a “Matteo che vince” è disponibile con un piccolo supplemento. Maggiorazione del dieci per cento per i tweet su “Quanto è brava Maria Elena”.

Renzisti anonimi. Il percorso di recupero personale può essere lungo e faticoso. Oltre alle riunioni, in cui ognuno racconta la sua storia, i motivi che l’hanno portato al renzismo e le ragioni per cui vuole smettere, sono possibili colloqui individuali, nei casi più gravi saranno presenti una suora e un esorcista (tariffa da concordare).

Biglietti del treno. Siamo spiacenti, la nostra azienda risolve molti problemi ma non può fare miracoli. Se siete tra quelli che hanno pensato che il treno di Renzi era una buona idea, le vostre probabilità di recupero e guarigione sono troppo basse, quindi niente rimborso.

Cancellazione selfie. Vi siete fatti un selfie con Renzi? Comparite plaudenti sotto il palco da cui parla? Sono ricordi che un uomo vuole cancellare, e anche una donna. Tecnicamente non è difficile, basta un piccolo fotomontaggio per sostituire le fattezze di Matteo con quelle di chiunque altro, il cicciottello della seconda B, oppure il collega d’ufficio che scrocca troppi caffè alla macchinetta. Qui le tariffe variano: se di quella foto vi siete vantati con gli amici dovremo raggiungerli uno per uno e potrebbe costarvi caro. Non si accettano carte di credito.

La strage dei cugini. Quante volte per sostenere una riforma renzista avete tirato in ballo vostro cugino? “Il jobs atc funziona, perché mio cugino l’hanno assunto!”, oppure “Mio cugino cerca un cameriere e non lo trova!”, o anche: “Il figlio di mio cugino si trova tanto bene con l’alternanza scuola-lavoro!”. Sappiamo che il più delle volte si trattava di cugini immaginari, ma nel caso fossero cugini veri, potrebbero lasciarsi sfuggire che non vi hanno mai detto quelle scemenze. Testimoni pericolosi, insomma. La nostra azienda si propone di eliminarli discretamente, facendolo sembrare un incidente. In questo caso la tariffa è piuttosto alta, ma si può discutere uno sconto-quantità. Supplemento per i cognati.

Certificazioni. Purtroppo la normativa Ue ci obbliga a un complesso sistema di certificazioni. Per fare qualche esempio: il codice Ue34-71-J indica chi ha smesso di essere renziano dopo i tagli alla sanità, mentre Ue61-12-F indica chi ha smesso dopo il referendum sulle trivelle. E’ un lavoro complesso e costoso, ma vi mette al riparo da brutte sorprese future. Disponibili le pergamene da appendere in ufficio con la dicitura “Non più renzista dal…” (Esempio: Non più renzista dal gennaio 2016, “Mps è risanata, ora investire è un affare”, codice Ue57-83.Y). Visitate il nostro negozio di cornici.

Assistenza. Il nostro centralino è sempre in funzione per qualsiasi chiarimento e l’ufficio commerciale valuta sconti per gruppi numerosi di gente che si è sbagliata e sente il bisogno di un percorso di riabilitazione, tipo Confindustria, Rai, gente che scrive su Il Foglio. Sconti e convenzioni con chirurgi plastici per chi “ci ha messo la faccia”.

mar
7
nov 17

In morte di Pietro Cheli, amico gigantesco

CheliQuello che so io di Pietro Cheli non è molto interessante. In ogni caso non come era interessante lui, ma si sa com’è quando uno se ne va: si cercano le parole e vengono fuori solo quelle buone, un po’ di retorica e un po’ di nostalgia. Pietro Cheli non merita queste stupidaggini, lui stesso avrebbe sbottato uno dei suoi tonanti “Belìn, che palle!”.
E’ stato il mio capo al Diario della settimana, quando si andava a “portare il pezzo” anche se lo si era già mandato per mail, così, per fare due chiacchiere di tutto e di niente, e per vedere cos’aveva da dire Pietro. Che era una specie di miniera, un orco buono circondato da pile di libri in ordine precario. Da lì, come dalle cene in cui mangiava come Pantagruel e raccontava come Fo, te ne andavi sempre con una carrettata di aneddoti, racconti che potevano andare dal Genoa alla letteratura, dal pettegolezzo alla critica del testo. Un corpo così pesante e così tanta leggerezza, sembrava un miracolo. E poi, Pietro Cheli sapeva tutto e leggeva tutto, ed era di una curiosità spaventosa: morbido come un piumino – un piumino bello grosso – e anche acuminato come uno scalpello da ghiaccio, mica uno che mediava. Era un enorme fratello tricheco capace di dolcezza e di ironia.
Quando mi chiamò dopo l’uscita del mio primo romanzo, la Canzone, mi fece molti complimenti, ma più che contento ero sollevato: Pietro poteva anche dirti senza problemi che avevi scritto una cagata e, sapendo questo, i suoi complimenti valevano doppio. Poi arrivava alla presentazione con il libro tutto pieno di appunti, segni a matita, sottolineature, segni di pagina: “L’avevo già letto, ma l’ho riletto stanotte”. Gli erano piaciuti anche gli altri (“Belìn, quanto scrivi!”), e io avevo sempre la sensazione di essermi sottoposto a una specie di benedizione: se Pietro Cheli dice che va bene, allora va bene, e comunque non metteva conto parlarne, perché era già passato ad altro, altri aneddoti, altre storie, altri libri letti, dischi o concerti sentiti. Ecco, io me lo ricordo così, un fiume in piena che ti contagiava con tutto quello che aveva contagiato lui. Ora fa male pensarlo. Fa male pensare ad Alba, amica trentennale, sister in rock dai vecchi tempi de l’Unità, che rimane senza il suo Pietro. Come tutti noi, ma lei di più, e un abbraccio come quello – così gigantesco – deve mancare in modo intollerabile.

sab
4
nov 17

Una vita a zig zag tra spogliarelliste, luci di San Siro e puntate sui cavalli

E’ uscito (Quodlibet edizioni) Sportivo sarà lei, una raccolta di scritti, appunti, racconti eccetera di Beppe Viola. Qui la recensione su Tutto Libri de La Stampa

viola coverScrivere di Beppe Viola è un po’ complicato, perché alla fine ti tocca scrivere di quelli che fanno gli spiritosi, di quelli che si venderebbero la casa per una buona battuta e anche di quelli (lui) che sapevano guardare il mondo come se fosse quello che è: un posto di matti. Così questo “Sportivo sarà lei” edito da Quodlibet (che un paio d’anni fa aveva ristampato “Vite vere compressa la mia”, un classico di Viola) sembra una trappola, che ti tira dentro, ti risucchia nella nostalgia canaglia.
Va bene, leviamoci il pensiero: Milano non è più quella Milano là. Non c’è più Jannacci, né il Derby, né Dario Fo, non c’è più nemmeno la nebbia, i calciatori sono pettinati da pirla e nessuno di loro si presterebbe a fare un’intervista in tram. Eccetera eccetera. Però bisogna anche dire che parlare di Beppe Viola con il registro della nostalgia non va bene per niente, è troppo facile e soprattutto gli fa un torto grande: di Beppe Viola, oggi non bisogna invidiare quello che vedeva, ma come sapeva vederlo. Insomma, non il panorama, ma gli occhiali.
Diviso in capitoletti agili, il libro somiglia all’autore: un po’ di qua e un po’ di là, mai fermo un momento, un po’ (un po’ tanto) cronista sportivo, un po’ cabarettista, un po’ poeta a suo modo, con quel tanto di romanticismo che ci mette uno quando va alle corse dei cavalli e torna a casa con le tasche vuote – ma è stato bello lo stesso. Articoli pubblicati e non, racconti lasciati nei cassetti, pezzi di vita, di Milano, lezioni di biliardo, strofe scartate da Quelli che, calcio e altri sport sparpagliati, pillole di scrittura sopraffina: “C’ho via una gamba da quando ho fermato il tram in viale Porpora. Il pallone però l’ho salvato anche se adesso non mi serve”. Per dire – ma è solo un esempio tra mille – della poetica dei desperados à la Jannacci.
C’è da ridere, insomma, ma con quel ghigno che dice che non c’è niente da ridere, e si ride lo stesso.
Bella l’introduzione della figlia Marina Viola (che ha scritto anche un bel libro su papà, “Mio padre è stato anche Beppe Viola”, Feltrinelli, 2013), bella, commovente, la postfazione di Giorgio Terruzzi, che di Viola fu tanto complice da volergli bene come a un padre, e buona anche la divagazione di Marco Pastonesi sul giornalismo, o su come lo intendeva Beppe. Però, alla fine, il libro è tutto suo, del Beppe Viola, o meglio della sua cosmogonia milanese, quando non si era ancora così colti e snob da chiamare “situazionista” uno che lavorava alla Domenica Sportiva, ma trovava il modo di scrivere tanto, e bene, dalle canzoni alle sceneggiature, dalle cronache ai racconti, anche se si capisce che preferiva l’ippodromo, e quindi scriveva molto anche di cavalli e del vero motivo per cui esistono i cavalli: quelli che ci scommettono sopra.
Lette le duecentotrenta e passa pagine, riso il giusto, ricordato il giusto, percorso in lungo e in largo il mondo dall’ufficio 341 della Rai di Milano (dove capitava di incontrare “vecchi amici, ex collaboratori Rai, compagni di scuola, pittori illustri, aspiranti giornalisti, comparse della Tv, uscieri, reduci del ’15-’18, spogliarelliste e via dicendo”),  fino a San Siro, inteso come stadio, o fino all’epica di via Lomellina, quello che rimane è lo stupore. Stupore dello stupirsi di niente, delle vite normali, della fauna che ci circonda e che si permette di avere una vita sua. Storie di uomini che non prendono niente sul serio e per i quali – quindi – è tutto maledettamente importante.
E dunque quello che ci lascia Beppe Viola – anche in questi scritti raccolti come reliquie dagli amici – è una sopraffina capacità di vedere l’umano, di capirlo e di riderne, e non c’è dubbio che Viola – morto a 42 anni nell’82 – lo faceva senza dissociarsene, anzi mischiandosi volentieri ai suoi mille e mille personaggi e diventando uno di loro. Del resto, a uno che quando la figlia fa una scemenza a scuola manda l’amico Jannacci a parlare col preside non si può chiedere di meno. E quanto ai bilanci, lasciamo perdere: “Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo” basta e avanza, perché tra il magone e lo sghignazzo la distanza è brevissima, e lui la percorreva tutta, di corsa.

mer
1
nov 17

Torto marcio a BookCity e altre presentazioni qui e là (in novembre)

C4KQ8yzXUAoc3EmTorto marcio è uscito quasi un anno fa (era gennaio), ne ho parlato ovunque in lungo e in largo, è sempre un piacere incontrare i lettori. Ecco le ultime presentazioni… in zona Milano (anche a Book City) e fuori. Insomma, chi vuole… ci vediamo lì.

 

ASTI – Sabato 11, ore 18 – Fuori luogo, piazzale G. Pasta
OPERA – Lunedì 13, ore 21 – Biblioteca di Opera, via Gramsci 21
MILANO – BOOKCITY – Sabato 18. Ore 16.30 – Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6
CERNUSCO SUL NAVIGLIO – Sabato 18, ore 21 – Villa Fiorita, via Miglioli angolo via Gobetti
MILANO – FONDAZIONE PIRELLI – Lunedì 20. Ore 18.30 – Viale Piero e Alberto Pirelli 25

mer
1
nov 17

Ecco la legge di Bilancio: “Tenga, buonuomo, si faccia una birretta”

Fatto011117L’etimologia non è chiarissima, quindi da dove arrivi la parola “mancia” non lo sappiamo esattamente. Però è affascinante una delle ipotesi: era la manica del vestito che la dama donava, si suppone con sorridente leggiadria, al cavaliere vincitore del torneo, una cosa che fa tanto Medio Evo, tavola rotonda, amor cortese e legge di stabilità italiana ai tempi dei bonus.

La teoria economica renzista – che si condensa nella formula “tenga, buonuomo, si faccia una birretta” – si dispiega in tutta la sua potenza nella legge di bilancio in discussione in questi giorni: non c’è categoria, ordine, gruppo, settore, sottosettore, arte minore, che non sia oggetto di piccole regalie, bonus, piccole o grandi detrazioni. E’ una specie di fiera di paese in cui si dona qualcosa a qualcuno, tutto a termine e a scadenza: gli ottanta euro anche a chi è un po’ più ricco – e questo per non toglierli a chi ha avuto un aumento atteso da secoli, come gli statali – gli sconti contributivi a chi assume gente sotto i 35 anni, poi sotto i 30, però in certe regioni di più, in altre di meno. I pendolari potranno scaricare dall’imponibile il costo dell’abbonamento al treno. Che è come dire: ok, amico, viaggi su un carro bestiame che arriva in ritardo, ma ti offro il caffè. Chi si fa il giardino pensile avrà delle detrazioni (giuro).

Sì, in effetti c’è qualcosa di medievale. E già si immaginano al lavoro i solerti compositori di bonus: se assumi un diciottenne dell’alternanza scuola-lavoro in Molise per fargli fare il giardino aziendale, praticamente ti coprono d’oro, è come vincere al Lotto.

Quindi diciamo che – nel paese europeo con i salari più bassi e la più alta età pensionabile – la legge finanziaria è una specie di patchwork di pezze messe su un tessuto liso. I giovani non lavorano? Ecco un regalo alle aziende se ne assumono un po’, o almeno si spera, sapendo che smetteranno appena cessa il bonus, come Jobs act insegna. I millennials ci schifano? Ecco il bonus per quelli che compiono diciott’anni, indiscriminatamente, con buona pace della lotta alle diseguaglianze. Tutto con la scritta ben evidente: “Scade tra un anno, al massimo due”. Per chi fosse interessato e possedesse una squadra di calcio, c’è la prebenda anche per chi fa giocare i calciatori del vivaio, per dire. Insomma, un po’ di mance, bonus, gentili omaggi, aiutini, ma poca roba, alla fine. Per i poveri veri, per esempio, ci sono un po’ di briciole, (più o meno mezzo miliardo), verniciati con la scritta “coesione sociale” (ahahah!), ma in compenso spendiamo quasi sedici miliardi per non fare aumentare l’Iva. E’ un buon prezzo, se si pensa che dovremo beccarci anche la narrazione spocchiosa dell’ “abbiamo diminuito le tasse”, cioè abbiamo pagato tasse per non aumentare le tasse, che è un po’ come il rapinatore volesse una medaglia perché non spara agli ostaggi.

Ora assisteremo alla battaglia degli emendamenti, delle modifiche, degli aggiustamenti, una specie di mercato rionale in cui lobby grandi e piccole lavoreranno per ampliare la loro mancia, e ridurla a qualcun altro: successi e sconfitte del grande suk saranno sbandierati in campagna elettorale. “Ehi! Abbiamo concesso detrazioni alle vecchiette con un barboncino bianco!”, oppure: “Mai così tanti idraulici biondi sotto i ventinove anni assunti grazie alle nostre politiche!”. Tutta fuffa, naturalmente, l’anno prossimo ricomincerà la rumba: bisognerà spendere ancora molti miliardi per non far aumentare l’Iva e resteranno le briciole (quasi tutto a deficit, ovvio) per mettere le solite pezze, distribuire un po’ di soldi a pioggia – soprattutto alle imprese – a seconda delle convenienze, dei sondaggi o delle varie emergenze. Poi, quando qualcuno chiederà riforme strutturali o un vero intervento economico gli si dirà: “Ma come! Se ti ho appena dato la mancia!”

mer
25
ott 17

La Lega Nord a tre teste (non proprio allineate) e il solito Pd camaleonte

Fatto251017Quindi il Veneto ai veneti, va bene. I soldi del Veneto restino in Veneto, ok. E lo decidono i veneti, che è abbastanza comodo. E’ come riunire la famiglia e dire: basta, ora i soldi che guadagniamo li teniamo qui, nonno vai tu a dirlo all’Agenzia delle Entrate! Parliamo di tanti soldi, per inciso, più o meno quindici miliardi (il solo Veneto), che è poi quello che spendiamo ogni anno per non fare aumentare l’Iva a orologeria piazzata da Renzi sotto il culo di ogni governo da qui a qualche anno. Per la Lombardia siamo più o meno al doppio: 30 miliardi (anche se Maroni dice 50, punto, punto e virgola, due punti a capo, fa’ vede’ che abbondiamo!). Naturalmente è una semplificazione, perché di mezzo ci sta la Costituzione, poi le leggi, i rapporti di forza, la politica, eccetera eccetera, ma insomma, è probabile che molti che sono andati a votare – o a cliccare su un tablet, disastro – si siano figurati le Dolomiti finalmente placcate oro o le Rolls Royce in car sharing a Cernusco Lombardone. E vabbé.

In ogni caso, delle deleghe, del grado di autonomia del lombardo-veneto, del “padroni a casa nostra” (intanto i padroni veri ridono) si parlerà più avanti, non certo ora con un governo in fase terminale, aggrappato ai voti di Verdini come ai tubi dell’ossigeno, che deve portare a casa la legge elettorale. No, per ora si vedono solo gli effetti collaterali, e cioè tre Leghe Nord diverse, come se qualcuno avesse bagnato i Gremlins dopo mezzanotte e quelli si sa che – plop – si moltiplicano.

Dunque c’è la Lega di Zaia, che si scopre uomo operativo e deciso, tanto che qualcuno lo indica come anello di congiunzione elettorale tra la scimmia e il miliardario, cioè tra Salvini e Silvio. Però più che fare la battaglia della Lega, Zaia fa la battaglia del Veneto, e butta lì la sua proposta (Veneto regione autonona) senza nemmeno parlarne con Maroni, che infatti fa la faccia della mucca che vede passare il treno. Diciamolo: tra i due vincitori, Maroni è quello che sembra il fratello scemo: meno affluenza, scrutatori con le flebo fino alle quattro del mattino, risultati col lanternino, mentre in Veneto votavano con il vecchio metodo. Lo strabiliante digitale lombardo, battuto dall’analogico Veneto. Che oltretutto, e suona come uno sberleffo, prende delle decisioni senza dirgli niente. La Lega di Zaia, insomma, sembra vincente sulla Lega di Maroni. Anche perché Zaia riceve offerte da Roma e dice “resto qui”, mentre a Maroni non offre niente nessuno e deve dire “speriamo che resto qui”.

Poi c’è la terza Lega, che è quella di Salvini, prevalga la pietà. Il ragazzo, impegnato nel difficile salto carpiato di prendere voti al centro e al sud pur chiamandosi Lega Nord, dovrà andare a Napoli, a Palermo, a Bari, a Roma, a dire che no, cari, non è come sembra, posso spiegarvi… Insomma, un po’ difficile, e quindi si continuerà sulla stessa strada: Salvini sempre in tivù che fa la propaganda della Lega (gli stranieri nei ristoranti stellati e gli italiani alla Caritas, la solita solfa), e le regioni del nord che fanno la vera politica della Lega, quella dei soldi e dei poteri.

Siccome si parla spesso delle liti a sinistra, che sono il grande romanzo tragicomico del paese da almeno un trentennio, si metta almeno agli atti che a destra non sono poi così uniti. C’è Silvio, eterno revenant come in una fiction sugli zombi a New Orleans, due o tre Leghe Nord, un po’ di patrioti del “quando c’era lui”, i sovranisti antieuropeisti, ma anche il presidente del parlamento europeo. Un bel casino, insomma, anche tenuto conto che andranno quasi certamente a governare con quel che resta del Pd che nel frattempo, anche sul referendum (vero o presunto) del nord non ci ha capito niente: come mettere un camaleonte su una tela scozzese, si confonde un po’, poveretto.

mer
18
ott 17

Fiori, cene, posti in lista: il cavalier Matteo torna dall’amata (?) sinistra

Fatto181017Ora che per sapere dove si trova Matteo Renzi basta consultare l’orario dei treni, è forse il momento di fare il punto sulla situazione sentimentale del nostro eroe, impegnato in questi giorni in una faticosa riconquista. Siamo a un passo dal canto medievale, con il principe che corre lancia in resta alla riconquista dell’amata (la smorfiosa principessina Sinistra), sempre che l’amata dimentichi tutti gli schiaffoni ricevuti, di essere stata rinchiusa nella torre, di essere stata derisa e umiliata davanti alla corte, periodicamente abbandonata, tradita con Verdini, e altro ancora.

Del resto, inventarsi una legge elettorale che premia le coalizioni senza avere nessuno con cui coalizzarsi denota un certo sprezzo del pericolo, tipico di certi cavalieri delle fiabe, per cui recuperare la sinistra diventa una specie di mossa obbligata: l’amata non è amata per niente, anzi al nostro eroe sta parecchio sulle palle, ma bisogna riconquistarla lo stesso. “Cambio di strategia”, “indubbiamente una svolta”, ci dice il Corriere della Sera annunciando la nuova Chanson de Matteo. Ecco alcuni consigli, e le cose che possono andare storte.

Mandare fiori. E’ una mossa scontata ma fa sempre piacere. Purtroppo le reazioni non sono univoche. D’Alema è allergico, Bersani dice “Non fiori ma opere di bene, tipo togliere il ticket sulla sanità”, Civati fa un convegno coi verdi sulla floricoltura. Sul bigliettino ci doveva essere scritto, “Cara, vediamoci, parliamo”, invece l’ha scritto Ernesto Carbone e insieme alle rose è arrivato: “Ciaone”. Pensarne un’altra, subito!

L’invito a cena. Cosa c’è di meglio che parlarsi guardandosi negli occhi? Peccato che alla cena di riconciliazione, Matteo stia tutto il tempo attaccato al cellulare cercando citazioni colte per far colpo. Dopo aver citato De Maistre, il film Dunkirk, Recalcati, Tom & Gerry, Obama e Rita Pavone se ne andrà dimenticandosi di pagare il conto. Dannazione! Ritentare!

Il week end a Parigi. Quella che rimane l’arma fine-di-mondo della riconquista amorosa va maneggiata con cura. Andiamo, chi non cederebbe a un fascinoso fiorentino passeggiando sul lungosenna, mano nella mano tra le viuzze romantiche del quartiere latino? “Ah, proprio vicino a dove insegna Enrico Letta!”, dice Bersani, e così scappa tutta la poesia. Ognuno torna nel suo albergo, solo e triste. Provarne un’altra, subito!

Posti in lista. Più dei fiori, più dei gioielli, ecco un omaggio che dovrebbe funzionare. Una manciata di posti in lista per l’amata che fa la preziosa e non vuole tornare. Del resto dopo aver piazzato i fedelissimi, i millenials offerti da un’agenzia specializzata, gli yesmen, Veltroni perché è andato al compleanno, soci e amici, qualche posto per la sinistra in collegi in cui si perde di sicuro si troverà. E’ come regalare vetri di bottiglia in una scatoletta con scritto Tiffany, ma magari qualcuno ci casca.

Se no vince la destra. Secondo alcuni esperti, è la frase amorosa che funziona meglio, anche più di “Ti ho sempre amato” e “Per me esisti solo tu”. Siamo alla fase “in ginocchio” della riconquista amorosa, quando il nostro eroe passa all’implorazione ed evoca scenari apocalittici: se l’amata non tornerà con il principe vinceranno le forze del Male, cioè quelle che hanno votato con lui il Rosatellum. Matteo si è pure portato il discorsetto scritto su “Se non torni con me vince la destra”, ma mentre lo estraeva dal portafoglio gli è caduta sul tavolo la foto di lui abbracciato a Marchionne. Che disdetta! Pensarne un’altra, subito!

Potrei non fare il premier. E’ l’ultimo stadio dell’amor cortese: l’amoroso si annulla per amore dell’amata. “Se tu torni a casa, io smetto di fare il candidato premier”, è un po’ come Lancillotto che vende il cavallo: non ci crede nessuno, ma fa molta scena e commuove il pubblico più sensibile.

mer
11
ott 17

Esclusivo: ecco a voi l’agenda con le prossime mediazioni di Pisapia

Fatto111017L’abilità di Giuliano Pisapia come mediatore è ormai nota nel mondo e oggetto di grande ammirazione. Al termine di una complessa operazione di intelligence, Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con il mago Otelma e Belfagor, sono in grado di anticipare le prossime mosse di Pisapia, volte a portare pace e stabilità sul pianeta.

13 ottobre. Pisapia riunisce Spagna e Catalogna. Trasportato in una località segreta con un furgone della Guardia Civil, Giuliano Pisapia ha messo in campo le sue doti di mediatore nella grave crisi spagnola. L’incontro è iniziato alle 14. Alle 15.30 l’Andalusia ha proclamato l’indipendenza, alle 16 le Asturie hanno fondato un impero e Alicante ha chiesto l’annessione all’Honduras. L’incontro si è concluso cordialmente, e Pisapia è stato subito riaccompagnato al confine e ringraziato del suo generoso tentativo.

17 ottobre. Pisapia si offre all’Atalanta come mediatore tra reparti, nel ruolo di trequartista. Malumore tra i tifosi. Sette giocatori chiedono asilo politico al Milan, si dimette l’allenatore. Pisapia ringrazia della disponibilità al dialogo e si allontana velocemente.

26 ottobre. Pisapia risolve il caso Cesare Battisti. Grazie alla mediazione di Giuliano Pisapia l’annosa questione dell’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile è risolta: lui verrà estradato e Pisapia andrà in Brasile. Favorevoli Pd, Mdp, Si, Calenda e suo cugino, quel che resta dei montiani, i verdiniani incensurati e tutti gli altri. Contrario Pisapia, che ci ripensa e ritira l’offerta.

30 ottobre. Chiamato dai vicini a notte fonda in un bilocale della Bovisa, a Milano, Giuliano Pisapia ha mediato fino all’alba in una lite tra coniugi, cercando di avvicinare le posizioni e di evitare che si passasse alle vie di fatto. Grazie alla sua mediazione, la lite si è sviluppata in tutto il palazzo per poi propagarsi nel quartiere, con saccheggi e incendi. Tutti hanno lodato il generoso tentativo di Pisapia, ma lo hanno pregato di allontanarsi.

3 novembre. Pisapia si offre al Pd per mediare con gli elettori del Pd. Un generoso tentativo rimasto inascoltato.

4 novembre. Pisapia interviene nella vertenza Ilva proponendo una mediazione di buon senso. Invece che quattromila esuberi e diecimila lavoratori pagati meno, suggerisce diecimila esuberi e quattromila lavoratori pagati meno. Al termine della trattativa lascia Taranto nottetempo, travestito da donna, nel bagagliaio di un’auto.

5 novembre. Congresso: pandoro o panettone in vista del Santo Natale? Giuliano Pisapia si offre come mediatore nella storica faida che divide le famiglie italiane.

10 novembre. Pisapia si offre a Mdp per mediare con gli elettori di Mdp. Un generoso tentativo ancora da valutare.

12 novembre. Pisapia e la crisi coreana. Forte della sua fama nella composizione dei conflitti, Giuliano Pisapia si è offerto di mediare tra Donald Trump e Kim Jong-un, proponendosi per colloqui di distensione. Semplice il piano di lavoro: i coreani potranno tenersi le atomiche ma dovranno diventare americani e dimostrarlo nel modo più lampante: sparandosi addosso spesso tra loro. Prime reazioni: la Corea ha lanciato seicento missili in mare e il Pentagono ha spostato tre portaerei nel golfo di Laigueglia. Pisapia è tornato in Italia, lodato per il generoso tentativo.

20 novembre. Pisapia si offre come mediatore tra tutti i giornali che insultano D’Alema e gli altri giornali, quelli che insultano D’Alema. Per una volta la mediazione riesce.

26 novembre. Il governo Messicano e i narcos firmano finalmente un comunicato congiunto: chiedono a  Giuliano Pisapia di rinunciare alla sua pur generosa opera di mediazione nella guerra che insanguina il paese per non peggiorare la situazione.

30 novembre. Avviata la mediazione di Giuliano Pisapia con gli elettori di Pisapia: dalle 15 alle 15.10 ha telefonato a tutti.

mer
4
ott 17

Scegliete il vostro posto sul treno della precarietà: ce n’è per tutti – La recensione del libro di Marta Fana

pezzofanaNel paese dell’emerganza-lavoro solenne e costante, di lavoro si parla poco, e soprattutto male. Ognuno di noi è abituato al balletto delle cifre ogni volta che esce un dato Istat, una sberla Ocse, una previsione sballata. Sotto – sotto la coltre fumosa dello snocciolamento quotidiano di parole e propaganda – c’è il baratro, cioè la condizione del lavoro oggi in Italia. Marta Fana, giovane dottore di ricerca in economia a Science Po, a Parigi (la leggete ogni tanto anche su questo giornale) si mette a scavare lì dentro. L’avevamo conosciuta come puntuta scrutatrice di cifre, allorché – col Jobs act operativo da pochi mesi – il ministro del lavoro Poletti aveva sparato cifre paradossali, lei le aveva pubblicamente smentite, e dal ministero arrivarono balbettanti richieste di perdono.

Ma qui Fana fa un’altra cosa, ci racconta quel che del lavoro non si dice quasi mai: non solo i suoi numeri, già deprimenti, ma la sua qualità, anzi la sua perdita di qualità. Esce in questi giorni Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza), e il titolo dice la tesi. Ma è la sua dimostrazione che lascia basiti. Perché Fana mette in fila tutti i vagoni di un trenino che corre velocissimo – da decenni – verso l’impoverimento del lavoro: un preciso, costante e lucidissimo disegno di proletarizzazione dei lavoratori italiani. Deregolamentazioni, esternalizzazioni, privatizzazioni di servizi, perfetta aderenza del lavoro precario alle esigenze contingenti delle imprese, ricatti, rimodulazioni al ribasso dei contratti. Dai modernissimi stabilimenti di Marchionne, con Renzi in gita scolastica, alla fabbrichetta piccola o piccolissima. Fino al lavoro gratis. Fino al grottesco, gogoliano paradosso dei lavoratori della Biblioteca Nazionale di Roma, che, pagati in rimborsi spese, racimolano scontrini al bar per avere i loro quattrocento euro di non-salario. Fana ci mostra che dietro le legislazioni, i commi, le riforme cantate con enfasi epica, ci sono le storie e le vite. C’è Chiara col contratto da cassiera all’ipermercato che dopo il turno deve pulire i cessi, e lo fa per tenersi il lavoro. C’è l’inferno del settore della logistica che contrappone i diritti del consumatore (l’ho ordinato oggi e lo voglio domani!) a quelli del lavoratore sempre più strizzato da contratti prendere-o-lasciare.unnamed

Chiunque legga questo libro può scegliere in quale vagone del trenino accomodarsi: quello del lavoro a chiamata, quello degli straordinari non pagati, del demansionamento, del ricatto contrattuale, delle cooperative aperte e chiuse per dribblare le leggi. Il massimo ribasso è l’unica carta che vince e a ribassare sono salari e diritti. Se cercate paradossi e anime morte siete nel posto giusto, fino all’assurdo: il grande call center Almaviva che trasloca in Romania e licenzia in Italia, ma continua a vincere commesse pubbliche.

Detto così sembra uno stillicidio, ma visto il disegno complessivo – anche per la scorrevolezza e l’ordine con cui l’autrice mette in fila numeri ed esempi – è chiaro che si tratta di una strategia. Un assalto del capitale alla dignità del lavoro, dove i governi, tutti, e gli ultimi più di tutti, hanno tifato per una parte (le aziende); da un lato caricandole di soldi, sgravi fiscali, regali, sanatorie, dall’altro sgravandole di doveri e obblighi.

Corre più o meno il ventennale di quel governo Prodi (1995-98, ministro del lavoro Treu) che per primo parlò di flessibilità. In vent’anni quella parola si è gonfiata in modo abnorme, e la discesa agli inferi del lavoro è stata sempre più veloce.

I famosi voucher, sperimentati nel 2008 “nell’ambito dell’esecuzione di vendemmie di breve durata” (ahahah, ndr) sono stati progressivamente liberalizzati per ogni sorta di occupazione fino al record (regnanti Renzi e Poletti) di 69 milioni. Niente male per una vendemmia di breve durata. Poi, tranquilli, se il voucher zoppica o viene ridimensionato, ecco che aumenta il lavoro a chiamata, perché le modalità di flessibilizzazione e di scippo dei diritti sono infinite, loro sì, flessibilissime.

Non è (solo) un libro per economisti, questo combattivo pamphlet di Marta Fana, ma un libro per lavoratori. Nel paese che cita il lavoro nel primo articolo della sua Costituzione, il canto costante è che il lavoro “non c’è”. Però è lo stesso posto dove si chiede e si impone di lavorare gratis: stages, simil-volontariato, alternanza scuola-lavoro, per cui le cifre della disoccupazione fanno tremare le vene ai polsi, ma il panino all’autogrill magari te lo scalda uno studente dell’istituto tecnico, qualche stipendio risparmiato per l’azienda he lo “ospita”. Il tutto con spaventevoli ricadute culturali, ovvio, sul lavoro come merce degradata e degradabile, una svalutazione professionale e umana che riguarda tutti. Una fotografia, insomma, lo stato dell’arte qui e ora, dove la parola “sacrifici” risuona instancabile da Lama alla Fornero, da Berlusconi a Renzi nella vera continuità politica del paese: quella di umiliare il lavoro.

mer
4
ott 17

Poletti e i ritmi circadiani dei lavoratori italiani: aritmie e pance vuote

fatto041017Nel congratularsi con i tre vincitori del Nobel per la medicina che hanno scoperto il gene dei ritmi circadiani del nostro corpo (Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael Young), corre l’obbligo di segnalare una grande dimenticanza dell’Accademia svedese. Un altro grande scienziato che ha studiato i tempi di vita degli umani, purtroppo non premiato, è Giuliano Poletti, ministro del lavoro in Italia, famoso per le sue sperimentazioni sull’armonia dei ritmi di vita. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’università di Tubinga, ha analizzato i suoi esperimenti su un grande campione di cavie umane. Insomma, i ritmi circadiani di un giovane lavoratore italiano nell’era della grande flessibilità. Ecco i risultati.

Ore 6.45. Aumento della pressione sanguigna. Colazione. Fine della secrezione della melatonina. Primo lavoretto, pagato in voucher. Ma l’autobus non arriva. Motorino. Si alza o si abbassa la temperatura corporea (secondo stagione). Riflessi in ripresa, per fortuna.

Ore 9. Massiccia ma inutile secrezione di testosterone: il nostro soggetto è fermo a un semaforo mentre corre contando i secondi dal lavoretto numero uno (voucher) al lavoretto numero due (lavoro a chiamata), così tiene lontani i pensieri licenziosi.

Ore 11.30. Massima vigilanza di sinapsi e cellule cerebrali. Il nostro soggetto cerca di non farsi affibbiare tre ore in più di straordinari non pagati. Sono attimi di massima attenzione unita ad acuta consapevolezza: se non stai attento, qui ti salta il terzo lavoretto e i ritmi circadiani di tutto il mese, specie l’affitto, possono collassare.

Ore 14-15. E’ il momento della giornata in cui sono ai livelli massimi coordinazione e velocità di reazione, situazione perfetta per il cottimo (terzo lavoretto) misurato da una app che segnala il tuo rendimento a un algoritmo, che telefona al capo della start-up, che ti fa il culo.

Ore 17. Intervallo di massima efficienza cardiovascolare, molto utile quando il nostro soggetto apprende che la cooperativa che lo aveva assunto per il quarto lavoretto si è sciolta, ne è nata un’altra, e lui verrà pagato meno. Un simile avvenimento alle quattro del mattino (minima temperatura corporea) potrebbe arrecare danni al sistema nervoso, ma nel pomeriggio il soggetto può sopravvivere. Cioè, speriamo, perché deve correre al lavoretto successivo.

Ore 19. Perfetta efficienza del sistema e massima pressione sanguigna. E’ un peccato, perché il nostro soggetto scopre che il suo incarico (pagato in nero) è ora svolto da uno studente in alternanza scuola-lavoro costretto a farlo gratis e non, come lui, a due euro all’ora. Rischio di scompensi cardio-circolatori nei soggetti più fragili. Rischio di sbalzi d’umore (sindrome depressiva) quando il soggetto pensa alla sua laurea.

Ore 21. Lucidità moderata, inizio del rallentamento del ritmo circadiano. Il nostro soggetto può dedicarsi finalmente al suo hobby: consegnare pasti caldi a clienti che hanno ordinato con una app, pagato come un portatore aborigeno del 1700, ma in bicicletta. E’ il momento della giornata in cui l’orologio biologico suggerisce il relax e la preparazione al sonno, ma suggerisce anche di sperare in buone mance, perché senza quelle la retribuzione sarebbe ridicola.

Ore 24. Casa. Divano. Massima secrezione di melatonina e sonno, ma ancora qualche attività cerebrale. Il nostro soggetto valuta le prestazioni circadiane della giornata (26 euro e quaranta, più le mance) garantite dal perfetto funzionamento del suo orologio biologico, ma soprattutto della sveglia, che domani mattina suona alle sei e mezza. E’ il momento dell’abbassamento delle pulsazioni e del calo della consapevolezza. Peccato, perché addormentandosi come un sasso, il nostro soggetto non può leggere gli allarmati editoriali sulla tragedia degli italiani che non fanno più figli.

mer
27
set 17

Ma guarda che strano: la Germania non è poi un paradiso terrestre

fatto270917Naturalmente della Germania non sappiamo niente. Anzi sì, sappiamo la vulgata tradizionale, la narrazione corrente, il luogocomunismo (unico comunismo rimasto sul pianeta) per cui quando pensano o nominano la Germania, politici e commentatori di qui impastano un semilavorato di invidia e ammirazione: eh, però la Germania! Ora che la famosa Germania si scopre un po’ fascista, con l’estrema destra al tredici per cento e alcuni simpatizzanti del Terzo Reich che entrano in parlamento, comincia ad affiorare qualche brandello di realtà.

Raccontata solitamente come poderosa locomotiva, dove gli operai siedono nel Cda delle grandi imprese, ed efficienza e ordine tirano tutto il carro, la Germania si scopre oggi – colpo di scena – un po’ meno gloriosa. Impazzano i mini-jobs, un trucchetto che pare italiano per contare come occupati anche quelli che portano a casa due euro, per dirne una. Risultato: regnante la signora Merkel, la disoccupazione è scesa (dall’11 al 4 per cento), ma sono aumentati i lavoratori tedeschi che vivono in povertà (dall’11 al 17), il che significa che si è svalutato il lavoro, né più e né meno che negli altri grandi paesi europei (qui facciamo malamente eccezione: la povertà aumenta, ma la disoccupazione non cala). In queste condizioni è abbastanza facile prendere il povero, scontento e incazzato tedesco, mostrargli un immigrato e dire che è colpa sua. E’ un trucchetto vecchio come il mondo, che in Germania conoscono bene.  Si aggiunga che nei posti dove AfD ha vinto di più, soprattutto a est, gli immigrati non ci sono, ma abbondano altri problemi che sono quelli di un sistema economico che “ottimizza” il suo funzionamento schiacciando verso il basso milioni di cittadini: i poveri più poveri, il ceto medio spaventato e sempre sull’orlo di diventare povero pure lui.

I fascisti-rivelazione delle elezioni tedesche sbandierano lo slogan “Prima i tedeschi”, che fa scopa con il “Prima gli italiani” di Salvini e fascistume nostrano, che fa briscola con “La Francia ai francesi” della signora Le Pen. In pratica si dice al povero tedesco che se è povero è colpa di uno più povero di lui che va lì, e non di un sistema che permette al dieci per cento di tedeschi di possedere il 59 per cento della ricchezza: la Germania è leader europea anche nella diseguaglianza sociale.

A fronte del fatto che non si riesce a redistribuire decentemente la ricchezza, si indicano come nemici quelli che di ricchezza non ne hanno. E del resto negli ultimi dieci anni in Europa i lavoratori poveri (occupati ma sotto la soglia di povertà) sono aumentati ovunque. Le forze politiche tradizionali (centro, centrosinistra, larghe intese, Grosse Coalitionen) da Parigi a Berlino, da Roma a Madrid, hanno tutte più o meno agevolato questa ottimizzazione liberista a scapito dei loro cittadini. E non a vantaggio dei poveri migranti, ma della rendita, dei grandi capitali, delle grandi aziende, della finanza. Insomma, “Prima i tedeschi” andrebbe detto a quei pochi tedeschi che sono diventati molto ricchi a scapito di moltissimi tedeschi che sono diventati più poveri. E lo stesso vale per chi dice “prima gli italiani”, ovviamente.

Tutto questo sembra un poker col morto. C’è chi vince (il capitale), c’è chi perde (il lavoro) e c’è il morto, che sarebbe la sinistra, ormai inadatta al suo ruolo storico: o lo recupera mettendosi sul serio dalla parte del lavoro, o diventa, come pare oggi, solo un grande equivoco semantico. Dire “sono di sinistra” e fare politiche di destra che aumentano le diseguaglianze – qui siamo maestri – apre le porte al peggio. Poi, come in Francia, bisogna scegliere il meno peggio: le politiche sociali ed economiche delle Merkel, dei Renzi, dei Macron creano fascismo, e ci diranno che bisogna votare le Merkel, i Renzi e i Macron sennò arriva il fascismo.

gio
21
set 17

Cazzullo al Tg1: i figli so’ piezz’e marchetta

FattoCazzullo210917-3Diciamolo: siamo abbastanza uomini di mondo da non scandalizzarci per una marchetta del Tg1. Da che mondo è mondo, e da che Rai è Rai, non si lesinano certo favori ad amici, famigli e colleghi, quindi che nel primo notiziario pubblico trovi posto un servizio sul nuovo libro di Aldo Cazzullo, (5.480.576 spettatori: uno spot sarebbe costato milioni), vabbé… Ma la marchetta cazzullesca al Tg1 dell’altra sera aveva del prodigioso, e la segnaliamo perché potrebbe aprire una nuova frontiera.

Ebbene sì, Cazzullo ha scritto un fondamentale saggio sui giovani che guardano il cellulare a tavola (e a scuola, e ovunque), e l’ha scritto coi suoi figli, che già sarebbe materia per Telefono Azzurro. Poi, non contento dei paginoni del Corriere scritti a sei mani coi pargoli, è andato in scena al Tg di mister Orfeo, sempre coi ragazzi. Lui a dispensare le sue massime da fila alla posta (“Non si parla più a tavola”, signora mia!), e loro, poveretti, a ribattere, felici come adolescenti rapiti da Boko Haram, con una faccia che diceva: scusatelo, è un vecchio lagnoso, ma non è cattivo. A ravvivare il teatrino, le scritte in sovrimpressione: i messaggi whatsapp dei ragazzi, in modo che anche lo spettatore del Tg1, (età media128 anni) potesse cogliere la vertiginosa profondità del discorso. Per il libro di Cazzullo, insomma, non bastava la marchetta semplice, ci voleva una sceneggiatura, una regia e la grafica. Tutto lavoro del servizio pubblico, giornalisti, montatori, effetti speciali. A loro va, naturalmente parte della nostra solidarietà. Non tutta, purtroppo, perché dobbiamo tenerne un po’ da parte per i giovani Cazzullo, costretti non solo a parlare col padre (che già… che palle!), ma a parlare col padre del perché preferiscono usare il cellulare piuttosto che parlare col padre. Coraggio, ragazzi!

mer
20
set 17

Salvini è nel periodo blu e parla ai leghisti verdi non ancora aggiornati

fatto20settColpo di scena, all’improvviso è tutto blu. Chi ha avuto la pazienza (e lo stomaco) di seguire la tradizionale sagra di Pontida, ha potuto constatare con un rapido colpo d’occhio la svolta cromatica della Lega. Palco blu, cartelli blu con scritto “Salvini premier”, striscioni blu sul palco. Divertente, perché quando (raramente) le telecamere facevano un controcampo sulla folla leghista, si vedeva chiaramente che quella era ancora verde, dalle camicie ai berretti, alle bandiere, ai simpatici cartelli contro neri, terroni, comunisti, giudici, eccetera. Insomma, la base di Pontida non è stata avvertita per tempo della svolta cromatica imposta al partito dal Salvini aspirante premier. Sull’invito non c’erano indicazioni per il dress code del militante del nuovo corso, che si è presentato verde mentre il capo diceva blu. Come andare in bermuda e maglietta dei Ramones a un ricevimento all’ambasciata.

Comunque sia: blu.

Un blu potente e denso, piuttosto scuro, diverso (ma sono sfumature) dal classico blu berlusconiano, che è più un azzurro scuro. Lì, dalle parti di Silvio, le abbiamo viste tutte, le sfumature del blu: l’azzurrino cilestrino con le nuvolette tipo salvaschermo di Windows, poi l’azzurro al neon e lustrini stile pomeriggio Mediaset, poi un blu più presidenziale, quasi solenne, à la Macron, che però, ad essere onesti, col blu è arrivato un po’ dopo.

Del resto pare che quella per il colore blu sia un’attrazione fatale e qualcuno ha riso un bel po’ (come si fa quando c’è poco da ridere) allorché i buontemponi del Pd di Milano si presentarono alla manifestazione del 25 aprile con berretti e bandiere blu, delirando giustificazioni come “la Resistenza è europea” e cose così. Al netto degli incidenti dettati dall’ignoranza (un cartello blu inneggiava a Coco Chanel, collaborazionista dei nazi, Signore perdonali, ma anche no) fu chiaro a tutti che si trattava di uno smarcamento ideologico sottolineato da svolta cromatica. Niente rosso per carità, blu, mi raccomando, il blu sfina, signora mia. Sfina soprattutto appartenenze, identità e ideologie: non impegna, ecco.

Inutile dire: ho cominciato febbrilmente a consultare siti specializzati in cromoterapia, cose a metà tra lo pseudoscientifico e il santone indiano, per scoprire cose interessanti. Ooohmmmmm: Tipo che il blu rilassa, ed è associato alla meditazione e al pensiero. E questo escluderebbe Salvini. Però ho scoperto anche che il blu sarebbe il colore dell’anima, associato al secondo chakra, che si trova nella regione pubica, guarda un po’. E questo spiegherebbe Berlusconi.

Interessante, ma resta la sostanza politica. Il blu fa presidenziale e responsabile. Il blu è affidabile, solido, e al tempo stesso rassicurante. Soprattutto, il blu è un colore abbastanza neutro, non associato a particolari ideologie, come il rosso e (nella recente storia italiana) il verde leghista tanto usato per camicie, cravatte, fazzoletti da taschino. Insomma, chi passa al periodo blu vorrebbe farci intendere che ripudia le vecchie nuances, le sfumature, l’antico pantone delle idee e della storia, e ricomincia da capo. Di più: che si impone di presentarsi come una forza tranquilla, equilibrata e credibile. Insomma, se aspiri a governare è meglio che ti metti qualcosa di blu, almeno la cravatta. E se al vecchio Bossi è stato vietato il palco di Pontida è perché è stato valutato troppo verde-vintage, démodé, superato e impresentabile.

Quanto al gentile pubblico, sarebbe meglio avvertire: è gradito il gadget blu. Al 25 aprile di Milano il Pd cittadino lo fece: si vendevano berretti e pettorine blu, geni del marketing. A Pontida (sarà l’improvvisa crisi di liquidità) non ci hanno pensato, e il Salvini blu parlava ai leghisti ancora verdi, non aggiornati, forse colpevolmente non abbonati a Vogue Padania.

sab
16
set 17

Dennis Lehane, Ogni nostra caduta. Recensione su Tutto Libri

TuttoLibriLehane160917Se sia meglio avere una vita sola, magari un po’ coerente, o averne due o tre piuttosto incasinate, non è questione che risolveremo qui, e – diciamolo subito – che non risolve nemmeno Dennis Lehane in questo suo ultimo Ogni nostra caduta. Ma siccome lo scrittore americano è uno abituato ai grandi numeri e alle grandi storie che diventano quasi sempre grandi film (registi da Clint Eastwood, Mystic River a Martin Scorsese, Shutter Island, niente male, no?), è meglio starlo ad ascoltare, perché tutto lascia intendere che la storia pazzesca della signorina Rachel la vedremo anche in sala, e quindi l’esercizio è capire quanto il nuovo romanzo sia romanzo, quanto sia cinema, e quanto sia costruito come un ottovolante per farti dire “Oh!”.

Ma insomma, si parte da Rachel, e va detto che la costruzione del personaggio centrale del libro è davvero magistrale. Di lei, protagonista indiscussa che spara al marito nella prima riga, sappiamo tutto, dei rapporti tesi con una madre egoista e sfuggente (eufemismo), della sua ricerca del padre sconosciuto (e la madre non gli dice chi è), della sua scalata nell’Olimpo del giornalismo televisivo. Brava. Finché qualcosa si rompe, anzi più cose: intanto si rompe lei, promossa come inviata ad Haiti (il terremoto del 2010) non ne esce bene, viene triturata da un’esperienza estrema e sbrocca in diretta. Poi si rompe il matrimonio con il marito perfettino e carrierista. Insomma, ascesa e caduta della bella Rachel, e sono pagine ottime, che ci consegnano un personaggio cesellato fin nei dettagli, abbastanza ben scritto da non far dire al lettore: “Beh, ma il giallo quando arriva?”.

Ma tranquilli, arriva, e le rogne iniziano quando arriva anche l’amore, che non sarà una regola generale, ma… E qui parte, dopo una lunga storia tranquilla, una lunga storia agitata, frenetica, densa di sorprese che uno non si aspetta. Come sempre, il genere autorizza tutte le prudenze nel raccontare la trama, ma insomma: il nuovo marito di Rachel, Brian, che la cura, la ama e la salva dai suoi fantasmi – crisi di panico, agorafobia e tutto il catalogo – non è quello che sembra, e Rachel non ci mette molto a scoprirlo. E’ come se le prime cento pagine fossero la salita a cremagliera delle montagne russe: uno sente l’arietta fina, si gusta il panorama in soprelevata. Poi, a un certo punto, ecco la discesa che mozza il fiato, le curve secche e violente, il brivido dell’imprevedibile. La storia, insomma, si complica, l’amico diventa nemico, un imbroglione che a sua volta ha nemici feroci, la messa in scena e la finzione si confondono con la realtà, Rachel cerca di capire in che razza di incubo è finita, con la sola possibilità di fidarsi di uno di cui nessuno di noi si fiderebbe nemmeno per un nanosecondo.

Va detto che Lehane è autore di vaglia e, quindi la sua scrittura regge bene anche quando si fa più incalzante che descrittiva, e pure di più: le pagine in cui ancora l’intreccio non si scatena lasciano intendere che il genere gli va stretto. E fa un discorso, Lehane: un discorso anche complesso sull’amore che cura e che delude, che illude e che imbroglia, e della volontà di crederci comunque, perché le alternative – per Rachel e per tutti gli umani, si direbbe – non sono poi molte. Una bella storia, anche se un paio di passaggi sono un po’ estremi, e per accettarli come credibili bisogna immaginarsi seduti al cinema, più che in poltrona a leggere, compresa la metamorfosi della protagonista, che all’inizio fatica a uscire di casa, trema se deve prendere la metro, suda per il disagio, e dopo invece maneggia pistole e sotterfugi come una professionista.

Ma Lehane sa risolvere anche questo: alla fine della lettura uno si chiede se – nonostante la storia giallissima – l’autore sia da mettere nello scaffale dei thriller o in quello del romanzo (per chi ancora fa di queste differenze), un dubbio che lui si guarda bene da sciogliere. Difficile anche dire se l’happy and sia davvero happy, ognuno decida secondo i suoi standard, ma quel che è certo è che Lehane, ormai un asso pigliatutto quando si tratta di trasportare al cinema i suoi libri, ha pensato molto anche all’eventuale trasposizione cinematografica, alle svolte improvvise, ai colpi di scena un po’ esagerati (morti che poi non sono morti, per capirci), allo stupore di chi legge (o guarda). Insomma, un buon libro che si prepara a sentirsi dire: un ottimo film. E se solitamente l’accusa è di scrivere libri come sceneggiature, ecco una sceneggiatura scritta (bene) come un buon libro.

mer
13
set 17

Compiti ingrati per amici fedeli: dire a Matteo che con lui non si vince

fatto130917A volte succede: devi dire una cosa a un amico, ma non sai come fare, e di solito sono cose che a un amico andrebbero dette. Tipo: “Mi spiace dirtelo, ma ho visto tua moglie caricare le valigie sulla Cadillac decapottabile del vicino di casa e partire con lui”. Insomma, non è mai bello comunicare le cattive notizie, si mischiano timore (come la prenderà?), imbarazzo e dispiacere. E così oggi abbiamo mezzo Pd imperlato di sudore che cerca di dire qualcosa all’amico Matteo: “Se a palazzo Chigi si candida qualcun altro, e magari Gentiloni, abbiamo qualche speranza, se ti candidi tu perdiamo sicuro”. E’ una cosa brutta da dire a un uomo che crede in sé così tanto, ma qualcuno deve farlo. Secondo le cronache politiche (vatti a fidare) per adempiere a questo triste compito si è già creata una discreta fila. Orlando e gli orlandiani, Emiliano e gli emilianiani (eh?), mentre Franceschini e i franceschiniani non vorrebbero proprio dirgliela in faccia, a Matteo, questa brutta notizia, e si propongono di farglielo capire piano piano, magari dopo le elezioni siciliane.

Insomma, la storia è questa: qualcuno deve dire a Matteo che nel suo renzianissimo partito – nel nuovo Pd senza più gufi, rosiconi, disfattisti, problematici e rompicoglioni – è rimasto qualcuno che non lo ritiene il più adatto a fare il premier. E questo dev’essere un colpo duro. Più duro ancora perché Gentiloni non è che stia facendo i miracoli, ma sembra più affidabile, meno ciarliero, molto meno fanfarone. E non è che quando Gentiloni stringe una mano o visita un luogo ci troviamo il giorno dopo – come accadeva con Renzi – le foto ricordo, il filmino, la slide, il videogame, il romanzo a puntate, la colonna sonora e la narrazione delle gesta dell’eroe. Dunque Renzi sarà colpito – quando si decideranno a dirglielo –  proprio nella più profonda renzità, quella che lo porta a pensare che “quando c’è la comunicazione c’è tutto, signora mia”.

Segnalo a questo proposito un leit-motiv non proprio azzeccato della propaganda in corso, l’intenso, reiterato, eccessivo, dunque noioso, richiamo ai Mille Giorni, come se si parlasse della prima crociata, o della guerra dei Trent’Anni, o delle Cinque Giornate. Tutto quel che di bene (pochino, si direbbe) succede nel Paese, sembra scaturire da quei magici Mille Giorni di cui si ricordano pagine memorabili (?) e si scordano le altre, quelle meno nobili e un po’ vergognose, soprattutto la cosatante mortificazione della dignità del lavoro in questo paese. Insomma, dire cose come “Considero un privilegio aver lavorato a fianco di Barack Obama…” è come dire “Sono stato fortunato a giocare con Maradona”, un bel ricordo, ma era un altro secolo. Ricordare i fasti passati fa orgoglio da “vecchia gloria”. Non so cosa ne pensano i guru della comunicazione, ma dire “Quando c’ero io…” ti colloca già nel passato, il che sembrerebbe letale per uno che ce l’ha menata con la retorica del futuro un giorno sì e l’altro pure per mille giorni (appunto). Il format con cui Renzi si presenta alle sue esibizioni – con o senza libro in promozione – conferma che non ha capito bene quel che succede, che la formula del Golden Boy un po’ indisciplinato e contaballe non paga più, non convince, proprio perché l’abbiamo vista in azione per mille lunghissimi giorni, è stata stucchevole, prevedibile (anche se non priva di spunti satirici). Forse qualcuno che gli vuole bene riuscirà a dirglielo, forse glielo diranno gli elettori siciliani sui quali ha già messo mille mani avanti dicendo che il voto in Sicilia non è un test nazionale… Non c’è fretta, ma prima o poi qualcuno dovrà farlo: avvertire Matteo che il suo format è invecchiato. Oggi va più il grigiore tranquillo, quelli che ballano il flamenco sui tavoli non piacciono più tanto e i Mille Giorni non sono il Sacro Graal da ritrovare.

mer
6
set 17

Caso Regeni, l’invenzione della memoria fatta per dimenticare tutto

mercoledi-6-settembre-2017-630x928Trattasi di materia intricata e nobilissima, spesso sommersa dalla retorica, una necessità umana e civile che a volte diventa trucchetto per distrarre tutti. Insomma: la memoria.

Ricordare quello che è stato, cosa è successo, perché. Mantenere vivo il ricordo delle ingiustizie passate in forma di monito per il presente. Il grido “Per non dimenticare” è uno dei più alti e dolorosi nel paese, riguarda stragi, delitti, presunte fatalità, fa parte del sapere popolare, sono ferite aperte che potrebbero guarire se si arrivasse alla verità, cosa che accade raramente, quasi mai.

Per questo risultano strabilianti le comunicazioni del governo, nella persona del ministro degli esteri Angelino Alfano, sul caso Regeni. Perché introducono nel discorso operativo sulla questione un bizzarro tipo di memoria: una memoria che archivia, che nasconde.

Il paradosso di una memoria costruita per dimenticare.

Perché il nostro ambasciatore torna in Egitto, il loro torna qua, l’Egitto è un posto dove abbiamo molti affari, non possiamo permetterci di rompere, eccetera eccetera. In cambio – occhio che arriva la memoria – il governo si impegna a fare un sacco di cose per non dimenticare Giulio Regeni. Gli intitoleranno un auditorium. Il governo si è “attivato con il Coni” (urca!) perché ai Giochi del Mediterraneo, in Spagna, l’anno prossimo, si osservi un minuto di silenzio. E poi, se e quando si farà, potrebbero intitolargli l’Università italo-egiziana, la cui realizzazione Angelino “auspica”. Perbacco. Ecco fatto: garantita la memoria, ufficializzato in qualche modo il senso di ingiustizia che tutti provano, e quindi normalizzata l’indignazione, la missione può dirsi conclusa, il caso Regeni quasi chiuso. Ma sì, ancora si parla (vagamente) di indagini, si allarga il campo tirando in ballo l’Università di Cambridge, addirittura (questo è Cicchitto) si insinua che l’inchiesta del New York Times – l’Italia conosce prove schiaccianti – sia stata ispirata dai servizi  americani in chiave Anti-Eni.

In una parola: polverone.

E’ uno di quei casi in cui la memoria ostentata e cannibalizzata dal potere (da chi dovrebbe risolvere il caso, non semplicemente ricordarselo!) si rivela spaventevole ipocrisia. E’ una memoria come concessione, la risposta di Angelino a chi si ostina a dire che non dimentica è la seguente: ok, non dimentichiamo nemmeno noi, ma andiamo avanti, che l’Egitto è partner irrinunciabile in affari.

Non è l’unico caso in cui la memoria fa brutti scherzi. Nel paese della Resistenza e delle sue infinite (e sacrosante!) celebrazioni, per dirne una, si assiste all’avanzata burbanzosa e impunita di alcune milizie fasciste che innalzano labari, stampano fasci littori sui manifesti, scimmiottano lo Schifoso Ventennio, accolte da scuotimenti di teste, piccoli lazzi e molta tolleranza, nonostante esistano leggi in materia (le meno applicate della Galassia).

La memoria, tra l’altro, è variabile, anche in modo veloce e repentino. Sono passati solo un paio di anni da quando si celebrava Lampedusa come terra della salvezza per molti migranti, quando la si candidava al Nobel e ci si commuoveva per le sue storie di accoglienza, quando la si indicava ad esempio. Ora che si è spostato il problema qualche centinaio di chilometri più a sud, nel deserto anziché in mare, quella memoria funziona meno, si tende a scordarla, la si rimuove un po’. Quell’esempio non serve più, non si incastra più con la narrazione corrente, che ora è “aiutiamoli a casa loro”, e quindi il luminoso esempio di Lampedusa che li salva a casa nostra non piace più. Una memoria vera, consapevole, vorrei quasi dire militante, dovrà tener conto anche di questi andirivieni della memoria, valore altissimo in balìa dei venti mutevoli delle furbizie, delle tattiche, delle convenienze del momento.

ven
1
set 17

Siamo di nuovo qui. Fratelli di Crozza, dal 22 settembre

Si riparte. Dal 22 settembre su Nove, Fratelli di Crozza. C’è anche il ministro Minniti, che piace a tutti tutti tutti…

Fratelli di Crozza è prodotto da ITV Movie per Discovery Italia. È un programma di Maurizio Crozza, Andrea Zalone, Francesco Freyrie, Vittorio Grattarola, Alessandro Robecchi, Alessandro Giugliano, Claudio Fois e Gaspare Grammatico. La regia è di Massimo Fusi, scenografia di Marco Calzavara e fotografia di Daniele Savi. Produttore esecutivo per ITV Movie è Patrizia Sartori.

mer
30
ago 17

Nuova linea sui migranti: la pedagogia europea del “sono cazzi vostri”

Fatto300817Bene, riassumiamo le linee etico-strategiche della nuova politica sulla migrazione dall’Africa. Noi non siamo capaci di fare gli hot spot di identificazione in modo decente. O fanno schifo con un cesso per seimila persone, o chi li gestisce ci specula sopra come una specie di schiavista, o c’è un giro di mazzette, o tutte e tre le cose. Quindi il nostro geniale piano è di spostare tutte queste belle cose verso sud, e che se la vedano un po’ loro. Naturalmente non è un servizio gratuito: bisogna dare qualcosa a chi si prende questa briga, la Libia, il Ciad, il Niger. L’abbiamo già fatto con il signor Erdogan, che incassa dei bei soldi per fare da tappo alla migrazione da sud est, dalla Siria in particolare. Certe cronache plaudenti si esaltano per numeri dell’aiuto europeo all’Africa, e alla Libia in particolare: già pronti 170 milioni! Urca! E’ un po’ come dire: mi compro una villa al mare e ho già pronti ventisette euro e mezzo.

Dunque i migranti, i disperati, uomini e donne che attraversano mezzo mondo verso nord nella speranza di mangiare tutti i giorni, o di non essere arrestati dal regime, o di non dover fare il militare a vita come in Eritrea, hanno un buon valore di scambio, diciamo paragonabile a quello del petrolio e delle materie prime. E’ un affare far arrivare il gas in Italia, ed è un affare non far arrivare i migranti.

Naturalmente tutto questo prevede un aggiustamento delle rotte, delle strategie per spostare grandi carichi di persone. Insomma cambia la logistica dello schiavismo, e per ora gli accordi di Parigi sono questo, niente di più: era seccante e costoso vederli morire nel Mediterraneo, ora moriranno nel deserto, potrebbe essere costoso lo stesso, ma almeno non li vediamo e non sentiamo quel disagio di veder crepare la gente sotto casa. Se si espellono dal vocabolario parole come “etica”, “morale” e “umanità”, va tutto benissimo (si attende con ansia la pubblicazione di un vocabolario italiano-Minniti). In ogni caso, sia chiaro, alle vite di quelli che prima morivano o venivano ripescati nel Mare nostrum e che ora rischiano la pelle nel Sahara, non frega niente a nessuno, sono numeri, statistiche, flussi da bloccare. La distinzione tra migranti politici e migranti economici – che a Parigi è stata molto sottolineata – è ormai accettata dalla politica di ogni colore, come se la situazione economica di un paese che non riesce a dar da mangiare ai suoi cittadini, costringendoli a rischiare la vita per scappare da lì, non fosse una questione politica, che scemenza. Insomma, l’Europa mette un tappo – un altro – per difendere i suoi confini da quella clamorosa fake news che si chiama “invasione”, una parola prima rumorosamente inventata dalla destra xenofoba e leghista, poi sdoganata dai media, e ora praticamente diventata verità ufficiale anche se i numeri dicono il contrario. Naturalmente siamo tutti contenti se i cittadini di Sabratha, in Libia, avranno un laboratorio per analisi mediche, ovvio, e se Zwara avrà la sua rete elettrica costruita dall’Europa, benissimo, molto bene. Si segni a verbale, però, che tutto questo sarà (forse, speriamo che le pompe idriche a Kufra vengano fatte con più efficienza delle casette per i terremotati del centro Italia, ecco) costruito sulle spalle di centinaia di migliaia di migranti internati in lager libici, o morti di sete nel deserto, o arrestati prima della partenza. Il piano europeo di Parigi sottolinea anche l’esigenza di “fare opera di pedagogia” (questo l’ha detto Macron), cioè spiegare bene (suggerirei delle slide) a gente che mette in gioco la sua vita, che fa viaggi di anni, che viene picchiata, incarcerata, derubata, violentata e torturata ad ogni tappa, che qui non li vogliamo. Una pedagogia del “sono cazzi vostri”, insomma, salutata come una grande vittoria europea sul fronte dell’”emergenza immigrazione”. Amen.

mer
23
ago 17

Sì, no, forse con Matteo, o contro B: i camaleonti di un’estate dadaista

Citiamo i classici: l’estate sta finendo, un anno se ne va, eccetera, eccetera. Tolto il costume da bagno e rimessi i vestiti civili, ognuno si ributta nella sua vita normale scrutando l’orizzonte dei prossimi mesi: una campagna elettorale infinita che arriva al culmine, la prevalenza del cretino che si afferma sempre più, i tweet di Nina Moric, quelli di Rita Pavone, lo ius soli che si fa, poi non si fa, poi parla il papa e forse si rifà, ma no che non si fa, perché Angelino non vuole. E però Angelino, sfanculato da Renzi due mesi fa, torna di moda per l’alleanza in Sicilia, ma forse sì, forse no, dipende da quel che serve al momento. La tattica vince quattro a zero sulla strategia, nessuno dice un’idea di Paese, di futuro, nessuno mette punti fermi, i punti sono mobili, variabili, intercambiabili a piacere.

Solo due mesi fa l’attacco alle Ong era una posizione di destra xenofoba e razzista; oggi, l’azione delle navi delle organizzazioni umanitarie è stata praticamente sconfitta e annichilita dal ministro dell’interno del governo “di sinistra” (ops!): chi sbertucciava Salvini, oggi difende di fatto le sue politiche, chi diceva “mai larghe intese” oggi dice “larghe intese perché no”.

Il povero Silvio, con capelli, senza capelli, con la Lega, senza la Lega, con la Meloni, senza Meloni, punta alla più clamorosa rivincita che si ricordi. Matteuccio nostro gira l’Italia vendendo il suo libretto e spinge sul lato umano (“Com’è umano, lei”, cfr il povero Fracchia). Molti diventano minnitiani proprio perché pare meno umano. I cinque stelle hanno buon gioco, limitano al minimo le esternazioni, consapevoli che meno parlano e meno cazzate dicono, mentre si scopre che tutto il meccanismo della loro democrazia online dal basso può essere messo in crisi da qualche hacker. Ognuno disegna le sue delusioni o le sue soddisfazioni sullo scorno dell’avversario: un topo a Roma, hurrà! Raggi dimettiti! Gli intellettuali che si schierano stanno su un’altalena che va a velocità vertiginosa: oggi viva Saviano, domani abbasso Saviano, dopodomani viva di nuovo, a seconda di quanto quello che dice si attaglia alla tattica del momento.

fatto230817In tutto questo scenario dadaista, non si può contare nemmeno sui numeri, spesso truccati, soprattutto quelli sul lavoro: se nella settimana del rilevamento Istat hai lavorato un’ora risulti occupato, per dirne una. I governativi che esultano per uno 0,4 in più di Pil sono gli stessi che prima del referendum costituzionale sventolavano le stime di Confindustria: se vince il No avremo crollo, morte e distruzione.

I militanti di ogni risma e formazione, hanno ormai con i nervi come corde di violino, pronti alla giravolta. Basta con Silvio, andiamo con Silvio, basta con Angelino, andiamo con Angelino, viva Pisapia, abbasso Pisapia. Non c’è certezza, convinzione, visione strategica che non venga travolta dalla polemica passeggera e contingente, costringendo all’inversione a U: l’animale di riferimento è il camaleonte, i politici accusati di “parlare alla pancia del paese” ora non lo fanno più: è la pancia del paese che parla a loro, che gli detta la linea. I giornali seguono, i social peggio mi sento. Se uno straniero commette un reato, ecco la valanga di allarme sulla sicurezza, se un italiano commette un reato, ecco la reazione uguale e contraria, fino a esilaranti (ma tristi, c’è poco da ridere) contraddizioni, così palesi che si trasecola: a pagina due c’è la fiera reazione “il terrorismo non cambierà le nostre abitudini!”, a pagina tre si dibatte se mettere barriere in cemento o querce in vaso per fermare i furgoni sulla folla, cioè si discute animatamente di come cambiare le nostre abitudini. Questo è lo scenario emotivo della settima potenza mondiale alla fine dell’estate 2017. Buon autunno. Auguri. Ne avremo bisogno.

mer
9
ago 17

I caccia erano una boiata pazzesca. Strano, eh? Chi l’avrebbe mai detto

Fatto090817Ora che la Corte dei Conti ha fatto il punto sui famosi F35 – dicendo che costeranno il doppio, che la famosa occupazione per aggiustarli e fare la manutenzione sarà poca cosa, che ci abbiamo rimesso un sacco di soldi – sarebbe interessante riavvolgere il nastro e andare a vedere (basta un piccolo lavoro d’archivio, su, coraggio) chi diceva le stesse cose cinque o sei anni fa. C’erano i soliti pacifisti (uff, che palle!), la sinistra-sinistra che dice sempre no (non erano ancora di moda i gufi, ma il concetto già esisteva), i “disfattisti”, pochissimi giornali fuori dal coro, tutti archiviati con fastidio come generici e onnipresenti rompicoglioni. Oggi la Corte dei Conti ci dice che abbiamo buttato nel progetto così tanti soldi che tirarci indietro (nonostante non ci siano penali) non conviene.

Traduco in italiano: un impiegato a millecinquecento euro al mese si compra una Ferrari. Qualcuno gli dice, ehi, amico, stai facendo una cazzata, e lui risponde irritato che chi lo sconsiglia non capisce nulla. Ora si trova a dover pagare altre duecento rate altrimenti perde le cento già pagate, e della Ferrari possiede un cerchione.

Nella vicenda dei famosi aerei da guerra futuribili e costosissimi (e pure non del tutto affidabili, a quanto si legge) entra anche un grande classico dell’Italia contemporanea: il miraggio dell’occupazione. L’acquisto degli F35, ci diceva l’impiegato che vuole comprarsi la Ferrari, avrebbe portato tanti posti di lavoro, chi diceva seimila, chi, nel furore della discussione, addirittura diecimila. Oggi si sa che sono millecinquecento, e difficilmente aumenteranno. Sospendendo il giudizio su cosa fare di quei mirabolanti aerei, sarebbe corretto – sano, diciamo – andare a prendere per un orecchio quei propagatori di sfrenato ottimismo (potenza militare! Tanti posti di lavoro! Cuccagna!) e chiedergliene conto. Dopotutto sono passati meno di dieci anni, non due secoli, e quelli stanno ancora lì, politici, lobbysti delle armi, segretari di partito. Anche senza contare la malafede, si tratta come minimo di calcoli sbagliati, di cifre buttate lì a cazzo, mentre chi sapeva fare i calcoli li metteva in guardia, aveva ragione, ed è stato sbertucciato.

La vita pubblica italiana è piena zeppa di cose così. Se volete farvi una risata potete andare a vedere le previsioni di Confindustria prima di Expo, quando ci dicevano che la manifestazione milanese avrebbe creato un boom di occupazione e fatto impennare il Pil (si è visto…). O, andando ancora un po’ indietro nel tempo, si potrebbe parlare con quelli (no global, suore, boy scout…) bastonati a Genova nel 2001 perché, tra le altre cose, chiedevano la Tobin Tax. Passato un decennio, della Tobin Tax si parlava ai tavoli delle grandi potenze mondiali, nei vertici internazionali, nei convegni eleganti. I bastonati avevano ragione, i bastonatori avevano torto. Esattamente come i “disfattisti” degli F35, esattamente come mille altri casi, basta andare a vedere i volumi di traffico della famosa Tav: sembrava un’opera indispensabile, ma era tutto gonfiato, esagerato, sovradimensionato, e ora anche i francesi dicono che si fermano a pensarci un po’. Il motto nazionale dovrebbe essere “Ops, ci siamo sbagliati”, ma i nomi di chi ha spinto, fatto pressioni, deciso affari sbagliati non viene fuori mai. Non solo un paese senza memoria, ma senza responsabilità. Chi è stato? Boh…

I bravi italiani che non si contentano della propaganda continueranno a dire “Attenti, non fatelo, non conviene, ci sono altre priorità”, e continueranno ad essere trattati come deficienti, se serve picchiati. Quelli che decidono, invece, stanno sempre lì. Si sono sbagliati? Beh, pazienza, dai, succede, coraggio, altre duecento rate e avremo la Ferrari. Perché comprare qualche Canadair quando potremo avere i bombardieri?

mer
2
ago 17

Non ne azzecchi una? Tranquillo, hai solo un pessimo carattere

Fatto020817Agosto è una faccenda così, tutto pare sospeso, come in attesa, tutto si rimanda a settembre, legge elettorale, coalizioni, grandi manovre, strategie, tattiche. Restano in campo i grandi temi, come per esempio quello del carattere dei leader e, in primis, il brutto carattere di Matteo Renzi, che pare l’ultima frontiera del dibattito politico. Ebbene sì, fatto tutto il giro da Berlusconi in poi, una specie di attraversamento del deserto, per noi povericristi che seguono la politica interna muniti di popcorn, si è ritornati al punto di partenza: un leader deve essere simpatico? Umorale? Che fare se ha un caratteraccio? Semplice: dare la colpa dei suoi fallimenti al caratteraccio, una specie di considerazione umana – troppo umana – che copre tutto, che risolve il problema politico. E’ dal 2013 che si dice che Renzi è arrogante, che ha un ego ipertrofico, che offende gli avversari, che comanda come un monarca la sua truppa di fedelissimi. Tutte critiche per anni attribuite ai gufi, ai rosiconi, a quelli che dicono sempre no, eccetera eccetera. Per cui si arrivava al paradosso: davanti a una personalizzazione estrema della politica (Matteo, Matteo, Matteo), scattava l’accusa agli avversari: ecco voi personalizzate! Ecco, siete ossessionati.

Ora invece siamo alla rivoluzione copernicana: siccome in qualche modo bisogna giustificare errori e disastri, sbagli e gaffes, la faccenda del “caratteraccio” la tira fuori lui, Matteo in persona. E’ una specie di estrema difesa, che prende il volo durante le presentazioni del libro Avanti, che è una specie di evento estivo buono per riempire pagine e pagine, un rosario sgranato grano per grano, giorno per giorno.

“Il mio carattere è un problema enorme”. E va bene. “Dicono che abbia un caratteraccio”, Ok, abbiamo capito. E comunque: “Non dobbiamo cambiare il mio carattere, ma l’Italia”. E dàgli. E ancora: “Pago per la mia indole? Certo che sì”. La cosa comincia a diventare stucchevole. Ciliegina sulla torta: “Ci dicono (notare il prurale maiestatis, ndr) che dobbiamo essere simpatici, imparerò a raccontare barzellette”. A posto, grazie.

Non serve nemmeno un grande analista (nl caso chiederemmo a Recalcati, ovvio) per capire che il disegno è semplice: buttare tutti i fallimenti sulla comunicazione (già fatto) e sul caratteraccio del capo, che è sì uno bravo, uno che salva il Paese, uno che ha fatto in mille giorni miracoli che gli altri (anche quelli simpatici) non sono riusciti a fare dal tempi di Traiano, ma – porca miseria – ha un caratteraccio…

E’ l’anticamera dell’assoluzione totale, un ribaltamento dell’allievo rispetto al maestro. Perché Berlusconi buonanima, ora in fase risorgente, faceva della sua simpatia da “cumenda” brianzolo un’arma d’attacco, il sole in tasca, i ristoranti pieni, le battute da sala biliardo, mentre Renzi fa della sua antipatia un’arma di difesa: se qualcosa funziona (ma cosa?) è merito delle sue qualità di statista, se invece qualcosa va male (più o meno tutto) è colpa del suo caratteraccio. Il che consente il gioco facile in un’altra delle sue uscite: “Possiamo discutere del futuro dell’Italia e non di simpatia o antipatia?”. Insomma, un trucchetto semplice semplice, il carattere personale messo a protezione di tutto il resto, che è poi una variante delle eterne giustificazioni dell’aspirante uomo forte: il capo non sapeva, il capo è stato tradito, il capo è stato ingannato (da cui il refrain ormai storico “l’ira di Renzi”). Ora la solfa è un po’ diversa, ma della stessa pasta: il capo è bravo, ma poverino, è così odioso… Mettiamoci il cuore in pace: agosto sarà così, con il principino di Rignano impegnato a dire che le cose sono andate male perché lui, dannazione, ha un caratteraccio. Di politica si parlerà un’altra volta, per ora accontentatevi della questione umorale.

mer
26
lug 17

Poveri cristi vade retro: respinti pure dalle spiagge

Fatto260717Scene di lotta di classe estiva nel ponente ligure, sequestri di borse frigorifere, pullman fermati ai caselli autostradali, inferrate e cancelli a proteggere le spiagge libere, che sono ormai francobolli di sabbia incollati tra miglia e miglia e miglia di spiagge private. L’emergenza, come al solito, sono i migranti, ma non quelli dei barconi che attraversano il mare, no, i migranti economici che da Milano, partono su torpedoni della speranza, dieci, venti euro il biglietto, con la folle ambizione di andare al mare almeno un giorno, una domenica, e spendere poco. A leggere le cronache estive della settima potenza mondiale, la battaglia è solo all’inizio e si tratta di fronteggiare con vigili, carabinieri, vigilantes privati, ordinanze e divieti, l’orda dei poveri spinti dall’invidia sociale e da un’assurda ambizione: fare il bagno.

Ora si sa che “poveri” è parola scomoda e respingente. Va bene per le statistiche e i titoli che li danno in forte aumento, ma poi quando arriva il povero in carne, ossa e infradito, che si porta la sua birra e il suo panino per stare qualche ora spiaggiato come tutti gli altri, come i non poveri, la cosa appare intollerabile. A Laigueglia, per dirne una, chiudono la spiaggia libera alle otto di sera, in modo da impedire che i poveri in arrivo dalle città sistemino gli asciugamani prima che sorga il sole, per prendere posto. Si provvede alacremente al sequestro di ombrelloni portati da casa (“materiale ingombrante”), borse frigorifere, vettovaglie. Il tutto ai limiti dei pochi granelli di sabbia disponibili per il popolo migrante. Sudamericani, filippini, qualche italiano, molte famiglie, e quindi bambini, nonni, zie insensibili alle sublimi lezioni del giornali sulla prova costume, o sul galateo da spiaggia. E così c’è, immancabile, una discriminazione di tipo razziale e classista tra bagnanti: descritti con rispetto e ammirazione quelli che pagano mille euro al giorno al Twiga di Briatore; respinti con le forze dell’ordine quelli che si portano il panino con la frittata.

Chiusa la spiaggia libera di Laigueglia – scrive ad esempio il Secolo XIX, “Gli irriducibili non si sono arresi e sono partiti all’assalto della vicina Alassio”. All’assalto, proprio così, manovra diversiva, accerchiamento, sfondamento delle linee nemiche e poi, finalmente, il tuffo in mare, una specie di presa del Palazzo d’Inverno, anzi d’estate.

Su altri lidi parte l’eterna lotta contro il venditore abusivo, che aggiunge al difetto della povertà il colore della pelle e la latitudine di origine. In questi casi abbiamo gli arditi da salotto di Casa Pound che fanno le ronde, difendendo il sacro bagnasciuga dove il Puzzone doveva inchiodare gli alleati, oppure Salvini che si fa i selfie coi vigili, in versione mojito e manganello. Poi ci sono i poveri con pretese di consumo culturale, che vanno dove il mare non c’è, tipo Firenze, ma anche lì tignosamente decisi a infrangere il sogno della ripresa italiana portandosi il panino da casa, mascalzoni. Le autorità li hanno annaffiati con gli idranti sui grandini di chiese e palazzi, in nome del decoro. Poi, presente il sindaco Nardella, hanno fatto montagne di merce sequestrata, quella che piace ai poveri, tipo le borse di Vuitton a venti euro, che è meno di quanto lascia di mancia chi si compra una vera borsa Vuitton. L’estate è solo all’inizio, la battaglia infuria, il migrante economico che si avventura da Milano alla Liguria non cede, l’autorità costituita vigila e reprime, i sindaci sfornano ordinanze, i giornali scrivono “dove andremo a finire, signora mia”. Per coerenza, eleganti caicchi carichi di milionari dovrebbero partire dalla Versilia alla volta della Liguria, calare l’ancora, lanciare brioches all’arrogante Quarto Stato, zozzone, che pretende di fare il bagno al mare. Gratis, roba da matti.

mer
19
lug 17

Bravo Recalcati! Curiamo 50 milioni di matti e così rilanciamo l’Italia

Fatto190717Sì, ma le cure? Voglio dire: ottima, davvero notevolissima per rigore scientifico e fluidità d’intuizione la diagnosi del professor Recalcati, pubblicata sulla rivista scientifica Repubblica. Meticolosa l’anamnesi, sopraffina l’analisi, univoca la diagnosi: tutti quelli a cui sta sulle balle Matteo Renzi sono matti. Chi non vuole bene a Matteo e non lo ricorda nelle sue preghiere è matto. Chi dubita di lui è matto. In poche parole: sono tutti matti.

Ora, io ho da fare, ho degli impegni, una vita mia, e vorrei evitare di finire in un ospedale psichiatrico guardato a vista dalla Serracchiani, e quindi mi dichiaro subito renziano di ferro. Dottore, mi dica cosa devo applaudire e io applaudo, giusto per non essere scambiato per matto. Chiarita la posizione personale, veniamo ai problemi tecnici. Io credo che con questa faccenda dei matti si possa davvero rilanciare il Paese. Ecco come.

Censimento dei matti. Prima di affrontare il problema dei matti è meglio sapere quanti sono. Il 4 dicembre si sono autodenunciati 19.419.507 matti. Poi ci sono i matti che non hanno votato al referendum, quelli che non sanno nemmeno chi sia Matteo Renzi e persino molti che hanno votato sì e sono diventati matti dopo. Parliamo di una cinquantina di milioni di persone come minimo. Assumere medici, infermieri, capisala per curare adeguatamente questa massa poderosa di matti assicurerà il rilancio del Paese. Senza contare l’industria del mobile e falegnameria, che dovrà produrre milioni di lettini per analisi. Poi il personale amministrativo, e un fotografo nuovo per Recalcati, che nel suo sito compare ruvido e fascinoso mentre si trattiene gli occhiali, perché ha paura che un matto glieli rubi.

Profilassi e prevenzione. Contrariamente a quel che crede Matteo Renzi, non è che la gente pensi continuamente a Matteo Renzi, e quindi parla male di Renzi (mostrando sintomi di follia) solo quando si parla di politica, sinistra, diritti, economia, lavoro e quelle cose lì. Uno al bar con gli amici può chiacchierare di tutto, dal calciomercato alla pittura fiamminga, e magari solo per un momento dice “Uh, Renzi, che palle!”. Come cogliere il paziente nell’esatto momento in cui dimostra di essere matto? Secondo i miei calcoli, basterebbero tre-quattro milioni di persone dislocate in mercati, pizzerie, musei, balere, scuole, palestre, insomma ovunque. Al primo accenno di follia, il funzionario si qualifica e per il matto scatta l’identificazione, la segnalazione alla Asl di competenza, eventualmente il ricovero coatto.

Psicofarmaci. E’ ovvio che nei casi più gravi, e nelle sindromi acute (la sinistra rivoluzionaria che vuole la terra ai contadini e le armi al popolo, quella di Bersani, insomma) si dovrà ricorrere ai farmaci. Con un rapido calcolo, penso che servirebbero dalle ottocento alle mille tonnellate di Xanax da distribuire o somministrare in vario modo, a D’Alema, per esempio, sparate in siringoni con un fucile da rinoceronti. Per sedare alcuni milioni di elettori del Pd che se ne sono andati (per forza! Sono matti!) si useranno diverse formule, da “Ce lo chiede l’Europa”, (dosaggio Monti), a “Te lo giuro, è di sinistra!”, (protocollo Renzi), fino allo sbarazzino “Il primo Xanax mandorlato”, (ricetta Farinetti).

Problemi tecnici. So cosa state pensando: con cinquanta milioni di matti ci sarebbe un ingorgo burocratico. Controllare che tutti quelli che non amano Matteo Renzi vadano alle sedute, prendano le pillole, non saltino le visite periodiche del dottor Recalcati richiede una quantità immensa di dipendenti. Questo è il vero nodo della questione: per controllare i matti che non amano Renzi saremmo costretti ad assumere anche molti matti che non amano Renzi, essendo questi la stragrande maggioranza del paese. E’ un effetto collaterale non da poco. Pensiamoci, professore!

mer
12
lug 17

“Avanti”, a breve in arrivo anche il film, la serie, il videogioco e il giallo

Fatto120717Il 12 luglio è una data importante nella storia del mondo. Era il 12 luglio quando salì al soglio pontificio papa Felice IV (anno 526), quando debuttarono i Rolling Stones (anno 1962) e oggi (anno 2017), quando esce finalmente il libro di Matteo Renzi che tutti abbiamo già letto tre volte. E’ vero, restano dei brani inediti che ancora non hanno raggiunto il grande pubblico: si tratta di 327 preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) per cui oggi verranno transennate le librerie, distribuite bottiglie d’acqua e regolate le file con la protezione civile. Ma naturalmente siamo solo all’inizio ed è nostro dovere informare i lettori su quel che succederà da qui in avanti, e su come si evolverà la questione del libro dell’ex presidente del Consiglio.

Avanti, il film. Niente cinema italiano, i diritti sono stati acquistati dalla Paramount, che intende produrre un kolossal della durata di sei ore con protagonista Leonardo Di Caprio, molto ingrassato per l’occasione. Per dare credibilità alla figura degli oppositori di Matteo Renzi, gli attori sono stati provinati nelle peggiori carceri americane, tra i serial killer cannibali dell’Oregon. Per le scene di massa si pensa a un reclutamento di comparse senza precedenti: ognuna avrà ottanta euro ma il cestino del pranzo sarà a sue spese (costa 82 euro). Per la parte di Bersani si pensa a Charlie Manson, che avrebbe un permesso speciale.

Avanti, la serie. Prevista in 176 puntate (ma è solo la prima stagione) avrà al centro dell’intreccio lo sforzo riformista di Matteo Renzi dall’inizio della sua carriera politica (a due anni propose di trasformare il seggiolone in un trono), al referendum del 4 dicembre. Chi ha letto la sceneggiatura descrive come molto toccante la scena nel giardino dei Getsemani, quando la minoranza interna si avvicina a Renzi, lo bacia su una guancia e subito arrivano milioni di elettori che lo mandano a cagare. Farinetti fa un cameo in cui impersona Farinetti che fa un cameo e parla dell’ottimismo. Marchionne interpreta Marchionne, ma viste le numerose comparse vestite da operai ha voluto una controfigura.

Avanti, il videogioco. Si tratta di un videogame strategico a turni molto innovativo, infatti c’è solo il turno di Matteo Renzi e gli altri giocatori non giocano mai, ma applaudono forte. Molto efficace il sistema di alleanze in cui la scelta della strategia è praticamente infinita e si può fare fronte comune con Silvio, con Berlusconi, con il Cavaliere, con papi e con il padrone d Mediaset. Vince il giocatore che per primo abbatte a testate tutti gli elettori di sinistra rimasti o, in alternativa, che convince gli altri giocatori di essere Macron.

Avanti, il gioco da tavolo. Una specie di Gioco dell’Oca contaminato da Monopoli e Trivial Pursuit. Il concorrente con la pedina di Matteo Renzi può salvare banche, distribuire bonus a pioggia in cambio di diritti, insultare gli altri concorrenti, inventare giochi di parole cretini, mentire senza ritegno e altro ancora. Non mancano le insidie, per esempio la casella Franceschini (stai fermo un giro solo, tanto poi Franceschini si adegua) e la casella Referendum (stai fermo un giro, ti dimetti, fai le primarie e ti comporti come se non fosse successo niente). Vince chi arriva primo alla fine, a patto che si chiami Matteo Renzi e legge un discorso scritto da Baricco in persona.

Avanti, il giallo. La speciale declinazione “noir” del libro di Matteo Renzi è stata affidata ai migliori esperti del settore: John Grisham si è occupato degli aspetti legali, Don Winslow dei dialoghi e delle scene d’azione (bella l’irruzione nella scuola quando si menano molto forte i docenti), Denis Verdini della parte etico-morale. Un po’ prevedibile il finale, perché come nel giallo classico di ambientazione tardo-vittoriana il colpevole è il maggiordomo, povero Orfini.

dom
9
lug 17

Corruzione di Don Winslow. Recensione su Tutto Libri

 

Tutto Libri mi h chiesto una recensione dell’ultimo romanzo di Don Winslow. Eccola.

WinslowQuelli che vanno a comprare un libro di Don Winslow vogliono trovarci dentro alcune cose, perché lui è il più implacabile autore di noir in circolazione e li ha abituati bene. Loro vogliono drammone shakespiriano, sturm und drang, dialoghi secchi, vite da sbirri, dexedrina, delitti efferati, western, rap a palla nelle auto di pattuglia, e il politicamente corretto picchiato a sangue in un vicolo.

E soprattutto vogliono sapere dove Winslow spingerà questa volta il confine labilissimo e sfumato tra il bene e il male, da che parte tirerà la coperta eternamente troppo corta che si chiama “giustizia”. Diciamolo subito: con Corruzione avranno tutto questo e altro ancora. Soprattutto avranno, da incorniciare e maneggiare già come un classico, il detective Denny Malone, irlandese, armato e pericoloso, la moglie e figli nei suburbi, l’amante in città, i fratelli sbirri Russo, Billy O e Big Monthy in macchina con lui a governare il suo regno di Manhattan North.

Giusto. Cattivo. Marcio.

Le strade sono “le sue strade”, lui sa tutto, vede tutto, non vuole che giri troppa eroina, non vuole che girino armi, non vuole che nella guerra tra i boss della droga le gang, i soldati di Peña e quelli di Castillo si facciano troppi buchi con l’artiglieria. O ne facciano a chi passa per caso. Non nelle sue strade. E’ lui il mito della Da Force, una squadra speciale che si basa su un assunto inattaccabile: la Narcotici pensa alla droga, la Omicidi agli ammazzamenti, ma siccome nella grande città cattiva gli omicidi dipendono quasi tutti dalla droga, Da Force agisce in proprio. Tradotto nella lingua di Winslow significa che Malone fa il cazzo che vuole.

Ora serve un’avvertenza: a parlare di Corruzione si rischia lo spoiler dalla prima pagina ed è un problema. Ma ce n’è un altro: che la storia procede dritta intricandosi con mille altre storie, casi, faccende private, buste che passano di mano, alleanze, tradimenti. Tanto che alla fine non è importante sapere che Malone finisce all’inferno, che scende tutti i gradini possibili, ma perché li scende, e come. Allo stesso modo di come fece ne Il potere del cane e Il Cartello – la memorabile saga di Art Keller – Winslow deve prima creare un mondo, e poi metterci dentro il suo eroe. Che è antieroe, sbirro, delinquente, assassino, giustiziere e aggiungete a piacere, basta mettere tutto quanto nella zozza armonia perfetta di un affresco monumentale, frenetico, esagerato, un quadro di Bosch con dentro New York City, dove dopo ogni orrore c’è un altro orrore, dove sopra un potere corrotto c’è un potere più potente e più corrotto.

E così bisogna dire della luce dell’affresco, del suo ritmo, della ruvidezza della tela e della sicurezza mirabolante del tratto. Nei dialoghi, nelle descrizioni, nelle azioni di Malone e dei tanti personaggi non c’è una parola sfuocata, non c’è un’esitazione. Ogni riga è un’esecuzione, e si finisce per perdonare a Winslow qualche svisata di maniera, qualche sbaffo di hard boiled un po’ ostentato, che del resto fa parte della poetica winslowiana, della sua tematica preferita: l’uomo solo di fronte al mondo cattivo – e diventa cattivo anche lui.

Ma insomma, ecco il punto: il detective Malone, per 500 e passa pagine tese come lo sguardo di un tossico con in mano un fucile a pompa, non fa altro che esplorare confini. I suoi confini, prima di tutto: quando si comincia? Quando si prende per la prima volta una busta di dollari? Quando si ricatta il primo trafficante per farne un informatore? Quand’è, esattamente, che i regolamenti diventano grottescamente stretti e le mani grottescamente libere? E quali confini ancora può varcare uno sbirro irlandese amico dei “negri”, ma implacabile anche con loro, che può essere un bersaglio per ogni “Jamaal” con una pistola in mano? Questa è la speciale discesa agli inferi del sergente Malone, quella privata, addirittura intima.

E poi ci sono i confini assurdi del sistema giudiziario americano: ogni reato è trattabile, ogni pena si può sistemare con un accordo, ogni accordo puòessere superato da un accordo più sporco, ogni giudice è comprabile, ogni avvocato ricattabile. Un bell’ambientino, vero Malone? Proprio il posto tuo.

Ma nell’affresco tutto si legge alla perfezione, ogni dettaglio, ogni particolare, ogni schifezza. E dopo il finale wagneriano, l’impareggiabile gloria che solo i senza gloria meritano, chi è andato a comprare l’ultimo libro di Winsolw starà ancora lì a chiedersi dove tirare la coperta della giustizia. Sempre se esiste, una cosa così.

mer
5
lug 17

Il razzismo “perbene” della classe media: non sono “perseguitati”

Fatto050717Siccome il catalogo delle ipocrisie planetario si arricchisce ogni giorno di più, servirebbe una bussola, un tutorial su YouTube, o almeno un rinnovo periodico del vocabolario. Il trucchetto funziona sempre: se non si riescono a cambiare le cose si cambiano le parole. Le parole nuove vengono ripetute e quindi accettate, e così, ecco che il migrante non è più migrante semplice, ma si divide in migrante perseguitato e migrante economico, con il corollario che il primo è un migrante vero, e l’altro una specie di furbacchione che non vuole lavorare al suo paese, è povero e cerca di esserlo meno andando via di lì.

Col suo piglio neogollista da glaciale sciuparepubbliche il presidente francese Macron l’ha detto meglio di tutti: “Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all’improvviso non c’è più un limite?”. Perfetto e di difficile soluzione, in effetti: come spiegare a gente che borbotta se trova più di tre persone in fila alla cassa dell’Autogrill che ci sono migliaia di uomini e donne che vengono qui sperando finalmente di mangiare qualcosa? Mentre Macron diceva quelle cose (notare l’equazione “cittadini” uguale “classe media”), nei boschi tra Ventimiglia e Mentone era in corso una poderosa caccia all’uomo con i cani lupo alla ricerca di qualche decina di migranti passati clandestinamente in Francia. Scene degne dell’Alabama di fine Ottocento, a poche centinaia di chilometri dalla recente esibizione di grandeur di monsieur le Président.

Dietro le parole, le formule, le riunioni politiche ai massimi livelli, insomma, si certifica e accetta un concetto caro al pensiero liberale: i poveri sono in qualche modo colpevoli di esserlo, e quindi un po’ – lo dico in francese – cazzi loro. Le Le Pen e i Salvini e tutta la compagnia neofascista che ogni giorno starnazza dalle cronache, hanno il loro conclamato razzismo, certo. Ma esiste un razzismo molto più presentabile e pulito, accettabile e incoraggiato, da “classe media” per dirla con monsieur Macron, ed è quello contro i poveri. L’aggettivo “economico” è usato a piene mani per descrivere chi non ce la fa, chi rimane sotto le soglie, chi resta stritolato. Restando alle voluttuose giravolte del vocabolario, non è un caso che i licenziamenti economici nelle politiche del lavoro italiano si chiamino “licenziamenti per causa oggettiva”. Capito? Il mercato è oggettivo, le vite delle persone invece sono soggettive, e quindi (di nuovo) cazzi loro.

Non è niente male come paradosso per iniziare un secolo e un millennio: superate le ideologie (ahahah), archiviata ogni idea di socialismo, di pari diritti, di pari dignità eccetera eccetera, ecco che il mondo – e l’Europa in prima fila – riscopre una grandissima rottura di palle per ceti medi: i poveri. Irritano i migranti economici, in quanto poveri, irritano i turisti low cost che mangiano il panino in strada invece di andare al ristorante, con grande scorno dei Briatore e dei Nardella, irritano i laureati poveri che reclamano una vita più decente, con grande scorno dei Poletti. E’ come se si affermasse (a destra e a sinistra) un nuovo status sociale: l’equazione cittadino uguale ceto medio che Macron ha così soavemente esposto, penetra nelle coscienze. Come la bella Lisa, la prosperosa salumiera de Il ventre di Parigi di Zola, tutti paiono vagamente, persino subliminalmente convinti che il povero “si è cacciato in quella situazione”, e in un piccolo, veloce passaggio logico si trasforma la povertà in una colpa. Ecco spiegata la guerra in atto: una guerra contro i poveri, colpevoli di minare – con il loro colpevole essere poveri – la tranquilla stabilità di tutti gli altri. Non male come modernità: sono cose che si sentivano dire a tavola tanto tempo fa, quando annuendo e dicendo “signora mia”, si passava la salsa allo zar.

gio
29
giu 17

Una, dieci, quaranta Smemo (buon compleanno, eh!)

IMG_0403Avvertenza: qui si parla di un compleanno, o se preferite di un anniversario, e la cosa è scomoda assai, perché in questi casi si finisce sempre al “come eravamo”, per concludere che – maledizione – eravamo più giovani, e di un bel po’. Ma intanto c’è la Smemoranda – la Smemo – che compie quarant’anni. Un’agenda da portare a scuola, o dove volete voi, un corpo contundente di spigoli vivi e peso notevole che nacque, appunto, quarant’anni fa a Milano e oggi abita dappertutto, e non c’è ragazzo, ex ragazzo, signorina, liceale, adolescente di ieri e di oggi che non l’abbia avuta in mano. E siccome quando si compiono quarant’anni c’è una qualche tentazione di bilancio (errore fatale!) si dirà che fin qui la Smemo ha venduto una ventina di milioni di copie, è in qualche modo l’Harry Potter delle agende, magia compresa.

Due le intuizioni geniali, una: farla durare sedici mesi, perché esiste il calendario solare, quello Maya, quello cinese, e anche quello scolastico. E poi (due): vendere un’agenda già riempita. Vignette, disegni, articoli, discorsetti, satira, umorismo, battute, scherzi, vita vissuta raccontata con leggerezza, e l’indice dei nomi degli autori ve lo risparmio, li trovate sul sito, e sono millemila, compreso chi scrive.

In più, metteteci l’antica faccenda della fisica e del peso specifico, perché oltre ad essere un discreto mattone, la Smemo è una di quelle cose che si gonfia col tempo: appunti, disegni, foglietti, pasticci di pennarelli ed evidenziatori, noterelle, battute. Sì è vero, ogni tanto, mettendo le mani su un reperto, potete trovare anche notazioni peregrine come “Interrogazione di italiano” o “Fare equazioni per martedì”, ma è raro, sappiatelo. Può capitare che per dare corso alla frase “Aspetta, prendo l’agenda”, si debba usare una gru, perché la Smemo è anche un contenitore di tutto quel che accade nella vita media di un possessore di Smemo. E dunque una cosa che stringe il cuore: arrivassero i marziani e trovassero, come reperti della nostra civiltà, solo qualche Smemoranda, penserebbero che qui c’era un mondo migliore.

Insomma, la Smemo è ed è stata per generazioni una specie di Recherche proustiana personale di ognuno, zeppa di ricordi, di suggestioni, di segnali del passaggio del presente, con le mirabolanti tappe dell’adolescenza al posto delle madeleine. E lo è tutt’ora, e si prega di non sottovalutare il dato: carta era e carta rimane, ma carta bisvalida e meritoria, in quanto sopravvissuta e coabitante all’arrembaggio dell’elettronica, di Youtube, del web, di Whatsapp e tutto il campionario. Strabiliante.

Altra faccenda portentosa: le cose “de sinistra” che durano da quarant’anni senza perdere appeal, carica vitale (e clienti) si contano sulle dita di una mano, e per quelle che lo hanno fatto con leggerezza e ironia basta un dito solo. Quanti oggetti conoscete c ancora uguali e fedeli a se stessi, pur aggiornandosi, che esistono dai tempi del Clash? Ironia della sorte (e della sinistra, che ne avrebbe gran bisogno) oggi solo la Smemo può dire senza sospirare e senza ridere: “Veniamo da lontano e andiamo lontano”.

E veniamo da Milano, anche, perché la fabbrica delle idee da cui nacque l’agenda “alternativa” (mi scuso) veniva da un terreno fertile assai, che mediava tra cose vive. Il gusto del cabaret milanese dei tempi precedenti (metteteci Jannacci, metteteci Beppe Viola, shakerate), Radio Popolare, Gino e Michele con Nico Colonna e tutti gli altri. Tempi – 1978 – stupidamente raccontati soltanto come funesti, lugubri e “di piombo”, e dove invece schioccavano istinti di genio, intuizioni funamboliche una delle quali, appunto, la Smemo. Era una specie di segno distintivo, di samizdad semiclandestino, ai tempi, ma aveva già i suoi quadrettoni e un’identità forte. Sapeva mischiare, insomma, appartenenza e leggerezza, superpop con i piedi per terra, democratica ma senza menarsela troppo. Chi l’avrebbe detto, allora che più che un’impresa editoriale sembrava una goliardata di spiriti liberi, che avrebbe segnato e contenuto l’éducation sentimentale di milioni di ragazzi? E che quei ragazzi sarebbero diventati adulti conservandole tutte?

Ecco, sì, la Smemoranda è soprattutto roba da scuola, certo, e a scuola si ripassa, no? Perfetto. E infatti niente come sfogliare le proprie antiche Smemo ci restituisce indietro, vivide, le nostre vite giovani. Perché “come eravamo” è solo la premessa di “come siamo”. Sul “come saremo” si vedrà (che paura!), ma probabile che avremmo in mano (in due mani, che pesa!) una Smemo da pasticciare.

mar
27
giu 17

Il lettore rapito. Il testo sulla lettura, la scrittura e il resto, alla basilica di Massenzio

Il Festival Letterature di Roma mi ha chiesto di scrivere e poi leggere un testo inedito. Il tema era: scrittori/lettori, i banditi delle parole. Eccolo (è lungo, non è obbligatorio, conosco gente che non l’ha letto e vive benissimo, ma insomma, a chi interessa…)

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IL LETTORE RAPITO

Grazie a voi che siete venuti qui e grazie a quelli che mi hanno invitato.

A loro grazie un po’ meno, se devo dirla tutta, perché il loro è stato un orribile ricatto. Una richiesta assurda e impossibile e cioè tirare fuori da un cappello – un cappello gigantesco, un cappello immenso – una frase, una citazione, un virgolettato di quelli che mi hanno cambiato la vita, che mi hanno spiegato cos’è leggere, e perché non avrei mai smesso di farlo.

Massenzio2Insomma, mi appello alla benevolenza di voi tutti, se siete lettori capirete che non è facile trovare proprio quella frase, proprio quelle parole che vi hanno aperto il mondo. Sono disposto per questo a tutta la ruffianaggine possibile, al paraculismo estremo, fino a dire: “Ehi! Sono un lettore anch’io, andremo d’accordo!

Ma cosa volete? Che mi metta a cercare per casa l’Isola del tesoro per dire del mio primo salto sulla sedia? Che vada a scavare tra le belle parole degli altri, le frasi a effetto, quelle che magari ogni tanto servono per far colpo, o perché le sai agganciare a una situazione, perché le usi come didascalia, una stupida seduzione:

Venghino, venghino, signori, egli ricorda le frasi dei libri!

 Ma devono essere belle frasi? O bei libri?

Ecco. Ho già fatto casino. Mi dichiaro inadeguato al compito, mi arrendo, ma al tempo stesso intendo vendere cara la pelle e mi ricordo questa frase, che è un inizio, che è una schioppettata, che è una scommessa, e una promessa, e una sfida:

IL 25 MARZO ACCADDE A PIETROBURGO UN FATTO INCREDIBILMENTE STRANO

Ecco, lo vedete. Non è una frase storica, non è nemmeno quello là che si ricordava del ghiaccio davanti al plotone d’esecuzione. Non è nemmeno Holden che dice dei libri che ti hanno fulminato e che vorresti che l’autore fosse tuo amico e poterlo chiamare al telefono ogni volta che vuoi.

No, no, per carità, lascia stare il telefono, dai, ti do la mail…

Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un fatto incredibilmente strano.

E’ l’incipit de Il naso, di Gogol’, che di suo è già una storia assurda: come si fa a perdere un naso? E come fa quel naso a prendere una carrozza e girare per Pietroburgo, staccato dal suo generale, il titolare del naso, il legittimo proprietario? Assurdo, sì, vero. Ma più assurdo ancora è come ci finisci dentro.
Cosa? Un fatto incredibilmente strano? E quale? Dai, su, sentiamo, sbrigati.
Bastardo, Gogol… dieci parole contate, dieci di numero, e sei suo.

Scavate una buca in un bosco, in mezzo al sentiero. Ricopritela di foglie e chi ci casca dentro sarà catturato. Una trappola, una carta moschicida. Perché lui, lo scrittore, al lettore, non dice solo di quel fatto incredibilmente strano, no. Gli dice: dai, ora voglio vedere se non vai avanti. Su, prova a non leggere se sei capace.

Si dirà che è una seduzione, una piccola furbizia per attirare l’attenzione, ma non è solo questo, no. Si tratta di caricare una molla, anzi di più: di generare stupore. Anzi, di più, di generare stupore con le vite degli altri, inventate da zero o prese qui è là, sempre vite degli altri sono.

E non è nemmeno essenziale che lo stupore sia sommo e ineguagliabile, si possono raccontare vite banali, se ne esistono, anche se il dubbio è sempre lì in agguato: se vedete vite banali forse non le sapete raccontare, oppure siete di quel tipo legnoso di lettore, quello che si sforza di non cedere allo stupore, di resistere. Ecco Dostojevskij ne L’Idiota:

Dicono che non stupirsi di nulla sia un segno di grande intelligenza; ma, secondo me, potrebbe essere allo stesso modo un segno di grande stupidità…

Quelli bravi vi diranno che tra lo scrittore e il lettore c’è un patto, è vero, in qualche modo. Ma diMassenzio3 quel patto il lettore dev’essere complice convinto, farsi portare, cascarci dentro, essere disposto a fare la faccia che fa il principe Myškin quando vede il ritratto di Natas’ja Filippovna. Insomma, cadere nella trappola, camminare sulle foglie anche sapendo, anzi di più, intuendo, anzi di più, sperando, di essere davvero catturato.

Ecco i banditi delle parole, quelli che ti rapiscono. Già, perché il sottotitolo di questa serata è ancora più subdolo e carogna… “I banditi delle parole”.

Abbiamo, di questi banditi, foto segnaletiche, o ritratti, o identikit. Ne conosciamo le vite e le passioni. Sono quelli che ti portano in giro per le Halles di Parigi a metà dell’Ottocento, o che vedono Lara sul tram… Lara! E allora corrono, e corrono dietro al tram, e gli viene un infarto, povero dottor Zivago! Sono quelli che guidano la decapottabile su per Hollywood boulevard, ancora un po’ sbronzi dalla sera prima, perché hanno un caso per le mani:

“Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari”,

dice Marlowe.
Sì, i banditi sono questi qui, quelli che ti portano via dove vogliono loro, e tu sei contento di andarci.

Sono quelli che vanno dall’Oklahoma alla California raccogliendo frutta, con la nonna morta sul tetto del furgone, ed era Furore, 1939, sentite qua:

Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù.

Ecco lo stupore. Ecco che il trucco funziona, ecco che restate, come dicono in Spagna, bocabienti. Ma tu guarda, mi ha rapito, mi ha portato via, in un altro mondo e in un altro tempo e mi ha spiegato il Jobs act.
Bandito anche lui, Steinbeck.

La sua tomba sta al cimitero di Salinas, California. Una tomba come le fanno gli americani, una lastra di marmo per terra e morta lì.

Morta lì è la parola giusta.

Qualcuno – qualche lettore – ci lascia sopra degli oggetti, non solo fiori, anche accendini usa e getta, pacchetti di sigarette. Non sarà come Holden che vorrebbe telefonare al suo autore preferito, però puoi portargli da fumare, anche a uno morto stecchito da cinquant’anni.

Cosa sarebbe questo se non il ringraziamento della vittima – del rapito – al bandito – al rapitore?

Gente strana, i lettori, gente che non si accontenta, e questo è giusto. Ora che i social e tutto quel digitare isterico rendono in qualche modo… telefonabili gli scrittori, come diceva Holden, se ne approfittano.

Esce il libro, lo annunci in rete, oppure pubblichi la prima recensione, oppure dici di una critica. Passano venti secondi, anche meno e sotto, il primo commento, la prima reazione che leggi è:

Bello, bene, e il prossimo? Quando esce?

Annunci che presenterai il tuo libro in un posto. Verona, Bergamo, Salerno centro, che ne parlerai con loro, con i lettori. Passano venti secondi e arriva il primo commento, la prima reazione:

E a Cuneo mai?

E a Trapani non ci vieni?

Lo stupore è reciproco, diventa una partita di ping pong. Io voglio stupirli, e loro stupiscono me. Uno mi ha fatto una specie di scenata: “Tu. Proprio tu. Che io consideravo un sincero democratico, una persona perbene, pacifista, anzi peggio, pacifico, proprio tu conosci così bene le armi da fuoco! Sei affascinato dalle pistole. Che delusione, vergogna!”

Io balbetto, in questi casi.

E’ che scrivo gialli, io. Se vuoi il morto, qualcuno deve restarci secco, è matematico. Se qualcuno resta stecchito lì sul tappeto qualcun altro lo avrà ammazzato, no?

Mi rendo conto che è una difesa debole, ma insomma, io scrivo gialli, o noir, o qualcosa del genere, la pistola è, diciamo così, un ferro del mestiere. Mi aiuta un po’ Chandler, in questo, anzi Chandler che parla di Dashell Hammett:

Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali

Ma qui sta il punto, tra lo stupore di chi si fa rapire, e i banditi che ti rapiscono. Il giallo ha un vantaggio, anzi due. Il primo è che una volta che ti ho rapito, che ti ho tirato dentro, che ti ho detto, come Gogol, che è successo un fatto incredibilmente strano, tu vorrai capire, vorrai vedere come va a finire, e va bene, facile.

Il secondo vantaggio è che lì, nel giallo, nella storia nera, il delitto c’è per contratto, dichiarato, è la base da cui si parte, è il pilastro portante. Il Male, il Bene, il Buono, il Cattivo, sono lì dentro, e tu lo sai prima di cominciare.

Puoi avere buoni di tutte le specie, va molto quello sempre ubriaco con una donna che non c’è più, sporco di rimpianti ma abbastanza duro da non farli diventare rimorsi. Oppure il gentiluomo intuitivo al massimo grado, quello che vede un indizio e lo segue fino a un altro e fino a un altro e poi mette insieme i pezzi.

Oppure il buono muscolare, che fa a cazzotti e sta in piedi a caffeina e pillole.

O la caricatura scientifica del poliziesco tecnologico americano di inizio secolo – questo secolo –: si trova un pelo, lo si mette in un macchinario, anche portatile, una valigetta, e dopo tre minuti, dopo la pubblicità, saprai se il padrone del pelo beveva molto, se andava all’asilo dalle suore, se ha fatto il College a Santa Fé e guidava una Mustang. E’ l’ossessione scientifica, è il Male e il Bene ai tempi del colera tecnologico.

E anche i cattivi sono di tutti i tipi, certo. Ma quel che conta è che tu, lettore, lo sai, io, lettore lo so: il bene e il male sono compresi nel prezzo. Facile no? Ecco, ora bisogna solo mischiarli per bene.

Agitato, non shakerato.

Massenzio1E per quanto mi riguarda, se volete saperlo, la mia ansia di lettore è di finire in posti nuovi già pensati; e che chi scrive, il mio rapitore, il mio bandito, me li faccia pensare meglio. Io voglio finire in un buco, in una fessura, in un’intercapedine dove raramente si va a guardare.

Ecco, un’intercapedine.

Per esempio, resto al noir, al giallo, io voglio entrare – o portarvici, quando scrivo – in quell’intercapedine che c’è tra la Legge e la Giustizia. In quella fessura lì. In quella crepa nel muro. Perché la legge e la giustizia non sono la stessa cosa, non sono in scala uno a uno, sovrapponibili. No. Quello che è legale spesso è ingiusto, quello che è giusto spesso non è legale.

Una volta entrati in questa intercapedine, come Alice che casca nel pozzo, ecco, altri buchi, altri piccoli crepacci che possono inghiottirci. Sì, perché c’è un’altra intercapedine in cui si muove il noir, il giallo, il mistero da sciogliere. Ed è quella tra due giustizie, una di nome, fatta di ricostruzioni, faldoni alti due spanne, i testimoni, le prove, l’avvocato, il Pm, e la pittoresca scritta La legge è uguale per tutti, entra la corte.

E l’altra è la giustizia come la pensiamo noi, il senso di giustizia, quello che abbiamo da qualche parte tra il cuore e il duodeno, o il pancreas, che ne so, che ti fa dire: “oh, che ingiustizia!”, “Oh, ma questo non è giusto”.

Ecco, il bravo bandito, il rapitore migliore, è quello che ti porta lì.

Va bene il “Chi”, bello scoprirlo, bello indagarlo, elementare, Watson; ma noi lettori, noi rapiti grati al rapitore, vogliamo il “Come”, il “Perché”, soprattutto il perché.

Che ci sia il Bene, che ci sia il Male, c’è scritto in copertina, nella collana di questo o quell’editore, nel nome dell’autore. E’ un giallo, gente, ovvio che qualcuno si farà male.

Ma il perché il Male fa male e il bene cerca di metterci una pezza e di punirlo, e di beccarlo, devi cercarlo dentro.

Ecco, dentro quelle intercapedini lì, in quelle fessure, in quelle spaccature del terreno, cascano, o inciampano, o scivolano senza volere, le vite degli altri che ci interessa leggere, i mondi in cui veniamo rapiti, i perché di tutto.

E’ quando si verifica questo incontro tra la trama tessuta dal bandito e la voglia di sapere, di capire del lettore, che il famoso patto viene rispettato.

E’ una specie di mesmerismo, di magia. Con i suoi trucchi o le sue sfide, con i suoi, “Dai, su, vieni a vedere cosa succede qui, vieni a scoprire questo fatto incredibilmente strano”, lo scrittore ti ha preso, e ora che sei dentro è tutto diverso.

Sì, sì, va bene, non facciamola lunga, sei sempre tu, sei sempre in treno, in poltrona, sul letto, su una panchina col tuo libro in mano, e intanto però sei anche al gran ballo dell’ambasciata, o su e giù per le Langhe con la mitraglia in spalla come Johnny o Milton. Sei sempre tu, certo, ma non sei mica tu. Sei sempre lì, ovvio, ma non sei mica lì, magari sei a Madrid e non hai voglia di tornare a casa, e bevi in un posto pulito, illuminato bene, oppure sei nella tua villa bellissima e guardi dall’altra parte del lago e vuoi vedere la luce verde, che non vedrai.

O sei un qualsiasi Buendìa a scelta… e allora, come dice Marquez, ecco che succede qualcosa:

L’aria aveva una densità ingenua, come se l’avessero appena inventata.

Meraviglia! E’ questo leggere? E’ questo scrivere? Posso cavarmela dicendo che non lo so?

Posso dire che leggendo Zola a un certo punto ho amato monsieur Saccard, e pur sapendo che il disastro sarebbe arrivato, sicuro come l’oro, anch’io non avrei venduto le azioni dell’Universale, che anch’io puntavo al rialzo, al corso di tremila franchi, alla finanza che conquista il mondo, alla speculazione? Che imbecille, vero?

E non vi dirò di quella volta che mi fermai a fare benzina e finii per ammazzare il marito di lei, per pura passione di lei, roba da matti, col postino che continuava a suonare.

O di quando ho capottato con la macchina in mezzo alla neve e mi ha salvato una lettrice – proprio una lettrice – e mi ha rapito lei, questa volta, prendendomi a martellate perché quella scema di Misery non doveva morire.

E poi quando siamo andati a fare la Resistenza sulle montagne e a catturare fascisti da scambiare col nostro amico solo perché ci dicesse, poi, alla fine di tutto, cosa c’era davvero, esattamente, tra lui e Fulvia. Tutti qui seduti abbiamo detto almeno una volta nella vita insieme al Milton di Fenoglio:

Fulvia, a momenti mi ammazzavi!

Ecco, ho finito senza dire niente, perfetto, giusto così.

Sapete cosa c’è scritto sulla tomba di Leonardo Sciascia, a Recalmuto? C’è scritto:

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.

Accidenti.
E’ vero. Ce ne ricorderemo, e non solo della vita nostra – che ovviamente rivedremo tutta come un film, che cazzata – o dei vicini, degli affetti, degli amori, degli amici, dei figli. Ma ci ricorderemo sempre anche di altri che stanno, che stavano, in questo pianeta. I banditi delle parole, quelli che ci hanno rapito e portato con loro chissà dove, in mezzo alla campagna inglese, nella steppa, nella giungla, in macchina a Palm Springs con un’avventuriera bella da mozzare il fiato, a sparare a qualcuno, o esserne sparati, e in tutti quei posti dove siamo stati a vedere gente che cascava nelle intercapedini, nelle fessure, nei crepacci.

Da lì, abbiamo preso anche quello che siamo, non tutto, ma un bel po’.
Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.
Sì, sì, sicuro.
L’ho letto da qualche parte.

(Roma, Basilica di Massenzio, Festival Letterature, 26 giugno 2017)

 

dom
18
giu 17

I racconti “de paura” di Mark Haddon. Recensione su Tutto Libri

Qui la recensione per Tutto Libri dei nove racconti di Mark Haddon, “I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura” (Einaudi)

HaddonSe vi chiedete perché diavolo qualcuno leggendo un libro sotto l’ombrellone dovrebbe prendersi paura – ma paura vera – siete nel posto sbagliato. Mentre invece siete nel posto giusto, giustissimo, se pensate che la dissezione del Male, la sua descrizione quasi cronachistica, chirurgica, implacabile e feroce sia qualcosa di prezioso; e allora questo “I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura” di Mark Haddon vi conforterà (si fa per dire, non c’è niente di confortante o confortevole, anzi).

Mark Haddon, inglese di Northampton, che vive a Oxford, classe 1962, è quello del successo mondiale “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, insomma, uno di quegli autori attesi, di cui il lettore si chiede: “vediamo un po’ dove va a finire ‘sto tizio”. E a giudicare da questi nove tesissimi racconti, tirati come funi sul precipizio, dove andrà il narratore Haddon ancora forse non lo sappiamo (meglio, potrà sorprenderci di nuovo), ma sappiamo bene dove ha portato noi: in un territorio in cui la ferocia del vivere è descritta senza orpelli che ne smussino gli angoli, in cui la morte è una cosa implacabile e per nulla affascinante. Anzi puzza, ferisce, annienta.

Si comincia con il crollo del pontile su una spiaggia della Manica e già si capisce a cosa si va incontro. Il racconto ha la calma frenetica, o la frenesia apparentemente didascalica, dell’emergenza in corso, le descrizioni sono spaventose, il ritmo è scandito – l’orrore supplementare è che cominciamo ad esserci abituati – dal passare delle ore e dal conto delle vittime. Ogni vita è a sé, ogni morte è a sé, sembrerebbe la cosa meno letteraria del mondo, e invece.

Sospesi tra la quotidianità del disagio e dell’emarginazione (Bunny, La pistola, Respira) e l’esotismo d’avventura (il racconto che dà il titolo alla raccolta), addirittura tra la fantascienza (La lupa e il picchio) e l’impasto mitologico (L’isola), i racconti di Haddon, tutti e nove, brillano per un particolare che non è un dettaglio. C’è pochissima, quasi niente, di quella pietà preconfezionata che troviamo nei libri al cospetto della disgrazia, dell’inizio della fine, del cedimento strutturale del vivere. E se il crollo del pontile sembra scandire come un cronometro le tappe veloci del disastro, lo stesso pare accadere alle vite dei vari personaggi. Struggente ma raggelante, per esempio, la discesa agli inferi di Bunny, il grassissimo ragazzo di periferia alle prese con la sua solitudine e la sua stazza, che crede di trovare l’amore (e chissà, magari lo trova) per venirne ucciso. Oppure il gorgo – giù nel cesso – in cui finisce la vita di Gavin (in Selvatico), borghese di successo che ammazza uno sconosciuto la notte della vigilia di Natale, e da lì parte la sua fine. O ancora lo strabiliante, agghiacciante realismo con cui si descrive il ritorno a casa di Carol, il suo impatto con il disagio e il lasciarsi andare della vecchia madre, un disHaddonTTL170617egno dolorosissimo dell’oggi (o del domani: saremo vecchi, saremo poveri, saremo abbandonati) che a dispetto del finale onirico-lovecraftiano, fornisce, anche, uno spaccato sociale precisissimo, dolente, attuale.

Ogni storia di questa raccolta mette il lettore davanti a uno scivolo, quello dove possono finire le vite – le vite di chiunque, si direbbe – quasi senza preavviso e sempre senza remissione. E forse non è un caso che i racconti più riusciti siano quelli ambientati qui e ora, nelle periferie inglesi così simili alle periferie di tutti, nei casermoni brutti, nei prati non falciati, nei ragazzini sottoproletari che se ne vanno in giro con una pistola tra le tangenziali e i boschi dei suburbi, nell’uomo sconfitto che sente di invecchiare in solitudine, muoiono i cani, la vita scivola verso la fine dello spettacolo.

Sarà che Haddon ha l’età giusta per avere respirato quell’aria tanto tempo fa, oppure sarà che certe ambientazioni proletario-britanniche portano direttamente a quei luoghi, ma si sente nello scrivere di Haddon il respiro No-future che ebbe il punk più devastante, quell’attrazione per il Male senza redenzione e al tempo stesso quella contemplazione del degrado che fece di quella poetica un manifesto – anche estetico – della sconfitta eternamente in agguato.

mer
14
giu 17

Fasci, neonazi, svastiche: il maiale in cucina ha iniziato a puzzare

fatto140617Colpo di scena, tutti stupiti che ci sia ancora la destra. Grandi oh! di sorpresa, analisi messe su in fretta e furia per spiegare il contrario di quello che si era spiegato fino al giorno prima. Questo ci ricorda due cosette da nulla: la prima, il blocco sociale della destra c’è, esiste, non se n’è mai andato. La seconda, i voti di destra che Matteo Renzi aveva programmaticamente detto di voler attrarre (testuale: “Se con i nostri voti abbiamo non vinto, per vincere davvero i voti li andiamo a cercare di là”) non sono arrivati, non arrivano mai, preferiscono l’originale, seppur sbiadito, alla copia, com’era prevedibile (e come si è ripetuto fino alla nausea, avendone sempre in cambio sberleffi e contumelie, vabbé).

La mucca in corridoio di Bersani ora è una mandria, difficile non vederla. E in più, per restare alla metafora, c’è qualche maiale in cucina.

Tipo gli eletti di Casa Pound, per dire, o la lista Fasci Italiani del Lavoro che prende il 10 per cento in un paesino vicino a Mantova con tale Fiamma Nerini, 20 anni, ragioniera. Consiglio un viaggetto tra le pagine Facebook sue (ma ora le ha chiuse), del padre Claudio Negrini, fondatore del movimento, e del movimento stesso, posti dove si festeggia la presa di Addis Abeba, per dire dell’aderenza al presente e dell’odore di olio di ricino.

Come sia possibile che l’immagine di un fascio littorio compaia su un simbolo elettorale, venga stampato su una scheda e addirittura votato da 334 persone che nel caldo afoso della bassa hanno scelto una granita alla merda, è una cosa che dovrebbe spiegarci il ministero degli Interni. Si vede che la battaglia per il decoro non è ancora arrivata alle schede elettorali e si limita ai diseredati.

Naturalmente si può minimizzare, archiviare tutto come marginalità folkloristica, cavarsela con l’irrisione della macchietta, sorridere davanti alle cartoline del Ventennio, cose che in effetti qualche risata la strappano. E però i segnali si moltiplicano, le barzellette in orbace si affacciano alle cronache sempre più spesso, al punto che passa la voglia di sghignazzare. La torta con la svastica con cui Casapound di Lodi ha festeggiato il compleanno di un suo dirigente è piuttosto indicativa. Risultano le allarmate proteste delle comunità ebraiche italiane e poco altro, come se ci si trovasse al cospetto di un cretino che si veste da Uomo Ragno o una goliardia da gente che ha studiato poco. Insomma, si lascia correre (non risulta sia arrivata la polizia, ecco). A Roma, i cartelli contro i negozi stranieri affissi dai bellimbusti di Azione Frontale (urca!) sono passati via come una bravata. Anche lì non risultano retate. A Milano, città Medaglia d’oro della Resistenza, un manipolo di

Lealtà Azione ha pensato bene di andare al Cimitero Maggiore a fare il saluto romano ai camerati defunti. Gli stessi che qualche giorno dopo hanno partecipato a un’iniziativa (contro la pedofilia, andiamo, chi non è contro?) che ha ottenuto il patrocinio del municipio 7 della città. Dunque, ci è toccato pure vedere il logo dei filonazi accanto a quello del Comune, che si è poi fortunatamente – e dopo molte proteste – dissociato. E questo senza contare i periodici spettacolini con labari e gagliardetti, o i concerti dove si canta di difesa della razza.

Si sa che i paragoni storici valgono quello che valgono, l’Italia non è Weimar, una ragioniera della pianura mantovana non è un pittore austriaco coi baffetti da pirla, quelli che tagliano la torta con scritto Sieg Heil! non invaderanno la Polonia, d’accordo. Però si sappia che il virus è in circolo, che quotidianamente si infrange la legge inneggiando alle peggiori pagine della nostra storia, e che chiudere un occhio, anche due in certe occasioni, non ha frenato il fenomeno. Che il maiale in cucina, insomma, puzza un bel po’.

lun
12
giu 17

Torto marcio. L’intervista alla Radio della Svizzera Italiana

Qui c’è la bella intervista che mi ha fatto Rossana Maspero per Millevoci  della Radio Svizzera Italiana. Grazie (mp3)

MillevociRSI120617-2

 

mer
7
giu 17

Venghino signori! Comincia lo show del compagno Renzi

fatto070617La parrucca canuta e la barba finta sono già state consegnate a Ringnano sull’Arno, pronte per l’uso. Nel caso clamoroso che Jeremy Corbyn riesca nell’impresa di vincere le elezioni inglesi, Matteo Renzi è pronto a trasformarsi nel Corbyn italiano, dopo essere stato il Valls italiano, l’Obama italiano, il Marcon italiano e altro ancora. Già si affacciano timidamente su twitter i primi segnali della nuova trasformazione, per ora soltanto sottoforma di esternazioni “simpatiche” di portavoce ed esperti di comunicazione (!). Non che stupisca la coerenza ad assetto variabile: sono passati solo due anni (elezioni inglesi del 2015) da quando gli stessi strateghi renzisti spiegavano la sconfitta del timidissimo e conservatorissimo candidato Labour Miliband con un esilarante: “ha perso perché troppo di sinistra”. Ora che Corbyn (che è di sinistra davvero) rischia di vincere, o comunque di prendere più voti del suo predecessore, ecco in rampa di lancio il nuovo travestimento. Il vocabolario politico andrebbe aggiornato: più che trasformismo, qui si tratta di applicare la dottrina Fregoli: più cambi d’abito in pochi minuti.

Dai vapori delle strategie elettorali che scaldano i motori comincia a distinguersi un vecchio, caro ritornello, una cosa che si è conficcata nelle orecchie degli italiani come quelle canzoncine pop che ci allietano l’estate e che fischiettiamo anche se ci sembra di non averle mai ascoltate davvero. Insomma, ecco che s’avanza la solita tiritera del “voto utile”, dove “utile” si può tradurre che bisogna darlo al Pd.

Più la pattuglia alla sinistra di Renzi (non che sia difficile stare alla sinistra di Renzi, eh!) si avvicinerà minacciosa alla soglia del 5 per cento, più i toni si faranno suadenti, disponibili, accomodanti. In pratica, se il Pd renzizzato si renderà conto che può avere un’emorragia di voti a sinistra, più il blogger di Rignano dovrà organizzare uno dei suoi travestimenti più arditi: fingersi di sinistra pure lui, addirittura lui. Non so se TiketOne vende già i biglietti, ma ne voglio un paio di prima fila, perché lo spettacolo sarà imperdibile.

Fin’ora la strategia semantica della cordata che ha conquistato il Pd è stata abbastanza semplice: vendere come “di sinistra” provvedimenti ultraliberisti e cancellazione di diritti. Un gioco di prestigio che ha funzionato soltanto per qualche mese e poi si è sciolto come un gelato nell’altoforno: prima qualche elettore, poi molti, poi un paio di milioni, si sono accorti che scrivere la legge sul lavoro insieme a Confindustria e andare in giro a dire che si tratta di una legge di sinistra era una discreta presa per il culo. Che abbracciare il “modello Marchionne” non era proprio una cosa geniale. Che farsi periodicamente salvare da Verdini non era esattamente nel dettato teorico gramsciano. Che cancellare la tassa sulla prima casa anche ai cumenda con villa di diversi ettari non era precisamente una lotta alle diseguaglianze.

Ora si apre un periodo, assai divertente, di bastone e carota. La linea è già tracciata: da un lato screditare l’avversario (definire “sinistra radicale” una formazione che ha come riferimento Pisapia è semplicemente ridicolo), dall’altra gettare brioches al popolo, fingersi dialoganti, archiviare il vecchio arrogantissimo (e scemo) “ciaone” per sfoderare un grottesco “compagni, parliamone”. Insomma, quello che da anni si allea con Berlusconi, che concorda con lui fallimentari riforme, che inventa con lui leggi elettorali incostituzionali, verrà a spiegarci che è colpa della sinistra se alla fine farà un governo con Berlusconi. Per cui consiglio di preparare i fazzoletti: il “Renzi-torna-di-sinistra-show” sarà uno spettacolo circense di grande presa, più dell’uomo cannone, più della donna barbuta, più delle magliette gialle al terremoto. Venghino, venghino, portate i pop-corn.

lun
5
giu 17

Viaggiare in giallo, la pagella di Antonio D’Orrico (tutti promossi!)

Qui c’è la recensione dell’antologia Viaggiare in Giallo di Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della Sera

la Lettura040617

mer
31
mag 17

L a pazza estate: vedremo Orfini scrivere “Vota Matteo” sulle vongole

Fatto310517Ho il timore che si studieranno per anni, specie nelle facoltà di psichiatria e nei centri per il disagio comportamentale, gli effetti di una campagna elettorale estiva sul popolo italiano. Il tasso di litigiosità, già altissimo, supererà le soglie di allarme rosso, il caldo ecciterà gli animi, basterà occhieggiare in spiaggia il vicino d’ombrellone con le infradito “Vota Alfano” per fomentare terribili faide sul bagnasciuga. I primi stambecchi con scritto “Vota Silvio” avvistati dai turisti sulle Dolomiti creeranno scandalo e indignazione, ma anche molta invidia tra gli avversari, che tenteranno di scrivere “Vota Matteo” sulle vongole, un lavoraccio di cui sarà incaricato Orfini.

Nelle redazioni dei talk show è il panico. Gente che è arrivata alla fine di maggio sui gomiti, trascinandosi con la lingua fuori per le cazzate sentite e trasmesse in inverno e primavera, si vedrà annullare ferie e permessi: tutti in onda a ferragosto! Per portare il pubblico plaudente negli studi televisivi si rastrelleranno gli anziani nel centri commerciali. Prime stime delle falangi della propaganda: i Cinque Stelle quasi padroni assoluti in campeggi e spiagge libere, fastidiosi come testimoni di Geova, pronti all’evangelizzazione delle coste. I renzisti in fila nelle città d’arte, o appostati ai caselli autostradali intasati, intenti a spiegare ai viaggiatori che se avesse vinto il Sì la coda non ci sarebbe. I berlusconiani, anzianissimi, in decorose pensioncine, destinati ad incontrarsi con pensionati del Pd sulla battigia, agevolando il colpo di sole che li convincerà di essere in fondo fratelli, e benedire le larghe intesa già conclamate.

La promessa elettorale cambierà la sua natura, i programmi scoloreranno come il giornale lasciato sul parabrezza sotto il sole, a quaranta gradi. Cambiano le priorità, insomma. Va bene il welfare e le pensioni, ok, buoni argomenti. Ma a un certo punto, in macchina a sessanta gradi all’ombra, con i bambini che frignano e la spia dell’acqua accesa, sarete disposti a votare chiunque vi trovi un posto auto vicino al mare a Gallipoli.

Ci saranno innumerevoli problemi di linea politica. La svolta animalista di Berlusconi si applicherà anche al fritto di pesce o resterà circoscritta gli agnellini per farsi la foto a Pasqua? Michela Brambilla perorerà la causa dei pescespada? E Matteo da cosa si travestirà questa volta? Nel caso in Gran Bretagna dovesse vincere Corbyn (i sondaggi sono sorprendenti) si presenterà come il Corbyn italiano? O continuerà a recitare la parte del Macron italiano? O girerà per gli stabilimenti balneari presentandosi semplicemente come il Renzi italiano? (in questo caso mi porterei la scorta). Dramma per i leghisti. Sceglieranno le spartachiadi di polenta nei rifugi alpini dove credono di giocare in casa, o si spingeranno al Sud in omaggio alla linea salviniana di farsi prendere a pomodori sotto la linea gotica per poi fare le vittime?

E la sinistra, riuscirà a mettere d’accordo le sue millemila formazioni per superare l’assicella del cinque per cento adottata proprio per farla fuori, insieme ad Angelino buonanima?

Il combinato disposto campagna elettorale/sagre paesane aggiungerà delirio a delirio. Sarà un tripudio dada-ideologico tra festivalini improvvisati, feste della birra riformista, miss maglietta gialla bagnata, microconvegni in bermuda e crema solare su “i destini dell’Europa”, seminari sulla decrescita felice, arruolamenti in massa di venditori di cocco fresco, gazebo torridi, comizi negli autogrill. Sarà un inferno e al tempo stesso una spettacolare sagra della demenza, l’allegria dei naufragi, la fiera degli endorsement strappati all’intellettuale, all’attore, al cantante, allo scrittore mentre affettano il cocomero, in ciabatte e occhiali scuri, destituiti di ogni autorevolezza nell’assurda estate del nostro scontento.

mer
24
mag 17

Il mio detective per caso (talvolta) ha torto marcio

Tutto Libri de La Stampa mi ha chiesto un “Diario di scrittura”. Qui si spiega com’è nato Carlo Monterossi e tutto quello che, più o meno, gli gira intorno…

TuttoLibri200517

mer
24
mag 17

Il dibattito pubblico lo conferma: esce Lsd dai rubinetti

Fatto240517Caro direttore, amici lettori, autorità competenti.

Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.

L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.

Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.

Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.

Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.

gio
18
mag 17

Torto marcio, “io l’avevo detto” e raccontare Milano (e tutto il resto)

TortoMarcopag60Ecco del buon materiale su una cosa di cui si parla sempre quando si presenta Torto marcio e si chiacchiera con i lettori: com’è raccontata Milano? Tu come la racconti? E’ una domanda che mi piace (sì, la narrazione corrente, un po’ ideologica su “Milano capitale morale” è falsa e cieca, oltre che un po’ ridicola), ma anche difficile, perché la città, la società in cui la storia si svolge, non è uno scenario in cartone, è roba viva, vera, che accade veramente, non un trucco narrativo.

Come sa chi l’ha letto, parte di Torto marcio si svolge nelle case popolari Aler intorno a piazza Selinunte, che è un universo a sé. Si parla, nel libro, di un racket di case popolari, di occupazioni controllate da un’associazione a delinquere (nel libro sono calabresi), di disperati che vogliono un tetto sulla testa e che si rivolgono ai delinquenti perché nessun altro glielo dà. Ieri si è conclusa a Milano un’operazione di polizia, proprio in quelle case, in quelle vie, e si è scoperto un racket degli alloggi popolari (erano egiziani, non calabresi…) esattamente identico a quello descritto in Torto marcio.

Io l’avevo detto, insomma. Ma non è questa la cosa importante (lui l’aveva detto, e chissene…). Mi sembra più interessante che si sveli quello che dice, in fondo Torto marcio. Attenti, a pochi metri dalla città scintillante che state raccontando c’è questo. Si legge e si sa solo in presenza di qualche caso di cronaca nera, indagini, arresti. Ma quelli, i dannati della terra che abitano lì, i vecchi poveri, gli immigrati poveri, stanno lì tutto l’anno, tutti i giorni. Le diseguaglianze aumentano (altra coincidenza, l’ha detto ieri il rapoorto Istat, altro caso in cui posso dire io l’avevo detto, non che ci volesse molto, lo diciamo in tanti, da tempo).
Grazie a Repubblica che si è accorta di un libro uscito da poco e che racconta quello che succedeva lì prima che arrivassero legge & giustizia. Ma io lo so, e lo dico: passata la buriana, finite le indagini, tornata la calma, laggiù, alle case Aler di San Siro e ovunque le diseguaglianze mordono la gente, tutto tornerà come prima.

I riflettori torneranno sulle belle vetrine, la moda il design. Milano.

REPMI180517completo

 

mer
17
mag 17

La morte della decenza: Renzi e le magliette gialle sui luoghi del terremoto

Fatto170517

Ora che Roma è linda, pulita e scintillante grazie alle montagne di rifiuti raccolte da Matteo Orfini e dai suoi boys in maglietta gialla, si può passare ad altro: le frontiere della propaganda sono mobili e veloci. Via, si passa al terremoto, inteso come opportunità di marketing.

La chiamata alle armi viene direttamente dal Capo Renzi, su Facebook, appello accorato e ordine di mobilitazione. L’adunata è per tutti i militanti, dai deputati in giù, che andranno (cito il sacro testo) “Ognuno in un Comune diverso di quelli colpiti dal sisma”. A fare che? “Ad ascoltare, a fare il punto, a portare la testimonianza di un impegno concreto”. Insomma, niente ramazze, stavolta dovrebbero bastare le orecchie. Il Pd vuole “ascoltare” i bisogni delle popolazioni terremotate del centro Italia.

La stampa nazionale, almeno ieri, ha fatto finta di non sentire. Se si va a leggere la stampa locale, però, i commenti all’iniziativa “magliette gialle al terremoto” vanno dall’incredulità all’insulto fiero e contadino di quelle terre. Gente che si firma con nome e cognome, moltitudine di cittadini in forte disagio, non ascrivibili certo alla canea dei troll della rete.

Ma riassumiamo: Il Pd siede al governo con preminentissima posizione di comando. Il commissario straordinario al terremoto, Vasco Errani, è stato nominato da Renzi. Le quattro regioni colpite dal terremoto sono governate dal Pd. Decine e decine di comuni colpiti hanno sindaci del Pd, spessissimo brave persone che dall’agosto scorso lavorano giorno e notte per i loro cittadini messi in ginocchio dal sisma.

E con tutte quelle orecchie in loco, ora ecco che si indossa la maglietta gialla e si va “a ascoltare”.

Strabiliante. Matteo Renzi ci sta dicendo che non basta governare un territorio (regioni, comuni, frazioni) per conoscere la situazione dei cittadini che ci vivono. Bisogna andare lì in divisa (gialla) a “fare il punto”. Propaganda offensiva, per chi sta lì, uno sberleffo, uno schiaffo.

Per agevolare nella trasferta i deputati del Pd chiamati all’appello, possiamo consigliare qualche luogo d’interesse in zona. Vadano per esempio negli alberghi sulla costa, dove migliaia di persone sono state ospitate perché non gli si volevano dare container, ma le famose casette, che non arrivano, quando arrivano vengono sorteggiate. E ora che gli albergatori della costa rivogliono le stanze, che parte la stagione, i cittadini terremotati sono costretti a nuove diaspore tra campeggi e famiglie divise qua e là. Per il pranzo consiglio un ristorante di Pieve Torina, il Vecchio Mulino, che ha tenuto aperto tra mille eroici sforzi per sfamare soccorritori e operatori della protezione civile servendo migliaia e migliaia di pasti, indebitandosi perché lo Stato non paga la convenzione. Se piace la montagna, visitare Amandola, specie l’ospedale. Oppure Ussita, posto bellissimo, dove il sindaco si è dimesso perché dice che lì non si ricostruirà più. Oppure andare a comprare strepitosi formaggi da quegli allevatori che già a fine agosto di un anno fa dicevano: occhio che nevicherà, non abbiamo le stalle. Lo dissero per mesi, videro le bestie morire al gelo, gli appelli inascoltati. Ecco, chissà loro che faccia faranno vedendo delle “magliette gialle” che vanno “ad ascoltare”.

Ora è chiaro che viviamo una perenne campagna elettorale fatta di colpi di sceneggiate, trovate propagandistiche, alzate d’ingegno, e va bene. Ma scherzare con gente che dorme a 50-80 chilometri da dove lavora, che non sa dove dormirà tra una settimana o tra un mese, che un lavoro magari non ce l’ha più, che si rimette in piedi la stalla con le sue mani, che aspetta la casetta promessa per Natale, poi per primavera, poi per mai, ecco forse è un po’ troppo. Meglio fermarsi, se non per opportunità politica, almeno in nome della decenza.

mer
10
mag 17

“M Factor”, ecco tutti i candidati del talent per il Macron italiano

fatto110517Tutto pronto per le finali di M Factor, il talent che incoronerà il Macron italiano. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Istituto Zelig, presenta le schede dei concorrenti che si esibiranno nei prossimi giorni. Sarà una gara dura ma corretta, ecco i partecipanti.

Salvatore Macron – Pizzaiolo a Posillipo, mostra sul palco la sua camminata elastica e il sorriso da sciupafemmine finto-timido. Nel discorso di candidatura ricorda la sua famosa pizza cozze- polenta, simile all’equazione Flessibilità-Europa del presidente francese. Poche chances di vittoria, ma una naturale simpatia che forse gli varrà una candidatura nel Pd, dove però dovrà fingersi toscano.

Matteo Macron – E’ il vero favorito. Ha già vinto molti talent tra cui B Factor (il Blair italiano), O Factor (l’Obama italiano, senza cravatta), V Factor (il Valls italiano, per l’occasione in camicia bianca), C Factor (il Cameron italiano, giacca blu), e altri li ha persi malamente (R Factor, il Referendum italiano). Al contrario di Macron ha alle spalle un partito, ma sta facendo di tutto per ucciderlo. Difficile la collocazione politica: come Macron è fortemente liberale, tranne al giovedì alle dalle quattro alle cinque in cui si finge laburista mentre fa pilates. Fortemente europeista quando conviene, toglie le bandiere dell’Europa quando non conviene. Qualche difetto nel suo discorso di candidatura quando ha citato i grandi pensatori che hanno influenzato il suo pensiero: La Pira, Mazinga, Baricco, Giucas Casella, Marchionne e Paperoga. Evitasse calembours e giochi di parole scemetti potrebbe avere qualche possibilità.

Federico Macron – Di lui si sa pochissimo, se non che è molto giovane, che è entrato nella direzione del Pd perché è molto giovane, e che crede che il colore del 25 aprile sia il blu, perché è molto giovane e non studia. Si definisce “quasi Millennial”, perché ha chiesto a papà 850 euro per andare a Milano a sentire il discorso di Obama. Un vero Millennial ne avrebbe chiesti mille.

Mario Macron – Già noto come Mario Monti, vanta molte analogie con il presidente francese, prima tra tutte l’essere stato acclamato come un salvatore della patria senza avere partiti alle spalle, ma solo banche. Di lui si ricorda il loden e quei pochi deputati di Scelta Civica o come diavolo si fanno chiamare adesso. Le sue chances sono ridotte dall’età avanzata e dal fatto non secondario che al solo vederlo gli elettori estraggono collane d’aglio e cornetti rossi, quindi a differenza di Emmanuel Macron e di Matteo Macron un po’ di rosso c’è.

Ursula Macron – Impiegata di banca di Vercelli, vanta molte analogie con il presidente francese: ha infatti un camera un poster della famiglia Rothschild, non è né di destra né di sinistra, non ha un partito alle spalle e sottolinea nel suo discorso una sincera passione per l’Europa di cui conosce una brasserie a Montmartre e le ramblas di Barcellona.

Enrico Macron – Secondo alcuni critici sarebbe il più vicino all’originale. Tra l’altro, insegna in Francia dopo essere stato sfrattato dal governo da un altro concorrente del talent, Matteo Macron. Purtroppo, posato e timido com’è, non partecipa alla gara, un po’ per modestia e un po’ perché, a differenza degli altri, non è mica matto.

Silvio Macron – Cabarettista nato, a suo agio sul palco, dice di aver già fatto quello che ha fatto Macron, cioè vincere con un partito creato in sette minuti. La sua conoscenza delle canzoni francesi degli anni Sessanta gli dà qualche chance, a cui si aggiunge il sincero odio per Matteo Le Pen. Nel suo discorso di candidatura però ha malamente tradotto lo slogan “En marche” con un rivelatore “Ci marcio”. E’ decisamente anziano, ma se potesse fondere tutte le fidanzate degli ultimi 20 anni in una sola donna, lei avrebbe 12.347 anni.

mer
3
mag 17

Il nuovo gioco dell’oca dell’omino forte: tattiche tante, strategia zero

fatto030517Si riparte. Un nuovo inizio. In cammino. Pronti via. Il mood del nuovo Pd neo-renzianissimo che esce dalle primarie somiglia alle regole dell’hockey dove ci sono le espulsioni a tempo: fai un fallaccio, esci tre minuti e poi rientri. Perdi un referendum, stai fuori cinque mesi, poi torni in campo come un campione, tutto è perdonato, un poderoso reset cancella le gesta precedenti dell’eroe per darci un eroe nuovo di zecca. Un po’ come se Otello, strangolata Desdemona, se ne tornasse qualche mese a casa e poi dicesse: ok, rifacciamo la scena da capo! Nel Pd non si rifletterà troppo su certi trascurabili dettagli, per esempio sul fatto che il Renzi “di lotta” del 2013 prese 650.000 voti in più del Renzi “di governo” del 2017, ma insomma pare che le primarie del Pd vengano vendute come un lavacro delle passate sconfitte.

Ora si vedrà come il partito dell’omino forte si getterà nella battaglia, anche se già un paio di solenni minace sono state pronunciate: si occuperà di scuola (una specie di recidiva) e sarà più presente in rete, il che significa una recrudescenza di quella stucchevole schermaglia fatta di sberleffi, troll, provocazioni, verità adattate alla bisogna , #ciaone, eccetera eccetera. Sarà uno spettacolo, non scordatevi i popcorn.

Qualche curiosità potrebbe ora suscitare la curvatura emotiva del nuovo storytelling renzista, cioè quell’impasto di retorica, trionfalismo quando si può, vittimismo quando serve, che abbiamo già conosciuto e che si è trasformato nel giro di tre anni da “novità comunicativa” ad auto-caricatura. L’ambiguità che abbiamo visto fin qui derivava essenzialmente dalla convivenza di due linee narrative: una rebelde e scapigliata (uh, che vecchiume!, arriva lui e vi sistema), e una celebrativo-rassicurante (va tutto benissimo, #italiariparte e consimili fregnacce). Logica vorrebbe che aver ristretto un po’ il partito e averlo modellato sulla figura del suo burbanzoso leader – l’omino forte, appunto – necessiti di una comunicazione se possibile ancor più aggressiva. Ma, alla lunga, il problema sarà un po’ più complesso. Il nuovo Renzi non potrà criticare troppo il passato, che è rappresentato dal vecchio Renzi e in gran parte dall’attuale governo, e al tempo stesso faticherà a crearsi nuovi nemici ad ogni passo: gli avversari ci sono, si conoscono, sono sempre gli stessi. Dopo Grillo, i bersaniani, D’Alema, il sindacato, l’Anpi, i costituzionalisti, l’accozzaglia, quelli “che dicono sempre no”, varie ed eventuali, il ragazzo ha, come dire, finito l’album: o si inventano nuovi marziani nemici del grande disegno renziano, oppure si è daccapo. In questo senso, la retorica già dispiegata sulla “ripartenza”, il nuovo inizio, il cammino suonano un po’ come il “riparti dal via” del gioco dell’oca. Sintesi: abbiamo perso tre anni per tornare daccapo, con un leader ambizioso e tendente a una caricatura di autocrazia e tutti gli altri cattivi fino a nuovo ordine, o finché non conviene il contrario. Ma il problema è che il grande disegno renziano non si sa cos’è. E’ il 25 aprile un po’ ridicolmente riverniciato da festa del’Europa, oppure l’orgoglioso leader nazionale che toglie le bandiere dell’Europa dall’ufficio? E’ quello che si batte come un leone contro l’aumento del’Iva, oppure quello che ne ha posto le basi con le clausole di salvaguardia che mise quand’era al governo? Quello che tratta Padoan come “un tecnico” (con annesso mascelluto disprezzo) o quello che lo fece ministro? E’ quello della #buonascuola miglior riforma possibile o quello che ora dice: affronteremo la questione della scuola? Insomma, le tattiche abbondano, la strategia non si vede, a meno che non si possa considerare strategia la solita solfa del trionfo di Matteo che prese meno di due milioni di voti nel 2013 e più di un milione oggi.

sab
29
apr 17

Il tranquillo paesino inglese è pieno di scheletri nello stagno

TuttoLibri mi ha chiesto di recensire il nuovo romanzo di Paula Hawkins… sì, quella de La ragazza del treno. Ecco qui

HawkingTTL290417Chi dice dodici, chi diciotto, chi arriva a venti, ma insomma, che Paula Hawkins abbia venduto milioni di libri con La ragazza del treno è noto, e che la signora stacchi ora un altro biglietto della lotteria è ampiamente annunciato. C’è attesa, dunque , e non solo per gli addicted del bestsellerismo estremo. Il fatto è che la Hawkins con quella sua storia al femminile avrebbe aperto – bene! – un filone dove donne sono quelle che raccontano e donne, quasi sempre, le vittime. Si legge dunque questo Dentro l’acqua (Piemme) un po’ per controllare l’evoluzione di un’autrice già salutata come caposcuola e un po’ per vedere se il gioco regge, e già la dedica in apertura (“A tutti i piantagrane”) promette bene.

Tutto si svolge in un paesino inglese, Beckford di cui a poco a poco conosceremo più o meno tutti gli abitanti. A Beckford c’è un fiume (non se ne fa mai il nome, è sempre “il fiume”) dove pare la gente faccia il bagno estate e inverno, giorno e notte, con tutto che l’Inghilterra non è mica ai Caraibi. A un certo punto il fiume fa un’ansa e forma uno stagno, lo Stagno delle Annegate. Tutto questo ce lo racconta la prima voce narrante, Jules (in realtà Julia) che arriva in paese perché la sorella Nel è caduta proprio nello Stagno delle Annegate da un’altissima rupe, una di quelle altezze da cui, all’impatto, anche l’acqua pare cemento. Si è buttata? L’hanno buttata? Intorno a questa domanda ruota tutta la storia, vista dai punti di vista dei diversi protagonisti.

Qui le cose si complicano, perché le ottiche si moltiplicano e il racconto – la trama vera, il “perché sta succedendo tutto questo” – si costruisce per incastri, incroci, punti di vista che si toccano, divergono, tornano a toccarsi. Oltre a Jules, a raccontare, ci sono la nipote adolescente Lena, il ragazzino Josh, il poliziotto Sean, la sua collega Erin, la matta del paese Nickie e altri ancora. Come dire che la Hawkins mette in piedi un caleidoscopio (uno split screen, se siete moderni) di racconti staccati che compongono un disegno, e in questo è davvero brava, perché ha in mano una storia che potrebbe scappare di qua e di là, e invece alla fine tutti i pezzi finiscono a posto, con tanto di sottofinale e colpo di scena conclusivo.

E poi c’è quella strana Twin Peaks inglese, di cui conosciamo gli abitanti e di cui scopriamo cose 7819414davvero strane: più o meno tutti hanno in famiglia una donna morta, e la ricostruzione del passato, delle vite e delle storie personali, porterà sempre lì, a una donna affogata nello stagno, o caduta dentro, o spinta, o suicida, o ammazzata, senza contare i tentativi non andati a buon fine.

Sappiamo tutto questo a pezzettini, a colpi di piccole rivelazioni, anche perché Julius scopre che la sorella morta stava studiando la faccenda, era partita dalla piccola Libby (affogata dalla brava gente del paese in quanto strega nel 1679) per arrivare ad affogate più recenti, di cui il paese, ovviamente, preferisce non parlare. Dunque si intrecciano due spiriti maligni del noir: quello un po’ gotico del paesino silente e omertoso, che custodisce i suoi segreti e i suoi scheletri nell’armadio (cioè, nello stagno); e lo schema classico della stanza chiusa, per cui sappiamo che tra i personaggi in scena ci sarà il cattivo, o il più cattivo, e il piacere sta nello scoprire i come e i perché. Del resto che una donna che indaga su strani affogamenti muoia affogata, che l’amica del cuore di sua figlia sia morta annegata, che la madre del poliziotto che indaga sui casi delle annegate sia morta nel fiume pure lei (e molto altro che non si può dire qui), beh, convertirebbe anche il più irriducibile tifoso delle coincidenze.

La vecchia ragazza del treno, che è anche la nuova ragazza del fiume, cioè la Hawkins, cammina su un crinale molto stretto, a tratti su una lama: di qui l’abilità nel costruire storie personali, con tutte le loro acrobazie emotive, gli struggimenti, i rimorsi, i silenzi, le seduzioni e gli amori proibiti; di là una storia un po’ estrema, con una mezza dozzina di donne morte in acqua (e una cittadina di provincia che continua imperterrita a andare al fiume a nuotare, divertirsi, tuffarsi), ognuna per oscuri motivi che verranno piano piano a galla, almeno loro.

“Donne che portano guai”, le chiama la Hawkins facendolo dire a una delle sue protagoniste (che finisce affogata, ovvio). Ed in effetti sì, è un campionario di quei guai che avrebbero in qualche modo a che vedere con la libertà: di amare chi ti pare, di avere una vita decente, di cercare la verità, di mantenere certe promesse. L’abilità specifica della Hawkins è quella di scavare sotto le vite, di svelarne segreti e elementi nascosti, in questo aiutata da una costruzione polifonica, e forse si merita tutti i milioni di lettori che avrà. Tutta gente, che magari, letto Dentro l’acqua, avrà il buon senso di non fare il bagno nel fiume che passa da Beckford.

ven
28
apr 17

Torto marcio al Salone del Libro di Torino, poi presentazioni, festival… Insomma, le date di maggio

C4KQ8yzXUAoc3EmTorto marcio va molto bene,  è ancora on the road e siccome ho promesso di aggiornare le date ecco qui il programmino (denso) del mese di maggio

6 maggio, Garbagnate, Libri in corte, ore 18.
L’incontro è alle 18 alle Biblioteca comunale (via Monza 12)

13 maggio, Palermo, Tutti i colori del giallo, ore 18.30.
Si parla del Monterossi (e di tutto il resto) al Teatro Rouge et Noir (Piazza Verdi 8) con Costa e Piazzese.

20 maggio, Torino, Salone del libro, ore 16.30.
L’incontro su Torto marcio si intitola: “Romanzo civile. Con sottofondo musicale”. Dialogo con Giorgio Fontana, Sala rossa

21 maggio Torino, Salone del libro, ore 14.
Antonio D’Orrico presenta Viaggiare in giallo, la nuova antologia Sellerio che contiene un racconto del Monterossi. Ci siamo  tutti: Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami, Alessandro Robecchi e Gaetano Savatteri. Sala gialla

24 maggio Milano, Feltrinelli Duomo, ore 19
Una presentazione che non c’entra con Torto marcio. Il professor Alessandro Carrera presenta il terzo volume delle Lyrics di Bob Dylan (ne ho scritto su TuttoLibri de La Stampa, qui). Ho l’onore di presentarlo proprio nel giorno del compleanno di Dylan (auguri). Qui l’invito.

28 maggio, Carpi, Festa del racconto, ore 10.30 .
Incontro su Torto marcio. Presenta Daniele Bresciani. Locandina

28 maggio, Ravenna, ScrittuRA Festival, ore 18.30.
Si parla di Torto marcio in piazza  Unità d’Italia con Federica Angelini. Il programma lo trovate qui. Qui la Locandina

gio
27
apr 17

Due o tre cose sul nuovo racconto del Monterossi. In Viaggiare in giallo

Due o tre cose sul nuovo racconto, la nuova storia di Carlo Monterossi. E’ uscito settimana scorsa nella nuova antologia Sellerio Viaggiare in giallo, in cui mi ritrovo in eccellente compagnia (Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami, Gaetano Savatteri). Torto marcio sta andando molto bene, le presentazioni sono interessanti e i lettori fanno domande (a volte domande che non mi aspetto. Bene, è un po’ come se il dibattito sulla giustizia delle schermaglie sulla giustizia tra Carlo e donna Isabella De Nardi Contini continuasse in pubblico, come se Katrina cucinasse per tutti). Questa volta Carlo Monterossi e Oscar Falcone sono in missione per conto loro, e mi è piaciuto fargli attraversare la Brianza, luogo per certi versi misterioso e esotico. Non aspettatevi morti ammazzati, anche se il racconto si intitola Killer (la gita in Brianza). Non posso dire niente sulla trama, ovvio, ma è una storia un po’ americana e on the road, se si riesce a non investire i ciclisti e si apprezza il cielo lombardo “che è bello quando è bello”. E la Brianza, vista dalla macchina è ancora un po’ gaddiana, a saperla vedere… E poi la misura del racconto è… stimolante per chi scrive, ecco.
Al Monterossi non gli passa il blues, ma insomma, è una buona convalescenza, e se c’è Oscar qualcosa succede sempre. La scheda del libro la trovate qui. Buona lettura.

VIaggiareingialloCOVER

 

mer
26
apr 17

Le avventure di M. R. il toscano, l’inafferrabile re delle cronache

fatto260417Con tutto  quello che succede sul pianeta, dal derby nucleare tra le due persone peggio pettinate del mondo alla manovrina di Padoan, dagli ordini di Trump a Gentiloni alle primarie del Pd, saranno sfuggite ai lettori alcune notizie di cronaca. Cerchiamo di rimediare con un piccolo riassunto.

Firenze. Gli addetti della Polfer di Firenze hanno sorpreso un uomo intento a cambiarsi in una toelette della stazione. Si tratta di M. R., già noto alle cronache e con numerosi precedenti per trasformismo, che tentava di travestirsi da Emmanuel Macron, incorrendo così in diversi reati, tra cui atti osceni in luogo pubblico e scambio di persona. “Lo abbiamo visto cianotico e siamo intervenuti”, hanno detto gli agenti, accertato che M. R. cercava di sembrare quaranta chili più magro. La vicenda si è chiusa con un verbale e un ammonimento a non riprovarci, a cui M. R. ha risposto con “Bien sûr, au revoir! Vive l’Europe!”. Non è la prima volta che M. R. cerca di travestirsi da vincitore, era già successo in occasione di un défilé con la camicia bianca, insieme a leader in camicia bianca tutti finiti malissimo.

Roma. Una pattuglia di Carabinieri ha sedato una rissa tra gang rivali nei pressi del ministero del Tesoro. Le due bande che si sono fronteggiate erano capitanate da M. R., contrarissimo all’aumento dell’Iva prima delle primarie del Pd e poi prima delle elezioni, e M. R., ex Presidente del Consiglio, inventore delle clausole di salvaguardia nella passata legge di stabilità, che contenevano l’aumento dell’Iva. Come sempre, lo scontro è iniziato con male parole e provocazioni, per poi degenerare. I due M. R. interrogati separatamente, si sono rivelati la stessa persona e si aspetta ora un confronto al’americana. Il bilancio dei tafferugli è di un contuso: si tratta di un passante ignaro convolto nello scontro, un tecnico, tale Pier Carlo Padoan, che ha riportato ferite all’autostima curabili in dieci giorni.

Pontassieve. Un noto blogger della provincia di Firenze ha intrattenuto online gli iscritti al suo blog, Facebook, Twitter, Instagram, PacMan e PokemonGo, oltre ai  clienti della sua app, sui suoi pensieri alla vigilia dell’incoronazione del nuovo/vecchio segretario del Pd che avverrà domenica prossima. Ordinaria amministrazione, vanterie e chiacchiere, fino all’atroce minaccia: subito dopo le primarie M. R. si occuperà di scuola, di una nuova riforma della scuola, di nuove riflessioni sulla scuola, di inedite soluzioni politiche per la scuola. La popolazione civile è stata avvertita, professori, studenti e famiglie si apprestano a scendere nei rifugi. Timidi e per ora prudenti i commenti delle associazioni del docenti: “Assistiamo con rispettosa curiosità le prossime riflessioni del comandante Schettino sulla riforma della navigazione”.

Fiumicino.  Finalmente restaurato, tornerà nei cinema un capolavoro del giugno 2015, sempre apprezzatissimo dalla critica e poco conosciuto al grande pubblico. Si tratta di un raro documentario in cui un certo M. R., in evidente trance agonistica, ammoniva di allacciarsi le cinture, perché “si decolla”, perché “Se decolla Alitalia decolla l’Italia”. Secondo i recensori più acuti, si tratta di un capolavoro di recitazione, perfetta sintesi del metodo Stanislavskij, in cui l’attore esaspera il meccanismo dell’identificazione, diventa pietra, poi albero, poi – esercizio di difficilissimo – salvatore di Alitalia. Per chi studia recitazione si tratta di un documento prezioso, specie nei passaggi in cui M. R. confessa di aver sempre sognato di fare lo steward e attacca frontalmente i gufi che non credono al prodigioso rilancio della compagnia di bandiera. Meno di due anni dopo, il film sarà proiettato a bordo degli aerei Easy Jet e di tutte le compagnie di bandiera non affidate alle sapienti cure di Montezemolo.

dom
23
apr 17

Bob Dylan, dopo la protesta le vette del misticismo laico

E’ uscito il terzo volume delle Lyrics di Bob Dylan. Ne ho scritto su TuttoLibri de La Stampa.

DylanTTL220417Ecco, ora le opere complete sono davvero complete. Che lo vogliate ancora menestrello (uff!), o Zelig elettrico, o profeta di chissaché, o bislacco cantante, ora i testi di mister Bob Dylan li abbiamo tutti. Con l’uscita del terzo volume delle sue Lyrics (Feltrinelli, qui tutti i testi dal 1983 al 2012, i primi due tomi coprivano gli anni 1962-68 e 1969-83), si compone la monumentale cosmogonia dylaniana.

Queste, insomma, sono le parole, tutte le parole. Ottimamente tradotte e magistralmente commentate da uno dei più grandi dylanologi viventi, Alessandro Carrera, professore illustre di Letterature e Culture del Mondo all’Università di Houston, Texas, saggista, scrittore e altro ancora. Un’opera preziosa che oggi suona come un involontario risarcimento: mesi e mesi a disquisire se Dylan meritasse il Nobel – e caliamo un velo pietoso sulle strambe accuse di “cafonismo” per il ritardato ritiro del premio – e ora ecco nero su bianco la materia del contendere. Leggere i testi – si dice in giro – conta più del chiacchiericcio salottiero-letterario del “Oh, signora mia, che maleducato quel Dylan!”. Il primo grazie al professor Carrera per il suo lavoro di cesello sul prezioso intarsio dylaniano è dovuto per questo: fornisce argomenti, letture critiche, interpretazioni sapienti capaci di uccidere l’ottuso luogocomunismo dei senzapoesia.

E dunque via, che il viaggio cominci, ricco di deviazioni, di salti, di passaggi di tono. Una poetica ingombrante e ramificata, a volte contraddittoria, eppure, vista nel suo corpus complessivo, di straordinaria, cristallina coerenza. Il terzo volume delle Lyrics copre trent’anni di Dylan, ed è il Dylan adulto, Dylan3quello che si affranca faticosamente dall’ombra del suo mito (avvertenza: se leggo ancora una volta “portavoce della sua generazione” metto mano alla pistola), che lo stropiccia implacabilmente, rinnegandolo e rafforzandolo al tempo stesso. Un Dylan che si lascia alle spalle la formula della “canzone di protesta” (ri-uff!) e persino le svolte religiose fatte di gospel, inni e salmi.

Si parte, ordine cronologico, da Infidels (1983), salutato all’epoca come uno dei periodici “grandi ritorni” di Dylan, e si arriva a Tempest (2012), capolavoro di misticismo laico, dove lo scoramento e il disincanto scivolano in un groviglio di rimpianti: lido mattino /abbiamo pianto per le nostre anime lacerate / a cosa sono valse le nostre lacrime? / a cosa sono valsi quei lunghi anni sprecati?” (Long and wasted years). “Abbiamo pianto in un freddo, geDylan2
Tra questi due estremi, tra queste stazioni di testa e di coda lontane tre decenni, si dispiega il grande affresco di Dylan. Che è un racconto sull’America e sull’Anima, sul Bene e sul Male, la Vita, l’Amore, l’Abbandono, e su come – maldestramente, umani come siamo – maneggiamo tutto questo. Il testo originale a fronte ci dà conto delle assonanze e dei ghirigori semantici, roba per gli anglofoni esperti, e qui un altro grazie al traduttore va per la scelta, ogni volta, del giusto registro: letterale quando serve, capace di illuminare sullo slang dylaniano fatto di allusioni e citazioni, persino in rima quando il testo lo richiede. E preziosissime sono le note di Carrera, rabdomante colto e spericolato che cerca e scava tra significati profondi e rimandi di senso, ammiccamenti, assorbimenti di parole sempre sospese tra la Bibbia e i Poeti (quelli che se avessero vinto il Nobel nessuno avrebbe storto il naso).

Ma Dylan sa attingere anche dalle filastrocche per bambini, dall’enorme serbatoio della Grande Canzone Americana, dai proverbi, dal folk pre-operaio fino alla ricerca del Blues, o meglio, se si consente l’uso di una categoria kantiana, della “bluesità”. Per cui leggere questi testi (non poesie, canzoni!)Dylan1 è intraprendere un viaggio non, banalmente, in “quello che voleva dirci l’artista”, ma in quello che ci ha detto veramente, cantandolo, appoggiando il senso delle parole su metriche che è bello strascicare e tradire mille e mille volte. E sarà un caso, o gusto personale, ma i testi di album come Love and Theft (2001) o Tempest (2012), dove la descrizione e lo sgomento per ciò che si descrive si uniscono in gloria, sono capolavori sinuosi e fluidi. Dal poeta impariamo che le storie del mondo, dalla grande alluvione del Delta del Mississippi del 1927 all’affondamento del Titanic, da Romeo e Giulietta alle vite di piccoli banditi già sconfitti alla prima strofa, sono le storie nostre, che ci riguardano e che in qualche modo ci spettano.
Perché alla fine di tutto – alla fine del libro, della musica e di una carriera durata oltre mezzo secolo e che ancora dura – siamo ancora qui a dirci, stupefatti e storditi di malinconia: “Hai gambe che fanno impazzire gli uomini / Quante cose non abbiamo fatto e invece dovevamo fare” (Scarlet Town).

sab
22
apr 17

Torto marcio, il Monterossi e Milano. Su RaiNews

Qui c’è l’intervista di Paolo Maggioni per TuttiFrutti di RaiNews.

gio
20
apr 17

Fasci da compatimento tra “rettificazione” morale e prime pagine

fatto200417Dilemma etico non da poco: i fasci da compatimento che qualche notte fa a Tor Bella Monaca hanno attaccato cartelli contro negozi stranieri, fanno più paura o fanno più ridere? E’ una questione antichissima: era sublime il Grande Dittatore di Charlie Chaplin, ma certo non ha impedito a Hitler di fare quello che ha fatto. E dall’altro lato la bramosia dei piccoli arditi di borgata di farsi prendere sul serio suggerirebbe proprio il contrario: coglierne il lato macchiettistico e involontariamente auto-satirico. Che fare, dunque? Intervistati dai giornali, i titolari dei negozi presi di mira dicono che non denunceranno, il che significa che ci credono poco alla “giustizia che fa il suo corso”, mentre i balilla sulla pagina Facebook del gruppetto fascista che ha rivendicato l’azione (qualche cartello appeso, forse qualche scritta sul muro) festeggiano la Santa Pasqua (Auguri camerati!”). Tutto un po’ surreale, insomma. Lasciamo perdere la faccenda dei negozi italiani e dei negozi stranieri: si può spaziare dagli orrori della Notte dei Cristalli al ridicolo sogno dell’autarchia in un mondo globalizzato, in entrambi i casi si prova una certa vertigine. I gerarchetti di Tor Bella Monaca rilasciano comunicati manco fossero l’Onu, e sono righe esilaranti da cui traspare la prima preoccupazione: farsi conoscere, dire chi sono, collocarsi. “Identitari, nazionalisti, di ispirazione cattolico-fascista”. Ecco fatto, semplice, no? Siamo a un passo (dell’oca) dalla barzelletta sul matto che si crede Napoleone.

Poi c’è, nelle prime righe, il severo monito: “non siamo la costola di nessuno”, che messo così in evidenza significa proprio il contrario: saranno camerati che hanno litigato con altri camerati su chissà quale centrale questione strategica (il fez va portato storto? DVX si potrà scrivere anche con la U normale?). Non si sa quanti ardimentosi adepti abbia questa nuova setta grottesco-fascista, ma se si va a vedere il manifesto d’intenti, che è un po’ anche un programma, una dichiarazione e un “che fare?”, si può leggere questo: che lottano contro i poteri forti e “nello specifico satanismo e massoneria , signoraggio bancario e lotta al sionismo”. Non si capisce come siano esclusi dagli ambiziosi obiettivi anche l’alopecia, l’imperialismo e il surf, ma non si può avere tutto. Quel che è certo è che per fare tutto questo (cioè per lottare come belve contro il satanismo, per dirne una) serva “un’immensa rettificazione morale”, che fa paura, ma anche ridere, solo a dirlo. Risparmio al lettore innocente il resto della prosa, ma resta il dilemma di prima: quando vedi uno che delira ridi, come verrebbe spontaneo fare, o ti preoccupi che il delirio non si espanda?

Una cosa però appare abbastanza evidente: pur propugnando arditamente “la controinformazione a dispetto dei metodi tradizionali di comunicazione” (sic), gli arditi che difendono la civiltà occidentale e l’identità italiana contro un macellaio rumeno o una parrucchiera nigeriana ai “metodi tradizionali di comunicazione” (ri-sic) ci tengono in bel po’, e difatti sventolano come un gagliardetto consunto dalla battaglia un articolo di giornale che parla di loro (“sulla prima pagina”, si lasciano scappare con orgoglio). Alla fine pure questo fa un po’ ridere: mentre teorizzano “Il

servizio di una causa che va al di là dell’uomo” (eh?), mentre ci assicurano che “Contano soltanto le qualità dell’anima, le sue vibrazioni, il dono totale” (prego?), contano le righe e raccolgono la rassegna stampa, come se entrare in qualche modo nella cronaca fosse un atto di esistenza in vita. Naturalmente non farò qui il nome di questi arditi alfieri della “rettificazione morale” (scusi?), proprio per non finire nella loro collezione di “dicono di noi”. Il dilemma se siano più preoccupanti o più ridicoli resta aperto.

mer
12
apr 17

“Disintermediazione”: ti tolgo ancora diritti ma ti faccio sentire figo

Fatto120417Un fantasma si aggira per l’Italia. È il fantasma della “disintermediazione”. Parolina di moda per addetti ai lavori, un tempo, più che altro riguardante l’informazione: perché affidarsi alla mediazione di un organo di stampa quando invece ci si può informare sulla pagina Facebook di Gino, o Pino, o Sempronia? Perché leggere analisi e cronache quando il Capo ti sistema con un tweet tutto quello che c’è da sapere? Affascinante concetto. Matteo Renzi ne aveva fatto un suo cavallo di battaglia, naturalmente. Disintermediare, per lui, significava fare a meno dei corpi intermedi, sindacati in primis, che generano confusione, rallentano il paese, mettono in campo spossanti trattative, mentre il modello vincente sarebbe quello dei lavoratori che fanno accordi aziendali, magari singolarmente, qui la pecunia qui il cammello.

Ora ecco che con la disintermediazione sul posto di lavoro arriva il carico da undici del grillismo. Dal blog (quello di Genova, non quello di Rignano) arriva il disegno per le future relazioni industriali: basta con il sindacato, vecchio, incrostato, eccetera eccetera, e avanti con la disintermediazione, un luogo di sogno in cui in fabbrica, in ufficio, nel magazzino della logistica, a scuola e, insomma, in ogni posto in cui si scambi tempo-lavoro per salario, “uno vale uno”.

Immaginarsi la scena non costa niente: l’operaio del terzo turno che entra nell’ufficio di Marchionne disintermediando la segretaria e dice: “Oh, capo, oggi non mi va di montare i parabrezza alla Panda, venga giù lei a farlo”. Interessante, ma poco realistico, diciamo, non si sa se più vicino agli antichi sogni di un’ipotetica “autonomia operaia” o a quelli Dickensiani dei vecchi padroni del vapore, scegliete voi.

Naturalmente il concetto di disintermediazione, una volta portato alle estreme conseguenze, genererà un po’ di confusione. Perché affidarsi alla mediazione del chirurgo per quella dolorosa appendicite? Su, coraggio, disintermediate! Uno specchio, un coltello da cucina e fate da soli. Perché affidarsi alla mediazione del tranviere per andare da un posto all’altro della città? Basta disintermediare e guidare l’autobus un po’ per uno. Si potrebbe continuare all’infinito, ma insomma, il concetto è chiaro. Stupisce però che questa febbre da “disintermediazione” si alzi sempre quando si parla di lavoro e di sindacato. Che certo è un corpo intermedio con le sue lentezze e le sue “incrostazioni”, con tutte le sue magagne e difficoltà. E però stupisce questa voglia di “fare da sé”, di autoorganizzarsi, di “uno vale uno” proprio in un momento storico in cui chi lavora – chi abita le infinite varianti di un mondo del lavoro trasformato in giungla selvaggia – pare più indifeso che in passato, come ci insegna il Jobs act ( basta dare un’occhiata alle cifre dei licenziamenti “disciplinari”, così massicciamente sdoganati e prontamente attuati dalle aziende appena gliene è stata data l’occasione). Certo, il mondo del lavoro subisce (e ancor più subirà) notevoli scossoni, dalla tecnologia, dall’automazione e da altro ancora. Logica suggerirebbe quindi di rafforzare (e certo, migliorare, disincrostare, mi scuso per questo gergo da tecnico della lavatrice) i corpi intermedi che lo difendono, e non di mettere in campo un altro ostacolo al loro lavoro, che in questa fase storica è di difesa dei diritti, furbescamente confusi con privilegi, come se avere un posto di lavoro più o meno fisso fosse essere “casta”. Ora sarebbe lungo e noioso ripercorrere la storia del movimento dei lavoratori, ma è indubbio che i corpi intermedi (in italiano: i sindacati) abbiano detto la loro. Il sospetto, legittimo è che se i ragazzini di otto anni che a fine Ottocento lavoravano per dieci ore nelle filande (ancora Dickens e dintorni) avessero “disintermediato”, sarebbero ancora lì.

gio
6
apr 17

Torto marcio. Sabato a Verona, all’ora del primo spritz

Sabato alle 11.30 (pazzesco, eh!) a Verona, alla Biblioteca civica, si parla di Torto marcio. Qui la recensione di Flavia Marani su L’Arena di Verona

ArenaVerona060417

mer
5
apr 17

Brand in crisi: dopo le morose di Silvio, i morosi di Forza Italia

Fatto050417Dopo tante morose (di Silvio), è il momento dei morosi (di Forza Italia). Ne parlerò con un certo pudore, perché le aziende che vanno male intristiscono sempre, si pensa ai dipendenti, ai loro figliuoli, alle ristrettezze di tante famiglie, insomma è brutto quando un’impresa economica cola a picco. Una parte del grosso debito dell’azienda è rappresentato dai morosi. Quelli che devono ancora i soldi per la candidatura del 2013 (un posto in lista costava 25.000 euro), quelli che non pagano il contributo, deputati, senatori, consiglieri comunali che devono sganciare chi cinquecento euro, chi ottocento, mille per l’adesione, più molti arretrati, fino a certi casi di insolvenza gravissima che arrivano a 60.000 euro. I fulmini del tesoriere Alfredo Messina sono arrivati, la minaccia è che chi non paga non potrà più avere cariche elettive nel partito e non verrà ricandidato.

Si immaginano dunque scene degne di Miseria e nobiltà: Silvio in redingote che va a riscuotere la pigione nei miseri appartamenti di deputati e senatori di Forza Italia e quelli che si fingono malati, indigenti, mostrano le scarpe sfondate, i volti emaciati dei bambini. Insomma Dickens con dentro Totò. Viene da pensare che non vogliano pagare, ‘sti morosi, perché il privilegio di far parte di quel grande partito che sognava la “rivoluzione liberale” (che imbarazzo…) non sembra più ’sto grande privilegio. Se i soffitti si crepano e la muffa avanza, perché continuare a pagare l’affitto? Ha una sua logica.

Del resto, la storia dell’azienda Forza Italia pare un caso di scuola. Il brand era molto forte sul mercato, ai tempi del suo boom si canticchiavano le sue canzoncine pubblicitarie, i testimonial erano di primo livello nazionalpopolare e l’amministratore delegato sembrava un sovrano (retro)illuminato capace di trasformare il ferro in oro. Ora, il marchio sembra polveroso, vintage, si parla di Forza Italia come del mangianastri o del Moplen, cose passate che sì, fecero sognare, ma poi…

Si comincia a non essere più all’avanguardia, a sbagliare la comunicazione, a vendere sempre lo stesso prodotto; si finisce a stare in piedi perché si spera nell’aumento di capitale o per non licenziare i dirigenti. Il tutto mentre milioni di clienti scoprono che anche ai tempi d’oro il prodotto venduto e comprato in gran quantità non era ‘sta gran cosa, anzi, la solita fuffa liberista in versione “il sole in tasca”, “basta crederci” e “bisogna essere ottimisti”. Tutte cose che se la giocano alla pari, con la fuffa di oggi, solo che ora si chiamano hashtag. Forza Italia è dunque alle prese col un bel problemino: cerca di restare azienda anche senza un capo che decide tutto e pensa a tutto, e che non ha più intenzione di affrontare da solo nuovi aumenti di capitale, mentre i morosi fanno gli gnorri e gli arretrati aumentano.

Altri marchi famosi, come il Pd, attuano veloci ristrutturazioni: credono sia meglio un’azienda più piccola ma comandata a bacchetta dal suo amministratore delegato, che una grande azienda molto ramificata e complessa. La trasformazione del Pd nel Partito di Renzi è dunque un’altra fase nel mercato politico attuale: un caso di ristrutturazione dell’azienda in termini efficientisti, che assicuri al capo una guida decisa e personalistica. Si tenta di somigliare al più acerrimo concorrente, tipo quando Apple e Samsung si accusano a vicenda di rubarsi i brevetti, e mentre si tuona contro la struttura monarchica di Grillo, si lavora per imitarla, blog del Capo compreso. Nel mercato della politica italiana, quindi, c’è grande attenzione alle strutture, alle guerre di consigli di amministrazione e alla definizione delle linee di comando, e intanto il prodotto che si vende è un po’ sempre lo stesso, scadente, più mercato, meno diritti, mentre ci sarebbe un gran bisogno di un modello nuovo.

sab
1
apr 17

La foto di un bacio mai dato incastra l’esperta d’arte

Ho scritto questa recensione per Tutto Libri de La Stampa

TuttoLibriBurkeRegola numero uno: se “è troppo bello per essere vero” meglio non fidarsi. Quando le capita l’occasione della vita, Alice Humphrey se lo ripete più e più volte, ma niente da fare, non funziona. Lei, esperta d’arte, disoccupata e testarda nel non voler godere dei privilegi famigliari e dell’aiuto del padre regista ricco e famoso, si vede offrire da uno sconosciuto la direzione di una galleria d’arte. Roba off-off, New York, caffè nei bicchieri di carta, metropolitana sferragliante, artisti maledetti, foto d’autore ma zozze forte, e tutto il campionario. Più i poliziotti e più – fin qui tutto bene – il morto stecchito. Che sarebbe poi il tizio mistero & fascino che le ha offerto l’affare della galleria.
Il fascino finisce lì, morto ammazzato, ma il mistero continua, perché due sbirri della omicidi le mostrano una foto: lei che bacia il morto quand’era ancora vivo. Tutto chiaro e limpido, solo che lei il tizio non l’ha mai baciato, e che da lì comincia una sarabanda di prove a suo carico, indizi, piste, incastri, coincidenze e tracce, per cui Alice sembra la donna più colpevole del mondo, e l’ingiustizia faccia il suo corso.
Comincia così – e continua pure peggio per la povera Alice – Una perfetta sconosciuta (Piemme) il nuovo thriller di Alafair Burke, stella americana del genere, una per cui si spella le mani, tra gli altri, Michael Connelly, come se non bastasse il suo lavoro di docente di diritto penale, la carriera di pubblico ministero e l’essere figlia di un altro giallista di rango, James Lee Burke. Carte in regola, insomma. L’autrice. Perché la sua protagonista, invece, pare un discreto disastro: un fratello mezzo tossico, un fidanzato sì-ma-anche-no, una famiglia con tanti segreti, e ora pure un’accusa di omicidio. Bingo. Se non vi basta, fa da contrappunto alla vicenda centrale il dramma di una ragazzina scomparsa.
L’ultimo lavoro della Burke (che era andata benone con il precedente La ragazza del parco) è Burkedunque un paziente e sapiente ricomporre tasselli, cercare tessere del puzzle, accatastare stati d’animo e docce fredde, perché ogni volta che Alice vede uno spiraglio di speranza, ecco un altro indizio che la inchioda. Ci vorrà una specie di angelo custode, agente dell’Fbi ma in rotta con il Bureau, per guidarla fuori dal labirinto, e per una che di mestiere ha fatto il pubblico ministero è un bel contrappasso scrivere una storia dove il buono gioca fuori dagli schemi mentre la polizia indaga con il paraocchi.
La scrittura è scorrevole e piana, buona per il noir mainstream americano, e non manca qualche guizzo, anche se, ovvio, è la trama che comanda. Come in cerchi concentrici sempre più stretti, Alice si trova a indagare su vecchi segreti, più vicini a lei di quanto vorrebbe.
Catalogato come “giallo psicologico” (categoria invero un po’ bislacca), Una perfetta sconosciuta propone alcune riflessioni sulle pieghe nascoste nel privato di ogni famiglia (meglio se ricca e famosa), ma soprattutto conferma una vecchia massima di Henry Kissinger: “Essere paranoici non esclude che qualcuno ce l’abbia con te”. Perché siamo abituati a delinquenti e farabutti che cambiano la loro identità, ma non a quelli che cambiano la tua (un altro nome, un’altra vita, persino una pagina Facebook con tutte le tue foto…), e ti costruiscono intorno una ragnatela perfetta. La Burke compie dunque con maestria un doppio lavoro: costruisce la gabbia che imprigiona la sua eroina e al tempo stesso si ingegna per smontarla, operazione certosina che non manca di virtuosismi. Compresa la figura (pare obbligatoria, oggi in America) del predicatore invasato timorato di Dio con la chiesetta fai-da-te che si scaglia contro il degrado dei costumi. Alla fine, Alice, scoprirà il valore della regola numero uno, “troppo bello per essere vero”, ma anche della numero due: “Non cercare lontano”, perché il bene pare sempre irraggiungibile, ma il male ti sta spesso vicino, a volte vicinissimo.

mer
29
mar 17

Appello ai proletari: cambiatevi subito, si va a giocare a calcetto

fatto290317Oggi parliamo del nulla. Dov’eravamo? Ah, già, il ministro Poletti. Dunque, il ministro del lavoro Giuliano Poletti ne ha fatta un’altra delle sue. Era un po’ che non finiva sui giornali e ha provveduto come sa lui. La poetica polettiana è un sapiente mix stilistico che comprende un po’ di luogocomunismo, una parte di nostalgia canaglia riassumibile nel solito “si stava meglio quando si stava peggio”, e una sostanziosa dose di analfabetismo funzionale (in particolare quella che porta a citare casi isolati e personali per dimostrare una tesi universale. Esempio: non è vero che c’è la disoccupazione perché mio cugino ha trovato lavoro a Cesenatico).

Non è il caso qui di analizzare l’ultima pièce polettista, recitata davanti a incolpevoli studenti bolognesi, laddove ha tenuto a precisare che giocare a calcetto serve a trovare un lavoro più che mandare curricula a destra e a manca. Gli fai un bel passaggio, gli fai fare gol, e se il centravanti è un imprenditore, oplà, assunto. Dopo il capitalismo di relazione, ecco il lavoro di relazione: proletari di tutto il mondo, cambiatevi, che si va a giocare a calcetto. Ma siccome il ministro del (poco) lavoro ci ha abituato a simili uscite (disse che il voto di laurea non è importante, ma è meglio uscire in fretta dall’Università, disse che quelli che se ne vanno dall’Italia non sono tutti cervelli in fuga, e che se se ne vanno è meglio, più altre amenità) è inutile fare il solito balletto di ironie e commenti. Meglio prevenire. Il Fatto Quotidiano, è in grado di fornire in anteprima le prossime affermazioni di Poletti, prendete nota.

Maggio 2017 – Sposate una donna ricca. Davanti ai dottorandi di fisica, nel corso di un toccante discorso in cui ricorda che a sei anni già mungeva le vacche, Poletti afferma che, potendo scegliere, è meglio sposare una milionaria che una ricercatrice precaria. “In questo modo – ha detto – avrete molto tempo libero e potrete dedicarvi a lavori manuali che oggi gli italiani sposati con donne povere non vogliono più fare”. Solite polemiche, seguite dalla scuse: “Sono stato frainteso”

Giugno 2017 – Leggete solo le pagine dispari. Al termine in un intervento alla Camera sull’ingresso nel mondo del lavoro, il ministro Poletti ha stigmatizzato l’antica usanza di leggere libri, che crea confusione nei giovani e tiene lontani dalle fatiche del lavoro. “Non dico di non leggere, dio bòno, ma limitatevi! Per esempio leggete solo le pagine dispari, in modo da dimezzare la perdita di tempo e dedicarvi a cose più utili”. Tipo mungere le mucche a sei anni o giocare a calcetto. Solite polemiche e scuse del ministro: “Ho sbagliato, è vero, d’accordo. Leggete solo le pagine pari”.

Luglio 2017 – Il 2×3 sul mercato del lavoro. Parlando a un convegno dell’ufficio legislativo del ministero del Lavoro (Confindustria) , Poletti ha lanciato l’innovativa idea del 2×3, formula che ha un certo successo nella grande distribuzione. “Di facile applicazione, basta che un imprenditore assuma tre lavoratori e ne paghi due. Oppure che due lavoratori facciano il lavoro di tre persone”. Applausi scroscianti dalla platea, ma solite polemiche sui giornali, alle quali il ministro ha risposto che lui, a sei anni, mungeva tre mucche anche se ne aveva solo due, portando così una ventata di ottimismo e positività nella stalla.

Agosto 2017 – Chiuso per ferie.

Settembre 2017 – Alternanza lavoro-lavoro. Visto il successo dell’alternanza scuola lavoro, che prepara i nostri giovani al futuro facendoli lavorare gratis, il ministro Poletti lancia un’idea rivoluzionaria: l’alternanza lavoro-lavoro. Finito il proprio turno, il lavoratore si recherà presso un’altra azienda per svolgere gratuitamente alcune mansioni. La norma non riguarderebbe i giovani in cerca di occupazione, per non distrarli dal calcetto.

gio
23
mar 17

Torto Marcio. L’intervista di Bruna Miorelli a Radio Popolare

Sabato Libri, la trasmissione di libri di Radio Popolare, mi ha intervistato su Torto marcio. L’intervista è di Bruna Miorelli. Per ascoltare, cliccate sul simbolo della radio. Buon ascolto

LogoRadioPop

gio
23
mar 17

Torto marcio. La recensione di Roberto Ellero su Ytali

Qui una bella bella recensione di Torto marcio. La firma Roberto Ellero su Ytali.com. Come al solito cliccare sull’immagine. Oppure qui c’è il link

Ytali

mer
22
mar 17

Sicurezza, dal decreto Maroni a quello Minniti: l’arte della fotocopia

Ce l’avete la Fatto220317macchina del tempo? Ma sì, quel marchingegno che vi fa andare su e giù sulla scala degli anni per vedere se si stava meglio prima, o meglio ora, per controllare cos’è cambiato, per osservare, fatti alla mano, come il lungo viaggio della fu sinistra italiana verso destra sia ormai completo e conclamato. Non ce l’avete? Peccato, dovrete accontentarvi della memoria e dei vecchi giornali. Per esempio quelli della torrida estate 2008, nove anni fa, quando le cronache riferivano ossessivamente degli esilaranti successi del decreto Maroni in materia di sicurezza urbana, decoro, poteri ai sindaci eccetera eccetera. Roberto Maroni era allora ministro dell’Interno e esortava i sindaci italiani ad esprimersi con “ordinanze creative”, insomma di inventarsi qualcosa per mettere ordine nelle loro città. La Grande Crisi non c’era ancora, ma la povertà, a saperla vedere, ci circondava già. La ricetta, perfettamente di destra, era dunque: nasconderla.

Per mesi fu un florilegio di notizie e notiziette che andavano dal vulnus costituzionale al colore locale. A Sanremo fu vietato di chiedere l’elemosina “stando seduti”, a Voghera si proibì di accomodarsi sulle panchine pubbliche oltre le ore 23 a più di tre persone (adunanza sediziosa? Sesso di gruppo? Boh…). Ad Alassio, Venezia, Pisa si vietava di passeggiare con borsoni “presumibilmente carichi di merci”. Ad Assisi si vietò l’accattonaggio, con buona pace di San Francesco, a Vicenza si vietò di sedersi sulle panchine “in modo scomposto”. Potrei continuare per pagine e pagine. L’estate del 2008 fu la festa della “tolleranza zero” contro i poveracci. La famosa e democratica città di Firenze (sindaco Leonardo Domenici) ingaggiò una inesausta lotta contro i lavavetri ai semafori che occupò le prime pagine dei giornali come se fosse la terza guerra mondiale, come se venti sfigati con una spazzola in mano turbassero l’Occidente (non c’era ancora l’Isis, c’erano i lavavetri). Nacque in quell’epoca la moda delle “panchine anti-bivacco” (con braccioli in ghisa a dividerne la seduta) per cui molti comuni dei nord spesero fior di soldi, investiti perché nessuno potesse sdraiarsi e magari (orrore!) dormire al freddo per qualche ora.

Gran parte di quella paccottiglia securitaria fu fatta a pezzi dalla Corte Costituzionale, le notizie sulle assurdità delle ordinanze creative rallentarono e poi sparirono del tutto. Tre furono i pilastri teorici di quella stagione densa di imbecillità: l’affermazione che la sicurezza non è “né di destra né di sinistra”, il vecchio trucco della percezione (non importa se siamo più o meno sicuri secondo le statistiche sui crimini, conta “l’insicurezza percepita”) e l’attentato al “decoro”.

Che sono, oggi, con minime varianti, i tre pilastri del decreto Minniti sulla sicurezza, quello che dà enormi poteri discrezionali ai sindaci, che permette il “daspo urbano”, che risolve il problema del disagio, dell’emarginazione e della povertà con la ricetta più semplice: nasconderli alla vista. Perfettamente di destra, si diceva. Ecco.

Piccole varianti. Una pratica e una teorica. Quella pratica: i sindaci potranno “allontanare” (Daspo) chi turba il decoro. Particolarmente difesi saranno le stazioni e i luoghi di interesse turistico, per cui si presume che gli “allontanati” andranno a turbare il decoro altrove, nei quartieri più poveri e nelle periferie, ad esempio. Quella teorica è stata invece presentata con toni mascelluti dal ministro in persona: “La sicurezza è di sinistra”. Un bel salto da quel “Non è né di destra né di sinistra” di nove anni fa. Ecco compiuto il cammino, ecco la sinistra finalmente, conclamatamente e con tanto di rivendicazione, arrivata alla chiusura del cerchio. Il decreto Maroni, il decreto Minniti, l’arte della fotocopia. Nove anni, una lunga marcia. Indecorosa.

mar
21
mar 17

Torto marcio. Nuove date! Segnatevi queste

TortomarcioealtriMetto qui il calendario delle presentazioni fino a metà aprile… ognuno scelga la data che vuole…

MARZO

Sab 25 – MILANO. Alle 16.00, a BOOKPRIDE (Base, via Bergognone 34) presentazione e chiacchierata con Massimo Carlotto. Il giallo, i cattivi nei gialli e tutto il resto

Lun 27 PAVIA. Alle 21 al Collegio Nuovo di Pavia (via Abbiategrasso 404, l’incontro è aperto a tutti, ovvio) si parla di Torto marcio, ma anche di gialli, serialità, scrittura, informazione e chissà cos’altro. L’incontro si chiama “Scrivere di mestiere” e sarà una chiacchierata con il professor  Paolo Costa, docente di Comunicazione Digitale Multimediale all’Università di Pavia

Mer 29 MILANO. Alle 19 all’Arci Bellezza (via Bellezza 16) presentazione di Torto marcio. Inutile dire che l’Arci Bellezza è un posto speciale. Il mio amico Maso Notarianni che presenta e discute è speciale pure lui.

APRILE

Sab 1 CARUGATE. Alle 17 al Centro socioculturale Atrion (via San Francesco) si parla di Torto marcio. Presenta Silvia Carli

SAB 8 VERONA. Alle 11.30 (dai, l’ora dello spritz) alla Feltrinelli (via quattro spade 2) si parla sempre di Torto marcio. Presenta Guariente Guarienti

 

dom
19
mar 17

Torto marcio. Come il blues. La pagella di Antonio D’Orrico su La Lettura

Qui sotto la pagella di D’Orrico su La Lettura del Corriere della Sera

La Lettura190317

ven
17
mar 17

Assassinio al Comitato Centrale (piccolo omaggio a Pepe Carvalho)

Il Venerdì di Repubblica mi ha chiesto un raccontino. Che succederebbe se Pepe Carvalho, il grande detective di Manuel Vasquez Montalbàn dovesse indagare nel Pd come fece nel Partito Comunista Spagnolo nel suo “Assassinmio al Comitato Centrale (1981)? Beh, ci ho provato… indagine difficile. Ecco qui

IlVenerdiracconto

mer
15
mar 17

Tortura, ce lo chiede l’Europa ma questa volta non vale

0000fatto150317“Ce lo chiede l’Europa” è stato per anni una specie di ritornello da canzonetta pop, un mantra buono per giustificare ogni cosa, un acceleratore di particelle, leggi, leggine, regolamenti, commi, riforme. Come in quegli stati americani dove la gente mette sul paraurti l’adesivo con scritto “Ha detto Gesù che devi tenere la distanza di sicurezza”, così in Italia la decalcomania “Ce lo chiede l’Europa” è stata appiccicata ovunque, da ogni governo. A volte anche allargando le braccia, facendo la faccia contrita, dicendo tra le righe: “Che volete, io non lo farei, ma ce lo chiede l’Europa…”. Anche la famosa riforma delle unioni civili, sbandierata dal renzismo come una specie di rivoluzione civile (in ritardo di anni, come se avessimo scoperto nel 2016 che la terra è rotonda o che il vapore può muovere le macchine) è arrivata da lì: la famosa Europa, dopo anni di sollecitazioni e bacchettate e strilli e urli, cominciava a incazzarsi davvero.

Ora – la notizia è dell’altro ieri – succede che per l’ennesima volta l’Europa ci chiede, anzi, ci sollecita vivamente, siamo all’anticamera dello schiaffone, di fare una legge. Questa volta non c’entrano soldi, spread, pensioni, bilanci: quel che si chiede, banalmente, a cinquecento anni da Torquemada e a settanta da via Tasso (e a sedici da Bolzaneto), è di fare una legge sulla tortura. Matteo Renzi l’aveva pure detto con il ditino alzato in uno dei suoi tweet ieratico-programmatici: “Quello che dovremo dire lo diremo in Parlamento con il reato di tortura. Questa è la risposta di chi rappresenta un paese!” (8 aprile 2015). Urca che paura. Intanto nessuna legge sulla tortura è arrivata in Parlamento. Chiacchiere e distintivo.

Soprattutto distintivo, viene da dire, perché a fermare un Ddl sulla tortura (una cosetta che ci metterebbe in regola con l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani) è sostanzialmente una scuola di pensiero di grandi pensatori (tra gli altri, Giovanardi, Gasparri, Salvini), cui si aggiunse a un certo punto l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano: “Evitiamo messaggi fuorvianti nei confronti delle forze dell’ordine”. Insomma: c’è il terrorismo, non è il caso di turbare gli animi delle forze dell’ordine. Come dire che se arresti un serial killer che fa il postino getti nello sconcerto tutti i postelegrafonici.

Non è ovviamente la prima volta che l’Europa ci sollecita. Il G8 di Genova si porta appresso decine di processi e ricorsi alle corti europee ed ogni volta che si accertano i fatti parte lo schiaffone per chiederci di fare una legge sulla tortura. Un famoso Ddl gira da anni tra commissioni e tavoli dei vari leader, compare e scompare, va e viene, poi sparisce di nuovo appena si parla di calendarizzarlo in Parlamento. Il dinamico tipino che doveva fare una riforma al mese, poi tre in un anno, poi due in due anni, poi i cento giorni, ah, no, i mille che è più comodo, ecco, quella riforma lì non l’ha saputa o voluta fare. Intanto abbiamo visto le piaghe più evidenti di un dolore di altri, i Cucchi, gli Uva, gli Aldrovandi, facendole un po’ nostre, partecipando di una sacrosanta richiesta civile: non si picchia la gente, tantomeno i prigionieri, e non li si ammazza di botte. Un principio etico basilare. Niente. Per una volta, anche se ce lo chiede l’Europa, tutti fermi. Quelli che ogni giorno ci mettono in guardia dal disamore per la politica, dal disincanto colpevole, dal babau del “se no vince il populismo”, dovrebbero un po’ riflettere su questo fatterello: noi, #Italiariparte, #Italiacolsegnopiù, #ItaliaGrandePotenzaCulturale, non abbiamo una legge che impedisca e punisca “la tortura, e i maltrattamenti inumani e degradanti”, eppure casi di tortura e maltrattamenti inumani e degradanti – nelle cronache – ne abbiamo un bel po’, il campionario allargato, la collezione completa.

mar
14
mar 17

Torto marcio. Video, video! (Ma sì! Intervista a Ibs.it)

Quelli di Ibs.it mi hanno fatto un’intervista, con la scusa che avevano una telecamera. La metto qui. Grazie per avermi fatto vedere i magazzini. Lì c’è da leggere un bel po’, eh!

https://www.youtube.com/watch?v=HlmB68SyFXg

mer
8
mar 17

“Ti lascio perché ti amo troppo” e altri pretesti per saltare giù dal carro

Fatto080317La questione, più che politica, si fa psichiatrica e dunque è bene avvicinarsi guardinghi, usando le dovute cautele. Si parla qui dell’antica questione di come scendere dal carro del vincitore, se sia meglio farlo sgomitando, oppure se sia preferibile darsi alla fuga senza clamori, con modi liftati, ostentando la pacata ragionevolezza dei delusi. La faccenda è complicata dal fatto che il vincitore alla guida del suddetto carro non è vincitore per niente e, a parte una tornata elettorale pagata in contanti, ha perso sempre, e quasi ovunque. Ma insomma, le hostess che indicano nervosamente le uscite di sicurezza per chi vuole abbandonare il renzismo si sbracciano da tempo, basti ricordare i candidati sindaci Pd che pregavano Renzi di non andare a fare campagna elettorale per loro (Fassino a Torino), o che proclamavano gonfiando il petto “non sono renziano” (Sala a Milano).

Va bene, la faccenda del potente che perde aderenza e slitta di brutto quando non è più tanto potente è vecchia di secoli e millenni. Allo stesso tempo, è dovuta qualche prudenza. E se poi l’ex presunto vincitore perdente dovesse rivincere? Staccarsi dalla truppa senza farsi notare non basta, bisogna uscire dai ranghi pronti a ritornarci come se niente fosse se mai dovesse passare la tempesta e questo un po’ ridicolo tramonto renzista dovesse trasformarsi in una nuova alba radiosa. Sognare non costa niente.

Anche qui, diverse scuole di pensiero. La prima è giocare la carta del complottone, che è sempre buona e può attecchire presso le anime semplici. In questo caso la storiella è: ecco, Matteo voleva scardinare i vecchi poteri incrostati e ne ha pagato il fio, schiacciato dalla resistenza del vecchio (che sarebbe per esempio la Costituzione) contro il nuovo (che sarebbe nel caso una Boschi, non ridete). E’ una tesi suggestiva, che rispolvera nuove parole nella prosa social dei troll irriducibili: parole come “restaurazione”, “tornare indietro”, “vince la conservazione”. Cioè – traduco in italiano – era arrivato il rivoluzionario con il suo direttorio made in Tuscany, ma poi ecco Bersani e i poteri forti che fanno il Congresso di Vienna e ripristinano l’ancien régime dei baffi di D’Alema. Una tesi che fa acqua da tutte le parti e infatti viene spesso messa lì nelle discussioni come senza parere, in inciso, tra parentesi, appoggiata con nonchalance. E’ una modalità di discesa dal carro che somiglia al vecchio “ti lascio perché ti amo troppo” a cui è vietato credere, almeno dopo la quinta elementare.

Ancor più divertente l’altra teoria, quella della separazione per motivi caratteriali. Tutto era bene, tutto era bello, ma lui, il blogger di Rignano, è stato arrogante, antipatico, un po’ supponente. Insomma se ne parla come di quei grandissimi calciatori un po’ matti e accecati dall’ego che mandano affanculo il mister, litigano coi compagni di squadra e finiscono in panchina. E’ una tesi molto comoda, che permette di non dissociarsi politicamente, ma di dare tutta la colpa al cattivo carattere, e lascia intendere la pronta disponibilità a risalire sul carro, se soltanto il ragazzo si darà una regolata.

Terza scuola di pensiero, quella del renzismo critico, cioè dei passeggeri del carro che dicono di non essere mai stati del tutto d’accordo. Il vecchio caro “io l’avevo detto” pronunciato da chi non aveva detto proprio niente è sempre disarmante, lascia senza parole. Per cui si consiglia, a questi ultimi che scendono dal carro fingendosi passeggeri casuali, di munirsi di pezze d’appoggio. Un tweet del 2014, un post del 2015, una dichiarazione critica di quando il re sedeva a Versailles osannato, temuto e riverito sarebbe utile. Insomma, chi dice “io l’avevo detto” esibisca qualche prova che l’aveva detto davvero, per un minimo sindacale di decenza.

mar
7
mar 17

Torto marcio. Intervista a Il Giorno

Qui sotto l’intervista di Claudia Cangemi per Quotidiano Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino)

IlGiorno070317

lun
6
mar 17

Torto marcio, intervista su Libreriamo

L’intervista pubblicata da Libreriamo (cliccare sull’immagine per leggere, altrimenti il link è qui)

Libreriamo060317

mer
1
mar 17

Pronti? Ecco le date di marzo (un po’ di presentazioni di Torto marcio)

tortomarcio1Comunicazione di servizio per chi passa di qui.

Ecco le prossime presentazioni di Torto marcio. Grazie come sempre a chi viene, ascolta, chiede e chiacchiera. Ci vediamo qui e là…

MONZA – Sabato 4 marzo – Alle 18 al Libraccio di via Vittorio Emanuele 15

NOVI LIGURE – Sabato 11 marzo– Alle 17.30, Palazzo Pallavicini, via Giacometti 22

VIMERCATE – Domenica 12 marzo – Alle 17, libreria Il Gabbiano, via Pinamonte 2/A

LECCO – Sabato 18 marzo – Alle 18, libreria Volante, via Bovara 30

MILANO – Sabato 25 marzo – Alle 16, a BookPride, a Base, via Tortona, chiacchierata sul giallo e tutto il resto con Massimo Carlotto (conduce Luca Crovi)

MILANO – Mercoledì 29 marzo – Alle 19, all’Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16

mer
1
mar 17

Tu vuo’ fa’ l’americano: è solo Starbucks, sembra un nuovo Rinascimento

Fatto010317Ma sì, ma sì. Anch’io ho camminato per qualche città americana con un bicchierone di caffè in mano, mi piace, non nutro alcuna preclusione né ideologica né culturale nei confronti dell’ingurgitare caffeina a litri con il naso all’insù verso la cima dell’Empire State Building. E però confesso di provare un certo fastidio nella prosopopea e nella retorica rinascimental-aziendale che accompagna in questi giorni l’apertura (prossima) di Starbucks a Milano. Un grande bar, alla fine, cantato e celebrato (ieri due pagine sui principali quotidiani nazionali) con toni di strabiliato trionfo, come un tempo si salutava la costruzione delle cattedrali gotiche, come si festeggiasse, che so, il ritorno della Gioconda o l’annessione di Istria e Dalmazia. Non ne faremo una colpa al signor Howard Shultz, l’intervistatissimo capo di quasi 25.000 bar nel mondo (utile netto 2,8 miliardi di dollari): lui fa il suo mestiere ed è persino commovente quando dice cose come “siamo innamorati della vostra cultura” e “abbiamo una grande affinità”. Tutto bello, anche se suona un po’ come il calciatore che bacia la maglia dopo averne baciate altre cinque o sei, vai a sapere, magari ‘sta faccenda delle grandi affinità l’ha detta anche nelle Filippine, in Bolivia o a Hong Kong.

Ma insomma, pare che le aziende abbiano anche loro bisogno di storytelling, e fino a ieri non era andata benissimo: il primo segno di Starbucks a Milano (in veste di sponsor) era stato quel giardinetto di palme e banani diventato famoso per le scemenze razziste di Salvini e per qualche cretino che aveva bruciato una pianta. Ora si passa invece all’offensiva emozional-economica: i posti di lavoro (350, mica apre la General Motors, eh!), i piani futuri, l’obiettivo, si legge, di 200-300 punti vendita in 4-5 anni. Tutto bene, elegante, ben raccontato e denso di omaggi alla nostra cultura (uh, il caffè e l’italiano! E sapessi il mandolino!), di genuflessioni allo “stile Milano”, eccetera, eccetera. Di fatto: lo sbarco di un grande gruppo in un settore dove ancora è stradominante la piccola proprietà, niente che non si sia già visto con la grande distribuzione, l’autogrill diffuso, la catena gloabal.

Ma poi la retorica aziendale, che è già fastidiosa di suo, diventa insopportabile quando si sposa con altre retoriche. Quella della città modello per il paese perché ha fatto l’Expo (ahahah), per dirne una; oppure quella del paese che riparte (perché apre un bar). A leggere le celebrazioni stampate ieri si direbbe che Starbucks venga qui a fare beneficenza, curare i lebbrosi e riportare il sole. Una narrazione che si conosce bene, del resto: l’istituzione di qualche corso Apple a Napoli (borse di studio pagate quasi tutte dalla Regione) venne salutata come se Cupertino si fosse trasferita qui. Oppure si parlò di Foodora – quella dei fattorini a cottimo modernamente chiamati riders – come di “un’agile, coraggiosa e giovane start-up”, salvo poi scoprire che è una multinazionale tedesca con filiali ovunque.

Nulla è quello che sembra: tutto è inondato dalla narrazione, meglio se diventa favola, meglio ancora se sfocia in leggenda. Il provincialismo italiano aiuta: si pensa che bere un caffè alla moda di New York o Boston sia a una specie di promozione culturale di massa, o forse le grandi conquiste sociali ancora alla portata sono quelle lì: urca, guarda come siamo internazionali, che goduria, quanto zucchero? Sarà un bel bar, alla fine, ma perché diavolo me lo si vuole vendere come una specie di Rinascimento in bicchiere di carta, un’epifania della cultura di cui finora ero inspiegabilmente orbato? La narrazione del “niente sarà più come prima” – anche perché inflazionata e resa ridicola dal suo recente abuso renzista – fa sempre più ridere. E se ridi, finisce che ti va di traverso il caffè.

mar
28
feb 17

Torto marcio. L’intervista a Fahrenheit di Radio Tre Rai

Qui sotto (audio) la bella intervista di Graziano Graziani per Fahrenheit, su Radio Tre. Grazie grazie (il podcast è qui)

Fahrenheitimage

 

ven
24
feb 17

Così Corrado Augias su Torto marcio… Ehm… Grazie grazie

Trovate l’intera puntata che Quante Storie (Rai Tre, dal lunedì al venerdì alle 12.45) ha dedicato a Torto marcio a questo link, su Rai Replay. Qui un piccolo estratto… come si dice, grazie per le bele parole….

 

mar
21
feb 17

Torto marcio. La recensione di Paolo Mauri su Repubblica

Qui la bella recensione di Paolo Mauri su La Repubblica. Grazie grazie

Repubblica210217

mar
21
feb 17

Torto marcio. Intervista su Il Giornale di Vicenza

Una bella intervista uscita su Il Giornale di Vicenza, l’Arena di Verona e Brescia Oggi. Grazie a Chiara Roverotto

GiornalediVicenza210217

dom
19
feb 17

Torto marcio. La recensione de La Gazzetta del Mezzogiorno

Qui la bella recensione di Michele Marolla per la Gazzetta del Mezzogiorno

GazzettadelMezzogiorno190217

ven
17
feb 17

Torto marcio, la recensione di Corrado Augias su il Venerdì di Repubblica

Qui la bella recensione di Corrado Augias sul Venerdì

AugiasVenerdì170217

mer
15
feb 17

Di montagna, animisti o problematici: guida pratica alle correnti dem

Fatto150217Sperando di fare cosa grata ai lettori e di aiutarli a districarsi nell’appassionante discussione interna al Pd, elenchiamo qui di seguito le principali correnti del partito di maggioranza relativa. Due avvertenze. La prima: tutto può cambiare da un momento all’altro, un Franceschiniano Rinato del Settimo Giorno può diventare Orfiniano Crudista in poche ore; e allo stesso modo un Cuperliano Ortodosso è un attimo che ce lo ritroviamo Giovane Turco ascendente Orlando. La seconda: nessun militante del Pd è stato maltrattato per realizzare questa ricerca, anche se molti si sono gravemente feriti da soli in questi anni.

Renziani di rito ortodosso. Cominciano la giornata con il saluto al sole, di cui hanno proposto una riforma in senso liberale scritta da Maria Elena Boschi. Non mancano piccoli distinguo e sotto-correnti, divise soprattutto sul modo di essere renziani. Chi preferisce il metodo dolce come l’Area Delrio (tisane, pranoterapia, massaggi plantari) e chi invece teorizza l’approccio muscolare come i Lottiani Metodisti (nomine, deleghe all’editoria, fustigazione con le ortiche).

Renziani che leggono gli annunci di lavoro. E’ una corrente in costante crescita. La filosofia che la ispira è semplice: non bisogna aspettare di rimanere disoccupati per cercare lavoro, ma è bene guardarsi in giro per tempo. Così scorrono le inserzioni e valutano offerte. La voce che gli Orlandiani facessero sconti fino al 30 per cento sugli pneumatici invernali si è rivelata infondata, ma ha causato qualche sbandamento.

Gentiloniani. Corrente attendista che osserva e aspetta gli sviluppi della situazione, composta per il momento dal 76 per cento di Paolo Gentiloni.

Franceschiniani di pianura. Forza schiacciante nei gruppi parlamentari, decisivi nella composizione della maggioranza del partito, hanno sviluppato straordinarie capacità di adattamento e mangiano di tutto. Particolarmente temuti dai Renziani ortodossi per la capacità di muoversi in branco verso chi vincerà, chiunque sia.

Franceschiniani di montagna. Identici in tutto per tutto ai Franceschiniani di pianura a parte le scarpe e il cervello più ossigenato dall’altitudine. Si sono formati politicamente sui romanzi del capocorrente Dario Franceschini prima di scoprirne il prezioso uso come sottopentola.

Giovani Turchi. Corrente di difficile decrittazione, perché divisa in sottocorrenti contrapposte. I Giovani Turchi di Orfini sembrerebbero una costola dei Renziani Ortodossi ma meno forti alla Playstation, mentre i Giovani Turchi Orlandiani teorizzano una specie di “renzismo senza Renzi” che aprirebbe le porte a un “orlandismo con Orlando” per cui sarebbe indispensabile l’appoggio dei Franceschiniani di pianura e di montagna.

Martinitt. Seguaci del ministro Martina, alleati dei Renzisti Ortodossi, ma fortemente critici su aspetti fondamentali della linea del segretario, come la ricetta della ribollita e la campagna acquisti della Fiorentina. Facevano inizialmente capo alla corrente “Sinistra è cambiamento”, poi diventata “Sinistra, eh, cambiamento”, poi diventata “Sinistra, e il cambiamento?”

Martinitt Problematici. Amici su Facebook di Cesare Damiano, facevano parte anche loro della corrente “Sinistra è cambiamento” di Martina, ma poi gli si è rotto il navigatore e ora vagano un po’ confusi alle isole Svalbard. E’ stata allestita una squadra di ricerca e recupero.

Cuperliani animisti. Niente da dire, è proprio un bell’uomo.

Bersaniani brut metodo champenoise. Il colore giallo paglierino è dato dai numerosi insulti ricevuti dai Renziani Ortodossi in tre anni di invecchiamento. Sono gli unici che si ostinano a dire che là fuori c’è un Paese pronto a gettarsi nella braccia delle destre. La risposta dei Renziani Ortodossi è: “Più di così? Impossibile”.

lun
13
feb 17

Torto marcio. La recensione de L’Unione Sarda

Qui la recensione di Luca Miriarchi su L’Unione Sarda (pdf)

Unione

sab
11
feb 17

Torto marcio, la recensione di Ranieri Polese sul Corriere della Sera

Qui la recensione di Ranieri Polese sul Corriere della Sera

Corriere110217

ven
10
feb 17

Torto marcio. Intervista su Biella Cronaca (bella bella)

Domani (sabato) c’è una presentazione a Biella. Grazie a Mauro Zola per questa bella intervista su Biella Cronaca (cliccare sull’immagine per leggere, il link è qui)

Biellacronaca090217

gio
9
feb 17

Riassuntino delle date delle presentazioni di Torto marcio (febbraio)

C4KQ8yzXUAoc3EmQui trovate le date di presentazioni, incontri, chiacchiere su Torto marcio nel mese di febbraio. Altre ce ne saranno in marzo e anche più avanti, ma insomma, questa è l’agenda del mese…

SABATO 11, BIELLA – Alle 18,00, Libreria Vittorio Giovannacci (via Italia 14), presenta Patrizia Bellardone
LUNEDI’ 13, TORINO – Al Circolo dei Lettori (via Bogino 9) chiacchierata e presentazione. Ci saranno Bruno Gambarotta e Enrico Emmert (onoratissimo)
MERCOLEDI’ 15, MILANO – Cena organizzata da Cucina Calibro Noir Presenta Luca Crovi, Gigio Alberti leggerà qualcosa, insomma, ottima serata. Mi dicono che i posti sono esauriti, ma potete chiedere a cucinacalibronoir@gmail.com
GIOVEDI’ 16, MILANO – lle 18.30 alla Feltrinelli di piazza Duomo, presentazione di Torto marcio. Sarà una chiacchierata con Gad Lerner (grazie Gad!) sul libro e su quello che c’è dentro, forse andremo un po’ oltre il giallo…
VENERDI’ 17, MILANO – Alle 20.00 alla libreria Isola Libri (via Antonio Pollaiuolo 5) si parla di Torto marcio e di “Guida al giro del mondo”, di Nanni Delbecchi, due libri diversissimi, ma proprio per questo sarà divertente. Modera (ma che c’è da moderare?, io e Nanni siamo amici da anni) Silvia Truzzi, esimia collega de Il Fatto.
SABATO 18, VOGHERA – Alle 17.30 alla libreria Ubik (via Emilia 102) si presenta Torto marcio. Chiacchierata con Matteo Colombo
MARTEDI’ 21, VICENZA – Alle 18.30 alla libreria Galla (corso palladio 11) si presenta Torto marcio
SABATO 25 febbraio, MANTOVA – Dettagli presto…

Insomma, diciamo che comincia la rumba. E’ sempre un piacere parlare con i lettori, quindi… per prossime date state collegati…

 

mer
8
feb 17

Il “futuro” è una parola leopolda: quindi è già diventato vecchio

Fatto080217Si sa che la retorica è una brutta bestia. Serve, sì, certo, ma ha effetti collaterali difficili da prevedere e capita (spesso) che renda alcune parole logore e inservibili, che le consumi e le renda fruste, trasformando concetti pesanti e nobili in astruse formulette – addirittura strampalati nonsense – buone per ogni occasione. Un caso di scuola molto attuale nel prêt-à-porter semantico della politica: la parola “futuro”. Così abusata dalla retorica renzista che ce la ritroviamo pure nella pubblicità di un ideologo (ideuzzologo, va’) del post-ideologico come Farinetti Oscar, patron di Eataly, il quale declama in uno spot la seguente frase: “Ecco perché mi piace dimenticare il passato e ricordarmi solo del futuro”. Prego? Scusi? Traduzione?

Non è colpa del copy o di Farinetti se il claim sul futuro che a lui “piace ricordare” (si pubblicizza una grande compagnia telefonica) ha un suono leopoldo che nella politica italiana sa già di passato, è già antico. E questo è perché il futuro, maledetto, va dove vuole lui, e non dove vuole Farinetti.

Del resto, poche parole come “futuro” si prestano a giochetti semantici spazio-temporali, e questo accade da sempre, e volendo fornire una datazione nel campo pop dell’andirivieni tra presente, passato e futuro si pasa sempre da lì, da Ritorno al futuro, il film di Zemeckis (1985, passato remoto).
Fantascienza a parte (il viaggio nel tempo è un format), il passato recente ci ha subissato di formulette facili sul futuro, figlie del nuovismo imperante. In soldoni, per essere attrattivi, moderni, dinamici, si parla del futuro fino a convincere che si è il futuro, mentre gli altri sono il passato, vade retro, pussa via. “E adesso il futuro”, era il titolo della Leopolda 2016 (con tutta ‘sta visione del futuro non videro l’iceberg, una prece), e quando, dopo la scoppola epocale, Renzi decide di rifarsi vivo aprendo un blog, ecco la frasetta “Il futuro prima o poi ritorna”, dove si legge in filigrana una specie di “il futuro sono me”, che fa ridere un bel po’. Dev’essere una discreta ossessione del Pd nuovista e smart, questa cosa del tunnel spazio-temporale, perché quando l’Unità tornò in edicola (giugno 2015) decise di farlo con un bizzarro slogan: “Il passato sta cambiando”, altro testacoda semantico di sapore involontariamente orwelliano.
Il malinteso sull’abuso infantil-enigmistico della parola “futuro” è spazio-temporale pure lui. Il Sol dell’Avvenire, grandiosa, intramontabile speranza novecentesca, per non dire delle “Magnifiche sorti e progressive” di Leopardi, e siamo già due secoli indietro. Insomma va detto anche se non è rassicurante: il futuro visto dal passato sembrava chissà quale prodigio, mentre visto dal presente induce più timori e tremori che speranze, e fa paura. Per dirla con Chuck Palahniuk (1999, una vita fa): “Quand’è che il futuro è passato da essere una promessa a essere una minaccia?”. Ecco, appunto.  Dunque sì, la retorica serve, ma diventa una specie di boomerang se la si usa fuori tempo e fuori luogo, masticandola stancamente come un chewingum che perde sapore subito.

La convenienza di sventolare la parola “futuro” come una bandiera di vittoria è che il futuro, per sua natura, si sposta sempre un po’ più in là, e questo ti illude che non verrai mandato a cagare nel presente. Ma ormai è una bandiera strappata: sanno tutti che il futuro non sarà necessariamente migliore, e una parola che sembrava luminosa diventa un po’ opaca, addirittura un’ombra, controproducente anche per la propaganda. Se si parla del futuro, insomma, e la politica dovrebbe farlo, lo si faccia seriamente, non a metà tra il gioco di parole e le frasette dei Baci Perugina. “Lascia dormire il futuro come si merita – diceva Kafka nei Diari -. Se lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato”.

lun
6
feb 17

Torto marcio. Finire nella rubrica delle lettere di Augias, beh…

Corrado Augias, nella sua rubrica di lettere su Repubblica del 4 febbraio, cita Torto marcio… Inutile dire che mi fa molto piacere, che il giallo sia giallo, sì, va bene, ma che dica anche delle cose… grazie per la citazione (soprattutto per aver letto, sì)

AugiasLettereRepublica040217

dom
5
feb 17

Torto Marcio. Recensione su L’Eco di Bergamo

La recensione de L’Eco di Bergamo

EcodiBergamo 050217

 

sab
4
feb 17

Una rapina per fare il bagno nei dollari

Ho scritto questa recensione per TuttoLibri de La Stampa 

TuttoLibriCHAZETim Sunblade si è spezzato la schiena per quattro mesi su una trivellatrice, in Louisiana, caldo e zanzare, quindi quando arriva a Kotz Springs prende una stanza, fa un bagno e chiede una ragazza in camera. Ecco fatto, così sappiamo subito dove siamo: non solo nel Sud americano degli anni Cinquanta, ma anche dalle parti degli outsider, degli avventurieri che guidano una Packard decapottabile, che dalla femme fatale con gli occhi color lavanda avranno più della prestazione standard, ma una vorticosa discesa nel gorgo del male. Lei, Virginia, dietro. Una che dice: “Mi spoglierò completamente nuda e farò il bagno fra verdi banconote da cento dollari nuove di zecca”. Lui guida e la guarda: “Si leggono e si sentono dire un sacco di cose sulle gambe. Ma quando ne vedi un paio davvero da favola, allora capisci che tutto ciò che hai letto e sentito è solo spazzatura”. Tim ha un piano: la rapina perfetta secondo le regole imparate in una prigione da cui è evaso. Virginia ha un piano: stare lì finché ci sono soldi, e se c’è da farne tanti dare una mano, perché no?
Sarebbe bello dire che Il mio angelo ha le ali nere, di Eliott Chaze (provvidamente ripescato da Mattioli 1985, traduzione e ottima postfazione di Nicola Manuppelli) è tutto qui, l’irregolare e la puttana, una macchina dal Mississippi, al Texas, al Colorado, la rapina, il delitto e il castigo. Sarebbe bello ma non si può, perché agganciato a questo inizio da manuale del noir americano c’è un capolavoro, una meraviglia di tensioni ed equilibri e paure sottili, di inquietudini che restano anche dopo, a libro finito e chiuso.
Pubblicato in economica nel ‘53 (35 cents, compratelo in stazione e lasciatelo in treno!) in una Il mio angelocollana di giallacci dozzinali, Black Wings non ha mai raccolto quanto meritava. L’autore Lewis Eliott Chaze (1915-1990), giornalista di qualche successo, ne soffrì parecchio e nonostante una decina di romanzi e vari racconti (pubblicati qui e là, dal Reader’s Digest a Life, al New Yorker) si arrese all’oblìo: quando morì era un uomo stanco e fuori catalogo. Ci resta per le mani questo testo strabiliante, che mette in fila indiana tutti i topos del noir di strada americano: i due outisider che si riconoscono, la rapina, gli inseguimenti, la sparatoria, la prigione e l’evasione, i soldi (il bagno nei dollari lo avrà, Virginia, lo pagherà carissimo), il buco nero dei rimpianti e forse – ehi, non è da loro! O forse sì… – dei rimorsi.
Chaze scrive piano e lucido, apparentemente leggero, spesso ironico. Ma pause e tensione non escludono mai lo sguardo implacabile del suo Tim Sunblade: sia sul mondo fuori (non gli piace), sia sul suo orizzonte esistenziale (non gli piace nemmeno quello, ma gli va incontro con l’eroismo dei disperati). L’amore? Ma sì, può darsi. Il sesso, certo. Ma è un amore tra serpenti, lei che fugge appena può, lui che non può lasciarla andare e pensa che dovrà ucciderla, lei che lo salva rocambolescamente. Due crotali che possono mordersi baciandosi, ma anche due falene strane, attratte dal buio, da (letteralmente, chi leggerà capirà) un buco nero che inghiotte vite e storie. Intorno, l’America, quell’America là, che pare uscire da un vecchio Technicolor troppo carico. Un posto di lavori sporchi e pericolosi, di piccola black-wings-has-my-angelborghesia assennata che bagna il prato, di coabitazione tra i prodromi di un benessere middle class e un presente da redneck. Si vedranno anche i ricchi, poi, in una New Orleans stupida e alcolica, e a Tim non piaceranno nemmeno quelli. Pagine sprezzantemente ironiche, la strada, i piccoli alberghi da pochi dollari, i bar dove si beve forte, i suburbi residenziali, persino le miniere e i cercatori d’oro della domenica, deserti e neve. Il lettore segue, assiste allo spettacolo di quella vivida autocombustione di vite, perdute fin dalla prima riga del libro ma che paiono non perdersi mai, fino alle ultime pagine. Se per fare del noir grande scrittura si tende di solito a scantonare, a sacrificare la trama, Chaze fa esattamente l’opposto. E’ mettendo in fila tutti gli stilemi del genere, tracciandone addirittura una specie di catalogo, che risolve l’enigma mai risolto tra genere e grande letteratura (quella linearità nel narrare, quella tensione… chi ha letto James Cain sa di quale potenza si parla), e ne tira fuori un gioiello vero, lasciando al lettore, alla fine, qualche ombra di ineluttabile disperazione e tutti i dubbi possibili sul bene e sul male, ma non su come raccontarli.

Eliott Chaze, 
Il mio angelo ha le ali nere
Mattioli 1985
pag. 203, euro 14,90

 

sab
4
feb 17

Torto marcio. La recensione di D di Repubblica

Qui la recensione di Francesca Frediani su D di Repubblica

DdiRepubblica040217

sab
4
feb 17

Torto marcio. L’intervista di Annarita Briganti su Repubblica

L’intervista di Annarita Briganti su Repubblica Milano

RepMILANO040217

mer
1
feb 17

Trova il modo di cacciare Gentiloni: ricchi premi da un blogger di Rignano

010217Un blogger di Rignano sull’Arno ha recentemente lanciato un Concorso Nazionale di Idee per un grande progetto a medio termine (giugno). Titolo del concorso: “Pensieri, visioni e idee per cacciare Gentiloni e tornare a Palazzo Chigi”.  Aperto a tutti, il concorso ha stimolato la fantasia degli italiani e sono giunte migliaia di relazioni, alcune dettagliate, altre anonime, una testa di cavallo, un gatto morto e numerosi studi statistici. Il lavoro di selezione è stato lungo e faticoso: si sono scartate prima di tutto le prove fotografiche poco credibili. Gentiloni in lamé azzurro che entra in un locale di lap dance di Alba Adriatica era chiaramente un maldestro fotomontaggio, mentre sulla foto taroccata di Gentiloni che spara a un cucciolo di foca il segretario ha esitato un attimo, scartandola a malincuore.
Ma ecco le proposte vincenti per le tre sezioni del concorso “Cacciare Gentiloni”.

Le termiti – Animale voracissimo e maledetto, la termite può mangiarsi un palazzo in pochi giorni, specie se c’è molto legno dentro. Per esempio Palazzo Chigi. Basterebbe introdurre poche centinaia di animaletti (Maria Elena può portarne dentro una decina al giorno nella borsetta). Seguirebbe l’evacuazione di Gentiloni e l’arrivo (da Rignano) di una squadra specializzata in disinfestazione e ripristino. Grande allarme popolare e richiesta elezioni subito. Il progetto sarebbe economico e veloce. Vantaggi: Gentiloni uscirebbe di corsa. Difficoltà: cambiare la serratura in pochi minuti. Imprevisti: l’opinione pubblica, vedendo le termiti che si mangiano Palazzo Chigi potrebbe simpatizzare con gli odiosi animaletti. La proposta è stata presentata da Alberto U., di Portogruaro, che vince 80 euro.

Il testamento – L’idea è vecchia e venne per primo a Ottaviano nel 32 avanti Cristo. Fece leggere in Senato il testamento di Marco Antonio mentre quello era vivo e vegeto, documento che fece incazzare un po’ tutti e portò alla guerra con Cleopatra e Marco Antonio. Un gioco da ragazzi. Un testamento di Gentiloni abilmente realizzato in una tipografia di Rignano, potrebbe smuovere le acque e portare al voto entro giovedì pomeriggio. Qualcosa tipo “Lascio l’Eni alla mia vecchia maestra”, oppure “per quanto riguarda il gettito Irpef del 2017, lo lascio tutto a mio cugino Pino”. Vantaggi: con 25 euro di tipografia e due timbri falsi è tutto sistemato. Difficoltà: scrivere un buon falso senza espressioni toscane o frasette cretine sul futuro. Imprevisti: l’opinione pubblica potrebbe valutare che l’Eni in mano alla vecchia maestra…, perché no? La proposta è stata presentata dal professore di storia Federico S., di Caserta, che vince un bonus di 500 euro spendibile al Trony di Rignano.

Manovra correttiva – Il primo premio va alla proposta più praticabile e di fatto già in corso, si tratta solo di indirizzare gli eventi. Gentiloni deve trovare da qualche parte 3,4 miliardi per sistemare i casini di Renzi. Così Renzi può ritirarsi in campagna a fare il blogger indignato, mentre Gentiloni fa la figura di quello che aumenta le tasse. Allora Renzi dice che quando c’era lui i treni arrivavano in orario e chiede di votare subito, al massimo sabato mattina, perché non si può continuare in questa situazione, bisogna dare una scossa all’economia e parlare un po’ del futuro, che sarebbe lui. Vantaggi: apre Eataly a Belluno. Difficoltà: a parte Orfini, Maria Teresa Meli e l’Unità, non ci cascherebbe nessuno. Imprevisti: il piano necessita una massiccia azione di ipnosi su quaranta milioni di elettori, che sarebbe costosa. In più, già ipnotizzati una volta per la durata di tre anni, i pazienti potrebbero risultare refrattari. Il piano è stato comunque premiato come l’unico attuabile e ha la percentuale di riuscita dello 0, 00000045 per cento. Secondo gli esperti è più facile vincere all’Enalotto in una ricevitoria di Rignano.

dom
29
gen 17

Torto marcio, qualche data delle presentazioni e tre serate a Milano

Ecco qui un po’ di appuntamenti, le prime date per la presentazione di Torto marcio, ma prima…

TortomarcioealtriIl romanzo, mi dicono, va molto bene, le recensioni (quelle uscite finora lo trovate qui) sono ottime, e molti hanno capito che dietro la storia noir del Monterossi, del Ghezzi, di Carella e di tutta la banda c’è anche dell’altro… ma cosa sia non è facile dire, magari ci proveremo parlandone insieme. Ma soprattutto grazie a chi ha letto e ha capito, ha detto la sua, o la dirà, o leggerà. Questo passaparola e questo dialogo con chi legge e tra chi legge è assai prezioso (alla fine, si scrive per chi legge, no?).

Molti chiedono date e presentazioni, quindi ecco qui sotto un primo elenco. Ogni appuntamento sarà ricordato per tempo, qui sulla pagina Fb e su twitter, ma ecco un primo elenco… A Milano sono dedicate tre serate consecutive

Sabato 11 febbraio, BIELLA. Alle 18,00 presentazione alla Libreria Vittorio Giovannacci di Biella, via Italia 14

Lunedì 13 febbraio, TORINO. Alle 18,00 presentazione al Circolo dei Lettori di Torino, via Bogino 9. Una chiacchierata su Torto marcio (e suppongo molto altro) con Bruno Gambarotta

Mercoledì 15 febbraio, MILANO. Alle 20,00 per il ciclo di incontri Cucina Calibro Noir c’è una cena con presentazione. Presenta Luca Crovi, Gigio Alberti leggerà dei brani del libro, si parlerà di tutto quanto. La cena di svolgerà presso l’Osteria del Biliardo di Milano, via Cialdini 107. Per prenotare scrivere a cucinacalibronoir@gmail.com. Tutte le informazioni su posti disponibili, prezzo, menu, le trovate qui

Giovedì 16 febbraio, MILANO. Alle 18.30 la presentazione alla Feltrinelli Duomo. In qualche modo è la presentazione “ufficiale” a Milano, quella dove si incontrano i lettori in libreria per la prima volta con il romanzo nuovo. Insomma, voi venite, se siete in zona, eh!

Venerdì 17 febbraio, MILANO. Alle 20,00 alla libreria Isola Libri di Milano, via Antonio Pollaiuolo 5, si parla (insieme) di due libri, Torto marcio e Guida al giro del mondo di Nanni Delbecchi (Bompiani). Nanni è un vecchio amico e avere in libreria contemporaneamente i nostri due libri, anche così diversi, è una circostanza che non potevamo farci scappare per fare una chiacchierata, specie di venerdì 17. Con noi ci sarà Silvia Truzzi, che nostra amica e collega di giornale… (qui la locandina)

Ci saranno altri appuntamenti, ovviamente, e saranno comunicati per tempo. Per ora segnatevi questi qui. Grazie, a presto… Se riuscite o avete voglia ci vediamo lì…

dom
29
gen 17

Torto marcio. La recensione de Il Messaggero

La recensione di Leonardo Jattarelli su Il Messaggero

IlMessaggero290117

sab
28
gen 17

Torto marcio. La recensione di Bruno Gambarotta su Tutto Libri de La Stampa

Qui sotto, la bella recensione di Bruno Gambarotta su TuttoLibri de La Stampa (grazie grazie)

TuttoLibri280117x

mer
25
gen 17

Otto italiani su dieci cercano l’uomo forte. Ma pure un buon medico

Fatto250117I sondaggi parlano chiaro: otto italiani su dieci vogliono l’uomo forte, il leader carismatico, il Capo. Uno che decide, uno così forte che se non sei d’accordo solleva una lavatrice e te la tira in testa, un mix tra Obelix, Zorro e Kim Jong-un, ma pettinato meglio. E’ un mito divertente, questo dell’uomo forte che comanda da solo, ogni tanto torna su come la peperonata, ma i risultati degli uomini forti sono lì da vedere: non proprio da vantarsi, ecco. L’ultimo uomo forte che ci è toccato andava in giro con quelle facezie degli otto milioni di baionette e dell’Italia inarrestabile potenza, e poi – dopo qualche milioncino di morti – s’è visto, l’hanno beccato che scappava in Svizzera, tragico fantozzismo prima di Fantozzi.

Dopo, solo caricature e smisurate ambizioni. Ma soprattutto prodigiosi abbagli di chi scambiava per “uomo forte” il primo che passava, osservandone il triste tragitto da dono della provvidenza a figurante generico, a volte nel giro di qualche mese, tra lo sconcerto generale e le risate in sottofondo. Abbagli così grossi che vien da pensare che otto italiani su dieci non abbiano solo bisogno dell’uomo forte, ma anche di un dottore bravo, e in fretta. Per esempio in certe valli del Nord ci fu chi scambiò per uomo forte Umberto Bossi, partito minacciando fucilate e arrivato con la ristrutturazione del terrazzo, i dané alla scuola della moglie, per tacere dei geniali rampolli. Tratto distintivo: parlare di rivoluzione e incendiare gli animi, e poi quietarsi nelle faccenduole dei piccoli cumenda prealpini, piazzare figli e famigli, piccolo cabotaggio.

E poi, uomo fortissimo, Silvio buonanima, che sembrava l’ammazzasette, quello col sole in tasca, quello del “ghe pensi mi”. Chissà quanti degli otto-su-dieci che oggi vogliono l’uomo forte pensarono, ai tempi, che fosse lui. E chissà quanti, sempre del campione rappresentativo, cambiarono un po’ idea vedendolo forte, fortissimo, nel farsi gli affari suoi, in una ragnatela di conflitti d’interesse, furbizie, leggi su misura, per tacere delle señoritas che un pochino ne minarono il carisma andando in giro a dire che l’uomo forte, quello della Provvidenza, l’unto dal Signore, aveva – questo ammazzerebbe anche Maciste –  “il culo flaccido”. Tristezza.

Minimo comun denominatore dell’uomo forte made in Italy, il disprezzo per gli intellettuali. Poggiando la sua visione del mondo sul pensiero elementare che le cose sono semplici a meno che qualcuno non le complichi riflettendoci sopra, l’uomo forte detesta chiunque abbia un pensiero complesso. Famosa la frase dell’uomo forte Bettino Craxi sugli “Intellettuali dei miei stivali”, che come si sa non è solo un modo per attaccare gli uomini di cultura, ma soprattutto un lisciare il pelo ai mediocri e aizzarli contro quelli che usano la testa. Una cosa che fa scopa coi “Professoroni” della coppia Renzi-Boschi: insofferenza suprema per i caca-dubbi che dissentono, mentre lui, l’uomo forte, non vuole ostacoli sul suo cammino, e ogni intoppo è un attentato alle sorti progressive e luminose eccetera eccetera. Ave, Matteo, rottamati te salutant, e alla fine te salutant anche tutti gli altri, il giorno del referendum. Si suppone, nei giorni leopoldi de #lavoltabuona, uno sfrenato entusiasmo di quegli otto-su-dieci che presero un’altra cantonata. Poi, quando si vede che l’uomo forte ha lasciato solo macerie (nel Paese, nella società, nel suo partito, colpevole di non essere abbastanza suo), quelli mica cambiano idea e dicono “Mah, questa dell’uomo forte forse è una cazzata”. No, maledetti, insistono e ne vogliono un altro. Chissà, forse sarebbe il caso di valutare l’ipotesi che gli uomini forti, come i telefonini e le riforme del lavoro, noi non li sappiamo fare. Ci vengono male. Storti. Difettosi. Sarebbe meglio non insistere con gli esperimenti.

lun
23
gen 17

Torto marcio. La recensione di Critica Letteraria

La recensione di Gloria M. Ghioni su Critica Letteraria (cliccare per leggere, chi vuole il link è qui)

RecensioneCriticaLetteraria230117

sab
21
gen 17

Torto marcio. La recensione di Milano Nera

Qui la recensione di Paolo Manacorda su Milano Nera (cliccare, il link invece è qui)

RecensioneMilanoNera200117

gio
19
gen 17

Torto marcio. La recensione di Nanni Delbecchi per Il Fatto Quotidiano

Qui la bella recensione di Nanni Delbecchi su Il Fatto Quotidiano

DelbecchiFatto190117

mer
18
gen 17

Matteo “ci ha messo la faccia”, ora purtroppo si vede tutta

Fatto180117Come presentarsi a un convegno di alcolisti anonimi con un fiasco di vino,     questa è stata l’intervista di Matteo Renzi, molto simile a quelle che danno i calciatori infortunati quando tornano in campo. Sia gli orfani di Matteo che i detrattori di Renzi hanno tirato un sospiro di sollievo: rieccolo in tutto il suo splendore, con le retoriche appena un po’ appannate dalla botta. Tra le tante, quella più mascelluta: il “metterci la faccia” e il dire sempre “io”. Ma insomma, si difende lui: l’Italia andava male, ci voleva una scossa, ho dovuto farlo. Forzando il suo carattere schivo, verrebbe da pensare, insomma si è sacrificato e ha “dato la scossa”.

Ora, un po’ per noia, un po’ per archeologia, a uno verrebbe voglia di andare a vedere le volte che “ci ha messo la faccia”, per tornare dall’esplorazione un po’ stordito, frastornato, stupefatto. Lasciamo stare le famose profezie su Monte del Paschi, rivelate al Sole 24 Ore e poi recitate in giaculatoria nel pied-à terre di Bruno Vespa: “Mps oggi è un bell’affare”. Caso di scuola, buono per le schermaglie e le polemiche da bar tra renzisti e antirenzisti, figuraccia ormai triturata dalla propaganda e dalla contro-propaganda. Però insomma, se un anno fa esatto il vostro promotore finanziario vi avesse consigliato così caldamente di investire in Mps, ora sareste sotto il suo ufficio ad aspettarlo con un bastone, sempre che possiate ancora permettervi un bastone. Ci ha messo la faccia, ecco, diciamo così.

Ma poi il problema è che la faccia ce la metti prima, e dopo a volte sei costretto a sperare che nessuno si ricordi che ce l’hai messa. Figurarsi se non ci metti solo la faccia, ma anche la mimica, lo spettacolino e tutto il repertorio. Tipo “Il mio sogno è sempre stato quello di fare lo steward”, alla toccante cerimonia che rilanciava (non ridete) Alitalia. Uno stand-up da comedian di Broadway (Off-off), con tanto di “Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo decollando davvero”, e poi il florilegio di calembours tristanzuoli che si sa: “Il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia”, e “Se vola Alitalia, viva l’Italia”. Consiglio il video, perché è anche questo un caso di scuola: presentare i desideri come già realizzati, un futuro ipoteticissimo come già avvenuto. Erano gli inizi di giugno del 2015, un anno e mezzo dopo quel decollo collettivo, così aggressivo e burbanzoso, Alitalia sta di nuovo col cappello in mano, i suoi dipendenti tremano, i conti ballano, siamo già all’atterraggio di emergenza.

Metterci la faccia ha questo, di bello, che nel momento in cui ce la metti fai un figurone con tutti, ma dopo, all’apparir del vero o quando il futuro non va come lo speravi, se ne ricordano solo quelli toccati dallo specifico problema. Come i dipendenti Alitalia, nel caso specifico. O come le popolazioni terremotate in un altro caso anche più mesto e doloroso, quando al consiglio dei ministri e poi in dozzine di dichiarazioni, si giocava la carta dell’efficienza “I container entro Natale e le casette in primavera”. Preciso. Definitivo. Poi, appena due mesi dopo, ecco che i conteiner non arrivano, le casette chissà, le poche che ci sono vengono assegnate a sorteggio. Moltissimo (bene) viene dalle donazioni private, dalle associazioni, dal volontariato, dalle raccolte fondi, “L’Italia decolla” si stempera in un più realistico e triste “L’Italia si arrangia”. Si scopre che non ci sono le stalle e il bestiame muore di freddo (gli allevatori lo dicono da settembre) e che intere zone rischiano lo spopolamento, insieme al loro piccolo ma vivo e ramificato tessuto produttivo. L’altro giorno, prime proteste pubbliche, ad Accumoli, altre ne verranno. La retorica volitiva del “metterci la faccia” perde un altro pezzettino, si consigliano i narratori del Grande Rientro di Matteo di pensarne un’altra.

mar
17
gen 17

Alitalia contro il Feroce Salatino

Fatto170116Agghiacciante prospettiva, terribile destino: per risanare i debiti Alitalia pensa a una mossa geniale, abolire gli snack gratuiti a bordo. Una mossa di grandissimo spessore economico-strategico, se si pensa che il “risanamento” della compagnia di bandiera è costato finora 7,4 miliardi, che serve un altro miliardo per non precipitare, e che quindi tagliando i tarallucci, le patatine e i due millilitri di acqua minerale calda fin qui generosamente distribuiti ai passeggeri, si raggiungerà il pareggio di bilancio intorno al 3027. “A quel punto avranno inventato il teletrasporto e noi saremo salvi”, ha detto Luca Cordero di Montezemolo nel corso di una conferenza stampa a pagamento (1.000 euro per assistere, 2.000 per fare domande).

Si tratta di una vera sorpresa, ardita e imprevedibile, una “mossa del cavallo”, come dice qualche osservatore: infatti tra poco sarà più agevole raggiungere le destinazioni a cavallo piuttosto che con i voli Alitalia.

Naturalmente si tratta solo del primo passo, cui seguiranno altre sorprendenti soluzioni. Se l’abolizione dello snack gratuito, sostituito dallo stesso snack a pagamento, darà i suoi frutti, si passerà alla fase successiva del piano di risparmi: i passeggeri dovranno portarsi i sedili da casa e, nel caso della classe business, l’intero salotto. Le cinture di sicurezza saranno realizzate all’uncinetto dai lavoratori Alitalia in esubero. Per quanto riguarda il combustibile, ogni passeggero dovrà contribuire succhiando dalla macchina, nel parcheggio dell’aeroporto, una tanica di gasolio da consegnare al check-in. Si studiano convenzioni con i taxisti: una trattativa non facile. Restano, per raggiungere il pareggio di bilancio almeno nel millennio, due dettagli non trascurabili: le ali degli aerei sono molto costose, rigide, difficili da spostare da un aereo all’altro, quindi si sta studiando di realizzarle in plastica. E poi si può risparmiare sul costo dei piloti, sorteggiando un passeggero a turno ed affidandogli i comandi.

Non essendoci più da distribuire gli snack il personale di volo sarà ridotto, con un ulteriore risparmio, il che potrebbe far accelerare il pareggio di bilancio, si calcola intorno al 2745. Inevitabile un ridisegno delle rotte: volare consuma molto carburante, per cui si varano nuove tratte come la Fiumicino Terminal A – Fiumicino Terminal B, percorribile a terra tenendo motori al minimo. L’ultima mossa, ma solo se tutto questo non basterà, sarà la riduzione dello stipendio dell’amministratore delegato, che verrà retribuito con gli snack avanzati per ora stoccati nei magazzini dell’azienda.

sab
14
gen 17

Torto marcio, due recensioni: il Libraio e Thriller Nord

Qui due recensioni uscite in questi giorni. Quella de Il Libraio (qui c’è il link, e anche un piccolo estratto del libro), e quella di Maria Sole Bramanti per  Thriller Nord (link qui)

Il Libraio130116                ThrillerNord130116

sab
14
gen 17

Torto marcio. Qui la recensione di Massimo Ferrario per Mixtura

Massimo Ferrario ha seguito se avventure del Monterossi e lo conosce bene. Qui la sua recensione per Mixtura (immagine i link, qui)

Mixtura130117

 

ven
13
gen 17

Torto marcio e altre storie. Il pezzo su Sette del Corriere della Sera

Qui c’è il pezzo di Roberta Scorranese per Sette de Il Corriere della Sera. Tu pensa dove va a infilarsi il Monterossi! Cliccare sull’immagine per leggere

Sette130116

mer
11
gen 17

Domani esce Torto marcio. E qui c’è la prima recensione: Pietro Cheli su Amica

La recensione di Torto Marcio di Pietro Cheli, su Amica. Cliccare sul’immagine per leggere. Chi preferisce il link è qui

amicamontato

mer
11
gen 17

Noi, elettori delusi dal Tripolarismo delle Bermude

fatto1“Mal comune mezzo gaudio” è una frase orribile, senza senso, cinica e destituita di ogni fondamento. Che il mio disagio di italiano senza rappresentanza politica, ficcato come una barchetta al centro del Triangolo delle Bermude, equilontano dai tre poli del tripolarismo nazionale, sia condiviso da molti, non mi dà nessun gaudio, anzi, fa incazzare un bel po’. Sulla figuraccia europea dei Cinque Stelle, e segnatamente del loro leader, viene in mente una battuta di Luttazzi (Berlusconi gliela fregò ai tempi antichi quando cacciava Fini dal partito). “Sapete che uno zio di Fini è morto ad Auschwitz? Sì, è caduto dalla torretta di guardia”. Pessimo gusto, ma fa ridere. Così del Grillo che si fa chiudere la porta in faccia dal gruppo europeo più amico di lobby e poteri forti si può dire: “Ma è ferito! Gli ha fatto male l’Establishment? Ma no! E’ scivolato mentre correva a iscriversi”.

Ora per riassumere: abbiamo tre grandi forze politiche in campo: una che conosciamo bene e che lavora per tenere insieme le spoglie del berlusconismo, una destra Frankenstein Junior; una che ha governato sbagliandole tutte e coniugando in modo superbo arroganza e incompetenza, affarucci privati e la solita minestra liberal liberista fingendosi però di sinistra; e poi un corpo estraneo che entra a gamba tesa (il famoso apriscatole) nel sistema, e in effetti un po’ lo scardina e lo stupisce (oh! Non c’è più il bipolarismo!), ma pratica anche i peggiori vizi e le giravolte ciniche che la politica ci ha insegnato. Iscriversi a un gruppo che dice il contrario di quello che dici tu per avere “visibilità e contare di più” è un carpiato turbo-ideologico di difficile comprensione.

Aggiungerei un altro problema, tanto per gradire. Ed è che ormai scelte, decisioni, errori madornali, gaffes e capitomboli di ognuna delle parti in commedia, non hanno quasi una lettura politica, ma soltanto il peso, per così dire ludico, del rimprovero reciproco. Siamo allo sberleffo costante, come se la vita politica italiana fosse più legata al gusto sadico di veder scivolare l’avversario che alle sorti del povero paese. Con punte di vero surrealismo, come quando Grillo ha parlato di espatri e le tricoteuses del Pd sono saltate su come tappi ad accusarlo di leghismo. Il giorno dopo di espatri ha parlato il governo e tutto a posto, anzi grandi applausi.

Il disagio dell’italiano equilontano è dunque doppio: non solo nessuno lo rappresenta, ma non circola un’idea forte, all’orizzonte si vede solo tattica e nessuna strategia. Mentre si esce e si entra nei gruppi europei, abili come l’ispettore Clouseau, o si gioca il risiko della legge elettorale, o si pensa a trucchi e trucchetti per gabbare il referendum sul Jobs act, non si vede da nessuna parte un’idea di società più giusta. Tutti, distratti dalla guerricciola quotidiana, dalle scaramucce di confine, si scordano di occuparsi del fatto che le diseguaglianze aumentano, e che stanno diventando intollerabili, una cosa allarmante, che può scappare di mano.

Nessuno dei tre poli dice chiaramente il punto primo di un qualunque programma di salvataggio del Paese: cioè che la distanza siderale tra il fattorino che vi consegna le pizze e il banchiere va ridotta, e non aumentata come si fa da decenni. Un’idea, insomma, un disegno, un obiettivo, anche lontano, anche difficile, ma chiaro e preciso. Ridurre le diseguaglianze sarebbe una buona corrente per spingere l’equilontano con la sua barchetta verso un polo o verso l’altro, ma non succederà, perché il piccolo cabotaggio trionfa. La prima esigenza della politica italiana è quella di poter cambiare idea al volo per motivi tattici, il che impedisce di avere grandi idee. Visto da qui, dal centro esatto del triangolo delle Bermude, lo spettacolo è piuttosto deprimente.

dom
8
gen 17

Questa settimana esce Torto marcio. I colpevoli, gli innocenti e (quasi) tutto il resto

torto-marcio-coverDunque, il 12 gennaio esce Torto marcio, il nuovo romanzo. Su carta, in E-book, in libreria, prenotabile su Amazon e su Ibs, insomma, chi lo vuole non farà fatica a procurarselo. E’ il quarto romanzo con Carlo Monterossi, c’è tutta la sua banda e soprattutto c’è una storia cattiva, che viene da lontano ma si incastra qui nel presente, tempi duri quelli e tempi duri questi.

Della trama, si sa, non si può dire molto, perché è pur sempre un giallo, un noir, un… beh, insomma, vi metto qui la scheda dell’editore con la quarta di copertina e tutto il resto, così vi fate un’idea.

Posso dire che ci tengo molto, per molti motivi, ma anche perché credo che si precisi qui un discorso già iniziato con Di rabbia e di vento, un discorso sulla giustizia com’è e come la vorremmo, che sono due cose che non si somigliano molto.

Poi è una storia, questo mi sembra importante, se si scrive una storia.

Tante volte nelle presentazioni, nelle interviste, viene fuori questa cosa che si dice sempre: il giallo è un pretesto per raccontare la società… Ma sì, sarà anche vero, anzi è vero di sicuro, ma certe volte non si capisce quanto la storia descriva i tempi e quanto i tempi facciano la storia, la disegnino, in qualche modo la contengano, generandola. Qui c’è Milano, come al solito quando c’è il Monterossi di mezzo, ma c’è anche di più, ci sono delle vite, diversissime, di questi tempi nostri.

Come al solito troverete qui sul sito le recensioni, la rassegna stampa ecc ecc. I vostri commenti sono ovviamente graditissimi.

Che giovedì o venerdì dovete andare il libreria ve l’ho già detto, vero?

gio
5
gen 17

Le bufale tanto cattive del popolino e quelle buone del potere

fattoquotidianooggiSe davvero vi interessa il dibattito sulla post-verità – la costruzione di bufale intesa a cambiare la storia e a piegare gli avvenimenti della politica – vi consiglio di cercare un piccolo filmato su Youtube, datato febbraio 2003. Molto istruttivo. Si vede Colin Powell, allora Segretario di Stato americano, che parla alle Nazioni Unite e agita una fialetta di polvere bianca. Dice che è antrace, che Saddam Hussein ne produce tonnellate. Poi fa vedere delle vaghe fotografie satellitari e dice che lì Saddam sta costruendo armi di distruzione di massa, e insomma pone le basi, con quel discorso, dell’aggressione americana all’Iraq. Tony Blair faceva un discorsetto analogo ai suoi compatrioti. Entrambi qualche anno dopo – Colin Powell e Tony Blair – ammetteranno di aver diffuso notizie false sapendo che erano false. Colin Powell – qualche anno dopo convinto sostenitore di Obama – definisce ancora oggi quel discorso “una macchia sulla sua carriera”. Ma sì, una macchiolina da un milione di morti, che volete che sia. Macchia e non macchia, entrambi i diffusori di quelle micidiali menzogne sono oggi a piede libero, ammirati e riveriti e, nel caso di Blair, addirittura portati ad esempio della “sinistra che vince” (ommioddio, ancora!).

Questo per dire che la post verità non è cosa proprio nuovissima, e che quella con cui ce la prendiamo oggi è faccenda minuscola rispetto a certe post-verità che hanno ammazzato centinaia di migliaia di innocenti.

E poi, a dirla tutta, la storia è piena di post-verità inventate per giustificare le più solenni e dolorose porcate. Il diciassettenne ebreo Hershel Grynszpan che nel novembre del 1938 sparò a Parigi al diplomatico nazista Ernst von Rath, fu sbandierato come l’esempio migliore della cattiveria ebraica, e consentì di mettere in atto quella “Notte dei cristalli” (9 e 10 novembre 1938, decine di sinagoghe date alle fiamme, migliaia di negozi proprietà di ebrei bruciati e saccheggiati, SS in gran spolvero) che avviò la persecuzione degli ebrei. Recenti ricerche storiche hanno svelato che il ragazzo aveva una storia con il diplomatico, che gli aveva sparato per questioni, diciamo così, personali, e che dunque su di lui fu costruita una micidiale post-verità che alla fine, presentando il conto, arrivò a un totale di milioni e milioni di morti.

Naturalmente – che seccatura – in questi come in altre centinaia di casi, la costruzione di post-verità non era affidata ad anonimi leoni da tastiera, piccoli o grandi truffatori anonimi che cavalcano l’indignazione per costruite bufale, ma dal potere stesso, nel caso dell’Iraq addirittura da due governi democratici liberamente eletti.

Ecco dunque un paio di casi in cui un’Authority governativa preposta al controllo della verità non avrebbe frenato la bufala, anzi l’avrebbe agevolata come da direttive politiche, come da “superiore interesse della nazione”, che era, in quel momento, far fuori Saddam accusandolo con prove false.

Se il dibattito sulla post-verità a cui assistiamo oggi ci sembra un po’ surreale, insomma, è anche perché punta a vedere la costruzione di false notizie come incontrollabile: si pensa che oscure e anonime minoranze nascoste dietro una tastiera possano cambiare il destino di popoli e nazioni, mentre i governanti, poveretti, si dannano l’anima per difendere la verità dei fatti. Insomma: l’allarme sulla post verità diventa allarme perché le bugie vengono dal basso e non dall’alto. Basta un po’ di conformismo, qualche piagnisteo degli sconfitti e qualche vergognoso esempio di bufala in rete (gli immigrati portano la menengite in Toscana! Ridicolo) per far gridare al pericolo e all’attentato alle istituzioni. E’ la post-verità cattiva del popolino gretto e ignorante. Vuoi mettere con quella smerigliata e cristallina del potere?

mer
28
dic 16

Ignobel Prize: i dieci peggiori della politica italiana nel 2016

img_0326Moltitudini e marmaglie si affollano per partecipare: la Top 10 della mediocrità politica corrente dovrebbe essere una Top 100, una Top 1000. Ma restiamo nelle regole. Ecco i dieci peggiori dell’anno.

Renzi Matteo. Come quei motivatori aziendali che ti spingono a camminare sulla pizza margherita, istigatori di un futuro tutto pro domo loro, ha occupato la scena come e più di Silvio Berlusconi. Disastro. Eppure ancora oggi, con la nuova narrazione fatta di sguardi sperduti al supermercato, ci si ostina a criticarne il metodo e non il merito. Ma la bullesca personalità e l’ego ipertrofico, servono a sviare dalle vere colpe. Che sono di pura inefficienza. Doveva fare, con il suo governo, la legge elettorale, e ha partorito quell’Italicum che oggi schifano tutti, pure lui. Della riforma costituzionale si sa la portata della sconfitta, il resto (jobs act, buonascuola) non viene più nemmeno nominato tra le medaglie di cui fregiarsi. Dunque non si tiene conto qui, di simpatia, antipatia, né della provincialissima categoria della renzità, né dell’infantile storytelling, ma solo dei risultati. Che sono zero, con aggravanti. Lo rivedremo, sì, ma di nuovo non avrà nulla, niente male per un “nuovista”.
Voto: 0 Tanto rumore per nulla

Napolitano Giorgio. Il ribaltamento del soprannome togliattiano ne “il Peggiore” parrebbe un record notevole, eppure. Grande spingitore di governi tecnici o para-tecnici, o di scopo, o di ego, è stato il primo a personalizzare il referendum – si potrebbe dire: con il culo degli altri – fin dalla storica intervista al Corriere (“O il sì o il nulla”). Poi, a frana avvenuta, silenzi e piccole grida, non ultima l’accusa – da mandante – all’esecutore materiale, quel giovinotto di cui sopra, che “ha personalizzato”.
Voto 1 Con viva e vibrante soddisfazione

Poletti Giuliano. La pessima legge che “uberizza” il lavoro, scritta tra palazzo Chigi e Confindustria, lo ha costretto a mentire sui numeri, più volte sbugiardato. Chi s’indigna per sue gaffes (l’ultima: che certi italiani emigrati è meglio non averli tra i piedi) manca di fare il salto decisivo: non si tratta di inciampi, ma di perfetti precipitati della sua cultura post-contadina, trasportare cassette come éducation sentimentale del giovane italiano, darsi da fare, non farla lunga coi diritti… E’ tutta un’ideologia primitiva, una Weltanschauung da cacciatore-raccoglitore, una retorica di “ai miei tempi…”, presentata però come faro di innovazione e dinamismo. Dimostrare così plasticamente come siano antiche le strategie della modernità confindustriale (trattali male, pagali peggio) è buona mossa, ma totalmente inconsapevole.
Voto 2 Primitivo

Salvini Matteo. Nella top ten dei peggiori ha un suo posto d’onore, ma non per meriti acquisiti, che non ha, e non per particolari demeriti pratici, che non ha, essendo ininfluente. Il suo tentativo di coinvolgere il ceto medio sofferente nelle battaglie che furono delle tribù pedemontane quando “le pallottole costavano 300 lire” (cfr. Bossi buonanima) è solo ronzare di tweet, insulti razzisti, ricette facili-facili a problemi complessi. E’ la vera semplificazione: perché inventare i satelliti quando si può mollare un colpo di clava?
Voto 3 Fasci da compatimento

Raggi Virginia. Si guadagna un angolino nella top ten in qualità di unica Cinque Stelle in ottima posizione di potere. Ha molti nemici, quelli che non le perdonano le tute di pile e la casa in periferia, peccati capitali agli occhi dell’establishment più dell’ignavia nell’arte di governo. Ma insomma, che non dovesse circondarsi di certa gente glielo dissero tutti, in tutte le lingue e più volte. Di gran lunga la politica più attaccata e con meno responsabilità sul passato, ma questo non toglie il disagio di vedere una vittoria storica macerare nell’inanità. Con tutto che a Roma non si trova un cittadino – dicasi uno – che sostenga: “erano meglio quelli di prima”.
Voto 5 Paralizzata

 Boschi Maria Elena. Partita con enormi applausi sulla fiducia, è arrivata con la messa ai margini in quanto controproducente nel furore della battaglia. Inadatta a quasi tutto, ha alla fine salvato le due categorie che la descrivono: testarda e secchiona, ma secchiona per fare cosa e testarda per dire che non si è capito. Promossa sul campo per manifesti demeriti – demeritocrazia! – si trova a gestire in franchising un potere meno celebrato dai media, meno coccolato, con gran scorno dei numerosi cicisbei che “Uh, che brava Maria Elena!”. Ma brava de che?
Voto 2 Chiacchiere e distintivo

 Lotti Luca. Pettinato come un Rod Stewart che ha preso la scossa, doveva essere l’astuto Mazarino di Renzi, all’occorrenza il mistr Wolf che risolve i problemi Poi, all’apparir del vero, eccolo mediocre brigatore di nomine e pressioni (sulla stampa, di cui custodisce le deleghe), un aiuto regista del sottogoverno. Divertente l’idea di bramare la delega ai servizi segreti, che, per uno indagato per diffusione di segreto, non è ambizione da poco.
Voto 3 Ribollito

D’Anna Vincenzo e Barani Lucio. Si scuserà l’accoppiata, ma non bastava uno a fare un vero personaggio. Così eccoli affiancati, gli alfieri verdiniani di Ala. Uno pronto ai gestacci sessisti, l’altro provvidenziale accorruomo per dittatori con cui facciamo affari (su Giulio Regeni disse il suo schifoso se l’è cercata). Più di Verdini, sono l’anima del verdinismo, di un estremismo centrista foriero di risse verbali e giochi di corrente. Insieme, hanno cambiato più partiti che mutande, che non è vietato, ma ridicolo sì.
Voto 2 + 2 = 4 Vecchietti del Muppet’s Show

Vincenzo De Luca. Profeta del “clientelismo come Cristo comanda”, piazza i figli, insulta, dileggia e spinge all’estremo l’antica arte del sarcasmo dei potenti, come un Pulcinella inopinatamente arrivato a Palazzo. Poi, quando serve (alle comunali, al referendum) non arriva mai, manco fosse Godot. Decisionismo senza decisioni, superiorità esercitata dal piano terra.
Voto 4 Personaggetto

Lorenzin Beatrice. Si direbbe contemplata tra il peggio dell’anno per le scemenze sul Fertility day, ma la statura quella è, non è che si può chiedere troppo. Invece finisce in classifica per quel tagli alla sanità (oltre 400 esami che ora pagate, e prima di lei no) accompagnati dal refrain “Non abbiamo tagliato la sanità”. Poi uno va, gli prendono il sangue e lo fanno pagare. Si dirà: esecutrice, non mandante. Embé? Si è peggiori anche così, da “volenterosi carnefici”.
Voto 4 Caratterista

mer
28
dic 16

Il testacoda di Natale: tutti critici sui voucher (per evitare il referendum)

fattoquotidiano1Ma chi l’avrebbe detto che Babbo Natale, sceso dalla slitta ed entrato di soppiatto nelle nostre case, ci avrebbe portato, poggiandola con nochalance sotto l’albero, una bella confezione-famiglia di marce indietro sul prodigioso Jobs act. Quella legge che rilanciava il lavoro, quella per cui Giuliano Poletti dava i numeri al Lotto, corretto e bacchettato ad ogni esternazione, la legge che teorizzava che licenziare era un toccasana, perché si sarebbe fatto spazio ad altri. Una specie di grandiosa ammuina: quelli che stanno a prua vadano a poppa… quelli a poppa vadano a prua… quelli che lavorano li cacciamo, così possono lavorare un po’ gli altri. La legge che portava la modernità contro quei maledetti corpi intermedi vecchi come il gettone del telefono. La legge dei voucher, soprattutto. Se ne vendevano mezzo milione all’anno, prima del Jobs act, e poi, dopo la rivoluzione di Renzi e Poletti, nel 2016, si è arrivati a 160 milioni. Niente male per chi diceva di aver “abolito il precariato”, e nemmeno gli veniva da ridere mentre registrava un videomessaggio in cui diceva che non pensava alla Thatcher, ma a Marta, a Giuseppe e alle loro vite da Co.co.co… Era una retorica buona fino al 4 dicembre, quando alcune centinaia di migliaia di Marte e Giuseppi, passati da Co.co.co a vaucheristi, gli hanno fatto – non precariamente – il gesto dell’ombrello.

Ma torniamo a Babbo Natale. Accortosi da qualche trafiletto sui grandi giornali che il referendum promosso da quelli là – quelli del gettone del telefono, antichi, anziani, ideologici, pussa via – potrebbe essere accolto, ecco la scatola di montaggio con dentro tutte le nuove visioni del mondo e le autocritiche: bisogna regolare, prevedere multe per chi abusa, controlli più efficaci, eccetera, eccetera. E anche ora non gli viene da ridere, mentre alle Marte e ai Giuseppi sì, anche se amaro.

Dunque ora sono tutti d’accordo, si direbbe, il Poletti furioso, il presidente dell’Agenzia nazionale per il lavoro Del Conte – messo lì da Renzi – che dice addirittura (al Corriere) che “Gli effetti sono stati opposti a quelli previsti”, poi le pagine dell’economia, i commentatori, gli ex-entusiasti di colpo diventati critici e pensosi. Sono i miracoli dei referendum: non fossero arrivati sul tavolo della Consulta i quesiti della Cgil, Babbo Natale ci avrebbe portato le solite sciapine e i soliti golfini, e non le accorate e tardive preoccupazioni sul lavoro vaucherizzato. Tanto è vero che qualche voce dal sen fuggita lo dice: mica è per raddrizzare le orribili storture del mercato del lavoro che si metterà mano (forse) alla discipina nefasta dei voucher, ma perché non ci si può permettere – coté renzista – un’altra sberla referendaria. Insomma, care Marte e Giuseppi, mica lo fanno per voi: lo fanno per loro, qualcosa si inventeranno, tranquilli, non lo vedere il padulo che già si libra nell’aere?

Senza contare che sì, va bene, uff, che palle, sui voucher si farà qualcosa, ma sull’articolo 18 (altro pezzo del Jobs act sotto scacco referendario) no, quello è la linea del Piave, altrimenti (ancora Del Conte) “Amazon e Google sarebbero tentati di andar via”. Porca miseria, che rischio. Comunque, tranquilli, come ha già detto il ministro Poletti in una delle sue dadaiste esternazioni, se proprio si dovrà votare al referendum sul lavoro, basterà piazzargli di traverso le elezioni politiche, in modo da farlo saltare. Genio. Si registra comunque, ora che Babbo Natale se n’è tornato là da dove è venuto, che tra Natale e Capodanno dell’anno 2016 si è consumato il grande testacoda: il toccasana è diventato una polpetta avvelenata, il “superamento” (ahah!) del precariato si è rivelato un moltiplicatore di sfruttamento e tutti sono più buoni. Finché non trovano il trucco giusto. Buon anno.

mer
21
dic 16

La nuova narrazione: la spesa i video tutorial e la Play con i gattini

fattoquotidianoLa terrificante profezia di Oscar Farinetti (“Dobbiamo tornare simpatici”) sta per compiersi. Matteo Renzi l’ha pure detto durante l’assemblea nazionale del Pd: “Siamo stati efficienti, ma non siamo stati empatici”. Dunque ora, davanti a una campagna elettorale che durerà mesi, si abbatterà su di noi un uragano di simpatia, una punizione così dura che non si ebbe nemmeno il coraggio di metterla tra le dieci piaghe d’Egitto. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con la Scuola Superiore di Ipnosi, è in grado di rivelare le nuove linee guida della narrazione renziana a cui narratori, comunicatori e guru dovranno attenersi fino alla vittoria finale.

Volto umano – Come ha detto Delrio in televisione, Matteo è molto cambiato, è umile e va a fare la spesa, e siccome da solo si annoia ci va coi fotografi di Chi, l’organo ideologico di casa Berlusconi. Dunque, ripartire dal quotidiano. Matteo che rimbocca le coperte ai figli, Matteo che sbaglia l’ammorbidente, Matteo che fa la maionese: diffondere e sostenere il nuovo volto di Matteo dovrà essere il nuovo corso della narrazione renziana. Però la faccia sperduta davanti agli scaffali dice tutto il suo sconcerto: da “un uomo solo al comando” a “un uomo solo al carrello”. Proprio lui, che aveva negato l’appoggio ad Anna Finocchiaro per la presidenza della Repubblica perché l’avevano beccata a far la spesa all’Ikea con la scorta che spingeva il carrello, beccandosi in risposta un “miserabile”, eccolo ora a concordare il servizio fotografico in versione massaio. Nemesi storica: ora lei fa la ministra al posto della Boschi buonanima, e lui fa la spesa con la faccia sperduta del “che ci faccio io qui”. Ma come che ci fa? Un servizio per Chi! La nuova narrazione dal volto umano. Seguirà lo speciale “Matteo appende una mensola” e il tutorial “Taglia il salame con Matteo Renzi”.

Gattini – Per gli addetti al web. Postare in rete molti gattini, che sono teneri e divertenti. Per il pubblico giovane: postare gattini che giocano alla playstation con Orfini, e vincono. Il gattino comunica dinamismo, simpatica follia, casa, focolare. Per convegni e dibattiti, cercare citazioni sul gattini: cosa diceva Max Weber? E Caetano Veloso? E Churchill? Sempre sui gattini, ovvio. Aggiungere a piacere frasi celebri che nessuno può controllare. Slide con tanti gattini che salvano le banche. Per la scuola: gattini tristi perché hanno i supplenti, gattini felici perché hanno il professore di ruolo.

Outfit operaio – Le fotografie del premier (ex) in visita alle fabbriche di amici e finanziatori con gli operai sorridenti accanto al padrone, vestiti alla perfezione in divisa, elmetto di sicurezza, tute intonse appena stirate, hanno fatto il loro tempo. Il nuovo corso della narrazione dovrà mostrare operai più credibili, magari mentre scartavetrano il gratta e vinci, bestemmiano contro il governo, parlano di calcio, bevono il prosecco,. Si consiglia di portare via il Segretario dopo il terzo prosecco, prima che gli scappi la frase: “Lo champagne di Marchionne era più buono”.

Giovani – I grandi traditori del nuovo corso renziano, i famosi giovani, non sono stati convinti, peccato. Mostrarsi con davanti un computer un iPhone e in mano può impressionare gli ottuagenari (uh, che diavoleria!), ma non uno che davanti a un computer sta seduto tutto il giorno per due lire. Dunque, il nuovo storytelling punterà molto sull’empatia: diffondere e ritwittare le immagini del Segretario che si fa un piercing. Nei tatuaggi, evitare frasi troppo roboanti (tipo “Mille asili in mille giorni” o “L’Expo è stato un grande successo”). Meglio i tatuaggi tribali, non necessariamente di antiche tribù aborigene toscane. Si consiglia ampia diffusione sui social network delle immagini del Segretario che arriva al Nazareno in skateboard.

Bufale – “Abbiamo perso sul web” (Renzi all’assemblea del Pd) è una mesta constatazione, ma anche un atto d’accusa verso chi mente, inventa post-verità e diffonde falsità in rete. Dunque evitare d’ora in poi la diffusione di bufale online, frasi come “Il sistema bancario italiano è solido” o “Abbiamo abolito il precariato”, battute che hanno fatto ridere quasi tutti. Sostituire gli slogan con fatti concreti, tipo i gattini, ecco.

mer
14
dic 16

Con la meritocrazia abbiamo scherzato: vince chi fa cazzate

fatto141216Osservare il governo Gentiloni sarà come guardare la televisione con Renzi che tiene il telecomando. Però – anche se può spegnersi da un momento all’altro – non sottovalutiamo lo spettacolo dell’unico governo nella Galassia in cui il ministro dello Sport nominerà i vertici di Eni, per dirne una. Bizantinismi del potere renziano. Ma quello che è giusto è giusto e bisogna ringraziare il governo Gentiloni di una cosa: nel giro di poche ore ha fatto piazza pulita di tutte le retoriche puttanate che sentiamo da anni a proposito di “premiare il merito”.

Questa annosa questione di “premiare il merito” ci viene recitata in accorate novene, allarmati appelli e invocazioni ad ogni discorso pubblico. Il pippone didattico-darwinista che chi è bravo deve andare avanti, che il talento va premiato, che bisogna battersi con la vita come leoni nella savana, è un classico imperituro di un paese che è molto nepotista e molto ereditario. E’ una specie di regola, per cui più si parla di una cosa e meno la si pratica, vale per lo sport, per il sesso, e pure per il merito. Ora il nuovo governo mette un punto decisivo sulla questione: tutte fregnacce, si può essere molto mediocri ed essere premiati lo stesso. Si può cannare completamente il compito assegnato ed essere promossi con lode. Immaginate lo sconcerto di uno che va a scuola e si ritrova in classe, al primo banco, cocca della prof, quella biondina bocciata l’anno scorso con tutti quattro in pagella.

Grazie, grazie, grazie, finalmente cade il velo su quella assurda questione che per fare qualcosa bisogna saperla fare. E invece la nuova compagine ministeriale libera lo spirito ardimentoso che è in noi, e ognuno penserà: beh, se dopo il disastro causato a colpi di voucher e licenziamenti Poletti può fare ancora il ministro del lavoro, perché io non posso costruire un missile, aggiustare una caldaia, fondare una corrente pittorica?

Insomma, l’ascensore sociale è bloccato, le scale sono insaponate, ti fanno il bel discorsetto sul merito e sul meritarsi le cose. Dopo una giornata in cui ti sei fatto un merito così, vai a casa, accendi la tivù e vedi Marianna Madia, che ha appena preso quattro nella sua materia, che viene promossa e ri-giura da ministro. Di Maria Elena Boschi non serve quasi dire: la sua è una promozione clamorosa, un’incoronazione, una specie di giubileo in ode alla sconfitta. Come stappare lo spumante dopo Caporetto, come promuovere il comandante Schettino a capo della Marina, davvero incomprensibile. Con il che si capisce che non solo il merito (e vabbé), ma pure la sconfitta, personale, tecnica e politica, non c’entrano più nulla con l’essere promossi o bocciati. Se la signora Finocchiaro, che è stata relatrice al Senato di una riforma presa a ceffoni dagli italiani, giura come nuovo ministro delle riforme, allora vale tutto. E si spiega in un solo modo: le ruote hanno perso aderenza, si sbanda di brutto, la distanza tra quel che sente il paese e chi lo governa è così siderale, vertiginosa, incolmabile, che non basterà qualche trucchetto della narrazione. Chi si fosse addormentato sabato 3 dicembre e svegliato ieri, avrebbe detto: “Oh, cazzo, ha vinto il Sì, ma dov’è Matteo, manca solo lui”. Il giuramento del governo Premiare-il-merito, in quel meraviglioso salone quirinalizio, aveva questa volta un sapore di decadenza vera. Una solenne cerimonia, a Versailles, nell’estate del 1789, mentre fuori impazza lo scontento, la rabbia, il disamore. I vecchi notabili, i piccoli impiccioni di corte, le mezze figure che hanno potere vero, le contessine delle riforme bocciate che ancora guidano il minuetto. Matteo sta sul divano con il telecomando in mano. Guarda questo film in costume pronto a spegnere quando conviene a lui e di quelli fuori da Versailles chi se ne frega. Se ne faranno una ragione (cit).

ven
9
dic 16

Caro Michele, la risposta è no

Caro Michele,

ho letto con attenzione il tuo aperto – direi conquistato, posso? – sostegno alla “proposta Pisapia” (oggi su Repubblica, lo trovate qui) con conseguente pippone (mi consenta) sulla sinistra che dice sempre no, no, no. Non un argomento nuovo, diciamo, visto che ci viene ripetuto da tre anni almeno: vuoi mangiare la merda? No. Uff, dici sempre no.

Ma prima due premesse. Giuliano Pisapia è stato il mio sindaco, uno dei migliori degli ultimi decenni (oddio, dopo Albertini e Moratti…), credo anche di essere stato tra i primi a firmare un appello per la sua candidatura a sindaco di Milano, altri tempi. Ricordo che il giorno del ballottaggio (suo contro la mamma di Batman) avevo una prima a teatro, e sarà stato il clima in città, la tensione della prima, l’aria di attesa di un’elezione che squillava come un 25 aprile, ma ricordo quei giorni come giorni di grande gioia. Di come poi quell’entusiasmo si sia un po’ smorzato nella pratica quotidiana e nella maldestra uscita di scena di Pisapia non è qui il caso di dire.

Seconda premessa: non ho tessere in tasca, a parte quella dell’Anpi (una volta avevo quella dell’Inter, altri tempi pure quelli), e faccio parte di quella sinistra-sinistra “mai con Renzi”, come la chiami, senza essere né un “blogger trentenne a corto di letteratura” né “solido quadro di partito”. Vivo (bene) del mio lavoro, ho una casa, una macchina, due figli che vanno alla buonascuola e tutti i comfort, anche quelli inutili, del presente. Insomma, non vivo su Saturno, né abito in una  comune, né coltivo il culto del Grandi Padri del Socialsmo buoni per le magliette. Mi trovo, nel grottesco tripolarismo italiano, nella felice posizione di equilontano.

Ma veniamo ai tuoi argomenti (in sostegno fiero e pugnace alla proposta Pisapia). Attribuisci alla “sinistra del no” una specie di pregiudizio insormontabile: non vuole Renzi segretario del Pd, lo considera un corpo estraneo alla storia di quel partito e della sinistra in generale (anche quella che ha detto troppi sì, a Napolitano, a Monti, alla Fornero…), lo schifa e lo irride come fosse un leader della destra.

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Insomma, quei cattivoni della “sinistra del no” non praticano il principio di realtà, che il Pd oggi è Renzi, e quindi rifuggono alle sirene di un lavoro comune. Di più e peggio. Dici che il renzismo non è la causa di questa diffidenza, ma ne è invece l’effetto. In soldoni: Renzi sarebbe Renzi (arrogante, decisionista, sprezzante nei confronti del dibattito, insofferente ai distinguo e alle opinioni diverse), proprio per colpa loro.
Mah, io preferirei parlare di politica, la psicoanalisi dei leader mi interessa pochino.

E sia, allora: immaginiamo lo scenario. Una sinistra-sinistra guidata da Guliano Pisapia va a sostenere Renzi e quel che resta del renzismo, in modo da cacciare il sor Verdini e la sua cricca, Alfano, parlandone da vivo, e compagnia cantante. Intanto, un problemino. Naturalmente non si può parlare di una vittoria al referendum della sinistra-sinistra (a meno che non si voglia intestarle il 60 per cento, sarebbe ridicolo tanto quanto Renzi che si intesta il 40), ma dire che aveva visto giusto (con l’Anpi, l’Arci, Zagrebelsky, la Cgil… mica pochi, eh!) sì, quello si può dire. E allo stesso modo si può dire che Pisapia, con il suo Sì al referendum si sia schierato, in una scelta di-qua-o-di-là, contro la parte che aveva ragione, e lui torto. E’ già un’incrinatura: uno sconfitto federa e unisce i vincitori per andare a sostenere un ipotetico governo del capo degli sconfitti. Non suona male? E anche i tempi suonano male: se Pisapia avesse lanciato il suo sasso prima del referendum, il suo “Che fare?” sarebbe stato più denso e credibile. Proposto così, il giorno dopo la sconfitta, sembra solo un piano b, una via d’uscita dal cul de sac. E’ come se i napoleonici chiedessero a inglesi e prussiani di fare pace con Napoleone non il giorno prima, ma il giorno dopo Waterloo, un po’ surreale. E ho il sospetto (sono rognoso e diffidente) che questa uscita dal cul de sac, sia anche un perfetto piano b per riportare in gioco i pentiti del Sì: commentatori, intellettuali, corsivisti, guru, bon vivants, vip, filosofi, psicologi leopoldi che si sono schierati con Renzi e ora non vogliono tramontare con lui. Scusa, retropensiero maligno, succede. perdonami.

Ma poi: ammettiamo che una “sinistra-sinistra” che dice sempre no dicesse sì, e andasse a vedere le carte di questo mirabolante governo senza Verdini ma con Landini (semplifico), cosa porterebbe? Cosa chiederebbe?
Ok, programma di massima. Via la legge sul lavoro scritta da Confindustria. Via il pareggio di bilancio in Costituzione (strano: Renzi ha tuonato e tuonato contro quel vincolo, ma poi, volendorenzigettone cambiare 47 articoli della Costituzione, non l’ha messo nella sua riforma). Via la buonascuola e le sue stupide visioni aziendalistiche. Via riforme e riformette fatte per compiacere questo o quel potere o poterino (le concessioni per le trivelle, le banche degli amici, i bonus, le regalie, le nomine, l’occupazione della Rai, i bonifici una tantum al posto dei diritti…).

In pratica si andrebbe a governare con Renzi con il presupposto di cancellare ciò che ha fatto Renzi. Non credo sia un caso, Michele, che quando passi dalla teoria (il pippone contro i cattivoni del no no no) agli esempi (quel che di buono ha fatto Renzi) citi solo e soltanto la legge sui diritti civili. Bene, evviva, hurrà. Ma su tutto il resto glissi, silenzio. Davvero pensi che una sinistra-sinistra possa governare insieme a chi ha “vaucherizzato” (pardon) il mondo del lavoro? Davanti a chi non solo ha colpito (articolo 18) ma anche irriso i lavoratori dipendenti? Con chi ha usato il sarcasmo per descriverne la patetica antichità? Con chi ha detto “ciaone” e si è inventato la frase idiomatica “ce ne faremo una ragione” che – ammetterai – suona come un moderno “me ne frego?”. Con chi, per “disintermediare” e cioè per evitare mediazioni e politica, ha sputato in faccia ai corpi intermedi che rappresentano il lavoro flirtando invece con quelli che rappresentano il capitale, la finanza? (il tuo omonimo finanziere a Londra passato per ideologo di quella roba lì, il renzismo, è un caso di scuola).

Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.

renziscuolaE poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.

Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.

Aspetto. Per ora no, grazie.

mer
7
dic 16

Ecco la Sindone di Maria Elena e il tatuaggio #maistatorenziano

fatto071216Il risultato ha scosso il paese. Niente sarà più come prima. Ecco i primi segni del cambiamento.

Indelebile – Il più contento è Pino, tatuatore di Roma sud, che ha la fila davanti al negozio. “Va molto la scritta #maistatorenziano – dice – ma il problema è che deve essere visibile se vai a un dibattito, a una serata televisiva, o a mangiare la frittura ad Agropoli, e quindi mi chiedono di farla sulla fronte”. Buon successo anche per altri tatuaggi, come la finta scheda del Senato sventolata da Renzi. “Qualcuno la chiede sulla schiena, ma già votata, se no poi è scomodo”.

Pallottoliere – Grande attenzione dei sismologi per la reazione di Giuliano Ferrara, mentre gli esegeti più esperti aggiornano il pallottoliere. Con Bettino, Silvio, Joseph e lo 0,00002 per cento di quando si candidò contro l’aborto, ora aggiunge Matteo al suo Palmares: ne ha ammazzati più lui, sostenendoli a spada tratta, della peste del ‘600. Passano le ore, poi arriva il suo tweet, dedicato ai giovani: “Cari elettori dai 18 ai 34 anni, avevo la tentazione di una vecchiaia gay. Ora non più. Menatevela da soli. Stronzi”. Testuale. Al Foglio pensano di farci tre pagine, poi due, poi un taglio basso poi un piccolo corsivo, poi decidono di telefonargli: “Giuliano, hai di nuovo dimenticato le goccine”.

Reliquie – Grande successo di vendite a Roma, nelle botteghe adiacenti piazza San Pietro, di un telo in lino finissimo riproducente le fattezze di Maria Elena Boschi. Si dice sia la Sindone di quando ha visto il primo exit poll. Si mormora che abbia poteri miracolosi, tipo trasformare gente di “cultura contadina” in capataz del sistema bancario. Meglio del gratta e vinci.

Nuove app – Tra i commentatori dei grandi quotidiani va molto un programmino (App-erò!®) che scava nel loro archivio e trova una frase negativa su Renzi da esibire in forma di “io l’avevo detto”. Si tratta di un algoritmo capace di tirar fuori da milioni e milioni di parole adoranti e adulatorie, una critica del 2013, tipo “Matteo è spettinato” o “Matteo è apparentemente distratto”. A quel punto, invitati ai talk show, potranno dire: “Io? Ma io l’avevo detto! Guardi qui, già nel 2013!”. Leggere attentamente le istruzioni: su certi telefoni non funziona, quello di Maria Teresa Meli è esploso, causando l’irreparabile perdita di 36.784 messaggini “Renzi ai suoi”.

Concorso – Il governatore della Campania Vincenzo De Luca ha lanciato un concorso di idee internazionale per scegliere chi torturerà meglio, e in modo dolorosissimo e prolungato, il sindaco di Agropoli Franco Alfieri, quello del “clientelismo come Cristo comanda”. Alfieri doveva portare i voti servendosi delle sue raffinatissime analisi politiche (fritture di pesce), ma si è dimenticato. Da qui l’iniziativa culturale del governatore che “Apre alle culture altre”. Molto apprezzata la proposta di un giovane startupper Cherokee: seppellirlo nel deserto e lasciar fare alle formiche, mentre un maestro di cucina giapponese ha calcolato che tagliando molto fine, dal sindaco di Agropoli si potrebbero ricavare 31.000 porzioni di sushi.

Crisi – Avevano ragione i più tormentati sostenitori del Sì: è una tragedia economica. No, non per i famosi mercati, lo spread, le azioni, le Borse, i flussi internazionali e gli investimenti stranieri, che se ne sono largamente fottuti, ma per una dolorosa questione occupazionale. Con la caduta del governo Renzi perdono il posto circa 700 creatori di hashtag, lavoratori altamente specializzati, perché non si limitavano a scrivere puttanate, ma ci mettevano pure davanti un cancelletto. Ci vuole talento. E ora più nulla. #tristezza

Filosofie – Gli avvenimenti del paese sono così gravi che si afferma il pensiero Cacciariano: “Mi fa schifo ma lo compro lo stesso”. Molto apprezzato da osti e camerieri. Com’è la zuppa? “Fa vomitare, è salata e c’è dentro un topo, ma tranquillo, io sono un cacciariano, la mangio lo stesso”.

lun
5
dic 16

Realtà batte narrazione 60 a 40. E ora è il momento del “Che fare?”

schermata-2016-12-05-alle-14-09-06Non è la prima volta che lo dico: farsi convincere dalla propria stessa propaganda è un errore idiota, da comunisti. E si direbbe l’ultima cosa comunista rimasta da queste parti.

Il primo pensiero sulla Waterloo renzista è questo: la narrazione ha fallito. Era sbagliata. Era stupida. Offensiva. Disegnava scenari inesistenti di sorti luminose e progressive per coprire una realtà di crisi e sofferenza. Un leader sconfitto che dice “Non credevo che mi odiassero così tanto” (il Corriere, oggi) è un leader che parla solo coi i suoi servi, che visita solo le fabbriche degli amici finanziatori e non quelle in crisi, che delegittima sempre l’avversario, perdendolo per sempre, trasformandolo in un nemico.

Chi semina vento raccoglie tempesta.

Questo fatto di vedere in primo piano la débacle della narrazione – me ne scuso – è una specie di deformazione professionale. Ma di questo, sul mio giornale (e qui), mi sono occupato soprattutto in questo anno: segnalare la distanza tra lo storytelling renziano e l’Italia. Non si può dire che non li avevamo avvertiti, ecco.

In cambio, in cambio di quel “ehi, vi state sbagliando!”, sono arrivati insulti e contumelie, prima eravamo gufi, poi rosiconi perché Lui vinceva, poi (fascisticamente, le parole sono importanti) “disfattisti”. Irridere i lavoratori e i sindacati (il gettone del telefono…), sposare una modernità da startup un po’ pirata con il mito della velocità che trasforma i diritti in zavorre e le regole in fastidiosi condizionamenti. Questo è stato il renzismo, se gli levate le storielle dei narratori. E precariato alle stelle, lavoro mortificato, tasse mascherate, bugie vergognose, tagli alla sanità. Tutto il contrario di quello che narravano le loro favolette di “futuro” e “italiariparte” e “grande potenza culturale”. Il No al 51 sarebbe stato un “no grazie”, al 55 un “No, e piantala”, al 60 è un “No e vaffanculo”. Spiace che questa nobile espressione popolare sia diventata lo slogan di un partito che non mi è simpatico, ma sia: si certifica almeno che non c’è copyright sul vaffanculo.

Ci mancheranno le bischerate toscane, le foto in bianco e nero dell’agiografia ufficiale, gli slogan infantili dei cantori a tassametro, la malafede di quelli che “il segretario ha sempre ragione”. Tra questi – una prece – i giovinetti burbanzosi della “nuova politica”, ordinati e devoti come balilla al servizio del capo, storditi, oggi, nell’apprendere finalmente quanto (tanto) il capo fosse detestato. Ora assisteremo ai riposizionamenti, ai distinguo, ai “Io? Mai stato renziano”. E’ il momento di avere buona memoria.

Ma al di là di questo – che non è contorno ma nemmeno sostanza – c’è il più disastroso fallimento politico del dopoguerra italiano. L’idea di poter perdere i propri voti di sinistra (spacciando quella perdita per modernizzazione) perché tanto arrivano quelli di destra era un calcolo sbagliato. Berciare per anni sui giovani a cui le generazioni precedenti “rubano il futuro” e poi essere votati solo dalle generazioni precedenti e non dai giovani. Mettere in circolo il veleno della guerra tra generazioni e perdere pure quella. Sostituire diritti con regali pensando che la gente non se ne accorga. Andare a elemosinare voti e consensi con il peggior clientelismo possibile (i De Luca, il pellegrinaggio di Lotti dai capataz cosentiniani, i favori a banchieri e mercati, l’occupazione del potere in ogni angolo…).

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Mi diceva un amico rumeno che ad ogni comparsa di Ceausescu, molta gente si avvicinava al leader con bigliettini che dicevano : grande leader, succede questo, sucede quello… Pensavano che lui non sapesse, lo credevano in buona fede, lo avvertivano. Con Renzi si è fatto lo stesso: lo si avvertiva che il paese di cui parlava non era quello reale. E lui – e i suoi – rispondevano a insulti.

Il fallimento politico del renzismo è il fallimento clamoroso, il crollo indegno, di un disegno che il paese non vuole. Il partito della nazione, una macchina statale più veloce e controllabile per favorire “la velocità dell’economia”, che significa piegarsi a regole decise nei consigli di amministrazione e non dalla politica e dalla democrazia. Tutto questo non va bene. A tutto questo è stato detto No. E proprio ora che c’è incertezza nel futuro si capisce bene che tenersi una Costituzione così, che ci ha salvato in larga parte persino da Berlusconi, è una cosa preziosa, da non stravolgere per il plebiscito di un singolo.

Il plebiscito c’è stato, comunque: 60 a 40 non è una sconfitta, è un disastro.

mappa

Ci sarà tempo di pensare a quello che è diventata l’informazione, grandi giornali, tutte le tivù, tutti schierati dalla parte della sconfitta bruciante, è un vaffanculo  un po’ anche per loro. Ma non tanto sull’inchinarsi al potente di turno, quando sull’incapacità, anche loro, persino loro, di vedere il paese reale e di preferire le favolette belle della propaganda. Approfitto per dire che sono molto contento del mio giornale, Il Fatto Quotidiano, di chi ci scrive, di come ha condotto questa battaglia di autodifesa degli italiani.

Ora è il tempo di ricominciare a parlare di politica, non delle visioni lisergiche di un ragazzotto con problemi di ipertrofia dell’ego e dei suoi camerieri.

Via, e subito, e presto, anche dal Pd, se si vuole un partito vagamente di sinistra in Italia. E via subito anche i suoi uomini nei posti chiave, per evitare che un potere perdente si aggrovigli alle strutture e faccia ulteriori danni. Il paese che si voleva “velocizzare” ha perso un anno intero dietro alle paturnie di una sedicente classe dirigente, la più mediocre che si sia mai vista.

Della signorina Boschi non è il caso di parlare, questa singola riga è già troppo per il suo spessore.

E’ l’ora del “Che fare?”, ma siamo qui per questo, no?

E’ sempre l’ora del “Che fare?” se non ti va di essere suddito, ardito o balilla.

 

 

 

 

mer
30
nov 16

Ecco il vero bipolarismo: da Ken Loach a Marchionne

301116Negli angoli più sperduti della galassia, nelle visioni paradisiache che ci porterebbe una vittoria del Sì e nelle speculari tradegie che, inevitabili, accompagnerebbero la vittoria del No (pensate al disastro, fallirebbe Banca Etruria! Mon Dieu!), i narratori renzisti stanno facendo un po’ di casino con il Pantheon.

Ci siamo fatti due risate con Renzi che si appropriava di Sant’Agata (vergine, martire, e sostenitrice del Sì già dal Terzo secolo), ma quello dei testimonial involontari, arruolati en passant, con una citazione, un filmato, una suggestione di impianto sentimental-romantico, comincia ad essere un pozzo profondo. Non si trasecola tanto per la costruzione di un sistema valoriale basato sugli esempi (lo fanno tutti), ma per la distanza siderale tra quegli esempi (che parlano al cuore, all’appartenenza, alle radici) e la realtà. Per capirc: citare Don Milani e fare una riforma della scuola come quella renziana è come predicare una vita sana e morigerata facendo il capo del cartello di Medellin. Un equilibrismo pericoloso e, a lungo andare, ridicolo.

Ultimo esempio, la citazione-videoclip di Eric Cantona, mito del calcio maledetto, attore, provocatore di genio, in qualche suo bislacco modo leader progressista. Renzi, in tour a Bologna, mostra un video tratto dal film di Ken Loach sul calciatore francese. E sottolinea quello che Cantona dice, nel film, al suo ammiratore: “Devi fidarti dei tuoi compagni”. Video riciclato, già usato in luglio a una direzione del Pd, quella volta per rubare un’altra frase di Cantona: “L’importante non è il gol, è il passaggio”, e quello del referendum è un passaggio, eccetera eccetera (aggiungere a piacere).

E’ evidente il problema di assestamento tra l’immaginario evocato e il reale. Se celebri Cantona come un pezzetto della tua formazione, un angolino di genio sregolato ribellista e di sinistra come tuo riferimento (tweet commosso di Filippo Sensi), non puoi invitare a cena a Palazzo Chigi Tony Blair. Scegliere: se ricordi commosso Berlinguer, non puoi correre ad abbracciare Marchionne. Celebrare Ken Loach in un discorso pubblico dopo aver detto cose assai offensive sul sindacato i corpi intermedi (vecchi, barbogi, il gettone del telefono, eccetera eccetera) crea una specie di stordimento, come minimo un disorientamento: insomma, porca miseria, dobbiamo stare con i minatori o con la Thatcher? Con i risparmiatori o con JP Morgan? Con i ragazzi che pedalano nella notte per portarci il sushi o con i dinamici startupper che li pagano due euro a consegna? Il dilemma si risolve così: l’adesione sentimentale, il tributo emozionale, la lacrima vanno ai primi, la politica , le decisoni e l’impianto ideologico guardano ai secondi. Una politica di destra, non a caso sostenuta e benedetta dai padroni del vapore (da Confindustria alla grande finanza), confezionata con ammiccamenti al vecchio, ormai quasi gozzaniano, cuore di sinistra.

Il partito della Nazione che si affermerà in caso di vittoria del Sì ha già fatto le sue prove generali sull’impianto emotivo del paese, usando come cavia l’elettorato del Pd. E’ una specie di “liberi tutti ideologico”, che permette ogni cosa, che allenta ogni freno. A distanza di poche ore si può andare in pellegrinaggio dal capataz cosentiniani in Campania e celebrare Ken Loach e Cantona, tagliare cinquanta milioni per le cure a chi vive vicino all’Ilva di Taranto, dire arditamente che si rimedierà in Senato, e un minuto dopo ribadire l’inutilità del Senato. Vale tutto, insomma, commuoversi per la sorte degli schiavi e andare al ricevimento con lo schiavista, tifare per il fagiano mentre si carica la doppietta. Chi ancora casca in questo giochetto, chi si piega a questa schizofrenia cinica e calcolata, ha già in tasca – peggio, in testa – il suo partito della Nazione.

mer
23
nov 16

A Milano! A Milano! Lunedì 28, Di rabbia e di vento, ultima presentazione!

di-rabbiaA Milano! A Milano! Mi sembra giusto chiudere con le presentazioni di Di rabbia e di vento a Milano.

Quindi grazie alla Cooperativa La Liberazione (via Lomellina, 14) che mi invita (lunedì 28, alle 21) a fare una chiacchierata. Si parlerà di tutto, come al solito: il giallo, Milano, la scrittura e tutto il resto.

Intanto, il libro è andato molto bene (qui trovate un po’ di recensioni, se vi va) e approfitto per ringraziare tutti quelli che in questi mesi sono venuti a sentire, a parlare, a fare domande.

Per quanto riguarda Carlo Monterossi, la sua banda, i suoi blues e tutto quello che gli gira intorno, a gennaio arriverà la nuova avventura, della quale – ovvio – non dirò niente, se non che Carlo è un po’ confuso, che la storia è piuttosto scura e che la legge e la giustizia, beh, insomma, lo sapete che non sono la stessa cosa, vero?

Quindi se venite lunedì sera mi fa molto piacere (è pure un posto dove si mangia e si beve bene). Ci vediamo lì

 

 

mer
23
nov 16

La post-verità, il post- soffritto e noi post-cretini

231116primailfattoIl dibattito sulla post-verità (l’Oxford English Dictionary ha eletto Post-Truth come parola dell’anno) sembra leggermente post-datato. Le sorti del mondo sarebbero messe in forse dal fatto che milioni, forse miliardi, di persone credono alla prima fregnaccia che dice la rete, invece di leggere il New York Times sulle poltrone in pelle del circolo del bridge. C’è del vero, probabilmente. E del resto se i media ufficiali cavalcano questa cosa della post-verità è anche per non ammettere il fallimento: non sappiamo più leggere la società (Trump, Brexit, eccetera). Ma questi sono discorsi complessi, per esperti. Ci limitiamo a scorgere piccoli segnali di post-verità che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

Il post-soffritto. In una bella intervista al Corriere della Sera, il famoso cuoco Massimo Bottura, il più bravo del mondo, dicono, ci spiega cos’è la narrazione ai fornelli. “Dovevo fare una carbonara per duemila persone, ma avevo bacon per due porzioni. L’ho tagliato a fettine sottilissime e le ho stese sulla teglia. Poi ho preso delle bucce di banana. Le ho sbollentate, grigliate, tostate in forno. Alla fine erano affumicate, croccanti. Le ho fatte a cubetti, ricoperte di un altro strato di bacon e rimesse in forno: il bacon si è sciolto; le bucce di banana parevano guanciale”. Perfetto, pare la ricetta delle riforme renziane, tipo il Jobs act al sapore di tempo indeterminato (tagliato finissimo) e tanti cubetti di voucher, ma tanti, eh! Per carità, saremo lontani dalle solenni riflessioni sulla post-verità, ma la post-carbonara esiste e lotta insieme a noi

Il post-emigrante. Piccolo esempio di post-valigia-di-cartone. Intervistato a Piazzapulita, il grande manager Andrea Guerra (ha lavorato in molte aziende, non tutte in attivo: Luxottica, Governo Italiano, Eataly) ha detto la sua sugli italiani all’estero. Ha detto che lui se n’è andato, che è giusto andarsene, e che l’importante è che dopo, fatte queste “esperienze meravigliose all’estero”, si torni qui a dare una mano. In pratica, fateci caso, quando si parla di italiani all’estero si citano sempre i supermanager, gli scienziati, le eccellenze, oppure una specie di éducation sentimentale per giovani europei, una gaia aria di Erasmus per milioni di persone. Inutile dire che la realtà si avvicina di più al pizzaiolo che sta a Stoccarda, o al lavapiatti a Londra, non proprio “esperienze meravigliose all’estero”, ma vera emigrazione per bisogno (in aumento, tra l’altro). Il post-emigrante, nella post-verità, è o un numero uno, oppure una specie di flâneur bohémien che gira il mondo facendo meravigliose esperienze.

La post-condicio. Nulla è più post della post-iccia faccenda della par condicio, eppure se ne discute animatamente come se esistesse. Lo sbilanciamento clamoroso nelle posizioni del Sì e del No sui “media ufficiali” è sotto gli occhi di tutti, ma questo non impedisce le dissertazioni teoriche, le analisi e le riflessioni, i moniti, gli appelli su una cosa che evidentemente non c’è. Parlare come se esistesse di una cosa che non esiste è tipico della post-verità, un po’ come dare una cosa per fatta quando non lo è (innumerevoli casi, valgano per tutti i “mille asili in mille giorni”, o il roboante “abbiamo abolito il precariato”, o l’Expo “straordinario successo”, o l’Italia “superpotenza culturale”). E’ vero, la post-verità è un pericolo reale. Se si diffonde nel paese la prassi che dirlo è come farlo sarà un disastro a partire dalla prima media. Hai fatto i compiti? Ho fatto i compiti, sì, ecco fatto, bastava dirlo.

Quella sulla post-verità sarà dunque un dibattito infinito, ma si consiglia vivamente di saperla vedere ovunque, nelle follie del web come nella narrazione quotidiana, normale, persino inconsapevole.
E’ lì che ci prendono veramente per post-cretini.

gio
17
nov 16

Pure Sant’Agata è renziana (nel III secolo disse No e finì malissimo)

fatto171116Molliamo il colpo, ragazzi, usciamo con le mani alzate, arrendiamoci. Va bene i bonus, va bene i regali elettorali, va bene le promesse roboanti e vanno bene persino i morti (tipo Nilde Iotti, arruolata da salma)… ma Sant’Agata che vota Sì è l’arma fine-di-mondo! Noi siamo attrezzati per la Boschi (e già fatichiamo), al massimo per la Madia (che fatica!), ma Sant’Agata è l’asso pigliatutto. Eppure è stato il vescovo di Catania in persona a dirlo a Renzi (“Sant’Agata vota sì”), e lui, sempre così distante dalle esagerazioni, lo ha preso in parola.

Certo, la storia di Sant’Agata è interessante: vergine consacrata, fece involontariamente girare la testa al proconsole Quinzano, che la voleva a tutti costi. Lei si negò, e quello la fece torturare in tutti i modi (compresi i seni strappati con le tenaglie arroventate, porca miseria!). Dunque, se stiamo alle vite dei Santi, diciamolo, Sant’Agata fece una bruttissima fine perché disse No. Se avesse detto Sì sarebbe andato tutto bene. Senza più il bicameralismo, ma con ancora le tette. E’ quello che si dice un perfetto parallelismo storico. Essendo poi Sant’Agata anche la patrona dei pompieri, la cosa si incastra bene col terremoto, e la propaganda diventa, diciamo così, bisvalida come le vecchie figurine Panini.

Per un tipetto dinamico come Renzi, che dice di guardare al futuro, rifarsi a un’elettrice del III secolo potrebbe sembrare contradditorio, ma non è così. Forse Jim Messina gli ha detto che può recuperare voti presso il pubblico femminile molto pudico e testardo, e la figura di Sant’Agata casca a fagiuolo. Un po’ come se volendo recuperare voti tra i correntisti di Banca Etruria li si convincesse che San Matteo Evangelista (patrono dei banchieri) avrebbe votato Sì, e questo proprio mentre Matteo il Ballista (patrono dei banchieri pure lui, ma in un altro modo) ai risparmiatori truffati dice No.

Insomma un bel casino. Non se ne esce. Resta da vedere cosa dirà Santa Barbara, che cade il quattro dicembre. Sant’Agata ha già detto, cioè, lei votò No, ma dopo, si vede, ha cambiato idea.

mer
16
nov 16

Matteo transformer con teletrasporto: le dritte di Jim Messina

fatto161116Eh, dici bene, stargli dietro, ma come si fa! Passato in un nanosecondo dallo sventolìo europeista di Ventotene a togliere le bandiere dell’Europa dalla scenografia, asceso da rottamatore a establishment, poi da responsabile statista ad alfiere antisistema, Matteo Renzi pone un nuovo problema politico all’Italia. Non il trasformismo – roba vecchia – ma il trasformismo col teletrasporto: fulmineo, istantaneo. Stupisce che i giornali non pubblichino le previsioni del Renzi, cose tipo: domani un po’ populista con venature anti-casta, schiarite nel pomeriggio, statista europeo dopo cena, a nord-ovest, con cirri costituzionalisti sopra i mille metri.

Dopo accurati studi statistici, il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’istituto Zelig, è in grado di anticipare le prossime strabilianti trasformazioni del nostro primo ministro anti-casta.

Matteo esistenzialista – Secondo Jim Messina il sì può recuperare lo 0,4 nel quartiere della Sorbona e tra gli avventori del Café de Flore, a Parigi. Matteo si presenta con un girocollo nero, una giacca stazzonata e sigarette francesi. Bevendo un pastis, assicura che Simone de Beauvoir avrebbe votato sì di sicuro, peccato che non sia qui a dircelo di persona. Ospite di Fabio Fazio, canta un pezzo di Juliette Gréco.

Matteo trumpista – Recuperare il voto degli italiani del Maryland, del Montana e del Wyoming è possibile, dice Jim. Matteo si presenta da Maria De Filippi a bordo di una Cadillac di sedici metri e dice che se vince il sì caccerà dall’Italia tutti i messicani (che sono dodici, tra cui due gemelli e una centenaria). Mostra la sua colt placcata oro e annuncia che sarà presente alla finale di Miss Bastaunsì, a Recoaro Terme.

Matteo rasta – Uno 0,3 recuperabile tra gli italiani che vivono in Jamaica, più un possibile 0,2 di amanti del reggae, dice Jim. Matteo coi i dreadlocks tiene un commosso discorso contro il caro-cartine e promette, ospite di Vespa, che se vince il sì tutti avranno ottanta euro di filtrini in omaggio. Ira di Giovanardi.

Matteo nazionalista – Generali in pensione, colonnelli a riposo, attempate crocerossine dismesse. Secondo Jim c’è uno 0,8 per cento che si può recuperare facilmente cavalcando battaglie popolari, come la presa di Fiume o Nizza italiana. Da Lilly Gruber si presenta a cavallo. Promette che se vince il sì gli schioppi ad avancarica saranno sostituiti con modernissimi fucili della prima guerra mondiale (questo, secondo Jim, vale un recupero del 2,4 tra gli elettori che abitano sul Carso)

Matteo castrista – Ingannato dal ministro Martina sulla redditività della monocoltura della canna da zucchero, si presenta in uniforme e basco rosso a una toccante cerimonia, che ha conclude con un “Sì o muerte”, puntando al voto della comunità italiana all’Avana. Poi, in diretta da Barbara D’Urso, annuncia la nazionalizzazione delle banche. Tutte tranne una, ché ci sono problemi di successione.

Matteo futurista – Zang! Zang! Bzzzzz! Tra i giovani poeti italiani il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 99 per cento (uno fa il panettiere). Ospite del segnale orario, Matteo Renzi si rivolge a loro e declama alcuni versi di sua produzione “La Ue non si deve solo commuovere / Si deve muovere”. La serata è un successo anche se viene “locomotivamente fischiato” (cfr. Marinetti). Jim dice che si può recuperare il tre per cento tra quelli che odiano i poeti.

Matteo populista – Secondo Jim Messina si può recuperare un poderoso 8,8 per cento tra tutti gli elettori che si sono addormentati nel 1998 e svegliati ieri. Matteo tuona contro le banche, le multinazionali, il dollaro, l’euro, le scie chimiche e i semi transgenici. Poi fa un milione di promesse spericolate. Entusiasmo nell’entourage: “Pazzesco, Matteo, sembravi te stesso”

sab
12
nov 16

Leonard Cohen. In morte della malinconia più sensuale di sempre

fatto121116E poi viene il giorno in cui muore anche la malinconia. Era una cosa sottile, calma e avvolgente, incartata in una voce così bassa, così raschiata, che sembrava uno strumento da bordone, con le parole precise e nette, le melodie disegnate – no, incise – e condotte per mano dolcemente, una presa tenera ma sicura, come si fa con le ragazze quando si finge timidezza. Ora, come sempre davanti alle morti illustri, Cohen diventerà materia di critica e di ricostruzione: se fosse prima poeta o cantante, mistico (persino asceta, persino eremita) o fisico come le storie di amore e di sesso e di stanze d’albergo che cantava. O ancora si dirà di quell’amore lungo e della sua perdita, Marianne Ihlen, morta qualche mese fa, a cui lui aveva promesso di raggiungerla presto: “Sappi che sono così vicino dietro di te che se tendi una mano puoi trovare la mia”. E questo a proposito dell’amore, che non solo sopravvive agli abbandoni, ma ne trae, se possibile, più amore. “Nella sua ultima ora le ho tenuto la mano e ho sussurrato Bird on a Wire”. Basterebbe questo, per un poeta, lo sapete, vero?

Eppure Cohen era stato anche spigoloso, persino scomodo. Una voce così roca e dunque così esplicitamente sessuale, senza veli né troppi giri di parole, nella quale si sporgevano non i mali del mondo, che pure ci sono, ma i mali suoi, la depressione, la nostalgia, il suicidio, tema ricorrente. E la malinconia, sostanza collosa, intima, irraccontabile e dunque perfetta da raccontare, se sei capace. La mischiava, quella voce, con la chitarra acustica, all’inizio. E nella stagione dei figli dei fiori e dell’amore libero sembrava un monito: che libero non vuol dire leggero, ma denso, e questo lo faceva passare per il deprimente Leonard Cohen, il noioso Leonard Cohen. Poi la mischiò con il pianoforte, poi con arrangiamenti più orchestrali, pieni, e poi addirittura con un’elettronica gentile, e i cori, le voci multiple a contrappunto della sua, sempre scura, autosegregata nel mistero dell’intimità. Marianne, Suzanne, persino Jeanne D’Arc. Le donne – quindi la Donna – erano un’ossessione di equilibri, tra passione e abbandono, tra il rimpianto della perdita e la gioia tranquilla di avere, almeno, nella tristezza della fine, qualcosa da rimpiangere. Per questo – anche per questo – la cifra di Cohen è stata, sempre, la malinconia.

E dunque se ne va non solo un cantante e non solo un poeta, ma un intero impasto, non sempre lineare e mai semplice, di prescrizioni emotive, di appunti per leggere la vita e il mondo: “Dammi un’assoluta maestà su tutto / E stenditi vicino a me / E’ un ordine perfetto” (The future, 1992). Chissà, forse perché sapeva, ebreo errante affascinato dal buddismo al punto di ritirarsi per anni in eremitaggio, che la vita privata – noi – e il mondo pubblico, sono la stessa cosa, e nemmeno troppo rassicurante, cose che non ci faranno carezze.

Si sa che non bisogna fidarsi dei cantanti, che sono in qualche modo autorizzati alla ciarlataneria dei sentimenti, e pochi fanno eccezione. Ma in Leonard Cohen questa eccezione era monumentale, poderosa. Niente, mai, che suonasse falso. Ed è per questo che le sue canzoni erano confessioni e salmi, spesso più nascosti nelle b-sides, nelle canzoni che non si affacciavano alle classifiche, che in quell’Halleluiah che oggi molti riconoscono come la pietra migliore del suo scrigno, e mi permetto di dissentire. Non è lì che bisogna cercare Cohen, ma nei capricci del corpo e del cuore, nel sesso e nella bottiglia, nelle camere d’albergo del suo scontento, nell’amore che è sì uno scherzo, ma non per questo è divertente.

Una cosa, come gli diceva Suzanne nella canzone, da cercare “tra la spazzatura e i fiori”. Chi ha sentito Leonard Cohen come si deve, chi l’ha incontrato davvero, queste cose le sa. Perché sono vere. E perché gliele ha spiegate lui.

ven
11
nov 16

Perché e percome voterò No. Merito, metodo e altre cosucce

0000riforma3Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.

Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.

(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).

Voterò NO perché vedo una tendenza – nemmeno troppo nascosta, anzi, a volte rivendicata – a0000riforma2 limitare la rappresentanza e la sovranità popolare, cioè il voto. Le province, per dire, fanno tutto quello che facevano prima, solo che invece di votarli noi, i rappresentanti sono nominati altrove, a volte da luridi accordi di partiti e di correnti. Sarà così, più o meno, per il nuovo Senato, non lo voteremo più, se non in modo largamente indiretto.
Del doppio lavoro di sindaci e consiglieri comunali, un po’ a Roma, un po’ a fare quello per cui sono stati eletti nei loro territori, si è già detto, un altro pasticcio. E l’immunità da senatori (quindi anche da consiglieri regionali? Mah), altro pasticcio. E l’età, per cui potremo avere senatori diciottenni ma deputati non sotto i 25 anni. Pasticcio. Senza contare gli statuti delle regioni autonome che andranno riscritti (suppongo con qualche fatica) perché prevedono incompatibilità tra l’attività di consiglieri regionali e quella di senatori. Pasticci su pasticci su pasticci.
Per semplificare, tra l’altro! Ridicolo.

La questione poi dei “costi della politica” è risibile pure quella: si risparmiano una cinquantina di milioni in cambio di un cedimento di rappresentanza, una goccia nel mare delle spese della politica, anche se hanno provato a raccontarci che si risparmiavano 500 milioni (Renzi), o un miliardo (sempre Renzi), o che la riforma vale sei punti di Pil (Boschi… Farebbe un centinaio di miliardi. Pura follia). Stupidaggini sesquipedali.
E’ come dire: cara risparmiamo! Non compriamo più gli stecchini per le tartine al caviale, mangiamole con le mani, finger food, che fa anche smart e moderno.

schermata-2016-11-11-alle-13-14-11Voterò NO perché questa riforma, fatta male e scritta peggio, sposta qualche potere dal Parlamento all’Esecutivo. I sostenitori del Sì dicono, con aria di sfida, di mostrargli l’articolo che aumenta i poteri del Presidente del Consiglio. Ovviamente non c’è. O no? Tranquilli, c’è. L’articolo 72, detto anche del “voto a data certa”, prevede una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, che quindi avranno sempre la precedenza. In pratica, in una situazione di emergenza permanente, si potranno discutere solo leggi di iniziativa del governo (un governo, tra l’altro, saldamente in mano al premier che è pure segretario del primo o secondo partito). In quella corsia preferenziale potranno correre sia le leggi di bilancio, sia quelle elettorali. Insomma, un governo, con questa nuova Costituzione, potrà approvare in 70 giorni una nuova legge elettorale se quella esistente non gli conviene.
Dunque è vero, la riforma non tocca teoricamente i poteri del Presidente del Consiglio, ma in pratica lo aiuta un bel po’.

Voterò NO perché questa riforma Costituzionale è stata costruita, scritta e pensata in parallelo con l’Italicum, una legge elettorale che ancora più pesantemente lede il diritto di rappresentanza. Le minoranze Pd (mi sembra giusto parlare al plurale) che l’hanno votata l’hanno fatto esplicitamente dopo la promessa, la vaga assicurazione, il miraggio, che si sarebbe modificato pesantemente l’Italicum. Questo non solo non succederà in tempo (prima del 4 dicembre), ma consentirà a Renzi, se vince il Sì, di considerare il referendum un avallo all’Italicum (lo sapevate e l’avete votata… eccetera, eccetera).

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Inutile dire che la riforma, che è solo brutta e complessa e foriera di nuove confusioni, con l’Italicum allegato diventa anche pericolosa. Il mio NO diventa quindi autodifesa democratica e non più soltanto posizione tecnico-politica.

Ora veniamo ai motivi politici.
Le riforme renziane le abbiamo viste. Sono in larga misura pasticciate, dettate dalla fretta di mostrarsi veloci e decisionisti, ma all’apparir del vero abbastanza disastrose. Come minimo i loro effetti sono stellarmente lontani da quanto si era promesso e prefigurato con gran dispiego di storytelling. Il Jobs act (la legge sul lavoro, in italiano) ha prodotto qualche migliaio di nuovi posti di lavoro, parecchie stabilizzazioni e un profluvio di lavoro precario (voucher e compagnia brutta), ed è costata venti miliardi che, investiti in altro modo, avrebbero creato più lavoro. Tipica riforma renziana: risultati immediati molto sbandierati per la propaganda (anche truccando i numeri), e poi la realtà che arriva a darti una sberla, e intanto si sono levati diritti a chi di sicurezze ne aveva già poche. La “buonascuola” ancora peggio.

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Dunque ci troviamo davanti a varie contraddizioni politiche.
La prima: riformisti che non sano fare riforme decenti.
La seconda: riformisti che fanno le riforme, e se ne vantano ogni due per tre, ma che vogliono cambiare la Costituzione con l’argomento che con questa che c’è non si possono fare le riforme.

Quanto alla velocità delle leggi, l’argomento è specioso e rasenta la malafede: la legge Fornero venne approvata in 18 giorni, il bail-in in 13, le banche pericolanti (anche quella del papà della ministra delle riforme) sono state salvate in due settimane. In sostanza, semplifico, le leggi che aiutano il sistema e penalizzano il cittadino corrono assai (quella sul reato di tortura no, non corre).

Ma poi, perché si vuole essere così veloci? Perché il mercato è veloce, il mondo è cambiato, eccetera, eccetera. Dunque si dice: costruiamo una Costituzione più a misura di mercato, ed è esattamente quello che non mi piace per niente. La Costituzione deve essere a misura di cittadino e permettere a chi governa di regolare il mercato (aziende, banche e finanza), non di agevolarlo sempre e comunque sacrificando interessi comuni. Il mercato è, ahimé, parte di questo mondo, ma non è questo mondo.

Mi sembrano tutti motivi validi per il mio No, e probabilmente altri ce ne sono. Non ultimo, il ridicolo assalto della propaganda per cui se vince il No sarà il disastro, l’apocalisse, moriremo tuti e i mercati ci uccideranno. Non è vero, è terrorismo, a volte ben confezionato dialetticamente, a volte (spesso) arrogante e sbruffone come nello stile di chi ha inventato la riforma. Lo storytelling trinariciuto e banale, il ricatto dell’”allora non vuoi cambiare”, la retorica infantile del premier dinamico e giovane. Tutte cose irricevibili da gente che si proclama di sinistra (per chi ancora ci casca, pochi) e fa cose che la destra italiana sogna da anni.

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No, non è un voto sul Presidente del Consiglio, ma in fondo lo è. Se vince il No a una brutta riforma, chi ha proposto e sostenuto una brutta riforma perdente verrà un po’ ridimensionato, e penso che Renzi e il renzismo abbiano bisogno proprio di quello: una regolata. Se hanno i voti governino pure, ma con le regole fissate, non con regole nuove fatte su misura. Fa parte della propaganda il grottesco leit-motiv delle cattive compagnie, per cui la ministra che vota con Verdini in Parlamento accusa me di votare come Casa Pound. Stupidaggine: io voto quello che voglio, indipendentemente da chi lo fa anche lui. E visti i banchieri, i milionari, Confindustria, i finanzieri, Moody’s e tutto l’establishment schierato per il Sì non so quanto convenga ai “riformisti” fare questo discorso.
Nel referendum costituzionale del 2006 Renzi votò No, come Rauti, discorso chiuso.

C’è un altro motivo per il mio No, e riguarda il paese spaccato. Se una riforma così importante divide i cittadini a metà già vuol dire che non va bene, che non è ampiamente condivisa, che rompe in due la società, mentre dovrebbe compattarla (questo fecero, tra mille ottimi compromessi, i padri costituenti, quelli veri).

In sostanza, voterò NO per il merito (anche il ritornello “non parlate del merito” è una scemenza, parlare del merito della riforma è il modo migliore per mostrarla per quello che è, un pasticcio), per il metodo e per il disegno di lungo periodo che vi si scorge dietro. Perché mi sembra sempre più, ogni giorno che passa, un referendum delle élites contro i cittadini. Non mi sento per questo un conservatore né un immobilista. Ci sono cambiamenti che vorrei, fuori e dentro la Costituzione, ma non sono questi.

Quindi, No grazie.

Se volete abolire il Cnel, chiamatemi, a quello ci sto. Basta una riga, non serve stravolgere la Costituzione.

 

 

gio
10
nov 16

“Ehi, Barack, e se premo il bottone rosso?”

fatto101116Oggi, nel corso di una toccante cerimonia, Barack Obama ha ricevuto Trump alla Casa Bianca. In esclusiva mondiale, il Fatto Quotidiano può raccontare ai suoi lettori i dettagli rimasti segreti

– Questa è la camera da letto…
– Uff! Niente specchio sul soffitto? Niente letto rotondo?
– Ehm… no. E questo è il mio studio, la sala ovale…
– Bello! E questo bottone rosso? Per la servitù? Posso provare?
– No! Non toccare!
– Ok, ok, calmino Barack… E questo è il bagno?
– Sì, Donald, questo è il bagno
– E quello?
– E’ il bidé, Donald
– Ah, capisco… l’orto di Michelle dov’è?
– Là dietro… sono contento che ti interessi, gli ho dedicato molti tweet
– Devo capire le misure… per il parcheggio, io devo metterci molte jeep
– Beh, Donald, la casa l’hai vista, ma non voglio forzarti, se non ti piace puoi rifiutare…
– No, no, è carina… Anzi, Barack, volevo dirle… E’ un onore ricevere la chiavi da lei, io l’ho sempre considerata il miglior presidente americano. Il migliore a… scendere le scalette dell’aereo… a giocare a basket… a chiacchierare coi cantanti… davvero bravo… Ora può andare, ecco dieci dollari
– Ma… Donald… mi dai del lei?
– Ah, già che sei negro! Eccoti cinque dollari, sparisci!
– Scusa Donald… però… avrei una domanda
– Dimmi, su, veloce, che ho da fare
– Ma come hai fatto? Avevi contro tutti, i giornali, le televisioni, la sinistra…
– La sinistra? What is sinistra?
– Ma sì, Hillary, De Niro, Springsteen, Madonna…
– Ah, dici quelli che vivono negli attici di Manhattan?
– Beh, sì, anche loro…
– Ma io quelli li conosco bene! Glieli ho venduti io, gli attici a Manhattan! E alcuni sono ancora in affitto…

mer
9
nov 16

Ragazzi, che figata la buona scuola: ora lavorate pure gratis

fatto091116Passata un po’ in cavalleria perché il Paese sta pensando ad altro, non ha avuto il giusto risalto la notizia che i nostri figli – quelli che secondo il famoso psichiatra leopoldo Recalcati sono bloccati nella vita dall’ottusità dei padri – potrebbero formarsi oltre che sui banchi, anche alla scuola di McDonald’s. La famosa innovazione dell’alternanza scuola-lavoro è uno dei passi più deprimenti e al tempo stesso esilaranti della famosa buonascuola. L’iter lo conoscete tutti, è quello delle più recenti riforme renziane: 1. Annuncio roboante e applausi. 2. attuazione riforma: accuse di immobilismo a chi contesta e fiducia in Parlamento. 3. la riforma è avviata e non funziona un cazzo.

L’alternanza scuola-lavoro è una specie di ciliegina sulla torta: insomma, bisogna far vedere ai ragazzi cos’è il mondo del lavoro, no? E’ il motivo per cui presidi e dirigenti scolastici hanno passato ore al telefono pregando enti, istituzioni, parrocchie, musei, studi professionali, associazioni caritatevoli, volontariato, marziani e altri, di prendersi in carico per qualche ora qualche studente. Ora, visto che ci sono da piazzare alcune centinaia di migliaia di ragazzi per alcuni milioni di ore di lavoro (pardon, di alternanza scuola-lavoro), il ministero ha siglato alcuni accordi con aziende grandi e piccole, enti, multinazionali. Tra queste (in buona compagnia, tra Eni e Zara, tra Accenture e Fca), McDonald’s, che si impegna a creare diecimila “percorsi formativi” (traduzione, piazzare diecimila ragazzi) nei suoi ristoranti. Ogni percorso formativo comprende (tra le altre cose) 35 ore in un locale della catena. Lasciamo ad altri calcoli più precisi, ma diecimila per trentacinque fa 350.000 ore non retribuite. Ora i casi sono due: se è un lavoro, come dovrebbe, sono 350.000 ore che non lavoreranno quelli che di solito sono pagati per farlo. Se invece non è un lavoro, non si capisce cosa significhi alternanza scuola-lavoro. Puro surrealismo.

A questa caritatevole cessione di ore-lavoro gratuite a varie multinazionali, si aggiunge la componente didattica. Dicono a McDonald’s che ci sarà anche “una parte formativa in aula per spiegare come funziona il nostro modello di business”. Traduco: migliaia di studenti italiani avranno come unico insegnamento di economia (non prevista dai programmi delle superiori), le lezioni di business di un’azienda multinazionale, cui doneranno, per ringraziamento, alcune ore della loro vita.

L’alternanza scuola-lavoro, come si configura fin qui, oscilla dunque tra un frenetico arrovellarsi su come accumulare ore di “formazione” (la prego, la imploro, faccia fare un po’ di fotocopie ai ragazzi…) e il disegno ideologico: la grande azienda planetaria che ti spiega in classe il suo “modello di business”, e poi te lo fa anche vedere da vicino, tra il ketchup e il doppio bacon. Una perfetta sintesi delle riforme renziane, in perenne oscillazione tra “arrangiatevi, cazzi vostri” e il regalo ai potenti di turno. Si ufficializza così l’ingresso (surrettizio, strisciante, travestito da “formazione”) delle aziende nel mondo scuola. Viene in mente un piccolo eroe di cui nessuno si ricorda, il diciannovenne (allora, 1998) Mike Cameron che al Coke Day, giornata ufficiale della Coca Cola, sponsor della sua scuola, la Greenbriar High School di Evans, in Georgia, si presentò con una maglietta della Pepsi. Sacrilegio e provocazione. E infatti fu espulso e sospeso dalle lezioni. Non siamo ancora lì, ma ci stiamo avvicinando a grandi passi. E se le 350.000 ore di scuola-lavoro tra i tavoli di McDonald’s sostituiranno 350.000 ore di lavoro retribuito, il messaggio ai ragazzi sarà chiaro e forte: nel Walhalla delle riforme renziane il mondo del lavoro è una guerra tra poveri, chi lo fa per poco scalzato da chi lo fa gratis. Una vera lezione.

mar
1
nov 16