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gio
21
set 17

Cazzullo al Tg1: i figli so’ piezz’e marchetta

FattoCazzullo210917-3Diciamolo: siamo abbastanza uomini di mondo da non scandalizzarci per una marchetta del Tg1. Da che mondo è mondo, e da che Rai è Rai, non si lesinano certo favori ad amici, famigli e colleghi, quindi che nel primo notiziario pubblico trovi posto un servizio sul nuovo libro di Aldo Cazzullo, (5.480.576 spettatori: uno spot sarebbe costato milioni), vabbé… Ma la marchetta cazzullesca al Tg1 dell’altra sera aveva del prodigioso, e la segnaliamo perché potrebbe aprire una nuova frontiera.

Ebbene sì, Cazzullo ha scritto un fondamentale saggio sui giovani che guardano il cellulare a tavola (e a scuola, e ovunque), e l’ha scritto coi suoi figli, che già sarebbe materia per Telefono Azzurro. Poi, non contento dei paginoni del Corriere scritti a sei mani coi pargoli, è andato in scena al Tg di mister Orfeo, sempre coi ragazzi. Lui a dispensare le sue massime da fila alla posta (“Non si parla più a tavola”, signora mia!), e loro, poveretti, a ribattere, felici come adolescenti rapiti da Boko Haram, con una faccia che diceva: scusatelo, è un vecchio lagnoso, ma non è cattivo. A ravvivare il teatrino, le scritte in sovrimpressione: i messaggi whatsapp dei ragazzi, in modo che anche lo spettatore del Tg1, (età media128 anni) potesse cogliere la vertiginosa profondità del discorso. Per il libro di Cazzullo, insomma, non bastava la marchetta semplice, ci voleva una sceneggiatura, una regia e la grafica. Tutto lavoro del servizio pubblico, giornalisti, montatori, effetti speciali. A loro va, naturalmente parte della nostra solidarietà. Non tutta, purtroppo, perché dobbiamo tenerne un po’ da parte per i giovani Cazzullo, costretti non solo a parlare col padre (che già… che palle!), ma a parlare col padre del perché preferiscono usare il cellulare piuttosto che parlare col padre. Coraggio, ragazzi!

mer
20
set 17

Salvini è nel periodo blu e parla ai leghisti verdi non ancora aggiornati

fatto20settColpo di scena, all’improvviso è tutto blu. Chi ha avuto la pazienza (e lo stomaco) di seguire la tradizionale sagra di Pontida, ha potuto constatare con un rapido colpo d’occhio la svolta cromatica della Lega. Palco blu, cartelli blu con scritto “Salvini premier”, striscioni blu sul palco. Divertente, perché quando (raramente) le telecamere facevano un controcampo sulla folla leghista, si vedeva chiaramente che quella era ancora verde, dalle camicie ai berretti, alle bandiere, ai simpatici cartelli contro neri, terroni, comunisti, giudici, eccetera. Insomma, la base di Pontida non è stata avvertita per tempo della svolta cromatica imposta al partito dal Salvini aspirante premier. Sull’invito non c’erano indicazioni per il dress code del militante del nuovo corso, che si è presentato verde mentre il capo diceva blu. Come andare in bermuda e maglietta dei Ramones a un ricevimento all’ambasciata.

Comunque sia: blu.

Un blu potente e denso, piuttosto scuro, diverso (ma sono sfumature) dal classico blu berlusconiano, che è più un azzurro scuro. Lì, dalle parti di Silvio, le abbiamo viste tutte, le sfumature del blu: l’azzurrino cilestrino con le nuvolette tipo salvaschermo di Windows, poi l’azzurro al neon e lustrini stile pomeriggio Mediaset, poi un blu più presidenziale, quasi solenne, à la Macron, che però, ad essere onesti, col blu è arrivato un po’ dopo.

Del resto pare che quella per il colore blu sia un’attrazione fatale e qualcuno ha riso un bel po’ (come si fa quando c’è poco da ridere) allorché i buontemponi del Pd di Milano si presentarono alla manifestazione del 25 aprile con berretti e bandiere blu, delirando giustificazioni come “la Resistenza è europea” e cose così. Al netto degli incidenti dettati dall’ignoranza (un cartello blu inneggiava a Coco Chanel, collaborazionista dei nazi, Signore perdonali, ma anche no) fu chiaro a tutti che si trattava di uno smarcamento ideologico sottolineato da svolta cromatica. Niente rosso per carità, blu, mi raccomando, il blu sfina, signora mia. Sfina soprattutto appartenenze, identità e ideologie: non impegna, ecco.

Inutile dire: ho cominciato febbrilmente a consultare siti specializzati in cromoterapia, cose a metà tra lo pseudoscientifico e il santone indiano, per scoprire cose interessanti. Ooohmmmmm: Tipo che il blu rilassa, ed è associato alla meditazione e al pensiero. E questo escluderebbe Salvini. Però ho scoperto anche che il blu sarebbe il colore dell’anima, associato al secondo chakra, che si trova nella regione pubica, guarda un po’. E questo spiegherebbe Berlusconi.

Interessante, ma resta la sostanza politica. Il blu fa presidenziale e responsabile. Il blu è affidabile, solido, e al tempo stesso rassicurante. Soprattutto, il blu è un colore abbastanza neutro, non associato a particolari ideologie, come il rosso e (nella recente storia italiana) il verde leghista tanto usato per camicie, cravatte, fazzoletti da taschino. Insomma, chi passa al periodo blu vorrebbe farci intendere che ripudia le vecchie nuances, le sfumature, l’antico pantone delle idee e della storia, e ricomincia da capo. Di più: che si impone di presentarsi come una forza tranquilla, equilibrata e credibile. Insomma, se aspiri a governare è meglio che ti metti qualcosa di blu, almeno la cravatta. E se al vecchio Bossi è stato vietato il palco di Pontida è perché è stato valutato troppo verde-vintage, démodé, superato e impresentabile.

Quanto al gentile pubblico, sarebbe meglio avvertire: è gradito il gadget blu. Al 25 aprile di Milano il Pd cittadino lo fece: si vendevano berretti e pettorine blu, geni del marketing. A Pontida (sarà l’improvvisa crisi di liquidità) non ci hanno pensato, e il Salvini blu parlava ai leghisti ancora verdi, non aggiornati, forse colpevolmente non abbonati a Vogue Padania.

sab
16
set 17

Dennis Lehane, Ogni nostra caduta. Recensione su Tutto Libri

TuttoLibriLehane160917Se sia meglio avere una vita sola, magari un po’ coerente, o averne due o tre piuttosto incasinate, non è questione che risolveremo qui, e – diciamolo subito – che non risolve nemmeno Dennis Lehane in questo suo ultimo Ogni nostra caduta. Ma siccome lo scrittore americano è uno abituato ai grandi numeri e alle grandi storie che diventano quasi sempre grandi film (registi da Clint Eastwood, Mystic River a Martin Scorsese, Shutter Island, niente male, no?), è meglio starlo ad ascoltare, perché tutto lascia intendere che la storia pazzesca della signorina Rachel la vedremo anche in sala, e quindi l’esercizio è capire quanto il nuovo romanzo sia romanzo, quanto sia cinema, e quanto sia costruito come un ottovolante per farti dire “Oh!”.

Ma insomma, si parte da Rachel, e va detto che la costruzione del personaggio centrale del libro è davvero magistrale. Di lei, protagonista indiscussa che spara al marito nella prima riga, sappiamo tutto, dei rapporti tesi con una madre egoista e sfuggente (eufemismo), della sua ricerca del padre sconosciuto (e la madre non gli dice chi è), della sua scalata nell’Olimpo del giornalismo televisivo. Brava. Finché qualcosa si rompe, anzi più cose: intanto si rompe lei, promossa come inviata ad Haiti (il terremoto del 2010) non ne esce bene, viene triturata da un’esperienza estrema e sbrocca in diretta. Poi si rompe il matrimonio con il marito perfettino e carrierista. Insomma, ascesa e caduta della bella Rachel, e sono pagine ottime, che ci consegnano un personaggio cesellato fin nei dettagli, abbastanza ben scritto da non far dire al lettore: “Beh, ma il giallo quando arriva?”.

Ma tranquilli, arriva, e le rogne iniziano quando arriva anche l’amore, che non sarà una regola generale, ma… E qui parte, dopo una lunga storia tranquilla, una lunga storia agitata, frenetica, densa di sorprese che uno non si aspetta. Come sempre, il genere autorizza tutte le prudenze nel raccontare la trama, ma insomma: il nuovo marito di Rachel, Brian, che la cura, la ama e la salva dai suoi fantasmi – crisi di panico, agorafobia e tutto il catalogo – non è quello che sembra, e Rachel non ci mette molto a scoprirlo. E’ come se le prime cento pagine fossero la salita a cremagliera delle montagne russe: uno sente l’arietta fina, si gusta il panorama in soprelevata. Poi, a un certo punto, ecco la discesa che mozza il fiato, le curve secche e violente, il brivido dell’imprevedibile. La storia, insomma, si complica, l’amico diventa nemico, un imbroglione che a sua volta ha nemici feroci, la messa in scena e la finzione si confondono con la realtà, Rachel cerca di capire in che razza di incubo è finita, con la sola possibilità di fidarsi di uno di cui nessuno di noi si fiderebbe nemmeno per un nanosecondo.

Va detto che Lehane è autore di vaglia e, quindi la sua scrittura regge bene anche quando si fa più incalzante che descrittiva, e pure di più: le pagine in cui ancora l’intreccio non si scatena lasciano intendere che il genere gli va stretto. E fa un discorso, Lehane: un discorso anche complesso sull’amore che cura e che delude, che illude e che imbroglia, e della volontà di crederci comunque, perché le alternative – per Rachel e per tutti gli umani, si direbbe – non sono poi molte. Una bella storia, anche se un paio di passaggi sono un po’ estremi, e per accettarli come credibili bisogna immaginarsi seduti al cinema, più che in poltrona a leggere, compresa la metamorfosi della protagonista, che all’inizio fatica a uscire di casa, trema se deve prendere la metro, suda per il disagio, e dopo invece maneggia pistole e sotterfugi come una professionista.

Ma Lehane sa risolvere anche questo: alla fine della lettura uno si chiede se – nonostante la storia giallissima – l’autore sia da mettere nello scaffale dei thriller o in quello del romanzo (per chi ancora fa di queste differenze), un dubbio che lui si guarda bene da sciogliere. Difficile anche dire se l’happy and sia davvero happy, ognuno decida secondo i suoi standard, ma quel che è certo è che Lehane, ormai un asso pigliatutto quando si tratta di trasportare al cinema i suoi libri, ha pensato molto anche all’eventuale trasposizione cinematografica, alle svolte improvvise, ai colpi di scena un po’ esagerati (morti che poi non sono morti, per capirci), allo stupore di chi legge (o guarda). Insomma, un buon libro che si prepara a sentirsi dire: un ottimo film. E se solitamente l’accusa è di scrivere libri come sceneggiature, ecco una sceneggiatura scritta (bene) come un buon libro.

mer
13
set 17

Compiti ingrati per amici fedeli: dire a Matteo che con lui non si vince

fatto130917A volte succede: devi dire una cosa a un amico, ma non sai come fare, e di solito sono cose che a un amico andrebbero dette. Tipo: “Mi spiace dirtelo, ma ho visto tua moglie caricare le valigie sulla Cadillac decapottabile del vicino di casa e partire con lui”. Insomma, non è mai bello comunicare le cattive notizie, si mischiano timore (come la prenderà?), imbarazzo e dispiacere. E così oggi abbiamo mezzo Pd imperlato di sudore che cerca di dire qualcosa all’amico Matteo: “Se a palazzo Chigi si candida qualcun altro, e magari Gentiloni, abbiamo qualche speranza, se ti candidi tu perdiamo sicuro”. E’ una cosa brutta da dire a un uomo che crede in sé così tanto, ma qualcuno deve farlo. Secondo le cronache politiche (vatti a fidare) per adempiere a questo triste compito si è già creata una discreta fila. Orlando e gli orlandiani, Emiliano e gli emilianiani (eh?), mentre Franceschini e i franceschiniani non vorrebbero proprio dirgliela in faccia, a Matteo, questa brutta notizia, e si propongono di farglielo capire piano piano, magari dopo le elezioni siciliane.

Insomma, la storia è questa: qualcuno deve dire a Matteo che nel suo renzianissimo partito – nel nuovo Pd senza più gufi, rosiconi, disfattisti, problematici e rompicoglioni – è rimasto qualcuno che non lo ritiene il più adatto a fare il premier. E questo dev’essere un colpo duro. Più duro ancora perché Gentiloni non è che stia facendo i miracoli, ma sembra più affidabile, meno ciarliero, molto meno fanfarone. E non è che quando Gentiloni stringe una mano o visita un luogo ci troviamo il giorno dopo – come accadeva con Renzi – le foto ricordo, il filmino, la slide, il videogame, il romanzo a puntate, la colonna sonora e la narrazione delle gesta dell’eroe. Dunque Renzi sarà colpito – quando si decideranno a dirglielo –  proprio nella più profonda renzità, quella che lo porta a pensare che “quando c’è la comunicazione c’è tutto, signora mia”.

Segnalo a questo proposito un leit-motiv non proprio azzeccato della propaganda in corso, l’intenso, reiterato, eccessivo, dunque noioso, richiamo ai Mille Giorni, come se si parlasse della prima crociata, o della guerra dei Trent’Anni, o delle Cinque Giornate. Tutto quel che di bene (pochino, si direbbe) succede nel Paese, sembra scaturire da quei magici Mille Giorni di cui si ricordano pagine memorabili (?) e si scordano le altre, quelle meno nobili e un po’ vergognose, soprattutto la cosatante mortificazione della dignità del lavoro in questo paese. Insomma, dire cose come “Considero un privilegio aver lavorato a fianco di Barack Obama…” è come dire “Sono stato fortunato a giocare con Maradona”, un bel ricordo, ma era un altro secolo. Ricordare i fasti passati fa orgoglio da “vecchia gloria”. Non so cosa ne pensano i guru della comunicazione, ma dire “Quando c’ero io…” ti colloca già nel passato, il che sembrerebbe letale per uno che ce l’ha menata con la retorica del futuro un giorno sì e l’altro pure per mille giorni (appunto). Il format con cui Renzi si presenta alle sue esibizioni – con o senza libro in promozione – conferma che non ha capito bene quel che succede, che la formula del Golden Boy un po’ indisciplinato e contaballe non paga più, non convince, proprio perché l’abbiamo vista in azione per mille lunghissimi giorni, è stata stucchevole, prevedibile (anche se non priva di spunti satirici). Forse qualcuno che gli vuole bene riuscirà a dirglielo, forse glielo diranno gli elettori siciliani sui quali ha già messo mille mani avanti dicendo che il voto in Sicilia non è un test nazionale… Non c’è fretta, ma prima o poi qualcuno dovrà farlo: avvertire Matteo che il suo format è invecchiato. Oggi va più il grigiore tranquillo, quelli che ballano il flamenco sui tavoli non piacciono più tanto e i Mille Giorni non sono il Sacro Graal da ritrovare.

mer
6
set 17

Caso Regeni, l’invenzione della memoria fatta per dimenticare tutto

mercoledi-6-settembre-2017-630x928Trattasi di materia intricata e nobilissima, spesso sommersa dalla retorica, una necessità umana e civile che a volte diventa trucchetto per distrarre tutti. Insomma: la memoria.

Ricordare quello che è stato, cosa è successo, perché. Mantenere vivo il ricordo delle ingiustizie passate in forma di monito per il presente. Il grido “Per non dimenticare” è uno dei più alti e dolorosi nel paese, riguarda stragi, delitti, presunte fatalità, fa parte del sapere popolare, sono ferite aperte che potrebbero guarire se si arrivasse alla verità, cosa che accade raramente, quasi mai.

Per questo risultano strabilianti le comunicazioni del governo, nella persona del ministro degli esteri Angelino Alfano, sul caso Regeni. Perché introducono nel discorso operativo sulla questione un bizzarro tipo di memoria: una memoria che archivia, che nasconde.

Il paradosso di una memoria costruita per dimenticare.

Perché il nostro ambasciatore torna in Egitto, il loro torna qua, l’Egitto è un posto dove abbiamo molti affari, non possiamo permetterci di rompere, eccetera eccetera. In cambio – occhio che arriva la memoria – il governo si impegna a fare un sacco di cose per non dimenticare Giulio Regeni. Gli intitoleranno un auditorium. Il governo si è “attivato con il Coni” (urca!) perché ai Giochi del Mediterraneo, in Spagna, l’anno prossimo, si osservi un minuto di silenzio. E poi, se e quando si farà, potrebbero intitolargli l’Università italo-egiziana, la cui realizzazione Angelino “auspica”. Perbacco. Ecco fatto: garantita la memoria, ufficializzato in qualche modo il senso di ingiustizia che tutti provano, e quindi normalizzata l’indignazione, la missione può dirsi conclusa, il caso Regeni quasi chiuso. Ma sì, ancora si parla (vagamente) di indagini, si allarga il campo tirando in ballo l’Università di Cambridge, addirittura (questo è Cicchitto) si insinua che l’inchiesta del New York Times – l’Italia conosce prove schiaccianti – sia stata ispirata dai servizi  americani in chiave Anti-Eni.

In una parola: polverone.

E’ uno di quei casi in cui la memoria ostentata e cannibalizzata dal potere (da chi dovrebbe risolvere il caso, non semplicemente ricordarselo!) si rivela spaventevole ipocrisia. E’ una memoria come concessione, la risposta di Angelino a chi si ostina a dire che non dimentica è la seguente: ok, non dimentichiamo nemmeno noi, ma andiamo avanti, che l’Egitto è partner irrinunciabile in affari.

Non è l’unico caso in cui la memoria fa brutti scherzi. Nel paese della Resistenza e delle sue infinite (e sacrosante!) celebrazioni, per dirne una, si assiste all’avanzata burbanzosa e impunita di alcune milizie fasciste che innalzano labari, stampano fasci littori sui manifesti, scimmiottano lo Schifoso Ventennio, accolte da scuotimenti di teste, piccoli lazzi e molta tolleranza, nonostante esistano leggi in materia (le meno applicate della Galassia).

La memoria, tra l’altro, è variabile, anche in modo veloce e repentino. Sono passati solo un paio di anni da quando si celebrava Lampedusa come terra della salvezza per molti migranti, quando la si candidava al Nobel e ci si commuoveva per le sue storie di accoglienza, quando la si indicava ad esempio. Ora che si è spostato il problema qualche centinaio di chilometri più a sud, nel deserto anziché in mare, quella memoria funziona meno, si tende a scordarla, la si rimuove un po’. Quell’esempio non serve più, non si incastra più con la narrazione corrente, che ora è “aiutiamoli a casa loro”, e quindi il luminoso esempio di Lampedusa che li salva a casa nostra non piace più. Una memoria vera, consapevole, vorrei quasi dire militante, dovrà tener conto anche di questi andirivieni della memoria, valore altissimo in balìa dei venti mutevoli delle furbizie, delle tattiche, delle convenienze del momento.

ven
1
set 17

Siamo di nuovo qui. Fratelli di Crozza, dal 22 settembre

Si riparte. Dal 22 settembre su Nove, Fratelli di Crozza. C’è anche il ministro Minniti, che piace a tutti tutti tutti…

Fratelli di Crozza è prodotto da ITV Movie per Discovery Italia. È un programma di Maurizio Crozza, Andrea Zalone, Francesco Freyrie, Vittorio Grattarola, Alessandro Robecchi, Alessandro Giugliano, Claudio Fois e Gaspare Grammatico. La regia è di Massimo Fusi, scenografia di Marco Calzavara e fotografia di Daniele Savi. Produttore esecutivo per ITV Movie è Patrizia Sartori.

mer
30
ago 17

Nuova linea sui migranti: la pedagogia europea del “sono cazzi vostri”

Fatto300817Bene, riassumiamo le linee etico-strategiche della nuova politica sulla migrazione dall’Africa. Noi non siamo capaci di fare gli hot spot di identificazione in modo decente. O fanno schifo con un cesso per seimila persone, o chi li gestisce ci specula sopra come una specie di schiavista, o c’è un giro di mazzette, o tutte e tre le cose. Quindi il nostro geniale piano è di spostare tutte queste belle cose verso sud, e che se la vedano un po’ loro. Naturalmente non è un servizio gratuito: bisogna dare qualcosa a chi si prende questa briga, la Libia, il Ciad, il Niger. L’abbiamo già fatto con il signor Erdogan, che incassa dei bei soldi per fare da tappo alla migrazione da sud est, dalla Siria in particolare. Certe cronache plaudenti si esaltano per numeri dell’aiuto europeo all’Africa, e alla Libia in particolare: già pronti 170 milioni! Urca! E’ un po’ come dire: mi compro una villa al mare e ho già pronti ventisette euro e mezzo.

Dunque i migranti, i disperati, uomini e donne che attraversano mezzo mondo verso nord nella speranza di mangiare tutti i giorni, o di non essere arrestati dal regime, o di non dover fare il militare a vita come in Eritrea, hanno un buon valore di scambio, diciamo paragonabile a quello del petrolio e delle materie prime. E’ un affare far arrivare il gas in Italia, ed è un affare non far arrivare i migranti.

Naturalmente tutto questo prevede un aggiustamento delle rotte, delle strategie per spostare grandi carichi di persone. Insomma cambia la logistica dello schiavismo, e per ora gli accordi di Parigi sono questo, niente di più: era seccante e costoso vederli morire nel Mediterraneo, ora moriranno nel deserto, potrebbe essere costoso lo stesso, ma almeno non li vediamo e non sentiamo quel disagio di veder crepare la gente sotto casa. Se si espellono dal vocabolario parole come “etica”, “morale” e “umanità”, va tutto benissimo (si attende con ansia la pubblicazione di un vocabolario italiano-Minniti). In ogni caso, sia chiaro, alle vite di quelli che prima morivano o venivano ripescati nel Mare nostrum e che ora rischiano la pelle nel Sahara, non frega niente a nessuno, sono numeri, statistiche, flussi da bloccare. La distinzione tra migranti politici e migranti economici – che a Parigi è stata molto sottolineata – è ormai accettata dalla politica di ogni colore, come se la situazione economica di un paese che non riesce a dar da mangiare ai suoi cittadini, costringendoli a rischiare la vita per scappare da lì, non fosse una questione politica, che scemenza. Insomma, l’Europa mette un tappo – un altro – per difendere i suoi confini da quella clamorosa fake news che si chiama “invasione”, una parola prima rumorosamente inventata dalla destra xenofoba e leghista, poi sdoganata dai media, e ora praticamente diventata verità ufficiale anche se i numeri dicono il contrario. Naturalmente siamo tutti contenti se i cittadini di Sabratha, in Libia, avranno un laboratorio per analisi mediche, ovvio, e se Zwara avrà la sua rete elettrica costruita dall’Europa, benissimo, molto bene. Si segni a verbale, però, che tutto questo sarà (forse, speriamo che le pompe idriche a Kufra vengano fatte con più efficienza delle casette per i terremotati del centro Italia, ecco) costruito sulle spalle di centinaia di migliaia di migranti internati in lager libici, o morti di sete nel deserto, o arrestati prima della partenza. Il piano europeo di Parigi sottolinea anche l’esigenza di “fare opera di pedagogia” (questo l’ha detto Macron), cioè spiegare bene (suggerirei delle slide) a gente che mette in gioco la sua vita, che fa viaggi di anni, che viene picchiata, incarcerata, derubata, violentata e torturata ad ogni tappa, che qui non li vogliamo. Una pedagogia del “sono cazzi vostri”, insomma, salutata come una grande vittoria europea sul fronte dell’”emergenza immigrazione”. Amen.

mer
23
ago 17

Sì, no, forse con Matteo, o contro B: i camaleonti di un’estate dadaista

Citiamo i classici: l’estate sta finendo, un anno se ne va, eccetera, eccetera. Tolto il costume da bagno e rimessi i vestiti civili, ognuno si ributta nella sua vita normale scrutando l’orizzonte dei prossimi mesi: una campagna elettorale infinita che arriva al culmine, la prevalenza del cretino che si afferma sempre più, i tweet di Nina Moric, quelli di Rita Pavone, lo ius soli che si fa, poi non si fa, poi parla il papa e forse si rifà, ma no che non si fa, perché Angelino non vuole. E però Angelino, sfanculato da Renzi due mesi fa, torna di moda per l’alleanza in Sicilia, ma forse sì, forse no, dipende da quel che serve al momento. La tattica vince quattro a zero sulla strategia, nessuno dice un’idea di Paese, di futuro, nessuno mette punti fermi, i punti sono mobili, variabili, intercambiabili a piacere.

Solo due mesi fa l’attacco alle Ong era una posizione di destra xenofoba e razzista; oggi, l’azione delle navi delle organizzazioni umanitarie è stata praticamente sconfitta e annichilita dal ministro dell’interno del governo “di sinistra” (ops!): chi sbertucciava Salvini, oggi difende di fatto le sue politiche, chi diceva “mai larghe intese” oggi dice “larghe intese perché no”.

Il povero Silvio, con capelli, senza capelli, con la Lega, senza la Lega, con la Meloni, senza Meloni, punta alla più clamorosa rivincita che si ricordi. Matteuccio nostro gira l’Italia vendendo il suo libretto e spinge sul lato umano (“Com’è umano, lei”, cfr il povero Fracchia). Molti diventano minnitiani proprio perché pare meno umano. I cinque stelle hanno buon gioco, limitano al minimo le esternazioni, consapevoli che meno parlano e meno cazzate dicono, mentre si scopre che tutto il meccanismo della loro democrazia online dal basso può essere messo in crisi da qualche hacker. Ognuno disegna le sue delusioni o le sue soddisfazioni sullo scorno dell’avversario: un topo a Roma, hurrà! Raggi dimettiti! Gli intellettuali che si schierano stanno su un’altalena che va a velocità vertiginosa: oggi viva Saviano, domani abbasso Saviano, dopodomani viva di nuovo, a seconda di quanto quello che dice si attaglia alla tattica del momento.

fatto230817In tutto questo scenario dadaista, non si può contare nemmeno sui numeri, spesso truccati, soprattutto quelli sul lavoro: se nella settimana del rilevamento Istat hai lavorato un’ora risulti occupato, per dirne una. I governativi che esultano per uno 0,4 in più di Pil sono gli stessi che prima del referendum costituzionale sventolavano le stime di Confindustria: se vince il No avremo crollo, morte e distruzione.

I militanti di ogni risma e formazione, hanno ormai con i nervi come corde di violino, pronti alla giravolta. Basta con Silvio, andiamo con Silvio, basta con Angelino, andiamo con Angelino, viva Pisapia, abbasso Pisapia. Non c’è certezza, convinzione, visione strategica che non venga travolta dalla polemica passeggera e contingente, costringendo all’inversione a U: l’animale di riferimento è il camaleonte, i politici accusati di “parlare alla pancia del paese” ora non lo fanno più: è la pancia del paese che parla a loro, che gli detta la linea. I giornali seguono, i social peggio mi sento. Se uno straniero commette un reato, ecco la valanga di allarme sulla sicurezza, se un italiano commette un reato, ecco la reazione uguale e contraria, fino a esilaranti (ma tristi, c’è poco da ridere) contraddizioni, così palesi che si trasecola: a pagina due c’è la fiera reazione “il terrorismo non cambierà le nostre abitudini!”, a pagina tre si dibatte se mettere barriere in cemento o querce in vaso per fermare i furgoni sulla folla, cioè si discute animatamente di come cambiare le nostre abitudini. Questo è lo scenario emotivo della settima potenza mondiale alla fine dell’estate 2017. Buon autunno. Auguri. Ne avremo bisogno.

mer
9
ago 17

I caccia erano una boiata pazzesca. Strano, eh? Chi l’avrebbe mai detto

Fatto090817Ora che la Corte dei Conti ha fatto il punto sui famosi F35 – dicendo che costeranno il doppio, che la famosa occupazione per aggiustarli e fare la manutenzione sarà poca cosa, che ci abbiamo rimesso un sacco di soldi – sarebbe interessante riavvolgere il nastro e andare a vedere (basta un piccolo lavoro d’archivio, su, coraggio) chi diceva le stesse cose cinque o sei anni fa. C’erano i soliti pacifisti (uff, che palle!), la sinistra-sinistra che dice sempre no (non erano ancora di moda i gufi, ma il concetto già esisteva), i “disfattisti”, pochissimi giornali fuori dal coro, tutti archiviati con fastidio come generici e onnipresenti rompicoglioni. Oggi la Corte dei Conti ci dice che abbiamo buttato nel progetto così tanti soldi che tirarci indietro (nonostante non ci siano penali) non conviene.

Traduco in italiano: un impiegato a millecinquecento euro al mese si compra una Ferrari. Qualcuno gli dice, ehi, amico, stai facendo una cazzata, e lui risponde irritato che chi lo sconsiglia non capisce nulla. Ora si trova a dover pagare altre duecento rate altrimenti perde le cento già pagate, e della Ferrari possiede un cerchione.

Nella vicenda dei famosi aerei da guerra futuribili e costosissimi (e pure non del tutto affidabili, a quanto si legge) entra anche un grande classico dell’Italia contemporanea: il miraggio dell’occupazione. L’acquisto degli F35, ci diceva l’impiegato che vuole comprarsi la Ferrari, avrebbe portato tanti posti di lavoro, chi diceva seimila, chi, nel furore della discussione, addirittura diecimila. Oggi si sa che sono millecinquecento, e difficilmente aumenteranno. Sospendendo il giudizio su cosa fare di quei mirabolanti aerei, sarebbe corretto – sano, diciamo – andare a prendere per un orecchio quei propagatori di sfrenato ottimismo (potenza militare! Tanti posti di lavoro! Cuccagna!) e chiedergliene conto. Dopotutto sono passati meno di dieci anni, non due secoli, e quelli stanno ancora lì, politici, lobbysti delle armi, segretari di partito. Anche senza contare la malafede, si tratta come minimo di calcoli sbagliati, di cifre buttate lì a cazzo, mentre chi sapeva fare i calcoli li metteva in guardia, aveva ragione, ed è stato sbertucciato.

La vita pubblica italiana è piena zeppa di cose così. Se volete farvi una risata potete andare a vedere le previsioni di Confindustria prima di Expo, quando ci dicevano che la manifestazione milanese avrebbe creato un boom di occupazione e fatto impennare il Pil (si è visto…). O, andando ancora un po’ indietro nel tempo, si potrebbe parlare con quelli (no global, suore, boy scout…) bastonati a Genova nel 2001 perché, tra le altre cose, chiedevano la Tobin Tax. Passato un decennio, della Tobin Tax si parlava ai tavoli delle grandi potenze mondiali, nei vertici internazionali, nei convegni eleganti. I bastonati avevano ragione, i bastonatori avevano torto. Esattamente come i “disfattisti” degli F35, esattamente come mille altri casi, basta andare a vedere i volumi di traffico della famosa Tav: sembrava un’opera indispensabile, ma era tutto gonfiato, esagerato, sovradimensionato, e ora anche i francesi dicono che si fermano a pensarci un po’. Il motto nazionale dovrebbe essere “Ops, ci siamo sbagliati”, ma i nomi di chi ha spinto, fatto pressioni, deciso affari sbagliati non viene fuori mai. Non solo un paese senza memoria, ma senza responsabilità. Chi è stato? Boh…

I bravi italiani che non si contentano della propaganda continueranno a dire “Attenti, non fatelo, non conviene, ci sono altre priorità”, e continueranno ad essere trattati come deficienti, se serve picchiati. Quelli che decidono, invece, stanno sempre lì. Si sono sbagliati? Beh, pazienza, dai, succede, coraggio, altre duecento rate e avremo la Ferrari. Perché comprare qualche Canadair quando potremo avere i bombardieri?

mer
2
ago 17

Non ne azzecchi una? Tranquillo, hai solo un pessimo carattere

Fatto020817Agosto è una faccenda così, tutto pare sospeso, come in attesa, tutto si rimanda a settembre, legge elettorale, coalizioni, grandi manovre, strategie, tattiche. Restano in campo i grandi temi, come per esempio quello del carattere dei leader e, in primis, il brutto carattere di Matteo Renzi, che pare l’ultima frontiera del dibattito politico. Ebbene sì, fatto tutto il giro da Berlusconi in poi, una specie di attraversamento del deserto, per noi povericristi che seguono la politica interna muniti di popcorn, si è ritornati al punto di partenza: un leader deve essere simpatico? Umorale? Che fare se ha un caratteraccio? Semplice: dare la colpa dei suoi fallimenti al caratteraccio, una specie di considerazione umana – troppo umana – che copre tutto, che risolve il problema politico. E’ dal 2013 che si dice che Renzi è arrogante, che ha un ego ipertrofico, che offende gli avversari, che comanda come un monarca la sua truppa di fedelissimi. Tutte critiche per anni attribuite ai gufi, ai rosiconi, a quelli che dicono sempre no, eccetera eccetera. Per cui si arrivava al paradosso: davanti a una personalizzazione estrema della politica (Matteo, Matteo, Matteo), scattava l’accusa agli avversari: ecco voi personalizzate! Ecco, siete ossessionati.

Ora invece siamo alla rivoluzione copernicana: siccome in qualche modo bisogna giustificare errori e disastri, sbagli e gaffes, la faccenda del “caratteraccio” la tira fuori lui, Matteo in persona. E’ una specie di estrema difesa, che prende il volo durante le presentazioni del libro Avanti, che è una specie di evento estivo buono per riempire pagine e pagine, un rosario sgranato grano per grano, giorno per giorno.

“Il mio carattere è un problema enorme”. E va bene. “Dicono che abbia un caratteraccio”, Ok, abbiamo capito. E comunque: “Non dobbiamo cambiare il mio carattere, ma l’Italia”. E dàgli. E ancora: “Pago per la mia indole? Certo che sì”. La cosa comincia a diventare stucchevole. Ciliegina sulla torta: “Ci dicono (notare il prurale maiestatis, ndr) che dobbiamo essere simpatici, imparerò a raccontare barzellette”. A posto, grazie.

Non serve nemmeno un grande analista (nl caso chiederemmo a Recalcati, ovvio) per capire che il disegno è semplice: buttare tutti i fallimenti sulla comunicazione (già fatto) e sul caratteraccio del capo, che è sì uno bravo, uno che salva il Paese, uno che ha fatto in mille giorni miracoli che gli altri (anche quelli simpatici) non sono riusciti a fare dal tempi di Traiano, ma – porca miseria – ha un caratteraccio…

E’ l’anticamera dell’assoluzione totale, un ribaltamento dell’allievo rispetto al maestro. Perché Berlusconi buonanima, ora in fase risorgente, faceva della sua simpatia da “cumenda” brianzolo un’arma d’attacco, il sole in tasca, i ristoranti pieni, le battute da sala biliardo, mentre Renzi fa della sua antipatia un’arma di difesa: se qualcosa funziona (ma cosa?) è merito delle sue qualità di statista, se invece qualcosa va male (più o meno tutto) è colpa del suo caratteraccio. Il che consente il gioco facile in un’altra delle sue uscite: “Possiamo discutere del futuro dell’Italia e non di simpatia o antipatia?”. Insomma, un trucchetto semplice semplice, il carattere personale messo a protezione di tutto il resto, che è poi una variante delle eterne giustificazioni dell’aspirante uomo forte: il capo non sapeva, il capo è stato tradito, il capo è stato ingannato (da cui il refrain ormai storico “l’ira di Renzi”). Ora la solfa è un po’ diversa, ma della stessa pasta: il capo è bravo, ma poverino, è così odioso… Mettiamoci il cuore in pace: agosto sarà così, con il principino di Rignano impegnato a dire che le cose sono andate male perché lui, dannazione, ha un caratteraccio. Di politica si parlerà un’altra volta, per ora accontentatevi della questione umorale.

mer
26
lug 17

Poveri cristi vade retro: respinti pure dalle spiagge

Fatto260717Scene di lotta di classe estiva nel ponente ligure, sequestri di borse frigorifere, pullman fermati ai caselli autostradali, inferrate e cancelli a proteggere le spiagge libere, che sono ormai francobolli di sabbia incollati tra miglia e miglia e miglia di spiagge private. L’emergenza, come al solito, sono i migranti, ma non quelli dei barconi che attraversano il mare, no, i migranti economici che da Milano, partono su torpedoni della speranza, dieci, venti euro il biglietto, con la folle ambizione di andare al mare almeno un giorno, una domenica, e spendere poco. A leggere le cronache estive della settima potenza mondiale, la battaglia è solo all’inizio e si tratta di fronteggiare con vigili, carabinieri, vigilantes privati, ordinanze e divieti, l’orda dei poveri spinti dall’invidia sociale e da un’assurda ambizione: fare il bagno.

Ora si sa che “poveri” è parola scomoda e respingente. Va bene per le statistiche e i titoli che li danno in forte aumento, ma poi quando arriva il povero in carne, ossa e infradito, che si porta la sua birra e il suo panino per stare qualche ora spiaggiato come tutti gli altri, come i non poveri, la cosa appare intollerabile. A Laigueglia, per dirne una, chiudono la spiaggia libera alle otto di sera, in modo da impedire che i poveri in arrivo dalle città sistemino gli asciugamani prima che sorga il sole, per prendere posto. Si provvede alacremente al sequestro di ombrelloni portati da casa (“materiale ingombrante”), borse frigorifere, vettovaglie. Il tutto ai limiti dei pochi granelli di sabbia disponibili per il popolo migrante. Sudamericani, filippini, qualche italiano, molte famiglie, e quindi bambini, nonni, zie insensibili alle sublimi lezioni del giornali sulla prova costume, o sul galateo da spiaggia. E così c’è, immancabile, una discriminazione di tipo razziale e classista tra bagnanti: descritti con rispetto e ammirazione quelli che pagano mille euro al giorno al Twiga di Briatore; respinti con le forze dell’ordine quelli che si portano il panino con la frittata.

Chiusa la spiaggia libera di Laigueglia – scrive ad esempio il Secolo XIX, “Gli irriducibili non si sono arresi e sono partiti all’assalto della vicina Alassio”. All’assalto, proprio così, manovra diversiva, accerchiamento, sfondamento delle linee nemiche e poi, finalmente, il tuffo in mare, una specie di presa del Palazzo d’Inverno, anzi d’estate.

Su altri lidi parte l’eterna lotta contro il venditore abusivo, che aggiunge al difetto della povertà il colore della pelle e la latitudine di origine. In questi casi abbiamo gli arditi da salotto di Casa Pound che fanno le ronde, difendendo il sacro bagnasciuga dove il Puzzone doveva inchiodare gli alleati, oppure Salvini che si fa i selfie coi vigili, in versione mojito e manganello. Poi ci sono i poveri con pretese di consumo culturale, che vanno dove il mare non c’è, tipo Firenze, ma anche lì tignosamente decisi a infrangere il sogno della ripresa italiana portandosi il panino da casa, mascalzoni. Le autorità li hanno annaffiati con gli idranti sui grandini di chiese e palazzi, in nome del decoro. Poi, presente il sindaco Nardella, hanno fatto montagne di merce sequestrata, quella che piace ai poveri, tipo le borse di Vuitton a venti euro, che è meno di quanto lascia di mancia chi si compra una vera borsa Vuitton. L’estate è solo all’inizio, la battaglia infuria, il migrante economico che si avventura da Milano alla Liguria non cede, l’autorità costituita vigila e reprime, i sindaci sfornano ordinanze, i giornali scrivono “dove andremo a finire, signora mia”. Per coerenza, eleganti caicchi carichi di milionari dovrebbero partire dalla Versilia alla volta della Liguria, calare l’ancora, lanciare brioches all’arrogante Quarto Stato, zozzone, che pretende di fare il bagno al mare. Gratis, roba da matti.

mer
19
lug 17

Bravo Recalcati! Curiamo 50 milioni di matti e così rilanciamo l’Italia

Fatto190717Sì, ma le cure? Voglio dire: ottima, davvero notevolissima per rigore scientifico e fluidità d’intuizione la diagnosi del professor Recalcati, pubblicata sulla rivista scientifica Repubblica. Meticolosa l’anamnesi, sopraffina l’analisi, univoca la diagnosi: tutti quelli a cui sta sulle balle Matteo Renzi sono matti. Chi non vuole bene a Matteo e non lo ricorda nelle sue preghiere è matto. Chi dubita di lui è matto. In poche parole: sono tutti matti.

Ora, io ho da fare, ho degli impegni, una vita mia, e vorrei evitare di finire in un ospedale psichiatrico guardato a vista dalla Serracchiani, e quindi mi dichiaro subito renziano di ferro. Dottore, mi dica cosa devo applaudire e io applaudo, giusto per non essere scambiato per matto. Chiarita la posizione personale, veniamo ai problemi tecnici. Io credo che con questa faccenda dei matti si possa davvero rilanciare il Paese. Ecco come.

Censimento dei matti. Prima di affrontare il problema dei matti è meglio sapere quanti sono. Il 4 dicembre si sono autodenunciati 19.419.507 matti. Poi ci sono i matti che non hanno votato al referendum, quelli che non sanno nemmeno chi sia Matteo Renzi e persino molti che hanno votato sì e sono diventati matti dopo. Parliamo di una cinquantina di milioni di persone come minimo. Assumere medici, infermieri, capisala per curare adeguatamente questa massa poderosa di matti assicurerà il rilancio del Paese. Senza contare l’industria del mobile e falegnameria, che dovrà produrre milioni di lettini per analisi. Poi il personale amministrativo, e un fotografo nuovo per Recalcati, che nel suo sito compare ruvido e fascinoso mentre si trattiene gli occhiali, perché ha paura che un matto glieli rubi.

Profilassi e prevenzione. Contrariamente a quel che crede Matteo Renzi, non è che la gente pensi continuamente a Matteo Renzi, e quindi parla male di Renzi (mostrando sintomi di follia) solo quando si parla di politica, sinistra, diritti, economia, lavoro e quelle cose lì. Uno al bar con gli amici può chiacchierare di tutto, dal calciomercato alla pittura fiamminga, e magari solo per un momento dice “Uh, Renzi, che palle!”. Come cogliere il paziente nell’esatto momento in cui dimostra di essere matto? Secondo i miei calcoli, basterebbero tre-quattro milioni di persone dislocate in mercati, pizzerie, musei, balere, scuole, palestre, insomma ovunque. Al primo accenno di follia, il funzionario si qualifica e per il matto scatta l’identificazione, la segnalazione alla Asl di competenza, eventualmente il ricovero coatto.

Psicofarmaci. E’ ovvio che nei casi più gravi, e nelle sindromi acute (la sinistra rivoluzionaria che vuole la terra ai contadini e le armi al popolo, quella di Bersani, insomma) si dovrà ricorrere ai farmaci. Con un rapido calcolo, penso che servirebbero dalle ottocento alle mille tonnellate di Xanax da distribuire o somministrare in vario modo, a D’Alema, per esempio, sparate in siringoni con un fucile da rinoceronti. Per sedare alcuni milioni di elettori del Pd che se ne sono andati (per forza! Sono matti!) si useranno diverse formule, da “Ce lo chiede l’Europa”, (dosaggio Monti), a “Te lo giuro, è di sinistra!”, (protocollo Renzi), fino allo sbarazzino “Il primo Xanax mandorlato”, (ricetta Farinetti).

Problemi tecnici. So cosa state pensando: con cinquanta milioni di matti ci sarebbe un ingorgo burocratico. Controllare che tutti quelli che non amano Matteo Renzi vadano alle sedute, prendano le pillole, non saltino le visite periodiche del dottor Recalcati richiede una quantità immensa di dipendenti. Questo è il vero nodo della questione: per controllare i matti che non amano Renzi saremmo costretti ad assumere anche molti matti che non amano Renzi, essendo questi la stragrande maggioranza del paese. E’ un effetto collaterale non da poco. Pensiamoci, professore!

mer
12
lug 17

“Avanti”, a breve in arrivo anche il film, la serie, il videogioco e il giallo

Fatto120717Il 12 luglio è una data importante nella storia del mondo. Era il 12 luglio quando salì al soglio pontificio papa Felice IV (anno 526), quando debuttarono i Rolling Stones (anno 1962) e oggi (anno 2017), quando esce finalmente il libro di Matteo Renzi che tutti abbiamo già letto tre volte. E’ vero, restano dei brani inediti che ancora non hanno raggiunto il grande pubblico: si tratta di 327 preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) per cui oggi verranno transennate le librerie, distribuite bottiglie d’acqua e regolate le file con la protezione civile. Ma naturalmente siamo solo all’inizio ed è nostro dovere informare i lettori su quel che succederà da qui in avanti, e su come si evolverà la questione del libro dell’ex presidente del Consiglio.

Avanti, il film. Niente cinema italiano, i diritti sono stati acquistati dalla Paramount, che intende produrre un kolossal della durata di sei ore con protagonista Leonardo Di Caprio, molto ingrassato per l’occasione. Per dare credibilità alla figura degli oppositori di Matteo Renzi, gli attori sono stati provinati nelle peggiori carceri americane, tra i serial killer cannibali dell’Oregon. Per le scene di massa si pensa a un reclutamento di comparse senza precedenti: ognuna avrà ottanta euro ma il cestino del pranzo sarà a sue spese (costa 82 euro). Per la parte di Bersani si pensa a Charlie Manson, che avrebbe un permesso speciale.

Avanti, la serie. Prevista in 176 puntate (ma è solo la prima stagione) avrà al centro dell’intreccio lo sforzo riformista di Matteo Renzi dall’inizio della sua carriera politica (a due anni propose di trasformare il seggiolone in un trono), al referendum del 4 dicembre. Chi ha letto la sceneggiatura descrive come molto toccante la scena nel giardino dei Getsemani, quando la minoranza interna si avvicina a Renzi, lo bacia su una guancia e subito arrivano milioni di elettori che lo mandano a cagare. Farinetti fa un cameo in cui impersona Farinetti che fa un cameo e parla dell’ottimismo. Marchionne interpreta Marchionne, ma viste le numerose comparse vestite da operai ha voluto una controfigura.

Avanti, il videogioco. Si tratta di un videogame strategico a turni molto innovativo, infatti c’è solo il turno di Matteo Renzi e gli altri giocatori non giocano mai, ma applaudono forte. Molto efficace il sistema di alleanze in cui la scelta della strategia è praticamente infinita e si può fare fronte comune con Silvio, con Berlusconi, con il Cavaliere, con papi e con il padrone d Mediaset. Vince il giocatore che per primo abbatte a testate tutti gli elettori di sinistra rimasti o, in alternativa, che convince gli altri giocatori di essere Macron.

Avanti, il gioco da tavolo. Una specie di Gioco dell’Oca contaminato da Monopoli e Trivial Pursuit. Il concorrente con la pedina di Matteo Renzi può salvare banche, distribuire bonus a pioggia in cambio di diritti, insultare gli altri concorrenti, inventare giochi di parole cretini, mentire senza ritegno e altro ancora. Non mancano le insidie, per esempio la casella Franceschini (stai fermo un giro solo, tanto poi Franceschini si adegua) e la casella Referendum (stai fermo un giro, ti dimetti, fai le primarie e ti comporti come se non fosse successo niente). Vince chi arriva primo alla fine, a patto che si chiami Matteo Renzi e legge un discorso scritto da Baricco in persona.

Avanti, il giallo. La speciale declinazione “noir” del libro di Matteo Renzi è stata affidata ai migliori esperti del settore: John Grisham si è occupato degli aspetti legali, Don Winslow dei dialoghi e delle scene d’azione (bella l’irruzione nella scuola quando si menano molto forte i docenti), Denis Verdini della parte etico-morale. Un po’ prevedibile il finale, perché come nel giallo classico di ambientazione tardo-vittoriana il colpevole è il maggiordomo, povero Orfini.

dom
9
lug 17

Corruzione di Don Winslow. Recensione su Tutto Libri

 

Tutto Libri mi h chiesto una recensione dell’ultimo romanzo di Don Winslow. Eccola.

WinslowQuelli che vanno a comprare un libro di Don Winslow vogliono trovarci dentro alcune cose, perché lui è il più implacabile autore di noir in circolazione e li ha abituati bene. Loro vogliono drammone shakespiriano, sturm und drang, dialoghi secchi, vite da sbirri, dexedrina, delitti efferati, western, rap a palla nelle auto di pattuglia, e il politicamente corretto picchiato a sangue in un vicolo.

E soprattutto vogliono sapere dove Winslow spingerà questa volta il confine labilissimo e sfumato tra il bene e il male, da che parte tirerà la coperta eternamente troppo corta che si chiama “giustizia”. Diciamolo subito: con Corruzione avranno tutto questo e altro ancora. Soprattutto avranno, da incorniciare e maneggiare già come un classico, il detective Denny Malone, irlandese, armato e pericoloso, la moglie e figli nei suburbi, l’amante in città, i fratelli sbirri Russo, Billy O e Big Monthy in macchina con lui a governare il suo regno di Manhattan North.

Giusto. Cattivo. Marcio.

Le strade sono “le sue strade”, lui sa tutto, vede tutto, non vuole che giri troppa eroina, non vuole che girino armi, non vuole che nella guerra tra i boss della droga le gang, i soldati di Peña e quelli di Castillo si facciano troppi buchi con l’artiglieria. O ne facciano a chi passa per caso. Non nelle sue strade. E’ lui il mito della Da Force, una squadra speciale che si basa su un assunto inattaccabile: la Narcotici pensa alla droga, la Omicidi agli ammazzamenti, ma siccome nella grande città cattiva gli omicidi dipendono quasi tutti dalla droga, Da Force agisce in proprio. Tradotto nella lingua di Winslow significa che Malone fa il cazzo che vuole.

Ora serve un’avvertenza: a parlare di Corruzione si rischia lo spoiler dalla prima pagina ed è un problema. Ma ce n’è un altro: che la storia procede dritta intricandosi con mille altre storie, casi, faccende private, buste che passano di mano, alleanze, tradimenti. Tanto che alla fine non è importante sapere che Malone finisce all’inferno, che scende tutti i gradini possibili, ma perché li scende, e come. Allo stesso modo di come fece ne Il potere del cane e Il Cartello – la memorabile saga di Art Keller – Winslow deve prima creare un mondo, e poi metterci dentro il suo eroe. Che è antieroe, sbirro, delinquente, assassino, giustiziere e aggiungete a piacere, basta mettere tutto quanto nella zozza armonia perfetta di un affresco monumentale, frenetico, esagerato, un quadro di Bosch con dentro New York City, dove dopo ogni orrore c’è un altro orrore, dove sopra un potere corrotto c’è un potere più potente e più corrotto.

E così bisogna dire della luce dell’affresco, del suo ritmo, della ruvidezza della tela e della sicurezza mirabolante del tratto. Nei dialoghi, nelle descrizioni, nelle azioni di Malone e dei tanti personaggi non c’è una parola sfuocata, non c’è un’esitazione. Ogni riga è un’esecuzione, e si finisce per perdonare a Winslow qualche svisata di maniera, qualche sbaffo di hard boiled un po’ ostentato, che del resto fa parte della poetica winslowiana, della sua tematica preferita: l’uomo solo di fronte al mondo cattivo – e diventa cattivo anche lui.

Ma insomma, ecco il punto: il detective Malone, per 500 e passa pagine tese come lo sguardo di un tossico con in mano un fucile a pompa, non fa altro che esplorare confini. I suoi confini, prima di tutto: quando si comincia? Quando si prende per la prima volta una busta di dollari? Quando si ricatta il primo trafficante per farne un informatore? Quand’è, esattamente, che i regolamenti diventano grottescamente stretti e le mani grottescamente libere? E quali confini ancora può varcare uno sbirro irlandese amico dei “negri”, ma implacabile anche con loro, che può essere un bersaglio per ogni “Jamaal” con una pistola in mano? Questa è la speciale discesa agli inferi del sergente Malone, quella privata, addirittura intima.

E poi ci sono i confini assurdi del sistema giudiziario americano: ogni reato è trattabile, ogni pena si può sistemare con un accordo, ogni accordo puòessere superato da un accordo più sporco, ogni giudice è comprabile, ogni avvocato ricattabile. Un bell’ambientino, vero Malone? Proprio il posto tuo.

Ma nell’affresco tutto si legge alla perfezione, ogni dettaglio, ogni particolare, ogni schifezza. E dopo il finale wagneriano, l’impareggiabile gloria che solo i senza gloria meritano, chi è andato a comprare l’ultimo libro di Winsolw starà ancora lì a chiedersi dove tirare la coperta della giustizia. Sempre se esiste, una cosa così.

mer
5
lug 17

Il razzismo “perbene” della classe media: non sono “perseguitati”

Fatto050717Siccome il catalogo delle ipocrisie planetario si arricchisce ogni giorno di più, servirebbe una bussola, un tutorial su YouTube, o almeno un rinnovo periodico del vocabolario. Il trucchetto funziona sempre: se non si riescono a cambiare le cose si cambiano le parole. Le parole nuove vengono ripetute e quindi accettate, e così, ecco che il migrante non è più migrante semplice, ma si divide in migrante perseguitato e migrante economico, con il corollario che il primo è un migrante vero, e l’altro una specie di furbacchione che non vuole lavorare al suo paese, è povero e cerca di esserlo meno andando via di lì.

Col suo piglio neogollista da glaciale sciuparepubbliche il presidente francese Macron l’ha detto meglio di tutti: “Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all’improvviso non c’è più un limite?”. Perfetto e di difficile soluzione, in effetti: come spiegare a gente che borbotta se trova più di tre persone in fila alla cassa dell’Autogrill che ci sono migliaia di uomini e donne che vengono qui sperando finalmente di mangiare qualcosa? Mentre Macron diceva quelle cose (notare l’equazione “cittadini” uguale “classe media”), nei boschi tra Ventimiglia e Mentone era in corso una poderosa caccia all’uomo con i cani lupo alla ricerca di qualche decina di migranti passati clandestinamente in Francia. Scene degne dell’Alabama di fine Ottocento, a poche centinaia di chilometri dalla recente esibizione di grandeur di monsieur le Président.

Dietro le parole, le formule, le riunioni politiche ai massimi livelli, insomma, si certifica e accetta un concetto caro al pensiero liberale: i poveri sono in qualche modo colpevoli di esserlo, e quindi un po’ – lo dico in francese – cazzi loro. Le Le Pen e i Salvini e tutta la compagnia neofascista che ogni giorno starnazza dalle cronache, hanno il loro conclamato razzismo, certo. Ma esiste un razzismo molto più presentabile e pulito, accettabile e incoraggiato, da “classe media” per dirla con monsieur Macron, ed è quello contro i poveri. L’aggettivo “economico” è usato a piene mani per descrivere chi non ce la fa, chi rimane sotto le soglie, chi resta stritolato. Restando alle voluttuose giravolte del vocabolario, non è un caso che i licenziamenti economici nelle politiche del lavoro italiano si chiamino “licenziamenti per causa oggettiva”. Capito? Il mercato è oggettivo, le vite delle persone invece sono soggettive, e quindi (di nuovo) cazzi loro.

Non è niente male come paradosso per iniziare un secolo e un millennio: superate le ideologie (ahahah), archiviata ogni idea di socialismo, di pari diritti, di pari dignità eccetera eccetera, ecco che il mondo – e l’Europa in prima fila – riscopre una grandissima rottura di palle per ceti medi: i poveri. Irritano i migranti economici, in quanto poveri, irritano i turisti low cost che mangiano il panino in strada invece di andare al ristorante, con grande scorno dei Briatore e dei Nardella, irritano i laureati poveri che reclamano una vita più decente, con grande scorno dei Poletti. E’ come se si affermasse (a destra e a sinistra) un nuovo status sociale: l’equazione cittadino uguale ceto medio che Macron ha così soavemente esposto, penetra nelle coscienze. Come la bella Lisa, la prosperosa salumiera de Il ventre di Parigi di Zola, tutti paiono vagamente, persino subliminalmente convinti che il povero “si è cacciato in quella situazione”, e in un piccolo, veloce passaggio logico si trasforma la povertà in una colpa. Ecco spiegata la guerra in atto: una guerra contro i poveri, colpevoli di minare – con il loro colpevole essere poveri – la tranquilla stabilità di tutti gli altri. Non male come modernità: sono cose che si sentivano dire a tavola tanto tempo fa, quando annuendo e dicendo “signora mia”, si passava la salsa allo zar.

gio
29
giu 17

Una, dieci, quaranta Smemo (buon compleanno, eh!)

IMG_0403Avvertenza: qui si parla di un compleanno, o se preferite di un anniversario, e la cosa è scomoda assai, perché in questi casi si finisce sempre al “come eravamo”, per concludere che – maledizione – eravamo più giovani, e di un bel po’. Ma intanto c’è la Smemoranda – la Smemo – che compie quarant’anni. Un’agenda da portare a scuola, o dove volete voi, un corpo contundente di spigoli vivi e peso notevole che nacque, appunto, quarant’anni fa a Milano e oggi abita dappertutto, e non c’è ragazzo, ex ragazzo, signorina, liceale, adolescente di ieri e di oggi che non l’abbia avuta in mano. E siccome quando si compiono quarant’anni c’è una qualche tentazione di bilancio (errore fatale!) si dirà che fin qui la Smemo ha venduto una ventina di milioni di copie, è in qualche modo l’Harry Potter delle agende, magia compresa.

Due le intuizioni geniali, una: farla durare sedici mesi, perché esiste il calendario solare, quello Maya, quello cinese, e anche quello scolastico. E poi (due): vendere un’agenda già riempita. Vignette, disegni, articoli, discorsetti, satira, umorismo, battute, scherzi, vita vissuta raccontata con leggerezza, e l’indice dei nomi degli autori ve lo risparmio, li trovate sul sito, e sono millemila, compreso chi scrive.

In più, metteteci l’antica faccenda della fisica e del peso specifico, perché oltre ad essere un discreto mattone, la Smemo è una di quelle cose che si gonfia col tempo: appunti, disegni, foglietti, pasticci di pennarelli ed evidenziatori, noterelle, battute. Sì è vero, ogni tanto, mettendo le mani su un reperto, potete trovare anche notazioni peregrine come “Interrogazione di italiano” o “Fare equazioni per martedì”, ma è raro, sappiatelo. Può capitare che per dare corso alla frase “Aspetta, prendo l’agenda”, si debba usare una gru, perché la Smemo è anche un contenitore di tutto quel che accade nella vita media di un possessore di Smemo. E dunque una cosa che stringe il cuore: arrivassero i marziani e trovassero, come reperti della nostra civiltà, solo qualche Smemoranda, penserebbero che qui c’era un mondo migliore.

Insomma, la Smemo è ed è stata per generazioni una specie di Recherche proustiana personale di ognuno, zeppa di ricordi, di suggestioni, di segnali del passaggio del presente, con le mirabolanti tappe dell’adolescenza al posto delle madeleine. E lo è tutt’ora, e si prega di non sottovalutare il dato: carta era e carta rimane, ma carta bisvalida e meritoria, in quanto sopravvissuta e coabitante all’arrembaggio dell’elettronica, di Youtube, del web, di Whatsapp e tutto il campionario. Strabiliante.

Altra faccenda portentosa: le cose “de sinistra” che durano da quarant’anni senza perdere appeal, carica vitale (e clienti) si contano sulle dita di una mano, e per quelle che lo hanno fatto con leggerezza e ironia basta un dito solo. Quanti oggetti conoscete c ancora uguali e fedeli a se stessi, pur aggiornandosi, che esistono dai tempi del Clash? Ironia della sorte (e della sinistra, che ne avrebbe gran bisogno) oggi solo la Smemo può dire senza sospirare e senza ridere: “Veniamo da lontano e andiamo lontano”.

E veniamo da Milano, anche, perché la fabbrica delle idee da cui nacque l’agenda “alternativa” (mi scuso) veniva da un terreno fertile assai, che mediava tra cose vive. Il gusto del cabaret milanese dei tempi precedenti (metteteci Jannacci, metteteci Beppe Viola, shakerate), Radio Popolare, Gino e Michele con Nico Colonna e tutti gli altri. Tempi – 1978 – stupidamente raccontati soltanto come funesti, lugubri e “di piombo”, e dove invece schioccavano istinti di genio, intuizioni funamboliche una delle quali, appunto, la Smemo. Era una specie di segno distintivo, di samizdad semiclandestino, ai tempi, ma aveva già i suoi quadrettoni e un’identità forte. Sapeva mischiare, insomma, appartenenza e leggerezza, superpop con i piedi per terra, democratica ma senza menarsela troppo. Chi l’avrebbe detto, allora che più che un’impresa editoriale sembrava una goliardata di spiriti liberi, che avrebbe segnato e contenuto l’éducation sentimentale di milioni di ragazzi? E che quei ragazzi sarebbero diventati adulti conservandole tutte?

Ecco, sì, la Smemoranda è soprattutto roba da scuola, certo, e a scuola si ripassa, no? Perfetto. E infatti niente come sfogliare le proprie antiche Smemo ci restituisce indietro, vivide, le nostre vite giovani. Perché “come eravamo” è solo la premessa di “come siamo”. Sul “come saremo” si vedrà (che paura!), ma probabile che avremmo in mano (in due mani, che pesa!) una Smemo da pasticciare.

mar
27
giu 17

Il lettore rapito. Il testo sulla lettura, la scrittura e il resto, alla basilica di Massenzio

Il Festival Letterature di Roma mi ha chiesto di scrivere e poi leggere un testo inedito. Il tema era: scrittori/lettori, i banditi delle parole. Eccolo (è lungo, non è obbligatorio, conosco gente che non l’ha letto e vive benissimo, ma insomma, a chi interessa…)

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IL LETTORE RAPITO

Grazie a voi che siete venuti qui e grazie a quelli che mi hanno invitato.

A loro grazie un po’ meno, se devo dirla tutta, perché il loro è stato un orribile ricatto. Una richiesta assurda e impossibile e cioè tirare fuori da un cappello – un cappello gigantesco, un cappello immenso – una frase, una citazione, un virgolettato di quelli che mi hanno cambiato la vita, che mi hanno spiegato cos’è leggere, e perché non avrei mai smesso di farlo.

Massenzio2Insomma, mi appello alla benevolenza di voi tutti, se siete lettori capirete che non è facile trovare proprio quella frase, proprio quelle parole che vi hanno aperto il mondo. Sono disposto per questo a tutta la ruffianaggine possibile, al paraculismo estremo, fino a dire: “Ehi! Sono un lettore anch’io, andremo d’accordo!

Ma cosa volete? Che mi metta a cercare per casa l’Isola del tesoro per dire del mio primo salto sulla sedia? Che vada a scavare tra le belle parole degli altri, le frasi a effetto, quelle che magari ogni tanto servono per far colpo, o perché le sai agganciare a una situazione, perché le usi come didascalia, una stupida seduzione:

Venghino, venghino, signori, egli ricorda le frasi dei libri!

 Ma devono essere belle frasi? O bei libri?

Ecco. Ho già fatto casino. Mi dichiaro inadeguato al compito, mi arrendo, ma al tempo stesso intendo vendere cara la pelle e mi ricordo questa frase, che è un inizio, che è una schioppettata, che è una scommessa, e una promessa, e una sfida:

IL 25 MARZO ACCADDE A PIETROBURGO UN FATTO INCREDIBILMENTE STRANO

Ecco, lo vedete. Non è una frase storica, non è nemmeno quello là che si ricordava del ghiaccio davanti al plotone d’esecuzione. Non è nemmeno Holden che dice dei libri che ti hanno fulminato e che vorresti che l’autore fosse tuo amico e poterlo chiamare al telefono ogni volta che vuoi.

No, no, per carità, lascia stare il telefono, dai, ti do la mail…

Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un fatto incredibilmente strano.

E’ l’incipit de Il naso, di Gogol’, che di suo è già una storia assurda: come si fa a perdere un naso? E come fa quel naso a prendere una carrozza e girare per Pietroburgo, staccato dal suo generale, il titolare del naso, il legittimo proprietario? Assurdo, sì, vero. Ma più assurdo ancora è come ci finisci dentro.
Cosa? Un fatto incredibilmente strano? E quale? Dai, su, sentiamo, sbrigati.
Bastardo, Gogol… dieci parole contate, dieci di numero, e sei suo.

Scavate una buca in un bosco, in mezzo al sentiero. Ricopritela di foglie e chi ci casca dentro sarà catturato. Una trappola, una carta moschicida. Perché lui, lo scrittore, al lettore, non dice solo di quel fatto incredibilmente strano, no. Gli dice: dai, ora voglio vedere se non vai avanti. Su, prova a non leggere se sei capace.

Si dirà che è una seduzione, una piccola furbizia per attirare l’attenzione, ma non è solo questo, no. Si tratta di caricare una molla, anzi di più: di generare stupore. Anzi, di più, di generare stupore con le vite degli altri, inventate da zero o prese qui è là, sempre vite degli altri sono.

E non è nemmeno essenziale che lo stupore sia sommo e ineguagliabile, si possono raccontare vite banali, se ne esistono, anche se il dubbio è sempre lì in agguato: se vedete vite banali forse non le sapete raccontare, oppure siete di quel tipo legnoso di lettore, quello che si sforza di non cedere allo stupore, di resistere. Ecco Dostojevskij ne L’Idiota:

Dicono che non stupirsi di nulla sia un segno di grande intelligenza; ma, secondo me, potrebbe essere allo stesso modo un segno di grande stupidità…

Quelli bravi vi diranno che tra lo scrittore e il lettore c’è un patto, è vero, in qualche modo. Ma diMassenzio3 quel patto il lettore dev’essere complice convinto, farsi portare, cascarci dentro, essere disposto a fare la faccia che fa il principe Myškin quando vede il ritratto di Natas’ja Filippovna. Insomma, cadere nella trappola, camminare sulle foglie anche sapendo, anzi di più, intuendo, anzi di più, sperando, di essere davvero catturato.

Ecco i banditi delle parole, quelli che ti rapiscono. Già, perché il sottotitolo di questa serata è ancora più subdolo e carogna… “I banditi delle parole”.

Abbiamo, di questi banditi, foto segnaletiche, o ritratti, o identikit. Ne conosciamo le vite e le passioni. Sono quelli che ti portano in giro per le Halles di Parigi a metà dell’Ottocento, o che vedono Lara sul tram… Lara! E allora corrono, e corrono dietro al tram, e gli viene un infarto, povero dottor Zivago! Sono quelli che guidano la decapottabile su per Hollywood boulevard, ancora un po’ sbronzi dalla sera prima, perché hanno un caso per le mani:

“Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari”,

dice Marlowe.
Sì, i banditi sono questi qui, quelli che ti portano via dove vogliono loro, e tu sei contento di andarci.

Sono quelli che vanno dall’Oklahoma alla California raccogliendo frutta, con la nonna morta sul tetto del furgone, ed era Furore, 1939, sentite qua:

Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque. Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù.

Ecco lo stupore. Ecco che il trucco funziona, ecco che restate, come dicono in Spagna, bocabienti. Ma tu guarda, mi ha rapito, mi ha portato via, in un altro mondo e in un altro tempo e mi ha spiegato il Jobs act.
Bandito anche lui, Steinbeck.

La sua tomba sta al cimitero di Salinas, California. Una tomba come le fanno gli americani, una lastra di marmo per terra e morta lì.

Morta lì è la parola giusta.

Qualcuno – qualche lettore – ci lascia sopra degli oggetti, non solo fiori, anche accendini usa e getta, pacchetti di sigarette. Non sarà come Holden che vorrebbe telefonare al suo autore preferito, però puoi portargli da fumare, anche a uno morto stecchito da cinquant’anni.

Cosa sarebbe questo se non il ringraziamento della vittima – del rapito – al bandito – al rapitore?

Gente strana, i lettori, gente che non si accontenta, e questo è giusto. Ora che i social e tutto quel digitare isterico rendono in qualche modo… telefonabili gli scrittori, come diceva Holden, se ne approfittano.

Esce il libro, lo annunci in rete, oppure pubblichi la prima recensione, oppure dici di una critica. Passano venti secondi, anche meno e sotto, il primo commento, la prima reazione che leggi è:

Bello, bene, e il prossimo? Quando esce?

Annunci che presenterai il tuo libro in un posto. Verona, Bergamo, Salerno centro, che ne parlerai con loro, con i lettori. Passano venti secondi e arriva il primo commento, la prima reazione:

E a Cuneo mai?

E a Trapani non ci vieni?

Lo stupore è reciproco, diventa una partita di ping pong. Io voglio stupirli, e loro stupiscono me. Uno mi ha fatto una specie di scenata: “Tu. Proprio tu. Che io consideravo un sincero democratico, una persona perbene, pacifista, anzi peggio, pacifico, proprio tu conosci così bene le armi da fuoco! Sei affascinato dalle pistole. Che delusione, vergogna!”

Io balbetto, in questi casi.

E’ che scrivo gialli, io. Se vuoi il morto, qualcuno deve restarci secco, è matematico. Se qualcuno resta stecchito lì sul tappeto qualcun altro lo avrà ammazzato, no?

Mi rendo conto che è una difesa debole, ma insomma, io scrivo gialli, o noir, o qualcosa del genere, la pistola è, diciamo così, un ferro del mestiere. Mi aiuta un po’ Chandler, in questo, anzi Chandler che parla di Dashell Hammett:

Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali

Ma qui sta il punto, tra lo stupore di chi si fa rapire, e i banditi che ti rapiscono. Il giallo ha un vantaggio, anzi due. Il primo è che una volta che ti ho rapito, che ti ho tirato dentro, che ti ho detto, come Gogol, che è successo un fatto incredibilmente strano, tu vorrai capire, vorrai vedere come va a finire, e va bene, facile.

Il secondo vantaggio è che lì, nel giallo, nella storia nera, il delitto c’è per contratto, dichiarato, è la base da cui si parte, è il pilastro portante. Il Male, il Bene, il Buono, il Cattivo, sono lì dentro, e tu lo sai prima di cominciare.

Puoi avere buoni di tutte le specie, va molto quello sempre ubriaco con una donna che non c’è più, sporco di rimpianti ma abbastanza duro da non farli diventare rimorsi. Oppure il gentiluomo intuitivo al massimo grado, quello che vede un indizio e lo segue fino a un altro e fino a un altro e poi mette insieme i pezzi.

Oppure il buono muscolare, che fa a cazzotti e sta in piedi a caffeina e pillole.

O la caricatura scientifica del poliziesco tecnologico americano di inizio secolo – questo secolo –: si trova un pelo, lo si mette in un macchinario, anche portatile, una valigetta, e dopo tre minuti, dopo la pubblicità, saprai se il padrone del pelo beveva molto, se andava all’asilo dalle suore, se ha fatto il College a Santa Fé e guidava una Mustang. E’ l’ossessione scientifica, è il Male e il Bene ai tempi del colera tecnologico.

E anche i cattivi sono di tutti i tipi, certo. Ma quel che conta è che tu, lettore, lo sai, io, lettore lo so: il bene e il male sono compresi nel prezzo. Facile no? Ecco, ora bisogna solo mischiarli per bene.

Agitato, non shakerato.

Massenzio1E per quanto mi riguarda, se volete saperlo, la mia ansia di lettore è di finire in posti nuovi già pensati; e che chi scrive, il mio rapitore, il mio bandito, me li faccia pensare meglio. Io voglio finire in un buco, in una fessura, in un’intercapedine dove raramente si va a guardare.

Ecco, un’intercapedine.

Per esempio, resto al noir, al giallo, io voglio entrare – o portarvici, quando scrivo – in quell’intercapedine che c’è tra la Legge e la Giustizia. In quella fessura lì. In quella crepa nel muro. Perché la legge e la giustizia non sono la stessa cosa, non sono in scala uno a uno, sovrapponibili. No. Quello che è legale spesso è ingiusto, quello che è giusto spesso non è legale.

Una volta entrati in questa intercapedine, come Alice che casca nel pozzo, ecco, altri buchi, altri piccoli crepacci che possono inghiottirci. Sì, perché c’è un’altra intercapedine in cui si muove il noir, il giallo, il mistero da sciogliere. Ed è quella tra due giustizie, una di nome, fatta di ricostruzioni, faldoni alti due spanne, i testimoni, le prove, l’avvocato, il Pm, e la pittoresca scritta La legge è uguale per tutti, entra la corte.

E l’altra è la giustizia come la pensiamo noi, il senso di giustizia, quello che abbiamo da qualche parte tra il cuore e il duodeno, o il pancreas, che ne so, che ti fa dire: “oh, che ingiustizia!”, “Oh, ma questo non è giusto”.

Ecco, il bravo bandito, il rapitore migliore, è quello che ti porta lì.

Va bene il “Chi”, bello scoprirlo, bello indagarlo, elementare, Watson; ma noi lettori, noi rapiti grati al rapitore, vogliamo il “Come”, il “Perché”, soprattutto il perché.

Che ci sia il Bene, che ci sia il Male, c’è scritto in copertina, nella collana di questo o quell’editore, nel nome dell’autore. E’ un giallo, gente, ovvio che qualcuno si farà male.

Ma il perché il Male fa male e il bene cerca di metterci una pezza e di punirlo, e di beccarlo, devi cercarlo dentro.

Ecco, dentro quelle intercapedini lì, in quelle fessure, in quelle spaccature del terreno, cascano, o inciampano, o scivolano senza volere, le vite degli altri che ci interessa leggere, i mondi in cui veniamo rapiti, i perché di tutto.

E’ quando si verifica questo incontro tra la trama tessuta dal bandito e la voglia di sapere, di capire del lettore, che il famoso patto viene rispettato.

E’ una specie di mesmerismo, di magia. Con i suoi trucchi o le sue sfide, con i suoi, “Dai, su, vieni a vedere cosa succede qui, vieni a scoprire questo fatto incredibilmente strano”, lo scrittore ti ha preso, e ora che sei dentro è tutto diverso.

Sì, sì, va bene, non facciamola lunga, sei sempre tu, sei sempre in treno, in poltrona, sul letto, su una panchina col tuo libro in mano, e intanto però sei anche al gran ballo dell’ambasciata, o su e giù per le Langhe con la mitraglia in spalla come Johnny o Milton. Sei sempre tu, certo, ma non sei mica tu. Sei sempre lì, ovvio, ma non sei mica lì, magari sei a Madrid e non hai voglia di tornare a casa, e bevi in un posto pulito, illuminato bene, oppure sei nella tua villa bellissima e guardi dall’altra parte del lago e vuoi vedere la luce verde, che non vedrai.

O sei un qualsiasi Buendìa a scelta… e allora, come dice Marquez, ecco che succede qualcosa:

L’aria aveva una densità ingenua, come se l’avessero appena inventata.

Meraviglia! E’ questo leggere? E’ questo scrivere? Posso cavarmela dicendo che non lo so?

Posso dire che leggendo Zola a un certo punto ho amato monsieur Saccard, e pur sapendo che il disastro sarebbe arrivato, sicuro come l’oro, anch’io non avrei venduto le azioni dell’Universale, che anch’io puntavo al rialzo, al corso di tremila franchi, alla finanza che conquista il mondo, alla speculazione? Che imbecille, vero?

E non vi dirò di quella volta che mi fermai a fare benzina e finii per ammazzare il marito di lei, per pura passione di lei, roba da matti, col postino che continuava a suonare.

O di quando ho capottato con la macchina in mezzo alla neve e mi ha salvato una lettrice – proprio una lettrice – e mi ha rapito lei, questa volta, prendendomi a martellate perché quella scema di Misery non doveva morire.

E poi quando siamo andati a fare la Resistenza sulle montagne e a catturare fascisti da scambiare col nostro amico solo perché ci dicesse, poi, alla fine di tutto, cosa c’era davvero, esattamente, tra lui e Fulvia. Tutti qui seduti abbiamo detto almeno una volta nella vita insieme al Milton di Fenoglio:

Fulvia, a momenti mi ammazzavi!

Ecco, ho finito senza dire niente, perfetto, giusto così.

Sapete cosa c’è scritto sulla tomba di Leonardo Sciascia, a Recalmuto? C’è scritto:

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.

Accidenti.
E’ vero. Ce ne ricorderemo, e non solo della vita nostra – che ovviamente rivedremo tutta come un film, che cazzata – o dei vicini, degli affetti, degli amori, degli amici, dei figli. Ma ci ricorderemo sempre anche di altri che stanno, che stavano, in questo pianeta. I banditi delle parole, quelli che ci hanno rapito e portato con loro chissà dove, in mezzo alla campagna inglese, nella steppa, nella giungla, in macchina a Palm Springs con un’avventuriera bella da mozzare il fiato, a sparare a qualcuno, o esserne sparati, e in tutti quei posti dove siamo stati a vedere gente che cascava nelle intercapedini, nelle fessure, nei crepacci.

Da lì, abbiamo preso anche quello che siamo, non tutto, ma un bel po’.
Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.
Sì, sì, sicuro.
L’ho letto da qualche parte.

(Roma, Basilica di Massenzio, Festival Letterature, 26 giugno 2017)

 

dom
18
giu 17

I racconti “de paura” di Mark Haddon. Recensione su Tutto Libri

Qui la recensione per Tutto Libri dei nove racconti di Mark Haddon, “I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura” (Einaudi)

HaddonSe vi chiedete perché diavolo qualcuno leggendo un libro sotto l’ombrellone dovrebbe prendersi paura – ma paura vera – siete nel posto sbagliato. Mentre invece siete nel posto giusto, giustissimo, se pensate che la dissezione del Male, la sua descrizione quasi cronachistica, chirurgica, implacabile e feroce sia qualcosa di prezioso; e allora questo “I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura” di Mark Haddon vi conforterà (si fa per dire, non c’è niente di confortante o confortevole, anzi).

Mark Haddon, inglese di Northampton, che vive a Oxford, classe 1962, è quello del successo mondiale “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, insomma, uno di quegli autori attesi, di cui il lettore si chiede: “vediamo un po’ dove va a finire ‘sto tizio”. E a giudicare da questi nove tesissimi racconti, tirati come funi sul precipizio, dove andrà il narratore Haddon ancora forse non lo sappiamo (meglio, potrà sorprenderci di nuovo), ma sappiamo bene dove ha portato noi: in un territorio in cui la ferocia del vivere è descritta senza orpelli che ne smussino gli angoli, in cui la morte è una cosa implacabile e per nulla affascinante. Anzi puzza, ferisce, annienta.

Si comincia con il crollo del pontile su una spiaggia della Manica e già si capisce a cosa si va incontro. Il racconto ha la calma frenetica, o la frenesia apparentemente didascalica, dell’emergenza in corso, le descrizioni sono spaventose, il ritmo è scandito – l’orrore supplementare è che cominciamo ad esserci abituati – dal passare delle ore e dal conto delle vittime. Ogni vita è a sé, ogni morte è a sé, sembrerebbe la cosa meno letteraria del mondo, e invece.

Sospesi tra la quotidianità del disagio e dell’emarginazione (Bunny, La pistola, Respira) e l’esotismo d’avventura (il racconto che dà il titolo alla raccolta), addirittura tra la fantascienza (La lupa e il picchio) e l’impasto mitologico (L’isola), i racconti di Haddon, tutti e nove, brillano per un particolare che non è un dettaglio. C’è pochissima, quasi niente, di quella pietà preconfezionata che troviamo nei libri al cospetto della disgrazia, dell’inizio della fine, del cedimento strutturale del vivere. E se il crollo del pontile sembra scandire come un cronometro le tappe veloci del disastro, lo stesso pare accadere alle vite dei vari personaggi. Struggente ma raggelante, per esempio, la discesa agli inferi di Bunny, il grassissimo ragazzo di periferia alle prese con la sua solitudine e la sua stazza, che crede di trovare l’amore (e chissà, magari lo trova) per venirne ucciso. Oppure il gorgo – giù nel cesso – in cui finisce la vita di Gavin (in Selvatico), borghese di successo che ammazza uno sconosciuto la notte della vigilia di Natale, e da lì parte la sua fine. O ancora lo strabiliante, agghiacciante realismo con cui si descrive il ritorno a casa di Carol, il suo impatto con il disagio e il lasciarsi andare della vecchia madre, un disHaddonTTL170617egno dolorosissimo dell’oggi (o del domani: saremo vecchi, saremo poveri, saremo abbandonati) che a dispetto del finale onirico-lovecraftiano, fornisce, anche, uno spaccato sociale precisissimo, dolente, attuale.

Ogni storia di questa raccolta mette il lettore davanti a uno scivolo, quello dove possono finire le vite – le vite di chiunque, si direbbe – quasi senza preavviso e sempre senza remissione. E forse non è un caso che i racconti più riusciti siano quelli ambientati qui e ora, nelle periferie inglesi così simili alle periferie di tutti, nei casermoni brutti, nei prati non falciati, nei ragazzini sottoproletari che se ne vanno in giro con una pistola tra le tangenziali e i boschi dei suburbi, nell’uomo sconfitto che sente di invecchiare in solitudine, muoiono i cani, la vita scivola verso la fine dello spettacolo.

Sarà che Haddon ha l’età giusta per avere respirato quell’aria tanto tempo fa, oppure sarà che certe ambientazioni proletario-britanniche portano direttamente a quei luoghi, ma si sente nello scrivere di Haddon il respiro No-future che ebbe il punk più devastante, quell’attrazione per il Male senza redenzione e al tempo stesso quella contemplazione del degrado che fece di quella poetica un manifesto – anche estetico – della sconfitta eternamente in agguato.

mer
14
giu 17

Fasci, neonazi, svastiche: il maiale in cucina ha iniziato a puzzare

fatto140617Colpo di scena, tutti stupiti che ci sia ancora la destra. Grandi oh! di sorpresa, analisi messe su in fretta e furia per spiegare il contrario di quello che si era spiegato fino al giorno prima. Questo ci ricorda due cosette da nulla: la prima, il blocco sociale della destra c’è, esiste, non se n’è mai andato. La seconda, i voti di destra che Matteo Renzi aveva programmaticamente detto di voler attrarre (testuale: “Se con i nostri voti abbiamo non vinto, per vincere davvero i voti li andiamo a cercare di là”) non sono arrivati, non arrivano mai, preferiscono l’originale, seppur sbiadito, alla copia, com’era prevedibile (e come si è ripetuto fino alla nausea, avendone sempre in cambio sberleffi e contumelie, vabbé).

La mucca in corridoio di Bersani ora è una mandria, difficile non vederla. E in più, per restare alla metafora, c’è qualche maiale in cucina.

Tipo gli eletti di Casa Pound, per dire, o la lista Fasci Italiani del Lavoro che prende il 10 per cento in un paesino vicino a Mantova con tale Fiamma Nerini, 20 anni, ragioniera. Consiglio un viaggetto tra le pagine Facebook sue (ma ora le ha chiuse), del padre Claudio Negrini, fondatore del movimento, e del movimento stesso, posti dove si festeggia la presa di Addis Abeba, per dire dell’aderenza al presente e dell’odore di olio di ricino.

Come sia possibile che l’immagine di un fascio littorio compaia su un simbolo elettorale, venga stampato su una scheda e addirittura votato da 334 persone che nel caldo afoso della bassa hanno scelto una granita alla merda, è una cosa che dovrebbe spiegarci il ministero degli Interni. Si vede che la battaglia per il decoro non è ancora arrivata alle schede elettorali e si limita ai diseredati.

Naturalmente si può minimizzare, archiviare tutto come marginalità folkloristica, cavarsela con l’irrisione della macchietta, sorridere davanti alle cartoline del Ventennio, cose che in effetti qualche risata la strappano. E però i segnali si moltiplicano, le barzellette in orbace si affacciano alle cronache sempre più spesso, al punto che passa la voglia di sghignazzare. La torta con la svastica con cui Casapound di Lodi ha festeggiato il compleanno di un suo dirigente è piuttosto indicativa. Risultano le allarmate proteste delle comunità ebraiche italiane e poco altro, come se ci si trovasse al cospetto di un cretino che si veste da Uomo Ragno o una goliardia da gente che ha studiato poco. Insomma, si lascia correre (non risulta sia arrivata la polizia, ecco). A Roma, i cartelli contro i negozi stranieri affissi dai bellimbusti di Azione Frontale (urca!) sono passati via come una bravata. Anche lì non risultano retate. A Milano, città Medaglia d’oro della Resistenza, un manipolo di

Lealtà Azione ha pensato bene di andare al Cimitero Maggiore a fare il saluto romano ai camerati defunti. Gli stessi che qualche giorno dopo hanno partecipato a un’iniziativa (contro la pedofilia, andiamo, chi non è contro?) che ha ottenuto il patrocinio del municipio 7 della città. Dunque, ci è toccato pure vedere il logo dei filonazi accanto a quello del Comune, che si è poi fortunatamente – e dopo molte proteste – dissociato. E questo senza contare i periodici spettacolini con labari e gagliardetti, o i concerti dove si canta di difesa della razza.

Si sa che i paragoni storici valgono quello che valgono, l’Italia non è Weimar, una ragioniera della pianura mantovana non è un pittore austriaco coi baffetti da pirla, quelli che tagliano la torta con scritto Sieg Heil! non invaderanno la Polonia, d’accordo. Però si sappia che il virus è in circolo, che quotidianamente si infrange la legge inneggiando alle peggiori pagine della nostra storia, e che chiudere un occhio, anche due in certe occasioni, non ha frenato il fenomeno. Che il maiale in cucina, insomma, puzza un bel po’.

lun
12
giu 17

Torto marcio. L’intervista alla Radio della Svizzera Italiana

Qui c’è la bella intervista che mi ha fatto Rossana Maspero per Millevoci  della Radio Svizzera Italiana. Grazie (mp3)

MillevociRSI120617-2

 

mer
7
giu 17

Venghino signori! Comincia lo show del compagno Renzi

fatto070617La parrucca canuta e la barba finta sono già state consegnate a Ringnano sull’Arno, pronte per l’uso. Nel caso clamoroso che Jeremy Corbyn riesca nell’impresa di vincere le elezioni inglesi, Matteo Renzi è pronto a trasformarsi nel Corbyn italiano, dopo essere stato il Valls italiano, l’Obama italiano, il Marcon italiano e altro ancora. Già si affacciano timidamente su twitter i primi segnali della nuova trasformazione, per ora soltanto sottoforma di esternazioni “simpatiche” di portavoce ed esperti di comunicazione (!). Non che stupisca la coerenza ad assetto variabile: sono passati solo due anni (elezioni inglesi del 2015) da quando gli stessi strateghi renzisti spiegavano la sconfitta del timidissimo e conservatorissimo candidato Labour Miliband con un esilarante: “ha perso perché troppo di sinistra”. Ora che Corbyn (che è di sinistra davvero) rischia di vincere, o comunque di prendere più voti del suo predecessore, ecco in rampa di lancio il nuovo travestimento. Il vocabolario politico andrebbe aggiornato: più che trasformismo, qui si tratta di applicare la dottrina Fregoli: più cambi d’abito in pochi minuti.

Dai vapori delle strategie elettorali che scaldano i motori comincia a distinguersi un vecchio, caro ritornello, una cosa che si è conficcata nelle orecchie degli italiani come quelle canzoncine pop che ci allietano l’estate e che fischiettiamo anche se ci sembra di non averle mai ascoltate davvero. Insomma, ecco che s’avanza la solita tiritera del “voto utile”, dove “utile” si può tradurre che bisogna darlo al Pd.

Più la pattuglia alla sinistra di Renzi (non che sia difficile stare alla sinistra di Renzi, eh!) si avvicinerà minacciosa alla soglia del 5 per cento, più i toni si faranno suadenti, disponibili, accomodanti. In pratica, se il Pd renzizzato si renderà conto che può avere un’emorragia di voti a sinistra, più il blogger di Rignano dovrà organizzare uno dei suoi travestimenti più arditi: fingersi di sinistra pure lui, addirittura lui. Non so se TiketOne vende già i biglietti, ma ne voglio un paio di prima fila, perché lo spettacolo sarà imperdibile.

Fin’ora la strategia semantica della cordata che ha conquistato il Pd è stata abbastanza semplice: vendere come “di sinistra” provvedimenti ultraliberisti e cancellazione di diritti. Un gioco di prestigio che ha funzionato soltanto per qualche mese e poi si è sciolto come un gelato nell’altoforno: prima qualche elettore, poi molti, poi un paio di milioni, si sono accorti che scrivere la legge sul lavoro insieme a Confindustria e andare in giro a dire che si tratta di una legge di sinistra era una discreta presa per il culo. Che abbracciare il “modello Marchionne” non era proprio una cosa geniale. Che farsi periodicamente salvare da Verdini non era esattamente nel dettato teorico gramsciano. Che cancellare la tassa sulla prima casa anche ai cumenda con villa di diversi ettari non era precisamente una lotta alle diseguaglianze.

Ora si apre un periodo, assai divertente, di bastone e carota. La linea è già tracciata: da un lato screditare l’avversario (definire “sinistra radicale” una formazione che ha come riferimento Pisapia è semplicemente ridicolo), dall’altra gettare brioches al popolo, fingersi dialoganti, archiviare il vecchio arrogantissimo (e scemo) “ciaone” per sfoderare un grottesco “compagni, parliamone”. Insomma, quello che da anni si allea con Berlusconi, che concorda con lui fallimentari riforme, che inventa con lui leggi elettorali incostituzionali, verrà a spiegarci che è colpa della sinistra se alla fine farà un governo con Berlusconi. Per cui consiglio di preparare i fazzoletti: il “Renzi-torna-di-sinistra-show” sarà uno spettacolo circense di grande presa, più dell’uomo cannone, più della donna barbuta, più delle magliette gialle al terremoto. Venghino, venghino, portate i pop-corn.

lun
5
giu 17

Viaggiare in giallo, la pagella di Antonio D’Orrico (tutti promossi!)

Qui c’è la recensione dell’antologia Viaggiare in Giallo di Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della Sera

la Lettura040617

mer
31
mag 17

L a pazza estate: vedremo Orfini scrivere “Vota Matteo” sulle vongole

Fatto310517Ho il timore che si studieranno per anni, specie nelle facoltà di psichiatria e nei centri per il disagio comportamentale, gli effetti di una campagna elettorale estiva sul popolo italiano. Il tasso di litigiosità, già altissimo, supererà le soglie di allarme rosso, il caldo ecciterà gli animi, basterà occhieggiare in spiaggia il vicino d’ombrellone con le infradito “Vota Alfano” per fomentare terribili faide sul bagnasciuga. I primi stambecchi con scritto “Vota Silvio” avvistati dai turisti sulle Dolomiti creeranno scandalo e indignazione, ma anche molta invidia tra gli avversari, che tenteranno di scrivere “Vota Matteo” sulle vongole, un lavoraccio di cui sarà incaricato Orfini.

Nelle redazioni dei talk show è il panico. Gente che è arrivata alla fine di maggio sui gomiti, trascinandosi con la lingua fuori per le cazzate sentite e trasmesse in inverno e primavera, si vedrà annullare ferie e permessi: tutti in onda a ferragosto! Per portare il pubblico plaudente negli studi televisivi si rastrelleranno gli anziani nel centri commerciali. Prime stime delle falangi della propaganda: i Cinque Stelle quasi padroni assoluti in campeggi e spiagge libere, fastidiosi come testimoni di Geova, pronti all’evangelizzazione delle coste. I renzisti in fila nelle città d’arte, o appostati ai caselli autostradali intasati, intenti a spiegare ai viaggiatori che se avesse vinto il Sì la coda non ci sarebbe. I berlusconiani, anzianissimi, in decorose pensioncine, destinati ad incontrarsi con pensionati del Pd sulla battigia, agevolando il colpo di sole che li convincerà di essere in fondo fratelli, e benedire le larghe intesa già conclamate.

La promessa elettorale cambierà la sua natura, i programmi scoloreranno come il giornale lasciato sul parabrezza sotto il sole, a quaranta gradi. Cambiano le priorità, insomma. Va bene il welfare e le pensioni, ok, buoni argomenti. Ma a un certo punto, in macchina a sessanta gradi all’ombra, con i bambini che frignano e la spia dell’acqua accesa, sarete disposti a votare chiunque vi trovi un posto auto vicino al mare a Gallipoli.

Ci saranno innumerevoli problemi di linea politica. La svolta animalista di Berlusconi si applicherà anche al fritto di pesce o resterà circoscritta gli agnellini per farsi la foto a Pasqua? Michela Brambilla perorerà la causa dei pescespada? E Matteo da cosa si travestirà questa volta? Nel caso in Gran Bretagna dovesse vincere Corbyn (i sondaggi sono sorprendenti) si presenterà come il Corbyn italiano? O continuerà a recitare la parte del Macron italiano? O girerà per gli stabilimenti balneari presentandosi semplicemente come il Renzi italiano? (in questo caso mi porterei la scorta). Dramma per i leghisti. Sceglieranno le spartachiadi di polenta nei rifugi alpini dove credono di giocare in casa, o si spingeranno al Sud in omaggio alla linea salviniana di farsi prendere a pomodori sotto la linea gotica per poi fare le vittime?

E la sinistra, riuscirà a mettere d’accordo le sue millemila formazioni per superare l’assicella del cinque per cento adottata proprio per farla fuori, insieme ad Angelino buonanima?

Il combinato disposto campagna elettorale/sagre paesane aggiungerà delirio a delirio. Sarà un tripudio dada-ideologico tra festivalini improvvisati, feste della birra riformista, miss maglietta gialla bagnata, microconvegni in bermuda e crema solare su “i destini dell’Europa”, seminari sulla decrescita felice, arruolamenti in massa di venditori di cocco fresco, gazebo torridi, comizi negli autogrill. Sarà un inferno e al tempo stesso una spettacolare sagra della demenza, l’allegria dei naufragi, la fiera degli endorsement strappati all’intellettuale, all’attore, al cantante, allo scrittore mentre affettano il cocomero, in ciabatte e occhiali scuri, destituiti di ogni autorevolezza nell’assurda estate del nostro scontento.

mer
24
mag 17

Il mio detective per caso (talvolta) ha torto marcio

Tutto Libri de La Stampa mi ha chiesto un “Diario di scrittura”. Qui si spiega com’è nato Carlo Monterossi e tutto quello che, più o meno, gli gira intorno…

TuttoLibri200517

mer
24
mag 17

Il dibattito pubblico lo conferma: esce Lsd dai rubinetti

Fatto240517Caro direttore, amici lettori, autorità competenti.

Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.

L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.

Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.

Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.

Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.

gio
18
mag 17

Torto marcio, “io l’avevo detto” e raccontare Milano (e tutto il resto)

TortoMarcopag60Ecco del buon materiale su una cosa di cui si parla sempre quando si presenta Torto marcio e si chiacchiera con i lettori: com’è raccontata Milano? Tu come la racconti? E’ una domanda che mi piace (sì, la narrazione corrente, un po’ ideologica su “Milano capitale morale” è falsa e cieca, oltre che un po’ ridicola), ma anche difficile, perché la città, la società in cui la storia si svolge, non è uno scenario in cartone, è roba viva, vera, che accade veramente, non un trucco narrativo.

Come sa chi l’ha letto, parte di Torto marcio si svolge nelle case popolari Aler intorno a piazza Selinunte, che è un universo a sé. Si parla, nel libro, di un racket di case popolari, di occupazioni controllate da un’associazione a delinquere (nel libro sono calabresi), di disperati che vogliono un tetto sulla testa e che si rivolgono ai delinquenti perché nessun altro glielo dà. Ieri si è conclusa a Milano un’operazione di polizia, proprio in quelle case, in quelle vie, e si è scoperto un racket degli alloggi popolari (erano egiziani, non calabresi…) esattamente identico a quello descritto in Torto marcio.

Io l’avevo detto, insomma. Ma non è questa la cosa importante (lui l’aveva detto, e chissene…). Mi sembra più interessante che si sveli quello che dice, in fondo Torto marcio. Attenti, a pochi metri dalla città scintillante che state raccontando c’è questo. Si legge e si sa solo in presenza di qualche caso di cronaca nera, indagini, arresti. Ma quelli, i dannati della terra che abitano lì, i vecchi poveri, gli immigrati poveri, stanno lì tutto l’anno, tutti i giorni. Le diseguaglianze aumentano (altra coincidenza, l’ha detto ieri il rapoorto Istat, altro caso in cui posso dire io l’avevo detto, non che ci volesse molto, lo diciamo in tanti, da tempo).
Grazie a Repubblica che si è accorta di un libro uscito da poco e che racconta quello che succedeva lì prima che arrivassero legge & giustizia. Ma io lo so, e lo dico: passata la buriana, finite le indagini, tornata la calma, laggiù, alle case Aler di San Siro e ovunque le diseguaglianze mordono la gente, tutto tornerà come prima.

I riflettori torneranno sulle belle vetrine, la moda il design. Milano.

REPMI180517completo

 

mer
17
mag 17

La morte della decenza: Renzi e le magliette gialle sui luoghi del terremoto

Fatto170517

Ora che Roma è linda, pulita e scintillante grazie alle montagne di rifiuti raccolte da Matteo Orfini e dai suoi boys in maglietta gialla, si può passare ad altro: le frontiere della propaganda sono mobili e veloci. Via, si passa al terremoto, inteso come opportunità di marketing.

La chiamata alle armi viene direttamente dal Capo Renzi, su Facebook, appello accorato e ordine di mobilitazione. L’adunata è per tutti i militanti, dai deputati in giù, che andranno (cito il sacro testo) “Ognuno in un Comune diverso di quelli colpiti dal sisma”. A fare che? “Ad ascoltare, a fare il punto, a portare la testimonianza di un impegno concreto”. Insomma, niente ramazze, stavolta dovrebbero bastare le orecchie. Il Pd vuole “ascoltare” i bisogni delle popolazioni terremotate del centro Italia.

La stampa nazionale, almeno ieri, ha fatto finta di non sentire. Se si va a leggere la stampa locale, però, i commenti all’iniziativa “magliette gialle al terremoto” vanno dall’incredulità all’insulto fiero e contadino di quelle terre. Gente che si firma con nome e cognome, moltitudine di cittadini in forte disagio, non ascrivibili certo alla canea dei troll della rete.

Ma riassumiamo: Il Pd siede al governo con preminentissima posizione di comando. Il commissario straordinario al terremoto, Vasco Errani, è stato nominato da Renzi. Le quattro regioni colpite dal terremoto sono governate dal Pd. Decine e decine di comuni colpiti hanno sindaci del Pd, spessissimo brave persone che dall’agosto scorso lavorano giorno e notte per i loro cittadini messi in ginocchio dal sisma.

E con tutte quelle orecchie in loco, ora ecco che si indossa la maglietta gialla e si va “a ascoltare”.

Strabiliante. Matteo Renzi ci sta dicendo che non basta governare un territorio (regioni, comuni, frazioni) per conoscere la situazione dei cittadini che ci vivono. Bisogna andare lì in divisa (gialla) a “fare il punto”. Propaganda offensiva, per chi sta lì, uno sberleffo, uno schiaffo.

Per agevolare nella trasferta i deputati del Pd chiamati all’appello, possiamo consigliare qualche luogo d’interesse in zona. Vadano per esempio negli alberghi sulla costa, dove migliaia di persone sono state ospitate perché non gli si volevano dare container, ma le famose casette, che non arrivano, quando arrivano vengono sorteggiate. E ora che gli albergatori della costa rivogliono le stanze, che parte la stagione, i cittadini terremotati sono costretti a nuove diaspore tra campeggi e famiglie divise qua e là. Per il pranzo consiglio un ristorante di Pieve Torina, il Vecchio Mulino, che ha tenuto aperto tra mille eroici sforzi per sfamare soccorritori e operatori della protezione civile servendo migliaia e migliaia di pasti, indebitandosi perché lo Stato non paga la convenzione. Se piace la montagna, visitare Amandola, specie l’ospedale. Oppure Ussita, posto bellissimo, dove il sindaco si è dimesso perché dice che lì non si ricostruirà più. Oppure andare a comprare strepitosi formaggi da quegli allevatori che già a fine agosto di un anno fa dicevano: occhio che nevicherà, non abbiamo le stalle. Lo dissero per mesi, videro le bestie morire al gelo, gli appelli inascoltati. Ecco, chissà loro che faccia faranno vedendo delle “magliette gialle” che vanno “ad ascoltare”.

Ora è chiaro che viviamo una perenne campagna elettorale fatta di colpi di sceneggiate, trovate propagandistiche, alzate d’ingegno, e va bene. Ma scherzare con gente che dorme a 50-80 chilometri da dove lavora, che non sa dove dormirà tra una settimana o tra un mese, che un lavoro magari non ce l’ha più, che si rimette in piedi la stalla con le sue mani, che aspetta la casetta promessa per Natale, poi per primavera, poi per mai, ecco forse è un po’ troppo. Meglio fermarsi, se non per opportunità politica, almeno in nome della decenza.

mer
10
mag 17

“M Factor”, ecco tutti i candidati del talent per il Macron italiano

fatto110517Tutto pronto per le finali di M Factor, il talent che incoronerà il Macron italiano. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Istituto Zelig, presenta le schede dei concorrenti che si esibiranno nei prossimi giorni. Sarà una gara dura ma corretta, ecco i partecipanti.

Salvatore Macron – Pizzaiolo a Posillipo, mostra sul palco la sua camminata elastica e il sorriso da sciupafemmine finto-timido. Nel discorso di candidatura ricorda la sua famosa pizza cozze- polenta, simile all’equazione Flessibilità-Europa del presidente francese. Poche chances di vittoria, ma una naturale simpatia che forse gli varrà una candidatura nel Pd, dove però dovrà fingersi toscano.

Matteo Macron – E’ il vero favorito. Ha già vinto molti talent tra cui B Factor (il Blair italiano), O Factor (l’Obama italiano, senza cravatta), V Factor (il Valls italiano, per l’occasione in camicia bianca), C Factor (il Cameron italiano, giacca blu), e altri li ha persi malamente (R Factor, il Referendum italiano). Al contrario di Macron ha alle spalle un partito, ma sta facendo di tutto per ucciderlo. Difficile la collocazione politica: come Macron è fortemente liberale, tranne al giovedì alle dalle quattro alle cinque in cui si finge laburista mentre fa pilates. Fortemente europeista quando conviene, toglie le bandiere dell’Europa quando non conviene. Qualche difetto nel suo discorso di candidatura quando ha citato i grandi pensatori che hanno influenzato il suo pensiero: La Pira, Mazinga, Baricco, Giucas Casella, Marchionne e Paperoga. Evitasse calembours e giochi di parole scemetti potrebbe avere qualche possibilità.

Federico Macron – Di lui si sa pochissimo, se non che è molto giovane, che è entrato nella direzione del Pd perché è molto giovane, e che crede che il colore del 25 aprile sia il blu, perché è molto giovane e non studia. Si definisce “quasi Millennial”, perché ha chiesto a papà 850 euro per andare a Milano a sentire il discorso di Obama. Un vero Millennial ne avrebbe chiesti mille.

Mario Macron – Già noto come Mario Monti, vanta molte analogie con il presidente francese, prima tra tutte l’essere stato acclamato come un salvatore della patria senza avere partiti alle spalle, ma solo banche. Di lui si ricorda il loden e quei pochi deputati di Scelta Civica o come diavolo si fanno chiamare adesso. Le sue chances sono ridotte dall’età avanzata e dal fatto non secondario che al solo vederlo gli elettori estraggono collane d’aglio e cornetti rossi, quindi a differenza di Emmanuel Macron e di Matteo Macron un po’ di rosso c’è.

Ursula Macron – Impiegata di banca di Vercelli, vanta molte analogie con il presidente francese: ha infatti un camera un poster della famiglia Rothschild, non è né di destra né di sinistra, non ha un partito alle spalle e sottolinea nel suo discorso una sincera passione per l’Europa di cui conosce una brasserie a Montmartre e le ramblas di Barcellona.

Enrico Macron – Secondo alcuni critici sarebbe il più vicino all’originale. Tra l’altro, insegna in Francia dopo essere stato sfrattato dal governo da un altro concorrente del talent, Matteo Macron. Purtroppo, posato e timido com’è, non partecipa alla gara, un po’ per modestia e un po’ perché, a differenza degli altri, non è mica matto.

Silvio Macron – Cabarettista nato, a suo agio sul palco, dice di aver già fatto quello che ha fatto Macron, cioè vincere con un partito creato in sette minuti. La sua conoscenza delle canzoni francesi degli anni Sessanta gli dà qualche chance, a cui si aggiunge il sincero odio per Matteo Le Pen. Nel suo discorso di candidatura però ha malamente tradotto lo slogan “En marche” con un rivelatore “Ci marcio”. E’ decisamente anziano, ma se potesse fondere tutte le fidanzate degli ultimi 20 anni in una sola donna, lei avrebbe 12.347 anni.

mer
3
mag 17

Il nuovo gioco dell’oca dell’omino forte: tattiche tante, strategia zero

fatto030517Si riparte. Un nuovo inizio. In cammino. Pronti via. Il mood del nuovo Pd neo-renzianissimo che esce dalle primarie somiglia alle regole dell’hockey dove ci sono le espulsioni a tempo: fai un fallaccio, esci tre minuti e poi rientri. Perdi un referendum, stai fuori cinque mesi, poi torni in campo come un campione, tutto è perdonato, un poderoso reset cancella le gesta precedenti dell’eroe per darci un eroe nuovo di zecca. Un po’ come se Otello, strangolata Desdemona, se ne tornasse qualche mese a casa e poi dicesse: ok, rifacciamo la scena da capo! Nel Pd non si rifletterà troppo su certi trascurabili dettagli, per esempio sul fatto che il Renzi “di lotta” del 2013 prese 650.000 voti in più del Renzi “di governo” del 2017, ma insomma pare che le primarie del Pd vengano vendute come un lavacro delle passate sconfitte.

Ora si vedrà come il partito dell’omino forte si getterà nella battaglia, anche se già un paio di solenni minace sono state pronunciate: si occuperà di scuola (una specie di recidiva) e sarà più presente in rete, il che significa una recrudescenza di quella stucchevole schermaglia fatta di sberleffi, troll, provocazioni, verità adattate alla bisogna , #ciaone, eccetera eccetera. Sarà uno spettacolo, non scordatevi i popcorn.

Qualche curiosità potrebbe ora suscitare la curvatura emotiva del nuovo storytelling renzista, cioè quell’impasto di retorica, trionfalismo quando si può, vittimismo quando serve, che abbiamo già conosciuto e che si è trasformato nel giro di tre anni da “novità comunicativa” ad auto-caricatura. L’ambiguità che abbiamo visto fin qui derivava essenzialmente dalla convivenza di due linee narrative: una rebelde e scapigliata (uh, che vecchiume!, arriva lui e vi sistema), e una celebrativo-rassicurante (va tutto benissimo, #italiariparte e consimili fregnacce). Logica vorrebbe che aver ristretto un po’ il partito e averlo modellato sulla figura del suo burbanzoso leader – l’omino forte, appunto – necessiti di una comunicazione se possibile ancor più aggressiva. Ma, alla lunga, il problema sarà un po’ più complesso. Il nuovo Renzi non potrà criticare troppo il passato, che è rappresentato dal vecchio Renzi e in gran parte dall’attuale governo, e al tempo stesso faticherà a crearsi nuovi nemici ad ogni passo: gli avversari ci sono, si conoscono, sono sempre gli stessi. Dopo Grillo, i bersaniani, D’Alema, il sindacato, l’Anpi, i costituzionalisti, l’accozzaglia, quelli “che dicono sempre no”, varie ed eventuali, il ragazzo ha, come dire, finito l’album: o si inventano nuovi marziani nemici del grande disegno renziano, oppure si è daccapo. In questo senso, la retorica già dispiegata sulla “ripartenza”, il nuovo inizio, il cammino suonano un po’ come il “riparti dal via” del gioco dell’oca. Sintesi: abbiamo perso tre anni per tornare daccapo, con un leader ambizioso e tendente a una caricatura di autocrazia e tutti gli altri cattivi fino a nuovo ordine, o finché non conviene il contrario. Ma il problema è che il grande disegno renziano non si sa cos’è. E’ il 25 aprile un po’ ridicolmente riverniciato da festa del’Europa, oppure l’orgoglioso leader nazionale che toglie le bandiere dell’Europa dall’ufficio? E’ quello che si batte come un leone contro l’aumento del’Iva, oppure quello che ne ha posto le basi con le clausole di salvaguardia che mise quand’era al governo? Quello che tratta Padoan come “un tecnico” (con annesso mascelluto disprezzo) o quello che lo fece ministro? E’ quello della #buonascuola miglior riforma possibile o quello che ora dice: affronteremo la questione della scuola? Insomma, le tattiche abbondano, la strategia non si vede, a meno che non si possa considerare strategia la solita solfa del trionfo di Matteo che prese meno di due milioni di voti nel 2013 e più di un milione oggi.

sab
29
apr 17

Il tranquillo paesino inglese è pieno di scheletri nello stagno

TuttoLibri mi ha chiesto di recensire il nuovo romanzo di Paula Hawkins… sì, quella de La ragazza del treno. Ecco qui

HawkingTTL290417Chi dice dodici, chi diciotto, chi arriva a venti, ma insomma, che Paula Hawkins abbia venduto milioni di libri con La ragazza del treno è noto, e che la signora stacchi ora un altro biglietto della lotteria è ampiamente annunciato. C’è attesa, dunque , e non solo per gli addicted del bestsellerismo estremo. Il fatto è che la Hawkins con quella sua storia al femminile avrebbe aperto – bene! – un filone dove donne sono quelle che raccontano e donne, quasi sempre, le vittime. Si legge dunque questo Dentro l’acqua (Piemme) un po’ per controllare l’evoluzione di un’autrice già salutata come caposcuola e un po’ per vedere se il gioco regge, e già la dedica in apertura (“A tutti i piantagrane”) promette bene.

Tutto si svolge in un paesino inglese, Beckford di cui a poco a poco conosceremo più o meno tutti gli abitanti. A Beckford c’è un fiume (non se ne fa mai il nome, è sempre “il fiume”) dove pare la gente faccia il bagno estate e inverno, giorno e notte, con tutto che l’Inghilterra non è mica ai Caraibi. A un certo punto il fiume fa un’ansa e forma uno stagno, lo Stagno delle Annegate. Tutto questo ce lo racconta la prima voce narrante, Jules (in realtà Julia) che arriva in paese perché la sorella Nel è caduta proprio nello Stagno delle Annegate da un’altissima rupe, una di quelle altezze da cui, all’impatto, anche l’acqua pare cemento. Si è buttata? L’hanno buttata? Intorno a questa domanda ruota tutta la storia, vista dai punti di vista dei diversi protagonisti.

Qui le cose si complicano, perché le ottiche si moltiplicano e il racconto – la trama vera, il “perché sta succedendo tutto questo” – si costruisce per incastri, incroci, punti di vista che si toccano, divergono, tornano a toccarsi. Oltre a Jules, a raccontare, ci sono la nipote adolescente Lena, il ragazzino Josh, il poliziotto Sean, la sua collega Erin, la matta del paese Nickie e altri ancora. Come dire che la Hawkins mette in piedi un caleidoscopio (uno split screen, se siete moderni) di racconti staccati che compongono un disegno, e in questo è davvero brava, perché ha in mano una storia che potrebbe scappare di qua e di là, e invece alla fine tutti i pezzi finiscono a posto, con tanto di sottofinale e colpo di scena conclusivo.

E poi c’è quella strana Twin Peaks inglese, di cui conosciamo gli abitanti e di cui scopriamo cose 7819414davvero strane: più o meno tutti hanno in famiglia una donna morta, e la ricostruzione del passato, delle vite e delle storie personali, porterà sempre lì, a una donna affogata nello stagno, o caduta dentro, o spinta, o suicida, o ammazzata, senza contare i tentativi non andati a buon fine.

Sappiamo tutto questo a pezzettini, a colpi di piccole rivelazioni, anche perché Julius scopre che la sorella morta stava studiando la faccenda, era partita dalla piccola Libby (affogata dalla brava gente del paese in quanto strega nel 1679) per arrivare ad affogate più recenti, di cui il paese, ovviamente, preferisce non parlare. Dunque si intrecciano due spiriti maligni del noir: quello un po’ gotico del paesino silente e omertoso, che custodisce i suoi segreti e i suoi scheletri nell’armadio (cioè, nello stagno); e lo schema classico della stanza chiusa, per cui sappiamo che tra i personaggi in scena ci sarà il cattivo, o il più cattivo, e il piacere sta nello scoprire i come e i perché. Del resto che una donna che indaga su strani affogamenti muoia affogata, che l’amica del cuore di sua figlia sia morta annegata, che la madre del poliziotto che indaga sui casi delle annegate sia morta nel fiume pure lei (e molto altro che non si può dire qui), beh, convertirebbe anche il più irriducibile tifoso delle coincidenze.

La vecchia ragazza del treno, che è anche la nuova ragazza del fiume, cioè la Hawkins, cammina su un crinale molto stretto, a tratti su una lama: di qui l’abilità nel costruire storie personali, con tutte le loro acrobazie emotive, gli struggimenti, i rimorsi, i silenzi, le seduzioni e gli amori proibiti; di là una storia un po’ estrema, con una mezza dozzina di donne morte in acqua (e una cittadina di provincia che continua imperterrita a andare al fiume a nuotare, divertirsi, tuffarsi), ognuna per oscuri motivi che verranno piano piano a galla, almeno loro.

“Donne che portano guai”, le chiama la Hawkins facendolo dire a una delle sue protagoniste (che finisce affogata, ovvio). Ed in effetti sì, è un campionario di quei guai che avrebbero in qualche modo a che vedere con la libertà: di amare chi ti pare, di avere una vita decente, di cercare la verità, di mantenere certe promesse. L’abilità specifica della Hawkins è quella di scavare sotto le vite, di svelarne segreti e elementi nascosti, in questo aiutata da una costruzione polifonica, e forse si merita tutti i milioni di lettori che avrà. Tutta gente, che magari, letto Dentro l’acqua, avrà il buon senso di non fare il bagno nel fiume che passa da Beckford.

ven
28
apr 17

Torto marcio al Salone del Libro di Torino, poi presentazioni, festival… Insomma, le date di maggio

C4KQ8yzXUAoc3EmTorto marcio va molto bene,  è ancora on the road e siccome ho promesso di aggiornare le date ecco qui il programmino (denso) del mese di maggio

6 maggio, Garbagnate, Libri in corte, ore 18.
L’incontro è alle 18 alle Biblioteca comunale (via Monza 12)

13 maggio, Palermo, Tutti i colori del giallo, ore 18.30.
Si parla del Monterossi (e di tutto il resto) al Teatro Rouge et Noir (Piazza Verdi 8) con Costa e Piazzese.

20 maggio, Torino, Salone del libro, ore 16.30.
L’incontro su Torto marcio si intitola: “Romanzo civile. Con sottofondo musicale”. Dialogo con Giorgio Fontana, Sala rossa

21 maggio Torino, Salone del libro, ore 14.
Antonio D’Orrico presenta Viaggiare in giallo, la nuova antologia Sellerio che contiene un racconto del Monterossi. Ci siamo  tutti: Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami, Alessandro Robecchi e Gaetano Savatteri. Sala gialla

24 maggio Milano, Feltrinelli Duomo, ore 19
Una presentazione che non c’entra con Torto marcio. Il professor Alessandro Carrera presenta il terzo volume delle Lyrics di Bob Dylan (ne ho scritto su TuttoLibri de La Stampa, qui). Ho l’onore di presentarlo proprio nel giorno del compleanno di Dylan (auguri). Qui l’invito.

28 maggio, Carpi, Festa del racconto, ore 10.30 .
Incontro su Torto marcio. Presenta Daniele Bresciani. Locandina

28 maggio, Ravenna, ScrittuRA Festival, ore 18.30.
Si parla di Torto marcio in piazza  Unità d’Italia con Federica Angelini. Il programma lo trovate qui. Qui la Locandina

gio
27
apr 17

Due o tre cose sul nuovo racconto del Monterossi. In Viaggiare in giallo

Due o tre cose sul nuovo racconto, la nuova storia di Carlo Monterossi. E’ uscito settimana scorsa nella nuova antologia Sellerio Viaggiare in giallo, in cui mi ritrovo in eccellente compagnia (Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami, Gaetano Savatteri). Torto marcio sta andando molto bene, le presentazioni sono interessanti e i lettori fanno domande (a volte domande che non mi aspetto. Bene, è un po’ come se il dibattito sulla giustizia delle schermaglie sulla giustizia tra Carlo e donna Isabella De Nardi Contini continuasse in pubblico, come se Katrina cucinasse per tutti). Questa volta Carlo Monterossi e Oscar Falcone sono in missione per conto loro, e mi è piaciuto fargli attraversare la Brianza, luogo per certi versi misterioso e esotico. Non aspettatevi morti ammazzati, anche se il racconto si intitola Killer (la gita in Brianza). Non posso dire niente sulla trama, ovvio, ma è una storia un po’ americana e on the road, se si riesce a non investire i ciclisti e si apprezza il cielo lombardo “che è bello quando è bello”. E la Brianza, vista dalla macchina è ancora un po’ gaddiana, a saperla vedere… E poi la misura del racconto è… stimolante per chi scrive, ecco.
Al Monterossi non gli passa il blues, ma insomma, è una buona convalescenza, e se c’è Oscar qualcosa succede sempre. La scheda del libro la trovate qui. Buona lettura.

VIaggiareingialloCOVER

 

mer
26
apr 17

Le avventure di M. R. il toscano, l’inafferrabile re delle cronache

fatto260417Con tutto  quello che succede sul pianeta, dal derby nucleare tra le due persone peggio pettinate del mondo alla manovrina di Padoan, dagli ordini di Trump a Gentiloni alle primarie del Pd, saranno sfuggite ai lettori alcune notizie di cronaca. Cerchiamo di rimediare con un piccolo riassunto.

Firenze. Gli addetti della Polfer di Firenze hanno sorpreso un uomo intento a cambiarsi in una toelette della stazione. Si tratta di M. R., già noto alle cronache e con numerosi precedenti per trasformismo, che tentava di travestirsi da Emmanuel Macron, incorrendo così in diversi reati, tra cui atti osceni in luogo pubblico e scambio di persona. “Lo abbiamo visto cianotico e siamo intervenuti”, hanno detto gli agenti, accertato che M. R. cercava di sembrare quaranta chili più magro. La vicenda si è chiusa con un verbale e un ammonimento a non riprovarci, a cui M. R. ha risposto con “Bien sûr, au revoir! Vive l’Europe!”. Non è la prima volta che M. R. cerca di travestirsi da vincitore, era già successo in occasione di un défilé con la camicia bianca, insieme a leader in camicia bianca tutti finiti malissimo.

Roma. Una pattuglia di Carabinieri ha sedato una rissa tra gang rivali nei pressi del ministero del Tesoro. Le due bande che si sono fronteggiate erano capitanate da M. R., contrarissimo all’aumento dell’Iva prima delle primarie del Pd e poi prima delle elezioni, e M. R., ex Presidente del Consiglio, inventore delle clausole di salvaguardia nella passata legge di stabilità, che contenevano l’aumento dell’Iva. Come sempre, lo scontro è iniziato con male parole e provocazioni, per poi degenerare. I due M. R. interrogati separatamente, si sono rivelati la stessa persona e si aspetta ora un confronto al’americana. Il bilancio dei tafferugli è di un contuso: si tratta di un passante ignaro convolto nello scontro, un tecnico, tale Pier Carlo Padoan, che ha riportato ferite all’autostima curabili in dieci giorni.

Pontassieve. Un noto blogger della provincia di Firenze ha intrattenuto online gli iscritti al suo blog, Facebook, Twitter, Instagram, PacMan e PokemonGo, oltre ai  clienti della sua app, sui suoi pensieri alla vigilia dell’incoronazione del nuovo/vecchio segretario del Pd che avverrà domenica prossima. Ordinaria amministrazione, vanterie e chiacchiere, fino all’atroce minaccia: subito dopo le primarie M. R. si occuperà di scuola, di una nuova riforma della scuola, di nuove riflessioni sulla scuola, di inedite soluzioni politiche per la scuola. La popolazione civile è stata avvertita, professori, studenti e famiglie si apprestano a scendere nei rifugi. Timidi e per ora prudenti i commenti delle associazioni del docenti: “Assistiamo con rispettosa curiosità le prossime riflessioni del comandante Schettino sulla riforma della navigazione”.

Fiumicino.  Finalmente restaurato, tornerà nei cinema un capolavoro del giugno 2015, sempre apprezzatissimo dalla critica e poco conosciuto al grande pubblico. Si tratta di un raro documentario in cui un certo M. R., in evidente trance agonistica, ammoniva di allacciarsi le cinture, perché “si decolla”, perché “Se decolla Alitalia decolla l’Italia”. Secondo i recensori più acuti, si tratta di un capolavoro di recitazione, perfetta sintesi del metodo Stanislavskij, in cui l’attore esaspera il meccanismo dell’identificazione, diventa pietra, poi albero, poi – esercizio di difficilissimo – salvatore di Alitalia. Per chi studia recitazione si tratta di un documento prezioso, specie nei passaggi in cui M. R. confessa di aver sempre sognato di fare lo steward e attacca frontalmente i gufi che non credono al prodigioso rilancio della compagnia di bandiera. Meno di due anni dopo, il film sarà proiettato a bordo degli aerei Easy Jet e di tutte le compagnie di bandiera non affidate alle sapienti cure di Montezemolo.

dom
23
apr 17

Bob Dylan, dopo la protesta le vette del misticismo laico

E’ uscito il terzo volume delle Lyrics di Bob Dylan. Ne ho scritto su TuttoLibri de La Stampa.

DylanTTL220417Ecco, ora le opere complete sono davvero complete. Che lo vogliate ancora menestrello (uff!), o Zelig elettrico, o profeta di chissaché, o bislacco cantante, ora i testi di mister Bob Dylan li abbiamo tutti. Con l’uscita del terzo volume delle sue Lyrics (Feltrinelli, qui tutti i testi dal 1983 al 2012, i primi due tomi coprivano gli anni 1962-68 e 1969-83), si compone la monumentale cosmogonia dylaniana.

Queste, insomma, sono le parole, tutte le parole. Ottimamente tradotte e magistralmente commentate da uno dei più grandi dylanologi viventi, Alessandro Carrera, professore illustre di Letterature e Culture del Mondo all’Università di Houston, Texas, saggista, scrittore e altro ancora. Un’opera preziosa che oggi suona come un involontario risarcimento: mesi e mesi a disquisire se Dylan meritasse il Nobel – e caliamo un velo pietoso sulle strambe accuse di “cafonismo” per il ritardato ritiro del premio – e ora ecco nero su bianco la materia del contendere. Leggere i testi – si dice in giro – conta più del chiacchiericcio salottiero-letterario del “Oh, signora mia, che maleducato quel Dylan!”. Il primo grazie al professor Carrera per il suo lavoro di cesello sul prezioso intarsio dylaniano è dovuto per questo: fornisce argomenti, letture critiche, interpretazioni sapienti capaci di uccidere l’ottuso luogocomunismo dei senzapoesia.

E dunque via, che il viaggio cominci, ricco di deviazioni, di salti, di passaggi di tono. Una poetica ingombrante e ramificata, a volte contraddittoria, eppure, vista nel suo corpus complessivo, di straordinaria, cristallina coerenza. Il terzo volume delle Lyrics copre trent’anni di Dylan, ed è il Dylan adulto, Dylan3quello che si affranca faticosamente dall’ombra del suo mito (avvertenza: se leggo ancora una volta “portavoce della sua generazione” metto mano alla pistola), che lo stropiccia implacabilmente, rinnegandolo e rafforzandolo al tempo stesso. Un Dylan che si lascia alle spalle la formula della “canzone di protesta” (ri-uff!) e persino le svolte religiose fatte di gospel, inni e salmi.

Si parte, ordine cronologico, da Infidels (1983), salutato all’epoca come uno dei periodici “grandi ritorni” di Dylan, e si arriva a Tempest (2012), capolavoro di misticismo laico, dove lo scoramento e il disincanto scivolano in un groviglio di rimpianti: lido mattino /abbiamo pianto per le nostre anime lacerate / a cosa sono valse le nostre lacrime? / a cosa sono valsi quei lunghi anni sprecati?” (Long and wasted years). “Abbiamo pianto in un freddo, geDylan2
Tra questi due estremi, tra queste stazioni di testa e di coda lontane tre decenni, si dispiega il grande affresco di Dylan. Che è un racconto sull’America e sull’Anima, sul Bene e sul Male, la Vita, l’Amore, l’Abbandono, e su come – maldestramente, umani come siamo – maneggiamo tutto questo. Il testo originale a fronte ci dà conto delle assonanze e dei ghirigori semantici, roba per gli anglofoni esperti, e qui un altro grazie al traduttore va per la scelta, ogni volta, del giusto registro: letterale quando serve, capace di illuminare sullo slang dylaniano fatto di allusioni e citazioni, persino in rima quando il testo lo richiede. E preziosissime sono le note di Carrera, rabdomante colto e spericolato che cerca e scava tra significati profondi e rimandi di senso, ammiccamenti, assorbimenti di parole sempre sospese tra la Bibbia e i Poeti (quelli che se avessero vinto il Nobel nessuno avrebbe storto il naso).

Ma Dylan sa attingere anche dalle filastrocche per bambini, dall’enorme serbatoio della Grande Canzone Americana, dai proverbi, dal folk pre-operaio fino alla ricerca del Blues, o meglio, se si consente l’uso di una categoria kantiana, della “bluesità”. Per cui leggere questi testi (non poesie, canzoni!)Dylan1 è intraprendere un viaggio non, banalmente, in “quello che voleva dirci l’artista”, ma in quello che ci ha detto veramente, cantandolo, appoggiando il senso delle parole su metriche che è bello strascicare e tradire mille e mille volte. E sarà un caso, o gusto personale, ma i testi di album come Love and Theft (2001) o Tempest (2012), dove la descrizione e lo sgomento per ciò che si descrive si uniscono in gloria, sono capolavori sinuosi e fluidi. Dal poeta impariamo che le storie del mondo, dalla grande alluvione del Delta del Mississippi del 1927 all’affondamento del Titanic, da Romeo e Giulietta alle vite di piccoli banditi già sconfitti alla prima strofa, sono le storie nostre, che ci riguardano e che in qualche modo ci spettano.
Perché alla fine di tutto – alla fine del libro, della musica e di una carriera durata oltre mezzo secolo e che ancora dura – siamo ancora qui a dirci, stupefatti e storditi di malinconia: “Hai gambe che fanno impazzire gli uomini / Quante cose non abbiamo fatto e invece dovevamo fare” (Scarlet Town).

sab
22
apr 17

Torto marcio, il Monterossi e Milano. Su RaiNews

Qui c’è l’intervista di Paolo Maggioni per TuttiFrutti di RaiNews.

gio
20
apr 17

Fasci da compatimento tra “rettificazione” morale e prime pagine

fatto200417Dilemma etico non da poco: i fasci da compatimento che qualche notte fa a Tor Bella Monaca hanno attaccato cartelli contro negozi stranieri, fanno più paura o fanno più ridere? E’ una questione antichissima: era sublime il Grande Dittatore di Charlie Chaplin, ma certo non ha impedito a Hitler di fare quello che ha fatto. E dall’altro lato la bramosia dei piccoli arditi di borgata di farsi prendere sul serio suggerirebbe proprio il contrario: coglierne il lato macchiettistico e involontariamente auto-satirico. Che fare, dunque? Intervistati dai giornali, i titolari dei negozi presi di mira dicono che non denunceranno, il che significa che ci credono poco alla “giustizia che fa il suo corso”, mentre i balilla sulla pagina Facebook del gruppetto fascista che ha rivendicato l’azione (qualche cartello appeso, forse qualche scritta sul muro) festeggiano la Santa Pasqua (Auguri camerati!”). Tutto un po’ surreale, insomma. Lasciamo perdere la faccenda dei negozi italiani e dei negozi stranieri: si può spaziare dagli orrori della Notte dei Cristalli al ridicolo sogno dell’autarchia in un mondo globalizzato, in entrambi i casi si prova una certa vertigine. I gerarchetti di Tor Bella Monaca rilasciano comunicati manco fossero l’Onu, e sono righe esilaranti da cui traspare la prima preoccupazione: farsi conoscere, dire chi sono, collocarsi. “Identitari, nazionalisti, di ispirazione cattolico-fascista”. Ecco fatto, semplice, no? Siamo a un passo (dell’oca) dalla barzelletta sul matto che si crede Napoleone.

Poi c’è, nelle prime righe, il severo monito: “non siamo la costola di nessuno”, che messo così in evidenza significa proprio il contrario: saranno camerati che hanno litigato con altri camerati su chissà quale centrale questione strategica (il fez va portato storto? DVX si potrà scrivere anche con la U normale?). Non si sa quanti ardimentosi adepti abbia questa nuova setta grottesco-fascista, ma se si va a vedere il manifesto d’intenti, che è un po’ anche un programma, una dichiarazione e un “che fare?”, si può leggere questo: che lottano contro i poteri forti e “nello specifico satanismo e massoneria , signoraggio bancario e lotta al sionismo”. Non si capisce come siano esclusi dagli ambiziosi obiettivi anche l’alopecia, l’imperialismo e il surf, ma non si può avere tutto. Quel che è certo è che per fare tutto questo (cioè per lottare come belve contro il satanismo, per dirne una) serva “un’immensa rettificazione morale”, che fa paura, ma anche ridere, solo a dirlo. Risparmio al lettore innocente il resto della prosa, ma resta il dilemma di prima: quando vedi uno che delira ridi, come verrebbe spontaneo fare, o ti preoccupi che il delirio non si espanda?

Una cosa però appare abbastanza evidente: pur propugnando arditamente “la controinformazione a dispetto dei metodi tradizionali di comunicazione” (sic), gli arditi che difendono la civiltà occidentale e l’identità italiana contro un macellaio rumeno o una parrucchiera nigeriana ai “metodi tradizionali di comunicazione” (ri-sic) ci tengono in bel po’, e difatti sventolano come un gagliardetto consunto dalla battaglia un articolo di giornale che parla di loro (“sulla prima pagina”, si lasciano scappare con orgoglio). Alla fine pure questo fa un po’ ridere: mentre teorizzano “Il

servizio di una causa che va al di là dell’uomo” (eh?), mentre ci assicurano che “Contano soltanto le qualità dell’anima, le sue vibrazioni, il dono totale” (prego?), contano le righe e raccolgono la rassegna stampa, come se entrare in qualche modo nella cronaca fosse un atto di esistenza in vita. Naturalmente non farò qui il nome di questi arditi alfieri della “rettificazione morale” (scusi?), proprio per non finire nella loro collezione di “dicono di noi”. Il dilemma se siano più preoccupanti o più ridicoli resta aperto.

mer
12
apr 17

“Disintermediazione”: ti tolgo ancora diritti ma ti faccio sentire figo

Fatto120417Un fantasma si aggira per l’Italia. È il fantasma della “disintermediazione”. Parolina di moda per addetti ai lavori, un tempo, più che altro riguardante l’informazione: perché affidarsi alla mediazione di un organo di stampa quando invece ci si può informare sulla pagina Facebook di Gino, o Pino, o Sempronia? Perché leggere analisi e cronache quando il Capo ti sistema con un tweet tutto quello che c’è da sapere? Affascinante concetto. Matteo Renzi ne aveva fatto un suo cavallo di battaglia, naturalmente. Disintermediare, per lui, significava fare a meno dei corpi intermedi, sindacati in primis, che generano confusione, rallentano il paese, mettono in campo spossanti trattative, mentre il modello vincente sarebbe quello dei lavoratori che fanno accordi aziendali, magari singolarmente, qui la pecunia qui il cammello.

Ora ecco che con la disintermediazione sul posto di lavoro arriva il carico da undici del grillismo. Dal blog (quello di Genova, non quello di Rignano) arriva il disegno per le future relazioni industriali: basta con il sindacato, vecchio, incrostato, eccetera eccetera, e avanti con la disintermediazione, un luogo di sogno in cui in fabbrica, in ufficio, nel magazzino della logistica, a scuola e, insomma, in ogni posto in cui si scambi tempo-lavoro per salario, “uno vale uno”.

Immaginarsi la scena non costa niente: l’operaio del terzo turno che entra nell’ufficio di Marchionne disintermediando la segretaria e dice: “Oh, capo, oggi non mi va di montare i parabrezza alla Panda, venga giù lei a farlo”. Interessante, ma poco realistico, diciamo, non si sa se più vicino agli antichi sogni di un’ipotetica “autonomia operaia” o a quelli Dickensiani dei vecchi padroni del vapore, scegliete voi.

Naturalmente il concetto di disintermediazione, una volta portato alle estreme conseguenze, genererà un po’ di confusione. Perché affidarsi alla mediazione del chirurgo per quella dolorosa appendicite? Su, coraggio, disintermediate! Uno specchio, un coltello da cucina e fate da soli. Perché affidarsi alla mediazione del tranviere per andare da un posto all’altro della città? Basta disintermediare e guidare l’autobus un po’ per uno. Si potrebbe continuare all’infinito, ma insomma, il concetto è chiaro. Stupisce però che questa febbre da “disintermediazione” si alzi sempre quando si parla di lavoro e di sindacato. Che certo è un corpo intermedio con le sue lentezze e le sue “incrostazioni”, con tutte le sue magagne e difficoltà. E però stupisce questa voglia di “fare da sé”, di autoorganizzarsi, di “uno vale uno” proprio in un momento storico in cui chi lavora – chi abita le infinite varianti di un mondo del lavoro trasformato in giungla selvaggia – pare più indifeso che in passato, come ci insegna il Jobs act ( basta dare un’occhiata alle cifre dei licenziamenti “disciplinari”, così massicciamente sdoganati e prontamente attuati dalle aziende appena gliene è stata data l’occasione). Certo, il mondo del lavoro subisce (e ancor più subirà) notevoli scossoni, dalla tecnologia, dall’automazione e da altro ancora. Logica suggerirebbe quindi di rafforzare (e certo, migliorare, disincrostare, mi scuso per questo gergo da tecnico della lavatrice) i corpi intermedi che lo difendono, e non di mettere in campo un altro ostacolo al loro lavoro, che in questa fase storica è di difesa dei diritti, furbescamente confusi con privilegi, come se avere un posto di lavoro più o meno fisso fosse essere “casta”. Ora sarebbe lungo e noioso ripercorrere la storia del movimento dei lavoratori, ma è indubbio che i corpi intermedi (in italiano: i sindacati) abbiano detto la loro. Il sospetto, legittimo è che se i ragazzini di otto anni che a fine Ottocento lavoravano per dieci ore nelle filande (ancora Dickens e dintorni) avessero “disintermediato”, sarebbero ancora lì.

gio
6
apr 17

Torto marcio. Sabato a Verona, all’ora del primo spritz

Sabato alle 11.30 (pazzesco, eh!) a Verona, alla Biblioteca civica, si parla di Torto marcio. Qui la recensione di Flavia Marani su L’Arena di Verona

ArenaVerona060417

mer
5
apr 17

Brand in crisi: dopo le morose di Silvio, i morosi di Forza Italia

Fatto050417Dopo tante morose (di Silvio), è il momento dei morosi (di Forza Italia). Ne parlerò con un certo pudore, perché le aziende che vanno male intristiscono sempre, si pensa ai dipendenti, ai loro figliuoli, alle ristrettezze di tante famiglie, insomma è brutto quando un’impresa economica cola a picco. Una parte del grosso debito dell’azienda è rappresentato dai morosi. Quelli che devono ancora i soldi per la candidatura del 2013 (un posto in lista costava 25.000 euro), quelli che non pagano il contributo, deputati, senatori, consiglieri comunali che devono sganciare chi cinquecento euro, chi ottocento, mille per l’adesione, più molti arretrati, fino a certi casi di insolvenza gravissima che arrivano a 60.000 euro. I fulmini del tesoriere Alfredo Messina sono arrivati, la minaccia è che chi non paga non potrà più avere cariche elettive nel partito e non verrà ricandidato.

Si immaginano dunque scene degne di Miseria e nobiltà: Silvio in redingote che va a riscuotere la pigione nei miseri appartamenti di deputati e senatori di Forza Italia e quelli che si fingono malati, indigenti, mostrano le scarpe sfondate, i volti emaciati dei bambini. Insomma Dickens con dentro Totò. Viene da pensare che non vogliano pagare, ‘sti morosi, perché il privilegio di far parte di quel grande partito che sognava la “rivoluzione liberale” (che imbarazzo…) non sembra più ’sto grande privilegio. Se i soffitti si crepano e la muffa avanza, perché continuare a pagare l’affitto? Ha una sua logica.

Del resto, la storia dell’azienda Forza Italia pare un caso di scuola. Il brand era molto forte sul mercato, ai tempi del suo boom si canticchiavano le sue canzoncine pubblicitarie, i testimonial erano di primo livello nazionalpopolare e l’amministratore delegato sembrava un sovrano (retro)illuminato capace di trasformare il ferro in oro. Ora, il marchio sembra polveroso, vintage, si parla di Forza Italia come del mangianastri o del Moplen, cose passate che sì, fecero sognare, ma poi…

Si comincia a non essere più all’avanguardia, a sbagliare la comunicazione, a vendere sempre lo stesso prodotto; si finisce a stare in piedi perché si spera nell’aumento di capitale o per non licenziare i dirigenti. Il tutto mentre milioni di clienti scoprono che anche ai tempi d’oro il prodotto venduto e comprato in gran quantità non era ‘sta gran cosa, anzi, la solita fuffa liberista in versione “il sole in tasca”, “basta crederci” e “bisogna essere ottimisti”. Tutte cose che se la giocano alla pari, con la fuffa di oggi, solo che ora si chiamano hashtag. Forza Italia è dunque alle prese col un bel problemino: cerca di restare azienda anche senza un capo che decide tutto e pensa a tutto, e che non ha più intenzione di affrontare da solo nuovi aumenti di capitale, mentre i morosi fanno gli gnorri e gli arretrati aumentano.

Altri marchi famosi, come il Pd, attuano veloci ristrutturazioni: credono sia meglio un’azienda più piccola ma comandata a bacchetta dal suo amministratore delegato, che una grande azienda molto ramificata e complessa. La trasformazione del Pd nel Partito di Renzi è dunque un’altra fase nel mercato politico attuale: un caso di ristrutturazione dell’azienda in termini efficientisti, che assicuri al capo una guida decisa e personalistica. Si tenta di somigliare al più acerrimo concorrente, tipo quando Apple e Samsung si accusano a vicenda di rubarsi i brevetti, e mentre si tuona contro la struttura monarchica di Grillo, si lavora per imitarla, blog del Capo compreso. Nel mercato della politica italiana, quindi, c’è grande attenzione alle strutture, alle guerre di consigli di amministrazione e alla definizione delle linee di comando, e intanto il prodotto che si vende è un po’ sempre lo stesso, scadente, più mercato, meno diritti, mentre ci sarebbe un gran bisogno di un modello nuovo.

sab
1
apr 17

La foto di un bacio mai dato incastra l’esperta d’arte

Ho scritto questa recensione per Tutto Libri de La Stampa

TuttoLibriBurkeRegola numero uno: se “è troppo bello per essere vero” meglio non fidarsi. Quando le capita l’occasione della vita, Alice Humphrey se lo ripete più e più volte, ma niente da fare, non funziona. Lei, esperta d’arte, disoccupata e testarda nel non voler godere dei privilegi famigliari e dell’aiuto del padre regista ricco e famoso, si vede offrire da uno sconosciuto la direzione di una galleria d’arte. Roba off-off, New York, caffè nei bicchieri di carta, metropolitana sferragliante, artisti maledetti, foto d’autore ma zozze forte, e tutto il campionario. Più i poliziotti e più – fin qui tutto bene – il morto stecchito. Che sarebbe poi il tizio mistero & fascino che le ha offerto l’affare della galleria.
Il fascino finisce lì, morto ammazzato, ma il mistero continua, perché due sbirri della omicidi le mostrano una foto: lei che bacia il morto quand’era ancora vivo. Tutto chiaro e limpido, solo che lei il tizio non l’ha mai baciato, e che da lì comincia una sarabanda di prove a suo carico, indizi, piste, incastri, coincidenze e tracce, per cui Alice sembra la donna più colpevole del mondo, e l’ingiustizia faccia il suo corso.
Comincia così – e continua pure peggio per la povera Alice – Una perfetta sconosciuta (Piemme) il nuovo thriller di Alafair Burke, stella americana del genere, una per cui si spella le mani, tra gli altri, Michael Connelly, come se non bastasse il suo lavoro di docente di diritto penale, la carriera di pubblico ministero e l’essere figlia di un altro giallista di rango, James Lee Burke. Carte in regola, insomma. L’autrice. Perché la sua protagonista, invece, pare un discreto disastro: un fratello mezzo tossico, un fidanzato sì-ma-anche-no, una famiglia con tanti segreti, e ora pure un’accusa di omicidio. Bingo. Se non vi basta, fa da contrappunto alla vicenda centrale il dramma di una ragazzina scomparsa.
L’ultimo lavoro della Burke (che era andata benone con il precedente La ragazza del parco) è Burkedunque un paziente e sapiente ricomporre tasselli, cercare tessere del puzzle, accatastare stati d’animo e docce fredde, perché ogni volta che Alice vede uno spiraglio di speranza, ecco un altro indizio che la inchioda. Ci vorrà una specie di angelo custode, agente dell’Fbi ma in rotta con il Bureau, per guidarla fuori dal labirinto, e per una che di mestiere ha fatto il pubblico ministero è un bel contrappasso scrivere una storia dove il buono gioca fuori dagli schemi mentre la polizia indaga con il paraocchi.
La scrittura è scorrevole e piana, buona per il noir mainstream americano, e non manca qualche guizzo, anche se, ovvio, è la trama che comanda. Come in cerchi concentrici sempre più stretti, Alice si trova a indagare su vecchi segreti, più vicini a lei di quanto vorrebbe.
Catalogato come “giallo psicologico” (categoria invero un po’ bislacca), Una perfetta sconosciuta propone alcune riflessioni sulle pieghe nascoste nel privato di ogni famiglia (meglio se ricca e famosa), ma soprattutto conferma una vecchia massima di Henry Kissinger: “Essere paranoici non esclude che qualcuno ce l’abbia con te”. Perché siamo abituati a delinquenti e farabutti che cambiano la loro identità, ma non a quelli che cambiano la tua (un altro nome, un’altra vita, persino una pagina Facebook con tutte le tue foto…), e ti costruiscono intorno una ragnatela perfetta. La Burke compie dunque con maestria un doppio lavoro: costruisce la gabbia che imprigiona la sua eroina e al tempo stesso si ingegna per smontarla, operazione certosina che non manca di virtuosismi. Compresa la figura (pare obbligatoria, oggi in America) del predicatore invasato timorato di Dio con la chiesetta fai-da-te che si scaglia contro il degrado dei costumi. Alla fine, Alice, scoprirà il valore della regola numero uno, “troppo bello per essere vero”, ma anche della numero due: “Non cercare lontano”, perché il bene pare sempre irraggiungibile, ma il male ti sta spesso vicino, a volte vicinissimo.

mer
29
mar 17

Appello ai proletari: cambiatevi subito, si va a giocare a calcetto

fatto290317Oggi parliamo del nulla. Dov’eravamo? Ah, già, il ministro Poletti. Dunque, il ministro del lavoro Giuliano Poletti ne ha fatta un’altra delle sue. Era un po’ che non finiva sui giornali e ha provveduto come sa lui. La poetica polettiana è un sapiente mix stilistico che comprende un po’ di luogocomunismo, una parte di nostalgia canaglia riassumibile nel solito “si stava meglio quando si stava peggio”, e una sostanziosa dose di analfabetismo funzionale (in particolare quella che porta a citare casi isolati e personali per dimostrare una tesi universale. Esempio: non è vero che c’è la disoccupazione perché mio cugino ha trovato lavoro a Cesenatico).

Non è il caso qui di analizzare l’ultima pièce polettista, recitata davanti a incolpevoli studenti bolognesi, laddove ha tenuto a precisare che giocare a calcetto serve a trovare un lavoro più che mandare curricula a destra e a manca. Gli fai un bel passaggio, gli fai fare gol, e se il centravanti è un imprenditore, oplà, assunto. Dopo il capitalismo di relazione, ecco il lavoro di relazione: proletari di tutto il mondo, cambiatevi, che si va a giocare a calcetto. Ma siccome il ministro del (poco) lavoro ci ha abituato a simili uscite (disse che il voto di laurea non è importante, ma è meglio uscire in fretta dall’Università, disse che quelli che se ne vanno dall’Italia non sono tutti cervelli in fuga, e che se se ne vanno è meglio, più altre amenità) è inutile fare il solito balletto di ironie e commenti. Meglio prevenire. Il Fatto Quotidiano, è in grado di fornire in anteprima le prossime affermazioni di Poletti, prendete nota.

Maggio 2017 – Sposate una donna ricca. Davanti ai dottorandi di fisica, nel corso di un toccante discorso in cui ricorda che a sei anni già mungeva le vacche, Poletti afferma che, potendo scegliere, è meglio sposare una milionaria che una ricercatrice precaria. “In questo modo – ha detto – avrete molto tempo libero e potrete dedicarvi a lavori manuali che oggi gli italiani sposati con donne povere non vogliono più fare”. Solite polemiche, seguite dalla scuse: “Sono stato frainteso”

Giugno 2017 – Leggete solo le pagine dispari. Al termine in un intervento alla Camera sull’ingresso nel mondo del lavoro, il ministro Poletti ha stigmatizzato l’antica usanza di leggere libri, che crea confusione nei giovani e tiene lontani dalle fatiche del lavoro. “Non dico di non leggere, dio bòno, ma limitatevi! Per esempio leggete solo le pagine dispari, in modo da dimezzare la perdita di tempo e dedicarvi a cose più utili”. Tipo mungere le mucche a sei anni o giocare a calcetto. Solite polemiche e scuse del ministro: “Ho sbagliato, è vero, d’accordo. Leggete solo le pagine pari”.

Luglio 2017 – Il 2×3 sul mercato del lavoro. Parlando a un convegno dell’ufficio legislativo del ministero del Lavoro (Confindustria) , Poletti ha lanciato l’innovativa idea del 2×3, formula che ha un certo successo nella grande distribuzione. “Di facile applicazione, basta che un imprenditore assuma tre lavoratori e ne paghi due. Oppure che due lavoratori facciano il lavoro di tre persone”. Applausi scroscianti dalla platea, ma solite polemiche sui giornali, alle quali il ministro ha risposto che lui, a sei anni, mungeva tre mucche anche se ne aveva solo due, portando così una ventata di ottimismo e positività nella stalla.

Agosto 2017 – Chiuso per ferie.

Settembre 2017 – Alternanza lavoro-lavoro. Visto il successo dell’alternanza scuola lavoro, che prepara i nostri giovani al futuro facendoli lavorare gratis, il ministro Poletti lancia un’idea rivoluzionaria: l’alternanza lavoro-lavoro. Finito il proprio turno, il lavoratore si recherà presso un’altra azienda per svolgere gratuitamente alcune mansioni. La norma non riguarderebbe i giovani in cerca di occupazione, per non distrarli dal calcetto.

gio
23
mar 17

Torto Marcio. L’intervista di Bruna Miorelli a Radio Popolare

Sabato Libri, la trasmissione di libri di Radio Popolare, mi ha intervistato su Torto marcio. L’intervista è di Bruna Miorelli. Per ascoltare, cliccate sul simbolo della radio. Buon ascolto

LogoRadioPop

gio
23
mar 17

Torto marcio. La recensione di Roberto Ellero su Ytali

Qui una bella bella recensione di Torto marcio. La firma Roberto Ellero su Ytali.com. Come al solito cliccare sull’immagine. Oppure qui c’è il link

Ytali

mer
22
mar 17

Sicurezza, dal decreto Maroni a quello Minniti: l’arte della fotocopia

Ce l’avete la Fatto220317macchina del tempo? Ma sì, quel marchingegno che vi fa andare su e giù sulla scala degli anni per vedere se si stava meglio prima, o meglio ora, per controllare cos’è cambiato, per osservare, fatti alla mano, come il lungo viaggio della fu sinistra italiana verso destra sia ormai completo e conclamato. Non ce l’avete? Peccato, dovrete accontentarvi della memoria e dei vecchi giornali. Per esempio quelli della torrida estate 2008, nove anni fa, quando le cronache riferivano ossessivamente degli esilaranti successi del decreto Maroni in materia di sicurezza urbana, decoro, poteri ai sindaci eccetera eccetera. Roberto Maroni era allora ministro dell’Interno e esortava i sindaci italiani ad esprimersi con “ordinanze creative”, insomma di inventarsi qualcosa per mettere ordine nelle loro città. La Grande Crisi non c’era ancora, ma la povertà, a saperla vedere, ci circondava già. La ricetta, perfettamente di destra, era dunque: nasconderla.

Per mesi fu un florilegio di notizie e notiziette che andavano dal vulnus costituzionale al colore locale. A Sanremo fu vietato di chiedere l’elemosina “stando seduti”, a Voghera si proibì di accomodarsi sulle panchine pubbliche oltre le ore 23 a più di tre persone (adunanza sediziosa? Sesso di gruppo? Boh…). Ad Alassio, Venezia, Pisa si vietava di passeggiare con borsoni “presumibilmente carichi di merci”. Ad Assisi si vietò l’accattonaggio, con buona pace di San Francesco, a Vicenza si vietò di sedersi sulle panchine “in modo scomposto”. Potrei continuare per pagine e pagine. L’estate del 2008 fu la festa della “tolleranza zero” contro i poveracci. La famosa e democratica città di Firenze (sindaco Leonardo Domenici) ingaggiò una inesausta lotta contro i lavavetri ai semafori che occupò le prime pagine dei giornali come se fosse la terza guerra mondiale, come se venti sfigati con una spazzola in mano turbassero l’Occidente (non c’era ancora l’Isis, c’erano i lavavetri). Nacque in quell’epoca la moda delle “panchine anti-bivacco” (con braccioli in ghisa a dividerne la seduta) per cui molti comuni dei nord spesero fior di soldi, investiti perché nessuno potesse sdraiarsi e magari (orrore!) dormire al freddo per qualche ora.

Gran parte di quella paccottiglia securitaria fu fatta a pezzi dalla Corte Costituzionale, le notizie sulle assurdità delle ordinanze creative rallentarono e poi sparirono del tutto. Tre furono i pilastri teorici di quella stagione densa di imbecillità: l’affermazione che la sicurezza non è “né di destra né di sinistra”, il vecchio trucco della percezione (non importa se siamo più o meno sicuri secondo le statistiche sui crimini, conta “l’insicurezza percepita”) e l’attentato al “decoro”.

Che sono, oggi, con minime varianti, i tre pilastri del decreto Minniti sulla sicurezza, quello che dà enormi poteri discrezionali ai sindaci, che permette il “daspo urbano”, che risolve il problema del disagio, dell’emarginazione e della povertà con la ricetta più semplice: nasconderli alla vista. Perfettamente di destra, si diceva. Ecco.

Piccole varianti. Una pratica e una teorica. Quella pratica: i sindaci potranno “allontanare” (Daspo) chi turba il decoro. Particolarmente difesi saranno le stazioni e i luoghi di interesse turistico, per cui si presume che gli “allontanati” andranno a turbare il decoro altrove, nei quartieri più poveri e nelle periferie, ad esempio. Quella teorica è stata invece presentata con toni mascelluti dal ministro in persona: “La sicurezza è di sinistra”. Un bel salto da quel “Non è né di destra né di sinistra” di nove anni fa. Ecco compiuto il cammino, ecco la sinistra finalmente, conclamatamente e con tanto di rivendicazione, arrivata alla chiusura del cerchio. Il decreto Maroni, il decreto Minniti, l’arte della fotocopia. Nove anni, una lunga marcia. Indecorosa.

mar
21
mar 17

Torto marcio. Nuove date! Segnatevi queste

TortomarcioealtriMetto qui il calendario delle presentazioni fino a metà aprile… ognuno scelga la data che vuole…

MARZO

Sab 25 – MILANO. Alle 16.00, a BOOKPRIDE (Base, via Bergognone 34) presentazione e chiacchierata con Massimo Carlotto. Il giallo, i cattivi nei gialli e tutto il resto

Lun 27 PAVIA. Alle 21 al Collegio Nuovo di Pavia (via Abbiategrasso 404, l’incontro è aperto a tutti, ovvio) si parla di Torto marcio, ma anche di gialli, serialità, scrittura, informazione e chissà cos’altro. L’incontro si chiama “Scrivere di mestiere” e sarà una chiacchierata con il professor  Paolo Costa, docente di Comunicazione Digitale Multimediale all’Università di Pavia

Mer 29 MILANO. Alle 19 all’Arci Bellezza (via Bellezza 16) presentazione di Torto marcio. Inutile dire che l’Arci Bellezza è un posto speciale. Il mio amico Maso Notarianni che presenta e discute è speciale pure lui.

APRILE

Sab 1 CARUGATE. Alle 17 al Centro socioculturale Atrion (via San Francesco) si parla di Torto marcio. Presenta Silvia Carli

SAB 8 VERONA. Alle 11.30 (dai, l’ora dello spritz) alla Feltrinelli (via quattro spade 2) si parla sempre di Torto marcio. Presenta Guariente Guarienti

 

dom
19
mar 17

Torto marcio. Come il blues. La pagella di Antonio D’Orrico su La Lettura

Qui sotto la pagella di D’Orrico su La Lettura del Corriere della Sera

La Lettura190317

ven
17
mar 17

Assassinio al Comitato Centrale (piccolo omaggio a Pepe Carvalho)

Il Venerdì di Repubblica mi ha chiesto un raccontino. Che succederebbe se Pepe Carvalho, il grande detective di Manuel Vasquez Montalbàn dovesse indagare nel Pd come fece nel Partito Comunista Spagnolo nel suo “Assassinmio al Comitato Centrale (1981)? Beh, ci ho provato… indagine difficile. Ecco qui

IlVenerdiracconto

mer
15
mar 17

Tortura, ce lo chiede l’Europa ma questa volta non vale

0000fatto150317“Ce lo chiede l’Europa” è stato per anni una specie di ritornello da canzonetta pop, un mantra buono per giustificare ogni cosa, un acceleratore di particelle, leggi, leggine, regolamenti, commi, riforme. Come in quegli stati americani dove la gente mette sul paraurti l’adesivo con scritto “Ha detto Gesù che devi tenere la distanza di sicurezza”, così in Italia la decalcomania “Ce lo chiede l’Europa” è stata appiccicata ovunque, da ogni governo. A volte anche allargando le braccia, facendo la faccia contrita, dicendo tra le righe: “Che volete, io non lo farei, ma ce lo chiede l’Europa…”. Anche la famosa riforma delle unioni civili, sbandierata dal renzismo come una specie di rivoluzione civile (in ritardo di anni, come se avessimo scoperto nel 2016 che la terra è rotonda o che il vapore può muovere le macchine) è arrivata da lì: la famosa Europa, dopo anni di sollecitazioni e bacchettate e strilli e urli, cominciava a incazzarsi davvero.

Ora – la notizia è dell’altro ieri – succede che per l’ennesima volta l’Europa ci chiede, anzi, ci sollecita vivamente, siamo all’anticamera dello schiaffone, di fare una legge. Questa volta non c’entrano soldi, spread, pensioni, bilanci: quel che si chiede, banalmente, a cinquecento anni da Torquemada e a settanta da via Tasso (e a sedici da Bolzaneto), è di fare una legge sulla tortura. Matteo Renzi l’aveva pure detto con il ditino alzato in uno dei suoi tweet ieratico-programmatici: “Quello che dovremo dire lo diremo in Parlamento con il reato di tortura. Questa è la risposta di chi rappresenta un paese!” (8 aprile 2015). Urca che paura. Intanto nessuna legge sulla tortura è arrivata in Parlamento. Chiacchiere e distintivo.

Soprattutto distintivo, viene da dire, perché a fermare un Ddl sulla tortura (una cosetta che ci metterebbe in regola con l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani) è sostanzialmente una scuola di pensiero di grandi pensatori (tra gli altri, Giovanardi, Gasparri, Salvini), cui si aggiunse a un certo punto l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano: “Evitiamo messaggi fuorvianti nei confronti delle forze dell’ordine”. Insomma: c’è il terrorismo, non è il caso di turbare gli animi delle forze dell’ordine. Come dire che se arresti un serial killer che fa il postino getti nello sconcerto tutti i postelegrafonici.

Non è ovviamente la prima volta che l’Europa ci sollecita. Il G8 di Genova si porta appresso decine di processi e ricorsi alle corti europee ed ogni volta che si accertano i fatti parte lo schiaffone per chiederci di fare una legge sulla tortura. Un famoso Ddl gira da anni tra commissioni e tavoli dei vari leader, compare e scompare, va e viene, poi sparisce di nuovo appena si parla di calendarizzarlo in Parlamento. Il dinamico tipino che doveva fare una riforma al mese, poi tre in un anno, poi due in due anni, poi i cento giorni, ah, no, i mille che è più comodo, ecco, quella riforma lì non l’ha saputa o voluta fare. Intanto abbiamo visto le piaghe più evidenti di un dolore di altri, i Cucchi, gli Uva, gli Aldrovandi, facendole un po’ nostre, partecipando di una sacrosanta richiesta civile: non si picchia la gente, tantomeno i prigionieri, e non li si ammazza di botte. Un principio etico basilare. Niente. Per una volta, anche se ce lo chiede l’Europa, tutti fermi. Quelli che ogni giorno ci mettono in guardia dal disamore per la politica, dal disincanto colpevole, dal babau del “se no vince il populismo”, dovrebbero un po’ riflettere su questo fatterello: noi, #Italiariparte, #Italiacolsegnopiù, #ItaliaGrandePotenzaCulturale, non abbiamo una legge che impedisca e punisca “la tortura, e i maltrattamenti inumani e degradanti”, eppure casi di tortura e maltrattamenti inumani e degradanti – nelle cronache – ne abbiamo un bel po’, il campionario allargato, la collezione completa.

mar
14
mar 17

Torto marcio. Video, video! (Ma sì! Intervista a Ibs.it)

Quelli di Ibs.it mi hanno fatto un’intervista, con la scusa che avevano una telecamera. La metto qui. Grazie per avermi fatto vedere i magazzini. Lì c’è da leggere un bel po’, eh!

mer
8
mar 17

“Ti lascio perché ti amo troppo” e altri pretesti per saltare giù dal carro

Fatto080317La questione, più che politica, si fa psichiatrica e dunque è bene avvicinarsi guardinghi, usando le dovute cautele. Si parla qui dell’antica questione di come scendere dal carro del vincitore, se sia meglio farlo sgomitando, oppure se sia preferibile darsi alla fuga senza clamori, con modi liftati, ostentando la pacata ragionevolezza dei delusi. La faccenda è complicata dal fatto che il vincitore alla guida del suddetto carro non è vincitore per niente e, a parte una tornata elettorale pagata in contanti, ha perso sempre, e quasi ovunque. Ma insomma, le hostess che indicano nervosamente le uscite di sicurezza per chi vuole abbandonare il renzismo si sbracciano da tempo, basti ricordare i candidati sindaci Pd che pregavano Renzi di non andare a fare campagna elettorale per loro (Fassino a Torino), o che proclamavano gonfiando il petto “non sono renziano” (Sala a Milano).

Va bene, la faccenda del potente che perde aderenza e slitta di brutto quando non è più tanto potente è vecchia di secoli e millenni. Allo stesso tempo, è dovuta qualche prudenza. E se poi l’ex presunto vincitore perdente dovesse rivincere? Staccarsi dalla truppa senza farsi notare non basta, bisogna uscire dai ranghi pronti a ritornarci come se niente fosse se mai dovesse passare la tempesta e questo un po’ ridicolo tramonto renzista dovesse trasformarsi in una nuova alba radiosa. Sognare non costa niente.

Anche qui, diverse scuole di pensiero. La prima è giocare la carta del complottone, che è sempre buona e può attecchire presso le anime semplici. In questo caso la storiella è: ecco, Matteo voleva scardinare i vecchi poteri incrostati e ne ha pagato il fio, schiacciato dalla resistenza del vecchio (che sarebbe per esempio la Costituzione) contro il nuovo (che sarebbe nel caso una Boschi, non ridete). E’ una tesi suggestiva, che rispolvera nuove parole nella prosa social dei troll irriducibili: parole come “restaurazione”, “tornare indietro”, “vince la conservazione”. Cioè – traduco in italiano – era arrivato il rivoluzionario con il suo direttorio made in Tuscany, ma poi ecco Bersani e i poteri forti che fanno il Congresso di Vienna e ripristinano l’ancien régime dei baffi di D’Alema. Una tesi che fa acqua da tutte le parti e infatti viene spesso messa lì nelle discussioni come senza parere, in inciso, tra parentesi, appoggiata con nonchalance. E’ una modalità di discesa dal carro che somiglia al vecchio “ti lascio perché ti amo troppo” a cui è vietato credere, almeno dopo la quinta elementare.

Ancor più divertente l’altra teoria, quella della separazione per motivi caratteriali. Tutto era bene, tutto era bello, ma lui, il blogger di Rignano, è stato arrogante, antipatico, un po’ supponente. Insomma se ne parla come di quei grandissimi calciatori un po’ matti e accecati dall’ego che mandano affanculo il mister, litigano coi compagni di squadra e finiscono in panchina. E’ una tesi molto comoda, che permette di non dissociarsi politicamente, ma di dare tutta la colpa al cattivo carattere, e lascia intendere la pronta disponibilità a risalire sul carro, se soltanto il ragazzo si darà una regolata.

Terza scuola di pensiero, quella del renzismo critico, cioè dei passeggeri del carro che dicono di non essere mai stati del tutto d’accordo. Il vecchio caro “io l’avevo detto” pronunciato da chi non aveva detto proprio niente è sempre disarmante, lascia senza parole. Per cui si consiglia, a questi ultimi che scendono dal carro fingendosi passeggeri casuali, di munirsi di pezze d’appoggio. Un tweet del 2014, un post del 2015, una dichiarazione critica di quando il re sedeva a Versailles osannato, temuto e riverito sarebbe utile. Insomma, chi dice “io l’avevo detto” esibisca qualche prova che l’aveva detto davvero, per un minimo sindacale di decenza.

mar
7
mar 17

Torto marcio. Intervista a Il Giorno

Qui sotto l’intervista di Claudia Cangemi per Quotidiano Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino)

IlGiorno070317

lun
6
mar 17

Torto marcio, intervista su Libreriamo

L’intervista pubblicata da Libreriamo (cliccare sull’immagine per leggere, altrimenti il link è qui)

Libreriamo060317

mer
1
mar 17

Pronti? Ecco le date di marzo (un po’ di presentazioni di Torto marcio)

tortomarcio1Comunicazione di servizio per chi passa di qui.

Ecco le prossime presentazioni di Torto marcio. Grazie come sempre a chi viene, ascolta, chiede e chiacchiera. Ci vediamo qui e là…

MONZA – Sabato 4 marzo – Alle 18 al Libraccio di via Vittorio Emanuele 15

NOVI LIGURE – Sabato 11 marzo– Alle 17.30, Palazzo Pallavicini, via Giacometti 22

VIMERCATE – Domenica 12 marzo – Alle 17, libreria Il Gabbiano, via Pinamonte 2/A

LECCO – Sabato 18 marzo – Alle 18, libreria Volante, via Bovara 30

MILANO – Sabato 25 marzo – Alle 16, a BookPride, a Base, via Tortona, chiacchierata sul giallo e tutto il resto con Massimo Carlotto (conduce Luca Crovi)

MILANO – Mercoledì 29 marzo – Alle 19, all’Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16

mer
1
mar 17

Tu vuo’ fa’ l’americano: è solo Starbucks, sembra un nuovo Rinascimento

Fatto010317Ma sì, ma sì. Anch’io ho camminato per qualche città americana con un bicchierone di caffè in mano, mi piace, non nutro alcuna preclusione né ideologica né culturale nei confronti dell’ingurgitare caffeina a litri con il naso all’insù verso la cima dell’Empire State Building. E però confesso di provare un certo fastidio nella prosopopea e nella retorica rinascimental-aziendale che accompagna in questi giorni l’apertura (prossima) di Starbucks a Milano. Un grande bar, alla fine, cantato e celebrato (ieri due pagine sui principali quotidiani nazionali) con toni di strabiliato trionfo, come un tempo si salutava la costruzione delle cattedrali gotiche, come si festeggiasse, che so, il ritorno della Gioconda o l’annessione di Istria e Dalmazia. Non ne faremo una colpa al signor Howard Shultz, l’intervistatissimo capo di quasi 25.000 bar nel mondo (utile netto 2,8 miliardi di dollari): lui fa il suo mestiere ed è persino commovente quando dice cose come “siamo innamorati della vostra cultura” e “abbiamo una grande affinità”. Tutto bello, anche se suona un po’ come il calciatore che bacia la maglia dopo averne baciate altre cinque o sei, vai a sapere, magari ‘sta faccenda delle grandi affinità l’ha detta anche nelle Filippine, in Bolivia o a Hong Kong.

Ma insomma, pare che le aziende abbiano anche loro bisogno di storytelling, e fino a ieri non era andata benissimo: il primo segno di Starbucks a Milano (in veste di sponsor) era stato quel giardinetto di palme e banani diventato famoso per le scemenze razziste di Salvini e per qualche cretino che aveva bruciato una pianta. Ora si passa invece all’offensiva emozional-economica: i posti di lavoro (350, mica apre la General Motors, eh!), i piani futuri, l’obiettivo, si legge, di 200-300 punti vendita in 4-5 anni. Tutto bene, elegante, ben raccontato e denso di omaggi alla nostra cultura (uh, il caffè e l’italiano! E sapessi il mandolino!), di genuflessioni allo “stile Milano”, eccetera, eccetera. Di fatto: lo sbarco di un grande gruppo in un settore dove ancora è stradominante la piccola proprietà, niente che non si sia già visto con la grande distribuzione, l’autogrill diffuso, la catena gloabal.

Ma poi la retorica aziendale, che è già fastidiosa di suo, diventa insopportabile quando si sposa con altre retoriche. Quella della città modello per il paese perché ha fatto l’Expo (ahahah), per dirne una; oppure quella del paese che riparte (perché apre un bar). A leggere le celebrazioni stampate ieri si direbbe che Starbucks venga qui a fare beneficenza, curare i lebbrosi e riportare il sole. Una narrazione che si conosce bene, del resto: l’istituzione di qualche corso Apple a Napoli (borse di studio pagate quasi tutte dalla Regione) venne salutata come se Cupertino si fosse trasferita qui. Oppure si parlò di Foodora – quella dei fattorini a cottimo modernamente chiamati riders – come di “un’agile, coraggiosa e giovane start-up”, salvo poi scoprire che è una multinazionale tedesca con filiali ovunque.

Nulla è quello che sembra: tutto è inondato dalla narrazione, meglio se diventa favola, meglio ancora se sfocia in leggenda. Il provincialismo italiano aiuta: si pensa che bere un caffè alla moda di New York o Boston sia a una specie di promozione culturale di massa, o forse le grandi conquiste sociali ancora alla portata sono quelle lì: urca, guarda come siamo internazionali, che goduria, quanto zucchero? Sarà un bel bar, alla fine, ma perché diavolo me lo si vuole vendere come una specie di Rinascimento in bicchiere di carta, un’epifania della cultura di cui finora ero inspiegabilmente orbato? La narrazione del “niente sarà più come prima” – anche perché inflazionata e resa ridicola dal suo recente abuso renzista – fa sempre più ridere. E se ridi, finisce che ti va di traverso il caffè.

mar
28
feb 17

Torto marcio. L’intervista a Fahrenheit di Radio Tre Rai

Qui sotto (audio) la bella intervista di Graziano Graziani per Fahrenheit, su Radio Tre. Grazie grazie (il podcast è qui)

Fahrenheitimage

 

ven
24
feb 17

Così Corrado Augias su Torto marcio… Ehm… Grazie grazie

Trovate l’intera puntata che Quante Storie (Rai Tre, dal lunedì al venerdì alle 12.45) ha dedicato a Torto marcio a questo link, su Rai Replay. Qui un piccolo estratto… come si dice, grazie per le bele parole….

 

mar
21
feb 17

Torto marcio. La recensione di Paolo Mauri su Repubblica

Qui la bella recensione di Paolo Mauri su La Repubblica. Grazie grazie

Repubblica210217

mar
21
feb 17

Torto marcio. Intervista su Il Giornale di Vicenza

Una bella intervista uscita su Il Giornale di Vicenza, l’Arena di Verona e Brescia Oggi. Grazie a Chiara Roverotto

GiornalediVicenza210217

dom
19
feb 17

Torto marcio. La recensione de La Gazzetta del Mezzogiorno

Qui la bella recensione di Michele Marolla per la Gazzetta del Mezzogiorno

GazzettadelMezzogiorno190217

ven
17
feb 17

Torto marcio, la recensione di Corrado Augias su il Venerdì di Repubblica

Qui la bella recensione di Corrado Augias sul Venerdì

AugiasVenerdì170217

mer
15
feb 17

Di montagna, animisti o problematici: guida pratica alle correnti dem

Fatto150217Sperando di fare cosa grata ai lettori e di aiutarli a districarsi nell’appassionante discussione interna al Pd, elenchiamo qui di seguito le principali correnti del partito di maggioranza relativa. Due avvertenze. La prima: tutto può cambiare da un momento all’altro, un Franceschiniano Rinato del Settimo Giorno può diventare Orfiniano Crudista in poche ore; e allo stesso modo un Cuperliano Ortodosso è un attimo che ce lo ritroviamo Giovane Turco ascendente Orlando. La seconda: nessun militante del Pd è stato maltrattato per realizzare questa ricerca, anche se molti si sono gravemente feriti da soli in questi anni.

Renziani di rito ortodosso. Cominciano la giornata con il saluto al sole, di cui hanno proposto una riforma in senso liberale scritta da Maria Elena Boschi. Non mancano piccoli distinguo e sotto-correnti, divise soprattutto sul modo di essere renziani. Chi preferisce il metodo dolce come l’Area Delrio (tisane, pranoterapia, massaggi plantari) e chi invece teorizza l’approccio muscolare come i Lottiani Metodisti (nomine, deleghe all’editoria, fustigazione con le ortiche).

Renziani che leggono gli annunci di lavoro. E’ una corrente in costante crescita. La filosofia che la ispira è semplice: non bisogna aspettare di rimanere disoccupati per cercare lavoro, ma è bene guardarsi in giro per tempo. Così scorrono le inserzioni e valutano offerte. La voce che gli Orlandiani facessero sconti fino al 30 per cento sugli pneumatici invernali si è rivelata infondata, ma ha causato qualche sbandamento.

Gentiloniani. Corrente attendista che osserva e aspetta gli sviluppi della situazione, composta per il momento dal 76 per cento di Paolo Gentiloni.

Franceschiniani di pianura. Forza schiacciante nei gruppi parlamentari, decisivi nella composizione della maggioranza del partito, hanno sviluppato straordinarie capacità di adattamento e mangiano di tutto. Particolarmente temuti dai Renziani ortodossi per la capacità di muoversi in branco verso chi vincerà, chiunque sia.

Franceschiniani di montagna. Identici in tutto per tutto ai Franceschiniani di pianura a parte le scarpe e il cervello più ossigenato dall’altitudine. Si sono formati politicamente sui romanzi del capocorrente Dario Franceschini prima di scoprirne il prezioso uso come sottopentola.

Giovani Turchi. Corrente di difficile decrittazione, perché divisa in sottocorrenti contrapposte. I Giovani Turchi di Orfini sembrerebbero una costola dei Renziani Ortodossi ma meno forti alla Playstation, mentre i Giovani Turchi Orlandiani teorizzano una specie di “renzismo senza Renzi” che aprirebbe le porte a un “orlandismo con Orlando” per cui sarebbe indispensabile l’appoggio dei Franceschiniani di pianura e di montagna.

Martinitt. Seguaci del ministro Martina, alleati dei Renzisti Ortodossi, ma fortemente critici su aspetti fondamentali della linea del segretario, come la ricetta della ribollita e la campagna acquisti della Fiorentina. Facevano inizialmente capo alla corrente “Sinistra è cambiamento”, poi diventata “Sinistra, eh, cambiamento”, poi diventata “Sinistra, e il cambiamento?”

Martinitt Problematici. Amici su Facebook di Cesare Damiano, facevano parte anche loro della corrente “Sinistra è cambiamento” di Martina, ma poi gli si è rotto il navigatore e ora vagano un po’ confusi alle isole Svalbard. E’ stata allestita una squadra di ricerca e recupero.

Cuperliani animisti. Niente da dire, è proprio un bell’uomo.

Bersaniani brut metodo champenoise. Il colore giallo paglierino è dato dai numerosi insulti ricevuti dai Renziani Ortodossi in tre anni di invecchiamento. Sono gli unici che si ostinano a dire che là fuori c’è un Paese pronto a gettarsi nella braccia delle destre. La risposta dei Renziani Ortodossi è: “Più di così? Impossibile”.

lun
13
feb 17

Torto marcio. La recensione de L’Unione Sarda

Qui la recensione di Luca Miriarchi su L’Unione Sarda (pdf)

Unione

sab
11
feb 17

Torto marcio, la recensione di Ranieri Polese sul Corriere della Sera

Qui la recensione di Ranieri Polese sul Corriere della Sera

Corriere110217

ven
10
feb 17

Torto marcio. Intervista su Biella Cronaca (bella bella)

Domani (sabato) c’è una presentazione a Biella. Grazie a Mauro Zola per questa bella intervista su Biella Cronaca (cliccare sull’immagine per leggere, il link è qui)

Biellacronaca090217

gio
9
feb 17

Riassuntino delle date delle presentazioni di Torto marcio (febbraio)

C4KQ8yzXUAoc3EmQui trovate le date di presentazioni, incontri, chiacchiere su Torto marcio nel mese di febbraio. Altre ce ne saranno in marzo e anche più avanti, ma insomma, questa è l’agenda del mese…

SABATO 11, BIELLA – Alle 18,00, Libreria Vittorio Giovannacci (via Italia 14), presenta Patrizia Bellardone
LUNEDI’ 13, TORINO – Al Circolo dei Lettori (via Bogino 9) chiacchierata e presentazione. Ci saranno Bruno Gambarotta e Enrico Emmert (onoratissimo)
MERCOLEDI’ 15, MILANO – Cena organizzata da Cucina Calibro Noir Presenta Luca Crovi, Gigio Alberti leggerà qualcosa, insomma, ottima serata. Mi dicono che i posti sono esauriti, ma potete chiedere a cucinacalibronoir@gmail.com
GIOVEDI’ 16, MILANO – lle 18.30 alla Feltrinelli di piazza Duomo, presentazione di Torto marcio. Sarà una chiacchierata con Gad Lerner (grazie Gad!) sul libro e su quello che c’è dentro, forse andremo un po’ oltre il giallo…
VENERDI’ 17, MILANO – Alle 20.00 alla libreria Isola Libri (via Antonio Pollaiuolo 5) si parla di Torto marcio e di “Guida al giro del mondo”, di Nanni Delbecchi, due libri diversissimi, ma proprio per questo sarà divertente. Modera (ma che c’è da moderare?, io e Nanni siamo amici da anni) Silvia Truzzi, esimia collega de Il Fatto.
SABATO 18, VOGHERA – Alle 17.30 alla libreria Ubik (via Emilia 102) si presenta Torto marcio. Chiacchierata con Matteo Colombo
MARTEDI’ 21, VICENZA – Alle 18.30 alla libreria Galla (corso palladio 11) si presenta Torto marcio
SABATO 25 febbraio, MANTOVA – Dettagli presto…

Insomma, diciamo che comincia la rumba. E’ sempre un piacere parlare con i lettori, quindi… per prossime date state collegati…

 

mer
8
feb 17

Il “futuro” è una parola leopolda: quindi è già diventato vecchio

Fatto080217Si sa che la retorica è una brutta bestia. Serve, sì, certo, ma ha effetti collaterali difficili da prevedere e capita (spesso) che renda alcune parole logore e inservibili, che le consumi e le renda fruste, trasformando concetti pesanti e nobili in astruse formulette – addirittura strampalati nonsense – buone per ogni occasione. Un caso di scuola molto attuale nel prêt-à-porter semantico della politica: la parola “futuro”. Così abusata dalla retorica renzista che ce la ritroviamo pure nella pubblicità di un ideologo (ideuzzologo, va’) del post-ideologico come Farinetti Oscar, patron di Eataly, il quale declama in uno spot la seguente frase: “Ecco perché mi piace dimenticare il passato e ricordarmi solo del futuro”. Prego? Scusi? Traduzione?

Non è colpa del copy o di Farinetti se il claim sul futuro che a lui “piace ricordare” (si pubblicizza una grande compagnia telefonica) ha un suono leopoldo che nella politica italiana sa già di passato, è già antico. E questo è perché il futuro, maledetto, va dove vuole lui, e non dove vuole Farinetti.

Del resto, poche parole come “futuro” si prestano a giochetti semantici spazio-temporali, e questo accade da sempre, e volendo fornire una datazione nel campo pop dell’andirivieni tra presente, passato e futuro si pasa sempre da lì, da Ritorno al futuro, il film di Zemeckis (1985, passato remoto).
Fantascienza a parte (il viaggio nel tempo è un format), il passato recente ci ha subissato di formulette facili sul futuro, figlie del nuovismo imperante. In soldoni, per essere attrattivi, moderni, dinamici, si parla del futuro fino a convincere che si è il futuro, mentre gli altri sono il passato, vade retro, pussa via. “E adesso il futuro”, era il titolo della Leopolda 2016 (con tutta ‘sta visione del futuro non videro l’iceberg, una prece), e quando, dopo la scoppola epocale, Renzi decide di rifarsi vivo aprendo un blog, ecco la frasetta “Il futuro prima o poi ritorna”, dove si legge in filigrana una specie di “il futuro sono me”, che fa ridere un bel po’. Dev’essere una discreta ossessione del Pd nuovista e smart, questa cosa del tunnel spazio-temporale, perché quando l’Unità tornò in edicola (giugno 2015) decise di farlo con un bizzarro slogan: “Il passato sta cambiando”, altro testacoda semantico di sapore involontariamente orwelliano.
Il malinteso sull’abuso infantil-enigmistico della parola “futuro” è spazio-temporale pure lui. Il Sol dell’Avvenire, grandiosa, intramontabile speranza novecentesca, per non dire delle “Magnifiche sorti e progressive” di Leopardi, e siamo già due secoli indietro. Insomma va detto anche se non è rassicurante: il futuro visto dal passato sembrava chissà quale prodigio, mentre visto dal presente induce più timori e tremori che speranze, e fa paura. Per dirla con Chuck Palahniuk (1999, una vita fa): “Quand’è che il futuro è passato da essere una promessa a essere una minaccia?”. Ecco, appunto.  Dunque sì, la retorica serve, ma diventa una specie di boomerang se la si usa fuori tempo e fuori luogo, masticandola stancamente come un chewingum che perde sapore subito.

La convenienza di sventolare la parola “futuro” come una bandiera di vittoria è che il futuro, per sua natura, si sposta sempre un po’ più in là, e questo ti illude che non verrai mandato a cagare nel presente. Ma ormai è una bandiera strappata: sanno tutti che il futuro non sarà necessariamente migliore, e una parola che sembrava luminosa diventa un po’ opaca, addirittura un’ombra, controproducente anche per la propaganda. Se si parla del futuro, insomma, e la politica dovrebbe farlo, lo si faccia seriamente, non a metà tra il gioco di parole e le frasette dei Baci Perugina. “Lascia dormire il futuro come si merita – diceva Kafka nei Diari -. Se lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato”.

lun
6
feb 17

Torto marcio. Finire nella rubrica delle lettere di Augias, beh…

Corrado Augias, nella sua rubrica di lettere su Repubblica del 4 febbraio, cita Torto marcio… Inutile dire che mi fa molto piacere, che il giallo sia giallo, sì, va bene, ma che dica anche delle cose… grazie per la citazione (soprattutto per aver letto, sì)

AugiasLettereRepublica040217

dom
5
feb 17

Torto Marcio. Recensione su L’Eco di Bergamo

La recensione de L’Eco di Bergamo

EcodiBergamo 050217

 

sab
4
feb 17

Una rapina per fare il bagno nei dollari

Ho scritto questa recensione per TuttoLibri de La Stampa 

Tuttolibri040217Tim Sunblade si è spezzato la schiena per quattro mesi su una trivellatrice, in Louisiana, caldo e zanzare, quindi quando arriva a Kotz Springs prende una stanza, fa un bagno e chiede una ragazza in camera. Ecco fatto, così sappiamo subito dove siamo: non solo nel Sud americano degli anni Cinquanta, ma anche dalle parti degli outsider, degli avventurieri che guidano una Packard decapottabile, che dalla femme fatale con gli occhi color lavanda avranno più della prestazione standard, ma una vorticosa discesa nel gorgo del male. Lei, Virginia, dietro. Una che dice: “Mi spoglierò completamente nuda e farò il bagno fra verdi banconote da cento dollari nuove di zecca”. Lui guida e la guarda: “Si leggono e si sentono dire un sacco di cose sulle gambe. Ma quando ne vedi un paio davvero da favola, allora capisci che tutto ciò che hai letto e sentito è solo spazzatura”. Tim ha un piano: la rapina perfetta secondo le regole imparate in una prigione da cui è evaso. Virginia ha un piano: stare lì finché ci sono soldi, e se c’è da farne tanti dare una mano, perché no?
Sarebbe bello dire che Il mio angelo ha le ali nere, di Eliott Chaze (provvidamente ripescato da Mattioli 1985, traduzione e ottima postfazione di Nicola Manuppelli) è tutto qui, l’irregolare e la puttana, una macchina dal Mississippi, al Texas, al Colorado, la rapina, il delitto e il castigo. Sarebbe bello ma non si può, perché agganciato a questo inizio da manuale del noir americano c’è un capolavoro, una meraviglia di tensioni ed equilibri e paure sottili, di inquietudini che restano anche dopo, a libro finito e chiuso.
Pubblicato in economica nel ‘53 (35 cents, compratelo in stazione e lasciatelo in treno!) in una Il mio angelocollana di giallacci dozzinali, Black Wings non ha mai raccolto quanto meritava. L’autore Lewis Eliott Chaze (1915-1990), giornalista di qualche successo, ne soffrì parecchio e nonostante una decina di romanzi e vari racconti (pubblicati qui e là, dal Reader’s Digest a Life, al New Yorker) si arrese all’oblìo: quando morì era un uomo stanco e fuori catalogo. Ci resta per le mani questo testo strabiliante, che mette in fila indiana tutti i topos del noir di strada americano: i due outisider che si riconoscono, la rapina, gli inseguimenti, la sparatoria, la prigione e l’evasione, i soldi (il bagno nei dollari lo avrà, Virginia, lo pagherà carissimo), il buco nero dei rimpianti e forse – ehi, non è da loro! O forse sì… – dei rimorsi.
Chaze scrive piano e lucido, apparentemente leggero, spesso ironico. Ma pause e tensione non escludono mai lo sguardo implacabile del suo Tim Sunblade: sia sul mondo fuori (non gli piace), sia sul suo orizzonte esistenziale (non gli piace nemmeno quello, ma gli va incontro con l’eroismo dei disperati). L’amore? Ma sì, può darsi. Il sesso, certo. Ma è un amore tra serpenti, lei che fugge appena può, lui che non può lasciarla andare e pensa che dovrà ucciderla, lei che lo salva rocambolescamente. Due crotali che possono mordersi baciandosi, ma anche due falene strane, attratte dal buio, da (letteralmente, chi leggerà capirà) un buco nero che inghiotte vite e storie. Intorno, l’America, quell’America là, che pare uscire da un vecchio Technicolor troppo carico. Un posto di lavori sporchi e pericolosi, di piccola black-wings-has-my-angelborghesia assennata che bagna il prato, di coabitazione tra i prodromi di un benessere middle class e un presente da redneck. Si vedranno anche i ricchi, poi, in una New Orleans stupida e alcolica, e a Tim non piaceranno nemmeno quelli. Pagine sprezzantemente ironiche, la strada, i piccoli alberghi da pochi dollari, i bar dove si beve forte, i suburbi residenziali, persino le miniere e i cercatori d’oro della domenica, deserti e neve. Il lettore segue, assiste allo spettacolo di quella vivida autocombustione di vite, perdute fin dalla prima riga del libro ma che paiono non perdersi mai, fino alle ultime pagine. Se per fare del noir grande scrittura si tende di solito a scantonare, a sacrificare la trama, Chaze fa esattamente l’opposto. E’ mettendo in fila tutti gli stilemi del genere, tracciandone addirittura una specie di catalogo, che risolve l’enigma mai risolto tra genere e grande letteratura (quella linearità nel narrare, quella tensione… chi ha letto James Cain sa di quale potenza si parla), e ne tira fuori un gioiello vero, lasciando al lettore, alla fine, qualche ombra di ineluttabile disperazione e tutti i dubbi possibili sul bene e sul male, ma non su come raccontarli.

Eliott Chaze, 
Il mio angelo ha le ali nere
Mattioli 1985
pag. 203, euro 14,90

 

sab
4
feb 17

Torto marcio. La recensione di D di Repubblica

Qui la recensione di Francesca Frediani su D di Repubblica

DdiRepubblica040217

sab
4
feb 17

Torto marcio. L’intervista di Annarita Briganti su Repubblica

L’intervista di Annarita Briganti su Repubblica Milano

RepMILANO040217

mer
1
feb 17

Trova il modo di cacciare Gentiloni: ricchi premi da un blogger di Rignano

010217Un blogger di Rignano sull’Arno ha recentemente lanciato un Concorso Nazionale di Idee per un grande progetto a medio termine (giugno). Titolo del concorso: “Pensieri, visioni e idee per cacciare Gentiloni e tornare a Palazzo Chigi”.  Aperto a tutti, il concorso ha stimolato la fantasia degli italiani e sono giunte migliaia di relazioni, alcune dettagliate, altre anonime, una testa di cavallo, un gatto morto e numerosi studi statistici. Il lavoro di selezione è stato lungo e faticoso: si sono scartate prima di tutto le prove fotografiche poco credibili. Gentiloni in lamé azzurro che entra in un locale di lap dance di Alba Adriatica era chiaramente un maldestro fotomontaggio, mentre sulla foto taroccata di Gentiloni che spara a un cucciolo di foca il segretario ha esitato un attimo, scartandola a malincuore.
Ma ecco le proposte vincenti per le tre sezioni del concorso “Cacciare Gentiloni”.

Le termiti – Animale voracissimo e maledetto, la termite può mangiarsi un palazzo in pochi giorni, specie se c’è molto legno dentro. Per esempio Palazzo Chigi. Basterebbe introdurre poche centinaia di animaletti (Maria Elena può portarne dentro una decina al giorno nella borsetta). Seguirebbe l’evacuazione di Gentiloni e l’arrivo (da Rignano) di una squadra specializzata in disinfestazione e ripristino. Grande allarme popolare e richiesta elezioni subito. Il progetto sarebbe economico e veloce. Vantaggi: Gentiloni uscirebbe di corsa. Difficoltà: cambiare la serratura in pochi minuti. Imprevisti: l’opinione pubblica, vedendo le termiti che si mangiano Palazzo Chigi potrebbe simpatizzare con gli odiosi animaletti. La proposta è stata presentata da Alberto U., di Portogruaro, che vince 80 euro.

Il testamento – L’idea è vecchia e venne per primo a Ottaviano nel 32 avanti Cristo. Fece leggere in Senato il testamento di Marco Antonio mentre quello era vivo e vegeto, documento che fece incazzare un po’ tutti e portò alla guerra con Cleopatra e Marco Antonio. Un gioco da ragazzi. Un testamento di Gentiloni abilmente realizzato in una tipografia di Rignano, potrebbe smuovere le acque e portare al voto entro giovedì pomeriggio. Qualcosa tipo “Lascio l’Eni alla mia vecchia maestra”, oppure “per quanto riguarda il gettito Irpef del 2017, lo lascio tutto a mio cugino Pino”. Vantaggi: con 25 euro di tipografia e due timbri falsi è tutto sistemato. Difficoltà: scrivere un buon falso senza espressioni toscane o frasette cretine sul futuro. Imprevisti: l’opinione pubblica potrebbe valutare che l’Eni in mano alla vecchia maestra…, perché no? La proposta è stata presentata dal professore di storia Federico S., di Caserta, che vince un bonus di 500 euro spendibile al Trony di Rignano.

Manovra correttiva – Il primo premio va alla proposta più praticabile e di fatto già in corso, si tratta solo di indirizzare gli eventi. Gentiloni deve trovare da qualche parte 3,4 miliardi per sistemare i casini di Renzi. Così Renzi può ritirarsi in campagna a fare il blogger indignato, mentre Gentiloni fa la figura di quello che aumenta le tasse. Allora Renzi dice che quando c’era lui i treni arrivavano in orario e chiede di votare subito, al massimo sabato mattina, perché non si può continuare in questa situazione, bisogna dare una scossa all’economia e parlare un po’ del futuro, che sarebbe lui. Vantaggi: apre Eataly a Belluno. Difficoltà: a parte Orfini, Maria Teresa Meli e l’Unità, non ci cascherebbe nessuno. Imprevisti: il piano necessita una massiccia azione di ipnosi su quaranta milioni di elettori, che sarebbe costosa. In più, già ipnotizzati una volta per la durata di tre anni, i pazienti potrebbero risultare refrattari. Il piano è stato comunque premiato come l’unico attuabile e ha la percentuale di riuscita dello 0, 00000045 per cento. Secondo gli esperti è più facile vincere all’Enalotto in una ricevitoria di Rignano.

dom
29
gen 17

Torto marcio, qualche data delle presentazioni e tre serate a Milano

Ecco qui un po’ di appuntamenti, le prime date per la presentazione di Torto marcio, ma prima…

TortomarcioealtriIl romanzo, mi dicono, va molto bene, le recensioni (quelle uscite finora lo trovate qui) sono ottime, e molti hanno capito che dietro la storia noir del Monterossi, del Ghezzi, di Carella e di tutta la banda c’è anche dell’altro… ma cosa sia non è facile dire, magari ci proveremo parlandone insieme. Ma soprattutto grazie a chi ha letto e ha capito, ha detto la sua, o la dirà, o leggerà. Questo passaparola e questo dialogo con chi legge e tra chi legge è assai prezioso (alla fine, si scrive per chi legge, no?).

Molti chiedono date e presentazioni, quindi ecco qui sotto un primo elenco. Ogni appuntamento sarà ricordato per tempo, qui sulla pagina Fb e su twitter, ma ecco un primo elenco… A Milano sono dedicate tre serate consecutive

Sabato 11 febbraio, BIELLA. Alle 18,00 presentazione alla Libreria Vittorio Giovannacci di Biella, via Italia 14

Lunedì 13 febbraio, TORINO. Alle 18,00 presentazione al Circolo dei Lettori di Torino, via Bogino 9. Una chiacchierata su Torto marcio (e suppongo molto altro) con Bruno Gambarotta

Mercoledì 15 febbraio, MILANO. Alle 20,00 per il ciclo di incontri Cucina Calibro Noir c’è una cena con presentazione. Presenta Luca Crovi, Gigio Alberti leggerà dei brani del libro, si parlerà di tutto quanto. La cena di svolgerà presso l’Osteria del Biliardo di Milano, via Cialdini 107. Per prenotare scrivere a cucinacalibronoir@gmail.com. Tutte le informazioni su posti disponibili, prezzo, menu, le trovate qui

Giovedì 16 febbraio, MILANO. Alle 18.30 la presentazione alla Feltrinelli Duomo. In qualche modo è la presentazione “ufficiale” a Milano, quella dove si incontrano i lettori in libreria per la prima volta con il romanzo nuovo. Insomma, voi venite, se siete in zona, eh!

Venerdì 17 febbraio, MILANO. Alle 20,00 alla libreria Isola Libri di Milano, via Antonio Pollaiuolo 5, si parla (insieme) di due libri, Torto marcio e Guida al giro del mondo di Nanni Delbecchi (Bompiani). Nanni è un vecchio amico e avere in libreria contemporaneamente i nostri due libri, anche così diversi, è una circostanza che non potevamo farci scappare per fare una chiacchierata, specie di venerdì 17. Con noi ci sarà Silvia Truzzi, che nostra amica e collega di giornale… (qui la locandina)

Ci saranno altri appuntamenti, ovviamente, e saranno comunicati per tempo. Per ora segnatevi questi qui. Grazie, a presto… Se riuscite o avete voglia ci vediamo lì…

dom
29
gen 17

Torto marcio. La recensione de Il Messaggero

La recensione di Leonardo Jattarelli su Il Messaggero

IlMessaggero290117

sab
28
gen 17

Torto marcio. La recensione di Bruno Gambarotta su Tutto Libri de La Stampa

Qui sotto, la bella recensione di Bruno Gambarotta su TuttoLibri de La Stampa (grazie grazie)

TuttoLibri280117x

mer
25
gen 17

Otto italiani su dieci cercano l’uomo forte. Ma pure un buon medico

Fatto250117I sondaggi parlano chiaro: otto italiani su dieci vogliono l’uomo forte, il leader carismatico, il Capo. Uno che decide, uno così forte che se non sei d’accordo solleva una lavatrice e te la tira in testa, un mix tra Obelix, Zorro e Kim Jong-un, ma pettinato meglio. E’ un mito divertente, questo dell’uomo forte che comanda da solo, ogni tanto torna su come la peperonata, ma i risultati degli uomini forti sono lì da vedere: non proprio da vantarsi, ecco. L’ultimo uomo forte che ci è toccato andava in giro con quelle facezie degli otto milioni di baionette e dell’Italia inarrestabile potenza, e poi – dopo qualche milioncino di morti – s’è visto, l’hanno beccato che scappava in Svizzera, tragico fantozzismo prima di Fantozzi.

Dopo, solo caricature e smisurate ambizioni. Ma soprattutto prodigiosi abbagli di chi scambiava per “uomo forte” il primo che passava, osservandone il triste tragitto da dono della provvidenza a figurante generico, a volte nel giro di qualche mese, tra lo sconcerto generale e le risate in sottofondo. Abbagli così grossi che vien da pensare che otto italiani su dieci non abbiano solo bisogno dell’uomo forte, ma anche di un dottore bravo, e in fretta. Per esempio in certe valli del Nord ci fu chi scambiò per uomo forte Umberto Bossi, partito minacciando fucilate e arrivato con la ristrutturazione del terrazzo, i dané alla scuola della moglie, per tacere dei geniali rampolli. Tratto distintivo: parlare di rivoluzione e incendiare gli animi, e poi quietarsi nelle faccenduole dei piccoli cumenda prealpini, piazzare figli e famigli, piccolo cabotaggio.

E poi, uomo fortissimo, Silvio buonanima, che sembrava l’ammazzasette, quello col sole in tasca, quello del “ghe pensi mi”. Chissà quanti degli otto-su-dieci che oggi vogliono l’uomo forte pensarono, ai tempi, che fosse lui. E chissà quanti, sempre del campione rappresentativo, cambiarono un po’ idea vedendolo forte, fortissimo, nel farsi gli affari suoi, in una ragnatela di conflitti d’interesse, furbizie, leggi su misura, per tacere delle señoritas che un pochino ne minarono il carisma andando in giro a dire che l’uomo forte, quello della Provvidenza, l’unto dal Signore, aveva – questo ammazzerebbe anche Maciste –  “il culo flaccido”. Tristezza.

Minimo comun denominatore dell’uomo forte made in Italy, il disprezzo per gli intellettuali. Poggiando la sua visione del mondo sul pensiero elementare che le cose sono semplici a meno che qualcuno non le complichi riflettendoci sopra, l’uomo forte detesta chiunque abbia un pensiero complesso. Famosa la frase dell’uomo forte Bettino Craxi sugli “Intellettuali dei miei stivali”, che come si sa non è solo un modo per attaccare gli uomini di cultura, ma soprattutto un lisciare il pelo ai mediocri e aizzarli contro quelli che usano la testa. Una cosa che fa scopa coi “Professoroni” della coppia Renzi-Boschi: insofferenza suprema per i caca-dubbi che dissentono, mentre lui, l’uomo forte, non vuole ostacoli sul suo cammino, e ogni intoppo è un attentato alle sorti progressive e luminose eccetera eccetera. Ave, Matteo, rottamati te salutant, e alla fine te salutant anche tutti gli altri, il giorno del referendum. Si suppone, nei giorni leopoldi de #lavoltabuona, uno sfrenato entusiasmo di quegli otto-su-dieci che presero un’altra cantonata. Poi, quando si vede che l’uomo forte ha lasciato solo macerie (nel Paese, nella società, nel suo partito, colpevole di non essere abbastanza suo), quelli mica cambiano idea e dicono “Mah, questa dell’uomo forte forse è una cazzata”. No, maledetti, insistono e ne vogliono un altro. Chissà, forse sarebbe il caso di valutare l’ipotesi che gli uomini forti, come i telefonini e le riforme del lavoro, noi non li sappiamo fare. Ci vengono male. Storti. Difettosi. Sarebbe meglio non insistere con gli esperimenti.

lun
23
gen 17

Torto marcio. La recensione di Critica Letteraria

La recensione di Gloria M. Ghioni su Critica Letteraria (cliccare per leggere, chi vuole il link è qui)

RecensioneCriticaLetteraria230117

sab
21
gen 17

Torto marcio. La recensione di Milano Nera

Qui la recensione di Paolo Manacorda su Milano Nera (cliccare, il link invece è qui)

RecensioneMilanoNera200117

gio
19
gen 17

Torto marcio. La recensione di Nanni Delbecchi per Il Fatto Quotidiano

Qui la bella recensione di Nanni Delbecchi su Il Fatto Quotidiano

DelbecchiFatto190117

mer
18
gen 17

Matteo “ci ha messo la faccia”, ora purtroppo si vede tutta

Fatto180117Come presentarsi a un convegno di alcolisti anonimi con un fiasco di vino,     questa è stata l’intervista di Matteo Renzi, molto simile a quelle che danno i calciatori infortunati quando tornano in campo. Sia gli orfani di Matteo che i detrattori di Renzi hanno tirato un sospiro di sollievo: rieccolo in tutto il suo splendore, con le retoriche appena un po’ appannate dalla botta. Tra le tante, quella più mascelluta: il “metterci la faccia” e il dire sempre “io”. Ma insomma, si difende lui: l’Italia andava male, ci voleva una scossa, ho dovuto farlo. Forzando il suo carattere schivo, verrebbe da pensare, insomma si è sacrificato e ha “dato la scossa”.

Ora, un po’ per noia, un po’ per archeologia, a uno verrebbe voglia di andare a vedere le volte che “ci ha messo la faccia”, per tornare dall’esplorazione un po’ stordito, frastornato, stupefatto. Lasciamo stare le famose profezie su Monte del Paschi, rivelate al Sole 24 Ore e poi recitate in giaculatoria nel pied-à terre di Bruno Vespa: “Mps oggi è un bell’affare”. Caso di scuola, buono per le schermaglie e le polemiche da bar tra renzisti e antirenzisti, figuraccia ormai triturata dalla propaganda e dalla contro-propaganda. Però insomma, se un anno fa esatto il vostro promotore finanziario vi avesse consigliato così caldamente di investire in Mps, ora sareste sotto il suo ufficio ad aspettarlo con un bastone, sempre che possiate ancora permettervi un bastone. Ci ha messo la faccia, ecco, diciamo così.

Ma poi il problema è che la faccia ce la metti prima, e dopo a volte sei costretto a sperare che nessuno si ricordi che ce l’hai messa. Figurarsi se non ci metti solo la faccia, ma anche la mimica, lo spettacolino e tutto il repertorio. Tipo “Il mio sogno è sempre stato quello di fare lo steward”, alla toccante cerimonia che rilanciava (non ridete) Alitalia. Uno stand-up da comedian di Broadway (Off-off), con tanto di “Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo decollando davvero”, e poi il florilegio di calembours tristanzuoli che si sa: “Il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia”, e “Se vola Alitalia, viva l’Italia”. Consiglio il video, perché è anche questo un caso di scuola: presentare i desideri come già realizzati, un futuro ipoteticissimo come già avvenuto. Erano gli inizi di giugno del 2015, un anno e mezzo dopo quel decollo collettivo, così aggressivo e burbanzoso, Alitalia sta di nuovo col cappello in mano, i suoi dipendenti tremano, i conti ballano, siamo già all’atterraggio di emergenza.

Metterci la faccia ha questo, di bello, che nel momento in cui ce la metti fai un figurone con tutti, ma dopo, all’apparir del vero o quando il futuro non va come lo speravi, se ne ricordano solo quelli toccati dallo specifico problema. Come i dipendenti Alitalia, nel caso specifico. O come le popolazioni terremotate in un altro caso anche più mesto e doloroso, quando al consiglio dei ministri e poi in dozzine di dichiarazioni, si giocava la carta dell’efficienza “I container entro Natale e le casette in primavera”. Preciso. Definitivo. Poi, appena due mesi dopo, ecco che i conteiner non arrivano, le casette chissà, le poche che ci sono vengono assegnate a sorteggio. Moltissimo (bene) viene dalle donazioni private, dalle associazioni, dal volontariato, dalle raccolte fondi, “L’Italia decolla” si stempera in un più realistico e triste “L’Italia si arrangia”. Si scopre che non ci sono le stalle e il bestiame muore di freddo (gli allevatori lo dicono da settembre) e che intere zone rischiano lo spopolamento, insieme al loro piccolo ma vivo e ramificato tessuto produttivo. L’altro giorno, prime proteste pubbliche, ad Accumoli, altre ne verranno. La retorica volitiva del “metterci la faccia” perde un altro pezzettino, si consigliano i narratori del Grande Rientro di Matteo di pensarne un’altra.

mar
17
gen 17

Alitalia contro il Feroce Salatino

Fatto170116Agghiacciante prospettiva, terribile destino: per risanare i debiti Alitalia pensa a una mossa geniale, abolire gli snack gratuiti a bordo. Una mossa di grandissimo spessore economico-strategico, se si pensa che il “risanamento” della compagnia di bandiera è costato finora 7,4 miliardi, che serve un altro miliardo per non precipitare, e che quindi tagliando i tarallucci, le patatine e i due millilitri di acqua minerale calda fin qui generosamente distribuiti ai passeggeri, si raggiungerà il pareggio di bilancio intorno al 3027. “A quel punto avranno inventato il teletrasporto e noi saremo salvi”, ha detto Luca Cordero di Montezemolo nel corso di una conferenza stampa a pagamento (1.000 euro per assistere, 2.000 per fare domande).

Si tratta di una vera sorpresa, ardita e imprevedibile, una “mossa del cavallo”, come dice qualche osservatore: infatti tra poco sarà più agevole raggiungere le destinazioni a cavallo piuttosto che con i voli Alitalia.

Naturalmente si tratta solo del primo passo, cui seguiranno altre sorprendenti soluzioni. Se l’abolizione dello snack gratuito, sostituito dallo stesso snack a pagamento, darà i suoi frutti, si passerà alla fase successiva del piano di risparmi: i passeggeri dovranno portarsi i sedili da casa e, nel caso della classe business, l’intero salotto. Le cinture di sicurezza saranno realizzate all’uncinetto dai lavoratori Alitalia in esubero. Per quanto riguarda il combustibile, ogni passeggero dovrà contribuire succhiando dalla macchina, nel parcheggio dell’aeroporto, una tanica di gasolio da consegnare al check-in. Si studiano convenzioni con i taxisti: una trattativa non facile. Restano, per raggiungere il pareggio di bilancio almeno nel millennio, due dettagli non trascurabili: le ali degli aerei sono molto costose, rigide, difficili da spostare da un aereo all’altro, quindi si sta studiando di realizzarle in plastica. E poi si può risparmiare sul costo dei piloti, sorteggiando un passeggero a turno ed affidandogli i comandi.

Non essendoci più da distribuire gli snack il personale di volo sarà ridotto, con un ulteriore risparmio, il che potrebbe far accelerare il pareggio di bilancio, si calcola intorno al 2745. Inevitabile un ridisegno delle rotte: volare consuma molto carburante, per cui si varano nuove tratte come la Fiumicino Terminal A – Fiumicino Terminal B, percorribile a terra tenendo motori al minimo. L’ultima mossa, ma solo se tutto questo non basterà, sarà la riduzione dello stipendio dell’amministratore delegato, che verrà retribuito con gli snack avanzati per ora stoccati nei magazzini dell’azienda.

sab
14
gen 17

Torto marcio, due recensioni: il Libraio e Thriller Nord

Qui due recensioni uscite in questi giorni. Quella de Il Libraio (qui c’è il link, e anche un piccolo estratto del libro), e quella di Maria Sole Bramanti per  Thriller Nord (link qui)

Il Libraio130116                ThrillerNord130116

sab
14
gen 17

Torto marcio. Qui la recensione di Massimo Ferrario per Mixtura

Massimo Ferrario ha seguito se avventure del Monterossi e lo conosce bene. Qui la sua recensione per Mixtura (immagine i link, qui)

Mixtura130117

 

ven
13
gen 17

Torto marcio e altre storie. Il pezzo su Sette del Corriere della Sera

Qui c’è il pezzo di Roberta Scorranese per Sette de Il Corriere della Sera. Tu pensa dove va a infilarsi il Monterossi! Cliccare sull’immagine per leggere

Sette130116

mer
11
gen 17

Domani esce Torto marcio. E qui c’è la prima recensione: Pietro Cheli su Amica

La recensione di Torto Marcio di Pietro Cheli, su Amica. Cliccare sul’immagine per leggere. Chi preferisce il link è qui

amicamontato

mer
11
gen 17

Noi, elettori delusi dal Tripolarismo delle Bermude

fatto1“Mal comune mezzo gaudio” è una frase orribile, senza senso, cinica e destituita di ogni fondamento. Che il mio disagio di italiano senza rappresentanza politica, ficcato come una barchetta al centro del Triangolo delle Bermude, equilontano dai tre poli del tripolarismo nazionale, sia condiviso da molti, non mi dà nessun gaudio, anzi, fa incazzare un bel po’. Sulla figuraccia europea dei Cinque Stelle, e segnatamente del loro leader, viene in mente una battuta di Luttazzi (Berlusconi gliela fregò ai tempi antichi quando cacciava Fini dal partito). “Sapete che uno zio di Fini è morto ad Auschwitz? Sì, è caduto dalla torretta di guardia”. Pessimo gusto, ma fa ridere. Così del Grillo che si fa chiudere la porta in faccia dal gruppo europeo più amico di lobby e poteri forti si può dire: “Ma è ferito! Gli ha fatto male l’Establishment? Ma no! E’ scivolato mentre correva a iscriversi”.

Ora per riassumere: abbiamo tre grandi forze politiche in campo: una che conosciamo bene e che lavora per tenere insieme le spoglie del berlusconismo, una destra Frankenstein Junior; una che ha governato sbagliandole tutte e coniugando in modo superbo arroganza e incompetenza, affarucci privati e la solita minestra liberal liberista fingendosi però di sinistra; e poi un corpo estraneo che entra a gamba tesa (il famoso apriscatole) nel sistema, e in effetti un po’ lo scardina e lo stupisce (oh! Non c’è più il bipolarismo!), ma pratica anche i peggiori vizi e le giravolte ciniche che la politica ci ha insegnato. Iscriversi a un gruppo che dice il contrario di quello che dici tu per avere “visibilità e contare di più” è un carpiato turbo-ideologico di difficile comprensione.

Aggiungerei un altro problema, tanto per gradire. Ed è che ormai scelte, decisioni, errori madornali, gaffes e capitomboli di ognuna delle parti in commedia, non hanno quasi una lettura politica, ma soltanto il peso, per così dire ludico, del rimprovero reciproco. Siamo allo sberleffo costante, come se la vita politica italiana fosse più legata al gusto sadico di veder scivolare l’avversario che alle sorti del povero paese. Con punte di vero surrealismo, come quando Grillo ha parlato di espatri e le tricoteuses del Pd sono saltate su come tappi ad accusarlo di leghismo. Il giorno dopo di espatri ha parlato il governo e tutto a posto, anzi grandi applausi.

Il disagio dell’italiano equilontano è dunque doppio: non solo nessuno lo rappresenta, ma non circola un’idea forte, all’orizzonte si vede solo tattica e nessuna strategia. Mentre si esce e si entra nei gruppi europei, abili come l’ispettore Clouseau, o si gioca il risiko della legge elettorale, o si pensa a trucchi e trucchetti per gabbare il referendum sul Jobs act, non si vede da nessuna parte un’idea di società più giusta. Tutti, distratti dalla guerricciola quotidiana, dalle scaramucce di confine, si scordano di occuparsi del fatto che le diseguaglianze aumentano, e che stanno diventando intollerabili, una cosa allarmante, che può scappare di mano.

Nessuno dei tre poli dice chiaramente il punto primo di un qualunque programma di salvataggio del Paese: cioè che la distanza siderale tra il fattorino che vi consegna le pizze e il banchiere va ridotta, e non aumentata come si fa da decenni. Un’idea, insomma, un disegno, un obiettivo, anche lontano, anche difficile, ma chiaro e preciso. Ridurre le diseguaglianze sarebbe una buona corrente per spingere l’equilontano con la sua barchetta verso un polo o verso l’altro, ma non succederà, perché il piccolo cabotaggio trionfa. La prima esigenza della politica italiana è quella di poter cambiare idea al volo per motivi tattici, il che impedisce di avere grandi idee. Visto da qui, dal centro esatto del triangolo delle Bermude, lo spettacolo è piuttosto deprimente.

dom
8
gen 17

Questa settimana esce Torto marcio. I colpevoli, gli innocenti e (quasi) tutto il resto

torto-marcio-coverDunque, il 12 gennaio esce Torto marcio, il nuovo romanzo. Su carta, in E-book, in libreria, prenotabile su Amazon e su Ibs, insomma, chi lo vuole non farà fatica a procurarselo. E’ il quarto romanzo con Carlo Monterossi, c’è tutta la sua banda e soprattutto c’è una storia cattiva, che viene da lontano ma si incastra qui nel presente, tempi duri quelli e tempi duri questi.

Della trama, si sa, non si può dire molto, perché è pur sempre un giallo, un noir, un… beh, insomma, vi metto qui la scheda dell’editore con la quarta di copertina e tutto il resto, così vi fate un’idea.

Posso dire che ci tengo molto, per molti motivi, ma anche perché credo che si precisi qui un discorso già iniziato con Di rabbia e di vento, un discorso sulla giustizia com’è e come la vorremmo, che sono due cose che non si somigliano molto.

Poi è una storia, questo mi sembra importante, se si scrive una storia.

Tante volte nelle presentazioni, nelle interviste, viene fuori questa cosa che si dice sempre: il giallo è un pretesto per raccontare la società… Ma sì, sarà anche vero, anzi è vero di sicuro, ma certe volte non si capisce quanto la storia descriva i tempi e quanto i tempi facciano la storia, la disegnino, in qualche modo la contengano, generandola. Qui c’è Milano, come al solito quando c’è il Monterossi di mezzo, ma c’è anche di più, ci sono delle vite, diversissime, di questi tempi nostri.

Come al solito troverete qui sul sito le recensioni, la rassegna stampa ecc ecc. I vostri commenti sono ovviamente graditissimi.

Che giovedì o venerdì dovete andare il libreria ve l’ho già detto, vero?

gio
5
gen 17

Le bufale tanto cattive del popolino e quelle buone del potere

fattoquotidianooggiSe davvero vi interessa il dibattito sulla post-verità – la costruzione di bufale intesa a cambiare la storia e a piegare gli avvenimenti della politica – vi consiglio di cercare un piccolo filmato su Youtube, datato febbraio 2003. Molto istruttivo. Si vede Colin Powell, allora Segretario di Stato americano, che parla alle Nazioni Unite e agita una fialetta di polvere bianca. Dice che è antrace, che Saddam Hussein ne produce tonnellate. Poi fa vedere delle vaghe fotografie satellitari e dice che lì Saddam sta costruendo armi di distruzione di massa, e insomma pone le basi, con quel discorso, dell’aggressione americana all’Iraq. Tony Blair faceva un discorsetto analogo ai suoi compatrioti. Entrambi qualche anno dopo – Colin Powell e Tony Blair – ammetteranno di aver diffuso notizie false sapendo che erano false. Colin Powell – qualche anno dopo convinto sostenitore di Obama – definisce ancora oggi quel discorso “una macchia sulla sua carriera”. Ma sì, una macchiolina da un milione di morti, che volete che sia. Macchia e non macchia, entrambi i diffusori di quelle micidiali menzogne sono oggi a piede libero, ammirati e riveriti e, nel caso di Blair, addirittura portati ad esempio della “sinistra che vince” (ommioddio, ancora!).

Questo per dire che la post verità non è cosa proprio nuovissima, e che quella con cui ce la prendiamo oggi è faccenda minuscola rispetto a certe post-verità che hanno ammazzato centinaia di migliaia di innocenti.

E poi, a dirla tutta, la storia è piena di post-verità inventate per giustificare le più solenni e dolorose porcate. Il diciassettenne ebreo Hershel Grynszpan che nel novembre del 1938 sparò a Parigi al diplomatico nazista Ernst von Rath, fu sbandierato come l’esempio migliore della cattiveria ebraica, e consentì di mettere in atto quella “Notte dei cristalli” (9 e 10 novembre 1938, decine di sinagoghe date alle fiamme, migliaia di negozi proprietà di ebrei bruciati e saccheggiati, SS in gran spolvero) che avviò la persecuzione degli ebrei. Recenti ricerche storiche hanno svelato che il ragazzo aveva una storia con il diplomatico, che gli aveva sparato per questioni, diciamo così, personali, e che dunque su di lui fu costruita una micidiale post-verità che alla fine, presentando il conto, arrivò a un totale di milioni e milioni di morti.

Naturalmente – che seccatura – in questi come in altre centinaia di casi, la costruzione di post-verità non era affidata ad anonimi leoni da tastiera, piccoli o grandi truffatori anonimi che cavalcano l’indignazione per costruite bufale, ma dal potere stesso, nel caso dell’Iraq addirittura da due governi democratici liberamente eletti.

Ecco dunque un paio di casi in cui un’Authority governativa preposta al controllo della verità non avrebbe frenato la bufala, anzi l’avrebbe agevolata come da direttive politiche, come da “superiore interesse della nazione”, che era, in quel momento, far fuori Saddam accusandolo con prove false.

Se il dibattito sulla post-verità a cui assistiamo oggi ci sembra un po’ surreale, insomma, è anche perché punta a vedere la costruzione di false notizie come incontrollabile: si pensa che oscure e anonime minoranze nascoste dietro una tastiera possano cambiare il destino di popoli e nazioni, mentre i governanti, poveretti, si dannano l’anima per difendere la verità dei fatti. Insomma: l’allarme sulla post verità diventa allarme perché le bugie vengono dal basso e non dall’alto. Basta un po’ di conformismo, qualche piagnisteo degli sconfitti e qualche vergognoso esempio di bufala in rete (gli immigrati portano la menengite in Toscana! Ridicolo) per far gridare al pericolo e all’attentato alle istituzioni. E’ la post-verità cattiva del popolino gretto e ignorante. Vuoi mettere con quella smerigliata e cristallina del potere?

mer
28
dic 16

Ignobel Prize: i dieci peggiori della politica italiana nel 2016

img_0326Moltitudini e marmaglie si affollano per partecipare: la Top 10 della mediocrità politica corrente dovrebbe essere una Top 100, una Top 1000. Ma restiamo nelle regole. Ecco i dieci peggiori dell’anno.

Renzi Matteo. Come quei motivatori aziendali che ti spingono a camminare sulla pizza margherita, istigatori di un futuro tutto pro domo loro, ha occupato la scena come e più di Silvio Berlusconi. Disastro. Eppure ancora oggi, con la nuova narrazione fatta di sguardi sperduti al supermercato, ci si ostina a criticarne il metodo e non il merito. Ma la bullesca personalità e l’ego ipertrofico, servono a sviare dalle vere colpe. Che sono di pura inefficienza. Doveva fare, con il suo governo, la legge elettorale, e ha partorito quell’Italicum che oggi schifano tutti, pure lui. Della riforma costituzionale si sa la portata della sconfitta, il resto (jobs act, buonascuola) non viene più nemmeno nominato tra le medaglie di cui fregiarsi. Dunque non si tiene conto qui, di simpatia, antipatia, né della provincialissima categoria della renzità, né dell’infantile storytelling, ma solo dei risultati. Che sono zero, con aggravanti. Lo rivedremo, sì, ma di nuovo non avrà nulla, niente male per un “nuovista”.
Voto: 0 Tanto rumore per nulla

Napolitano Giorgio. Il ribaltamento del soprannome togliattiano ne “il Peggiore” parrebbe un record notevole, eppure. Grande spingitore di governi tecnici o para-tecnici, o di scopo, o di ego, è stato il primo a personalizzare il referendum – si potrebbe dire: con il culo degli altri – fin dalla storica intervista al Corriere (“O il sì o il nulla”). Poi, a frana avvenuta, silenzi e piccole grida, non ultima l’accusa – da mandante – all’esecutore materiale, quel giovinotto di cui sopra, che “ha personalizzato”.
Voto 1 Con viva e vibrante soddisfazione

Poletti Giuliano. La pessima legge che “uberizza” il lavoro, scritta tra palazzo Chigi e Confindustria, lo ha costretto a mentire sui numeri, più volte sbugiardato. Chi s’indigna per sue gaffes (l’ultima: che certi italiani emigrati è meglio non averli tra i piedi) manca di fare il salto decisivo: non si tratta di inciampi, ma di perfetti precipitati della sua cultura post-contadina, trasportare cassette come éducation sentimentale del giovane italiano, darsi da fare, non farla lunga coi diritti… E’ tutta un’ideologia primitiva, una Weltanschauung da cacciatore-raccoglitore, una retorica di “ai miei tempi…”, presentata però come faro di innovazione e dinamismo. Dimostrare così plasticamente come siano antiche le strategie della modernità confindustriale (trattali male, pagali peggio) è buona mossa, ma totalmente inconsapevole.
Voto 2 Primitivo

Salvini Matteo. Nella top ten dei peggiori ha un suo posto d’onore, ma non per meriti acquisiti, che non ha, e non per particolari demeriti pratici, che non ha, essendo ininfluente. Il suo tentativo di coinvolgere il ceto medio sofferente nelle battaglie che furono delle tribù pedemontane quando “le pallottole costavano 300 lire” (cfr. Bossi buonanima) è solo ronzare di tweet, insulti razzisti, ricette facili-facili a problemi complessi. E’ la vera semplificazione: perché inventare i satelliti quando si può mollare un colpo di clava?
Voto 3 Fasci da compatimento

Raggi Virginia. Si guadagna un angolino nella top ten in qualità di unica Cinque Stelle in ottima posizione di potere. Ha molti nemici, quelli che non le perdonano le tute di pile e la casa in periferia, peccati capitali agli occhi dell’establishment più dell’ignavia nell’arte di governo. Ma insomma, che non dovesse circondarsi di certa gente glielo dissero tutti, in tutte le lingue e più volte. Di gran lunga la politica più attaccata e con meno responsabilità sul passato, ma questo non toglie il disagio di vedere una vittoria storica macerare nell’inanità. Con tutto che a Roma non si trova un cittadino – dicasi uno – che sostenga: “erano meglio quelli di prima”.
Voto 5 Paralizzata

 Boschi Maria Elena. Partita con enormi applausi sulla fiducia, è arrivata con la messa ai margini in quanto controproducente nel furore della battaglia. Inadatta a quasi tutto, ha alla fine salvato le due categorie che la descrivono: testarda e secchiona, ma secchiona per fare cosa e testarda per dire che non si è capito. Promossa sul campo per manifesti demeriti – demeritocrazia! – si trova a gestire in franchising un potere meno celebrato dai media, meno coccolato, con gran scorno dei numerosi cicisbei che “Uh, che brava Maria Elena!”. Ma brava de che?
Voto 2 Chiacchiere e distintivo

 Lotti Luca. Pettinato come un Rod Stewart che ha preso la scossa, doveva essere l’astuto Mazarino di Renzi, all’occorrenza il mistr Wolf che risolve i problemi Poi, all’apparir del vero, eccolo mediocre brigatore di nomine e pressioni (sulla stampa, di cui custodisce le deleghe), un aiuto regista del sottogoverno. Divertente l’idea di bramare la delega ai servizi segreti, che, per uno indagato per diffusione di segreto, non è ambizione da poco.
Voto 3 Ribollito

D’Anna Vincenzo e Barani Lucio. Si scuserà l’accoppiata, ma non bastava uno a fare un vero personaggio. Così eccoli affiancati, gli alfieri verdiniani di Ala. Uno pronto ai gestacci sessisti, l’altro provvidenziale accorruomo per dittatori con cui facciamo affari (su Giulio Regeni disse il suo schifoso se l’è cercata). Più di Verdini, sono l’anima del verdinismo, di un estremismo centrista foriero di risse verbali e giochi di corrente. Insieme, hanno cambiato più partiti che mutande, che non è vietato, ma ridicolo sì.
Voto 2 + 2 = 4 Vecchietti del Muppet’s Show

Vincenzo De Luca. Profeta del “clientelismo come Cristo comanda”, piazza i figli, insulta, dileggia e spinge all’estremo l’antica arte del sarcasmo dei potenti, come un Pulcinella inopinatamente arrivato a Palazzo. Poi, quando serve (alle comunali, al referendum) non arriva mai, manco fosse Godot. Decisionismo senza decisioni, superiorità esercitata dal piano terra.
Voto 4 Personaggetto

Lorenzin Beatrice. Si direbbe contemplata tra il peggio dell’anno per le scemenze sul Fertility day, ma la statura quella è, non è che si può chiedere troppo. Invece finisce in classifica per quel tagli alla sanità (oltre 400 esami che ora pagate, e prima di lei no) accompagnati dal refrain “Non abbiamo tagliato la sanità”. Poi uno va, gli prendono il sangue e lo fanno pagare. Si dirà: esecutrice, non mandante. Embé? Si è peggiori anche così, da “volenterosi carnefici”.
Voto 4 Caratterista

mer
28
dic 16

Il testacoda di Natale: tutti critici sui voucher (per evitare il referendum)

fattoquotidiano1Ma chi l’avrebbe detto che Babbo Natale, sceso dalla slitta ed entrato di soppiatto nelle nostre case, ci avrebbe portato, poggiandola con nochalance sotto l’albero, una bella confezione-famiglia di marce indietro sul prodigioso Jobs act. Quella legge che rilanciava il lavoro, quella per cui Giuliano Poletti dava i numeri al Lotto, corretto e bacchettato ad ogni esternazione, la legge che teorizzava che licenziare era un toccasana, perché si sarebbe fatto spazio ad altri. Una specie di grandiosa ammuina: quelli che stanno a prua vadano a poppa… quelli a poppa vadano a prua… quelli che lavorano li cacciamo, così possono lavorare un po’ gli altri. La legge che portava la modernità contro quei maledetti corpi intermedi vecchi come il gettone del telefono. La legge dei voucher, soprattutto. Se ne vendevano mezzo milione all’anno, prima del Jobs act, e poi, dopo la rivoluzione di Renzi e Poletti, nel 2016, si è arrivati a 160 milioni. Niente male per chi diceva di aver “abolito il precariato”, e nemmeno gli veniva da ridere mentre registrava un videomessaggio in cui diceva che non pensava alla Thatcher, ma a Marta, a Giuseppe e alle loro vite da Co.co.co… Era una retorica buona fino al 4 dicembre, quando alcune centinaia di migliaia di Marte e Giuseppi, passati da Co.co.co a vaucheristi, gli hanno fatto – non precariamente – il gesto dell’ombrello.

Ma torniamo a Babbo Natale. Accortosi da qualche trafiletto sui grandi giornali che il referendum promosso da quelli là – quelli del gettone del telefono, antichi, anziani, ideologici, pussa via – potrebbe essere accolto, ecco la scatola di montaggio con dentro tutte le nuove visioni del mondo e le autocritiche: bisogna regolare, prevedere multe per chi abusa, controlli più efficaci, eccetera, eccetera. E anche ora non gli viene da ridere, mentre alle Marte e ai Giuseppi sì, anche se amaro.

Dunque ora sono tutti d’accordo, si direbbe, il Poletti furioso, il presidente dell’Agenzia nazionale per il lavoro Del Conte – messo lì da Renzi – che dice addirittura (al Corriere) che “Gli effetti sono stati opposti a quelli previsti”, poi le pagine dell’economia, i commentatori, gli ex-entusiasti di colpo diventati critici e pensosi. Sono i miracoli dei referendum: non fossero arrivati sul tavolo della Consulta i quesiti della Cgil, Babbo Natale ci avrebbe portato le solite sciapine e i soliti golfini, e non le accorate e tardive preoccupazioni sul lavoro vaucherizzato. Tanto è vero che qualche voce dal sen fuggita lo dice: mica è per raddrizzare le orribili storture del mercato del lavoro che si metterà mano (forse) alla discipina nefasta dei voucher, ma perché non ci si può permettere – coté renzista – un’altra sberla referendaria. Insomma, care Marte e Giuseppi, mica lo fanno per voi: lo fanno per loro, qualcosa si inventeranno, tranquilli, non lo vedere il padulo che già si libra nell’aere?

Senza contare che sì, va bene, uff, che palle, sui voucher si farà qualcosa, ma sull’articolo 18 (altro pezzo del Jobs act sotto scacco referendario) no, quello è la linea del Piave, altrimenti (ancora Del Conte) “Amazon e Google sarebbero tentati di andar via”. Porca miseria, che rischio. Comunque, tranquilli, come ha già detto il ministro Poletti in una delle sue dadaiste esternazioni, se proprio si dovrà votare al referendum sul lavoro, basterà piazzargli di traverso le elezioni politiche, in modo da farlo saltare. Genio. Si registra comunque, ora che Babbo Natale se n’è tornato là da dove è venuto, che tra Natale e Capodanno dell’anno 2016 si è consumato il grande testacoda: il toccasana è diventato una polpetta avvelenata, il “superamento” (ahah!) del precariato si è rivelato un moltiplicatore di sfruttamento e tutti sono più buoni. Finché non trovano il trucco giusto. Buon anno.

mer
21
dic 16

La nuova narrazione: la spesa i video tutorial e la Play con i gattini

fattoquotidianoLa terrificante profezia di Oscar Farinetti (“Dobbiamo tornare simpatici”) sta per compiersi. Matteo Renzi l’ha pure detto durante l’assemblea nazionale del Pd: “Siamo stati efficienti, ma non siamo stati empatici”. Dunque ora, davanti a una campagna elettorale che durerà mesi, si abbatterà su di noi un uragano di simpatia, una punizione così dura che non si ebbe nemmeno il coraggio di metterla tra le dieci piaghe d’Egitto. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con la Scuola Superiore di Ipnosi, è in grado di rivelare le nuove linee guida della narrazione renziana a cui narratori, comunicatori e guru dovranno attenersi fino alla vittoria finale.

Volto umano – Come ha detto Delrio in televisione, Matteo è molto cambiato, è umile e va a fare la spesa, e siccome da solo si annoia ci va coi fotografi di Chi, l’organo ideologico di casa Berlusconi. Dunque, ripartire dal quotidiano. Matteo che rimbocca le coperte ai figli, Matteo che sbaglia l’ammorbidente, Matteo che fa la maionese: diffondere e sostenere il nuovo volto di Matteo dovrà essere il nuovo corso della narrazione renziana. Però la faccia sperduta davanti agli scaffali dice tutto il suo sconcerto: da “un uomo solo al comando” a “un uomo solo al carrello”. Proprio lui, che aveva negato l’appoggio ad Anna Finocchiaro per la presidenza della Repubblica perché l’avevano beccata a far la spesa all’Ikea con la scorta che spingeva il carrello, beccandosi in risposta un “miserabile”, eccolo ora a concordare il servizio fotografico in versione massaio. Nemesi storica: ora lei fa la ministra al posto della Boschi buonanima, e lui fa la spesa con la faccia sperduta del “che ci faccio io qui”. Ma come che ci fa? Un servizio per Chi! La nuova narrazione dal volto umano. Seguirà lo speciale “Matteo appende una mensola” e il tutorial “Taglia il salame con Matteo Renzi”.

Gattini – Per gli addetti al web. Postare in rete molti gattini, che sono teneri e divertenti. Per il pubblico giovane: postare gattini che giocano alla playstation con Orfini, e vincono. Il gattino comunica dinamismo, simpatica follia, casa, focolare. Per convegni e dibattiti, cercare citazioni sul gattini: cosa diceva Max Weber? E Caetano Veloso? E Churchill? Sempre sui gattini, ovvio. Aggiungere a piacere frasi celebri che nessuno può controllare. Slide con tanti gattini che salvano le banche. Per la scuola: gattini tristi perché hanno i supplenti, gattini felici perché hanno il professore di ruolo.

Outfit operaio – Le fotografie del premier (ex) in visita alle fabbriche di amici e finanziatori con gli operai sorridenti accanto al padrone, vestiti alla perfezione in divisa, elmetto di sicurezza, tute intonse appena stirate, hanno fatto il loro tempo. Il nuovo corso della narrazione dovrà mostrare operai più credibili, magari mentre scartavetrano il gratta e vinci, bestemmiano contro il governo, parlano di calcio, bevono il prosecco,. Si consiglia di portare via il Segretario dopo il terzo prosecco, prima che gli scappi la frase: “Lo champagne di Marchionne era più buono”.

Giovani – I grandi traditori del nuovo corso renziano, i famosi giovani, non sono stati convinti, peccato. Mostrarsi con davanti un computer un iPhone e in mano può impressionare gli ottuagenari (uh, che diavoleria!), ma non uno che davanti a un computer sta seduto tutto il giorno per due lire. Dunque, il nuovo storytelling punterà molto sull’empatia: diffondere e ritwittare le immagini del Segretario che si fa un piercing. Nei tatuaggi, evitare frasi troppo roboanti (tipo “Mille asili in mille giorni” o “L’Expo è stato un grande successo”). Meglio i tatuaggi tribali, non necessariamente di antiche tribù aborigene toscane. Si consiglia ampia diffusione sui social network delle immagini del Segretario che arriva al Nazareno in skateboard.

Bufale – “Abbiamo perso sul web” (Renzi all’assemblea del Pd) è una mesta constatazione, ma anche un atto d’accusa verso chi mente, inventa post-verità e diffonde falsità in rete. Dunque evitare d’ora in poi la diffusione di bufale online, frasi come “Il sistema bancario italiano è solido” o “Abbiamo abolito il precariato”, battute che hanno fatto ridere quasi tutti. Sostituire gli slogan con fatti concreti, tipo i gattini, ecco.

mer
14
dic 16

Con la meritocrazia abbiamo scherzato: vince chi fa cazzate

fatto141216Osservare il governo Gentiloni sarà come guardare la televisione con Renzi che tiene il telecomando. Però – anche se può spegnersi da un momento all’altro – non sottovalutiamo lo spettacolo dell’unico governo nella Galassia in cui il ministro dello Sport nominerà i vertici di Eni, per dirne una. Bizantinismi del potere renziano. Ma quello che è giusto è giusto e bisogna ringraziare il governo Gentiloni di una cosa: nel giro di poche ore ha fatto piazza pulita di tutte le retoriche puttanate che sentiamo da anni a proposito di “premiare il merito”.

Questa annosa questione di “premiare il merito” ci viene recitata in accorate novene, allarmati appelli e invocazioni ad ogni discorso pubblico. Il pippone didattico-darwinista che chi è bravo deve andare avanti, che il talento va premiato, che bisogna battersi con la vita come leoni nella savana, è un classico imperituro di un paese che è molto nepotista e molto ereditario. E’ una specie di regola, per cui più si parla di una cosa e meno la si pratica, vale per lo sport, per il sesso, e pure per il merito. Ora il nuovo governo mette un punto decisivo sulla questione: tutte fregnacce, si può essere molto mediocri ed essere premiati lo stesso. Si può cannare completamente il compito assegnato ed essere promossi con lode. Immaginate lo sconcerto di uno che va a scuola e si ritrova in classe, al primo banco, cocca della prof, quella biondina bocciata l’anno scorso con tutti quattro in pagella.

Grazie, grazie, grazie, finalmente cade il velo su quella assurda questione che per fare qualcosa bisogna saperla fare. E invece la nuova compagine ministeriale libera lo spirito ardimentoso che è in noi, e ognuno penserà: beh, se dopo il disastro causato a colpi di voucher e licenziamenti Poletti può fare ancora il ministro del lavoro, perché io non posso costruire un missile, aggiustare una caldaia, fondare una corrente pittorica?

Insomma, l’ascensore sociale è bloccato, le scale sono insaponate, ti fanno il bel discorsetto sul merito e sul meritarsi le cose. Dopo una giornata in cui ti sei fatto un merito così, vai a casa, accendi la tivù e vedi Marianna Madia, che ha appena preso quattro nella sua materia, che viene promossa e ri-giura da ministro. Di Maria Elena Boschi non serve quasi dire: la sua è una promozione clamorosa, un’incoronazione, una specie di giubileo in ode alla sconfitta. Come stappare lo spumante dopo Caporetto, come promuovere il comandante Schettino a capo della Marina, davvero incomprensibile. Con il che si capisce che non solo il merito (e vabbé), ma pure la sconfitta, personale, tecnica e politica, non c’entrano più nulla con l’essere promossi o bocciati. Se la signora Finocchiaro, che è stata relatrice al Senato di una riforma presa a ceffoni dagli italiani, giura come nuovo ministro delle riforme, allora vale tutto. E si spiega in un solo modo: le ruote hanno perso aderenza, si sbanda di brutto, la distanza tra quel che sente il paese e chi lo governa è così siderale, vertiginosa, incolmabile, che non basterà qualche trucchetto della narrazione. Chi si fosse addormentato sabato 3 dicembre e svegliato ieri, avrebbe detto: “Oh, cazzo, ha vinto il Sì, ma dov’è Matteo, manca solo lui”. Il giuramento del governo Premiare-il-merito, in quel meraviglioso salone quirinalizio, aveva questa volta un sapore di decadenza vera. Una solenne cerimonia, a Versailles, nell’estate del 1789, mentre fuori impazza lo scontento, la rabbia, il disamore. I vecchi notabili, i piccoli impiccioni di corte, le mezze figure che hanno potere vero, le contessine delle riforme bocciate che ancora guidano il minuetto. Matteo sta sul divano con il telecomando in mano. Guarda questo film in costume pronto a spegnere quando conviene a lui e di quelli fuori da Versailles chi se ne frega. Se ne faranno una ragione (cit).

ven
9
dic 16

Caro Michele, la risposta è no

Caro Michele,

ho letto con attenzione il tuo aperto – direi conquistato, posso? – sostegno alla “proposta Pisapia” (oggi su Repubblica, lo trovate qui) con conseguente pippone (mi consenta) sulla sinistra che dice sempre no, no, no. Non un argomento nuovo, diciamo, visto che ci viene ripetuto da tre anni almeno: vuoi mangiare la merda? No. Uff, dici sempre no.

Ma prima due premesse. Giuliano Pisapia è stato il mio sindaco, uno dei migliori degli ultimi decenni (oddio, dopo Albertini e Moratti…), credo anche di essere stato tra i primi a firmare un appello per la sua candidatura a sindaco di Milano, altri tempi. Ricordo che il giorno del ballottaggio (suo contro la mamma di Batman) avevo una prima a teatro, e sarà stato il clima in città, la tensione della prima, l’aria di attesa di un’elezione che squillava come un 25 aprile, ma ricordo quei giorni come giorni di grande gioia. Di come poi quell’entusiasmo si sia un po’ smorzato nella pratica quotidiana e nella maldestra uscita di scena di Pisapia non è qui il caso di dire.

Seconda premessa: non ho tessere in tasca, a parte quella dell’Anpi (una volta avevo quella dell’Inter, altri tempi pure quelli), e faccio parte di quella sinistra-sinistra “mai con Renzi”, come la chiami, senza essere né un “blogger trentenne a corto di letteratura” né “solido quadro di partito”. Vivo (bene) del mio lavoro, ho una casa, una macchina, due figli che vanno alla buonascuola e tutti i comfort, anche quelli inutili, del presente. Insomma, non vivo su Saturno, né abito in una  comune, né coltivo il culto del Grandi Padri del Socialsmo buoni per le magliette. Mi trovo, nel grottesco tripolarismo italiano, nella felice posizione di equilontano.

Ma veniamo ai tuoi argomenti (in sostegno fiero e pugnace alla proposta Pisapia). Attribuisci alla “sinistra del no” una specie di pregiudizio insormontabile: non vuole Renzi segretario del Pd, lo considera un corpo estraneo alla storia di quel partito e della sinistra in generale (anche quella che ha detto troppi sì, a Napolitano, a Monti, alla Fornero…), lo schifa e lo irride come fosse un leader della destra.

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Insomma, quei cattivoni della “sinistra del no” non praticano il principio di realtà, che il Pd oggi è Renzi, e quindi rifuggono alle sirene di un lavoro comune. Di più e peggio. Dici che il renzismo non è la causa di questa diffidenza, ma ne è invece l’effetto. In soldoni: Renzi sarebbe Renzi (arrogante, decisionista, sprezzante nei confronti del dibattito, insofferente ai distinguo e alle opinioni diverse), proprio per colpa loro.
Mah, io preferirei parlare di politica, la psicoanalisi dei leader mi interessa pochino.

E sia, allora: immaginiamo lo scenario. Una sinistra-sinistra guidata da Guliano Pisapia va a sostenere Renzi e quel che resta del renzismo, in modo da cacciare il sor Verdini e la sua cricca, Alfano, parlandone da vivo, e compagnia cantante. Intanto, un problemino. Naturalmente non si può parlare di una vittoria al referendum della sinistra-sinistra (a meno che non si voglia intestarle il 60 per cento, sarebbe ridicolo tanto quanto Renzi che si intesta il 40), ma dire che aveva visto giusto (con l’Anpi, l’Arci, Zagrebelsky, la Cgil… mica pochi, eh!) sì, quello si può dire. E allo stesso modo si può dire che Pisapia, con il suo Sì al referendum si sia schierato, in una scelta di-qua-o-di-là, contro la parte che aveva ragione, e lui torto. E’ già un’incrinatura: uno sconfitto federa e unisce i vincitori per andare a sostenere un ipotetico governo del capo degli sconfitti. Non suona male? E anche i tempi suonano male: se Pisapia avesse lanciato il suo sasso prima del referendum, il suo “Che fare?” sarebbe stato più denso e credibile. Proposto così, il giorno dopo la sconfitta, sembra solo un piano b, una via d’uscita dal cul de sac. E’ come se i napoleonici chiedessero a inglesi e prussiani di fare pace con Napoleone non il giorno prima, ma il giorno dopo Waterloo, un po’ surreale. E ho il sospetto (sono rognoso e diffidente) che questa uscita dal cul de sac, sia anche un perfetto piano b per riportare in gioco i pentiti del Sì: commentatori, intellettuali, corsivisti, guru, bon vivants, vip, filosofi, psicologi leopoldi che si sono schierati con Renzi e ora non vogliono tramontare con lui. Scusa, retropensiero maligno, succede. perdonami.

Ma poi: ammettiamo che una “sinistra-sinistra” che dice sempre no dicesse sì, e andasse a vedere le carte di questo mirabolante governo senza Verdini ma con Landini (semplifico), cosa porterebbe? Cosa chiederebbe?
Ok, programma di massima. Via la legge sul lavoro scritta da Confindustria. Via il pareggio di bilancio in Costituzione (strano: Renzi ha tuonato e tuonato contro quel vincolo, ma poi, volendorenzigettone cambiare 47 articoli della Costituzione, non l’ha messo nella sua riforma). Via la buonascuola e le sue stupide visioni aziendalistiche. Via riforme e riformette fatte per compiacere questo o quel potere o poterino (le concessioni per le trivelle, le banche degli amici, i bonus, le regalie, le nomine, l’occupazione della Rai, i bonifici una tantum al posto dei diritti…).

In pratica si andrebbe a governare con Renzi con il presupposto di cancellare ciò che ha fatto Renzi. Non credo sia un caso, Michele, che quando passi dalla teoria (il pippone contro i cattivoni del no no no) agli esempi (quel che di buono ha fatto Renzi) citi solo e soltanto la legge sui diritti civili. Bene, evviva, hurrà. Ma su tutto il resto glissi, silenzio. Davvero pensi che una sinistra-sinistra possa governare insieme a chi ha “vaucherizzato” (pardon) il mondo del lavoro? Davanti a chi non solo ha colpito (articolo 18) ma anche irriso i lavoratori dipendenti? Con chi ha usato il sarcasmo per descriverne la patetica antichità? Con chi ha detto “ciaone” e si è inventato la frase idiomatica “ce ne faremo una ragione” che – ammetterai – suona come un moderno “me ne frego?”. Con chi, per “disintermediare” e cioè per evitare mediazioni e politica, ha sputato in faccia ai corpi intermedi che rappresentano il lavoro flirtando invece con quelli che rappresentano il capitale, la finanza? (il tuo omonimo finanziere a Londra passato per ideologo di quella roba lì, il renzismo, è un caso di scuola).

Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.

renziscuolaE poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.

Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.

Aspetto. Per ora no, grazie.

mer
7
dic 16

Ecco la Sindone di Maria Elena e il tatuaggio #maistatorenziano

fatto071216Il risultato ha scosso il paese. Niente sarà più come prima. Ecco i primi segni del cambiamento.

Indelebile – Il più contento è Pino, tatuatore di Roma sud, che ha la fila davanti al negozio. “Va molto la scritta #maistatorenziano – dice – ma il problema è che deve essere visibile se vai a un dibattito, a una serata televisiva, o a mangiare la frittura ad Agropoli, e quindi mi chiedono di farla sulla fronte”. Buon successo anche per altri tatuaggi, come la finta scheda del Senato sventolata da Renzi. “Qualcuno la chiede sulla schiena, ma già votata, se no poi è scomodo”.

Pallottoliere – Grande attenzione dei sismologi per la reazione di Giuliano Ferrara, mentre gli esegeti più esperti aggiornano il pallottoliere. Con Bettino, Silvio, Joseph e lo 0,00002 per cento di quando si candidò contro l’aborto, ora aggiunge Matteo al suo Palmares: ne ha ammazzati più lui, sostenendoli a spada tratta, della peste del ‘600. Passano le ore, poi arriva il suo tweet, dedicato ai giovani: “Cari elettori dai 18 ai 34 anni, avevo la tentazione di una vecchiaia gay. Ora non più. Menatevela da soli. Stronzi”. Testuale. Al Foglio pensano di farci tre pagine, poi due, poi un taglio basso poi un piccolo corsivo, poi decidono di telefonargli: “Giuliano, hai di nuovo dimenticato le goccine”.

Reliquie – Grande successo di vendite a Roma, nelle botteghe adiacenti piazza San Pietro, di un telo in lino finissimo riproducente le fattezze di Maria Elena Boschi. Si dice sia la Sindone di quando ha visto il primo exit poll. Si mormora che abbia poteri miracolosi, tipo trasformare gente di “cultura contadina” in capataz del sistema bancario. Meglio del gratta e vinci.

Nuove app – Tra i commentatori dei grandi quotidiani va molto un programmino (App-erò!®) che scava nel loro archivio e trova una frase negativa su Renzi da esibire in forma di “io l’avevo detto”. Si tratta di un algoritmo capace di tirar fuori da milioni e milioni di parole adoranti e adulatorie, una critica del 2013, tipo “Matteo è spettinato” o “Matteo è apparentemente distratto”. A quel punto, invitati ai talk show, potranno dire: “Io? Ma io l’avevo detto! Guardi qui, già nel 2013!”. Leggere attentamente le istruzioni: su certi telefoni non funziona, quello di Maria Teresa Meli è esploso, causando l’irreparabile perdita di 36.784 messaggini “Renzi ai suoi”.

Concorso – Il governatore della Campania Vincenzo De Luca ha lanciato un concorso di idee internazionale per scegliere chi torturerà meglio, e in modo dolorosissimo e prolungato, il sindaco di Agropoli Franco Alfieri, quello del “clientelismo come Cristo comanda”. Alfieri doveva portare i voti servendosi delle sue raffinatissime analisi politiche (fritture di pesce), ma si è dimenticato. Da qui l’iniziativa culturale del governatore che “Apre alle culture altre”. Molto apprezzata la proposta di un giovane startupper Cherokee: seppellirlo nel deserto e lasciar fare alle formiche, mentre un maestro di cucina giapponese ha calcolato che tagliando molto fine, dal sindaco di Agropoli si potrebbero ricavare 31.000 porzioni di sushi.

Crisi – Avevano ragione i più tormentati sostenitori del Sì: è una tragedia economica. No, non per i famosi mercati, lo spread, le azioni, le Borse, i flussi internazionali e gli investimenti stranieri, che se ne sono largamente fottuti, ma per una dolorosa questione occupazionale. Con la caduta del governo Renzi perdono il posto circa 700 creatori di hashtag, lavoratori altamente specializzati, perché non si limitavano a scrivere puttanate, ma ci mettevano pure davanti un cancelletto. Ci vuole talento. E ora più nulla. #tristezza

Filosofie – Gli avvenimenti del paese sono così gravi che si afferma il pensiero Cacciariano: “Mi fa schifo ma lo compro lo stesso”. Molto apprezzato da osti e camerieri. Com’è la zuppa? “Fa vomitare, è salata e c’è dentro un topo, ma tranquillo, io sono un cacciariano, la mangio lo stesso”.

lun
5
dic 16

Realtà batte narrazione 60 a 40. E ora è il momento del “Che fare?”

schermata-2016-12-05-alle-14-09-06Non è la prima volta che lo dico: farsi convincere dalla propria stessa propaganda è un errore idiota, da comunisti. E si direbbe l’ultima cosa comunista rimasta da queste parti.

Il primo pensiero sulla Waterloo renzista è questo: la narrazione ha fallito. Era sbagliata. Era stupida. Offensiva. Disegnava scenari inesistenti di sorti luminose e progressive per coprire una realtà di crisi e sofferenza. Un leader sconfitto che dice “Non credevo che mi odiassero così tanto” (il Corriere, oggi) è un leader che parla solo coi i suoi servi, che visita solo le fabbriche degli amici finanziatori e non quelle in crisi, che delegittima sempre l’avversario, perdendolo per sempre, trasformandolo in un nemico.

Chi semina vento raccoglie tempesta.

Questo fatto di vedere in primo piano la débacle della narrazione – me ne scuso – è una specie di deformazione professionale. Ma di questo, sul mio giornale (e qui), mi sono occupato soprattutto in questo anno: segnalare la distanza tra lo storytelling renziano e l’Italia. Non si può dire che non li avevamo avvertiti, ecco.

In cambio, in cambio di quel “ehi, vi state sbagliando!”, sono arrivati insulti e contumelie, prima eravamo gufi, poi rosiconi perché Lui vinceva, poi (fascisticamente, le parole sono importanti) “disfattisti”. Irridere i lavoratori e i sindacati (il gettone del telefono…), sposare una modernità da startup un po’ pirata con il mito della velocità che trasforma i diritti in zavorre e le regole in fastidiosi condizionamenti. Questo è stato il renzismo, se gli levate le storielle dei narratori. E precariato alle stelle, lavoro mortificato, tasse mascherate, bugie vergognose, tagli alla sanità. Tutto il contrario di quello che narravano le loro favolette di “futuro” e “italiariparte” e “grande potenza culturale”. Il No al 51 sarebbe stato un “no grazie”, al 55 un “No, e piantala”, al 60 è un “No e vaffanculo”. Spiace che questa nobile espressione popolare sia diventata lo slogan di un partito che non mi è simpatico, ma sia: si certifica almeno che non c’è copyright sul vaffanculo.

Ci mancheranno le bischerate toscane, le foto in bianco e nero dell’agiografia ufficiale, gli slogan infantili dei cantori a tassametro, la malafede di quelli che “il segretario ha sempre ragione”. Tra questi – una prece – i giovinetti burbanzosi della “nuova politica”, ordinati e devoti come balilla al servizio del capo, storditi, oggi, nell’apprendere finalmente quanto (tanto) il capo fosse detestato. Ora assisteremo ai riposizionamenti, ai distinguo, ai “Io? Mai stato renziano”. E’ il momento di avere buona memoria.

Ma al di là di questo – che non è contorno ma nemmeno sostanza – c’è il più disastroso fallimento politico del dopoguerra italiano. L’idea di poter perdere i propri voti di sinistra (spacciando quella perdita per modernizzazione) perché tanto arrivano quelli di destra era un calcolo sbagliato. Berciare per anni sui giovani a cui le generazioni precedenti “rubano il futuro” e poi essere votati solo dalle generazioni precedenti e non dai giovani. Mettere in circolo il veleno della guerra tra generazioni e perdere pure quella. Sostituire diritti con regali pensando che la gente non se ne accorga. Andare a elemosinare voti e consensi con il peggior clientelismo possibile (i De Luca, il pellegrinaggio di Lotti dai capataz cosentiniani, i favori a banchieri e mercati, l’occupazione del potere in ogni angolo…).

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Mi diceva un amico rumeno che ad ogni comparsa di Ceausescu, molta gente si avvicinava al leader con bigliettini che dicevano : grande leader, succede questo, sucede quello… Pensavano che lui non sapesse, lo credevano in buona fede, lo avvertivano. Con Renzi si è fatto lo stesso: lo si avvertiva che il paese di cui parlava non era quello reale. E lui – e i suoi – rispondevano a insulti.

Il fallimento politico del renzismo è il fallimento clamoroso, il crollo indegno, di un disegno che il paese non vuole. Il partito della nazione, una macchina statale più veloce e controllabile per favorire “la velocità dell’economia”, che significa piegarsi a regole decise nei consigli di amministrazione e non dalla politica e dalla democrazia. Tutto questo non va bene. A tutto questo è stato detto No. E proprio ora che c’è incertezza nel futuro si capisce bene che tenersi una Costituzione così, che ci ha salvato in larga parte persino da Berlusconi, è una cosa preziosa, da non stravolgere per il plebiscito di un singolo.

Il plebiscito c’è stato, comunque: 60 a 40 non è una sconfitta, è un disastro.

mappa

Ci sarà tempo di pensare a quello che è diventata l’informazione, grandi giornali, tutte le tivù, tutti schierati dalla parte della sconfitta bruciante, è un vaffanculo  un po’ anche per loro. Ma non tanto sull’inchinarsi al potente di turno, quando sull’incapacità, anche loro, persino loro, di vedere il paese reale e di preferire le favolette belle della propaganda. Approfitto per dire che sono molto contento del mio giornale, Il Fatto Quotidiano, di chi ci scrive, di come ha condotto questa battaglia di autodifesa degli italiani.

Ora è il tempo di ricominciare a parlare di politica, non delle visioni lisergiche di un ragazzotto con problemi di ipertrofia dell’ego e dei suoi camerieri.

Via, e subito, e presto, anche dal Pd, se si vuole un partito vagamente di sinistra in Italia. E via subito anche i suoi uomini nei posti chiave, per evitare che un potere perdente si aggrovigli alle strutture e faccia ulteriori danni. Il paese che si voleva “velocizzare” ha perso un anno intero dietro alle paturnie di una sedicente classe dirigente, la più mediocre che si sia mai vista.

Della signorina Boschi non è il caso di parlare, questa singola riga è già troppo per il suo spessore.

E’ l’ora del “Che fare?”, ma siamo qui per questo, no?

E’ sempre l’ora del “Che fare?” se non ti va di essere suddito, ardito o balilla.

 

 

 

 

mer
30
nov 16

Ecco il vero bipolarismo: da Ken Loach a Marchionne

301116Negli angoli più sperduti della galassia, nelle visioni paradisiache che ci porterebbe una vittoria del Sì e nelle speculari tradegie che, inevitabili, accompagnerebbero la vittoria del No (pensate al disastro, fallirebbe Banca Etruria! Mon Dieu!), i narratori renzisti stanno facendo un po’ di casino con il Pantheon.

Ci siamo fatti due risate con Renzi che si appropriava di Sant’Agata (vergine, martire, e sostenitrice del Sì già dal Terzo secolo), ma quello dei testimonial involontari, arruolati en passant, con una citazione, un filmato, una suggestione di impianto sentimental-romantico, comincia ad essere un pozzo profondo. Non si trasecola tanto per la costruzione di un sistema valoriale basato sugli esempi (lo fanno tutti), ma per la distanza siderale tra quegli esempi (che parlano al cuore, all’appartenenza, alle radici) e la realtà. Per capirc: citare Don Milani e fare una riforma della scuola come quella renziana è come predicare una vita sana e morigerata facendo il capo del cartello di Medellin. Un equilibrismo pericoloso e, a lungo andare, ridicolo.

Ultimo esempio, la citazione-videoclip di Eric Cantona, mito del calcio maledetto, attore, provocatore di genio, in qualche suo bislacco modo leader progressista. Renzi, in tour a Bologna, mostra un video tratto dal film di Ken Loach sul calciatore francese. E sottolinea quello che Cantona dice, nel film, al suo ammiratore: “Devi fidarti dei tuoi compagni”. Video riciclato, già usato in luglio a una direzione del Pd, quella volta per rubare un’altra frase di Cantona: “L’importante non è il gol, è il passaggio”, e quello del referendum è un passaggio, eccetera eccetera (aggiungere a piacere).

E’ evidente il problema di assestamento tra l’immaginario evocato e il reale. Se celebri Cantona come un pezzetto della tua formazione, un angolino di genio sregolato ribellista e di sinistra come tuo riferimento (tweet commosso di Filippo Sensi), non puoi invitare a cena a Palazzo Chigi Tony Blair. Scegliere: se ricordi commosso Berlinguer, non puoi correre ad abbracciare Marchionne. Celebrare Ken Loach in un discorso pubblico dopo aver detto cose assai offensive sul sindacato i corpi intermedi (vecchi, barbogi, il gettone del telefono, eccetera eccetera) crea una specie di stordimento, come minimo un disorientamento: insomma, porca miseria, dobbiamo stare con i minatori o con la Thatcher? Con i risparmiatori o con JP Morgan? Con i ragazzi che pedalano nella notte per portarci il sushi o con i dinamici startupper che li pagano due euro a consegna? Il dilemma si risolve così: l’adesione sentimentale, il tributo emozionale, la lacrima vanno ai primi, la politica , le decisoni e l’impianto ideologico guardano ai secondi. Una politica di destra, non a caso sostenuta e benedetta dai padroni del vapore (da Confindustria alla grande finanza), confezionata con ammiccamenti al vecchio, ormai quasi gozzaniano, cuore di sinistra.

Il partito della Nazione che si affermerà in caso di vittoria del Sì ha già fatto le sue prove generali sull’impianto emotivo del paese, usando come cavia l’elettorato del Pd. E’ una specie di “liberi tutti ideologico”, che permette ogni cosa, che allenta ogni freno. A distanza di poche ore si può andare in pellegrinaggio dal capataz cosentiniani in Campania e celebrare Ken Loach e Cantona, tagliare cinquanta milioni per le cure a chi vive vicino all’Ilva di Taranto, dire arditamente che si rimedierà in Senato, e un minuto dopo ribadire l’inutilità del Senato. Vale tutto, insomma, commuoversi per la sorte degli schiavi e andare al ricevimento con lo schiavista, tifare per il fagiano mentre si carica la doppietta. Chi ancora casca in questo giochetto, chi si piega a questa schizofrenia cinica e calcolata, ha già in tasca – peggio, in testa – il suo partito della Nazione.

mer
23
nov 16

A Milano! A Milano! Lunedì 28, Di rabbia e di vento, ultima presentazione!

di-rabbiaA Milano! A Milano! Mi sembra giusto chiudere con le presentazioni di Di rabbia e di vento a Milano.

Quindi grazie alla Cooperativa La Liberazione (via Lomellina, 14) che mi invita (lunedì 28, alle 21) a fare una chiacchierata. Si parlerà di tutto, come al solito: il giallo, Milano, la scrittura e tutto il resto.

Intanto, il libro è andato molto bene (qui trovate un po’ di recensioni, se vi va) e approfitto per ringraziare tutti quelli che in questi mesi sono venuti a sentire, a parlare, a fare domande.

Per quanto riguarda Carlo Monterossi, la sua banda, i suoi blues e tutto quello che gli gira intorno, a gennaio arriverà la nuova avventura, della quale – ovvio – non dirò niente, se non che Carlo è un po’ confuso, che la storia è piuttosto scura e che la legge e la giustizia, beh, insomma, lo sapete che non sono la stessa cosa, vero?

Quindi se venite lunedì sera mi fa molto piacere (è pure un posto dove si mangia e si beve bene). Ci vediamo lì

 

 

mer
23
nov 16

La post-verità, il post- soffritto e noi post-cretini

231116primailfattoIl dibattito sulla post-verità (l’Oxford English Dictionary ha eletto Post-Truth come parola dell’anno) sembra leggermente post-datato. Le sorti del mondo sarebbero messe in forse dal fatto che milioni, forse miliardi, di persone credono alla prima fregnaccia che dice la rete, invece di leggere il New York Times sulle poltrone in pelle del circolo del bridge. C’è del vero, probabilmente. E del resto se i media ufficiali cavalcano questa cosa della post-verità è anche per non ammettere il fallimento: non sappiamo più leggere la società (Trump, Brexit, eccetera). Ma questi sono discorsi complessi, per esperti. Ci limitiamo a scorgere piccoli segnali di post-verità che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

Il post-soffritto. In una bella intervista al Corriere della Sera, il famoso cuoco Massimo Bottura, il più bravo del mondo, dicono, ci spiega cos’è la narrazione ai fornelli. “Dovevo fare una carbonara per duemila persone, ma avevo bacon per due porzioni. L’ho tagliato a fettine sottilissime e le ho stese sulla teglia. Poi ho preso delle bucce di banana. Le ho sbollentate, grigliate, tostate in forno. Alla fine erano affumicate, croccanti. Le ho fatte a cubetti, ricoperte di un altro strato di bacon e rimesse in forno: il bacon si è sciolto; le bucce di banana parevano guanciale”. Perfetto, pare la ricetta delle riforme renziane, tipo il Jobs act al sapore di tempo indeterminato (tagliato finissimo) e tanti cubetti di voucher, ma tanti, eh! Per carità, saremo lontani dalle solenni riflessioni sulla post-verità, ma la post-carbonara esiste e lotta insieme a noi

Il post-emigrante. Piccolo esempio di post-valigia-di-cartone. Intervistato a Piazzapulita, il grande manager Andrea Guerra (ha lavorato in molte aziende, non tutte in attivo: Luxottica, Governo Italiano, Eataly) ha detto la sua sugli italiani all’estero. Ha detto che lui se n’è andato, che è giusto andarsene, e che l’importante è che dopo, fatte queste “esperienze meravigliose all’estero”, si torni qui a dare una mano. In pratica, fateci caso, quando si parla di italiani all’estero si citano sempre i supermanager, gli scienziati, le eccellenze, oppure una specie di éducation sentimentale per giovani europei, una gaia aria di Erasmus per milioni di persone. Inutile dire che la realtà si avvicina di più al pizzaiolo che sta a Stoccarda, o al lavapiatti a Londra, non proprio “esperienze meravigliose all’estero”, ma vera emigrazione per bisogno (in aumento, tra l’altro). Il post-emigrante, nella post-verità, è o un numero uno, oppure una specie di flâneur bohémien che gira il mondo facendo meravigliose esperienze.

La post-condicio. Nulla è più post della post-iccia faccenda della par condicio, eppure se ne discute animatamente come se esistesse. Lo sbilanciamento clamoroso nelle posizioni del Sì e del No sui “media ufficiali” è sotto gli occhi di tutti, ma questo non impedisce le dissertazioni teoriche, le analisi e le riflessioni, i moniti, gli appelli su una cosa che evidentemente non c’è. Parlare come se esistesse di una cosa che non esiste è tipico della post-verità, un po’ come dare una cosa per fatta quando non lo è (innumerevoli casi, valgano per tutti i “mille asili in mille giorni”, o il roboante “abbiamo abolito il precariato”, o l’Expo “straordinario successo”, o l’Italia “superpotenza culturale”). E’ vero, la post-verità è un pericolo reale. Se si diffonde nel paese la prassi che dirlo è come farlo sarà un disastro a partire dalla prima media. Hai fatto i compiti? Ho fatto i compiti, sì, ecco fatto, bastava dirlo.

Quella sulla post-verità sarà dunque un dibattito infinito, ma si consiglia vivamente di saperla vedere ovunque, nelle follie del web come nella narrazione quotidiana, normale, persino inconsapevole.
E’ lì che ci prendono veramente per post-cretini.

gio
17
nov 16

Pure Sant’Agata è renziana (nel III secolo disse No e finì malissimo)

fatto171116Molliamo il colpo, ragazzi, usciamo con le mani alzate, arrendiamoci. Va bene i bonus, va bene i regali elettorali, va bene le promesse roboanti e vanno bene persino i morti (tipo Nilde Iotti, arruolata da salma)… ma Sant’Agata che vota Sì è l’arma fine-di-mondo! Noi siamo attrezzati per la Boschi (e già fatichiamo), al massimo per la Madia (che fatica!), ma Sant’Agata è l’asso pigliatutto. Eppure è stato il vescovo di Catania in persona a dirlo a Renzi (“Sant’Agata vota sì”), e lui, sempre così distante dalle esagerazioni, lo ha preso in parola.

Certo, la storia di Sant’Agata è interessante: vergine consacrata, fece involontariamente girare la testa al proconsole Quinzano, che la voleva a tutti costi. Lei si negò, e quello la fece torturare in tutti i modi (compresi i seni strappati con le tenaglie arroventate, porca miseria!). Dunque, se stiamo alle vite dei Santi, diciamolo, Sant’Agata fece una bruttissima fine perché disse No. Se avesse detto Sì sarebbe andato tutto bene. Senza più il bicameralismo, ma con ancora le tette. E’ quello che si dice un perfetto parallelismo storico. Essendo poi Sant’Agata anche la patrona dei pompieri, la cosa si incastra bene col terremoto, e la propaganda diventa, diciamo così, bisvalida come le vecchie figurine Panini.

Per un tipetto dinamico come Renzi, che dice di guardare al futuro, rifarsi a un’elettrice del III secolo potrebbe sembrare contradditorio, ma non è così. Forse Jim Messina gli ha detto che può recuperare voti presso il pubblico femminile molto pudico e testardo, e la figura di Sant’Agata casca a fagiuolo. Un po’ come se volendo recuperare voti tra i correntisti di Banca Etruria li si convincesse che San Matteo Evangelista (patrono dei banchieri) avrebbe votato Sì, e questo proprio mentre Matteo il Ballista (patrono dei banchieri pure lui, ma in un altro modo) ai risparmiatori truffati dice No.

Insomma un bel casino. Non se ne esce. Resta da vedere cosa dirà Santa Barbara, che cade il quattro dicembre. Sant’Agata ha già detto, cioè, lei votò No, ma dopo, si vede, ha cambiato idea.

mer
16
nov 16

Matteo transformer con teletrasporto: le dritte di Jim Messina

fatto161116Eh, dici bene, stargli dietro, ma come si fa! Passato in un nanosecondo dallo sventolìo europeista di Ventotene a togliere le bandiere dell’Europa dalla scenografia, asceso da rottamatore a establishment, poi da responsabile statista ad alfiere antisistema, Matteo Renzi pone un nuovo problema politico all’Italia. Non il trasformismo – roba vecchia – ma il trasformismo col teletrasporto: fulmineo, istantaneo. Stupisce che i giornali non pubblichino le previsioni del Renzi, cose tipo: domani un po’ populista con venature anti-casta, schiarite nel pomeriggio, statista europeo dopo cena, a nord-ovest, con cirri costituzionalisti sopra i mille metri.

Dopo accurati studi statistici, il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’istituto Zelig, è in grado di anticipare le prossime strabilianti trasformazioni del nostro primo ministro anti-casta.

Matteo esistenzialista – Secondo Jim Messina il sì può recuperare lo 0,4 nel quartiere della Sorbona e tra gli avventori del Café de Flore, a Parigi. Matteo si presenta con un girocollo nero, una giacca stazzonata e sigarette francesi. Bevendo un pastis, assicura che Simone de Beauvoir avrebbe votato sì di sicuro, peccato che non sia qui a dircelo di persona. Ospite di Fabio Fazio, canta un pezzo di Juliette Gréco.

Matteo trumpista – Recuperare il voto degli italiani del Maryland, del Montana e del Wyoming è possibile, dice Jim. Matteo si presenta da Maria De Filippi a bordo di una Cadillac di sedici metri e dice che se vince il sì caccerà dall’Italia tutti i messicani (che sono dodici, tra cui due gemelli e una centenaria). Mostra la sua colt placcata oro e annuncia che sarà presente alla finale di Miss Bastaunsì, a Recoaro Terme.

Matteo rasta – Uno 0,3 recuperabile tra gli italiani che vivono in Jamaica, più un possibile 0,2 di amanti del reggae, dice Jim. Matteo coi i dreadlocks tiene un commosso discorso contro il caro-cartine e promette, ospite di Vespa, che se vince il sì tutti avranno ottanta euro di filtrini in omaggio. Ira di Giovanardi.

Matteo nazionalista – Generali in pensione, colonnelli a riposo, attempate crocerossine dismesse. Secondo Jim c’è uno 0,8 per cento che si può recuperare facilmente cavalcando battaglie popolari, come la presa di Fiume o Nizza italiana. Da Lilly Gruber si presenta a cavallo. Promette che se vince il sì gli schioppi ad avancarica saranno sostituiti con modernissimi fucili della prima guerra mondiale (questo, secondo Jim, vale un recupero del 2,4 tra gli elettori che abitano sul Carso)

Matteo castrista – Ingannato dal ministro Martina sulla redditività della monocoltura della canna da zucchero, si presenta in uniforme e basco rosso a una toccante cerimonia, che ha conclude con un “Sì o muerte”, puntando al voto della comunità italiana all’Avana. Poi, in diretta da Barbara D’Urso, annuncia la nazionalizzazione delle banche. Tutte tranne una, ché ci sono problemi di successione.

Matteo futurista – Zang! Zang! Bzzzzz! Tra i giovani poeti italiani il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 99 per cento (uno fa il panettiere). Ospite del segnale orario, Matteo Renzi si rivolge a loro e declama alcuni versi di sua produzione “La Ue non si deve solo commuovere / Si deve muovere”. La serata è un successo anche se viene “locomotivamente fischiato” (cfr. Marinetti). Jim dice che si può recuperare il tre per cento tra quelli che odiano i poeti.

Matteo populista – Secondo Jim Messina si può recuperare un poderoso 8,8 per cento tra tutti gli elettori che si sono addormentati nel 1998 e svegliati ieri. Matteo tuona contro le banche, le multinazionali, il dollaro, l’euro, le scie chimiche e i semi transgenici. Poi fa un milione di promesse spericolate. Entusiasmo nell’entourage: “Pazzesco, Matteo, sembravi te stesso”

sab
12
nov 16

Leonard Cohen. In morte della malinconia più sensuale di sempre

fatto121116E poi viene il giorno in cui muore anche la malinconia. Era una cosa sottile, calma e avvolgente, incartata in una voce così bassa, così raschiata, che sembrava uno strumento da bordone, con le parole precise e nette, le melodie disegnate – no, incise – e condotte per mano dolcemente, una presa tenera ma sicura, come si fa con le ragazze quando si finge timidezza. Ora, come sempre davanti alle morti illustri, Cohen diventerà materia di critica e di ricostruzione: se fosse prima poeta o cantante, mistico (persino asceta, persino eremita) o fisico come le storie di amore e di sesso e di stanze d’albergo che cantava. O ancora si dirà di quell’amore lungo e della sua perdita, Marianne Ihlen, morta qualche mese fa, a cui lui aveva promesso di raggiungerla presto: “Sappi che sono così vicino dietro di te che se tendi una mano puoi trovare la mia”. E questo a proposito dell’amore, che non solo sopravvive agli abbandoni, ma ne trae, se possibile, più amore. “Nella sua ultima ora le ho tenuto la mano e ho sussurrato Bird on a Wire”. Basterebbe questo, per un poeta, lo sapete, vero?

Eppure Cohen era stato anche spigoloso, persino scomodo. Una voce così roca e dunque così esplicitamente sessuale, senza veli né troppi giri di parole, nella quale si sporgevano non i mali del mondo, che pure ci sono, ma i mali suoi, la depressione, la nostalgia, il suicidio, tema ricorrente. E la malinconia, sostanza collosa, intima, irraccontabile e dunque perfetta da raccontare, se sei capace. La mischiava, quella voce, con la chitarra acustica, all’inizio. E nella stagione dei figli dei fiori e dell’amore libero sembrava un monito: che libero non vuol dire leggero, ma denso, e questo lo faceva passare per il deprimente Leonard Cohen, il noioso Leonard Cohen. Poi la mischiò con il pianoforte, poi con arrangiamenti più orchestrali, pieni, e poi addirittura con un’elettronica gentile, e i cori, le voci multiple a contrappunto della sua, sempre scura, autosegregata nel mistero dell’intimità. Marianne, Suzanne, persino Jeanne D’Arc. Le donne – quindi la Donna – erano un’ossessione di equilibri, tra passione e abbandono, tra il rimpianto della perdita e la gioia tranquilla di avere, almeno, nella tristezza della fine, qualcosa da rimpiangere. Per questo – anche per questo – la cifra di Cohen è stata, sempre, la malinconia.

E dunque se ne va non solo un cantante e non solo un poeta, ma un intero impasto, non sempre lineare e mai semplice, di prescrizioni emotive, di appunti per leggere la vita e il mondo: “Dammi un’assoluta maestà su tutto / E stenditi vicino a me / E’ un ordine perfetto” (The future, 1992). Chissà, forse perché sapeva, ebreo errante affascinato dal buddismo al punto di ritirarsi per anni in eremitaggio, che la vita privata – noi – e il mondo pubblico, sono la stessa cosa, e nemmeno troppo rassicurante, cose che non ci faranno carezze.

Si sa che non bisogna fidarsi dei cantanti, che sono in qualche modo autorizzati alla ciarlataneria dei sentimenti, e pochi fanno eccezione. Ma in Leonard Cohen questa eccezione era monumentale, poderosa. Niente, mai, che suonasse falso. Ed è per questo che le sue canzoni erano confessioni e salmi, spesso più nascosti nelle b-sides, nelle canzoni che non si affacciavano alle classifiche, che in quell’Halleluiah che oggi molti riconoscono come la pietra migliore del suo scrigno, e mi permetto di dissentire. Non è lì che bisogna cercare Cohen, ma nei capricci del corpo e del cuore, nel sesso e nella bottiglia, nelle camere d’albergo del suo scontento, nell’amore che è sì uno scherzo, ma non per questo è divertente.

Una cosa, come gli diceva Suzanne nella canzone, da cercare “tra la spazzatura e i fiori”. Chi ha sentito Leonard Cohen come si deve, chi l’ha incontrato davvero, queste cose le sa. Perché sono vere. E perché gliele ha spiegate lui.

ven
11
nov 16

Perché e percome voterò No. Merito, metodo e altre cosucce

0000riforma3Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.

Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.

(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).

Voterò NO perché vedo una tendenza – nemmeno troppo nascosta, anzi, a volte rivendicata – a0000riforma2 limitare la rappresentanza e la sovranità popolare, cioè il voto. Le province, per dire, fanno tutto quello che facevano prima, solo che invece di votarli noi, i rappresentanti sono nominati altrove, a volte da luridi accordi di partiti e di correnti. Sarà così, più o meno, per il nuovo Senato, non lo voteremo più, se non in modo largamente indiretto.
Del doppio lavoro di sindaci e consiglieri comunali, un po’ a Roma, un po’ a fare quello per cui sono stati eletti nei loro territori, si è già detto, un altro pasticcio. E l’immunità da senatori (quindi anche da consiglieri regionali? Mah), altro pasticcio. E l’età, per cui potremo avere senatori diciottenni ma deputati non sotto i 25 anni. Pasticcio. Senza contare gli statuti delle regioni autonome che andranno riscritti (suppongo con qualche fatica) perché prevedono incompatibilità tra l’attività di consiglieri regionali e quella di senatori. Pasticci su pasticci su pasticci.
Per semplificare, tra l’altro! Ridicolo.

La questione poi dei “costi della politica” è risibile pure quella: si risparmiano una cinquantina di milioni in cambio di un cedimento di rappresentanza, una goccia nel mare delle spese della politica, anche se hanno provato a raccontarci che si risparmiavano 500 milioni (Renzi), o un miliardo (sempre Renzi), o che la riforma vale sei punti di Pil (Boschi… Farebbe un centinaio di miliardi. Pura follia). Stupidaggini sesquipedali.
E’ come dire: cara risparmiamo! Non compriamo più gli stecchini per le tartine al caviale, mangiamole con le mani, finger food, che fa anche smart e moderno.

schermata-2016-11-11-alle-13-14-11Voterò NO perché questa riforma, fatta male e scritta peggio, sposta qualche potere dal Parlamento all’Esecutivo. I sostenitori del Sì dicono, con aria di sfida, di mostrargli l’articolo che aumenta i poteri del Presidente del Consiglio. Ovviamente non c’è. O no? Tranquilli, c’è. L’articolo 72, detto anche del “voto a data certa”, prevede una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, che quindi avranno sempre la precedenza. In pratica, in una situazione di emergenza permanente, si potranno discutere solo leggi di iniziativa del governo (un governo, tra l’altro, saldamente in mano al premier che è pure segretario del primo o secondo partito). In quella corsia preferenziale potranno correre sia le leggi di bilancio, sia quelle elettorali. Insomma, un governo, con questa nuova Costituzione, potrà approvare in 70 giorni una nuova legge elettorale se quella esistente non gli conviene.
Dunque è vero, la riforma non tocca teoricamente i poteri del Presidente del Consiglio, ma in pratica lo aiuta un bel po’.

Voterò NO perché questa riforma Costituzionale è stata costruita, scritta e pensata in parallelo con l’Italicum, una legge elettorale che ancora più pesantemente lede il diritto di rappresentanza. Le minoranze Pd (mi sembra giusto parlare al plurale) che l’hanno votata l’hanno fatto esplicitamente dopo la promessa, la vaga assicurazione, il miraggio, che si sarebbe modificato pesantemente l’Italicum. Questo non solo non succederà in tempo (prima del 4 dicembre), ma consentirà a Renzi, se vince il Sì, di considerare il referendum un avallo all’Italicum (lo sapevate e l’avete votata… eccetera, eccetera).

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Inutile dire che la riforma, che è solo brutta e complessa e foriera di nuove confusioni, con l’Italicum allegato diventa anche pericolosa. Il mio NO diventa quindi autodifesa democratica e non più soltanto posizione tecnico-politica.

Ora veniamo ai motivi politici.
Le riforme renziane le abbiamo viste. Sono in larga misura pasticciate, dettate dalla fretta di mostrarsi veloci e decisionisti, ma all’apparir del vero abbastanza disastrose. Come minimo i loro effetti sono stellarmente lontani da quanto si era promesso e prefigurato con gran dispiego di storytelling. Il Jobs act (la legge sul lavoro, in italiano) ha prodotto qualche migliaio di nuovi posti di lavoro, parecchie stabilizzazioni e un profluvio di lavoro precario (voucher e compagnia brutta), ed è costata venti miliardi che, investiti in altro modo, avrebbero creato più lavoro. Tipica riforma renziana: risultati immediati molto sbandierati per la propaganda (anche truccando i numeri), e poi la realtà che arriva a darti una sberla, e intanto si sono levati diritti a chi di sicurezze ne aveva già poche. La “buonascuola” ancora peggio.

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Dunque ci troviamo davanti a varie contraddizioni politiche.
La prima: riformisti che non sano fare riforme decenti.
La seconda: riformisti che fanno le riforme, e se ne vantano ogni due per tre, ma che vogliono cambiare la Costituzione con l’argomento che con questa che c’è non si possono fare le riforme.

Quanto alla velocità delle leggi, l’argomento è specioso e rasenta la malafede: la legge Fornero venne approvata in 18 giorni, il bail-in in 13, le banche pericolanti (anche quella del papà della ministra delle riforme) sono state salvate in due settimane. In sostanza, semplifico, le leggi che aiutano il sistema e penalizzano il cittadino corrono assai (quella sul reato di tortura no, non corre).

Ma poi, perché si vuole essere così veloci? Perché il mercato è veloce, il mondo è cambiato, eccetera, eccetera. Dunque si dice: costruiamo una Costituzione più a misura di mercato, ed è esattamente quello che non mi piace per niente. La Costituzione deve essere a misura di cittadino e permettere a chi governa di regolare il mercato (aziende, banche e finanza), non di agevolarlo sempre e comunque sacrificando interessi comuni. Il mercato è, ahimé, parte di questo mondo, ma non è questo mondo.

Mi sembrano tutti motivi validi per il mio No, e probabilmente altri ce ne sono. Non ultimo, il ridicolo assalto della propaganda per cui se vince il No sarà il disastro, l’apocalisse, moriremo tuti e i mercati ci uccideranno. Non è vero, è terrorismo, a volte ben confezionato dialetticamente, a volte (spesso) arrogante e sbruffone come nello stile di chi ha inventato la riforma. Lo storytelling trinariciuto e banale, il ricatto dell’”allora non vuoi cambiare”, la retorica infantile del premier dinamico e giovane. Tutte cose irricevibili da gente che si proclama di sinistra (per chi ancora ci casca, pochi) e fa cose che la destra italiana sogna da anni.

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No, non è un voto sul Presidente del Consiglio, ma in fondo lo è. Se vince il No a una brutta riforma, chi ha proposto e sostenuto una brutta riforma perdente verrà un po’ ridimensionato, e penso che Renzi e il renzismo abbiano bisogno proprio di quello: una regolata. Se hanno i voti governino pure, ma con le regole fissate, non con regole nuove fatte su misura. Fa parte della propaganda il grottesco leit-motiv delle cattive compagnie, per cui la ministra che vota con Verdini in Parlamento accusa me di votare come Casa Pound. Stupidaggine: io voto quello che voglio, indipendentemente da chi lo fa anche lui. E visti i banchieri, i milionari, Confindustria, i finanzieri, Moody’s e tutto l’establishment schierato per il Sì non so quanto convenga ai “riformisti” fare questo discorso.
Nel referendum costituzionale del 2006 Renzi votò No, come Rauti, discorso chiuso.

C’è un altro motivo per il mio No, e riguarda il paese spaccato. Se una riforma così importante divide i cittadini a metà già vuol dire che non va bene, che non è ampiamente condivisa, che rompe in due la società, mentre dovrebbe compattarla (questo fecero, tra mille ottimi compromessi, i padri costituenti, quelli veri).

In sostanza, voterò NO per il merito (anche il ritornello “non parlate del merito” è una scemenza, parlare del merito della riforma è il modo migliore per mostrarla per quello che è, un pasticcio), per il metodo e per il disegno di lungo periodo che vi si scorge dietro. Perché mi sembra sempre più, ogni giorno che passa, un referendum delle élites contro i cittadini. Non mi sento per questo un conservatore né un immobilista. Ci sono cambiamenti che vorrei, fuori e dentro la Costituzione, ma non sono questi.

Quindi, No grazie.

Se volete abolire il Cnel, chiamatemi, a quello ci sto. Basta una riga, non serve stravolgere la Costituzione.

 

 

gio
10
nov 16

“Ehi, Barack, e se premo il bottone rosso?”

fatto101116Oggi, nel corso di una toccante cerimonia, Barack Obama ha ricevuto Trump alla Casa Bianca. In esclusiva mondiale, il Fatto Quotidiano può raccontare ai suoi lettori i dettagli rimasti segreti

– Questa è la camera da letto…
– Uff! Niente specchio sul soffitto? Niente letto rotondo?
– Ehm… no. E questo è il mio studio, la sala ovale…
– Bello! E questo bottone rosso? Per la servitù? Posso provare?
– No! Non toccare!
– Ok, ok, calmino Barack… E questo è il bagno?
– Sì, Donald, questo è il bagno
– E quello?
– E’ il bidé, Donald
– Ah, capisco… l’orto di Michelle dov’è?
– Là dietro… sono contento che ti interessi, gli ho dedicato molti tweet
– Devo capire le misure… per il parcheggio, io devo metterci molte jeep
– Beh, Donald, la casa l’hai vista, ma non voglio forzarti, se non ti piace puoi rifiutare…
– No, no, è carina… Anzi, Barack, volevo dirle… E’ un onore ricevere la chiavi da lei, io l’ho sempre considerata il miglior presidente americano. Il migliore a… scendere le scalette dell’aereo… a giocare a basket… a chiacchierare coi cantanti… davvero bravo… Ora può andare, ecco dieci dollari
– Ma… Donald… mi dai del lei?
– Ah, già che sei negro! Eccoti cinque dollari, sparisci!
– Scusa Donald… però… avrei una domanda
– Dimmi, su, veloce, che ho da fare
– Ma come hai fatto? Avevi contro tutti, i giornali, le televisioni, la sinistra…
– La sinistra? What is sinistra?
– Ma sì, Hillary, De Niro, Springsteen, Madonna…
– Ah, dici quelli che vivono negli attici di Manhattan?
– Beh, sì, anche loro…
– Ma io quelli li conosco bene! Glieli ho venduti io, gli attici a Manhattan! E alcuni sono ancora in affitto…

mer
9
nov 16

Ragazzi, che figata la buona scuola: ora lavorate pure gratis

fatto091116Passata un po’ in cavalleria perché il Paese sta pensando ad altro, non ha avuto il giusto risalto la notizia che i nostri figli – quelli che secondo il famoso psichiatra leopoldo Recalcati sono bloccati nella vita dall’ottusità dei padri – potrebbero formarsi oltre che sui banchi, anche alla scuola di McDonald’s. La famosa innovazione dell’alternanza scuola-lavoro è uno dei passi più deprimenti e al tempo stesso esilaranti della famosa buonascuola. L’iter lo conoscete tutti, è quello delle più recenti riforme renziane: 1. Annuncio roboante e applausi. 2. attuazione riforma: accuse di immobilismo a chi contesta e fiducia in Parlamento. 3. la riforma è avviata e non funziona un cazzo.

L’alternanza scuola-lavoro è una specie di ciliegina sulla torta: insomma, bisogna far vedere ai ragazzi cos’è il mondo del lavoro, no? E’ il motivo per cui presidi e dirigenti scolastici hanno passato ore al telefono pregando enti, istituzioni, parrocchie, musei, studi professionali, associazioni caritatevoli, volontariato, marziani e altri, di prendersi in carico per qualche ora qualche studente. Ora, visto che ci sono da piazzare alcune centinaia di migliaia di ragazzi per alcuni milioni di ore di lavoro (pardon, di alternanza scuola-lavoro), il ministero ha siglato alcuni accordi con aziende grandi e piccole, enti, multinazionali. Tra queste (in buona compagnia, tra Eni e Zara, tra Accenture e Fca), McDonald’s, che si impegna a creare diecimila “percorsi formativi” (traduzione, piazzare diecimila ragazzi) nei suoi ristoranti. Ogni percorso formativo comprende (tra le altre cose) 35 ore in un locale della catena. Lasciamo ad altri calcoli più precisi, ma diecimila per trentacinque fa 350.000 ore non retribuite. Ora i casi sono due: se è un lavoro, come dovrebbe, sono 350.000 ore che non lavoreranno quelli che di solito sono pagati per farlo. Se invece non è un lavoro, non si capisce cosa significhi alternanza scuola-lavoro. Puro surrealismo.

A questa caritatevole cessione di ore-lavoro gratuite a varie multinazionali, si aggiunge la componente didattica. Dicono a McDonald’s che ci sarà anche “una parte formativa in aula per spiegare come funziona il nostro modello di business”. Traduco: migliaia di studenti italiani avranno come unico insegnamento di economia (non prevista dai programmi delle superiori), le lezioni di business di un’azienda multinazionale, cui doneranno, per ringraziamento, alcune ore della loro vita.

L’alternanza scuola-lavoro, come si configura fin qui, oscilla dunque tra un frenetico arrovellarsi su come accumulare ore di “formazione” (la prego, la imploro, faccia fare un po’ di fotocopie ai ragazzi…) e il disegno ideologico: la grande azienda planetaria che ti spiega in classe il suo “modello di business”, e poi te lo fa anche vedere da vicino, tra il ketchup e il doppio bacon. Una perfetta sintesi delle riforme renziane, in perenne oscillazione tra “arrangiatevi, cazzi vostri” e il regalo ai potenti di turno. Si ufficializza così l’ingresso (surrettizio, strisciante, travestito da “formazione”) delle aziende nel mondo scuola. Viene in mente un piccolo eroe di cui nessuno si ricorda, il diciannovenne (allora, 1998) Mike Cameron che al Coke Day, giornata ufficiale della Coca Cola, sponsor della sua scuola, la Greenbriar High School di Evans, in Georgia, si presentò con una maglietta della Pepsi. Sacrilegio e provocazione. E infatti fu espulso e sospeso dalle lezioni. Non siamo ancora lì, ma ci stiamo avvicinando a grandi passi. E se le 350.000 ore di scuola-lavoro tra i tavoli di McDonald’s sostituiranno 350.000 ore di lavoro retribuito, il messaggio ai ragazzi sarà chiaro e forte: nel Walhalla delle riforme renziane il mondo del lavoro è una guerra tra poveri, chi lo fa per poco scalzato da chi lo fa gratis. Una vera lezione.

mar
1
nov 16

Tina Anselmi, quando noi di Cuore la volevamo al Quirinale. Qui c’è la sua figurina

Quando noi di Cuore dicevamo “Tina Anselmi Presidente” e la volevamo al Quirinale. Oggi se n’è andata la vecchia staffetta partigiana, prima donna ministro, grande riformista. Qui c’è la figurina, buona visione.

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

mer
26
ott 16

Altro che “cha cha cha”, la segretaria di Caprotti sta ballando il mambo

fatto261016Ma chi se lo ricorda più Michelino, alias Michele Gramazio, il cantante che nel 1960 conquistava il mondo con il Cha cha cha della segretaria, hit planetario cantato in spagnolo e in italiano? Testo: “Cha cha cha della segretaria, / cha cha cha, che non pensa a dattilografar…”. Oplà! Ed eccoci in pieno – tra mitologia del boom economico e sorrisini maschili – nell’immaginario dell’Homo Capufficius, un filino sotto il Sapiens, ma sempre, immancabilmente, abbellito da una figura mitica, metà badante, metà pensiero stupendo da barzelletta cochonne: la segretaria. Un mito che va dagli albori dell’umanità aziendale a oggi, punto di svolta ed epifania gloriosa, grazie alla notizia che Bernardo Caprotti, mister Esselunga, ha lasciato alla segretaria – Germana Chiodi, per i giornali, “la segretaria” – 75 milioni di euro cash, cinque volte tanto quello che ha lasciato ai nipoti. Tié.

Colpo da maestro e riscatto definitivo di una categoria, quella della segretaria, appunto, tra le più bistrattate dalla storia. Lei, che in azienda accanto al patron è entrata nel 68, nemmeno ventenne, ne esce oggi con più soldi di quelli che si risparmierebbero facendo a pezzi la Costituzione. Una bella liquidazione per essere stata negli anni segretaria, assistente, complice, confidente, manager, stratega e braccio destro, esperta in questioni aziendali e in gineprai famigliari.

Onore a Germana, dunque, perché le segretarie che entrano nelle cronache non sono molte, e a quelle famose non si risparmia mai un fastidioso aggettivo di tipo canino: “fedele”, o “fedelissima”, quando non si arriva al semi-mistico “devota”. Lo era la mitica Enza, (Vincenza Tomaselli), segretaria di Bettino Craxi, più di trent’anni accanto al boss, per cui finì anche in galera, e poi via, dimenticata in una casa di periferia fino al funerale senza clamori (dove si suonò, però, l’Internazionale: chapeau). Poi venne Marinella, la Brambilla, segretaria di Silvio. Una che sapeva tutto e non diceva niente, una capace di tenere in anticamera i potenti del Paese, con i suoi “il dottore arriva subito”. Organizzatrice perfetta, temuta da tutti, così dignitosa da andarsene all’inglese – grazie di tutto – quando si cominciò a vociferare di cene eleganti e signorine Olgettine, che a prendere il conquibus andavano dal ragioniere, non certo da lei. Mujer vertical, potremmo dire, estromessa dal cerchio magico delle badanti di Arcore. Anche lei, c’è da scommettere, non se la passa male, ma i 75 milioni della signora Germana no, quello è record.

Chi poi volesse entrare nel gorgo delle interpretazioni, faccia pure. Ci metta l’estremismo calvinista di patron Caprotti, che amava il supermarket più dei figli (e te credo!), e l’efficienza aziendale più della famiglia. Ma resta il fatto: la signora Chiodi vendica in un solo colpo – il tempo di aprire una busta e fare due conti – decenni di subalternità e sottomissione di una figura quasi neorealista considerata buona per battere a macchina e poco altro. Errore fatale: le segretarie sanno tutto, vedono tutto, tengono l’agenda, sanno a chi mandare fiori e quando, conoscono peccati e peccatori. E insieme del peccato incarnano segretamente (segretamente per l’Homo Capufficius, spesso non più furbo del ficus aziendale dietro la scrivania) l’essenza, al punto di litigarsi con le infermiere la palma delle più visitate categorie di Youporn. Da oggi, grazie alla signora Chiodi e alla sua fresca e meritata ricchezza, la parola “segretaria” andrà letta con altri occhi: più alter ego, consigliera, socia, che arredo d’ufficio. Era ora, certo, e non è mai troppo tardi per diventare una bandiera. Altro che Cha cha cha della segretaria: la signora avrà ballato il mambo, sapendo di contare più di tanti manager, dirigenti e direttori galattici. Ecco, giustizia è fatta. Cha cha cha.

gio
20
ott 16

Di rabbia e di vento. Una bella recensione

La recensione di Anna Girardi per 84Charingcross.com. Cliccare sull’immagine per leggere, oppure il link è qui

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mer
19
ott 16

Casa Bianca, missione compiuta: Obama dice sì (Renzi chiedeva il sale)

fatto191016Alla fine c’è riuscito. Matteo Renzi, a tarda sera, provato dalla giornata ma indomito e sovreccitato per tutta la cena è riuscito a far dire sì a Obama. A tradimento, fingendosi sovrappensiero gli ha chiesto, “Scusa Barack, mi passi il sale?”. E quello: “Sì”. Missione compiuta.

Lo sbarco a Washington della pattuglia italiana – meno numerosa di quella dei nostri soldati in Lettonia, o in Libia, o di quelli che combattono a Mosul – è stato assai seguito e celebrato. Una specie di apoteosi, con Matteo che sostiene Hillary, Barack che sostiene Matteo, e Matteo che sostiene Benigni, appesantito dal piatto di lenticchie. Le eccellenze italiane sono state esibite, due registi premi Oscar, il grande stilista e la giovane campionessa disabile, la scienziata, la sindaca eroe (non è un modo di dire) di Lampedusa, la direttrice del dipartimento del design (vanto italiano ma museo americano, il Moma, roba buonissima), più il capo dell’anticorruzione Cantone. Insomma una specie di Bignami dell’Italia come la vede Matteo: fantasiosa e divertente, ma anche con capacità scientifiche, tenace e fresca come la giovane schermitrice Bebe Vio, ma anche manageriale e colta, creativa e, ovvio, elegante. Insomma, l’orgoglio. Ma anche il grande problema geopolitico delle migrazioni umane (Giusi Nicolini e la sua frontiera di mare) e sì, sì, va bene, lo sappiamo che c’è un po’ di corruzione, ma ci stiamo lavorando (ed ecco Cantone, oplà! Magari è uscito dalla torta).

Il manuale Cencelli delle eccellenze serve essenzialmente ad accreditarsi come buon alleato e, qui da noi, a mostrarci il magico mondo dell’Italia che dice Sì, un Mulino Bianco delle farine migliori, un po’ di retorica del Belpaese, il “ce la faremo” e tutta la prosopopea del nuovo contro il vecchio, del futuro contro il passato, del veloce contro il lento, del bonus contro i diritti. Tutto lustro, pulito e levigato come in un’inquadratura di Sorrentino.

Naturalmente non si pretende che un Presidente del Consiglio in visita ufficiale faccia della sociologia e si porti appresso una reale rappresentanza del suo paese. Pensa che imbarazzo le presentazioni con Michelle: “Questo è Fabrizio Corona, italian bad boy, occhio all’argenteria, eh!”. Oppure: “Questo è il fratello del ministro dell’Interno… tranquilla, non chiederà dov’è il bagno, si porta il suo”. O ancora: “E questo è il bambino più fortunato del mondo: ha schivato il controsoffitto della scuola per ben tre volte!”. E non staremo qui a dire delle altre rappresentazioni dell’Italia reale, magari pescando dalle cifre della Caritas diffuse proprio mentre l’Air Matteo One prendeva il volo: i poveri triplicati in sette anni (ora sono 4,6 milioni), o il fatto che moltissimi siano giovani. O ancora che si impennano voucher e neo-finte partite Iva.

Insomma, va bene l’orgoglio e va bene pure la propaganda. Lo spot americano avrà forse i suoi effetti, Renzi andrà a parlare di soldi in Europa con ancora calda la pacca sulla spalla di Obama, e tutti i media italiani faranno oh! di ammirazione. Il paese reale si ostinerà a restare reale, e anzi, trovandosi in gran parte a fare i conti del pranzo con la cena, guarderà al galà americano come a una cosa assai distante, una fiction a sorpresa, che può virare verso Hollywood come verso la commedia, una recita quasi ostile nella sua siderale lontananza. A raccogliere onori esibire la sua idea di Italia – una specie di Fantabosco delle eccellenze – lo stesso premier che qualche giorno prima, alla Camera (a Roma, non a Washington) difendeva i bassi salari italiani come elemento di competitività, come attrattiva per capitali esteri: venite qui che costiamo poco. Insomma, scintillante Italia là, alla casa Bianca; Italia in saldo per chi cerca mano d’opera a basso costo qui. Il sogno e la realtà.

dom
16
ott 16

Tranquilli, Dylan ritirerà il Nobel, forse si lamenterà solo del ritardo

fattoquotidiano161016Se il dylanismo fosse una scienza esatta sarebbe tutto un po’ meno divertente. Invece nulla è imprevedibile come mister Zimmerman, cosa che ha scatenato negli anni moltitudini di dylanologi dediti all’ipotesi ardita, alla lettura dei segni, all’interpretazione cervellotica di occhiate e mezze frasi: cosa dice, fa, pensa Dylan? Il modo migliore di saperlo, naturalmente è comprare il biglietto: Dylan suona sempre, il suo tour si chiama “Neverending” e chissà, magari se oggi andate a Phoenix, o martedì a Albuquerque, o mercoledì a El Paso, potete chiederlo a lui. Non ha cambiato programmi, sarà sul palco.

Per ora si sa che quelli dell’Accademia svedese continuano a cercarlo per telefono e a non trovarlo, il che eccita parecchio i media: che farà Bob? Un no grazie come Sartre nel ’64? Manderà qualcuno a ritirarlo, come fece per protesta Marlon Brando con l’Oscar? Fanno notare i dylanisti più attenti (è una forma di follia, sapete?), che a Las Vegas – già sapeva del Nobel – ha chiuso il concerto con un pezzo dell’amato Sinatra, Why try to change me now, che sembra un commento beffardo dei suoi, ma sarà invece un caso, uno di quelli che alimentano le leggende.

Ora si può immaginare la telefonata: mister Dylan? Qui è l’Accademia di Svezia… Eh? Chi? Ah, sì, ho letto qualcosa… Cortese e fuggevole: Dylan è sempre stato questo in fondo, la proiezione di quello che gli altri avrebbero voluto che fosse. La sua rivincita, dunque, è di essere quello che è, ed è una cosa che sa probabilmente solo lui.

Ma che Dylan non vada a prendersi il suo Nobel è piuttosto improbabile: non è un tipo che disdegna i premi, e se volesse inscenare una protesta probabilmente protesterebbe perché non gliel’hanno dato prima. Alla consegna della Legion d’Onore, a Parigi, tre anni fa, si presentò in cravatta con un’improbabile giacchetta simil-marinara, impettito come un generale durante l’inno, mentre per prendersi la medaglia della Libertà alla Casa Bianca (2012) si mise pure il farfallino, la faccia di una vecchia prozia, le labbra piegate impercettibilmente come se dicesse: che ci faccio io qui? Una siderale, ma anche ironica, inscalfibile distanza dal mondo.

Non si preoccupino troppo gli accademici di lassù: Dylan non è un ospite ingombrante, non è uno che fa lunghi discorsi e di solito se ne va all’inglese. Intervistato da Rolling Stone sul suo incontro con Dylan per un concerto all-stars alla Casa Bianca, Barack Obama ha confessato di non essere riuscito a farsi far una foto con lui: “Finisce la canzone, scende dal palco – io sono seduto proprio davanti a lui – si fa avanti, mi stringe la mano, fa un cenno con la testa, un mezzo sorriso e se ne va”. Ecco, diciamo che Dylan non è uno che si ferma al rinfresco, di solito. E si noti en passant che di solito si chiede ai cantanti come hanno trovato il Presidente, e non viceversa. Per dire del fenomeno.

Mai come in questi giorni, parafrasando quello che McLuhan diceva del rock, Dylan è “un evento elettromagnetico che avvolge il pianeta”. E magari chissà, un giorno verremo a sapere (manoscritti ritrovati? appunti sparsi?) cos’ha pensato mentre il mondo si divideva tra apocalittici (Sacrilegio! Così si uccide la letteratura! Un cantante!) e integrati (Giusto così, perché Dylan è anche grande letteratura). Il ragazzo (75 anni) sa essere autocritico, ma non si può dire sia un falso modesto: “Nessuno ha fatto quello che ho fatto io”, e “Non pretendo di essere capito, forse succederà tra un secolo”, frasi storiche. Al momento, mentre scrivo, non ha ancora risposto il telefono, né commentato sul suo sito, dove campeggia invece la maestosità dell’ultima follia di noi collezionisti: 36 cd (trentasei!) con tutto ciò che ha suonato nell’anno di grazia 1966, quando il ragazzino del folk diventava elettrico. Ora pare interessante guardare al mistero e scuotere il capo per Bob che non risponde al telefono, ma chissà, magari trovano occupato, magari sta solo cercando un volo per Stoccolma.

ven
14
ott 16

Ancora su Dylan e perché sì (Radio Company)

Altro giro, altra corsa. E ancora Dylan, e ancora perché sì. Audio da Radio Company

ven
14
ott 16

Il Nobel a Dylan, perché sì. Intervista a Radio Popolare

dylanpopVa bene, il Nobel a Dylan è arrivato. Ero uno di quelli che lo aspettava. Assisto un po’ sconcertato al dibattito se considerare Dylan letteratura. Siccome io dentro Dylan ci trovo più letteratura che in qualunque altro autore che abbia scollinato il Novecento, beh, capirete. In più c’è la faccenda Carlo Monterossi: lui se ne frega dei dibattiti culturali e si sarà fatto un Oban come si deve, magari cercando questo e quello nella sua mirabolante collezione dylaniana. Anche la mia non è male, eh!

Sull’argomento mi ha intervistato Radio Popolare – il bravo Davide Facchini – e la chiacchierata è qui sotto.

 

mer
12
ott 16

Pure i figli fan bene alla causa

fatto121016“Per i miei figli, per i nostri figli, non ci fermeremo”. Così Matteo Renzi ha chiuso la direzione Pd, al netto del mascellone volitivo e degli occhi penetranti, ma insomma, il tono era quello. Ed eccone un altro che tira fuori i figli, un classicone, come quegli standard dello swing che ti bastano due note per riconoscerli. I figli! Quell’altro, il poro Silvio, giurava spesso sulla testa dei figli, e non essendo uno di indole sincerissima tutti ci preoccupavamo molto.

Ma comunque: i figli. Argomento di natura emotiva (so’ piezz’e core) ed evocazione del tempo a venire, insomma, il futuro, le nostre scelte che riguardano loro, perché a loro consegneremo… (eccetera eccetera, aggiunere a piacere). A pensarci, questo essere strenuamente dalla parte dei figli è un leit-motiv del primo renzismo. Qualche Leopolda fa, il finanziere Serra tuonò contro le generazioni precedenti (intendeva i pensionati) che “rubano il futuro” ai figli. In soldoni: siccome prendi la pensione, aumenti il debito pubblico che pagherà tuo figlio. Seguì il plauso dei figli leopoldi, roba da tragedia greca, alti lai contro il papà pensionato che ruba il futuro al figlio precario (magari dopo avergli pagato gli studi, ovvio). Siccome i figli erano (e sono) abbastanza sfigati, alle prese con un mondo del lavoro polverizzato che li paga in voucher, si tentò di affascinarli con la carta della modernità. E allora si presero allegramente per il culo i padri, scemi, che mettono il gettone nell’iPhone e vanno in giro col mangianastri. Padri consumati e pure privilegiati: urgeva abolire l’articolo 18 per ristabilire un po’ di parità nella sfiga (senza pensare che l’articolo 18 di papà poteva servire da mini-garanzia anche ai figli, mah). Sempre in nome dei figli, si disse che autorizzando a licenziare liberamente si sarebbe aumentata l’occupazione. Bella pensata. Per poi scoprire che il jobs act assume soprattutto over cinquanta (così le garanzie crescenti non crescono troppo), e i figli vanno avanti a voucher, stage, contrattini, buoni pasto, pacche sulle spalle e le faremo sapere.

Naturalmente di questa retorica sui figli, le nuove generazioni, la caricatura di modernità, fa parte il mito renzista della dinamicità. Uff, due camere, che seccatura. Uff, discutere, che perdita di tempo, su, su, usiamo la app, facciamo in fretta. E così si alimentano miti modernissimi, la startup creata in cantina, dove il ragazzino può passare da studente a imprenditore in un nanosecondo. E giù hurrà per questi giovani dinamici, anche se poi scopri (a Torino e Milano in questi giorni) che senza altri giovani che pedalano per due euro a consegna tutto sto dinamismo non starebbe in piedi. Ecco, tra padri e figli e chi li usa strumentalmente si crea questo cortocircuito: da una parte si disegnano scenari futuribili di ripresa economica creativa e moderna, dall’altra siamo al neorealismo di Ladri di biciclette, stipendi da fame, cottimo, e la bicicletta propria come mezzo di produzione. Solo che nel film (De Sica, 1948) lo sfigato era il padre, con grande tristezza del bambino, mentre qui a pedalare per due euro a consegna (Poletti, 2016) sono i figli. Ecco fatto.

Ora arriverà il regalo di 500 euro per i figli (quelli grandi, che compiono diciott’anni), e aspettiamo il battimani d’ordinanza. Naturalmente, accecati dalla manciata di euro, pochi noteranno che dare la stessa cifra al figlio del notaio e a quello del bracciante produce una di quelle cose che ai nostri figli vorremmo evitare: l’aumento delle diseguaglianza. E invece. Insomma, quel che fanno Renzi, il renzismo, e la renzità per i figli – “Per i miei figli, per i nostri figli, non ci fermeremo” – è l’esatto contrario di quel che bisognerebbe fare per i figli, se si augura loro un futuro migliore.

ven
7
ott 16

Brexit e i cazzotti a veder le (5)Stelle

fatto071016Lungo e disteso al tappeto come un pugile che le ha prese di santa ragione, il deputato europeo di Ukip Steven Woolfe ha pagato (con il ricovero all’ospedale) un franco scambio di vedute con un collega. Rissa, schiaffoni, colpo alla testa e una serena discussione tra compagni di partito – quello di Farage – basata sul vecchio e granitico argomento del chi-mena-per primo-mena-più-forte. Risultato: ko tecnico e un po’ di paura per Woolfe, che sarebbe il più accreditato successore di Farage in Europa (tranquilli, ora sta bene, era pure il suo compleanno, povero! Auguri!), e una foto che fa il giro del mondo.
Nemmeno il tempo di leggere le agenzie, di scuotere la testa per cotanta armonia, di commentare, ed ecco la notizia di un altro incontro. Ring prestigioso (il cortile della Camera dei deputati) ed altro scontro tra fratelli. Faccia a faccia del genere sto-stronzo-mi-ha-fregato-il-parcheggio, parole grosse, atteggiamenti minacciosi tra Giorgio Sorial e Francesco Chiariello, cinque stelle contro cinque stelle, che fa dieci stelle, quindici stelle se contiamo anche Vincenzo Caso, il collega che si è messo in mezzo per dividerli (bravo). Nessuno si è fatto male come Woolfe, e a uscirne contusa è stata solo la favoletta del movimento unito, armonico e animato da fraterna amicizia, che ne esce un po’ malconcia. Indiscrezioni a bordo ring parlano di dissidi sull’agenda e riunioni saltate all’ultimo minuto. Saltate insieme ai nervi, si direbbe.
Andiamo, non è il caso di fare del facile moralismo: tutti sanno che spesso la testata sul setto nasale è un ottimo argomento dialettico, specie per chi non ne ha altri, e quel che stupisce è semmai che le due risse siano avvenute tra colleghi dello stesso schieramento: grillini versus grillini qui, e “faragiani” contro “faragiani” là, alleati in Europa per motivi tattici. I primi reduci dal grande successo della presa di Roma, i secondi entusiasti della vittoria al referendum sulla Brexit. Insomma, nel caso specifico, più che guai ai vinti, guai ai vincitori. Sarà che le vittorie non sono mai ciambelle perfette, con il loro buco d’ordinanza. La vittoria di Roma è complicata dalle vicende che sappiamo, quella dell’Ukip da altre faccende, tra cui la successione in Europa al dimissionario Farage. Contraddizioni in seno al popolo, finite a cazzotti. Si potrebbe dire che il successo gli ha dato alla testa, ma anche che l’insuccesso ci ha messo del suo. Per le rivincite vi terremo aggiornati.

mer
5
ott 16

L’arma fine-di-mondo: se Renzi perde il signor Salini lascerà l’Italia

fatto051016Le dentiere gratis per gli anziani. L’abolizione del bollo auto, cartuccia che Silvio si sparò all’ultimo secondo contro Prodi. La cura per il cancro se si vincono le regionali in Piemonte (sempre Silvio buonanima). E poi basta andare a sfogliare nell’album dell’ultimo ventennio per trovare prebende e mance, roboanti promesse, qui la pecunia qui il cammello, una specie di voto di scambio di massa. Per dire che Matteo è solo all’inizio, gli basta schioccare le dita ed ecco altri mirabolanti doni. Il Ponte sullo Stretto, che era un simbolo del berlusconismo come il pupazzo Five, il biscione e le leggi su misura – una cosa diventata addirittura proverbiale per descrivere la polvere negli occhi che l’uomo di Arcore sapeva gettare – è diventata una nuova bandiera di Matteo. Con sponde politico-economiche notevoli: il signor Salini, che il ponte dovrebbe costruirlo, nel caso, dice che se vince il No potrebbe lasciare il Paese, nientemeno. Un portafoglio in fuga, insomma. E’ un’offerta specialissima: se comprate il Sì vi danno in omaggio l’Italicum e un ponte. Pacchetto completo.

Tra le notevoli trovate del partito-Renzi c’è anche questa: l’Armageddon economico, la narrazione tossica che se vincesse il No, i capitali scapperebbero via, nessuno investirebbe più, i grandi gruppi se la darebbero a gambe. Altro che mobili all’Ikea e consegne di Amazon: vi monterete i comò da soli e dovrete camminare per comprare qualcosa, sempre se rimarrà della merce nei negozi. Terrorismo insomma. Ma come molte cose del renzismo, basta scostare la tenda e dietro c’è la panzana. La sostituzione del Senato con una specie di dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali è venduta come il toccasana per l’insostenibile lentezza del nostro iter legislativo. Panzana grossa, perché invece qui le leggi si fanno eccome, e anche velocemente. La Germania ne approva 144 all’anno (in media, dal ’97 al 2013), l’Italia 120, la Francia 91, la Spagna 45, la Gran Bretagna appena 42. Cade con questi numeri la tiritera del “non si decide”, recitata da uno che decide molto, e spesso da solo, e quasi sempre in fretta e male. Quanto alla diaspora dei capitali, che fuggirebbero via nel caso il premier perdesse il referendum sul premier, è bene ricordare come tentiamo di attirarli. Un’elegante brochure del ministero dello Sviluppo da poco pubblicata, svela il mistero: rivolgendosi agli investitori stranieri, vanta con orgoglio il fatto che In Italia “il costo del lavoro è al di sotto della media Eurozona”. E dunque altro che riforme, Sì, No, Senato in miniatura e velocizzare il Paese: chi viene qui a investire lo fa perché costiamo meno e ultimamente pratichiamo anche notevoli sconti sui diritti dei lavoratori.

Dunque siamo a questo: gran parte delle affermazioni che ogni giorno il presidente del consiglio pronuncia nel suo Grand Tour per sostenere il referendum su se medesimo, sono presentate come dogma di fede. Siamo lenti nel fare le leggi! Tutti annuiscono. Oppure si tratta di mesmerismi: il Pil previsto col burbanzoso ottimismo del bulletto (poi preso a ceffoni da Corte dei Conti e Bankitalia), oppure le fantasiose architetture numeriche per dire che il Job Act ha funzionato e gli ottanta euro pure: trenta miliardi distribuiti a imprese e cittadini che sul Pil hanno pesato zero (e basta andare a vedere i dati sulla stagnazione degli investimenti privati per capire che quei 20 miliardi ricevuti in dono con il Jobs Act le aziende non li hanno investiti per niente). Basterebbero i fatti invece delle parole, insomma. Invece avremo un profluvio di parole, promesse, minacce, ricatti, il babau, l’uomo nero e il costruttore di ponti che se vince il No se ne va. E noi rimaniamo senza ponte. Gné gné.

ven
30
set 16

Stiamo tornando… Crozza nel Paese delle Meraviglie

Stiamo tornando… Crozza nel Paese delle Meraviglie, da venerdì 7 ottobre, su La 7, ore 21.10

Crozza nel paese delle meraviglie è un programma di Maurizio Crozza scritto con Vittorio Grattarola, Andrea Zalone, Alessandro Robecchi, , Francesco Freyrie, Claudio Fois, Alessandro Giugliano e Luca Restivo. Orchestra del Maestro Silvano Belfiore. La regia è di Massimo Fusi.

mer
28
set 16

Venticinque anni senza Miles. La figurina. Buona visione

25 anni fa moriva Miles Davis. Qui c’è la sua figu. Buona visione

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

mer
28
set 16

200 comizi per il Sì di Renzi: la nostra breve guida all’autodifesa

fatto280916Siccome non ha niente da fare – economia tutto bene, paese in perfetto ordine, nessuna emergenza – il presidente del Consiglio annuncia il suo tour propagandistico per il Sì. Duecento incontri in sessanta giorni: significa che perdiamo uno che governa il paese (poco male, nel caso specifico) e guadagniamo un piazzista in trance agonistica. Un po’ come se uno, impiegato all’anagrafe, andasse dal capufficio a dirgli: ehi, capo, per due mesi vado a lavorare in banca.

La ricaduta di questo sforzo bellico sarà mostruosa. Ogni sera e ogni giorno i telegiornali ci diranno di Renzi di qui e di Renzi di là, sarà un bombardamento senza precedenti, una specie di pandemia del consenso obbligatorio. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fornisce alcuni consigli, profilassi e modi per aumentare le difese immunitarie.

Tappi. Antichissimo metodo analogico, consiste nel ficcarsi qualcosa nelle orecchie per non sentire altre baggianate. Purtroppo le tappe del tour di Renzi, i processi alla tappa, il tappone di montagna, la cronometro (oggi sei incontri! Record!) saranno on-air giorno e notte, quindi l’unica profilassi sensata è tenere i tappi sempre.

Farmaci retrovirali. Contrastare l’azione della propaganda con regolare assunzione di fatti. Quando sentirete per la trentaduesima volta che serve un parlamento smart per fare le riforme perché altrimenti moriremo tutti, correte a leggere il foglietto che trovate nella scatola dei tappi. Elenca le riforme fatte in Italia quando c’era il bicameralismo perfetto e addirittura il proporzionale. Divorzio, Statuto dei Lavoratori, Sistema Sanitario Nazionale, fine del delitto d’onore, legge Basaglia… Potrete leggere per mezz’ora (sono tante, e anche buone), decidete voi la posologia. Alla fine del trattamento proverete un senso di piacevole spossatezza, e avrete la certezza fattuale che le grandi riforme che hanno cambiato il Paese sono state fatte con la Costituzione che oggi si vuole cambiare.

Yoga e zen. Le discipline orientali possono aiutare. Mettersi nella posizione del loto e fare “Ohmmmmmm” mentre Matteo Renzi annuncia le mirabilie del Sì è certamente un buon metodo. Il problema è se il comizietto di giornata vi arriva dalla radio mentre state guidando, e incrociare le gambe non è prudente. Per fortuna avete i tappi (mica vi sarete scordati i tappi, vero?)

Calamite da cruscotto. Sempre pensando all’eventualità di essere colti di sorpresa dalla propaganda generata dal Renzi tour, utili anche vecchi talismani anni Cinquanta, come le calamite da cruscotto. Invece dei figli (“Papà, vai piano pensa a noi”) o di Padre Pio, potrete mettere la foto di Verdini che scrive la nuova legge elettorale.

Conto Corrente. Tenete sotto controllo l’estratto conto. Per convincere la gente a votare un pasticcio simile bisognerà dare qualche incentivo. Come sempre prima di importanti votazioni c’è qualche donazione, mancia, bonus, prebenda, arrotondamento o paghetta. Attivate l’apposito servizio via sms: vi avvertirà delle novità e dai prelievi sul vostro conto. Qualcosa come: Plin! Da domani pagherete ticket sanitari su esami o interventi che prima erano gratis. Plin! Ecco cinquecento euro a chi vota per la prima volta, indipendentemente dal reddito di famiglia. Plin! Ri-perdonati quelli che hanno portato soldi all’estero. Se siete tipi nervosi silenziate il telefono, o rimettete i tappi.

Coltivare il dubbio. Non respingete il dubbio, non trinceratevi dietro granitiche certezze. Ora, per due mesi avrete questo dubbio: ma Renzi fa tutto questo per noi, suo amato popolo e Paese, o per Matteo Renzi, suo amatissimo se stesso? Fare duecento comizi in due mesi non è esattamente “spersonalizzare il referendum”, dunque il dubbio vi verrà, ecco, pensateci, non scacciatelo, imparate a conviverci. Fino al 4 dicembre.

mer
21
set 16

“Non ne possiamo più”. Il lamento dell’Operaio Ignoto

fatto210916Dovrei rivedere la registrazione, leggere il sottopancia, sapere il nome del signore, operaio all’Ilva di Taranto intervistato in tivù, che commentando la morte di un giovane collega (Giacomo Campo, 25 anni) ha detto con le lacrime agli occhi: “Noi non ne possiamo più”.

Una frase vera, non televisiva. Quelle parole che ti escono da sole quando davvero ti cascano le braccia, quando “non ce la fai più”. Una sincerità così dolente e disarmante che nel tempo di dirla vaporizzava tutte le belle e edificanti narrazioni sul lavoro che ci beviamo ogni giorno. Poi ho deciso di non cercarlo, il nome. Non mi dispiace ricordare quel “Noi non ne possiamo più” come un sospiro sconfitto dell’Operaio Ignoto, che riguarda un po’ tutti.

Nella stessa settimana, abbiamo visto un altro operaio (Abdesselem El Danaf, 53 anni) morto sotto un Tir a Piacenza. Lui faceva il picchetto, il camion l’ha tirato sotto, la procura ha chiuso velocemente l’inchiesta, la rabbia resta: altri che “non ne possono più”. Per un paio di giorni abbiamo letto le condizioni dei lavoratori della logistica, con le loro coop fantasma che appaiono e scompaiono fregandosi ad ogni curva qualche mese di stipendio di gente che già fatica parecchio a mettere insieme il pranzo con la cena. Poi basta, uh, che noia, che cosa poco glamour, vero?

Questo accade in un Paese che è la seconda manifattura d’Europa (dopo la Germania) e dove, nonostante questo, si ripete da anni che “gli operai non ci sono più”. Roba vecchia (il gettone del telefono, il rullino… Renzi il Moderno ci scherzò sopra, ovviamente). Dove si rappresenta sempre il lavoro dipendente come una specie di palla al piede, una seccatura antica, dove si limano costantemente garanzie, diritti, tutele, dove l’emergenza di trovare un lavoro ha cancellato ogni discorso sulla sua qualità. La narrazione ventennale sulla “rigidità” del lavoro che andava reso più flessibile ha portato fin qui, e ora si può dire che da flessibili non si sta meglio di prima, anzi. E pure l’economia, a guiardare il Pil, non se n’è giovata granché. Le teorie confindustrial-leopolde che facevano passare un operaio con l’articolo 18 come una specie di privilegiato, manco fosse un banchiere, hanno fatto il loro corso, ma è solo l’ultima goccia nel vaso.

E quindi grazie ancora all’Operaio Ignoto che dice “Noi non ne possiamo più”, perché non parla “solo” dell’Ilva, ma di tutto il lavoro, e non solo di leggi e contratti, ma anche di quel clima che c’è intorno al lavoro, un po’ di emergenza (tienitelo stretto a qualunque condizione!), un po’ di ricatto, sempre di pressione e di compressione colpevole (devi lavorare domenica?, fare la notte?, dodici ore? Ringrazia Dio che hai un lavoro!). Un clima che si sente, palpabile, difficile da nascondere, perché più o meno tocca tutti: il mondo del lavoro è oggi il luogo della paura sociale, dello stringere i denti.

Eppure di lavoro si parla tanto. In genere per litigare sui numeri: come per tutte le riforme renziane si chiede l’atto di fede e bisogna dire “Il Jobs act ha funzionato”, anche se i numeri dicono il contrario. Oppure vengono mostrate le immagini delle eccellenze: la Ferrari, il cioccolato, il tapis roulant, e via così: gallery un po’ surreali e un po’ nord-coreane in cui il Grande Leader si complimenta per la bella fabbrica. L’operaio-slide al posto dell’operaio diffuso, reale, stanco. La mortificazione del lavoro è roba vecchia, non l’hanno certo inventata Renzi e Poletti, ma il distacco della narrazione ufficiale dalla vita reale non è mai stato così ampio e clamoroso, addirittura offensivo per chi abita la vita reale e non i fotogrammi della propaganda. Chissà se l’Operaio Ignoto gradisce questa girandola propagandistica che continua a ripetere che tutto è bello e luccicante e #italiariparte, mentre lui “non ne può più”.

dom
18
set 16

“Silvio, scusa l’ora, ma tu sai come fare con Angela…”

fatto018916Come farà Matteo ora che ha litigato con Angela? Ma soprattutto come farà a tornare da lei con il cappello in mano ora che l’ha fatta incazzare? In esclusiva la trascrizione la telefonata con cui Matteo ha chiesto aiuto a un vecchio maestro, uno che Angela la conosce bene…

– Pronto, Silvio… Ehm… sono Matteo
– Eh? Ma che ore sono?
– Le due passate. Scusa, io…
– Cose gravi, eh?
– Sì, Silvio… Torno da Bratislava… Ho litigato con Angela e… magari tu…
– Ah, hai litigato con Angela e svegli me? Perché non chiami Verdini?
– Ma no, non fare così… Mi fai il geloso! …Poi Verdini l’ho nascosto, che se quello dice che vota Sì mi rovina… Senti, io so che tu con Angela…
– Eh, una volta l’ho fatta persino aspettare perché ero al telefono…
– Sì, lo so, con Erdogan…
– Sì… sì, diciamo che era Erdogan… buona idea… le Erdoghine!
– E poi le hai anche detto quelle brutte cose… culona (incomprensibile)
– Ma poi mi ha perdonato…
– Ma io come faccio, Silvio?
– Ma dai! Le tieni un po’ il muso, poi le prometti qualcosa, tipo che riduci il debito pubblico… sono anni che ci casca… Le piace crederci!
– Ma io devo chiederle più flessibilità e ora abbiamo litigato!
– Tranquillo, c’è un piano B: fai il duro…
– Ma come?
– Batti i pugni sul tavolo, fai il matto… E poi, quando è tutta intenerita le dici… senti, per quella flessibilità che mi servirebbe… coprila di regali…
– Ma che regali, Silvio? Ma che dici! Cosa regalo a una che ha già tutto?
– Non so, un’agenda del Monte dei Paschi… Stai solo attento allo spread… a me mi hanno riso in faccia per quello…
– Ma no! Noi abbiamo l’Italia che riparte…
– Eh?
– No, dicevo, l’Italia che riparte…
– Come? Non si sente!
– Oh, io sto urlando, eh… dico l’Italia che riparte!
– Non si sente, Matteo…
– (tu-tu-tu…)
– Silvio! Silvio!…
(tu-tu-tu)

gio
15
set 16

Governo #cambiaverso. Basta disastri, è giunto il tempo delle promesse

fatto150916Con tutto il rispetto per i film del filone catastrofico – astronavi aliene, meteoriti giganti, onde anomale, glaciazioni – bisognerebbe avere più rispetto per le profezie di sventura. Un po’ perché i disastri sono una cosa seria, e un po’ per scaramanzia, perché disseminare paranoia a volte equivale a chiamarsela. In più, c’è un altro elemento notevole: se invochi il disastro, l’Apocalisse, “il nulla”, come disse Napolitano in una famosa intervista, poi è difficile tornare indietro e rassicurare la gente, è come dire “abbiamo scherzato”, non rassicura nessuno e ti fa sembrare fesso.

Urge correre ai ripari, correggere la rotta. Il bastone non ha funzionato, amici! Avanti con la carota! Naturalmente non è mai agevole passare dall’annuncio della fine del mondo al “tranquilli, non cambia niente”, e così si pensa che basti sostituire il terrore con la lusinga, la minaccia con la promessa.

Pronti? Via! Ecco il ministro Padoan, maestro di bipolarismo (“Rivediamo al ribasso le stime del Pil, ma l’economia cresce”, bizzarro, eh!), che dice che il Sì ci farà risparmiare qualcosa: bello, si passa dalle piaghe d’Egitto al porcellino salvadanaio. Ed ecco il soccorso dell’amico americano: l’ambasciatore John Phillips convinto che con il Sì gli investitori internazionali arriverebbero a frotte, come dire che la Costituzione non si fa per i cittadini, ma per le aziende, una specie di trailer dello spottone di Renzi alla Casa Bianca, in ottobre, prima del voto.

Risultato: il “disastrismo”, il “o questo o la morte”, il “o me o il nulla cosmico” è archiviato, e ora va di moda la roboante promessa. Insomma, basta, piantiamola col filone catastrofista. Al posto di minacciare sventure si passa a promettere meraviglie.

Non è una cosa nuova, anzi. Ci dissero che permettere agli imprenditori di licenziare i lavoratori senza smenarci troppo sarebbe stato il miracoloso toccasana dell’economia. Risultato: il Jobs act ci ha fatto spendere molti miliardi, i risultati – per quanto decantati – sono assai mediocri, e in compenso si scopre che rendere più facile licenziare aumenta i licenziamenti (chi l’avrebbe detto, eh!). Oppure, così per farsi due risate, si possono rileggere gli studi rilasciati da Confindustria, Bocconi e altri buontemponi su quello che l’Expo ci avrebbe portato in dote. Pil alle stelle, gettito fiscale moltiplicato dal rilancio dell’economia, posti di lavoro a centinaia di migliaia grazie al fantastico volano… Bene, i dati del Pil fermo al palo dicono che lo straordinario indotto di Expo non si è proprio visto: la carota era finta.

Il fatto è che questo oscillare tra la minaccia della disgrazia definitiva (“il nulla”, che meraviglia!) e la promessa dell’Eldorado, rende il tutto ancora più ridicolo, pasticciato e poco credibile.

Ora la palla passa al famigerato Italicum. La legge elettorale perfetta, grandiosa, intoccabile, che tutto il mondo ci invidiava e ci avrebbe prontamente copiato (una carota gigantesca), all’improvviso non piace più nemmeno a quelli che ci hanno messo sopra (e votato) la fiducia. Fino al micidiale paradosso che ora quelli che l’hanno scritto e imposto (o lo votate o cade il governo, con conseguente Apocalisse, ovvio) sperano che la Consulta glielo azzoppi. Dunque si procede così, per contrari estremi: o il paradiso e la Morte Nera, o il trionfo o il disastro, o la medaglia d’oro o l’eliminazione vergognosa.

E’ che fare il profeta è un lavoro difficile, e se in più correggi le profezie ogni dieci minuti, le adatti agli umori, le modifichi a seconda delle esigenze contingenti, delle tattiche, delle paturnie, chi ti crede più? Attenti! Arriveranno dieci terribili piaghe. Ah, no, scusate, otto. No, sei. No, niente piaghe. Però vinceremo all’Enalotto. Fu così che il popolo si volse a guardare il profeta. E si fece la sua risata.

dom
11
set 16

Di rabbia e di vento. L’intervista a Il Giorno

In occasione della presentazione di Di rabbia e di vento al FestivaLetteratura di Mantova, ecco l’intervista di Claudia Cangemi de Il Giorno

ilgiorno110916

gio
8
set 16

L’amante? Cara, scusa, non capivo la mail

fatto080916E’ una questione di vie di mezzo, anche quando si inventano delle scuse. Tra “La drammatica situazione internazionale mi ha impedito di occuparmi della questione” e “Maestra, il gatto mi ha mangiato i compiti” ci sono infinite sfumature, anche di stile. Quindi non si può che ammirare il “Non ho capito la mail” di Luigi Di Maio, che alza un po’ l’asticella nella nobile arte delle scappatoie in forma di pietosa bugia. Non l’ho ricevuta. E vabbé, son buoni tutti. Non l’ho letta, ci sta pure questo. E’ finita nello spam, ottima attenuante. Ma “non l’ho capita” è davvero osare molto, trattandosi di un presunto, possibile futuro premier. Ah, c’era un cessate il fuoco? Scusate, non ho capito la mail. Non proprio rassicurante.

Ma se usciamo dai trucchetti della poltica e torniamo umani (peggio: uomini) non possiamo che apprezzare il gesto atletico della balla più scema del mondo. Cara, posso spiegarti tutto, non ho capito la mail. Buono per fidanzate nervose, padroni di casa che sollecitano il saldo, creditori in genere, suocere invadenti, seccatori. Dopotutto cosa vogliamo da una scusa? Che giustifichi una mancanza, va bene, ma anche che induca alla pietà coloro a cui la raccontiamo. Ecco, “non ho capito la mail” è perfetto: ci si assume la colpa come se si dicesse, “Scusa, hai ragone, sono un cretino, spiegamelo meglio”, il che ammanta tutto di una sincerità ai limiti dell’autolesionismo. Il destinatario della scusa (nel caso specifico: tutti) dovrebbe esser mosso a pietà e compassione. Grazie a Luigi Di Maio, schiere di mariti, amanti, debitori, gente indietro con le rate, potrà appellarsi a questa specie di Primo Emendamento. Sì, sì, ok, lo sapevo ma non l’ho capito. Ed è anche un monito per il futuro, una specie di avviso: se scrivete una mail a Di Maio, scrivetela semplice e chiedete una risposta di due parole: “Ok, capito”. Non si sa mai.

mer
7
set 16

Di gialli e altre cosette. Il dibattito alla Versiliana

Ecco, qui sotto trovate il video integrale del dibattito con gli ottimi Margherita Oggero e Maurizio de Giovanni. Ottimo anche Fabrizio d’Esposito, il bravo presentatore e collega del Fatto (dopotutto, era la festa del Fatto Quotidiano). Non è obbligatorio, e non è nemmeno un vero dibattito, più buone chiacchiere tra amici (meglio). Approfitto per dire che invece venerdì 9 settembre sarò al Festival di Mantova, a parlare dei libro e dei libri. Alle 11 alla casa del Mantegna (via Acerbi), insieme a Gianni Farinetti e Luigi Caracciolo… Per altre date, passate di qui ogni tanto, o dalla pagina fb, insomma, non vi nasconderò nulla, ahimè.
Chi chiede del nuovo Monterossi stia un po’ calmino, eh, arriva, arriva…

mer
7
set 16

Cos’è successo al M5S? Chiedilo al call center: se credi a Raggi digita 1

Fatto070916Grande è la confusione sotto il sole, e quindi la situazione è indecente. Per capirci qualcosa abbiamo provato con i sondaggi, vediamo.
Sono indagata. Sì 46 per cento. No: 32 per cento. Non so, non rispondo: 20 per cento. Lo dico al direttorio: 2 per cento.
Se lo dico al direttorio. A tutto il direttorio: 43 per cento. Solo a quelli che mi stanno simpatici: 25 per cento. Cazzo! Non ricordo più a chi l’ho detto!: 19 per cento. Ma quando arriva questa ambulanza?: 13 per cento.
E’ vero, è indagata! Mannaggia! Me lo ha detto in luglio: 57 per cento. O era giugno?: 26 per cento. Però pioveva: 13 per cento. Sicuri che me l’ha detto?: 4 per cento.
Il sondaggio è stato effettuato su un campione rappresentativo di gente che non sa niente di niente. Non sa niente perché la trasparenza è una bella regola ma di difficile applicazione: 47 per cento. Non sa niente perché era meglio non dirlo ai militanti: 32 per cento. Militanti chi?: 11 per cento. Non sa, non risponde, si è già dimesso: 10 per cento.

Come vedete, coi sondaggi non si risce a chiarire la difficile situazione del Movimento 5 stelle a Roma. Proviamo con il numero verde.
Per sapere se la Raggi sapeva: digitare uno.
Per essere proprio sicuri che sapeva e non ha detto di sapere: digitare due.
Per sapere se Raggi ha parlato con Grillo: digitare tre.
Per sapere cosa le ha detto Grillo: digitare quattro (attenzione: linguaggio adatto a un pubblico adulto).
Per il menu della cena del direttorio in cui Raggi ha detto che Muraro è indagata: digitare cinque (buone le puntarelle, un po’ duro l’abbacchio, il vino così così).
Per sapere chi ha indicato il nuovo assessore digitare sei (se cade la linea chiamare lo studio Previti).
Per parlare con un operatore: digitare nove. Se l’operatore è Paola Taverna (“Aò, e te chi sei? Che cazzo voi?”) riattaccare subito e ricomporre il numero.

Ora è tutto più chiaro, non trovate? Bene. Passiamo alla modulistica. Per chiedere alla sindaca come mai sapeva e non ha parlato, compilate in ogni sua parte il modulo 357/B che potete ritirare allo sportello C. Se l’addetto allo sportello C si è dimesso, chiedetelo allo sportello D. Se l’addetto allo sportello D è inviso a una corrente interna che fa la guerra a alla corrente di Di Maio o va a mangiare il gelato con il fidanzato della Taverna chiedete allo sportello E (consiglio da amico: non fate tutto ‘sto casino: ogni sportello è uguale agli altri, perché ogni sportello vale uno, ma non ve lo dicono per non creare aspettative).
Una volta compilato il modulo in ogni sua parte, presentatelo allo sportello F. Allo sportello F vi diranno che non possono rispondere perché avete barrato la casella sulla privacy. Cretini, cos’avete capito?, mica era la privacy vostra, era quella dell’assessore Muraro, che ha diritto alla sua privacy e a non dire se è indagata.
Siete indignati? Volete protestare? Speravate che il Movimento fose un po’ più sveglio e reattivo? Nessun problema, è un vostro diritto: compilate il modello 743-2/G che potrete ritirare presso lo sportello H dalle 10 alle 10.03 tutti i giovedì. Se invece volete dare consigli sulla difficile situazione, convocate una riunione, riprendetela con una telecamera e trasmettetela in streaming in rete. Per fare questo bisogna compliare il modulo 549/F/RH che ancora non è stato stampato e sarà disponibile al pubblico quando lo deciderà il direttorio.
Mentre aspettate il modulo potrete leggere un giornale. Magari questo, Il Fatto Quotidiano. Anche lì troverete un interessante sondaggio. Bastardi, siete il giornale dei grillini : 45 per cento. Bastardi, attaccate i grillini: 45 per cento. Bastardi, date le notizie senza guardare in faccia nessuno, non si fa, non siamo più abituati: 9 per cento. Non sa / non risponde / legge l’Unità: 1 per cento (approssimato per eccesso).

gio
1
set 16

Re Zuckerberg alla corte dell’Impero centrale. Bentornato Medioevo

Fatto0109162016, Alto Medioevo. L’Impero Centrale chiede al re della Mela tredici miliardi di tributi non pagati. Facendo questo accusa un suo alleato, il re d’Irlanda, di tradimento. Il re d’Irlanda implora il re della Mela di non pagargli le tasse. Se un italiano, un francese, un tedesco, come nelle barzellette, comprano una canzone a 99 cents, praticamente la comprano in Irlanda, e il re della Mela paga meno tasse. Come nelle barzellette.

Insomma, la guerra tra stati nazionali (macroeconomie pubbliche) e stati aziendali (macroeconomie private), è in pieno svolgimento. Lo scenario Medievale non è poi così peregrino. Giochi di potere, intere casate torinesi che cambiano casa e paese e si trasferiscono dove più conviene, re e principi ricevuti a corte che trattano con i governi, vengono accolti come gran dottori che concionano di futuro davanti ai giovani, per non dire della munificienza e del mecenatismo.

Insomma, come nelle antiche cronache medievali, è un via vai di sovrani portatori della loro visione del mondo: giungono in città, lasciano doni, visitano i governanti, si concedono al pubblico. Ecco che arriva Zuckerberg e sembra che stia arrivando Federico II, si pende dalle sue labbra, si sviscerano le sue parole come se fosse l’oracolo di Delfi. Anche se poi quello dice cose come “Ehi, ragazzi! Credeteci sempre!”, cose che dicevano le nonne nei momenti di euforia, senza essere miliardarie.

Questa dei bei discorsi è una costante delle nuove monarchie: avere un leader è importante anche per loro. E anche quei discorsi passano alla storia come quelli di Kennedy o di Cicerone: “Siate affamati, siate folli!”, il famoso speach di Steve Jobs, il primo re della Mela. Lui era così affamato che per mangiare ha scelto l’Irlanda.

Oltre ai favori fiscali, quando arriva un sovrano c’è un gran dispiego di tappeti rossi e trombette: ecco Sergio Marchionne in cattedra (letteralmente), ascoltato come nel Seicento avrebbero dovuto ascoltare Galileo. E cosa ci dice – tra le altre amenità – il re delle macchine? Che il suo regno gradirebbe un’Italia stabile, un sistema affidabile. In breve: un capo di stato estero che viene a dirci come vorrebbe il nostro paese e la nostra Costituzione. Esattamente come il re della Mela vuole dire la sua sulla politica fiscale europea, esattamente come le multinazionali della salute intervengono sui sistemi sanitari dei paesi, e così via. Alcune aziende hanno capito che conviene trattare direttamente come stati sovrani. Hanno i loro ambasciatori, fanno gentili concessioni, e rivendicano una funzione sociale: noi creiamo lavoro.

Ora, la guerra, come vedete, è complicata. Le grandi multinazionali hanno ormai un potere che non si riesce a regolare con le semplici leggi pensate per aziende normali. In più, la loro funzione è solo quella di creare lavoro (sempre pronte a licenziare se non ce n’è, ovvio, dunque con l’arma del ricatto occupazionale su vasta scala), mentre uno Stato ha quel problema lì, creare lavoro, ma anche altre cosucce da fare: gli ospedali, le scuole, badare che mangino tutti, eccetera. Oneri fastidiosi, che i nuovi re non vogliono. Chissà, forse in un prossimo futuro le mega-aziende penseranno anche a questo, ma vi avverto: non fatevi ricoverare in un ospedale Apple se avete un by-pass Samsung, lo dico per il vostro bene. Altre cose saprebbero farle, tipo riscuotere le imposte: tra Id, password, numeri di telefono, impronte digitali, localizzazione in ogni minuto della giornata, il re della Mela sa di noi più di quanto ne sappia l’Agenzia delle Entrate e forse pure i nostri parenti. E’ solo l’inizio, lo scenario è mutevole, la guerra sarà lunga. Quella sull’Impero Centrale e il re della Mela, magari, sarà una domanda alla maturità per i nostri nipoti.

mer
24
ago 16

Ventotene: un film con tanti effetti speciali, ma senza una trama

Fatto240816Come sempre, è una questione di aspettative. Se uno ti dice che ti regala un’industria dolciaria e poi si limita a offrirti un gelato, e spesso nemmeno quello, un pochino ti scappa la poesia. Così si diventa allergici alle narrazioni trionfanti e diventa difficile vedere tre leader sotto elezioni – ognuno coi suoi problemi, divergenti da quelli degli altri due – come i presidenti che “rilanciano” o addirittura “rifondano” l’Europa. Nientemeno. Ma sia, la scenografia è ben studiata, il mare, il vento, l’omaggio all’idea primigenia, i simboli, e una certa solennità da grande evento, molto telegenica. A leggere le cronache sembrerebbe che da lì, da Ventotene, sia ripartita l’Europa, un nuovo inizio, nuove prospettive, una nuova vita per tutti, hurrà.

Pur con qualche scetticismo che traspare dai commenti, sembra prevalere nei grandi media una gran voglia di crederci, più che alto per disperazione. E’ la solita ideoligizzazione del sogno. Cioè: non solo si costrusce una visione idilliaca, efficiente, potente, densa di belle promesse – un sogno, appunto – ma la si trasforma in una visione del mondo, e chi la contesta, o osa dubitarne, è iscritto all’ideologia contraria, negativa e “sconfittista”.

Ma insomma, là dove la grande idea di Spinelli, Colorni e Rossi era timidamente germogliata, si è vista un ostentazione di potenza, la portaerei, la stampa schierata, i marinai che fanno il saluto. Mancava solo lo striscione Mission accomplished, come quello Bush fece appendere sulla portaerei per dire che aveva vinto una guerra persa, e il quadretto era completo.

La distanza tra la narrazione di questa nuova Europa “che rinasce” e l’Europa reale, poi, è facilmente colmabile. Da Ventotene, una volta raggiunta Napoli e fatte due orette di macchina fino ai dintorni di Foggia, si possono visitare i campi degli schiavi, una cosa non proprio modernissima e progressiva, diciamo. Una mattinata di viaggio (dieci minuti in elicottero) dalla Nuova Europa all’Alabama degli anni Venti, per gradire, braccia da 4 euro e 50 a cassa (tre quintali di pomodori) e la percentuale da lasciare al caporale. E tutto quasi identico a quel che abbiamo letto nei romanzi sul blues, sul cotone, sui neri delle piantagioni. Roba americana, roba buonissima, compreso quel Furore di John Steinbeck (1939) che descriveva perfettamente, come fosse oggi, come lo sfruttamento approfitti della disperazione degli sfruttati e dei migranti per diventare schiavitù. Ecco: averceli qui “i neri delle piantagioni”, mentre quotidianamente si chiacchiera di “superpotenza culturale” e di “ruolo storico nel rilancio dell’Europa”, fa un po’ vergogna.

Si sa che la propaganda non è un’invenzione nuova, e va bene. Ma qualche legame con la realtà deve pur averlo, anche lontano, anche labile. Se invece si tratta di una rappresentazione totalmente parallela alla realtà, alternativa ad essa, addirittura contraria, si ottiene l’effetto opposto: una crisi di rigetto. E poi non c’è peggio dei deboli che gonfiano il petto e si atteggiano a campioni: la cosa appare abbastanza ridicola, se si pensa che i tre impettiti conducator schierati sulla nave da guerra hanno appena consegnato nelle mani di un tizio come Erdogan il rubinetto dell’immigrazione.

Insomma, bella Ventotene, la tomba di Spinelli, il sogno che va recuperato, eccetera eccetera, ma le immagini, volendo dire quello in modo un po’ eccessivo, finivano per dire il contrario: una prova di enorme debolezza, tutta scenografia e niente sceneggiatura, un filmone con gli effetti speciali ma senza trama, cioè sempre la stessa: noi chiederemo soldi e quelli ci diranno che ce li hanno già dati. Un po’ poco per la rifondazione dell’Europa, la fanfara, le bandiere al vento, la retorica e la voglia di grandeur. A un tiro di schioppo dalle bidonvilles degli schiavi.

ven
19
ago 16

Chi è, cosa fa e dove pensa: una malattia chiamata “dylanite”

Fatto190816A 75 anni suonati, c’è questo signor Bob Dylan che si diverte a scarnificare Frank Sinatra (gli ultimi due dischi, Shadows in the night e Fallen angels), e canta ancora dal vivo con maramalda disinvoltura. E va bene. Ma soprattutto alimenta senza sosta l’ossessione dei dylaniani. Temibile setta dal dogma inconfutabile: Dylan è Dylan, e chi non capisce questa semplice regola peggio per lui.

Ed eccoci alla dylanite, patologia (letteraria? musicale? Boh…) che indaga su Dylan, studia, cerca, interpreta, collega, mette insieme i pezzi di un puzzle che pare (per fortuna) incomponibile.

Ultimo contributo alla scienza, tutt’altro che esatta, della dylanologia è un saggio di Marco Zoppas, Ballando con Mr. D – nessuno suona il blues come Bob Dylan (BookTime, 2016), pamphlet colto, ricco di citazioni, denso di studi e anche – soprattutto – amabilmente dietrologico. Ne esce un Dylan tutt’altro che pacifista, una specie di profeta dell’ipercapitalismo americano e soprattutto “il più grande cantore della Guerra Fredda” (testuale).

Lo dico a scanso di equivoci: il saggio di Zoppas è uno spasso. Ricco di spunti, angolazioni inedite, interpretazioni audaci, aneddoti che si vorrebbero illuminanti. E dà conto di alcuni paradossi: possibile che Maggie’s Farm (canzone del ’65) si preconizzasse addirittura la reazione di Israele al piano nucleare iraniano? Non si starà esagerando con l’esegesi?

Nel saggio di Zoppas c’è anche di più, ovvio, e gli studiosi di dylanologia non se lo faranno scappare, ma il suo primo merito è di dimostrare ancora una volta che di Dylan non si butta niente, e ognuno può dire e pensare quello che vuole (persino che una canzone di amore e abbandono come It ain’t me baby sia un’invettiva anticomunista contro i radical-chic… mah!), sapendo che l’oggetto di tanti studi non confermerà, non smentirà, farà quello che ha sempre fatto, convinto come ha detto più volte che (forse) sarà capito tra un secolo.

Chi cerca meno interpretazioni socio-politiche (quelle che hanno fatto esultare Il Foglio: hurrà!DylanFatto190816 Dylan non è di sinistra! Oddio, siamo ancora lì…) e un approccio più cultural-antropologico-letterario al signor Dylan può puntare su un altro saggio critico, di un luminare della materia, Alessandro Carrera, traduttore “ufficiale” dei testi di Dylan, del suo simil-romanzo (Tarantula, 1966), della biografia (Chronicles, Feltrinelli 2005) e di altre notevoli opere. Insomma, Carrera, che insegna cultura e letteratura italiana e del mondo a Houston, Texas, pubblica un pamphlet di rara bellezza (Bob Dylan, Doppiozero) che è una specie di ricerca intima tra sé (il prof è assai simpatico) e Bob Dylan. Chi è? Che fa? Che dice? E soprattutto cosa dicono e pensano i suoi maniaci esegeti?

Una cavalcata mirabolante di riflessioni, citazioni, interpretazioni che vanno dalla Bibbia all’amor cortese, dall’eguaglianza alla giustizia, all’America e a tutto il resto. Un ottovolante di curve improvvise e geniali (che c’entra un cantante americano del XX secolo con il trattato De Amore di Andrea Cappellano, secolo XII, quasi mille anni prima? Eh, appunto!). Ironico e divertente, autoironico nel confrontarsi con la dylanite, intesa questa volta come malattia, ossessione e gaudio dei dylanisti.

Che poi, come ovvio, si dividono sulle svolte dell’opera omnia. E qui, per aiutarli a non perdersi, ecco il compendio ragionato e discusso, libro prezioso e anche lui fonte di infiniti dettagli e aneddoti e rivelazioni: Bob Dylan disco per disco, di Bream Jon (edizioni Il Castello). Così, chi vuole, può sapere dove si trovava Dylan ad ogni album. E non si intende il luogo fisico, ma emotivo ed esistenziale, insomma in quale pezzo del suo tragitto. Era felice? Incazzato? Era nella fase cristiano-messianica? Innamorato? Fresco sposo? Era incattivito o morbido? Eccetera, eccetera. Il tutto attraverso dialoghi tra esperti, musicisti, critici, amici, complici, tecnici, eccetera, che discettano su ogni disco del Nostro, anno dopo anno, svolta dopo svolta, e ne esce la storia della Great American Song, niente di meno.

Alla fine, l’ossessione continua, la saggistica su Dylan è più ampia della discografia di Dylan, e pochi come il vecchio ragazzo del Minnesota la sanno stimolare. Il fatto, come sanno i dylaniani e gli altri ignorano, è che Dylan contiene parecchia roba, la Poesia e il Poeta, la Storia, l’Odio, l’Amore, e altro ancora. Per cui un dylanologo esperto può entrare nel labirinto dalle parti della Bibbia e uscirne con un blues del Delta, oppure entrare con una ballata acustica e uscirne con una visione del mondo, o ancora farsi aiutare da Dylan a fare a pezzi il mito-Dylan e partire ogni volta da capo. Si entra, sì, nel labirinto, e si rischia di non uscirne mai. Mica male per un cantante, eh!

mer
17
ago 16

In Yemen bombe anche un po’ italiane

Fatto170816Nei romanzi gialli c’è sempre un momento in cui si parla dell’arma del delitto. Dove l’hai presa? Chi te l’ha venduta? Così, lette e ascoltate ai Tg alcune notizie sullo Yemen – spesso notiziette corte corte, o qualche secondo nei Tg – e sapendo che la coalizione capeggiata dai sauditi si diverte a bombardare scuole (sabato scorso, 10 ragazzini uccisi) e ospedali (l’altro ieri, bilancio ancora provvisorio, ma molti morti e feriti), veniva da chiedersi chi ha procurato l’arma del delitto. E siamo stati noi, noi intesi come Italia, la grande potenza culturale eccetera eccetera.

Le bombe spedite in Arabia Saudita, si parla di almeno cinque consegne negli ultimi mesi, per nave e per cargo aereo dall’aeroporto di Cagliari, sono costruite dalla RWM Italia, controllata dal grande gruppo tedesco degli armamenti Rheinmetall. Autorizzazioni alle esportazioni di materiale bellico verso i paesi della coalizione che bombarda lo Yemen erano già state rilasciate dai governi Letta e Monti, e non si sa se ci siano state nuove autorizzazioni da parte del governo Renzi, anche se spedizioni così urgenti (persino in aereo da un aeroporto civile) lo farebbero supporre. Sia come sia, la ministra Pinotti ha assicurato che è tutto regolare, che si tratta di componenti per un’azienda tedesca, che quindi noi, ahimé, dannazione, siamo tranquilli. Aggiunge seraficamente la ministra (intervista a Repubblica dicembre 2015): “Non do un giudizio etico, non dico se è giusto o sbagliato, dico che è stato fatto secondo le regole”. Ah, beh, allora.

Le regole, tra l’altro, sono un po’ controverse, perché l’Onu ha già più volte fatto notare che gli attacchi aerei della coalizione a guida saudita su obiettivi civili non vanno per niente bene, e sul bombardamento della scuola di sabato scorso l’Arabia Saudita ha dovuto, obtorto collo, aprire un’inchiesta (che immaginiamo severissima, visto che i sauditi dovranno indagare su un presunto crimine di guerra compiuto dai sauditi, mah…). Resta il fatto, un po’ si minimizza e un po’ si depista: non è roba nostra, chiedere alla Germania, perché la RWM Italia (sede a Ghedi, stabilimento a Domusnovas, Sulcis, in Sardegna) è roba loro. Peccato che in Germania neghino. L’otto marzo scorso un’interrogazione parlamentare di Die Linke ha permesso al governo tedesco di chiarire la sua posizione, e la risposta è stata: “Nessuna autorizzazione per l’export di componenti destinati agli stabilimenti Rwm Italia di Domusnovas”. Come dire che la faccenda delle bombe che vanno dalla Sardegna verso l’Arabia Saudita e poi da lì cascano sugli ospedali dello Yemen sono faccenda nostra. Tutto molto complicato, come al solito, anche se Famiglia Cristiana, in una sua inchiesta, mostra tra l’altro foto di ordigni inesplosi a Sana’a, capitale dello Yemem, e sono proprio giocattolini nostri.

Ora, si sa che il mondo è quello che è e la situazione non è buonissima. Con tutto questo, la guerra in Yemen rischia di essere un puntino di vernice su un quadro di Pollok, quasi invisibile. Ma c’è il dettaglio che ogni tanto (spesso, anzi), si colpisce un ospedale, o una scuola, o un deposito di viveri, e persino un campo di rifugiati, e questo, dannazione, diventa una notizia. Diverse fonti – organizzazioni non governative come Amnesty International, ma anche la Croce Rossa, e pure l’Onu – parlano di catastrofe umanitaria, più di seimila morti, più della metà civili, molte donne e bambini, oltre tre milioni di profughi eccetera eccetera, le solite vergogne. Lo Yemen è un po’ lontano perché i profughi di quella guerra arrivino qui e chiedano di essere accolti. Ma, dovesse succedere, sarà un po’ difficile dirgli “Vi aiutiamo a casa vostra”, perché probabilmente ci direbbero, no, no, basta così, a posto, grazie.

dom
14
ago 16

Neppure Siberia e manganelli hanno mai fermato la satira (libero sberleffo su libera coscia)

Schermata 2016-08-14 alle 10.23.54Per quanto interessante, il dibattito sulla satira è piuttosto ripetitivo, probabilmente è dai tempi dei sumeri che, se non si può vietarla, la si accusa di volgarità, di cattivo gusto, di zozzeria eccetera eccetera, insomma le si rimprovera di essere satira. Per dire della raffinatezza storica della materia, capitava non di rado che durante la commedia dell’arte gli attori mimassero sul palco l’atto del defecare (a volte nemmeno fingevano), e nel Medioevo (ma pure dopo), quando un nobile veniva assolto ingiustamente, si inscenavano in piazza delle “executio in effige” in cui il potere veniva sbertucciato in ogni modo (seguiva repressione). Ma insomma, l’arietta non è nuova: la satira prevede una libertà assoluta e ribelle, e se si vuole partire con la faccenda del pensiero unico, beh, storicamente è la prima che prende qualche sberla.

Solo che vietare la satira (o chiederle di piegarsi al conformismo grottesco del politicamente corretto, che è lo stesso) non  ferma la satira, perché chiedere ai sudditi di non ridere di chi li comanda è al di là delle umane cose.

Ah, sì, Mannelli, ovvio. Il sessismo è trovata relativamente nuova, ma la faccenda del cattivo gusto e dell’oscenità, invece è roba antica. George Grosz, a cui dobbiamo la più feroce descrizione della Germania anni ’20, coi suoi pescecani di guerra, fu condannato (e rovinato: morì in un manicomio) proprio per oscenità, per il disegno di un Cristo con la maschera antigas, vignetta di protesta contro la Grande Guerra. Ma il vero osceno della sua opera sono quei volti sfatti dal benessere diseguale, dalla ricchezza arraffona. E le donne, puttane povere o razza padrona, con quei corpi tumefatti dal presente, lividi dall’avere troppo, o troppo poco, dicono alla perfezione lo spirito dei tempi. Insomma, satira. Sgradevole, anche, e quindi buona.

Non che andasse meglio in altri posti e in altre epoche. Vero che il fascismo tollerò qualcheIMG_0296 risata, ben attento che l’umorismo non tracimasse nella critica. E vero anche che molti dei migliori talenti del dopoguerra maturarono in giornali satirici blandamente tollerati (Zavattini, Scola, Fellini, Marcello Marchesi al Marc’Aurelio, per dire). E l’immenso Petrolini, insignito di qualche medaglia dal regime riuscì addirittura a prenderli per il culo durante la cerimonia, urlando: “Me ne fregio!”. Grandioso.

Però quando il gioco si faceva duro, niente da fare, censura e confino. Così per Giuseppe Scalarini, che di fatto inventò la vignetta politica italiana, fu un continuo di condanne e soggiorni punitivi. E Il Becco Giallo, che faceva ridere un bel po’, fu fatto chiudere senza tante cerimonie. Osava, tra l’altro, irridere il fervente fascismo di Luigi Pirandello chiamandolo P.Randello. Chapeau.

Non per questo gli italiani smisero di ridere dei loro (in effetti ridicoli) capataz: le barzellette sul Duce sono state una specie di genere letterario per anni. Punite e represse dall’occhiuto regime, che quindi faceva più ridere ancora e generava più barzellette, come quella storica dell’autista di Mussolini che investe con la macchina un maiale.

“Vai a avvertire alla fattoria – dice il Duce, sempre attento al popolo – dì che sei il mio autista”.
Quando quello torna carico di doni, il Duce fa la faccia stupita e il milite spiega:
“Ho detto: sono l’autista del duce e ho ammazzato il porco. E quelli mi hanno fatto festa e coperto di doni”.
Divertente. Oggi si direbbe che alimenta la violenza? Mah.

Scalarini2A vietare la satira, poi ci hanno provato tutti. Nel grigiore sovietico del dopoguerra, anche dopo Stalin, la risata sul regime era un classico, e si rischiava pure parecchio, come dice appunto la barzelletta dei due giudici che parlano tra loro:

“Ah, oggi ne ho sentita una bellissima sul Politburo”.
“E come fa?”.
“Fa tre anni e sei mesi di Siberia”.

Raffinatezze russe, mentre nella Germania dell’Est si andava più terra-terra e fa ridere la storiella di Honecker che ordina di costruire una passerella sul lago per mostrare al suo popolo che sa camminare sulle acque. I tedeschi guardano la scena e commentano:

“Pensa come siamo messi, abbiamo un Segretario Generale che non sa nemmeno nuotare”.

Ora, diciamolo: non sono più i tempi adolescenti e belluini in cui si credeva che “una risata vi seppellirà”, però è innegabile che la risata contro il potere rimane un gesto eversivo. Persino quando la fa il potere stesso: perché sarà vero che l’aperto sghignazzo di Merkel e Sarkozy in faccia a Silvio buananima (ottobre 2011, memorabile) non era satira, però che l’abbiano seppellito non c’è dubbio.

Ma sia come sia, quello che viene dal basso, dalla pancia dolente delle persone qualunque, cittadini trasformati in sudditi, è un ridere amaro e strafottente, sempre al confine tra la satira e l’insulto, tra il sarcasmo e l’ironia, e del “buongusto” e del “politicamente corretto” ama fottersene alla grande.

Certo si può vietare la satira con le cattive o con le buone (blandendola, levandole il detonatore del coraggio, o della volgarità, o del cattivo gusto, o della sgradevolezza, insomma, ammaestrandola, rendendola digeribile), ma non ce se ne libererà mai veramente. Nemmeno nei casi più gravi, come dice la vecchia storiella russa dei due amici dissidenti:

“Senti, ho un brutto presentimento. Facciamo così, se mi deportano in Siberia io ti scrivo. Se scrivo con inchiostro nero è tutto vero, se scrivo con inchiostro rosso vuol dire che mi controllano e non devi credere a quello che dico, ok?”
“Ok”
Mesi dopo l’amico riceve una lettera dalla Siberia
“Caro Boris, ti scrivo finalmente dalla mia nuova casa. Qui è tutto bellissimo, si mangia bene, le ragazze sono gentili, un vero paradiso. Solo un piccolo difetto: non vendano inchiostro rosso”.

Ecco, siamo in un periodo in cui l’inchiostro rosso è meglio tenerselo stretto, e anche se il dibattito su quanto è sgradevole e scorretta la satira lo sentiamo dai tempi delle piramidi è bene dirlo ancora: trattasi di luogo libero, così libero che non c’è nulla su cui non si possa ridere, specie se potente. Corpi santi non ce n’è, spiacenti, né petto né coscia.

mer
10
ago 16

Non ricevi sms da Matteo e non sei nessuno? Ora c’è un’app, abbonati!

100816primailfattoInsomma, ora viene fuori che se non hai ricevuto un sms da Matteo Renzi non sei nessuno, che ci stai a fare al mondo? Sono così ambìti, i messaggini di Matteo, che le compagnie telefoniche cominciano a inserirli nelle offerte commerciali: 400 sms verso tutti e dodici da Matteo Renzi. Campionesse di scherma, autotrasportatori, suore, calciatori fino ai semipro, turnisti notturni del Pd, comitati per il Sì, industriali, attori e raccattapalle dei tornei di tennis, non c’è categoria che sia al riparo dal messaggino del premier. Ormai è un genere letterario, gli storici ci andranno a nozze. Ma si tratta di una straordinaria occasione per il Paese, e dunque va organizzata con qualche regola.

Le prove – Non basta dire: Matteo mi ha scritto un messaggino. Bisogna evitare le vanterie e mostrare la schermata, anche se sono 27 schermate, perché il ragazzo si è fatto prendere la mano. Nei casi più gravi (sopra i 5.000 messaggini) si può acquistare un hard disc esterno che può contenere fino a un Terabyte di sms di Matteo Renzi (sconti nei negozi convenzionati per gli abbonati alla Leopolda).

Le quotazioni – I messaggi più rari sono quelli in cui Renzi ha sbagliato numero. Sotheby’s ha battuto l’altro giorno un rarissimo sms del premier alla cancelliera Merkel. Testo: “Un ce la mandiamo più Maria Elena in tivù, che l’è un disastro”, evidentemente scritto per qualcun altro. Storico il caso dell’sms di Matteo esposto al Louvre: “Oggi grande partita! Quando vieni a giocà a Firenze?”, inviato per errore a Giorgio Napolitano, che subito ha prenotato un treno per raggiungere gli allenamenti.

Meno quotati gli sms di complimenti: bravo qui, bravo là, il solito trucchetto per prendersi di riflesso un po’ di applausi e simpatia nella speranza che il destinatario li renda noti. Più interessanti quelli di incoraggiamento come il messaggio al generale Cadorna alla vigilia di Caporetto: “Vai tranquillo Luigi, domani sarà una passeggiata”.

I servizi – Febbrilmente concentrato sulla ripartenza del paese, Matteo Renzi sta pensando a un servizio a pagamento. Abbonandoti on line potrai ricevere sms per ogni bisogno e circostanza. Basterà accedere alla app dal telefonino e avrai un messaggio privato del premier, cose come: “Non facciamo i timidi, se è il primo appuntamento io metterei la gonna”. Oppure: “Ne hai già bevuti otto, forse è meglio che ti fermi e che non ti metti a guidare”. A richiesta (ma la tariffa aumenta) si può chiedere a Matteo Renzi di mandare sms al posto nostro, tipo “Buongiorno, sono Matteo Renzi, dice Gino che per quei cento euro che le deve dovrà aspettare ancora un po’”. Utile.

Convenzioni – Tutte le aziende possono usufruire del servizio, una volta stipulata una convenzione. Quando sono pronte le camicie in lavanderia sarai avvertito da un sms del Presidente del Consiglio, lo stesso per il meccanico quando è pronta la macchina. Uno speciale accordo con le banche permetterà a Matteo Renzi di inviarti un sms quando ti arriva un bonifico (“Visto? #Italiariparte!”). Quando compilate dei moduli e arrivate alla parte sulla privacy ricordatevi di barrare la casella che dice: Sì, desidero ricevere sms da Matteo Renzi, anche con proposte commerciali.

Tecnologia – Così come Mussolini riceveva 1.500 lettere al giorno (e si vantava di rispondere, anzi, aveva inventato un ministero apposta), Matteo Renzi potrebbe mandare, dicono i programmatori, almeno 15.000 sms all’ora. Questo contempla un adeguamento della tecnologia per evitare spiacevoli incidenti nella generazione automatica dei numeri, e qualche incidente c’è già stato. L’anno scorso, 1.700 pastori nepalesi hanno ricevuto un messaggino con scritto: “Mi raccomando, mettiamo la fiducia e anche stavolta li freghiamo così”. E fu notevole lo sconcerto dei funzionari del ministero delle Infrastrutture quando lessero un sms di questo tenore: “Uff, che palle, viene anche Lotti, ce l’hai un’amica carina?”.

lun
8
ago 16

L’uomo-sandwich di Palazzo Chigi

Fatto080816La pubblicità è l’anima del commercio, il testimonial è l’anima della pubblicità, ma se cercate l’anima del Testimonial siete nel posto sbagliato.

E non c’è oggi in Italia un testimonial più multitasking di lui, Matteo Renzi, che assomma a sé tre cariche importanti: segretario del Pd, Presidente del Consiglio e uomo-sandwich. Olimpiadi? Direzione di partito? Consiglio dei ministri? Tranquilli, lo spot c’è sempre, il brand è esibito, il consiglio all’investimento puntuale. A Rio, giovedì scorso, ha fatto un bel discorsetto benedicendo Pirelli (restauro del Cristo Redentore) e poi facendo i complimenti a Armani (belle le divise), non c’è riunione pubblica in cui non lo si veda maneggiare l’iPhone come un adolescente inquieto. O gioca alla Playstation, o sale sulla nuova Giulia. E poi gelati, macchine per palestra, piumini d’oca, titoli azionari, elicotteri, rubinetti. Manca solo il tonno che si taglia con un grissino e la pasta per dentiere, e poi siamo dalle parti del Testimonial totale.

Come un Fabrizio Corona che si scapicolla da una gelateria di Sondrio a una discoteca di Cefalù, anche Renzi accorre qui e là in veste di sponsor ambulante.

Eataly fu il primo segnale, e del resto è amore antico: quando la direzione del Pd si riunisce a Firenze (gennaio 2014) in un tripudio di nuovismo finalmente trionfante in biciletta (non c’era ancora il megajet), la grande innovazione è il pranzo al sacco di Eataly (tra l’altro: se andavano al ristorante risparmiavano), cosa che tutti notano, scrivono, riprendono e commentano in pensosi corsivi. Il premier smart mangia i panini! Fico! E poi inaugurazioni con tanto di marchio alle spalle, tipo i calciatori nelle interviste. Farinetti ospite fisso alle Leopolde e Renzi che sostiene il brand, un’affinità elettiva conclamata. Farinetti è uno che fa ispirate lezioni dicendo cose tipo: se pensi di trovare parcheggio e sei positivo lo troverai, un ottimismo a metà tra il mesmerismo e il Mago di Oz che è lo stesso di Renzi. Altra affinità tra azienda e testimonial: la prima ha avuto un grosso appalto Expo senza gara, il secondo ha avuto un grosso governo senza elezioni.

Più spesso le aziende servono per agili metafore, subito ricambiate. Nel dicembre del 2014 il setFatto 080816dentro era una direzione nazionale Pd e Renzi faceva l’elogio di Moncler. Il capo dei piumini, Remo Ruffini, rispondeva compiaciuto del parallelo fatto dal premier tra una ditta di giacche a vento e un paese di sessanta milioni di persone: “Sì, l’Italia dovrebbe stare vicino al cliente e creare valore”. Urca! Un programma politico, insomma, o aziendale, che negli anni dell’era renzista fa lo stesso.

A volte il Testimonial fa lo spiritoso. Tipo quando l’Economist lo disegnò in copertina con la Ue che cola a picco e lui che mangia il gelato (agosto 2014). Vade retro, è un gelato confezionato, vergogna. Mentre Lui, il testimonial è per i sani valori contadini, l’alto artigianato, i pistacchi allevati a uno a uno. Insomma, fece arrivare un carretto di Grom nel cortile di palazzo Chigi per farsi fotografare ottimista (ci mancherebbe!) e con un cono “vero”. Del resto Guido Martinetti, patron di Grom, la sua leccatina al gelato l’aveva già data: con Renzi “c’è un linguaggio comune, la stessa velocità, la voglia di andare incontro a nuove strade”. Apperò!

E dunque il testimonial si è mangiato il gelato, ma non è stato l’unico, perché un annetto dopo il gelato di Grom se l’è mangiato la Unilever, multinazionale planetaria, il gelato alle mandorle superlusso allevate con amore lo trovate al supermercato e addio al made in Italy dello spot.

Pazienza, mica tutto può andare sempre liscio, anzi, a volte si scivola di brutto. Tipo il dispiegarsi di amorosi sensi per Marchionne. Il Testimonial adora l’azienda, l’azienda adora il Testimonial, il talento italiano non si discute, anche se di italiano c’è rimasto poco, tra sedi legali e sedi fiscali tra Olanda e Gran Bretagna e ora anche la Exxor che scappa. Insomma, l’Italia è un posto bellissimo, ma non ci terrei la cassaforte, ecco. #Italiariparte, e gli Agnelli prima di tutti: ciao ciao, e il Testimonial ricorda un po’ il Gassman de I soliti ignoti: “M’hanno rimasto solo, ‘sti quattro cornuti”

Eppure l’amore non muore, e anzi il testimonial esagera: il giorno della quotazione Ferrari (gennaio 2015) dice che il titolo appena quotato è “una straordinaria occasione per gli investitori”, anche se poi , in quaranta giorni, perdeva circa il venti per cento. Ops. E anche ora che si è un po’ ripreso sta due punti sotto la quotazione iniziale, non esattamente un investimento “straordinario”. E del resto, un Testimonial così impegnato non può azzeccare sempre il prodotto vincente: consigliare di investire in azioni del Monte Paschi a gennaio di quest’anno era un po’ come consigliare la stricnina come digestivo, e lui l’ha fatto. Comprereste un’auto usata da quest’uomo? Boh, ma sulle azioni di una banca ci penserei due volte.

Ma se l’ottimismo non arriva da solo come nella Weltanschauung renzista e nelle favolette morali di Farinetti, porca miseria, non restano che gli amici. E qui il taglio di nastri diventa apoteosi, il testimonial ce la mette tutta. Eccolo da Technogym (foto su tapis roulant con maglietta aziendale) dell’amico e finanziatore Nerio Alessandri. E poi la Sitael di Bari, che non è un brand noto né un settore glamour (aviazione e aerospazio), per dire come al solito che c’è un’Italia fichissima che funziona, e questo pezzettino qui è del suo amico Vito Pertosa che è un Leopoldo della prima ora, di cui Renzi ha visitato anche un altro sito, la MerMec di Monopoli, insomma, nel caso Bi-testimonial, che fatica. A Napoli, cercando di evitare le defatiganti passeggiate all’aperto, va alla K4A (elicotteri leggeri) di Dario Scaletta, altro amico suo, uno che i rumors volevano renzianamente indicato come sindaco di Napoli. E poi, per dire, la Ads, altra eccellenza e altri amiconi: ad attenderlo c’è Chicco Testa che siede nel Cda e si era già seduto a qualche Leopolda antemarcia.

Insomma, il Testimonial non si lascia scappare nessuna occasione, specie se si tratta di amici, partner, finanziatori di fondazioni e kermesse. Ecco, questa appartenenza aiuta, i compari sono sempre i compari, ma per il resto non c’è grande criterio nella scelta dei prodotti che il Testimonial maneggia. O forse sì, ed è la pubblicità con ritorno politico. Come quando (settembre 2014) per snobbare la finanza dei soliti noti al forum Ambrosetti disse che lui va dove si produce (sottotesto: mica dai torbidi finanzieri!) ed eccolo alle Rubinetterie Bresciane, anche lì però coi soliti noti: i Bonomi padroni dei rubinetti, e il capo in testa di Confindustria Giorgio Squinzi.

sab
6
ago 16

Di rabbia e di vento. Intervista alla Radio Svizzera

Qui sotto la bella intervista di Maria Grazia Rabiolo per la Rete due della Radio Svizzera Italiana (cliccare sull’immagine per l’audio)

RadioSvizzera immagine

 

gio
4
ago 16

Che noia questa estate del sommergibile. Per fortuna c’è la destra

040816Ora che Matteo Renzi ha inaugurato la “strategia del sommergibile”, cioè rendersi invisibile perché se si avvicina troppo al referendum convince gli italiani a votare No, tipo un Re Mida all’incontrario, l’estate italiana perde uno dei suoi tormentoni preferiti, il finto nuovo all’assalto del vero vecchio. Insomma, indietro i soldi, lo spettacolo è noioso, il film brutto e gli attori sembrano proprio cani. Per dirla semplice siamo in ritardo: nell’estate italiana del 2016 manca tutto: la canzoncina canticchiata urbi et orbi, il delitto dell’estate, persino il ritornello dei “gufi”, abbandonato perché evidentemente porta sfiga (sostituito da un più colto “apocalittici”, apperò!). In più, si sperava in un’estate fremente di dibattito sul Sì, sul No, sullo scontro fine-di-mondo del referendum, e invece tutto viene rimandato, perché pare che si voterà a novembre, permettendo al populista di Rignano sull’Arno di regalare qualcosa a quasi tutti con la legge di stabilità, tentando di comprarsi il voto al referendum coi soldi nostri. I testimoni di Matteo con i loro opuscoli sotto il braccio che dovevano citofonare agli italiani (“Guardi che tramonto! Chi l’ha creato secondo lei? Matteo!”) non si sono visti e forse non si vedranno, con grave danno per la commedia all’italiana. Certo, qualche tentativo di vivacizzare c’è, tipo la nomina dei direttori dei Tg, ma non sono cose che scaldano i cuori.

Così lo spettacolino estivo viene dalla destra: Parisi incaricato di crearne una più liberale (e dagli!) e moderna (uff!), il che contempla la speranza di liberarsi di Salvini Matteo, quello dalle molte cazzate e dai pochi voti. Ma siamo sempre lì, con il capo del Ku Klux Klan che mette i dischi in spiaggia a Milano Marittima siamo ancora all’avanspettacolo, e allo spettacolo vero non si arriva mai. E del resto si sa: per fare buon cinema serve la star, e le pellicole fatte solo coi caratteristi non convincono mai. Allora si prova con le vecchie glorie e i campioni del passato, che quando la gente li vede e li sente parlare dice: ah, ma toh!, ma questo è ancora vivo? Il dibattito è sempre lo stesso: fare qualcosa di nuovo dove però “Il leader è sempre Berlusconi”, che è come costruire una splendida fuoriserie superaccessoriata con le ruote di pietra come ne Gli Antenati. E vabbè. Per dare voce alle due anime – quella nuovista con Parisi e guida spirituale il vecchio Silvio e quella  mesozoica con finanziatore il vecchio Silvio – si corre così a intervistare antichi campioni. Matteoli, per dire, uno che sta in Parlamento da quando c’erano le Signorie, o l’astuto Gasparri che ha un modo tutto suo di chiedere l’unità del centro-destra: “Ci servono anche quelli che fanno i rutti a tavola”. Ah, ecco, Alvaro Vitali gli fa una pippa. Tra quelli che spingono la corsa di Parisi, si legge con un certo sconcerto, ci sono talenti come Prestigiacomo Tajani e Micciché, che è un po’ come  sperare di rilanciare la musica italiana con Mario Tessuto e Nico Fidenco. Tra chi frena, invece, ecco Romani e Toti, gente che starebbe in panchina anche durante scapoli-ammogliati.

Che noia, insomma: a sinistra (?) si posano i lanciafiamme e si applica il vecchio consiglio manzoniano del “troncare e sopire” nella speranza che un po’ di low profile faccia dimenticare l’arroganza; a destra (?) si discute su come restare berlusconiani facendo un degno funerale al povero Silvio. Niente guizzi, niente rivoluzioni, più che #italiariparte sembra #italiainletargo, dove tutto viene rimandato a dopo il referendum, che è rimandato anche lui a quando più sarà comodo a Matteo. La furiosa estate che ci avevano promesso non c’è, non si vede, il governo fermo e immobile sembra uno di quei governi balneari della prima Repubblica che Forlani, al confronto, sembrerebbe un indemoniato.

mer
3
ago 16

Milano, Torino e il Salone del libro. Intervista

Qui sotto l’intervista di Annarita Briganti per Repubblica Milano sul Salone del libro. Cliccare sull’immagine

REPUBBLICAMILANO030816

ven
29
lug 16

Di rabbia e di vento. L’intervista de Il Giornale OFF

Qui sotto (cliccare) l’intervistya di Eleonora Aragona su Il Giornale OFF (il link è qui)

IlGiornaleOff

mer
27
lug 16

Non solo cannabis: Anche Verdini e Salvini sono droghe (leggere?)

Fatto270716Poche cose al mondo hanno un effetto psicotropo potente come il dibattito sulla legalizzazione della cannabis. L’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma: leggere gli emendamenti della signora Binetti o del signor Giovanardi causa nei giovani danni permanenti, distacco dalla realtà, vuoti di memoria e, nei casi più gravi, alopecia e gomito del tennista. La tesi è nota: chi si fa una canna è meglio che la compri da brutti ceffi, di nascosto, finanziando le mafie e rischiando una denuncia, piuttosto che annaffiare una piantina sul balcone. Non fa una piega: è come teorizzare che per fare il pieno alla macchina sia meglio bucare un oleodotto col trapano invece che andare al distributore.

In attesa che i millemila emendamenti facciano il loro corso, che la legge torni in commissione, poi in aula, poi in commissione, poi vada al cinema, al circo, poi di nuovo in aula, poi su Saturno (vedi il reato di tortura), ci preme segnalare al gentile pubblico altre sostanze psicotrope, libere e gratuite, su cui gli italiani possono contare senza rischi legali, ma con grandissimo rischio della propria salute mentale.

I discorsi di Salvini – Disponibili in forma scritta e orale, perfettamente legali anche in non modica quantità, producono nel consumatore una passeggera ondata di autostima. L’effetto sui neuroni è immadiato: davanti alle parole di Salvini, infatti, chiunque si sente improvvisamente più intelligente. L’effetto dura fino al prossimo discorso di Salvini, che il consumatore cercherà avidamente sui giornali, segno che quel sentirsi intelligenti era un’illusione.

Mario Adonolfi – Il simpatico situazionista ultracattolico è legalmente distribuito sui social network, alla portata anche dei più piccoli e indifesi. Al contrario della cannabis, genera assuefazione e dirige il giornale La Croce, che la cannabis dirigerebbe meglio. Controindicazioni: servono cartine enormi perché anziché in grammi, Adinolfi è distribuito a quintali. Secondo gli esperti, l’assunzione massiccia di Adinolfi causa disfunzioni sessuali, rende impossibile la masturbazione e il sesso prima del matrimonio di chiunque. In compenso genera crisi di riso irrefrenabili.

Denis Verdini – Tipica droga “prestazionale”, si assume quando servono voti al Senato, e quando non servono si finge di disprezzarla e di non conoscerla. Nonostante l’uso diffuso (ogni senatore Pd ne ha in tasca una bustina) non è esattamente una droga legale, come dimostrano i numerosi rinvii a giudizio. Sull’uso e abuso di Verdini il dibattito è aperto: i bersaniani restano proibizionisti, mentre la segreteria Pd è più elastica e ne teorizza la liberalizzazione per uso personale.

Debora Serracchiani – Speciale sostanza psicotropa di sostengno, ha conosciuto una grande popolarità nei primi tempi del renzismo, ma è stata ritirata dal mercato dopo il disastro delle elezioni amministrative, non si sa se per decisione delle autorità sanitarie o per disaffezione dei consumatori. Gli effetti sull’organismo erano di fatto nulli, se si eccettua una vaga ilarità nei primi minuti seguenti l’assunzione.

Edward Luttwak – Grazie alla sua diffusione di massa attraverso i talk show, questa droga sintetica può risultare pericolosissima per chi possieda droni, bombardieri, portaerei e missili a testata multipla, ma anche per tutti gli altri. Gli effetti sono aggressività e senso di onnipotenza: dopo aver assunto Luttwak in dosi massicce si tende a vestirsi come un marine ed invadere pasticcerie, bombardare ritoranti e provocare colpi di stato e cambi di gestione nelle lavanderie sotto casa. Secondo gli esperti, si tratta di una droga pericolosa perché il consumatore tende a passare a droghe più pesanti, cioè si comincia a farsi di Luttwak e si finisce a volere una dose di Trump.

sab
23
lug 16

Dal 25 luglio con Repubblica, Questa non è una canzone d’amore…

Attenziò! Battagliò! Da lunedì 25 luglio, per una settimana, in vendita con Repubblica, alla misera cifrata di sette euro e qualcosa, trovate Questa non è una canzone d’amore, il primo episodio della saga (?) del Monterossi con tutti i suoi complici e amici… Il libretto, lo sapete, è andato benone e io non lo sapevo che poi sarebbero venuti gli altri, ma insomma, vabbè, il primo bambino è sempre un po’ speciale. Qui sotto il video uscito su Repubblica… Insomma, io ve l’ho detto, eh!

mer
20
lug 16

RiformaBoschi®, la fiala che controlla le nascite e i padri in bancarotta

200716primailfattoHo comprato una scatola di RiformaBoschi® e ho letto il bugiardino, quel foglietto scritto piccolo che ti dice come prenderla e cosa rischi. Vi faccio un sunto.

Cos’è – RiformaBoschi® è un farmaco di grande efficacia, disponibile in pastiglie, gocce e supposte rivestite di propaganda protettiva. Nel caso di pazienti resistenti alle cretinate si consigliano le iniezioni. RiformaBoschi® ha lo stesso principio attivo di RiformaBerlusconi™, che fu ritirata dal mercato dieci anni fa perché tossica. Ora le crisi di rigetto dei pazienti del Pd sembrano in parte risolte.

Posologia – RiformaBoschi® va preso in un’unica soluzione, giù tutta in un fiato. Dovrebbe curare il bicameralismo perfetto creando una specie di bicameralismo che piace a Matteo Renzi, con comuni e regioni che nominano i senatori e se li scambiano con gli affarucci della politica locale (vedi AbolizioneProvince℠ in gocce). Tutto diventa più veloce nell’organismo e se dovete aiutare le banche o fare la guerra si fa più in fretta e, soprattutto, si fa come vuole il premier.

Effetti terapeutici – Secondo i ricercatori dell’Istituto Boschi, RiformaBoschi® è un farmaco adatto a curare molte patologie: terrorismo dell’Isis, doppie punte, sindrome da provincialismo (solo zona Firenze), affezione per la democrazia, controllo delle nascite, riforma dell’Europa, del Mondo e (a lungo termine) di Giove, trasversalismo politico e calli. Funziona anche con padri accusati di bancarotta. Ma soprattutto, come dice la nostra pubblicità in onda su tutte le reti, o si prende RiformaBoschi® o sarà il caos, il nulla, la Terra uscirà dal suo asse di rotazione e addio (lo spot con Napolitano disperato nella via lattea è in lavorazione)

Altri farmaci – Abbinata con Verdini™ (supposte) RiformaBoschi® può causare piccole crisi di rigetto nel paziente. Poi, se il paziente è del Pd, fa finta di niente, sopporta un po’ e va avanti con la cura. Secondo l’Istituto Boschi il farmaco sopporta piccole dose di Verdini™, e anzi se ne serve per la sua azione. Abbinata con Italicum©, Riforma Boschi produce repubblica presidenziale e uomo della provvidenza. Se il paziente é convinto di diventare lui presidente (confezione da 80 euro), può continuare con RiformaBoschi®,; se si teme che possa diventare presidente un altro, interrompere la cura e modificare il dosaggio di Italicum©. Se necessario consultare un bersaniano.

Pazienti a rischio – Alcuni pazienti affetti da altre patologie potrebbero aver problemi con RiformaBoschi®. Tra questi i precari sopra i trent’anni, gli obbligazionisti di banche toscane e chi ha difficoltà di crescita con le tutele crescenti del Jobs Act. In questi casi, si consiglia di assumere RiformaBoschi® lo stesso, magari turandosi il naso.

Effetti collaterali – Per quanto non ancora testata su animali (si aspetta ottobre, no, forse novembre, mah, forse dicembre, per il grande test si 60 milioni di cavie ), sono già noti alcuni effetti collaterali di RiformaBoschi®. Nel paziente molto convinto della terapia, un aumento dell’arroganza, fino a raggiungere il delirio di onnipotenza e all’intemperanza verbale. Ciò potrebbe alternarsi con fasi di depressione, ansia e paranoia, in cui il paziente pensa che i giornali ce l’abbiano con lui e tutti siano cattivissimi. Per tutti gli altri pazienti, si registra una perdita immediata di rappresentanza, peso politico e partecipazione, cose considerate molto positive dall’Istituto Boschi.

Evoluzione del prodotto – RiformaBoschi® agisce anche su forme di vita estinte e microorganismi. Per esempio per la prima volta dai tempi di Marie Curie si sente nominare l’Udc. RiformaBoschi® è stata presentata anche nelle principali capitali europee, dove non ci hanno capito un cazzo, ma hanno detto: “Carina, la scatola!”

Call Center – Per ogni dubbio su RiformaBoschi®, si può chiamare il numero verde, il centralino  a Napoli, risponde un De Luca, ne hanno tanti e devono piazzarli.

mer
13
lug 16

Portiamoci avanti: nascono i comitati del Forse. Renzi: mai stato renziano

Fatto130716Invidio molto chi tiene un archivio e confesso: io non sono capace. Il mio archivio è la pila di giornali vecchi che diventa un grattacielo, poi una montagna, finché mi decido a far pulizia. Così mi capita di scorrere titoli antichi e notizie passate a miglior vita, da “L’italicum non si tocca” a “Se vince il no lascio la politica”; da “Investirei su Monte dei Paschi” a “Il patto del Nazareno non esiste”. Poi tutto finisce nella raccolta differenziata (carta), come è giusto che sia per dichiarazioni che durano lo spazio di un mese o due.

Non si può andare avanti così, e quindi c’è una sola decisione da prendere: portarsi avanti col lavoro.

22 luglio – Nel corso di una riunione allo Sheraton di Posillipo, Maria Elena Boschi annuncia la nascita dei comitati del Forse. Dopo aver ammesso che la riforma delle riforme con cui ci hanno scassato la uàllera per mesi e mesi è “imperfetta”, prevale il buon senso.

28 luglio – Carro del vincitore: spintoni e tafferugli vicino alle uscite di sicurezza. Qualcuno ha gonfiato il salvagente prima di imboccare la porta e la ressa si è fatta insostenibile. Grida di “Fatemi scendere” e “Lei non sa chi sono io”, seguite dall’immancabile: “Ma si che lo so, stronzo”

3 agosto – Grande censimento. I renziani della prima ora sono il 22 per cento, quelli della seconda ora il 36 per cento, i renziani dell’ultimo minuto il 24 per cento e sbertucciati da tutti come quelli che sono usciti con l’ombrello e la giacca a vento quando c’era il sole e quaranta gradi all’ombra.

7 agosto – Tutti guardano a Franceschini. Fraceschini è come quelle statuine che diventano azzurre o bianche al cambiare del meteo, ti dicono se pioverà o se farà caldo. Ora Franceschini è azzurro e i franceschiniani sono dati in grande ascesa. Il passaggio da renziano a franceschiniano è considerato una tappa fondamentale nell’éducation sentimentale del giovane dem. Spuntano i franceschiniani della prima ora. A casa Franceschini si costruisce un nuovo carro, ressa alle porte da cui si entra.

11 agosto – Renzi ai suoi “Mai stato renziano”

14 agosto – Renzi attacca la minoranza, ma questa volta parla ai renziani rimasti sul carro (si erano addormentati e hanno sbagliato fermata)

18 agosto – Aperto a Rignano sull’Arno il museo del renzismo. Polemiche per l’enorme statua del gufo all’ingresso. Renzi rilascia una dichiarazione alle agenzie: “Mai usata la parola gufo, è una mistificazione della stampa che ce l’ha con me”.

23 agosto – Nel corso di una burrascosa riunione, presente Renzi, un busto di Renzi, due foto incorniciate di Renzi e un grande cartonato di Renzi, si decide che sì, forse l’Italicum si può cambiare. Il dibattito è quando: prima del referendum? Dopo il referendum? Passa la proposta di cambiarlo durante: mentre gli italiani staranno votando, sei esperti di leggi elettorali sorteggiati tra i consumatori di bistecche alla fiorentina cercheranno una soluzione.

30 agosto – E’ deciso, il referendum sulla riforma costituzionale si terrà tra il 9 ottobre e il 23 aprile, ma in caso di pioggia verrà rinviato a giugno.

6 settembre – Sono passati esattamente mille giorni dalla famosa promessa “Mille asili in mille giorni”. Matteo Renzi li inaugura tutti in un colpo solo. Sono bellissimi, tutti in Lego con i tetti rossi e le finestrelle.

10 settembre – Dario Franceschini, ministro della cultura, inaugura una grande mostra a Roma. Titolo: “Il gusto della citazione”. All’ingresso campeggia una grande scritta in neon azzurro: #Matteostaisereno

22 settembre – Matteo Renzi convoca una conferenza stampa in cui elenca i suoi successi, quindi nessuno parla per ventisei minuti. Poi si alza e congeda i giornalisti con un sonoro: “Il mio invito è sempre lo stesso: votate No”.

ven
8
lug 16

La fatina Maria Elena e il bambolino De Luca

Fatto080716La splendida cornice e la toccante cerimonia, o’ sole, o’ mare e il roof garden, segnalato dai siti locali come ‘nu babbà per festeggiare San Valentino. Per l’Hotel Mediterraneo di Napoli, insomma, il tocco glamour non servirebbe, ché ce l’ha già. E invece lei ce lo porta lo stesso: Maria Elena Boschi, la fatina delle riforme, una che tutti abbiamo avuto come compagna di classe in seconda media, ci siamo innamorati, poi per fortuna ci hanno promosso in terza ed è finita lì.

Ma insomma, al netto dell’affannosa raccolta di firme, della formazione un po’ al ralenti dei comitati per il Sì (Renzi ne ha promessi diecimila, che andranno “casa per casa”, incubo) e della ricerca di testimonial vip, dare una sensazione di attivismo fa sempre bene. Ed eccola, allora, la titolare del dicastero della Riforma-Fine-Di-Mondo, fare il giro delle sette chiese: sabato, ore 11, Napoli, appunto, città dove il Pd non è nemmeno arrivato al ballottaggio e dove ha invitato a votare la destra di Lettieri.

Corte ristretta, dicono le cronache che annunciano l’evento, ma certo Maria Elena non può essere lasciata sola. Accanto a lei ci saranno il sottoguru della comunicazione Francesco Nicodemo e un De Luca, notizia che induce sempre a chiedere: ah sì, quale?

Delusione in sala: non sarà il prorompente governatore della Regione Campania, quello che ormai imita Crozza che imita lui (ultima uscita: “bambolina imbambolata” alla neo-sindaca di Roma che li ha stracciati alle elezioni: l’hanno presa bene). Né il figliolo Roberto, piazzato assessore al comune di Salerno; ma l’altro rampollo, Piero, avvocato d’affari tra l’Italia e il Lussemburgo, che proprio a causa di certi affari non si riuscì a piazzare nelle liste bloccate del Pd per la Camera a Salerno. Ach!

Vero che il ragazzo non si è perso d’animo e ha continuato la sua resistibile ascesa, anche come socio di tale Emilio Ferraro, che aveva incarichi in società partecipate del comune di Salerno: essendo ai tempi il padre sindaco della città c’è da pensare alla mirabolante coincidenza. In più ebbe una consulenza dal gruppo Mcm di Lettieri, azienda privata che trattava col Comune una delocalizzazione industriale: altra coincidenza.

Per gli amanti del genere (il giallo familiare partenopeo, segno zodiacale Totò, ascendente Pulcinella), ci sarebbe anche il fallimento di una piccola società di consulenza, l’Ifil, sulla quale la procura di Salerno aprì un fascicolo, sospettando un intreccio tra finanziamenti alle campagne elettorali di papà e sostanziose consulenze ricevute dall’Esa, la società impegnata nel rifacimento di piazza Libertà per cui De Luca (padre, che casino, eh!) ha passato i suoi guai. In più, la procura vorrebbe sapere come mai e a quale titolo Piero De Luca riceveva dalla Ifil biglietti aerei per decine di migliaia di euro, e ci andava il Lussemburgo con la consorte. In soldoni (è il caso di dire): avviso di chiusura indagini e ipotesi di bancarotta fraudolenta.

Un bel quadretto, una cosuccia sobria che pare il presepe (te piace o’ presepe?), con Nostra Signora delle Riforme alle prese con dicerie e malelingue. E’ vero che ha un po’ litigato con Matteo? E’ vero che lui ritiene meglio spedirla in giro a benedire comitati per il Sì invece che mandarla in tivù a discutere di Costituzione con la stessa inattaccabile credibilità con cui il vostro ferramenta discetterebbe di fisica quantistica? Chissà. Se si resta ai fatti, c’è un recente sondaggio Ipr Marketing che segnala la popolarità di Santa Maria Elena in caduta libera: dal 22 per cento di novembre all’11 per cento di oggi (peggio di lei fanno solo le ministre Madia e Giannini, ti piace vincere facile, eh!).

Ce n’è abbastanza per dire che la toccante cerimonia di Napoli, sabato ore 11, potrà dare buoni spunti: il figlio del potentissimo De Luca padre, la ministra che fu tanto amata e il sottoguru dal tweet facile. Andranno lì a dire che se vince il No ci saranno morte e distruzione, la scabbia e lo scorbuto. Mentre se vince il Sì ci teniamo loro. Ma sai che in fondo in fondo lo scorbuto…

mer
6
lug 16

La versione toscana di “umile”: “Spaccagli la faccia, Matteo”

Fatto060716“Umile” sarebbe pure una parola nobile, a volerla guardare dal verso giusto, cioè dalla parte delle radici. Intanto perché deriva da humilis, e quindi da humus, terra, e insomma, va bene, un baobab, per dire, un pino secolare, non sono mica tanto umili, mentre l’erbetta sì, e infatti la calpestiamo senza tante storie.

Poi si sa che le parole si evolvono, che inseguono la società, ma anche la società insegue loro: di solito per picchiarle. Così oggi “umile” è diventata una parola da calciatori. “Dobbiamo essere umili”, dicono i bomber delusi davanti ai microfoni con i capelli a cresta e il Rolex grosso come il Big Ben, poi se ne vanno con la Ferrari, che agli umili – quelli veri – fa sempre effetto. Insomma, diciamolo: come certe attività commerciali che non muovono una lira ma fanno da copertura a ricchissimi affari, anche la parola “umile” è diventata uno schermo, una specie di burqua indossato alla bisogna da chi è stato molto arrogante e per farsi perdonare – o per continuare a ingannare – si finge “umile”. Inutile dire che a un umile vero – umile come condizione sociale, cioè rasoterra, per restare all’etimo – non verrebbe mai in mente di vantare la propria umiltà: di solito lo fanno quelli che non sono umili per niente.

Non è un caso che la parola “umiltà” salti fuori come un pupazzo a molla ogniqualvolta qualcuno prende una facciata clamorosa. Dopo le elezioni amministrative, basta cercare in rete, si fece grande spreco della parola. “Matteo Renzi, umiltà dopo le comunali”, titolava l’Huffington Post, e Pierluigi Bersani dettava alle agenzie il suo monito da allenatore esonerato: “Renzi sia più umile”, “Renzi abbia l’umiltà di riflettere”, eccetera, eccetera. Mentre La Stampa titolava: “La svolta umile di Renzi”, avendo però l’accortezza di mettere “umile” tra virgolette, perché non si sa mai con la lingua toscana, e magari a Rignano sull’Arno “umile” vuol dire “Vai e spaccagli la faccia, Matteo”.

Insomma, tutto questo avveniva solo qualche settimana fa, quando gli “umili” delle periferie (clamorosamente a Roma, ma, umilmente anche in molti altri posti) bastonavano il Pd asserragliato nei quartieri-bene. Ma poi succede che certe parole sono come i buoni propositi della notte di Capodanno, che ti svegli il giorno dopo, mezzo sbronzo, e te li sei dimenticati alla grande. Ed ecco che nella direzione del Pd ripetutamente rinviata in modo che il voto amministrativo apparisse più lontano, quasi antico, diventava lontana e antica anche l’umiltà, evocata solo dal povero Cuperlo che pregava il sovrano di praticare la modestia “non solo nel tono della voce”.

Ecco fatto. Fine dell’umiltà e dell’autocritica, se mai ve ne fu. E anzi, ammonimenti e minacce, come quella di un Renzi modello hostess, che dice a chi scende dal carro del vincitore che poi – si avvertono i gentili passeggeri… –

non si risale più: una versione soft del famoso lanciafiamme (a proposito di umiltà).

Insomma, se c’è una cosa che gli umili sanno benissimo – intendo gli umili di condizione economica, gli umili pagati in voucher, gli umili che non meritano 80 euro perché troppo poveri – è di diffidare di chi sbandiera la propria umiltà. Capiscono che è un trucco, una trappola, un’operazione mimetica. Sono umili, mica sono scemi.

Che poi vorrei essere un po’ umile anch’io, corre l’obbligo di denunciare che non sono certo cose nuove, queste, e anzi si sanno da secoli, e già le diceva un certo Shakespeare nel Giulio Cesare: “L’umiltà è la scala di una giovane ambizione. Ma, come abbia raggiunto l’ultimo gradino, volge essa le spalle alla scala e rimira le nubi, spregiando i gradini più bassi ond’essa è ascesa”. Ecco fatto. E chi l’avrebbe mai detto che il vecchio bardo sapesse già come andava a finire, all’alba del 1600, una direzione del Pd di quattro secoli dopo.

mer
29
giu 16

Il popolo-colesterolo, quello buono vota bene, quello cattivo è zozzone

Fatto290616Insomma, ecco qui: abbiamo un problemino col popolo. A giudicare dai solenni scritti sul referendum britannico sembrerebbe una gran rottura di palle, e le analisi si concentrano sulla particolare composizione dell’elettorato inglese: da una parte i colti, benestanti, saggi, europei con casa in centro, libri e afflato democratico, e giovani; dall’altra buzzurri, contadini, anziani scontenti, razzisti, xenofobi e tutti quelli che fanno la doccia solo al giovedì. Non è facile trovare le parole per questo, ma si può sempre provare: quello buono è il popolo, e gli altri sono i populisti.

Ora, questa faccenda dei populisti sembra sistemare ogni cosa: tamponi sull’autostrada? Colpa dei populisti. Non ti viene il soufflé? Populismo!

E’ una nuova accezione della parola popolo che pare accettata a sinistra: come il colesterolo, c’è quello buono (progressista, che legge i giornali e vota come si deve) e quello cattivo (zozzoni). Un dibattito che non è solo inglese, basti pensare che la parola popolo qui si pronuncia “periferie”, cioè quelle che bellamente nelle recenti elezioni se ne sono andate facendo ciaone al Pd. Dopodiché, giù analisi sulle periferie che “le abbiamo abbandonate”, che “ora sono la priorità”, eccetera eccetera.

Il berlusconismo buonanima aveva risolto il problema privilegiando la “gente” a discapito del “popolo”, ma poi non aveva resistito al suo speciale populismo e si era battezzato Popolo delle libertà, un testacoda notevolissimo. Testacoda anche inglese, perché a chiamare il popolo a votare era stato quel Cameron (uno che ha studiato a Eton e Oxford, uno per cui il popolo è quello che ti sella il cavallo nella tenuta di campagna) che sperava nel plebiscito, e poi è passato da “dinamico leader” a “coglione conclamato”.

Eravamo abituati a pensare alla Gran Bretagna come a un posto decisamente fighetto, compostamente in coda alla Tate Gallery, e ormai quando qualcuno ci faceva vedere la vera Inghilterra (tipo Ken Loach) si mormorava: uh, che palle, ancora con questi poveri! E come sono brutti! Perché non si comprano qualcosa in Oxford Street?

Ma resta il problema: ammesso e non concesso che il 52 per cento dei britannici sia incolto, burino, razzista, ignorante, stupido ed egoista, quale democrazia matura mantiene più della metà del suo popolo in condizione di incultura, burinaggine, razzismo, ignoranza stupidità ed egoismo? E’ una specie di equazione della democrazia: se i poveri sono ignoranti bisognerà lavorare per avere meno poveri e meno ignoranti. Questo significa welfare e riduzione delle diseguaglianze, mentre invece da decenni – in tutta Europa e pure qui da noi – si è ridotto il welfare e si è aumentata la diseguaglianza. La sinistra dovrebbe portare il popolo alla Tate Gallery, non sputargli in un occhio dicendo che è diventato razzista. Eppure.

Che il popolo sia una gran rottura di coglioni è peraltro noto da sempre, chiedere a Luigi XVI, agli zar, ai tedeschi in ritirata sulla linea gotica. E in più ha una sua specifica tigna: o gli tocca qualche quota nella distribuzione della ricchezza e del benessere, oppure si incazza con modalità impreviste, anche deplorevoli. Ora va di moda dire che il popolo inglese ha seguito l’impresentabile Farage, che però vanta meno di un quarto dei consensi raccolti dalla Brexit. Così come qui prevale la moda di dire che il popolo poi sceglie Salvini, mentre Salvini conta, per fortuna, meno del due di picche. Insomma, abbiamo un problemino col popolo brutto, sporco e cattivo. Un tempo, quando si leggeva Marx (uh, che noia!) si sarebbe detto che siamo alle prese con una questione di classe. Oggi che tutto è più moderno e veloce, si sistema la questione archiviando il popolo come nemico, incolto, malvestito e un po’ ignorante. E’ più facile, è più smart, ma un po’ rischioso.

mar
28
giu 16

AA+, il rating per gli studenti

Fatto280616Un esercito di piccoletti liberati dalla dittatura del voto, dall’ossessione delle medie, dall’ansia da prestazione prima che sia l’ora. Eccola qui la nuova giravolta della scuola elementare. C’erano i voti (fino al 1977), poi arrivarono i giudizi, poi arrivò la Gelmini e, siccome le disgrazie non vengono mai da sole, ripristinò i numeri (2009), poi ecco, da domani (dal prossimo anno scolastico), le lettere. A, e sei il primo della classe, E, e sei un somaro conclamato. In mezzo B, C, D, che dicono che il riscatto è possibile. Se prendi AAA+, poi, puoi dire di avere un rating che Moody’s ti fa una pippa.

Barbatrucco interessante (viene dall’America e da alcuni stati europei) per fare in modo che un quattro all’inizio dell’anno non ti freghi per sempre, e – effetto collaterale – per imbrogliare i genitori più distratti (“Essù, mamma, ho preso E, mica Z!, la bicicletta arriva lo stesso, vero?”). Ma sia: nulla deve spaventarci, figurarsi le piccole cosmesi alla pagella (anche perché, dice la riforma, alla fine dell’anno i numeri ve li beccate lo stesso). E così, addio alle alchimie dell’aritmetica, quei meravigliosi sei meno meno, i sette e mezzo che sembravano rapine al treno (“Era un otto, cazzo!”), i dieci (rari, sì, ma sui quali si poteva campare una vita). Con le lettere non si può fare la media aritmetica, e questo è bene, e c’è un sapore di speranza: coraggio, da E si può solo risalire. Riformina-ina-ina, ma con un suo piccolo valore: meno assurda competizione, meno ansia da performance, che poi, dopo, nella vita post- quinta elementare, non mancherà. E soprattutto, qui sì molto bene, non si boccerà più alle elementari che era, quella sì, una cattiveria dei grandi sui piccolini (e una faccenda, scusate il termine, di classe).

Tutto bene, allora? Quasi tutto, perché la minima dose di buonsenso contenuta nel passaggio dai voti ai numeri merita qualche apprezzamento, sì, ma non l’enfasi poderosa con cui certi esponenti della maggioranza la salutano esultanti. “Misurare con un numero la gioia di apprendere di un bambino è come misurare il cielo con un righello”, ha detto Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd. Ecco, anche meno, grazie. Perché altrimenti si rischia il voto in retorica (E) e pomposità (D), a meno che non si voglia valutare col metro (pardon, righello) dell’eloquenza da hasthtag che piace tanto ai giovinotti del ministero, qualcosa come #cambiaversoprendiA.

dom
26
giu 16

Perdere le elezioni a reti (e testate) unificate

IMG_0285-2Renzi non è solo, nella sconfitta elettorale. Con lui, un vasto schieramento di media con una capacità di fuoco enorme. E inutile

La sconfitta è solitudine. Lo sconfitto se ne sta solo in un angolino, consolato dai fedelissimi, mentre l’altro, quello che ha vinto, lo cercano tutti. Fa eccezione Matteo Renzi dopo la sconfitta alle elezioni amministrative, perché nell’angolino dove è finito non sta proprio da solo, ma in buona compagnia. Alle analisi psichiatrico-politiche del voto nelle grandi città manca infatti un tassello che rende la sconfitta di Renzi ancora più grave, ed è questo: insieme a lui ha perso un micidiale, granitico, quasi unanime fronte dei media ufficiali. I grandi quotidiani (Repubblica, Corriere della Sera, Stampa) e le tivù generaliste (tutta la Rai, in modo intermittente Mediaset, quasi sempre Sky) hanno fin’ora oggettivamente “fatto il tifo” per Renzi, le sue politiche, la sua lettura dell’Italia, la sua azione innovatrice (?), il suo dinamismo, eccetera, eccetera. I “retroscena” (valga per tutti la firma di Maria Teresa Meli, riconosciuta portavoce del Capo) sono ormai veline del governo, indirizzate ora ai nemici, ora agli amici che non si allineano, ora ai nemici che si vorrebbe corteggiare, ora a soci e complici da cui dissociarsi a parole ma agire nei fatti (Verdini e compagnia).

Insomma, un conto è perdere le elezioni, un altro conto è perderle avendo dalla propria una capacità di fuoco impressionante, l’artiglieria pesante, l’aeronautica, i parà, i guastatori del genio: è una sconfitta doppia.

Ma intanto, mentre piccoli riposizionamenti si compiono, si mette tristemente a verbale una cosa piuttosto importante: i media non spostano più l’opinione pubblica come un tempo. Avere accanto il grande giornale, l’appoggio del Tg più ascoltato, l’opinione illustre in prima pagina, l’endorsement pompato, l’intervista-bomba (come fu quella di Napolitano al Corriere: “O vince il No o è il nulla”, minaccia nichilista) non assicurano automaticamente consenso.

Esiste dunque un canale di informazione (e propaganda, ovvio, e scemenza pressofusa, e trollismo militante, ma anche di circolazione di notizie e di idee) che vale più della “versione ufficiale”. E’ un fenomeno molte volte teorizzato (la rete, la rete, la rete, la democrazia dal basso, eccetera, eccetera), ma che forse per la prima volta si vede, qui e ora, perfettamente realizzato. Se un tam-tam su Facebook vale più di un fondo di Scalfari – non per buona lettura e forbito linguaggio ma per tasso di convinzione di chi legge – dove andremo a finire, signora mia?

Come al solito quando si parla di media e di sapere pubblico e diffuso, la distinzione è tra Apocalittici e Integrati, vecchie categorie che funzionano ancora (è una cosa che distingue le teorie sensate dalle mode culturali). Gli Apocalittici indicano il caso Trump, con i media schierati compattamente contro l’impresentabile candidato, mentre la rete – la famosa pancia del paese, un po’ buzzurra e concimata d’odio – lo fa volare nei sondaggi. Analogo per la Brexit, dove le voci istituzionali, elitarie, nobili dicono una cosa (restiamo) e la marmaglia (anche editoriale) dice il contrario (andiamocene). L’informazione dal basso – il passaparola, dicono gli editori, che fa vendere un libro più di cento recensioni positive – è vista come un inquinamento della narrazione ufficiale e autorizzata, un’irruzione della plebaglia armata di tablet, pc e telefonini nelle cantine dello zar, là dove girano le rotative.

Gli Integrati insistono sul valore democratico di quel flusso di commenti, pareri, polemichette, dichiarazioni, notizie false o presunte, ma anche vere e nascoste, e festeggiano la fine dei “poteri forti” dell’informazione. La verità starà da qualche parte nel mezzo, ma un fatto è evidente a tutti: la contro-narrazione sotterranea, una specie di samizdad, ha battuto quella ufficiale, ben confezionata, venduta in edicola, trasmessa in tivù. E questo per un motivo molto semplice: è più vicina alla realtà dello storytelling luminoso e progressivo della comunicazione renziana che molti media di rango hanno sposato.

E’ una faccenda con cui fare i conti: forse non lo farà Renzi, che ha già dichiarato il rilancio invece della marcia indietro, ma certo dovrebbero farlo gli editori che vedono scappare clienti, lettori e spettatori con la stessa velocità con cui Renzi perde elettori. Se sposi una narrazione, la fai tua, la diffondi, se continui a titolare “L’ira di Renzi…” quando le cose vanno male, o “Renzi ai suoi…” quando c’è da mandare un messaggio, a magnificare riforme discutibili, a diffondere cifre farlocche, o a cantare nel coro del “va tutto bene”, poi, all’apparir del vero, stai nell’angolino insieme allo sconfitto. Con un aggravante non da poco: che i comunicatori del cambiaverso (tutto nuovo, tutto luccicante!) si presentavano come, appunto, innovativi, come rottamatori del vecchi schemi, smart, smanettoni, whatsapp-dipendenti, twittaroli emetriti. E invece sono finiti aggrappati al Tg1 e ai grandi giornali come nella nei secoli dei secoli passati. Il dibattito – se sia solo un brutto inizio o già una brutta fine – è aperto.

 

mer
22
giu 16

La questione umorale: perché il renzismo sta sulle palle a tutti

Fatto220616La serena analisi del voto da parte di Matteo Renzi somiglia allo scomposto lamento di John Belushi nei Blues Brothers: “Non è stata colpa mia! Ero rimasto senza benzina… la tintoria non mi aveva consegnato il tight… il terremoto, una tremenda inondazione… le cavallette!”. Diffonde il verbo Maria Teresa Meli sul Corriere: “Può essere che a qualche renziano sia chiesto di farsi da parte”, che in italiano significa “pagherà qualche gerarca pur di mettere in salvo il Capo”, roba già vista. Il resto lo fa la capacità mimetica del giovanotto: bravi i 5 stelle che hanno vinto perché vogliono innovare, proprio come fa lui, che sarebbe una specie di Vero 5 stelle, e gli elettori che protestano dovrebbero votare per lui, si sono semplicemente sbagliati, che disdetta. Avessero vinto le Carmelitane scalze oggi Renzi andrebbe in giro senza scarpe dicendo che la vera Carmelitana è lui.

Eppure c’è un dato che Renzi ignora e che si sente palpabile nel paese, una specie di Questione Umorale: Renzi, il renzismo, la renzitudine e la renzità stanno sulle palle a una larga fetta della popolazione, per vari motivi. Il primo è, diciamo così, la sindrome di Silvio. Il sole in tasca, il “va tutto bene”, le fregnacce dell’Italia che riparte, la vecchia barzelletta made in Arcore che se dici che tutto procede per il meglio poi tutto procederà per il meglio. Dire queste cose mentre moltissimi vivono di voucher, pagano esami sanitari che prima erano gratuiti o vengono chiamati – da poveri – a rendere la mancia degli ottanta euro perché troppo poveri, fa piuttosto incazzare.

Ma questo è solo un lato della Questione Umorale. L’altro lato è, se possibile, ancora più irritante. E’ quel chiacchiericcio di gerarchi e gerarchetti del renzismo scatenati nei media e nel social network, quelli che, nel farsi portavoce del Capo, brillano per eccesso di zelo. Quelli che dicono “ciaone”, quelli che twittano che con Fassino a Torino arriveranno i Radiohead e invece con l’Appendino solo tristezza e strade deserte alla sera. Quelli che chiamano l’avversario #classedirigentemaddeché, o che sputano fiele su quello che era (un tempo) parte del loro elettorato. Quelli che irridono, che resuscitano in versione toscana quella spavalderia arrogante che fu la cifra del primo craxismo milanese. In soldoni, una classe politica di “nuovi e giovani” che nel vecchio Pci avrebbe a stento pulito i vetri della sezione, e oggi invece va in giro ostentando il cappello con le piume da statista. E’ questa, la vera #classedirigentemaddeché, uno spettacolo desolante per malagrazia verbale e pochezza culturale.

Ma il vero problema della Questione Umorale è che non è risolvibile. La cifra del renzismo conosce una sola modalità (la similitudine con Silvio è palese): quella della vittoria, della supremazia, della soddisfazione tronfia, della certezza di essere nel giusto. Se il renzismo mediasse, se ascoltasse, se guardasse la realtà, insomma, se facesse politica invece che propaganda, non sarebbe più renzismo, perché l’arroganza (come fu con Bettino) non è un orpello, ma un elemento strutturale, materia culturale e ideologica fondante. Tutti amano Mahammad Alì quando dice “lo stenderò alla terza ripresa”, ma questo avviene perché Alì, poi, lo stende davvero alla terza ripresa. Se fai costantemente il giro di campo alzando la coppa e perdi quattro a zero, la gente sugli spalti non batte le mani, ride, e dopo che ha riso va a votare per qualcun altro, senza rimpianti. Dunque il renzismo, e Renzi lo sa, non è emendabile: o così o niente, prendere o lasciare. L’unica opzione è il rilancio. Il renzismo fallisce? Più renzismo! Come l’autobus che va contro un muro a cento all’ora e l’autista che dice: acceleriamo!, e poi si stupisce e si offende se molti passeggeri scendono al volo.

mer
15
giu 16

Alieno, Deluco e tutti i De Luca

Fatto150616Spiace moltissimo che – oscurata dagli imminenti ballottaggi tra l’ipotesi del paradiso in terra (vincono i sindaci del Pd) e l’epidemia di pellagra e scorbuto (vincono i sindaci M5s) – non abbia giusto rilievo sui media la Dinasty salernitana di Vincenzo De Luca. Colpevolmente, fino ad oggi, della famiglia De Luca conosciamo soltanto i rami più solidi: Roberto (32 anni, figlio), neo superassessore al comune di Salermo, e Piero (figlio), seduto all’assemblea nazionale Pd e quasi certo della candidatura alle prossime elezioni politiche. Certi di fare cosa grata ai lettori, ecco gli altri De Luca che governano o governeranno con mano ferma la cosa pubblica.

Gaetano De Luca – 11 anni. Già noto alle cronache per il suo progetto di costruire un lungomare in mattoncini Lego tra Sarno e San Giuseppe Vesuviano, raccoglie 14.564 preferenze nella sua scuola media. A chi fa notare che tra Sarno e San Giuseppe il mare non c’è, risponde con la frase “Maldicenze interessate di chi non ha a cuore lo sviluppo campano”.

Deluco De Luca – Feto (nascerà a settembre). Nonostante la tenerissima età, è già molto considerato in famiglia. Il suo progetto di realizzare una linea ad alta velocità tra Salerno e Sant’Egidio del Monte Albino (dove abita la sua futura baby sitter) suscita qualche perplessità per i costi (176 miliardi per una tratta di nove minuti). Ma lui – fa sapere dall’ultima ecografia – non ascolterà i gufi nemici della modernità.

Anacleto De Luca – 98 anni. Rimasto in ombra per quasi un secolo, punta oggi alla presidenza della commissione Nuove Tecnologie del Pd campano. Il suo sogno: cablare in fibra ottica il Taj Mahal di Nocera Superiore.

Cosimo De Luca – 17 anni, detto o’ principino. Suo l’ambizioso progetto (appoggiato strenuamente dal governo Renzi) di costruire il Taj Mahal a Nocera Superiore, il cui primo vantaggio sarà dare un lavoro al bisnonno Anacleto (vedi sopra).

Porfirio De Luca – 71 anni. Dopo vari anni passati in Sud America come commerciante di granaglie è tornato a Salerno con moglie e 18 figli, per i quali chiede 18 assessorati. Molto attivo nella Commissione Famiglia del Pd campano, che si occupa essenzialmente della sua.

Gustavo De Luca – 34 anni. Già consigliere della Commissione Edilizia del Pd campano, già guida turistica, già vicepriore del convento dei Frati Intemerati di Cava de’ Tirreni, punta tutto sul suo più ambizioso progetto: i mondiali di sci a Pontecagnano. A chi gli fa notare che a Pontecagnano ha nevicato l’ultima volta nel 1754 risponde: “Noi De Luca siamo abituati all’impossibile, e chi lo nega c’ha le corna”.

Federico Secondo De Luca – 4 anni. Forte dell’appoggio delle maestre e dei compagni di asilo, conduce da anni (quattro) la sua campagna contro le insidie della strada provinciale 27 che unisce Capezzano Inferiore a Capezzano Superiore (1,6 chilometri). La sua proposta di costruire due aeroporti che colleghino le due località raccoglie unanimi consensi nel Pd campano.

Geremia De Luca – 47 anni. Considerato l’estremista della famiglia, ha recentemente rivisto alcune sue posizioni e ceduto su alcuni fronti (voto alle donne, limiti di velocità, ius primae noctis), ma non intende derogare ad alcune ferree convinzioni che lo hanno reso popolare a Ponte Guazzariello (dove nonostante i 600 abitanti ha raccolto 785.982 preferenze). La più controversa: non ammettere alle elezioni chi non si chiama De Luca. Il Pd lo vuole fermamente nel comitato dei costituzionalisti per il Sì, ma lui nicchia e chiede due assessorati per i suoi cani, Lampo e Scheggia.

Alieno De Luca – Proveniente da Sukran (una luna di Altair IV) ha lanciato il progetto di realizzare enormi cerchi nel grano nelle pianure di Mandrizzo per contattare altri De Luca sparsi nell’Universo. E’ considerato un “aperturista” con grandi visioni.

mer
8
giu 16

Il Cern va ko: la distanza tra Renzi e la realtà non si misura in anni luce

080616primailfattoSecondo una ricerca dell’Università di Uppsala, prendere a merluzzate in faccia per due anni gran parte del tuo elettorato, alla lunga non ti fa vincere le elezioni. La ricerca (563 pagine) è durata tre minuti, il tempo di una telefonata in Italia. Ma basta con le analisi politiche! C’è un’intera società in movimento che marcia verso la fatidica data del 19 giugno. Ascoltiamola!

Psichiatri – l’Associazione Nazionale Psichiatri ha nominato Matteo Renzi presidente onorario. Uno che riesce a dire nella stessa frase “Noi non siamo come gli altri, quando perdiamo lo diciamo” e “Non abbiamo perso” è la miglior pubblicità per la categoria. Il paziente soffre anche della sindrome di sottrazione dell’ego: succede quando uno dice “Ci metto la faccia” e i suoi candidati al ballottaggio rispondono “No, no, per carità!”.

Mondine – A Milano, lo staff di  Beppe Sala si interroga su come conquistare il voto disperso a sinistra. In parole povere, come convincere quelli di sinistra che lui e Renzi sono di sinistra. Le slide sono in preparazione. Molte le iniziative in corso: una mostra su “Stalin, quel brav’uomo”, da tenersi in area Expo per simulare la Siberia, una parata di mondine con canti popolari e l’obbligo di indossare il colbacco per tutti i candidati.

Bunker – Grande impennata del mercato delle ristrutturazioni a Roma. Vista la mappa del voto, con gli elettori Pd concentrati ai Parioli, gli assediati hanno deciso di passare all’azione: rinforzate le porte blindate, praticate apposite feritoie alle finestre da cui lanciare brioches al popolo inferocito, corsa alle provviste per resistere all’assedio, che finirà in ogni caso con il ballottaggio. I resistenti del bunker dei Parioli sono pronti a tutto, anche a reagire violentemente con un fitto lancio di Rolex all’indirizzo delle forze dell’ordine.

Cern – Il Cern di Ginevra, dopo numerose simulazioni, ha definito “Non quantificabile” la distanza tra la propaganda renziana e la realtà. “Avevamo provato a misurarla in anni luce – dice il responsabile dello studio – ma era molto più vicina Andromeda, che tra l’altro è piena di bersaniani”.

Salvini – Esperti di pediatria e psicologia infantile sostengono che la deterrenza non funziona. Dire a un bambino “Mangia la minestra, se no arriva il lupo” non funziona come in passato. Allo stesso modo dire a un elettore milanese “Vota Sala, se no arriva Salvini”, che pare l’argomento migliore a disposizione, potrebbe non funzionare.

Pentagono – Un materiale fortemente distruttivo, che erode le superfici e i partiti a cui viene applicato. Al Pentagono stanno studiando una nuova molecola che non lascerà scampo agli eserciti nemici. Basterà introdurre il nuovo materiale all’interno di un organismo per far scappare molti degli abitanti, militanti, elettori e simpatizzanti, e rovinare definitivamente le strutture. Le ricerche sono ovviamente top secret, ma qualcosa trapela: la sostanza che distrugge gli organismi dall’interno si chiamerà Verdini.

Renzisti anonimi – Boom di iscrizioni per la meritoria associazione di riabilitazione e sostegno. Come si sa, la disintossicazione avviene per gradi, ognuno racconta al gruppo la propria storia e la propria esperienza con il renzismo, e promette di smettere. La motivazione è tutto, in questo campo, per cui ogni renzista anonimo conta i giorni del suo successo (spillette con la scritta: “Non credo più a Renzi da 321 giorni”). Il segreto della disintossicazione sta nella fiducia in se stessi, ma soprattutto nel non essere giudicati per le proprie debolezze: “Mi sono affidato a Renzi in un momento di debolezza, ma ora ho capito che era la soluzione più semplice e sbagliata”. Applausi del gruppo. L’anonimato è fondamentale per permettere una totale sincerità del pentimento, anche se ogni tanto qualcuno grida: “Ehi, ma quello è Rondolino!”

mer
1
giu 16

Ecco i comitati “Ricaccia gli 80 euro”

010616primailfattoHa ragione Matteo Renzi: gli 80 euro non sono una mancia. Infatti nessuno si sognerebbe mai di rientrare al ristorante e dire al cameriere: “Ehi, tu, ridammi la mancia!”. Invece con gli ottanta euro puoi farlo: scusa ho scherzato, ora ho fatto bene i conti di quanto guadagni e ho scoperto che non ti spettavano.

L’assurdo diventa grottesco se si pensa a quelli che devono restituire gli ottanta euro (960 in totale) con la soave giustificazione che sono troppo poveri per averne diritto. Non sarà una mancia, per carità, ma la frase “sei troppo sfigato per darti la mancia” ha una sua tragicomica perfezione. Ora ci compriamo i pop corn, ci sediamo sul divano e assistiamo all’impareggiabile spettacolo del governo dei regali costretto a chiedere indietro un po’ di regali. Come faranno? Ecco alcune ipotesi allo studio.

Comitati per il “Ricaccia 80 euro” – Saranno composti da volontari che gireranno casa per casa con appositi moduli. Dovranno convincere chi guadagna meno di 8.000 euro all’anno a renderne quasi mille sull’unghia. E’ una soluzione, ma pone due problemi tecnici: nessuno si offre volontario. E se si offrisse qualcuno bisognerebbe capire come equipaggiarlo (si suggerisce un casco per le padellate in testa). Molto critica la sinistra Pd, che chiede di essere ascoltata.

Rimborso forzoso – Emissari del ministero del Tesoro si apposteranno in luoghi strategici delle città e dei paesi, addestrati e professionali. Al comparire di un contribuente, gli sottrarranno in qualche modo qualche centinaia di euro, con il vecchio metodo della truffa agli anziani, o semplicemente a mano armata. Può funzionare, si dice in ambienti vicino a Verdini, mentre la sinistra Pd appare critica e chiede di essere ascoltata.

Rimborso con scasso – Individuati i cittadini incapienti che hanno una macchina, anche una vecchia scassatissima utilitaria, il Ministero dell’ Economia provvederà a sequestrare nottetempo la ruota anteriore sinistra. Soluzione interessante, ma di difficile attuazione. Al ministero si chiedono: “Dove metteremo tutte quelle ruote?”. I verdiniani rispondono: “Tranquilli, abbiamo un amico a Caserta che… dopo ti spiego, non al telefono, però!”. La sinistra Pd avanza qualche distinguo e chiede di essere ascoltata.

Rastrellamenti – Metodo forse un po’ cinico, ma non è forse cinica la politica fiscale? Convocare tutti gli incapienti con la promessa di dargli altri 80 euro, e una volta catturata la loro attenzione parlargli chiaro: “So dove va a scuola tuo figlio… rendimi i soldi che ti ho dato”. Oppure: “In questo momento a casa tua un nostro uomo tiene sotto tiro la tua famiglia, sbrigati, hai portato i soldi?”. Interrogato in proposito il presidente emerito Napolitano dice che sarebbe perfettamente costituzionale, e che anche se non lo è, garantisce lui che i vecchi padri costituenti la pensavano un po’ così. I verdiniani offrono mano d’opera specializzata. La sinistra Pd annuncia la sua netta opposizione e chiede di essere ascoltata.

Soluzione politica. Il segretario del Pd si riunisce con il presidente del Consiglio e decide di convocare una direzione del partito con importanti novità in materia fiscale. Il suo intervento sarà incentrato sulla necessità di considerare la solidarietà sociale più importante e decisiva di alcune leggi, tipo quelle fatte in fretta e furia per vincere le elezioni europee. Ora è il momento di mettere in pratica questa solidarietà, per cui l’assemblea vota che a rendere gli 80 euro degli incapienti – quelli che erano troppo poveri per meritarseli –  siano i rappresentanti della sinistra Pd. Voto unanime a favore. Pieno appoggio dei verdini ani. La sinistra Pd non ha partecipato al voto perché si è recata a prelevare presso il più vicino bancomat. Ma fa sapere con un duro comunicato che dopo il versamento vorrà essere ascoltata.

dom
29
mag 16

La serialità del male, Gomorra e il mitra che indica la luna

pag99gomorraLa questione della luna e del dito è lì dietro l’angolo, ed è un piccolo classico che si può riesumare ogni volta. Dunque a Napoli (e non solo) c’è una Camorra imbizzarrita e senza pace, ragazzini col mitra in mano, speranza zero, vite precarissime, disoccupazione, e tutti i grani del rosario. E si sa. Eppure si discute se Gomorra 2, la serie in onda su Sky, non contenga qualche rischio di emulazione e se i suddetti ragazzini con i suddetti mitra non comincino a pettinarsi come Genny, a parlare come Ciro e via così. Il dito, la luna. Banale.

Meglio il vecchio Benigni che faceva Cioni Mario, quello delle origini, che se la prendeva con quei paesini toscani dove “Quando uno va al cinema a vede’ Hitler, dice: che fascista quell’attore!”. E prendersela con il male, insomma è un po’ più difficile che prendersela con chi lo racconta, lo descrive, ne sviscera i meccanismi, ne mostra la potenza. Ora, si sa che Roberto Saviano – che di Gomorra è il padre, il figlio ha ormai dieci anni, il film e la serie ne moltiplicano l’effetto – si difende benissimo da solo. Ha ragione a dire che le critiche sono strumentali e che contengono una dose letale di ipocrisia. E si sa anche che i ragazzini armati di Napoli continueranno a sparare. Si potrebbe arrivare addirittura a Picasso, con gli ufficiali nazisti davanti a Guernica che dicono: “Questo l’ha fatto lei?”. “No, questo l’avete fatto voi”. A posto.

 

Ma non è tutto qui, naturalmente. Si discute se Saviano, Gomorra 1 e 2 e tutti gli allegati non forniscano a quei ragazzini un’epica, un’estetica e un pathos. Insomma, se non sarebbe meglio fare qualcosa di più digeribile e edificante. Propongo al volo: Don Matteo parroco a Scampia, qualche poliziotto fascinoso che fa vincere i buoni, Padre Pio che trasforma le Vele in un Club Med, eccetera eccetera. La narrazione ufficiale si dia da fare. Per ora Gomorra trionfa, la seconda serie doppia di ascolti della prima. Per ora, la critica passa dalla questione etico-morale (urca! Ci sono i cattivi! E guarda come sono cattivi!) alla ferita all’orgoglio nazionale. Il presidente del Consiglio attuale va a Napoli a dire che “La città non è solo il set di Gomorra” (sic), e vabbé. Precedenti presidenti del consiglio (Silvio buonanima) dissero invece di voler strangolare Saviano perché in qualche modo infangava l’immagine dell’italia (che tanto stava difendendo lui coi gonnellini di banane, peraltro). Profonde sintonie.

 

Ma sia. Lasciamo la polemica contingente e cerchiamo di tracciare una linea. Dunque – e qui è l’autore di noir che parla – si dovrebbe raccontare il male con una certa qual moderazione. Intanto che non vinca. Poi che venga mostrato in tutta la sua neutralità: male e basta. Non male con delle radici, non male con delle spiegazioni economico-politico-culturali, o complicità del potere, o addirittura al servizio di certi poteri, ma solo male. E poi, preferibilmente, che venga un tizio un po’ hard-boiled che mette le cose a posto. Come scrive Edoardo Albinati nel suo La scuola cattolica, assistiamo all’ “ininterrotta creazione di commissari o detective (…) che tra un pranzo e l’altro risolvono l’enigna”. E sconfiggono il male.

 

E c’è però il solito problema delle linee e dei confini: dove si fissano, e chi li decide? E non si rischia come nel ventennio quando l’ansia di mostrare una società senza crimine spinse la censura a proibire, o almeno sconsigliare fortemente la letteratura noir? Si può chiedere lumi, nel caso, alla spietata biografia di Augusto De Angelis, che fu buon giallista negli anni Trenta, scrisse decine di romanzi col morto, venne incarcerato e poi ammazzato di botte da un fascista per futili motivi. Ecco, così impara a dire che scorre il sangue anche quando i treni arrivano in orario.

 

Linee teoriche e direttive culturali: un po’ come arrestare Dostoevskij invece di Rascol’nikov, incarcerare Marlon Brando per mafia, o sostenere che Robert De Niro rovina l’immagine degli Stati Uniti. Per tacere di Don Winslow che, per come ha raccontato l’epopea sanguinaria dei narcos messicani, dovrebbe stare perlomeno in un carcere del Sinaloa. Bel dibattito, sì.

Ma poi, siccome siamo qui, in Italia, non si può sfuggire a un sapore acido di strumentalizzazione. Così, il racconto del male che è stato considerato per anni sacrosanta denuncia, oggi lo si considera fascinazione (se va bene) e addirittura istigazione o apologia (se va male: vi avverto che qui va male spesso). Insomma, Gomorra non è solo narrazione del male, dei suoi meccanismi di dominio, delle sue regole, del suo strapotere, ma è anche la contro-narrazione al refrain in voga che va tutto bene, anzi benissimo. Incapaci di intervenire sulla realtà, a volte addirittura implicati in quella realtà, si rimprovera chi la racconta. Un po’ come andare da Victor Hugo e dirgli: “Ma insomma, ma guarda quanti Miserabili hai creato!”.

Nel frattempo – anche fuori onda e fuori dai palinsensi – i baby-boss di Camorra pippano, picchiano e puliscono il mitra. Uff, basta non raccontarli, no?

gio
26
mag 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Critica Letteraria

Qui c’è la recensione di CriticalLetteraria.org. Cliccare per leggere (il link è qui)

CRITICA LETTERARIA

mer
25
mag 16

Prego, compagni, non fate dire sì anche a Palmiro

20160525primailfattoquotidianoMancano almeno cinque mesi al referendum, e non si parla d’altro. Lo scontro sarà duro e come tale va affrontato. Il paese è diviso, è vero, ma è anche un’occasione per fare un sacco di soldi. Ecco le nuove professioni che vi faranno ricchi grazie allo scontro sulle riforme costituzionali.

Cercatori di citazioni. Con il vostro lavoro di spulciatori di Wikipedia potrete ingraziarvi la leadership e sperare quindi in lucrose contropartite. Notevole il caso di Piero C., farmacista di Pisa. In un raro nastro del primo dopoguerra ha captato le seguenti parole:
Nilde: “Vuoi un caffè Palmiro?”
– Palmiro: “Sì, mi serve proprio”.

Due giorni dopo il paese è pieno di manifesti: “Anche Togliatti dice Sì”.
Due giorni dopo Piero C. è numero due dell’Eni.

Grafici pasticcionisti. Come ha tenuto a dire la signora Alessia Rotta, che nel Pd è responsabile di qualcosa (per quanto incredibile, credo della comunicazione), i manifesti con Ingrao e Berlinguer che votano Sì (vergognosa manipolazione della storia e delle memoria), “usano un logo diverso da quello ufficiale”. Cioè, basta cambiare l’inclinazione di una lettera, o un punto di colore nel verde o nel rosso e… oplà, il Pd potrà dire “non è roba nostra”. Astuto. E ora sotto con trasferelli e spirito d’impresa. La P un po’ tendente al giallino, la D rovesciata. Quando compariranno i manifesti con Kurt Cobain, Stendhal e Maria Curie che votano sì, voi sarete ricchi.

Assicuratori post catastrofe. Abusare della credulità popolare non è bello, e peggio ancora imbrogliare gli anziani. Se volete fare un’eccezione a queste due piccole regole morali, potreste girare per i palazzoni residenziali, bussare alle porte e truffare le vecchiette. Non ci sarà bisogno di spaventarle, perché lo ha già fatto abbondantemente la propaganda in corso. Se vince il No sparirà tutto, sarà il caos, dovremo scheggiare le selci per difenderci dalle fiere, ci saranno incendi e pestilenze e pioverà tutti i week end. La vecchietta lo sa già: gliel’ha detto Napolitano. Fatele firmare la polizza e prendete la prima rata (in contanti, mi raccomando).

Cacciatore di taglie. Come nelle fiere del Far West, tre scalpi un dollaro. Se portate al Nazareno un docente universitario che vota Sì vi fanno lo sconto alla Coop. Se portate cinque costituzionalisti (è valido anche stordirli con sostanze psicotrope) vi fanno sottosegretario. Per agevolare la raccolta, il governo sta pensando di consegnare lauree di diritto costituzionale già alle elementari, all’esame di quinta.
Lo vuoi il gelato, quando hai finito qui?
– Sì.

Promosso costituzionalista, avanti un altro.

Correttore di gaffe. Lavoro usurante ma ben retribuito. Si tratta di vigilare sulle uscite della ministra Boschi e precipitarsi a scrivere, twittare, postare su Facebook, telefonate agli amici o dire in televisione che non erano gaffe. Non è un lavoro facile, perché dovreste essere sempre disponibili, conoscere i palinsesti televisivi ed assistere a ore di fregnacce approssimative. E saper cogliere l’attimo. Il consiglio è di installarsi una sirena sopra il letto: una volta svegliati di soprassalto, dovrete solo accendere il computer e scrivere: “No! Non ha fatto una gaffe! Quello era suo padre!”.

Trova ospiti. Fondamentale figura professionale che deve garantire la presenza in televisione e ai talk show di tutti gli schieramenti. Molto apprezzato chi trova sostenitori del No sordomuti: si rispetta la par condicio senza turbare troppo gli spettatori. Molto richiesto anche il ricercatore di figli e nipoti di partigiani disposti a dire “Mio padre partigiano avrebbe votato sì”. Lo ha fatto Oscar Farinetti, su, perché voi no?

 

mar
24
mag 16

Di rabbia e di vento. Date! Date! Date! (nel senso di: segnatevi queste)

DirabbiaMetto qui di seguito qualche data per le presentazioni di Di Rabbia e di vento nel mese di giugno. Calendario intenso, diciamo…

4 giugno, ROMA. Nell’ambito del festival RepIdee de la Repubblica, serata in giallo con Antonio Manzini e Maurizio De Giovanni. Alle 20 al Maxxi di Roma. Il programma del festival è qui

19 giugno, VIMERCATE. Festival di Vimercate (alle 18, sulla terrazza della libreria il Gabbiano, a Vimercate). Il programma del festival è qui

20 giugno, LECCO. Al Circolo La Ferriera, alle 21 (questi qui sono amici miei, ci tengo)

22 giugno, MILANO. Ore 19, cortile della Biblioteca Sormani di Milano

23 giugno, VOGHERA. Ore 21, libreria Ticinum

 23 giugno VERBANIA. Ore 17.30 – Festival Letteraltura, Verbania

ven
20
mag 16

Equitalia in televendita

200516primailfattoquotidianoIl format è quello vecchio, la nuova collocazione in palinsesto (la sera invece del pomeriggio) servirebbe a migliorare i miseri ascolti. Il conduttore sembra in trance agonistica ma un po’ in affanno. #MatteoRisponde, insomma, lo possiamo iscrivere d’ufficio nella categoria “talk show in crisi di idee”. E’ la fase più pericolosa: quando si vede il pubblico sciamare deluso verso l’uscita e allora le si spara grosse. La donna barbuta! La legge che vieta i terremoti! Un decreto per bloccare la pioggia nei week-end! Il bollo auto (se lo sparò Silvio buonanima come ultima cartuccia nel confronto televisivo con Prodi, anno di grazia 2008). O il funerale di Equitalia, che, dice Matteo, circonfuso nello streaming e griffato Apple, “al 2018 non ci arriva mica”.

Più che un programma, una sentenza.

Giubilo nelle strade e nelle piazze del Paese e dietrologia talmente facile da essere banale “davantologia”: se nel 2018 si vota, abolire Equitalia è un nuovo modo per dire “ottanta euro” e pure di più. Se accompagnate la promessa con quell’altra, parallela e speculare, di “abbassare le tasse al ceto medio” siamo vicini all’en plein. Manca quella cosa delle settanta vergini, che suona ancora un po’ troppo islamica, ma ci arriveremo.

Anche se la bomba Equitalia arriva insieme a decine di altre bombette, mischiata ad altre roboanti promesse, fa sempre il suo effetto, perché è difficile oggi trovare un italiano che simpatizzi per Equitalia. Il riscossore sta sulle palle a tutti, ovvio, e chi chiede soldi non è mai simpatico: basta vedere quel logo sulla lettera che vi arriva a casa per agevolare la crisi di itterizia. Poi ci pensa la solita commedia all’italiana, tipo i leghisti che minacciano rivolte e assalti alle sedi come fecero i loro amici col blindato fatto in casa al campanile di San Marco (ancora ridiamo). E ci sarebbero, un po’ più seriamente, i Cinque Stelle, che Equitalia la vogliono abolire da sempre e che a tal proposito presentarono una proposta di legge. La respinse il Pd alla Camera nel luglio del 2014, con grandi accuse di populismo e irresponsabilità. Brutti, zozzi e cattivi che attentavano a un’istituzione così preziosa per il paese. Passati nemmeno due anni, ecco Matteo dei miracoli decretarne la morte imminente, col linguaggio che si riserva di solito agli allenatori di calcio scarsi: Equitalia, al massimo tra due anni, non mangerà il panettone. Come Silvio, abbiamo il Renzi operaio, il Renzi imprenditore, il Renzi costituzionalista, il Renzi insegnante e, da ieri, pure il renzi grillino. Sono soddisfazioni.

Di suo, Berlusconi si limitava alle battute scherzose, e quando andò a inaugurare l’anno accademico dei futuri finanzieri disse: “Meglio io da voi che voi da me”. Almeno faceva ridere.

Matteo no. Matteo guarda in camera come un attore della réclame e la butta lì: Equitalia must die. Dietro, accanto, ci sarebbe tutto un ragionamento sul riordino delle agenzie, quella delle entrate che si riprende i suoi compiti, razionalizzazioni, riforme, ridisegni complessivi e complicati, numeri, calcoli. Ma che noia! Vuoi mettere col dare l’annuncio? Come dire, parliamoci chiaro: se volete meno tasse, un regalo al ragazzo che compie diciott’anni, l’eliminazione di Equitalia e altre cosucce (esilarante la riforma dell’Università “entro il 2016”, ma “non calata dall’alto”), dovete tenervi stretto questo conduttore di talk show. Diceva Enzo Biagi di Silvio: “Se avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice”. Ecco. Matteo non ha le tette nemmeno lui. Però fa solo l’annunciatrice.

mer
18
mag 16

Di rabbia e di vento. L’intervista a Il Libraio

Qui c’è l’intervista di Gloria Ghioni per Il Libraio (cliccare per leggere, il link è qui)

Intervista IL LIBRAIO

mer
18
mag 16

Gramsci, la connessione sentimentale e il Partito della (mezza) Nazione

180516primailfattoquotidianoLe amministrative sono qui, il referendum-fine-di-mondo è là, sullo sfondo, e ci aspetta. In mezzo ci sarà un lunghissimo estenuante match di propaganda, colpi bassi, gomitate, ginocchiate nelle palle, falsità e o-vince-il-sì-o-moriremo-tutti. Va bene, questo si sa.

Ma intanto è bene controllare se chi propone la famosa riforma costituzionale ha ben presente il polso del paese, se, insomma, ha allacciato con l’Italia un’intesa ideale. Qualche tempo fa i guru della comunicazione di Matteo Renzi spingevano assai su questo tasto: creare una “connessione sentimentale” con i cittadini. E’ una bellissima sintesi, questa della “connessione sentimentale”, e infatti mica è loro, ovvio, è di Antonio Gramsci che ne parlava a proposito del rapporto tra intellettuali e popolo-nazione. Rubata in fretta e furia a Gramsci quella bandierina, si prese ad agitarla freneticamente e oggi forse – quasi due anni e mezzo dopo l’incoronazione del premier – si può verificare se quella “connessione sentimentale” c’è stata o no, se qualcosa è cambiato, se quel senso di nuovo dinamico e berluccicante che twittava “arrivo, arrivo” dalle stanze del Quirinale si è “connesso” con il paese.

Parrebbe di no.

Lentamente, inesorabilmente, il nuovo è un po’ invecchiato. La fiducia nei politici e nella politica in generale non sta messa meglio di prima, anzi. La sensazione che si siano intaccati certi privilegi non esiste, il concetto di rinnovamento della classe dirigente (rozzamente definito “rottamazione”) si infrange sulla ghigna verdiniana. Sul jobs act si sono date cifre false ed esagerate e qualcuno comincia a pensare che con 19 miliardi si sarebbe potuta aumentare l’occupazione in modi più efficaci. In compenso i vecchi lavoratori precari (precariato più volte dichiarato abolito dal premier) macinano voucher come antichi cottimisti delle filande.

Si potrebbe continuare, passare per la buona scuola, o per lo straordinario volano economico che l’Expo avrebbe messo in moto, che però non si vede, o per la famosa questione morale. O si potrebbe dire dell’incauto innamoramento governativo per la classe imprenditoriale, tutta quella retorica su il “fare impresa” e il “made in Italy”. Bello, rubare frasette a Gramsci e programmi a Confindustria, fa molto Partito della Nazione. Ma poi si scopre (notizia un po’ silenziata) che 60.000 aziende hanno truffato l’Inps per avere incentivi dal Jobs act, che i soliti noti hanno i soldi chissà dove (ma non qui), per tacere della ministra Guidi. Ecco, anche questa narrazione si è un po’ arenata contro quello scoglio insormontabile che è il principio di realtà.

Ora, se ti dicono che non sei più precario e ti ritrovi precario come o peggio di prima, fai un po’ fatica ad avere ‘sta famosa “connessione sentimentale”.

Ma non è finita. Il lavoro di costruzione della nostra Costituzione (1947) è stato un delicato, perfetto, precisissimo lavoro di cesello. Anche se nel Paese i Don Camillo e i Peppone si prendevano ancora sonoramente a legnate, una connessione sentimentale tra il paese e la sua legge principale – e con l’assemblea che faticosamente la scriveva – c’era eccome. Per la Costituzione che si propone ora no. La sua scrittura pare sciatta e frettolosa, gli argomenti con cui la si sostiene sono impostati come un testa o croce sul premier attuale. In poche parole: il paese è diviso, queste riforme sono divisive e quelli che cianciavano di “connessione sentimentale”, comunque vada, avranno di fronte un paese diviso e incattivito dallo scontro. Chi teorizzava, avvolto inn una bella frase gramsciana, un’armonica unità d’intenti del paese e un abbraccio di amorosi sensi tra cittadini e “nuovo corso”, ha finito per dividere e lacerare. Insomma, un’altra narrazione farlocca per il Partito della (mezza) Nazione.

dom
15
mag 16

Di rabbia e di vento, la recensione di TuttoLibri de La Stampa

Qui sotto, la bella recensione  do Sergio Pent su TuttoLibri de La Stampa

TUTTOLIBRI140516

mer
11
mag 16

Quelli del No sono gobbi e pedofili

20160511primailfattoquotidianoCerti di fare cosa grata ai cittadini, elenchiamo i principali appuntamenti dei comitati per il Sì al referendum di ottobre. Un primo calendario di eventi è stato rinvenuto nei caveau di Banca Etruria, l’unica porcheria che non sono riusciti a vendere. Il programma potrà subire piccole variazioni.

7 giugno. Apertura della campagna referendaria col botto. Due “Bonzi per il Sì” si danno fuoco davanti al Nazareno. Si cercano altri bonzi (pagamento in buoni benzina).

29 giugno. Convegno: “Le ragioni del Sì e perché quelli del No hanno la gobba e sono tutti pedofili”. Intervengono due costituzionalisti di una quinta elementare di Arezzo. Modera Maria Elena Boschi vestita da crocerossina.

3 luglio. Nonostante gli sgravi contributivi, non si trovano altri bonzi per il Sì. L’Ira di Renzi.

9 luglio. L’Unità pubblica in prima pagina un documento dell’Isis vergato dal califfo al Baghdadi. Il comunicato si chiude con: “per Allah e per la jihad, vota No”. Polemiche sul documento originale, che Rondolino ha macchiato di caffè mentre lo scriveva. Corsivo a firma di Maria Elena Boschi vestita da peshmerga: “Chi vota no è come l’Isis”

2 agosto. Cerimonia per le vittime della strage della stazione di Bologna. Duro editoriale in prima pagina su l’Unità: “Saranno stati quelli del no? Chiarezza subito”

9 agosto. Clamoroso a Padova: piange una statua della Madonna. Un’impiegata di Abano Terme ha assistito al miracolo e affermato che la statua ha detto: “Votate sì” e chiesto un caffè. Grazie allo Sblocca Italia nascerà il Santuario della Madonna del Sì, che verrà inaugurato da Maria Elena Boschi vestita da Giovanna d’Arco.

15 agosto. Il comitato “Bagnini per il Sì” annuncia che d’ora in poi non salverà più bagnanti intenzionati a votare no. Polemiche, perché si tratta di un provvedimento di difficile attuazione. Negli stabilimenti balneari compare la scritta: “Prima di immergersi, comunicare al bagnino le intenzioni di voto”.

27 agosto. Grande “Biciclettata per il Sì” con arrivo festante a Rignano sull’Arno. La manifestazione era inizialmente prevista per il 22 agosto, ma a palazzo Chigi non trovavano un elicottero che potesse trasportare una bicicletta.

2 settembre. Titolo a nove colonne su l’Unità “E’ provato: Al Capone, Dillinger, Bokassa e il boia di Treblinka voterebbero No”. Gaffe di Luca Lotti: “Ma Bokassa non era dei nostri? Mi pare di averlo messo in qualche commissione”. Poi smentisce, è stato frainteso.

14 settembre. Alla fiera dell’editoria per bambini grande successo per la riedizione illustrata di Cappucetto Rosso. Il lupo, un anziano costituzionalista, viene scuoiato con una lametta per le unghie dalla nonna, straordinariamente giovane e bionda, e gettato in un fosso. Un mese dopo, grazie a una variante del piano regolatore, la casetta nel bosco diventa un centro commerciale di sei milioni di metri quadrati.

26 settembre. Scoop de l’Unità. Titolo: “La saggezza degli antichi popoli ci guida verso il futuro con Matteo Renzi”. Grande foto di un’iscrizione “Vota sì” ritrovata in una tomba etrusca insieme a armi da taglio e vecchie monete. Gli archeologi si dividono, Le vecchie monete le tiene Verdini.

2 Ottobre. Il ministro Maria Elena Boschi vestita da cane lupo visita l’Istituto dei ciechi e grazie alle sue carezze tre giovani ospiti riacquistano la vista e dichiarano che voteranno Sì. Il governo annuncia un bonus di 5.000 euro per i ciechi che ritrovano la vista e vanno a votare Sì. Polemiche.

13 ottobre. Durissimo intervento di Giorgio Napolitano che accusa i costituzionalisti schierati per i No di essere anziani.

14 ottobre. In omaggio ai lettori dell’Unità un file audio originale di Gramsci che dice di votare Sì. A chi nota che negli anni Trenta non esistevano i file .mp3, il direttore spiega che si tratta di Storiografia 2.0.

dom
8
mag 16

Bum! Chi ha ucciso l’editore? Il raccontino per La Lettura con Monterossi al Salone del libro

Due o tre cosette a voi che passate ogni tanto di qua. Il libretto con quel fesso del Monterossi, la signorina Anna, povera, il Ghezzi e tutta la compagnia, pare stia facendo la sua porca figura (a proposito, grazie a chi ha detto, o ha scritto, o anche solo letto).

Di Di rabbia e di vento parleremo al Salone del libro, sabato 14 alle 20 (sala Azzurra). con Antonio Mazini, lui col suo Rocco Scvhiavone, io con mio Carlo Monterossi. In mezzo (onoratissimo!) c’è Lella Costa.
Per chi fosse interesssato, altra presentazione nel pomeriggio, alle 16.30 al Campus San Paolo. A breve avrò delle date che vi comunicherò in qualche modo.

Intanto, La Lettura del Corriere della Sera mi ha chiesto un raccontino (ino-ino), tipo immaginarsi il Monterossi al Salone del libro. Io ho detto sì e quello, il Monterossi, si è rimesso nei guai… Il raccontiono è qui sotto. Cliccare per leggere.

LaLettura080516RACCONTOok

sab
7
mag 16

Il magico mondo di Salvini, viaggio in tuta anti-cazzate

Fatto070516Si sa che in rete c’è tutto, per divertirsi, dai giochetti elettronici ai video divertenti, dai gattini al porno. Quindi, che da qualche giorno ci sia anche il magico mondo di Matteo Salvini non dovrebbe impressionare, almeno finché non ci andate (e voi andateci! ilpopulista.it). Poi, effettuata la visita guidata, sezione per sezione, titolo per titolo sarete molto stupiti del fatto che c’è gente che va al circo, pagando il biglietto, invece di passare un’oretta lì dentro, gratis.

Si sa che Salvini gioca volentieri coi social, dai quali abbaia la sua visione del mondo in modo a volte esilarante. Ma qui … ok, allacciate le cinture, si parte.

Dopo il titolo – il Populista – che forse vorrebbe suonare provocatorio (uff, dopo Renzi e Grillo, un altro populista? cheppalle!), si nota uno spirito rebelde che il sottotitolo dichiara subito: “audace, istintivo, fuori controllo”. Ecco, fuori controllo un po’ sì, perché le sezioni del sito visibili al volo sulla home si chiamano “l’incazzato” (salvinismo standard sul modello immigrato-stupra-suora); “il buonista” (salvinismo standard ma alla rovescia sul modello il-vescovo-aiuta-l’invasione); “il samurai” (sezione un po’ confusa, con l’editoriale del primo che passa per strada e bercia qualcosa, ma anche i successi commerciali dell’occhialeria lombarda), e altro. E siamo solo all’inizio, perché, addentrandovi nell’esplorazione (consiglio di indossare una tuta anti-cazzate, lo dico per voi) troverete le sezioni “gggiovani!” (sic), e persino un menu “sex and trash”, un po’ deludente (niente di hot), ma con buone intuizioni, tipo: “Penetrazione letale, quando il sesso ti toglie il respiro”. E vabbé.

Ma coraggio, amici, siamo solo all’inizio. Confezionato con un elegante fraseggio da spogliatoio maschile (mancano le osterie, ma si può rimediare), il magico mondo di Matteo è un enorme rotocalco popolare. Se Renzi gioca con gli hashtag (populismo di disintermediazione di target alto), qui si sta dalle parti della rivista da parrucchiere. Una narrazione che si può riassumere così: “Dove andremo a finire, signora mia”, e giù l’immigrato che ruba da mangiare, il papa che è troppo di sinistra, lo straniero che si fa le pippe davanti ai bambini e persino il revisionismo storico-penale, del tipo “E se Olindo e Rosa fossero innocenti?”. Eh? Ci avevate mai pensato?

Insomma, un mix abbastanza prevedibile tra la filosofia della fila alle poste di Varese, la xenofobia per condire la bresaola e la ricetta dei biscotti “cioccolatosi” (sezione “bello e buono”). Ottime le pagine della “cultura” (giuro) con i lombardi famosi, tipo quello che vive da solo da ventun anni in una casa su un prato. Braveheart gli fa una pippa (mi adeguo).

Ma, direte, voi: e la politica? Dipende.

La politica sta ovunque, in ogni riga, nella spassosissima, a tratti commovente, pratica di dividere tutto tra noi (che non ne possiamo più, paghiamo le tasse, vogliamo il putinismo in terra, viva Trump) e gli altri (neri, rom, vescovi, zecche di sinistra, centri sociali, Pd, Grillo, Silvio buonanima, prostitute che sfuggono al fisco eccetera, eccetera). Ma poi c’è anche una vera sezione “politica”, dove il magico mondo di Salvini è fatto di Le Pen, Meloni, proclami, annunci, intemerate e gogna per i nemici. La solita solfa.

Meglio la sezione “opinioni”, dove per ora campeggiano l’esperta di animali, l’ufologo che collabora anche con Notiziario Ufo (me’ cojons, ndr), e una tizia che parla di “forme e riforme”, mischiando la Costituzione agli arditi tubini della Boschi, con una capacità di elaborazione politica che il mio gatto supera di parecchie spanne.

In sostanza, se questo sito popolare e populista è lo specchio del salvinismo, non andiamo niente bene. Non c’è il garrulo burbanzoso filo-nazismo che si trova nei commenti ai suoi post su Facebook, non c’è il sangue, non c’è la forca, non c’è niente di veramente (cito) “audace, istintivo, fuori controllo”. No, nessuna sorpresa. Uff, è solo Salvini. E quindi, in soldoni, niente di che.

mer
4
mag 16

Prima di me schifo e deserto. Il senso di Matteo per il passato

20160504primailfattoquotidiano-214x300Una strana ossessione si aggira nei quartieri generali del renzismo. E’ l’ossessione del passato. Uno sarebbe portato a pensare che un grande (sedicente) innovatore e rottamatore, ascendente Verdini con la luna in Leopolda, guardi al futuro (sedicente) luminoso che sta costruendo. Invece, opplà, si casca sempre con un piede indietro. Con l’affermazione che “dopo 63 governi” l’Italia finalmente viene considerata in Europa, Matteo Renzi compie un’operazione abbastanza semplice. Non essendo sufficientemente luminoso il futuro che sta per venderci, non così gradito a tutti, non così chiaro, deve dimostrare per prima cosa che sarà sempre meglio del passato. E ora che è arrivato lui, quei 63 governi impallidiscono e svaporano nell’inconsistenza. E’ una variante di “dopo di me il diluvio” che suona così: “Prima di me il deserto”. Qualcosa di simile a: ehi, amici, vi ricordate che fatica quando non esisteva la ruota? Beh, meno male che ora l’ha inventata Matteo.

In un’altra occasione, ancora più illuminante (era il settembre del 2015) disse che il Paese aspetta la sua riforma, sua e della fatina delle riforme Boschi, da settant’anni. Cioè: Togliatti e De Gasperi, per dire, ancora stavano studiando la Costituzione (quella vera, nata dalla Resistenza), che già aspettavano con ansia le modifiche di Matteo. Una specie di macchina del tempo, insomma, usata sempre nello stesso modo: il passato fa tutto schifo, prima di me non c’è stato niente e l’intero dopoguerra italiano è stato solo un confuso periodaccio d’attesa dell’uomo del destino.

Che sia un po’ un’ossessione, questa del passato, sta cominciando a diventare evidente. Uno potrebbe anche tirare in ballo lo slogan del Partito (della Nazione?) che si inventò George Orwell in 1984: “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, che non era niente male. Ma forse sarebbe troppo, scomodare Orwell, e allora accontentiamoci di letterature più recenti, come per esempio lo slogan coniato per il lancio de l’Unità (estate 2015): “Il passato sta cambiando”. Ecco, mai slogan aveva somigliato tanto a un’aspirazione: cambiare il passato significa anche sbeffeggiare come irrilevanti 63 governi precedenti, o immaginare che le tue riforme le aspettavamo come la manna anche prima che ci fosse qualcosa da riformare. In attesa di essere il futuro, come spera lui, e seduti su un presente che traballa un po’, Renzi e i suoi autori decidono che intanto è meglio sputare su tutto quello che c’era prima, e molti smemorati (per insipienza o convenienza) potrebbero cascarci.

Dopodiché si potrà notare che alcune delle riforme più importanti per la vita del Paese si fecero proprio in passato, alcune quando Renzi ancora non era nato. Lo Statuto dei lavoratori (1970), o il Servizio Sanitario Nazionale (1974) , per dirne solo due, si fecero addirittura con il bicameralismo perfetto, oggi indicato come causa di lentezza, e addirittura con leggi elettorali proporzionali (altro che il chi-vince-piglia-tutto dell’Italicum).

E, sempre per restare ai due esempi appena citati, è un po’ vero, sì, “il passato sta cambiando”, come diceva lo slogan de l’Unità, ma in peggio, perché le picconate allo Statuto dei lavoratori sono lì da vedere (Jobs Act), e quanto al Servizio Sanitario Nazionale, beh, lo sanno tutti quelli che ora pagano analisi che pochi mesi fa erano gratuite. Voilà.  In più, l’ossessione del passato che guiderà la campagna referendaria (basta! Via! Tutto nuovo!) contiene una sua contraddizione interna: si grida che serve una nuova Costituzione per fare le riforme, che questa che c’è ci rende immobili, ma nel contempo si celebrano come epocali e strabilianti le riforme in corso. Un po’ come dire: guarda! Ho una gamba sola!, e intanto vantarsi di vincere i cento metri.

dom
1
mag 16

Riace, tre facce di bronzo

Fatto010516Alla ventiduesima fotografia del presidente del consiglio accanto ai bronzi di Riace diffusa dal ministero della propaganda, uno poteva pensare: “Ma guarda, sto Renzi, pure scultore! E anche bravo!”. Invece era l’ultimo taglio di nastro, inaugurazione finale di una cosa in parte già inaugurata (il ministro Bray nel dicembre 2013). Bello davvero, il museo archeologico di Reggio Calabria, a cui si lavora dai tempi di Prodi (e forse per quello contiene anche reperti del paleolitico). Il meglio, però, nella sala principale: le tre facce di bronzo più famose d’Italia, due sul loro piedistallo antisismico, l’altra impegnata nella campagna promozionale del suo governo. Firma del patto per la Calabria con il sindaco di Reggio, Falcomatà, la promessa di strade e treni veloci, il ministro Delrio al seguito, il ministro Franceschini che dice uh che bello, e come dargli torto. E chissà che piacere Renzi nel vedere le vestigia di tutte quelle civiltà rottamate dalla storia, chissà se ha chiesto “Dov’è la teca di Bersani?”.

Ma passiamo alla propaganda vera. La parola che più risuona è il Sì. Bisogna dire Sì, la solita solfa. C’è un’Italia che dice Sì e ancora, maledizione, un’Italia che dice No. Dal discorso non si capisce bene a cosa sì e a cosa no: ai Bronzi? Ai meteoriti? Al Crotone in serie A? Al referendum di ottobre? Insomma siamo la patria dove il Sì risuona e prepariamoci, perché ci attendono mesi di consimili spettacolini per dire che il Sì è bello e il No brutto, vecchio e cattivo. Esercizio già fatto pubblicando sull’Unità astrusi calcoli per dire che i tanti – quasi tutti – costituzionalisti che dicono No alla riforma Boschi sono vecchi (nell’era renzista, un reato federale, a meno che non vi chiamate Napolitano). E il tutto, il giorno dopo che un aitante, giovane e rinnovatore portatore di nuovo come Denis Verdini è entrato nella maggioranza di governo. E così nella sala dei bronzi, le facce di bronzo diventavano quattro: tre presenti e molto fotografate, e una aleggiante come un fantasma in attesa di prescrizione.

Divertente il siparietto della sciarpa del Crotone. Prima la chiede per piacionismo applicato, poi fa il tipo da bar che se ne intende (c’è un tizio di Firenze che gioca nel Crotone e lui lo rivorrebbe indietro). E poi quando la sciarpa gliela danno, torna politico con una rapida derapata, e dice che non bisogna mai cambiare squadra. Dato che il suo governo vive grazie a molti che hanno cambiato squadra confluendo nella sua, il discorso si faceva scivoloso… ops.

Insomma, il “Renzi Porca Miseria Si Vota Tour” ha dato il meglio di sé. Per finire con il tocco di genio: la moratoria sulle polemiche. Parlava della Calabria, certo, ma anche di tutto il resto: “Per i prossimi due anni le polemiche lasciamole ai professionisti della polemica”. Traduzione: io mi prendo Verdini, prendo a pesci in faccia tutto quello che trovo alla mia sinistra, vi faccio ciaone, e adesso… Stop polemiche per due anni! Beh, in quanto a faccia di bronzo persino i bronzi erano ammirati.

ven
29
apr 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Omnimilanolibri

Qui c’è la recensione di Omnimilanolibri.com. Cliccare per leggere. Il link è qui

OMNIMILANOLIBRI

mer
27
apr 16

È comodo, usa anche tu il generatore automatico di frasi di Matteo Renzi

270416primailfattoquotidianoGli scienziati del Cern, in collaborazione con la Settimana Enigmistica, stanno mettendo a punto un generatore automatico di frasi di Matteo Renzi, un prezioso strumento che agevolerà i comunicatori del Pd in vista dei prossimi appuntamenti politici. Come si sa, è invalso in questo paese l’uso che ogni cosa si debba decidere sarà un referendum pro o contro Renzi, dalle trivelle alle amministrative, fino alla madre di tutte le battaglie, il referendum di ottobre sulle riforme costituzionali.

In chiaro affanno nel dimostrare che il capo ha sempre ragione, i guru della propaganda faticano a tenere il passo con le esternazioni del premier e hanno modificato i loro computer in modo che schiacciando un solo tasto ne escano frasi già costruite. L’auspicio è che anche i cittadini italiani, oltre ai più grandi giornali del regno, installino sui loro computer questo piccolo aggiornamento. La propaganda ne sarà agevolata, ma soprattutto si risparmierà tempo. Ecco i tasti dedicati.

F4: L’ira di Renzi – Qualcosa non va? Qualcosa non funziona? C’è qualche dettaglio che, nonostante la frenetica opera del Capo rimane negativo? Niente paura, schiacciando il tasto F4 si genererà automaticamente la frase “L’ira di Renzi”, e basterà poi riempire lo spazio bianco con il motivo di quell’ira. Esempi? A decine. Prendete Davigo e le sue dichiarazioni. Ecco “L’ira di Renzi” (Messaggero). L’Unità perde soldi? Ecco “L’ira di Renzi verso i circoli” (Corriere della Sera). Qualcuno copre le statue perché arriva il presidente iraniano? “L’ira di Renzi, qualcuno pagherà” (La Repubblica). Le ferrovie del Sud-est non funzionano? “L’ira di Renzi…” (Gazzetta del Mezzogiorno). Il tasto F4 velocizza e sintetizza il discorso. L’ira di Renzi è una piccola frase che dice: se fosse per lui sarebbe tutto perfetto e a posto, invece… maledizione! La frase è perfetta, non a caso fu un classico del fascismo: l’ira del duce contro i gerarchi serviva a scaricare la responsabilità dal capo ai sottoposti, che in fondo sono pagati per quello.

F5: Renzi ai suoi – Non è mai facile, anche in condizioni estreme, pubblicare una velina. Non sono più, ahimé, i tempi del Minculpop, e qualche presa di distanza dalle comunicazioni ufficiali bisogna pur fare finta di prenderla. Ci viene incontro in questo caso il tasto F5. Basta schiacciarlo e comparirà la scritta “Renzi ai suoi”, con la linea da seguire. In questo caso, la libera informazione prenderà due piccioni con una fava: comunicherà la linea, e al tempo stesso fingerà di aver scoperto cose nascoste (che invece sono arrivate con un sms).

F6: E’ finito il tempo di… – Altra frase comoda e diretta, adatta per ogni situazione e utile a sottolineare le promesse (un grazie a Flavio Bini che le ha messe in fila su l’Huffington Post). “E’ finito il tempo delle chiacchiere” (su Facebook), “E’ finito il tempo della tasse” (esilarante, Sky Tg24), “E’ finito il tempo del sei politico” (che comunque era finito già ai tempi dello sbarco sulla Luna, Porta a Porta), “E’ finito il tempo degli alibi” (al Forum di Cernobbio). Insomma, è arrivato lui ed è finito il tempo di un sacco di cose. La gente comincia a chiedersi: urca, ma prima come facevamo? Avvertenza: cosa sia finito è abbastanza irrilevante, quel che conta è l’accorato grido iniziale: “E’ finito il tempo di… (riempire a piacere)

F7: Democrazia decidente – Nuova formula per dire che la democrazia vecchia era brutta e immobile, e la nuova democrazia renzista invece è bella e decide. Il tasto F7 velocizza la propaganda in vista del referendum costituzionale di ottobre e fa risparmiare sul tempo di scrittura (si schiaccia un tasto solo, una volta sola, invece di molti tasti per 20 volte), e soprattutto evita refusi ed errori di battitura (qualora vi scappasse di scrivere “democrazia decadente”)

sab
23
apr 16

Di rabbia e di vento (e molto altro). Il microfono aperto di Radio Popolare

Qui (magari ci mette un po’ a caricarsi, eh!) c’è l’audio dell’intervista al microfono aperto di Radio Popolare. Si parla di libri, di Milano, di sinistra e un po’ di quello che vogliamo fare (e dovremmo deciderci a dirlo) delle nostre vite. Grazie a Michele Migone e a tutti gli ascoltatori che hanno telefonato

sab
23
apr 16

Di rabbia e di vento. La recensione di IO Donna del Corriere della Sera

Qui la bella recensione di Francesca Cingoli sul blog di IO Donna del Corriere della Sera (il link è qui)

IOdonna

mer
20
apr 16

A grande richiesta! La processione di Santa Boschi

A grande richiesta, la processione di Santa Maria Elena Boschi

Crozza nel paese delle meraviglie è un programma di Maurizio Crozza scritto con Vittorio Grattarola, Andrea Zalone, Alessandro Robecchi, Francesco Freyrie, Claudio Fois, Alessandro Giugliano e Luca Restivo. Orchestra del Maestro Silvano Belfiore. La regia è di Massimo Fusi.

 

mer
20
apr 16

Facciamo un po’come ci pare: si chiama Giornalismo 2.0

20160420primailfattoquotidianoUna foto notturna e sfocata, pubblicata con grande evidenza. Un titolo a nove colonne: “E’ Matteo Renzi quello che entra alle tre di notte nella sede di Scientology?”. Immaginate di leggerlo, che so, sul Corriere della Sera, o su Repubblica, o di vederlo nell’apertura di un telegiornale. Immaginate (dai, questo è facile) che il giorno dopo Renzi dica: no, non sono io quello nella foto e che chieda una rettifica. E già che ci siete immaginate anche che i responsabili della bufala dicano: no, non rettifichiamo, perché questo è Giornalismo 2.0.

Ecco fatto, è andata proprio così. Dopo aver pubblicato un video della serie “Meno male che Silvio c’è”, e aver titolato “E’ la Raggi quella nel video?”, richiesto di una rettifica, il direttore de l’Unità, Erasmo De Angelis ha risposto: “No, perché non è un’operazione politica, ma è Giornalismo 2.0”. Riassumo. C’era un giornalismo 1.0 che trovava le notizie, le verificava, si accertava bene di non dire una cazzata o una falsità e poi la pubblicava. Avendo in una vita precedente lavorato all’Unità e in vite successive in altri giornali, so che c’era sempre qualcuno, collega anziano o burbero caporedattore, che diceva: “Controlla bene, eh!”. Che palle, sta cosa di controllare le notizie.  Ora finalmente arriva l’upgrade, il Giornalismo 2.0 che semplifica le cose all’utente: prendi la prima puttanata che trovi in rete e che ti fa comodo, e la pubblichi con un punto di domanda. Tipo: “Era Giorgio Napolitano il graffitaro che ieri notte ha imbrattato la metropolitana?”. All’Unità dicono che si può fare, e chi sono io per smentirli? Che poi, a pensarci bene, non è che l’applicazione di un altro programma già operativo da secoli, Lettere Anonime 2.0 (”Era tuo marito l’altra notte al night con una minorenne?” Firmato: un amico).

Naturalmente un caro pensiero va ai tanti colleghi che si affannano per difendere questo povero mestiere che era il Giornalismo 1.0, quelli che fanno i convegni su giornali e web, quelli che ti obbligano ai corsi di deontologia professionale. Tutto superato dal Giornalismo 2.0 messo a punto nella software house fondata da Antonio Gramsci e oggi diretta da Erasmo De Angelis.

Ma come si sa l’evoluzione tecnologica è veloce, frenetica, supera in rapidità anche i nostri stupori. Così quando ancora noi saremo qui a perplimerci per il Giornalismo 2.0, sarà già allo studio il Giornalismo 3.0, pure quello con punto di domanda: “Siamo stati noi a rigare la macchina alla Raggi?”. Oppure si potrebbe arrivare a ribaltare alcune sane tradizioni comuniste che cancellavano la gente dalle foto ufficiali (Trotsky che scompare dalle foto con Lenin), aggiungendole, invece che levarle, con abili fotomontaggi. Facile immaginare i titoli dell’Unità: “Che ci faceva Fassina a cena con il mostro di Rostov?”. Oppure: “Ma è per caso Landini questo boia dell’Isis?”. Chiedendo smentite e rettifiche ci risponderanno: ma no! È Giornalismo 5.0… ma tranquilli, stiamo elaborando il Giornalismo 6.0, quello in cui si aspettano gli avversari politici direttamente sotto casa con una mazza da baseball. Se la cosa prenderà piede sarà come agevolare il traffico abolendo gli stop e i semafori e dotando le auto di mitragliette sui parafanghi. Sarà una specie di Trasporto Urbano 2.0. Va detto che in confronto al Giornalismo 2.0 che ci insegna il direttore de l’Unità, il “metodo Boffo” tanto vituperato solo qualche anno fa (e per cui si alzarono cori unanimi di condanna) sembra un trattato di etica giornalistica. Ma chi siamo noi per fermare il progresso? Si arriverà all’estremo, persino al grottesco. Esagero: si arriverà all’assurdo, a chiedersi in un titolo a nove colonne, con una foto sotto: “Ma è questo il giornale fondato da Antonio Gramsci?”. Non serve rettifica.

gio
14
apr 16

Oggi (nel 1930) moriva Vladímir Majakóvskij, poeta, uomo, rivoluzionario. Figurina furibonda e triste

Si è sparato in testa. E’ morto così. Aveva 37 anni. Ha lasciato scritto: “Voi che restate, siate felici”. E voi leggetelo bene, La nuvola in calzoni. Qui c’è la figurina di un rivoluzionario che voleva una rivoluzione più bella

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

mer
13
apr 16

Benvenuti al museo dell’hashtag dismesso. C’è anche l’audioguida

20161303primailfattoquotidianoCerti di fare ai lettori cosa grata, segnaliamo l’apertura del nuovo museo dell’hashtag, visitabile anche con audioguida (orari 9-19, ridotto per scolaresche e petrolieri). Aperto in origine come deposito di hashtag dismessi, parole d’ordine, esortazioni, inni all’ottimismo e cifre farlocche sul mondo del lavoro non più utilizzabili nel dibattito politico, l’idea di farne un museo ha preso piede rapidamente, fino all’inaugurazione di domani.

In anteprima, ecco le principali attrazioni del museo.

#labuonapolitica – E’ la sala da cui parte la visita, tutta improntata alla nostalgia. Il visitatore ripercorre il breve periodo dell’entusiasmo renzista, quando si propagandavano riunioni all’alba, biciclette, panini di Eataly mangiati al tavolo di lavoro. Ministri e sottosegretari si chiamavano per nome e il governo sembrava una succursale dei boys scout. Il premier arrivava in Smart e viaggiava in treno. Suggestivi i richiami, anche audiovisivi, alla Leopolda, dove un finanziere ricco con sede a Londra teorizzava tagli per pensionati poveri con sede in Italia.

#cambiaverso – Come avverte l’audioguida (tasto 2, per l’inglese tasto 3, per l’inglese letto da Renzi tasto 459#@y776) si tratta della sala più controversa della mostra, anche se è stato rimosso il grande ritratto di Denis Verdini che accoglieva il visitatore appena varcata la soglia. Le numerose innovazioni del governo sono qui ben evidenziate: dalla bicicletta ai superjet, dal jobs act ai tagli alla sanità, dagli inviti all’astensionismo agli emendamenti notturni in favore del fidanzato di questa e di quello. Si consiglia il visitatore di seguire correttamente il percorso della mostra (per dire: il pannello “dimissioni Lupi” va ammirato prima della bella installazione in 3D sul padre della ministra Boschi che va a scuola a piedi carico solo della sua tradizione contadina). Purtroppo il grande arazzo “ministra Guidi al telefono” non è visibile essendo in prestito ad un’altra grande mostra, quella su “Etica e classe imprenditoriale”, allestita a Confindustria.

#Italiariparte – Grande sala affrescata con i numeri forniti dal ministro Poletti. Secondo alcuni critici, un omaggio al centenario del dadaismo

#lavoltabuona – (audioguida, tasti 5 e 6) bella sala multimediale dedicata ad annunci, promesse, previsioni, auspici, tutti accompagnati dall’hashtag sul fatto che questa volta il colpo riuscirà. Parola d’ordine cara a detenuti che progettano l’evasione, imputati in attesa di prescrizione e governo Renzi. La sala risuona di musiche allegre e garrule risate, un intenso profumo di rose esce da apposite prese d’aria e un ricco buffet serve alcolici, in modo che, dopo il quarto prosecco, tutta la sala possa assumere una sua pur ondeggiante credibilità.

#millegiorni – Sala ampliata in fretta e furia, perché inizialmente l’hashtag era #centogiorni, poi prudenzialmente moltiplicato per dieci. Come spiega l’audioguida (tasto 1.000), si tratta di uno speciale percorso tra tutte le cose che succederanno grazie al governo Renzi tra mille giorni, anche se l’allestimento prevede altre ristrutturazioni (esempio: #diecimilagiorni per la legge sul conflitto di interessi).

#amicigufi – Una sala che piacerà ai bambini. Istruttiva la storia di questo hashtag molto usato, perfetto per catalogare come nemici chiunque avanzi dubbi sull’azione di governo e al contempo per irridere gli sconfitti in qualunque campo, dalla politica al calcio, al biliardo. La sala presenta variazioni sul tema (audioguida tasto 45), come il famoso hashtag #classedirigentemaddeché, molto usato dalla comunicazione governativa e improvvisamente dimesso per decenza insieme alla ministra Guidi.

Il museo degli hashtag dismessi apre domani con una piccola cerimonia. Per seguire l’evento sui social media l’hashtag è: #viabbiamopresoperilculo.

mar
12
apr 16

Matteo e Maria Elena tre metri sopra il cielo… Crozza c’è!

Va bene, volete una canzone d’amore. Vi capisco. Eccola

Crozza nel paese delle meraviglie è un programma di Maurizio Crozza scritto con Vittorio Grattarola, Andrea Zalone, Alessandro Robecchi, , Francesco Freyrie, Claudio Fois, Alessandro Giugliano e Luca Restivo. Orchestra del Maestro Silvano Belfiore. La regia è di Massimo Fusi.

lun
11
apr 16

Di rabbia e di vento e il giallo alla milanese (tipo risotto, insomma)

Severino Colombo su La Lettura del Corriere della Sera fa un giro tra Milano e il noir. Ecco qui

LaLettura100416

ven
8
apr 16

Pedro, Kubrick e la valuta degli dei

20160408primailfattoquotidianoA ciascuno a seconda dei propri riferimenti culturali e da ciascuno a seconda delle citazioni di cui è capace. E quindi potete oscillare a piacere tra Il tradimento dei chierici (Julien Benda, 1927) e Notte prima degli esami (Fausto Brizzi, 2006), oscillazione spaventosa, diciamo. Ma insomma, quando si annuncia una lista lunga-lunga che si prevede fitta di nefandezze fiscali, lo spirito è quello: chi ci sarà?, chi non ci sarà?, ed è inevitabile il conteggio degli amori che si incrineranno come il parabrezza in un incidente.

Ma sì, diciamolo: dai vip del pianeta non ci aspettiamo niente. Politici, re e primi ministri, famiglione di gran cognome, e la finanza “che tremare il mondo fa”, più i famosi imprenditori sempre portati ad esempio finché non si impantanano…  Sì, potremo alzare le spalle e dire: non mi stupisce. Anche se sapere che i vertici del Partito Comunista Cinese e i narcos, il premier islandese e Barbara D’Urso avessero lo stesso commercialista fa ridere un bel po’. Nulla è più divertente di beccare qualcuno coi pantaloni calati, specie se è uno di quelli che teorizzano che bisogna tenerli addosso e ben allacciati (e questo è per monsieur Le Pen e mister Cameron), ma il problema è quando la delusione scoppia accanto a te e ai tuoi amori.

Almodovar? E, dalle parti nostre, in piccolo ma mica tanto, Carlo Verdone? Lionel Messi? Kubrick (vabbé, le figlie…)? Non scherziamo, gente. Già si sa che scorrendo i nomi (italiani, ma anche no), si innesterà il braccio di ferro tra affetti e indignazione, tra ammirazione e scandalo. Tutti possono tollerare che un arrogante padrone delle ferriere nasconda soldi all’estero, e rallegrarsi quando lo beccano, ma agli effetti collaterali del tradimento di un idolo ci avete pensato? Scoprire che magari nella vostra cameretta da ragazzi avevate il poster di uno che ora porta i soldi alle Isole Vergini, alle Seychelles, a Panama? Tristezza. Messi, il campione umano che regala magliette ai piccoli Messi disagiati del mondo, perderà la sua aura di piccola santità, e questo è ovvio. A Seedorf, per esempio, avevo giurato di perdonare tutto e per sempre dopo quella doppietta alla Juve. E ora?

La caduta degli dei. La valuta degli dei.

Quali amori ci si chiederà di ridiscutere? Il cantante preferito? Il regista che abbiamo amato? L’attore che ci ha fatto sognare? So cosa succederà: baratteremo un po’ del nostro furore morale con trucchetti buoni a placarci l’anima, cose come “la sacralità dell’arte”, per dire. Perché chi se ne frega se elude il fisco, quello era comunque un gran film, un ottimo disco, una grande interpretazione. Come scriveva Gregory Corso a proposito della guerra “La pietà si appoggia / al suo bombardamento preferito / e perdona la bomba”. Ecco, faremo così: saremo inflessibili nell’indignarci, ma tenteremo di salvare gli idoli – ognuno i suoi – relativizzando la delusione, perdonandoli nella costernazione. Sapendo che tra i banditi troveremo alcuni banditi che abbiamo amato. Peggio per loro. Peggio per noi.

gio
7
apr 16

Di rabbia e di vento. Intervista a Mangalibri

Qui c’è l’intervista di Carla Colledan per Manglaibri.com. Cliccare per leggere. Se volete il link è qui

Mangialibri

mer
6
apr 16

Non siamo come gli altri: se lo ripeti, forse qualche dubbio ce l’hai pure tu

20160406primailfattoquotidiano-203x300C’è un passaggio, nel discorso di Matteo Renzi alla direzione del Pd, che illumina tutto come un faro sulla costa, come un flash sparato nel buio. E’ quando dice: “Noi non siamo come gli altri”, una frase che – quando senti l’impellente bisogno di dirla – ti rende esattamente come gli altri. Certo si conoscono le basilari motivazioni psicologiche: se continui a dire come in un mantra “Noi siamo di sinistra”, ripetendolo in ogni istante anche senza assumere la posizione del loto, vuol dire che qualche dubbio ce l’hai. Dunque: “Noi non siamo come gli altri”, non confondeteci, noi siamo quelli bravi, carini, che quando li beccano si dimettono (oddio, non tutti), che fanno le riforme, che sbloccano le opere, eccetera eccetera.

Tutte interessantissime faccende contingenti, mentre in quella frasetta c’è una piccola giravolta della storia, perché questo andirivieni ideologico tra l’essere uguali e diversi è un divertente tormentone della sinistra italiana. Il Pci, vecchia gloria del pugilato politico europeo, costruì la sua granitica credibilità sull’essere diverso dagli altri. Non solo quando quella diversità ti portava in galera, in via Tasso o alla fucilazione, ma anche dopo, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, “in seno al popolo”, come dicevano, e oggi sorridiamo. Poi ci fu un’altra fase, recente, di veloce de-ideologizzazione. La gestione del potere, l’avvicinamento a quelli che si chiamano “i poteri forti”, la vocazione maggioritaria che scivola nel partito della nazione, insomma, il partito recente. L’obiettivo, anche antropologico, era opposto: diventare come gli altri. Rassicurare che sì, si rimane di sinistra, alcuni addirittura di provenienza comunista (lo so, suona come un film di Buster Keaton, eppure…), ma non mangiamo i bambini, abbiamo la macchina, ci piace spassarcela e insomma, non abbiate paura di noi. Persone  perbene, che avevano letto dei libri, si adeguavano allegramente al gentismo degli “altri”, specie in materia culturale, pur di non sembrare diversi. Volevano, in quella fase che va più o meno da Occhetto a Veltroni, essere uguali agli altri, essere accettati, smussare gli angoli, sfumare le differenze. Salvo tornare diversi quando le cose si mettevano male, quando gli “altri” erano un po’ troppo impresentabili per essere imitati.

Ma insomma, questo desiderio di essere come tutti, un vero manifesto ideologico, ha scavato e lavorato. Ora puoi dirti di sinistra ed esaltare Marchionne, o dire che sblocchi l’Italia perché agevoli i petrolieri. Missione compiuta: in meno di trent’anni, eccoli veramente diventati come gli altri.

E ora questo accorato appello del segretario Renzi: “Noi non siamo come gli altri”. Questa volta la rivendicazione non è ideologica, ma smaccatamente commerciale, di comunicazione. Gli early user sono, nel gergo del marketing, quegli utenti più rapidi e attenti che hanno sempre per primi il nuovo prodotto, che lo fanno diventare trendy, che lo fanno desiderare a tutti gli altri. Il Pd renziano lo è stato per qualche tempo. Smart, camice bianche, panini di Eataly, gelati di Grom, chiamarsi per nome (Matteo, Maria Elena…) e tutto lo spettacolino che abbiamo visto. Ora quello spettacolino non basta più, è già vecchio. Il grido orgoglioso “Noi non siamo come gli altri” somiglia alla frustrazione del fighetto con il nuovissimo telefonino quando si accorge che quel modello che lo rendeva unico, fico, trend setter, e cool, ora ce l’hanno tutti e non fa più impressione a nessuno. Dannazione. La narrazione del renzismo, non avendo basi ideologiche, ma soltanto estetico-caratteriali, perde in fretta di intensità e freschezza. Se il fatto che sei diverso dagli altri devi dirlo e ripeterlo, vuol dire che non si vede al volo, un bel guaio, per i narratori.

mar
5
apr 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Thriller Café

Qui la recensione di Thrillercafé.it. Cliccare per leggere, il link è qui

ThrillerCafé

lun
4
apr 16

Il 4 aprile (oggi) del ’68 moriva (ammazzato) Martin Luther King. Figurina…

Era il 4 aprile, come oggi, moriva Martin Luther King. Qui la sua Figu… buona visione

Figu è un programma di Alessandro Robecchi e Peter Freeman con Cristiana Turchetti trasmesso da Rai Tre

lun
4
apr 16

Di rabbia e di vento… piccola guida per lettori forestieri… (sorprendente)

Traci Andrighetti, sul suo sito Italicissima. com, analizza il linguaggio di Di rabbia e di vento per lettori non italiani… Interessante… ho imparato delle cose che… beh, il testo è qui sotto (cliccare), il link è qui

ITALICIISSIMA

 

dom
3
apr 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Antonio D’Orrico su La Lettura

Ecco qui Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della Sera… Ehmmm… Grazie

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mer
30
mar 16

Di rabbia e di vento, la recensione di Elisabetta Bolondi su SoloLibri

Qui la bella recensione di Elisabetta Bolondi su SoloLibri.net (cliccare sull’immagine per leggere, se volete il link è qui)

SoloLibri 300316

 

mer
30
mar 16

“Grappa ce n’è?” La domanda cruciale della filosofia salvinista

20160330primailfattoquotidianoForse un giorno leggeremo su Wikipedia che Matteo Salvini ha creato una nuova corrente filosofica. Il Salvinismo consiste nell’interpretare il Superomismo nietzschiano ebbri di vin brulé, le guance arrossate dal freddo, e lo sguardo determinato in una sola, poderosa, tonante domanda: grappa ce n’è?
Ma mi sbaglio e mi scuso: questo è solo il Salvinismo dei giorni di Pasqua, quando Matteo  abbracciava alcuni pescatori, prima di inerpicarsi in vetta e lanciare   giocherellone! – un concorso fotografico di cime innevate (testo: “Dai, chi pubblica la foto che prende più like vince una cena con la #Boldrini”). Seguiva un’altra fotina in cui chiedeva al popolo: “Che dite, lo faccio il lancio col parapendio?” (una sorta di nichilismo democratico autopromozionale). E poi, finalmente, la fotina del Salvini volante che tutti i giornali hanno riportato, chi ammiccando un po’ ironicamente, chi assumendo quel tono serio delle diagnosi: sì, il paziente è piuttosto grave.
Insomma, abbiamo visto, niente ci sarà risparmiato.
Ovviamente sono millenni che il capo per sentirsi capo deve essere il più tosto, il più rapido con la clava, il più solerte nel twittare, il più coraggioso, sicuro di sé, burbanzoso, virile e macho. E’ il motivo per cui Putin si fa fotografare stile Rambo nella neve, a caccia di tigri, di orsi, a cavallo o coi pettorali scolpiti. Il sottile messaggio è: questo è il nostro Capo, forte e indomito. Corrono poi, come sempre, sottili differenze, come per esempio che uno viene da Kgb e l’altro da Radio Padania, ma insomma, il Salvinismo è anche quello: un’arte in sedicesimo, una miniatura, un piccolo fregio sulla realtà dei giorni nostri.
Niente foto istituzionali, liftate e instagrammate, messaggi col cuore in mano come quell’altro Matteo (che per queste cose ha uno staff poderoso). No, il Salvinismo prevede una certa ruspante naïveté che comincia con lo spirito del taglialegna e prosegue con il tradizionalissimo vittimismo italiano. In ogni cosa che fa e dice e fotografa e diffonde Salvini c’è il marameo ai “sinistri”, lo sberleffo ai “compagni”, la ginocchiata alla Boldrini (è la teoria dei gufi vista, appunto, con la logica del ruspante taglialegna). Insomma, il capo dev’essere, oltre a tutto quello che si è detto sopra, anche un po’ rissoso. Ma a volte – qui casca l’asino, e avviso Salvini che è un modo di dire, niente di personale – un pochino esagera. Per esempio quando scrive: “Confesso, non ho l’iPhone, ma ho un Nokia66 vecchio di anni, cosa che magari ai compagni può dar fastidio”. Eh? Come? Ammetto di essermi perso per qualche minuto, di aver provato una vertigine: ma perché cazzo a me “compagno” (poniamo), dovrebbe dar fastidio se Salvini ha un telefono piuttosto che un altro? Può uno aspirare al superomismo, sia pure nella caricaturale variante salvinista, e occuparsi di simili dettagli che già un tredicenne considererebbe infantili? Dopo le foto di Bruxelles (abbondantemente sbertucciate dalla rete), è evidente che il salvinismo prevede di diventare una specie di culto della personalità per gente che sta, volente o nolente, davanti a uno schermo tutto il giorno. Ma questo si scontra con il culto del Capo che gli piacerebbe tanto: un capo dev’essere anche temuto e autorevole, e se invece diventa un panda che gioca nella neve, un gattino di Facebook, o un pupazzo buono per la colonnina destra dei giornali a caccia di clic, perde un po’ questa sua potenza di fuoco. La corrente filosofica del salvinismo si trova dunque in mezzo al guado, al momento della drammatica scelta: può fare la faccia trucida che inneggia alla ruspa liberatrice, faro dell’umanità, oppure può essere l’affabile piccoloborghese che manda a tutti le foto della montagna: urca, va’ che bel sole, quando si mangia?

mer
30
mar 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Pietro Cheli

Qui c’è la recensione di Pietro Cheli su Amica.it. Pietro è un amico e un critico attento, due cose temibilissime, se volete saperlo. Per leggere cliccare sull’immagine. Se volete il link, è qui

AmicaCheli300316

mar
29
mar 16

Di rabbia e di vento, la recensione di Ranieri Polese su Il Corriere della Sera

La recensione del Corriere. Firma Ranieri Polese. Monterossi e la crisi di coscienza. Ecco (cliccare per leggere)

CorrieredellaSera290316

lun
28
mar 16

Di rabbia e di vento. Presentazione a Book Pride, Milano, sabato pomeriggio (e altre cosette)

CeURUFnWAAAaD31Ciao a tutti, il librino va bene, fa cucù nelle classifiche, e qualche critico ha avuto parole buone…  Ma è appena partito e quindi, che dire. Buon viaggio.
Intanto, grazie a chi – qui, o sulla pagina Facebook, e su Twitter – ha detto la sua. Contento che vi sia piaciuto.

Chi è a Milano sabato 2 aprile e non ha niente di meglio da fare, parliamo del libro io e Pietro Cheli a Book Pride, a Milano (alle 17, via Bergognone 34). E’ sempre un piacere parlare con Pietro, che ha già presentato Questa non è una canzone d’amore e Dove sei stanotte, è un amico e un critico acuto (scegliete voi la cosa più pericolosa). Dettagli qui.

 

 

Sabato 9 aprile, alle 17.30, invece, si parla di Di rabbia e di vento alla libreria Area Libri di Seregno. Aperitivo e presentazione, che volete di più?
Altri appuntamenti saranno comunicati in tempo. Detto questo, grazie a chi è venuto alle presentazioni, a chi ha letto, a chi legge o leggerà…

mer
23
mar 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Nanni Delbecchi su Il Fatto Quotidiano

Qui la bella recensione di Nanni Delbecchi su Il Fatto Quotidiano…

IlFattoQuotidiano230316

mer
23
mar 16

Dopo aver “fatto i conti” ti spezzo pure la rotula. Ma sempre in amicizia

230316primailfatto“Domani facciamo i conti” è una a frase che ci siamo sentiti dire tutti almeno una volta nella vita. Da mamma quando perdevamo il quaderno di matematica (correva la seconda elementare, credo), dal compagno di classe, forse persino dall’allenatore quando si batteva la fiacca e si veniva minacciati di dieci giri di campo punitivi. Beata gioventù. Poi, crescendo, “domani facciamo i conti” è una frase che non abbiamo sentito più, perché, da adulti, una simile provocatoria arroganza risulta irricevibile: è una di quelle cose che si dicono ai sottoposti, ai succubi e ai sudditi, una sottolineatura di potere che chi ha il potere veramente non userebbe. Pensare che “domani facciamo i conti” fosse l’esergo, la mirabile premessa, di una discussione interna del Pd mette una certa tenerezza a chiunque sappia vedere il lato B dell’arroganza, cioè la debolezza e l’insicurezza. Ma come al solito, è meglio portarsi avanti col lavoro e analizzare le prossime dichiarazioni programmatiche del presidente del consiglio, che è anche segretario del Pd, che è anche l’ispiratore della soave narrazione corrente. Ecco dunque alcune parole d’ordine che guideranno nei prossimi giorni la discussione nel partito di governo.
Ti rigo la macchina. Posizione moderata e interlocutoria rivolta a chi voglia votare (votare sì, ma anche solo votare) al referendum sulle trivellazioni del 17 aprile. Un referendum indetto tra gli altri da alcuni governatori del Pd sul quale il Pd, senza discussione, ha invitato ad astenersi. Annunciato da una serafica e svaporata dichiarazione della Serracchiani, l’ordine del giorno ha aperto un dibattito nella sinistra del partito: andare il taxi, a piedi, o non andare?
Ti metto la trielina nello spritz. Amichevole avvertimento a chi, a sinistra, sta valutando l’ipotesi di non votare i candidati renzisti alle imminenti amministrative. Non si tratta di una minaccia, certo, ma di una forma di pressione politica del tutto legittima della maggioranza del partito rispetto ad elementi fastidiosamente dissidenti. Si spera, con questo argomento denso di sostanza politica, di allineare la minoranza ai voleri della segreteria, vogliosa di ripianare con un sorriso il dibattito interno.
Ti abbandono in autostrada. Altra parola d’ordine per il sereno e costruttivo confronto interno al Pd. Gli hashtag consigliati dai guru della comunicazione per sostenere questo volonteroso invito al dialogo sono #luridigufi, #tisputo e #cosedigulag, parole distensive che dovrebbero – secondo le intenzioni del segretario – invogliare gli elettori riottosi o perplessi a sostenere convinti la segreteria. I membri della minoranza interna valutano l’apertura, apprezzano l’ammorbidirsi del toni e lodano la volontà di mediazione, ma ancora non si fidano del tutto.
Ti rompo una rotula. Finalmente un ordine del giorno della segreteria Pd che dichiara apertamente la voglia di confronto sereno e pacato con la minoranza. Dedicato a chi, all’interno del Pd, storce un po’ il naso per le vicende della famiglia Boschi, per l’accusa di bancarotta fraudolenta al padre della ministra diventato vicepresidente di banca dopo che lei è diventata ministra, una bizzarra coincidenza. Per la discussione, i tempi sono stati severamente contingentati, tutti potranno parlare per tre minuti, ma i membri della segreteria più vicini al premier potranno farlo utilizzando una mazza da baseball. La minoranza interna accetta in dibattito munita di vistose ginocchiere in ghisa.
Al termine di queste articolate discussioni, la direzione del Pd incassa il voto favorevole dei suoi membri e si rivolge alla sinistra interna, di cui ha bisogno per Sala a Milano, Giachetti a Roma e Valente a Napoli, con un appello che distende il clima e rasserena gli animi: “Siamo tutti una grande famiglia, vero, bastardi?”.

ven
18
mar 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Corrado Augias su il Venerdì di Repubblica

Ecco qui la recensione di Corrado Augias su Il venerdì di Repubblica… come dire… vabbé, non dico niente… (solo grazie)

Venerdì180316

 

mer
16
mar 16

Di rabbia e di vento. La recensione su La Gazzetta del Mezzogiorno

Qui la bella recensione di Michele Marolla su La Gazzetta del Mezzogiorno

GazzettadelMezzogiorno160316 montato

mer
16
mar 16

Donne, sgambetti, ricorsi e capiufficio: che spettacolo il voto

Fatto160316Non è del tutto vero che il settimo giorno si riposò come si dice in giro. Sì è vero, nei sei giorni prima, sabato compreso, creò il mare, la terra, le montagne, eccetera eccetera. Poi gli animali, poi l’uomo e la donna, tutto come si sa, un lavoretto fatto per bene. E poi alla domenica mattina, durante il brunch, preso da un piccolo attacco di sadismo, creò le primarie, gettando tutto quello che aveva fatto prima nel caos più totale.
Ora non è più questione di creazione e di natura, ma di bookmaker. Bertolaso è dato contosei a uno come sindaco di Roma, mentre le sue gaffes hanno quote molto più basse. Dopo quella sulle mamme (notevole) si aspetta “I neri hanno il ritmo nel sangue”, che è data due a uno, mentre “Gli ebrei sono tutti banchieri” è data quasi alla pari, insomma, scommettere su Bertolaso non conviene, se si vince si vince pochissimo. Ma tranquilli, non si vince.
Poi ci sono Salvini che dice a Silvio che ha più voti di Silvio, Silvio che lo insulta, Giorgia Meloni che aspetta gli eventi, e che dice che può fare il sindaco anche da mamma dopo aver detto che non avrebbe potuto fare il sindaco perché mamma, Marchini che ride e Storace che insulta tutti indifferentemente, a caso, mentre salta nel cerchio di fuoco. Un bel quadretto, e siamo soltanto a Roma, pensate nel resto dell’universo. Sempre a Roma c’è Giachetti, quello che tira il risciò con Renzi e che fa incazzare D’Alema, ma c’è pure Marino in cerca di rivincite, e pure la sinistra di Fassina che aspetta gli eventi acquattato chissà dove. E poi c’è la signorina Raggi dei Cinquestelle che basta stia ferma e buona, non faccia autogol, non dica cose astruse, ed è favorita.

A Napoli è partita invece un’entusiasmante gara a pesci in faccia tra quelli che vogliono una sindaca renzista, Valeria Valente, e quelli che vogliono un sindaco bassoliniano, cioè Bassolino. Sembrerebbe una faccenda interna di difficile soluzione, visto che i più strenui sostenitori della Valente erano bassoliniani fino a cinque minuti prima. In ogni caso, Bassolino sta per battere il record mondiale di ricorsi respinti per futili motivi, che ancora non si capisce se sia un’aggravante o un’attenuante. A Roma come a Napoli, come a Milano, pare che la segreteria Renzi sia, come dicono i politologi “divisiva”, cioè impone il suo candidato e fa inviperire tutti gli altri. Forse si intende questo quando si dice che Renzi è di sinistra: sta facendo di tutto perché nasca finalmente qualcosa a sinistra, alternativo a Verdini.
E poi c’è Milano, dove infuria la battaglia tra due capiufficio, ognuno impegnato ad essere più capufficio dell’altro e quindi la solenne dialettica politica si concentra sul fondamentale argomento “Sono più manager io” (Sala), “No, sono più manager io” (Parisi). Piuttosto desolante, e nient’altro all’orizzonte, perché Passera non è pervenuto, non perviene e non perverrà, i Cinquestelle sono impegnati a capire se la loro candidata Bedori sia stata cacciata da Casaleggio o da lei medesima, offesa dalle pressioni della stampa, e la sinistra passa le sue giornate a chiedere in ginocchio a questo e a quello se per caso si vuole candidare contro Sala. Il quale, peraltro, ogni giorno che passa vede erodersi un po’ la sua rendita di posizione, visto che se il Pil salirà nel 2016 soltanto dello 0,4 per cento (Renzi sparava nel Def un mirabolante 1,6) vuol dire che quello straordinario indotto di Expo non è esattamente l’Eldorado che ci hanno venduto (perdite operative a parte).
Ora, naturalmente, non resta che sedersi, mettersi comodi e procurarsi dei pop-corn per assistere allo spettacolo desolante di una politica senza politica, senza idee e senza parole, dove gli unici gesti atletici degni di nota sono lo schiaffo del soldato, lo sgambetto e la pernacchia. Buona visione.

mar
15
mar 16

Di rabbia e di vento, l’intervista di Repubblica Milano

Qui la bella intervista di Annarita Briganti su Repubblica Milano (cliccare per leggere)

Rep150316-impaginato

 

lun
14
mar 16

Di rabbia e di vento. Domani (martedì 15) alle 18.30, alla Feltrinelli Duomo di Milano

Presentazione Feltrinelli

sab
12
mar 16

Nostra signora Maria che sta stirando mentre ci guarda

Marozzi capì dove buttava il vento e per ammorbidire i toni della discussione usò l’espediente che gli aveva suggerito Sisti. Parla della “fase”, gli aveva detto. A dei comunisti, se gli parli della fase e gli dici con convinzione che questa è una fase che richiede prudenza vedrai che si calmano…

Schermata 2016-03-12 alle 14.07.37Provvidenza rossa, il bel romanzo di Lodovico Festa (Sellerio, 2016) è davvero strabiliante. È un giallo, vero, ma la storia noir quasi svapora a fronte del contesto in cui è immersa, il Pci degli anni Settanta, la fittissima ragnatela di burokratia e di apparato, il breznevismo de facto dove ognuno risponde all’altro, poi all’altro, le sezioni, le federazioni, il provinciale, i probi viri, la direzione nazionale, la segreteria, addirittura al Comitato Centrale. La Ditta – per dirla con Bersani Pierluigi, parlandone da vivo – alla sua massima, macchinosa e rassicurante potenza. Avendo passato anni all’Unità di Milano quando ancora tutto quel mesozoico togliattian-dadaista funzionava, leggevo con un misto di nostalgia e stupore: era successo davvero? Davvero c’è stato un giorno in cui a noi comunisti (sic) bastava parlare della “fase” per imbesuirci?

Ma era una domenica piovosa, e tra il libro e la tivù il tempo passava, e a un certo punto compariva sulla rete ammiraglia berlusconica Canale 5 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Parlava con Barbara D’Urso, sacerdotessa della sottocultura catodica pomeridiana, e lo faceva nel miglior Silvio-style mai visto. Spiritoso e affabile, rassicurante e ciarliero fino al cialtronismo tutt’altro che involontario, anzi: rivendicato. A un certo punto, parlando di pensioni, si rivolgeva alla «signora Maria che sta stirando mentre ci guarda»… Ecco. Fulmine. Stava parlando della “fase”. Se gli dici con convinzione che questa è una fase… ecco. Cortocircuito totale: i comunisti della sezione Sempione, a Milano, negli anni Settanta, le signore Marie che stirano guardando il peggio della tivù commerciale nel 2016… la narrazione della “fase” funziona sempre, funziona ancora. Vertigine.

Le telecamere di Canale 5 non erano le uniche in funzione domenica 6 marzo.C’erano, all’opera, anche quelle di Fanpage, sito indipendente che andava a curiosare fuori dalle sezioni Pd di Napoli, dove si celebrava la “grande festa della democrazia” (sic) delle primarie per il sindaco. Un vaso di Pandora da cui usciranno per giorni vergogne grandi e piccole. Consiglieri e capigruppo del Pd che forniscono ai passanti qualche euro per votare («Vota la femmina», cioè la candidata renziana Valeria Valente), e poi cosentiniani ed esponenti della destra più zozza che cammellano gente al voto, porcherie grandi e piccole. La “femmina” (lo sapremo a tarda sera) vincerà per pochi voti (452) battendo il grande vecchio Bassolino.

L’apparato – senza tirare in ballo la fase – farà la faccia stranita dicendo che il risultato non si tocca (Serracchiani), o parlando di piccoli episodi (Orfini), o coprendosi di ridicolo sostenendo che si prestavano spiccioli agli amici per votare secondo coscienza (Francesca Puglisi, senatrice Pd). La sensazione, insomma, è che di quella poderosa macchina burocratico-ideologica che fu la maggior forza della sinistra sia rimasta oggi nel partito volatile di Renzi solo e soltanto la narrazione della “fase”, soave bugia per tener buona la base, e poco importa se la base non c’è più, la «signora Maria che stira mentre ci guarda» ne farà le veci alle urne. Almeno si spera. Il resto, zero.

Ciò che era partecipazione e confronto, persino barocco nella sua gerarchia di apparati, è oggi un partito in franchising. La Ditta è polverizzata, concessa in gestione a questo e a quello, affidata ai potentati vincenti: i cuffariani in Sicilia, i verdiniani a Roma, i renzisti di derivazione fighetto-bancaria (Lotti, Boschi) in Toscana, il giglio magico democristiano a Palazzo Chigi e al Nazareno. Di quell’antico apparato – grottesco nella sua complessità gerarchica – non rimane più nulla se non, appunto, la  narrazione spinta, l’indorare la pillola, lo storytelling della “fase”. Come si sia passati in poco più di trent’anni dalle grotte umide del piciismo ai padiglioni post-ideologici del renzismo-verdinismo sarebbe difficile – e lungo – raccontare.

Ma è un fatto, la distanza è siderale: di là il piombo, di qua la plastica, di là i mammut, di qua gli androidi replicanti. Con la “fase” sempre uguale, però: non attaccare troppo se all’opposizione (la fase richiede prudenza), non spingere troppo se al governo (la fase richiede prudenza). Una grande forza, ieri poderosa oggi dinamica. Ieri corrucciata oggi smart, ieri ideologica oggi jovanottesca. Ma, alla fine, una grande forza immobile. La “fase” è sempre quella. Non gridare troppo, non pretendere troppo, non irritare i poteri forti, le rendite di posizione, il capitalismo straccione ma ancora potente. Che alle fregnacce sulla fase — ieri e oggi — non  ci ha mai creduto, per un fatto molto semplice: è lui “la fase”, e non bisogna disturbarlo.

ven
11
mar 16

Di rabbia e di vento. La recensione di Repubblica Sera

Qui la recensione di Silvana Mazzocchi su Repubblica Sera (cliccare per leggere)

Repsera1

mer
9
mar 16

“Totò, Peppino e vota la femmina”: il grande sequel non ha deluso

Fatto090316Totò, Peppino e le primarie (Napoli, 2011) era già un bel film. Totò, Peppino e vota la femmina (Napoli, 2016) è pure meglio, una specie di sequel, ma questa volta la regia è più attenta, le telecamere sono nascoste, la sceneggiatura è solo una traccia da seguire, un canovaccio, e gli attori recitano a braccio come i grandi comici. Per quanto chiamare i futuri elettori a scegliere il futuro candidato sia “una festa della democrazia”, si sa come va alle feste: c’è sempre quello che si sbronza, che rompe i bicchieri, che esagera, dà fastidio alle ragazze e alla fine si va a casa dicendo: sì, bella festa, peccato che…
La vicenda è nota: se nel 2011 le primarie napoletane vennero annullate per una sospetta, massiccia affluenza di cinesi, quest’anno se ne discute per la presenza davanti ad alcuni seggi, di generosi personaggi, tra cui un capogruppo Pd e un consigliere comunale, che fornivano ai votanti l’obolo di un euro da portare alla festa della democrazia e la gentile indicazione su chi votare. Essendo i voti di scarto tra chi ha vinto (Valeria Valente, “’a femmina”) e chi ha perso (Antonio Bassolino, “o’nonno”) appena 452, cioè un soffio, ed essendo documentato che chi gentilmente donava un euro ai votanti lo faceva a favore della prima, verrebbe da pensare che alla famosa festa qualcuno ha portato lo spumante al metanolo. Divertente (i colpi di scena virano al grottesco) che a farsi inquadrate dalle telecamere nascoste per – diciamo così – in – dirizzare e correggere il voto, fossero dei renziani rinati, bassoliniani fino a poco prima, fulminati sulla via di Damasco come San Paolo, anzi, sulla via di Scampia o di San Giovanni a Teduccio. Lo zelo dei convertiti è sempre pericoloso ed estremo, pensate a chi fumava cinquanta sigarette al giorno, ha smesso e ha come missione nella vita rompere le palle a chi ne fuma tre. La commedia, insomma, si snoda tra immagini sgranate e battute da avanspettacolo. La procura dice che aprirà un fascicolo, e che però, che non essendo elezioni vere ma una specie di cerimonia privata, non potrà fare granché, che è come dire che se a una festa uno vuole mangiare cibo avariato invece della torta, la faccenda si configura, usando un giro di parole, come “sono cazzi suoi ” . Giusto. Quanto al partito della legalità e della trasparenza –quello che ha organizzato la festa della democrazia –pare non avere dubbi, almeno stando alle parole della vicepresidente del partito, Debora Serracchiani: “Nessuna circostanza può però inficiare il voto ”. Insomma, vedremo, faremo, valuteremo, ma il risultato non cambia. Un po’ come dopo quelle partite in cui una squadra ha avuto sei rigori inesistenti a favore, tre fuorigioco non fischiati, qualche episodio dubbio, due avversari espulsi, ma alla fine ha vinto, e pare poco sportivo chi non accetta il verdetto del campo. Il risultato non cambia, insomma, per “nessuna circostanza”. Discorso chiuso.
Ora va da sé che Totò, Peppino e vota la femmina avrà qualche strascico polemico, e come sempre in questi casi il pubblico apprezzerà, mentre la critica storcerà il naso, minimizzerà e dirà che si tratta di piccoli episodi. Poi partirà la solita girandola di accuse e controaccuse: i grillini grideranno alla truffa, i renzisti risponderanno irridendo le loro consultazioni in rete in cui votano in ventisette, e via così. Scenario già visto appena qualche giorno fa, quando i due maggiori partiti del paese si insultavano rimproverandosi a vicenda vicinanze con mafie, ‘ndranghete e camorre varie. Una specie di stato di trance collettivo in cui si gioca al vecchio tormentone “il più pulito c’ha la rogna”. Quanto alle varie “feste della democraz ia ”, dette primarie, qualcuno nota che ci va sempre meno gente. Visto quest’ultimo film – a Napoli, ma anche a Roma – non si fatica a capire perché.

mar
8
mar 16

Di rabbia e di vento, martedì 15 la presentazione a Milano

Bene, per chi vuole e chi può… prima presentazione di Di rabbia e di vento. L’appuntamento è per martedì 15 marzo alla Feltrinelli Duomo di Milano, alle 18.30… vi aspetto…

Presentazione Feltrinelli

lun
7
mar 16

Consigli per renzisti sulla tivù di Silvio

Fatto070316Prima le notizie. E dunque, anche se la folla plaudente sta a Cologno Monzese e non a piazza Venezia, diciamolo: la dichiarazione di guerra non è stata consegnata nelle mani di Barbara d’Urso. Lei, circonfusa dalla luce bianca che azzera i segni del tempo, esulta: “L’Italia non andrà in guerra in Libia!”. Lui, Matteo Renzi, che quelle stesse luci virano all’arancione, corregge un po’ “Non andremo in guerra in Libia con cinquemila uomini…”. Un po’ come dire: Barbara, paraculi te salutant!
Ecco fatto, smentito via Barbara l’ambasciatore Usa che aveva parlato via Corriere della sera, il resto è un burbanzoso scollinare verso l’ottimismo obbligatorio. L’Oscar a Morricone, il bonus bebé, i diritti civili con lo sconto delle adozioni, l’omicidio stradale, fino all’imbarazzante metafora del bicchiere che non è nemmeno mezzo pieno, ma pieno per tre quarti. L’altro quarto se lo sono bevuti loro, si direbbe, e si vede che era roba forte. Tutto bene, tutto bello, tanto che quando Barbara lancia la pubblicità uno si chiede: perché, fino ad ora cos’era? E uno distratto potrebbe confondere banche (tutto bene, tranquilli) e glutei tonici, Salerno-Reggio Calabria (tutto bene, tranquilli) e nuvole di cioccolato… l’anima del commercio. Silvio, insomma, era solo vent’anni di prove generali: lo show vero è questo qui. Notizie brutte? Sì, una: nonne e zie non ci diranno più “vai a lavorare in banca che è un posto sicuro”. Il resto è la sua condanna: “Non posso inventarmi sogni miei, perché devo finire quelli degli altri”. Lo trovaste nei Baci Perugina pensereste: che banalità. E poi le pensioni: tutto bene, tranquilli. Poi, alla fine, uno sprazzo di sincerità: il presidente del consiglio annuncia Ivana Spagna, e tocca dargli ragione: i politici non sono tutti uguali. Qualcuno è pure peggio.

dom
6
mar 16

Di rabbia e di vento. Recensione (bella) (grazie)

Max Ferrario, che cura il sito Mixtura, ha letto al volo Di rabbia e di vento. Recensione cliccando l’immagine

Schermata 2016-03-06 alle 20.16.52

 

sab
5
mar 16

Di rabbia e di vento, la recensione su D di Repubblica

La prima recensione di Di rabbia e di vento: Francesca Frediani su D di Repubblica… grazie (cliccare per leggere)

DirabbiaD2

gio
3
mar 16

Anche Casa Pound farà le sue primarie: favoriti Priebke e Kesselring

Fatto030316Riassumiamo per chi era distratto o si è perso strada facendo. Silvio vuole Bertolaso, Salvini vuole Marchini, la Meloni vuole la Meloni, Storace corre per disturbare tutti gli altri, Irene Pivetti ha fatto dire a molti romani la fatidica frase “Ah, ma esiste ancora Irene Pivetti?”. La corsa per trovare un candidato del centrodestra, della destra, dei leghisti e di Irene Pivetti a Roma è complicata ed entusiasmante, pare la stiano studiando alla Nasa per essere pronti, tra qualche anno a incontrare gli extraterrestri: se capiscono questa capiranno anche tutto il resto. Per chi dice che la satira è morta, una notazione in margine: lo slogan di Guido Bertolaso per la corsa alla poltrona di sindaco è: “Uniti si vince”, battuta irresistibile. La parola chiave comunque è “primarie”. Senza dirlo a nessuno della sua coalizione, Salvini ha organizzato le sue, per giungere alla conclusione che non ha vinto nessuno (ha vinto Marchini, per la cronaca) e che bisogna fare le primarie. Ecco dunque i prossimi appuntamenti politici della destra nella Capitale.
GIOVEDÌ 3 MARZO. Primarie dei Balilla. Sono 31, undici dei quali ancora autosufficienti, i Balilla e le Giovani Italiane che voteranno in un gazebo a piazza Venezia, assistiti dalle suorine della carità. I candidati sono tutti morti (favorito Farinacci), ma l’app un tamento ha un grande valore simbolico.
VENERDÌ 4 MARZO. Secondo primarie di Salvini. Soddisfatto dell’affluenza delle prime primarie (quasi 108 persone, ma qualcuno ha votato due volte), Matteo Salvini insiste con la sua idea di chiedere lumi agli elettori. Questa volta i candidati sono un macellaio col porto d’armi pronto a sparare a chiunque non ordini filetto, un tranviere di Bolzano che non aveva mai visto Roma e approfitta delle primarie per visitarla, e Irene Pivetti. Si tratta di primarie aperte, gli elettori dovranno però dimostrare di saper indicare la Brianza su una cartina dell’Europa.
SABATO 5 MARZO. Le primarie di Bertolaso. Vota solo Bertolaso, ma per sbaglio annulla la scheda.
DOMENICA 6 MARZO. Primarie di Giorgia Meloni. Tutti i romani sono invitati. A margine della manifestazione, giochi ginnici, prove di forza, salti nel cerchio di fuoco e premi alle famiglie numerose. Candidati: Giorgia Meloni e Meloni Giorgia, grande incertezza sui risultati, anche se Giorgia Meloni si dice ottimista.
LUNEDÌ 7 MARZO. Primarie di Casa Pound. La simpatica compagine di fancazzisti pelati ha deciso di fare delle primarie private, protette dalle forze dell’ordine e semiclandestine. Incertezza sull’esito delle votazioni, ma si prospetta un testa a testa tra Priebke e Kesselring. Cordoglio per l’esplosione di un gazebo in via Rasella. Lo spoglio dei voti avverrà in via Tasso, dove le schede nulle e bianche saranno torturate per tutta la notte.
MARTEDÌ 8 MARZO. Terze primarie di Salvini. Non contento delle prime due primarie organizzate nella Capitale, il leader leghista ha deciso di riprovarci. I candidati sono un busto in marmo del Foro Italico, in omaggio alla tradizione, un piccolo produttore di taleggio della Val Brembana e il campione nazionale di pesca con la mosca, nomi forti per la rinascita della Capitale. Le operazioni di voto si protrarranno fino a giugno per aumentare l’affluenza ai gazebo, che dovrebbe raggiungere a quel punto almeno le 300 persone, tutte giunte in pullman da Brescia.
Altre manifestazioni elettorali del centrodestra saranno organizzate nei prossimi giorni. Prima però, si terrà un vertice tra gli alleati per decidere alcuni dettagli, come per esempio chi dovrà versare del cianuro nel caffè di Bertolaso, il candidato ufficiale già impegnato nella campagna elettorale e lealmente sostenuto da tutti gli alleati perché, come tutti sanno, “uniti si vince”.

dom
28
feb 16

Di rabbia e di vento. Torna Carlo Monterossi, in libreria dal 3 marzo

DiRabbiaedivento1Bene, gente. Eccolo qui, il nuovo romanzo, il terzo capitolo della serie di Carlo Monterossi, Di rabbia e di vento (Sellerio). Esce tra pochi giorni, il 3 marzo.
Giallo, noir, fate voi che io non so mai dire la differenza, ma insomma, fa sempre impressione quando un libro va in libreria: non è più tuo, è di tutti quelli che lo leggono, ed è giusto così.
Dico subito che ritroverete il buon Carlo (ovvio) e altri protagonisti che stavano già nei due libri precedenti, come il vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi, attivissimo anche fuori servizio, il misterioso Oscar Falcone e altri. E che questa volta l’avventura è nera e dura, una brutta storia di cattivi molto cattivi e di buoni che, come si sa, non sono mai del tutto buoni, ma insomma, è la vita, no?
Milano, per l’occasione, è fredda e battuta da un vento che non se ne va (“E perché c’è quel vento, da giorni, che non smette mai, che frusta tutti, che rende nervosi, che gli vuol dire qualcosa. Ma cosa? Cosa?”). Lo scenario, insomma, è quello solito della città aspirante metropoli, che pare un po’ stordita dopo la festa, l’incoronazione a “capitale morale”, l’ubriacatura di modernità, il ritorno con i piedi per terra: una città con tutto il suo male dentro, dove tutti combattono da soli la loro battaglia. L’inchiesta è difficile, ci si insinuano dentro cose complicate come… vabbé Monterossi la prende sul personale, insomma è rabbioso.
Questa volta non cerca giustizia per sé, ma per una vittima di cui si sente in qualche modo responsabile, di un’innocente che “non se lo meritava” (ma chi se lo merita, poi?).  Non dico altro, naturalmente, (qui c’è il risvolto di copertina che farà capire qualcosa di più).
Il libro arriva il 3 marzo nelle librerie del regno. Non so dire perché ci tengo molto, era nato come una specie di blues e poi è andato per la sua strada, perché quando si lasciano in giro dei fili e delle storie poi succede che si riannodino da sé.
Spero di esserci riuscito e che vi piaccia.
I vostri commenti sono sempre graditi.
Buona lettura.

gio
25
feb 16

Angelino mezzo vuoto e le unioni (in)civili

Schermata 2016-02-25 alle 15.12.31Si volesse darne una definizione scientifica, ecco qui: “Dicesi Angelino Alfano il vino che manca dal bicchiere mezzo vuoto”. Una questione risolta a sinistra – nella sinistra governativo-renzista, non essendone disponibili altre – con un semplice ribaltamento di senso: il bicchiere è mezzo pieno, e piantatela di rompere le scatole.
Così si assiste a numerosi testacoda. Il tweet esultante di Matteo Renzi sulla “svolta storica”, e il rapido accodarsi di chi per un’altra legge (la Cirinnà originaria, con adozioni e tutto) si era battuto, forse davvero, forse per finta, nel Partito della Nazione. O alle proteste delle associazioni Lgtb fuori da Senato contrapposto all’accontentarsi dei loro referenti politici dentro al Senato.
Proprio mentre si legifera sulla famiglia (o su una specie di succedaneo per omosessuali), il famoso motto che Longanesi voleva sulla bandiera (“Tengo Famiglia”) andrebbe cambiato e sostituito con “Meglio di niente”. L’ultima trovata sull’obbligo di fedeltà, perdonate il tocco medievale, aggiunge grottesco a grottesco, si voleva differenziare l’unione civile dal matrimonio etero, ed ecco fatto: niente adozione, separazioni più rapide, niente fedeltà. Matrimoni di serie B. Italiani di serie B. Con la postilla che “Meglio di niente” si può dire di tutto, ma non dei diritti, considerati non negoziabili ma, come si vede, negoziabilissimi, e pure al ribasso.
L’unione civile più riuscita, alla fine, è quella tra Matteo Renzi e Denis Verdini: uno accoglie in maggioranza l’altro al grido di “chi ci sta ci sta”, l’altro sembra il gatto col sorcio in bocca. Il “meglio di niente” rimbomba negli echi della propaganda, mentre Verdini e i suoi – la continuazione del berlusconismo con altri mezzi – sembrano dire “meglio di così non poteva andare”.
Resta l’amarissimo sapore di una “questione di coscienza” diventata una questione di fiducia e di allineamento, di disciplina di partito, di bicchiere mezzo vuoto che tocca dichiarare mezzo pieno. Vince Alfano, insomma, e qui si potrebbe divagare. Perché, insomma, si buttò a mare il proporzionale per non dover sentire più parlare di ago delle bilancia e di compromessi, quando l’ago della bilancia aveva il dieci per cento.
E ora, modernissimi ed efficienti, l’ago della bilancia ha lo zero virgola, qualche ministro, molti sottosegretari e guida, di fatto, il governo “più di sinistra degli ultimi trent’anni”, cit. Matteo Renzi, febbraio 2014). E succede così che riflettori, applausi, consenso e piaggeria siano riservatI a Renzi, mentre invece governa Alfano, il vino che manca al bicchiere mezzo vuoto.
(clicca sull’immagine per leggere dal sito di pagina99)

gio
25
feb 16

Niente corna, siamo etero: i gay invece possono tradire

Fatto250216Attenzione, concentrati, seguite. Test per solutori più che abili. Se ti sposi una donna e sei un uomo hai obbligo di fedeltà. Se sei una donna che sposa un uomo, uguale. Se sei un uomo che si sposa un uomo puoi fare – lo dico in francese – un po’ il cazzo che vuoi, avere sei amanti, due concubine, sei gatti, la moto e un servo muto come Zorro.
Questa strabiliante libertà cesserà nel momento in cui l’uomo lascia il suo uomo e si sposa con una donna. O una donna lascia la sua donna e si sposa con un uomo. In quel caso, fine pacchia, obbligo di fedeltà con timbro dello Stato. Possono sposarsi tra loro anche i due lasciati, ovvio, ma in quel caso dovranno giurarsi fedeltà (una specie di upgrade). Voluta dall’astuto Alfano e dai suoi concubini dell’Ncd per distinguere le unioni gay da quelle etero (avevano provato prima negando l’obbligo di barba), la norma rischia di scatenate l’Armageddon.
Le coppie etero infedeli invidieranno il finto matrimonio dei gay, le coppie gay fedeli invidieranno il matrimonio vero tra etero, tutti faranno in ogni caso, com’è giusto che sia, quello che gli pare, con la certezza granitica che uno Stato che non sa dare diritti uguali a tutti, non sa dare nemmeno uguali doveri.

 

 

mer
24
feb 16

Il canguro è deceduto: pronti il topo morto, il coguaro e la peste nera

Fatto240216Comunque finisca la questione dei diritti delle coppie omosessuali, una cosa è certa: si è passati in due giorni dal voto “di coscienza” al voto di fiducia, un testacoda notevole dettato da un grave lutto in famiglia: è morto il super-canguro, una creatura inquietante che si nutriva di emendamenti (per lo più gli dava da mangiare Calderoli con le sue milionate di stupidaggini generate da un software, come se Calderoli avesse bisogno di un software per produrre cazzate). Ecco dunque una democrazia matura che riesce ad approvare le sue leggi solo in due modi: o con trucchetti regolamentari come il canguro, o con la fiducia, e vabbé. Ma non sottilizziamo, corriamo ai ripari, piuttosto. Urge cercare altri espedienti tecnici da applicare al Senato in caso di votazione, ora che il canguro è tristemente defunto. Ecco qualche suggerimento.
Il topo morto – Nascosta nelle pieghe del regolamento, questa procedura parlamentare consente al presidente di turno di sgomberare l’aula per questioni igienico-sanitarie e, nel parapiglia, di votare velocemente a favore del governo. Prassi poco seguita finora, ma considerata legittima da tutti i più grandi costituzionalisti che abbiano partecipato alla Ruota della Fortuna. Spiace un po’ per i titoli dei giornali che saranno più o meno così: “Topo morto, passa la legge”, o addirittura: “La maggioranza vive grazie al Topo morto”, ma si potrà rimediare con una legge sulla stampa (facendola passare al Senato con il Topo morto, ovvio).
Bagni a scomparsa – Piccola forzatura regolamentare, considerata “legittima” da tutti i costituzionalisti toscani. L’installazione a Palazzo Madama di nuovi servizi sarà occasione di conferma e rilancio per la maggioranza di governo al Senato. Si tratta di speciali toelette riservate all’opposizione, a cui però, purtroppo, si blocca la maniglia dall’interno. Attivate nelle ore prima del voto dovrebbero garantire un discreto margine alla maggioranza, tanto più che i cinquestelle, per risparmiare sull’acqua dello scarico e salvare il pianeta, ci entrerebbero in gruppo. Per motivi umanitari e per garantire il sereno svolgimento della democrazia, i commessi riapriranno le porte dei bagni a votazione avvenuta.
Il coguaro – Se il super-canguro sapeva saltare tutti gli emendamenti dell’opposizione, questo qui, semplicemente, se li mangia. Scovato da un oscuro deputato pd all’articolo 3.451, comma 610, riga 11, con rimando alla nota di pagina 813, casualmente scritta in islandese, si tratta di una procedura abbastanza semplice: chi presenta più di un emendamento verrà chiuso in una stanza con il coguaro, opportunamente tenuto a digiuno per giorni. Approvato da tutti i costituzionalisti che recitano poesie di Borges che chissà di chi sono, il coguaro snellirà di parecchio le procedure di votazione.
La peste nera – Rintracciata in un antico regolamento del Senato datato 1634 (un falso?, si chiede qualcuno), questa inconsueta prassi parlamentare consiste nell’infettare gli emendamenti sgraditi al governo e aspettare gli eventi. Quando i senatori dell’opposizione verranno portati via dai monatti, si potrà dare il via alle votazioni. Tutti i costituzionalisti tifosi della Fiorentina sostengono che la prassi è un po’ desueta, ma in fondo corretta e funzionale al buon svolgimento della democrazia parlamentare.
Verdini da riporto – Se tutte le procedure democratiche sopra descritte non dovessero funzionare, non resta che l’estrema ratio: affidarsi a Denis Verdini. Partendo alla mattina di buon ora, attraverso i campi, nella bruma, Verdini porterà a casa verso il tramonto qualche senatore disposto a votare con la maggioranza. Si tratta di una prassi parlamentare a metà strada tra l’evangelizzazione, l’ipnosi e la caccia al fagiano. Tutti i costituzionalisti dotati di slide concordano: funziona.

gio
18
feb 16

Consigli per la Borsa: vendi l’anziana, compra il banchiere (toscano)

Fatto180216L’impressionante ottovolante delle Borse, ieri meno settantadue, oggi più dodici, deciso rimbalzo, miliardi bruciati, doccia scozzese, eccetera eccetera (riempite a piacere), getta tutti in uno stato di profonda incertezza. Molti credono che questo non avrà alcuna incidenza sulla vita quotidiana delle persone, ma si sbagliano. Abbiamo chiesto alle maggiori agenzie di rating un voto su alcuni dei principali asset italiani, ed ecco il risultato.
Banchiere italiano – Questo titolo, molto contrastato, non sembra dare le garanzie adeguate. Il banchiere italiano passa metà del suo tempo a dire ai giornali che va tutto benissimo e l’altra metà in sala rianimazione dopo aver visto le quotazioni del suo istituto. Se avete questo titolo in portafoglio, vendere subito o affibbiare a qualche obbligazionista inesperto, magari cieco. Giudizio: BB–
Banchiere italiano toscano – Per una stranissima distorsione psicogeografica, le banche situate nel raggio di cinquanta chilometri da Rignano sull’A rno, misteriosamente, vanno benissimo. Qualcuno dice che il fenomeno sia dovuto alle onde gravitazionali, qualcuno invece dice che c’entra il sottosegretario Lotti. L’investitore valuti attentamente, ma il consiglio è di comprare. Giudizio: AAA+++
Vedova con pensione di reversibilità – Titolo in picchiata in questi giorni. Anche se il governo smentisce, il ministro Poletti smentisce, tutti negano, non è poi così difficile per gli italiani veder volare all’orizzonte un enorme uccello padulo chiamato “r a z i on a l i zz a z i o ne ”. Il prospetto illustrativo dice taglio non ci sarà, tranquilli. Un po’ come accaduto alla Sanità: il taglio non c’è – e vergogna chi lo dice –ma intanto, guarda un po’, vi pagate le analisi. Titolo rischiosissimo anche a lungo termine, vendere subito. Giudizio B—
Ricercatore italiano – Titolo molto interessante, perché assai vivace su molti mercati. Per esempio va forte in Olanda, Germania, Gran Bretagna, mentre in Italia potete osservarlo nelle Università, impegnato a litigare per due matite e un microscopio. Per diventare re del listino, questi titoli devono superare decine di dure prove: emigrare, lavorare all’estero, ottenere premi, riconoscimenti, finanziamenti da istituzioni internazionali, fino alla pacca sulla spalla della ministra Giannini, fiera di non averli finanziati lei. Consiglio: comprare ma non reimmettere sul mercato italiano dove finirebbero a scannarsi per due buoni pasto. Giudizio AA+
Cassintegrato – Ecco un investimento un po’ rischioso, che si consiglia di bilanciare nel proprio portafoglio, ma soprattutto, attenti alle quotazioni! Secondo le slide del promotore, le ore di cassa integrazione sono quasi dimezzate, mentre secondo gli osservatori più attenti si sono dimezzate solo le provincie che forniscono i dati, per cui il valore del titolo non è chiaro, e i cassintegrati sono molti di più di quanto si dica ufficialmente. Titolo sconsigliato per investimenti a lungo termine. Giudizio BB–
Diciottenne italiano – Investimento dinamico e interessante, incassa un dividendo di 500 euro come regalo di compleanno. Titolo adatto alla speculazione di breve termine, perché già a diciannove anni sarà sospeso per eccesso di ribasso. Giudizio: AA++
Ministro – Fino a poco fa titolo solido e di sicuro realizzo, sta lentamente perdendo appeal, ma resta tra gli asset migliori. Pochi governi al mondo hanno un ministro degli Interni che lotta come un leone da mesi contro un disegno legge del governo, per esempio, e non mancano i casi Franceschini (inseguito dagli archeologi) o Giannini (inseguita dai ricercatori), o Poletti (inseguito dai numeri). Il consiglio è sempre quello: cercare di bilanciare gli investimenti. Per un ministro che parla troppo, per esempio, acquisire un paio di sottosegretari centristi o verdiniani. Giudizio: AA–

mer
10
feb 16

Slide, gufi e censura

Fatto100216Si intitola #ventiquattro. Dura due minuti e 54 secondi, la musichetta è evocativa e incalzante stile pubblicità delle merendine. È un videoclip per collezionisti di kitsch, estimatori del culto della personalità e renzisti post-ironici. Se non avete ben sviluppate queste caratteristiche riderete un bel po’, perché Kim Jong-Un, Silvio Berlusconi, Maradona, e Gengis Khan, in quanto a ego, ne escono come dilettanti.
Il video è piazzato in bella mostra nel sito ufficiale-ufficialissimo del governo italiano. E “ventiquattro” sarebbero i mesi del governo di Matteo Renzi, che vedrete nel video. Nel senso che uno vorrebbe anche guardare la clip celebrativa di cotanta abilità di comando, ma purtroppo c’è sempre Renzi in primo piano, si finisce a vedere solo lui e vien da dire: oh, spostati, non vedo niente! C’è Matteo con (prendete fiato): bambini, operai, alpini, pallavoliste, Obama, mamme, imprenditori, Cameron, marinai, astronauti, registi ex “de sinistra”, tenniste, frecce tricolori, Putin, Bono degli U2, pompieri, studenti, leader mondiali e tornitori. Da deplorare l’assenza di trapezisti, vigili urbani e serial-killer, ma non si può avere tutto. L’unico che compare senza Matteo al fianco è il presidente Mattarella durante il giuramento e si intende: questo l’ha fatto Matteo, prima mica esisteva. Non si parla quasi mai, ma se si parla – indovinate! – parla lui: di quanto sono belle le riforme, di quanto è bravo, di quanto a tratti commosso e turbato, che l’attore – se serve – ha pure i toni drammatici. Il video si può vedere anche su Youtube, ovvio, perché la propaganda è virale. Siamo smart, pop e friendly. E anche un po’ paraculy, dato che sotto il filmato campeggia la scritta: “I commenti sono disabilitati per questo video”. Censura preventiva, insomma. A prova di gufo.

mer
10
feb 16

Gondolieri, forzisti e persino Passera: tutti in soccorso di Sala

Fatto100216Ora che Giuseppe Sala (Beppe) è ufficialmente il candidato sindaco di Milano per la sinistra, il centro sinistra, il centro-centro-sinistra, il centro, i liberali, gli imprenditori, gli immobiliaristi, i poteri deboli, i poteri forti, e Matteo Renzi (astenute le mondine), può cominciare a comporsi il grande Risiko delle elezioni per il sindaco della capitale morale. Già sul palco del teatro milanese in cui è stato proclamato vincitore delle primarie si intrecciavano piani arditi e spericolate strategie. Esempio? La sinistra voterà per Sala? E se no per chi? E Sala saprà fare ciò per cui è stato incoronato, cioè attrarre i moderati di destra? E la destra saprà fare qualcosa di meglio che candidare a sindaco una specie di Sala in sedicesimo che faccia e dica tutto quello che fa e dice Sala, ma con dietro il sorriso beato del fu Silvio? Tutte domande che avranno risposta in pochi mesi, ma intanto, per portarci avanti col lavoro (siamo pur sempre a Milano…) conviene esplorare la nuova frontiera, cioè il divertente puzzle di liste civiche, liste di fiancheggiamento, gruppi di sostegno, candidature di appoggio e altro ancora. Ecco una mappa possibile.
Gli anti-Sala per Sala – Sconfitti alle primarie ma non paghi, brillano per realismo e pragmatismo e sperano di ottenere buoni risultati con i quali poi condizionare Sala, pur essendo contrari a Sala. Il diabolico piano è di non amare Sala ma di vantarsi il giorno dopo le elezioni comunicando al mondo che se Sala ha vinto è anche merito loro.
Forza Italia per Sala – Spesso la calma è la virtù dei forti, ma nel caso della destra milanese pare più la virtù dei morti. Il geniale intento di presentare un candidato sindaco qualche giorno dopo l’elezione del sindaco (giugno? Ma fa caldo, forse settembre) era suggestiva ma un po’troppo creativa. Dunque, pare, si dice, si mormora, insomma è certo, che la destra presenterà Stefano Parisi, un manager (come Sala), che ha lavorato per una giunta di destra (come Sala), ma senza la medaglietta dorata di Expo. In sostanza una fotocopia sbiadita, che spingerà molta parte dell’elettorato di destra a votare per l’originale (Sala) e non per la copia (precedente: quando al comune di Firenze la destra verdiniana oppose al candidato Renzi un ex portiere del Milan).
I gondolieri per Sala–Essendo una delle proposte forti di Sala ( l’unica che si sappia) quella di riaprire i Navigli, la lobby dei possessori di gondole lo appoggerà senza meno. Si tratta dello 0,0000001 degli elettori milanesi, più di quelli di sinistra con le idee chiare, ma meno dei cinesi.
Corrado Passera per Sala – Se anche la destra milanese avesse per avventura qualche chance di vittoria, ci pensa l’a itante ex-banchiere a distruggerla. Da settimane la città è tappezzata di manifesti con Corrado Passera che dice “Basta con la sinistra”, cioè la stessa cosa che direbbe un candidato berlusconian-salviniano. Vedere la destra fare quello che di solito fa la sinistra (cioè dividersi su due liste contrapposte) stringe il cuore e riempie di speranza. Si tratta in ogni caso di un oggettivo appoggio a Sala.
5Stelle per Sala –Candidando una perfetta sconosciuta, Patrizia Bedori, grazie al voto di trecento militanti, il movimento di Grillo decide in pratica di non giocare la partita milanese, ricordando a tutti che non giocare è il modo migliore per non perdere. Può essere, come dice qualcuno, che i 5Stelle diranno la loro in un eventuale ballottaggio, dividendosi tra chi andrà al mare e chi andrà in montagna.
Sala per Sala – È la componente più forte a sostegno di Giuseppe Sala. Comprende lui, i famigliari, i militanti del Pd che obbediscono alle indicazioni di Renzi, una buona fetta di Cielle, liberali, moderati, ex elettori di destra ed ex assessori della giunta Pisapia in cerca di lavoro.

lun
8
feb 16

Giuseppe Sala sul palco della Nazione, sipario a sinistra

salapag99Sono le 23 e sei minuti quando Giuseppe Sala, detto Beppe, entra tra gli applausi nel Teatro Elfo Puccini, acclamato come nuovo sindaco di Milano e non – come la cronaca vorrebbe – soltanto candidato. Parte a tutto volume Heroes di David Bowie, e vabbé, dettagli. La forbice che lo divide dalla seconda classificata. Francesca Balzani, non è ampia come si credeva (24.961 voti contro 20.056), e anche il terzo classificato, Pierfrancesco Majorino se l’è cavata bene (13.589). Del quarto aspirante, Antonio Iannetta, votato più o meno dai parenti (432), non è il caso di dire, ma insomma, quel che si mormora in teatro, dalla parte degli anti-Sala, è che il tafazzismo ha vinto ancora e che le due sinistre di Balzani e Majorino, correndo divise, consegnano Milano al manager spinto da Renzi, votato da Cl, endorsato da Verdini e incoronato re dell’Expo.
Corsi e ricorsi: cinque anni fa (era il 31 maggio del 2011), in quello stesso teatro si celebrava il battesimo di una delle pochissime cose di sinistra funzionanti in Italia, l’esperienza arancione di Giuliano Pisapia. E oggi, senza malizia, se ne celebra il funerale. Il candidato sindaco del centro sinistra a Milano (o del pd tout-court) è stato per anni il direttore generale del Comune gestione Moratti. Come dire un ribaltone notevolissimo. Lo spirito quasi risorgimentale che aveva accolto Pisapia muta oggi in Restaurazione piena, il che – dice qualcuno – racconta bene di come la moderna città di Milano non sia così diversa dalla morta gora della politica romana: un uomo di destra alla guida della sinistra.
Sul palco del Teatro Elfo Puccini domina quel che ha dominato – al netto di qualche minuscolo sgambetto – durante la campagna elettorale, cioè un appiccicoso fair-play. Nessuno tira in ballo i cinesi beccati a fotografare la scheda elettorale – come si fa in certi posti calabri e siciliani – e la loro massiccia partecipazione (le interviste e i filmati sono a tratti esilaranti), ed è giusto così: nessuna polemica, nessun complottismo. Milano, da sempre laboratorio politico nazionale (da qui venne Craxi, da qui venne Silvio buonanima, da qui venne anche l’eccezione Pisapia), si mostra oggi allineata e coperta alle scelte nazionali, e Sala è un sindaco perfetto per il renzismo: non è un politico (basta Lui), non è uno stratega (basta Lui), è un funzionario (basta a Lui), una specie di prefetto, una continuazione di Matteo Renzi con altri mezzi. Perfetto. Assai divertente lo scenario se verrà confermato come sfidante di destra quello Stefano Parisi che fu anche lui direttore generale della Milano morattiana, una specie di derby Milan-Milan, o Inter-Inter. Insomma, due candidati, uno di destra e uno di sinistra, con la stessa identica storia: di destra. Fin qui la bella serata a teatro.
E poi c’è Milano. A votare alle primarie sono andati in 60.900, bella cifra anche se lontana dai 67.000 che votarono a quelle vinte da Pisapia. Più che i numeri, in questo caso parla il clima: poco entusiasmo, battimani moderati, nessuna esultanza, come avviene in quelle partite di cui si sa già il risultato. E anche le promesse elettorali, tutte un po’ annacquate: scoperchiare i Navigli (Sala) o mezzi pubblici di superficie gratis (Balzani) non sono cose che scaldano i cuori come cacciare la “junta” Moratti dalla città. Non si farà né l’una né l’altra cosa, ovvio, e anche tutte le belle parole sulle periferie resteranno periferiche. Milano, con un certo spirito conservativo, si aggrappa al suo sogno appena finito, l’Expo, si affida a chi l’ha saputo portare fino in fondo e a chi ne ha sostenuto la narrazione di operazione vincente. Anche le richieste di far vedere i conti di quella vittoria, per ora soltanto presunta, sono cadute nel vuoto, e si capisce ora che erano soltanto piccole schermaglie. Brindano oggi i renziani di stretta osservanza, Cl che si credeva ferita a morte e ha ora un candidato sindaco vincente, i poteri forti che con un manager tratteranno come in un consiglio d’amministrazione, e i critici del “partito della Nazione” che potranno tuonare il loro noiosissimo “io l’avevo detto”.

Il teatro si svuota lentamente tra chiacchiere e sigarette fumate al freddo: qui c’era stato il battesimo della sinistra al governo della città, qui si è svolto il festante funerale, e di sinistra a Milano non si parli più. Anzi no. Al bar del teatro, se chiedi una Coca-cola ti dicono che hanno solo quella de L’Altromercato, equo e solidale. Ecco. Parola d’ordine: accontentarsi.

sab
6
feb 16

I bambini ci guardano, ma soprattutto noi guardiamo loro

bambinipag99E dunque bene, bello, evviva. Il piccolo Murtaza incontrerà Leo Messi. Il calciatore più famoso del mondo (da anni) abbraccerà il bambino più famoso del mondo (da giorni), un piccolo, tenerissimo cinquenne, afghano della provincia di Ghazni. Suo zio (afghano che vive in Australia) ha postato su Facebook le foto di Murtaza che gioca nella neve con una casacca ricavata da una busta di plastica, a righe bianche e azzurre (nazionale argentina), il numero dieci, il nome di Messi. Tenerezza planetaria e missione umanitaria: la Federcalcio afghana fa sapere che Murtaza volerà a Barcellona (che Messi possa volare in Afghanistan è escluso), e noi vedremo presto  altre foto: un bambino felice, un campione tanto umano. Rallegriamoci. Il piccolo Murtaza, insomma, ha svolto egregiamente (e da innocente, ovvio) il ruolo che su Facebook e nella grande fabbrica delle emozioni collettiva svolgono i gattini. Teneri, fragili, innocenti, un po’ pazzi. Un bambino (meglio: un bambino povero che tira calci a un pallone nella neve), un sogno, una fotografia, una grande consolazione per tutti.
Un altro bambino famoso: Aylan, un’altra foto, la spiaggia di Lesbo e lui riverso lì come un fagotto. Scosse le coscienze, si disse, scosse il mondo. Venne usato in ogni modo. Matteo Renzi, che in altre occasioni ha tuonato la sacrosanta frase «non si strumentalizza chi muore», lo mostrò alla folla durante il comizio di chiusura della festa dell’Unità a Milano (6 settembre scorso) dicendo alla regia: «Franco fai vedere la foto di quel bambino?…». Aylan era in quel caso un simbolo e un memento, e una tragedia certo. Ma era una tragedia che serviva mostrare. Aylan ha salvato altri bambini? Oppure è servito solo per la polemica e la battaglia politica? E i bambini che ora annegano nell’Egeo, perché ci sembrano meno annegati di quelli che annegavano (e ancora annegheranno) nel Canale di Sicilia? Forse perché siamo cinici? O perché la commozione, come i gattini di Facebook, dura pochi secondi? O perché non siamo bambini, forse?
Fatto personale: nel 2003 in un corsivo per Ballarò, mostrai, in un veloce montaggio, piccoli afghani nascosti in una grotta sotto i bombardamenti americani. Carlo Giovanardi, ai tempi favorevole a quelle bombe che portavano democrazia (s’è visto…) si imbizzarrì di brutto e diede dei “nazisti” agli autori del corsivo, dicendo che i nazisti, Hitler, Goebbels, usavano i bambini per la propaganda. Anni dopo (oggi) Carlo Giovanardi è (ri)sceso in piazza insieme ad altre migliaia di persone per dire che i bambini non possono essere adottati da una coppia omosessuale, che hanno bisogno di un papà e una mamma, che non possono nascere da uteri in affitto, ma solo di proprietà, con l’argomento forte che ‘sto affitto si paga a madri poverissime – ma sul perché le madri siano poverissime, e come aiutarle, nemmeno una parola.
Visto? I bambini servono sempre. Potevi bombardarli, sì, ma non dargli due genitori dello stesso sesso. I bambini non sono uomini piccoli, anzi. Sono uomini che valgono di più, a livello simbolico. Sono gattini su Facebook. Sono una molla sicura non tanto di indignazione, ma di pietà. Sì, sono perfetti generatori di compassione. E allora ecco: i bambini siriani dietro i fili spinati europei. O che lavorano in Turchia per le griffe della moda. Quelli “costretti a farsi esplodere” da Boko Haram, quelli che piangono quando Angela Mekel dice «Non possiamo accogliere tutti», e poi però vengono accolti e arriva il fotografo.
Ecco fatto. I bambini piacciono sempre, inteneriscono, sono la perfetta incarnazione dell’innocente davanti all’adulto colpevole. Ma tutto questo funziona per i singoli bambini. Murtaza. Aylan. Non i bambini, insomma, ma quel bambino, in quella particolare situazione, in quella particolare foto, in quel particolare contesto, dove possa essere tirato di qua e di là a seconda degli intenti politici, o polemici, o di propaganda. Poi ci sono i bambini. Gli altri, tutti gli altri. Per esempio i tre milioni di bambini sotto i cinque anni che ogni anno muoiono per fame e malnutrizione, per acqua putrida, perché il mondo non è attrezzato per nutrirli. Ottomila al giorno. Difficili persino da immaginare, troppi gattini per una pagina Facebook, meglio commuoversi sui casi singoli, il privato paga sempre, il collettivo disturba, la massa non fa notizia. E dunque? Una moratoria sui bambini? Silenzio stampa? Cinismo e far finta di niente?
Non è un discorso per bambini, certo, è un discorso per mass-media, e quindi morirà nel vuoto, chissenefrega, irrilevante, che noia, pussa via. Perché sarà anche vero che i bambini ci guardano, ma è soprattutto vero che noi guardiamo loro. Che li usiamo, che li esibiamo alla bisogna. Sofferenti, o morti, o vivi ma vietati, o vivi ma da regolamentare, con o senza stepchild adoption. Che servono per la pancia e per i cuore. Che servono ai sospiri e alle lacrime, a placare le coscienze e a confermarci la nostra precaria umanità contemplativa.

mer
3
feb 16

Ora è chiaro: l’ordine di coprire le statue è stato dato in inglese

20160203primailfattoquotidiano“Pianga, Malaussène, pianga in modo convincente. Sia un buon capro”. Chi ricorda le avventure di Benjamin Malaussène, il capro espiatorio perfetto di Daniel Pennac, può farsi un’idea abbastanza precisa del potere e dei suoi costi umani. Costi per i capri espiatori, ovvio, gente sacrificabile ai piani bassi o medi della piramide, utilissimi per salvare il vertice irritato dagli errori dei sottoposti, che deve risultare intonso. Così, quando riecheggia il classico dei classici, la frase ultimativa e minacciosa “chi ha sbagliato pagherà”, staffilata nei comunicati e nelle dichiarazioni dal Lider Maximo, c’è qualcuno che trema: l’antica saggezza popolare sa che forse qualcuno pagherà, sì, ma non necessariamente chi ha sbagliato. Anzi, pagherà chi è sacrificabile e disposto a sacrificarsi. In soldoni, e tagliando la questione con l’accetta, chi è pagato per pagare nel caso (frequente) vada storto qualcosa. Il mondo ha bisogno di Malaussène, e il mondo renziano ancor di più.
Ora, ci siamo mestamente abituati all’idea che nel Paese dei misteri non si sappia ancora tutto su cosucce come Piazza Fontana, Ustica, le grandi stragi, il sequestro Moro, varie ed eventuali. Però stupisce che non si riesca a sapere bene e con esattezza chi ha fatto installare pannelli nascondi-cazzo alle statue del musei capitolini in occasione della visita del presidente iraniano, un’indagine per cui, obiettivamente, non servirebbero Philip Marlowe o Sherlock Holmes. Le ultime notizie dicono che pagherebbe (con una specie di commissariamento e poi col pensionamento) il capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi, signora Ilva Sapora, anche se la dinamica dei fatti non è chiara, e la relazione interna (la famosa inchiesta annunciata come una specie di Armageddon, condita di “chi ha sbagliato pagherà” e di “l’ira di Renzi”) parla di misunderstanding (in inglese fa fico, sì, ma vuol dire che ci sono state incomprensioni). Quali incomprensioni risulta incomprensibile, non ce le dicono, non le chiariscono nemmeno ora che sarebbero chiarite. Insomma, basta un po’ di fantasia per immaginare i quiproquò, gli ordini incrociati che si confondono, le entrare e le uscite come in una pièce di Feydeau, le direttive capite male, applicate peggio e via così. Niente, non sapremo mai, a conferma che – grandi o piccoli – i misteri restano misteri.
Sul capro espiatorio di turno, intanto si addensano le nubi del sospetto e si rilanciano colpe: la signora Sapora-Malaussène non sa l’inglese, dettaglio che lei stessa ammette e che crea grande scandalo sui media. Possibile? Davero-davero? Dunque l’ordine di coprire le statue è stato dato in inglese? Ed è per confonderla e gettarla nello sconforto che nella severissima (!) indagine interna si usa la parola misunderstanding, invece di dire semplicemente “confusione”? E se la signora – provvidenzialmente vicina alla pensione – non sa l’inglese (reato federale) non lo sapeva nemmeno prima, giusto? Quando faceva, senza confusioni e misunderstanding il suo lavoro di capo del Cerimoniale di Palazzo Chigi.
Insomma, il tutto non pare una cosa seria, ma intanto la faccenda è scivolata dalla prima pagina (dove campeggiava anche sulla stampa estera) alle pagine interne, poi smotterà nei trafiletti delle “brevi”, vicino al cane che sa contare e al prosciutto di maiale clonato, e noi resteremo lì, felicemente immemori, senza risposte a una faccenda che ha avuto eco mondiale e che tra qualche giorno sarà derubricata a quisquilia. Perfetto. Il “chi ha sbagliato pagherà” resterà sospeso come la nebbia sui campi al mattino presto, “l’ira di Renzi” si concentrerà su nuove questioni, altri Malaussène si faranno strada, in attesa di essere sacrificati, e chi ricorderà la faccenda in futuro sarà considerato un fastidioso provocatore. Insomma, tutto chiarissimo.

mer
27
gen 16

Liceali, tutti al lavoro in estate. Come e dove? Questi sono dettagli

20160127primailfattoRuspante come una sagra di paese e sbuffante come una trebbiatrice in action, il ministro del lavoro Giuliano Poletti lo aveva detto: i ragazzi italiani fanno troppe vacanze, non come lui che mungeva le mucche a sei anni, o i suoi figli che d’estate andavano a spostare le cassette della verdura. Insomma, una lezione di vita, una madeleine degli anni Cinquanta, tipo quei nonni che dicono ai nipoti: “a te ti ci vorrebbe una bella guerra”. Ecco, il folklore è sistemato, e passiamo alle leggi dello Stato, piuttosto folkloristiche anche loro. Perché con la famosa “buona scuola” dovrebbe partire anche quella “innovazione storica” (cfr, la ministra Giannini) che è l’alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria. Un discreto numero di ore (400 per gli istituti tecnici e 200 per i licei, su tre anni) in cui i ragazzi, alla fine della scuola, cioè a giugno, verranno smistati in aziende, consorzi, associazioni, istituzioni culturali, fabbriche, cascine, musei, start-up (sempre metterci le start-up, che fa fico) eccetera, eccetera. Quanti ragazzi? Almeno mezzo milione quest’anno e, a regime, un milione e mezzo: una specie di migrazione biblica.
C’è anche il manuale d’uso, complesso e trionfalistico (vi risparmio la retorica renzista e le parole inglesi), ricco di spiegazioni. Ad esempio si istituisce il “Registro nazionale delle imprese” disposte a fornire accoglienza e formazione, ma poi si dice (pagina 16) che non è necessario stare in quell’elenco per ospitare studenti in cerca di stage: basta che ve li pigliate.
Tutto pomposo e trionfante, tutto bello e luccicante. Finché non si entra in una scuola.
Se gli istituti tecnici conoscono un po’ la questione, la sarabanda riguarda i licei. Dove mandare migliaia di sedicenni affamati di vacanze dopo nove mesi di lezioni? Dove fargli incontrare il mondo del lavoro che li stupirà con il suo sistema etico, produttivo, culturale? Mistero. Nelle circolari dei presidi, nelle assemblee dei genitori, nelle mail accorate che girano tra le famiglie c’è un’agitazione che somiglia al panico. Musei, associazioni, istituzioni culturali non possono assorbire una simile massa di “volontari” obbligati ad esserlo, e a volte non vogliono, o non possono. Perché, dannazione, serve un tutor (eh, già) educativo, e anche un tutor (eh, già) aziendale… insomma, serve gente che ci lavori, e chi paga non si sa. I ragazzi, ovvio, lavorerebbero gratis, che forse è il fine ultimo del disegno: abituarli. E poi servono assicurazioni varie, che un liceale di Caserta o di Sondrio non esploda in un laboratorio di chimica o non finisca sotto un trattore.
Nelle scuole, specie nei licei, è il si salvi chi può. Genitori perplessi si chiedono come mai il figlio, piegato per mesi su Ovidio, debba finire in una stalla o in un ufficio a completare il proprio “percorso formativo”, i ragazzi ridono e scuotono la testa, i presidi fanno miracoli di creatività. Tipo inventare “l’impresa simulata”, cioè in molti casi finirà con gli studenti in classe, in giugno, che fanno finta di fare un’azienda: siamo a un passo dall’Allegro chirurgo, ma meno divertente e, soprattutto, obbligatorio. Le belle parole inglesi, la strabiliante riforma, le sorti luminose e progressive, i toni da rivoluzione culturale (via, via, tutti spostare cassette, non avete sentito il sor Poletti?) si infrangono contro la realtà. Le lettere dei presidi ai genitori per chiedere se non abbiano per caso un’aziendina, un’attività, un laboratorio dove piazzare qualche alunno e far bella figura nelle statistiche, stringono il cuore. La buona scuola, l’alternanza, la formazione, il project work, il problem solving, l’action-oriented learning finiscono lì: dai, su, prendete qualche liceale, fategli fare le fotocopie ed è fatta: siamo o non siamo modernissimi?

mer
20
gen 16

L’idraulico Verdini e il voto a Renzi per interposta persona

Fatto200116“Affiliato” non è una bella parola, in italiano. Non è colpa del vocabolario, ma della storia: “affiliato” sa di società segrete, di club non proprio commendevoli, di patti oscuri. Dunque diciamo che Denis Verdini, che maneggia bene quasi tutto – finché non lo beccano – lascia un po’ a desiderare per quanto riguarda le scelte lessicali: “Non saremo una componente del Pd, ma qualcosa che si affilia”. E ancora: “Andremo per conto nostro ma affiliati”. Insomma, una sottomarca, un farmaco generico: vuole l’aspirina? Oh, no, l’aspirina no, mi dia una cosa uguale ma con un altro nome. Et voilà Verdini y los Verdinos. Spesso il linguaggio giornalistico è pigro e si ferma al primo canone, e quindi Verdini y los Verdinos diventano “stampella” di Renzi, del suo governo, delle sue riforme eccetera eccetera, una specie di pronto intervento, di squadra di emergenza che aspetta col motore acceso, e se qualcuno del pd dovesse fare i capricci e battere i piedi, ecco che arriverebbero loro – magari con le sirene e i lampeggianti – a risolvere la questione: è bello avere degli amici, pardon, degli affiliati.
Denis Verdini usa immagini più ficcanti e fantasiose: “Sono l’idraulico di Renzi”. Nel senso che se il rubinetto del Pd a sinistra perde un po’ (mugugni e grida), lui fa la valvola di sicurezza a destra: Perdite? Infiltrazioni? Fastidiosi sgocciolamenti? Niente paura c’è l’idraulico Verdini, pronto intervento servizio accurato, lavoro ben fatto. Sarebbe interessante sapere i prezzi, e se fa la fattura.
Se l’idraulico affiliato Pd parlasse solo della situazione parlamentare – quando non avete in numeri al Senato arrivo io – la cosa non sarebbe poi così strabiliante: un governo nato con una manovra di palazzo non si scandalizzerà certo per l’arrivo di una pattuglia che lo sostiene, e la sensazione è che se votassero le riforme potrebbero affiliarsi anche i venusiani, i seguaci di Pol Pot e i reduci della prima guerra mondiale. Ma Verdini va oltre, non parla solo di eletti, ma di elettori, con un ragionamento assai semplice: qualcuno avrà dei problemi a votare Renzi, perché è del Pd, allora voterà per noi, e noi porteremo a Renzi i suoi voti. Un voto per procura, insomma, una cosa tipo: senti, fammi un favore siccome mi sta sulle palle il panettiere vai tu a comprarmi il pane. Verdini è convinto in questo modo – affiliandosi – di portare a casa trenta-quaranta parlamentari, quanto basterebbe per il pronto intervento idraulico nel caso il rubinetto a sinistra perdesse, pur in presenza di un premio di maggioranza mostruoso come quello previsto dall’Italicum. Il discorso quindi si sposta: non il povero Verdini y los Verdinos, ma il povero elettore ignoto che vuole votare Renzi, ma anche non vuole, è incerto, dilaniato, non sa che fare, vacilla, tentenna, teme di finire per votare “i comunisti” (ahah) e allora sai che fa: vota Verdini e ci pensi lui. Non è solo una lezione sul cinismo della politica, ma un saggio sulla confusione mentale. Anche perché non si capisce cosa possa frenare un elettore di destra nel dare il suo voto a Renzi. Una questione di principio? Un dogma religioso? Un tabù alimentare? Un voto alla Madonna? Sia come sia, l’idraulico affiliato Verdini vede laggiù, pronti ad andare alle urne, molti italiani che vogliono mangiare la torta renziana, che – essendo di destra – la ritengono buona e nutriente, ma non vogliono andare a comprarla al negozio. Mandano Denis, servizievole e disponibile. Affiliato. Sulla cerimonia di affiliazione, poi, sarebbe bello sapere: una cosa alla buona coi grembiulini e i compassi? O una di quelle cerimonie con patto di sangue e giuramento? Chi lo sa. Intanto vale quello che diceva Woody Allen: “Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico alla domenica”. Uff, mica è difficile, basta “affiliarlo”.

dom
17
gen 16

Incontro a Milano: Dove sei stanotte, Questa non è una canzone d’amore e… vabbè segnatevi ‘sta data

Dove sei stanotte4 (2)Cari tutti, dopo molte presentazioni in giro per l’Italia, eccone una a Milano.Canzone Mercoledì 20 gennaio (alle 18.30) sarò alla libreria Claudiana, noto covo di Valdesi, che mi ha invitato per un “incontro con l’autore” (sarei io, vedi a volte le disgrazie come succedono…). “Dove sei stanotte” è uscito da un bel po’ ormai, quindi non è proprio una “presentazione”, ma insomma, si parlerà di questo e anche del libro prima (“Questa non è una canzone d’amore”), e magari di altro. Tutti invitati, naturalmente: chi l’ha letto e chi non l’ha letto. Ne approfitto per dire che tra poco (a fine febbraio) uscirà il nuovo romanzo, un’altra avventura di Carlo Monterossi, ma su questo vi dirò meglio più avanti.
Le recensioni di “Dove sei stanotte” le trovate qui
Le recensioni di “Questa non è una canzone d’amore” le trovate qui
Ci vediamo mercoledì, chi può e chi vuole

mer
13
gen 16

Riforme, non sapete su cosa andrete a votare? Tranquilli, non serve

20160113primailfattoquotidiano-203x300Che bisogno c’è di surrealismo e nonsense quando ci sono i sondaggi? Sul famoso referendum che deciderà del destino delle riforme costituzionali – si usano chiamare così le tracce di cingoli sulla Costituzione – i numeri che girano sembrano il teatro dell’assurdo. Solo il venti per cento degli elettori dice di aver capito esattamente di cosa si parla, e il sessanta per cento degli stessi elettori dichiara che voterà sì. Come dire che due italiani su tre tra quelli favorevoli voteranno sulla base del sentito dire, dell’aria che tira e della propaganda. Certo, mancano dieci mesi e possono cambiare molte cose, cambieranno anche questi numeri così grotteschi, forse, ma per ora, mentre si prende la rincorsa, la situazione è questa: un paese intero che si accinge a votare una cosa che non ha capito bene, come se comprasse una macchina usata senza sapere quanti chilometri ha fatto, come sono le rate, se una volta avviata sarà in grado di frenare.
Tutti ai blocchi di partenza, dunque, sapendo che nei prossimi dieci mesi l’argomento sarà quello: realtà (che cos’è davvero questa riforma) contro percezione (nuovo! nuovo! nuovo! E gufo chi non ci sta), e sarà interessante vedere se nel dibattito avrà qualche diritto di cittadinanza la par condicio, oppure se i media suoneranno la grancassa per il sì, cosa che sembrerebbe già in atto.
Il problema è che la percezione rischia di essere più forte della realtà, come quella faccenda delle temperature estive, che fa caldo, sì, ma il caldo “percepito” è molto di più. Prepariamoci dunque alla raffica di varianti dello storytelling renzista: o sei favorevole a una riforma che di fatto consegna poteri mai visti al governo e al presidente del Consiglio, oppure sei antico, conservatore, non vuoi cambiare, sei immobilista e, di fatto, sostieni la “casta” (parola questa, agile come un pallina da flipper, che dove va va, e la si usa a piacimento). Siccome in questi due anni si è venduto per moderno l’antico e per nuovo il vecchissimo, il gioco può funzionare. Moderno e innovativo il lavoro senza diritti, nuova di zecca la scuola più classista, efficienti e sciccose la pensioni più basse, si suppone che il giochetto continuerà sulla stessa falsariga. Meno senatori, che figata! Senza la seccatura di votarli, bello! E via così. Chi non ci sta, sarà automaticamente catalogato come “conservatore”, pratica già collaudata con chiunque si sia messo di traverso, basti pensare ai sarcasmi sul sindacato e il mondo del lavoro (i gettoni del telefono, i rullini della macchina fotografica, mentre chi vuole tornare al cottimo ostenta playstation e smartphone contemporanei). Gran parte della partita, insomma, sarà giocata sul concetto di nuovo contro vecchio, cambiare contro non cambiare, spingere contro frenare. I “problematici” che vorranno parlare della riforma nel merito verranno bollati come i soliti noiosi cacadubbi che rallentano il paese, mentre dall’altra parte ci saranno i dinamici innovatori che “non si perdono in chiacchiere”, uno schema già visto – a suo modo già vecchio – che raggiungerà la sua massima espansione prima dell’autunno. La trappola è lì, già bella pronta e innestata: efficientismo (fare, decidere senza troppi ostacoli e discorsi) versus complessità (sentire tutti, mediare, comporre), che in sostanza significa autoritarismo versus democrazia. Basterà rendere inconsistente e polverosa quella parola (democrazia) e lucidare le cromature dell’efficientismo decisionista, vendere “l’uomo solo al comando” come novità prodigiosa: in pratica prendere il vecchio e riverniciarlo. Un po’ come sostituire le antiche scritte sui muri con le slide: dal “me ne frego” al “ce ne faremo una ragione”. Vuoi mettere come suona nuovo?

mer
6
gen 16

Per essere “di sinistra” prego compilare l’apposito modulo

Fatto060116I prodigi dell’autocertificazione semplificano tutto, snelliscono le procedure, velocizzano l’analisi, dichiarano l’appartenenza e morta lì. Fatto! Rapido e indolore. E così Giuseppe Sala, il grande manager di Expo che Matteo Renzi chiama Beppe – per dire quanto sono amici e quanto questa fiducia lo farà casualmente finire a fare il sindaco di Milano – si è fatto la sua targhetta coi trasferelli, se l’è attaccata al bavero della giacca e ha proclamato al mondo: “Io sono di sinistra”. Il valore dell’autocertificazione, in questo caso, sta tutto nella credulità di chi ascolta. Molti annuiscono e sono contenti, altri alzano il sopracciglio e si chiedono… eh? Ma nel modulo dell’autocertificazione di appartenenza politica mancano quelle due righette che dicono: le dichiarazioni devono essere veritiere. Già, in fondo, cosa diavolo vuol dire “sono di sinistra” ai tempi del renzismo, a parte che si è diventati renzisti? Lo fece Andrea Romano, quando attraversò faticosamente il deserto (20 centimetri di deserto) che separava Scelta Civica dal Pd di Matteuccio nostro: “Sono sempre stato un po’ di sinistra”. Ecco, bene, un po’, perché a volte basta. Attraversando altri deserti, arrivò anche Gennaro Migliore che era di sinistra senza se e senza ma, e anche senza un sacco di altre cose, ma disse che aveva fatto le sue valutazioni e la sua analisi e “in questa fase” era meglio stare con Matteuccio. Un caso di certificazione per sottrazione, in cui si decide che è meglio essere “un po’ meno” di sinistra.
Ognuno poi si fa le sue ragioni su cosa voglia dire essere di sinistra. Giuseppe Sala, per esempio, sostiene che lui, avendo fatto l’Expo e “creato lavoro”, è di sinistra. Esattamente come Henry Ford con gli operai, Remo Gaspari coi postini abruzzesi, Silvio Berlusconi con i dipendenti Mediaset, l’imperatore Hiro Hito con i kamikaze giapponesi e Pablo Escobar con i suoi sicarios colombiani. Insomma, se accettiamo che “creare lavoro” ti colloca automaticamente nel campo della sinistra, non se ne esce.
Ma dunque torniamo lì, all’autocertificazione del “sono di sinistra”, magari accompagnata, come ha fatto Sala, dalla piccata aggiunta a verbale: “Basta con gli esami del sangue!”. Come dire, ok, sono di sinistra, lo dico io e non menatemela più con questa storia.
Ma poi una simile autocertificazione necessita di autoconvincimento, di autoipnosi, di un “a me gli occhi”. E’ allora che l’autocertificazione diventa una specie di mantra, di cantilena ripetuta all’ossessione in cui ci si dichiara di sinistra fino a convincersene. Mai si è visto, ad esempio, un segretario di un partito di sinistra (ehm…) ripetere così ossessivamente “noi siamo di sinistra” come fa Renzi. Diciamo che Berlinguer non ne aveva bisogno, e che se Togliatti avesse chiuso un comizio dicendo “Noi siamo di sinistra”, la platea avrebbe vacillato nello sconcerto.
Quel che non si capisce, alla fine, è il perché. Si sa chi voterà Sala come sindaco di Milano: destra, berlusconiani rinati, morattiani del settimo giorno, quelli del Pd di strettissima osservanza expo-ottimista, chi vuole il manager credendo che sappia governare e la maggioranza silenziosa. Tutta gente che non ha bisogno della certificazione, e molti, anzi, spinti piuttosto al dubbio e al sospetto verso uno che dice: “sono di sinistra”. C’è da pensare che Sala lo faccia per essere accettato nel club, oppure per ordine di scuderia, oppure perché oggi “di sinistra” ha lo stesso significato di “da agricoltura biologica”, cioè basta metterci un’etichetta e poi vai a sapere che c’è dentro. Che poi, in tempi grami, è di sinistra anche la quotazione in Borsa della Ferrari, un grande passo verso il riscatto delle masse oppresse. Venceremos! Come da modulo allegato.

mer
30
dic 15

Targhe alterne: Tronca, Cantone, Verdini e Bondi sono sempre esentati

Fatto301215L’emergenza smog nelle principali città italiane è drammatica. I dati sulle patologie polmonari sono impressionanti, gli effetti collaterali terribili. Tra questi, la ricomparsa, a Milano, dell’ex sindaco Albertini, che suggerisce di spegnere le caldaie e di mettersi la maglia della salute, segno che i danni dell’inquinamento possono essere anche cerebrali. A Roma l’azione dell’ex prefetto di Milano Tronca è stata rapida e decisa, quasi fulminea: un minuto per decidere le targhe alterne e due giorni per mettere a punto le deroghe. Per venire incontro alle esigenze dei cittadini romani, eccone un parziale elenco.
Sandro Bondi. Può circolare quanto gli pare, dove gli pare e con qualsiasi targa, purché esca dal tunnel della poesia e sostenga il governo Renzi. Se fermato dalle pattuglie potrà facilmente dimostrare di trasportare merce deperibile: la moglie che passa anche lei sa Silvio a Denis, direzione Matteo. Vada, vada pure, circolare.
Francesco Paolo Tronca. Ovvio che il commissario che guida Roma, coadiuvato valorosamente dal prefetto Gabrielli che vorrebbe commissariarlo con la nomina di varie figure commissariali, abbia la sua deroga. Muoversi liberamente per la città, con qualsiasi targa, gli è assolutamente necessario, visto che per contratto deve andare a fare il baciamano al papa ogni venticinque minuti. E poi, vuole visitare la città prima che i cittadini comincino a riconoscerlo.
Raffaele Cantone. Inserito in varie categorie – praticamente tutte – il famoso magistrato nemico della corruzione può circolare liberamente con qualunque targa ed esibire il suo speciale permesso di “intervento emergenziale” che riguarda: salvataggio banche, parto di bovini, assistenza agli anziani, caldarrostaio, moderatore di centurioni inferociti e commissario speciale ai venditori di rose nei ristoranti.
Denis Verdini. Con la sua agenzia adibita al trasporto di profughi da Forza Italia alla maggioranza di governo, può vantare una deroga di carattere umanitario. Per i transfughi non automuniti che devono raggiungere il Nazareno, infatti, è sconsigliato l’uso dei mezzi pubblici. “Con l’efficienza della metropolitana capitolina – dicono gli esperti – ci sono deputati e senatori che resterebbero in Forza Italia fini alla colonizzazione di Giove, e questo sarebbe un vulnus alla democrazia”.
Pellegrini del Giubileo. Desiderosi di farsi perdonare i peccati, potranno girare in macchina quanto gli pare. Una deroga che ha fatto discutere, ma forse in modo eccessivo. Infatti, per ora, sono sette (una famiglia di Bratislava e due single di Pavia) e la loro incidenza sull’inquinamento della capitale appare trascurabile.
Spettatori del grande concerto di San Silvestro. Prima negato dal commissario Tronca, poi autorizzato da più alti poteri (Matteo Renzi), il concerto di Capodanno sarà un surprise party: la location sarà comunicata trenta secondi prima dell’inizio della prima canzone, quindi gli spettatori dovranno andarci in auto, godendo di una speciale deroga. Trattandosi di un concerto che si protrarrà oltre la mezzanotte – in virtù del decreto Happy Days – potranno recarsi al concerto con due macchine: una a targa pari per l’andata e l’altra a targa dispari per il ritorno.
Occasione irripetibile. Chi passerà con la sua Panda sputacchiante sotto una delle porte sante potrà vederla trasformata in un fiammante Suv euro 6, per il quale, grazie a una speciale deroga, sarà consentita la circolazione. Basterà apporre un santino sul parabrezza e assicurare le pattuglie di controllo che la lezione di Milano è stata perfettamente capita. Per questo sono già in vendita speciali adesivi con la scritta: “Il Giubileo sarà un enorme successo, alla faccia dei gufi”.

mer
23
dic 15

Una pasticca d’Italicum e ti passa subito la voglia di democrazia

20151223primailfattoquotidiano-204x300Elezioni in Spagna? In Francia? Puapua Nuova Guinea? Tranquilli: due compresse di Italicum prima del voto e passa la paura. Il refrain della settimana è questo: siccome il bipolarismo non esiste più (tendenza europea conclamata), facciamo una legge elettorale che lo imponga a martellate alla festante popolazione, che così avrà finalmente in dono il bene che più desidera: la stabilità politica. Risolto con la fiction il problema del bipolarismo, si affiderebbe il potere, con scarsissimi contrappesi, a un partito solo, che a quel punto sarebbe super-maggioritario in Parlamento e decisamente minoritario nel paese. Sembrerebbe la vecchia storia della coperta corta: volete più libertà o più sicurezza?, si chiede per lottare contro il terrorismo. Analogamente nella politica si chiede: volete più stabilità o più rappresentanza?
Esiste però in questa semplice equazione una specie di errore di base, un peccato originale, una gamba del tavolo non solidissima. Che è proprio lì: stabilità. Ma è così vero che l’Italia è la patria dell’instabilità politica? Che le divisioni frenano il paese? Che non si riesce a governare? E non è bizzarro che chi dice che così non va bene, che non si governa, siano proprio quelli che governano, e dicono di farlo bene e con efficienza? Il ragionamento zoppica. Anche perché, a guardare i suoi sviluppi generali, la stabilità politica italiana è strabiliante. Persino quando si cambiava un governo ogni sei mesi, ai tempi della prima repubblica, la stabilità era a prova di bomba, si davano il cambio attori e comparse nella stanza dei bottoni, ma il disegno restava più o meno identico. Facevano i turni, i vecchi volponi della prima repubblica, ma il lavoro era sempre quello.
Se si guardano per esempio le politiche sul lavoro degli ultimi vent’anni, non c’è niente di più tremendamente stabile. Cominciò il governo Prodi (1996) a sventolare la bandiera della “flessibilità”, senza la quale, ci dissero, saremmo morti tutti. L’allora ministro Treu stappò il vaso di Pandora del lavoro flessibile e precario, che dilagò nel paese, che si impose senza freni e controlli, fino alla sua regolamentazione finale con il Jobs act: tutti un po’ precari, cioè licenziabili a un costo minimo, tutti demansionabili eccetera, eccetera. Si può dunque dire che nel giro di una ventina d’anni, con strappi improvvisi e lunghe pause, con governi di destra e di sinistra, con i fini economisti prodiani e con la compagnia di giro del poro Silvio, il disegno di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro si è perfettamente compiuto. Impeccabile opera di stabilità politica: chiunque governasse, il disegno era quello, ed è stato eseguito.
Ci sarebbero altri esempi, ovviamente, non ultimo il fatto che abbiamo sempre mandato aerei, armi e soldati dove ci hanno chiesto di mandarli, altro esempio di stabilità. Insomma, non siamo così instabili, diciamo anzi che specie nelle politiche economiche siamo stabilissimi, come dimostra il fatto che le diseguaglianze sociali sono aumentate, negli ultimi anni, piuttosto costantemente, e non diminuite: un capolavoro a cui hanno concorso tutti, chi più chi meno, altro esempio di continuità politica niente male.
L’Italicum come garanzia di stabilità, dunque, lascia perplessi. Indicare la Spagna dicendo: “Visto? Col nostro trucchetto non sarebbe successo” è suggestivo ma non porta lontano. E’ vero: col trucchetto dell’Italicum Rajoy finirebbe per formare un governo, in solitudine e maggioranza assoluta: un governo con superpoteri che sarebbe espressione di un elettore su quattro. Una spallata abbastanza decisa al concetto di democrazia rappresentativa. E vabbé, non facciamola lunga, avrete un po’ meno democrazia, ma vuoi mettere la stabilità?

mer
16
dic 15

“Panettone o pandoro?”, il “mood” del “question time” stile Leopolda

Fatto161215Ho perso il treno per Firenze e non me lo perdonerò mai. Avrei potuto essere tra quei giovani virgulti chiamati a fare le domande ai ministri del governo, nello show room delle idee di Matteo Renzi. Per e