Alessandro Robecchi, il sito ufficiale: testi, rubriche, giornali, radio, televisione, progetti editoriali e altro
 
Gio
29
Gen 15

Nessuna invasione di cavallette, eppure in Grecia ha vinto Syriza

Non sono crollate le Borse, non sono arrivate le cavallette, nessuno ha ammazzato tutti i primogeniti nella notte e, insomma, alla fine, la vittoria della sinistra di Syriza in Grecia non ha ancora causato tutte quelle disgrazie, maledizioni e piaghe d’Egitto che ci dicevano alla vigilia. Lo stesso Alexis Tsipras ha subito una metamorfosi nella notte, almeno sui giornali italiani: tre giorni fa era un populista scriteriato che metteva a rischio l’Europa, e ieri era già diventato uno statista in grado di “cambiare verso” (ops!) alle dinamiche economiche del continente. L’Europa (leggo i titoli) è “pronta a trattare”, la Mekel non manderà killer prezzolati, i politici italiani di ogni colore si rallegrano via twitter e tutti apprezzano che ad Atene si canti Bella ciao, anche quelli che quando la sentono suonare qui si fanno venire le bolle e vorrebbero piazzare le mitraglie sui tetti. Il misero quattro per cento di elettori che alle europee andarono a votare la Lista Tsipras in piena luna di miele del paese con Matteo Renzi – gli unici che avrebbero pieno diritto a festeggiare – sono una minoranza sommersa dai battimani di tutti gli altri, quelli che per mesi hanno tuonato contro i “conservatori”, “ideologici”, “vecchi” della sinistra, chiamata “estrema” per differenziarla da quella che qui va a pranzo con Verdini e ci fa le riforme insieme.
A pensarci un momento, è successo in una notte ad Alexis Tsipras quello che è successo in qualche mese alla parola “austerità”, una specie di inversione a U sull’autostrada. Prima – do you remember Mario Monti? – sembrava una specie di dogma religioso, un imperativo categorico, una faccenda di vita o di morte. Dopo – anche visti i risultati – si è cominciato a dire che insomma, sì, va bene, i vincoli, il tre per cento… ma con giudizio. Non solo una questione teorica, ma anche molto pratica, perché a cercare bene, si trovano tra i nemici dell’austerity e tra i neo ammiratori di Tsipras anche parecchi che votarono in Parlamento per mettere il pareggio di bilancio nella Costituzione, una specie di autogol da metà campo che resterà negli annali.
Non interessa qui valutare il grado di coerenza della politica (si parla di eletti, ma pure di elettori), anche perché è legittimo cambiare idea, e a volte (se ci si sbagliava prima) è anche giusto e doveroso. Ora la lettura prevalente è questa: il nuovo governo greco punterà forte i piedi con l’Europa per ristrutturare, o alleggerire, o disinnescare in qualche modo il suo debito, e il sud del continente (noi, la Francia, la Spagna, insomma i più schiacciati dal rigore e dall’austerity) potrebbe approfittarne. In termini tecnici significa mandare avanti i greci (fino a ieri spreconi e parassiti, vergogna, mantenuti, fancazzisti…) per vedere di guadagnarci qualcosa e poi, magari, una volta ottenuto qualche risultato in termini di allentamento dei vincoli o di revisione dei trattati, prendersi i meriti e fingere di aver vinto. Si intravvede in filigrana un cinismo da competizione: se Tsipras riuscirà nel suo gioco avremo vinto noi (noi paesi che fino a due giorni fa adoravamo l’austerity come una totem severo ma giusto), e se invece il suo tentativo andrà a vuoto faremo finta di non averlo mai conosciuto: Tsipras chi? Come si vede il gioco è appena all’inizio, tutti guardano con apprensione alla Grecia, nel Pd incrociano le dita, sai mai che… Dopotutto, non c’è niente di meglio che rischiare di vincere qualcosa lasciando che a puntare, e a rischiare, sia qualcun altro.

Lun
26
Gen 15

Due o tre cosette “greche” per quando passerà la sbronza di ouzo e di retsina

Due o tre cosette al volo, e a caldo, sulla nottata greca e sulle sue ricadute italiane.
E’ presto per dire degli effetti immediati e a medio termine, i mercati, la Germania eccetera, eccetera. Si può ipotizzare che d’ora in avanti qualunque disastro (crollo delle Borse, terremoti, pestilenze, carestie) verrà imputato all’improvvida vittoria di Syriza in Grecia, per esempio. La divertente pratica di chiamare la formazione di Tsipras “sinistra estrema” invece di “sinistra” tout court la dice lunga sulla volontà di creare il “cattivo” dentro l’Europa (ne avevo scritto qui, qualche settimana fa). Oppure, altro scenario possibile, Syriza otterrà qualche risultato nelle sue trattative con l’Europa, e allora spunterà chi approfitterà delle lotte degli altri e si attribuirà qualche merito. Alcuni esponenti renziani di stretta osservanza hanno già cominciato, chi semplicemente applaudendo (bizzarro, visto che le proposte sociali di Tsipras sono agli antipodi delle loro), chi invece cercando in qualche modo di appropriarsi di una fettina del malloppo, che non si sa mai.

E vabbé, consolidi… Facile rispondere che sarebbe una ben strana convergenza, confrontando i programmi e pensando che Syriza si propone una netta redistribuzione della ricchezza, mentre qui si vota in Consiglio dei Ministri di fare uno sconto a chi froda il fisco. Ma la vittoria gli piace tanto e li acceca, così amano mettere il cappello anche su quelle degli altri.

E tralascio, per carità di patria, le risibili congratulazioni di certa destra, da Salvini a Meloni, a (parlandone da vivo) Alemanno. Lasciamo perdere.
Usi strumentali della vittoria di Syriza erano del resto nell’aria a spoglio non ancora finito, come il caso di chi, commentando la larga maggioranza ottenuta da Syriza con il 36,4 per cento se ne serviva per benedire la legge elettorale di Renzi e Berlusconi, quella che esce dritta dritta – per ammissione di entrambi – dal patto del Nazareno. Suggestiva lettura subito abbracciata dai piani alti della comunicazione renziana, che non a caso applaudiva estasiata.

Ragionamento assai forzato (in Grecia c’è il proporzionale, ci sono le preferenze, il premio elettorale non garantisce la maggioranza assoluta in Parlamento ecc ecc, insomma mele con pere), ma funzionale e quindi…

Insomma, la disputa ci sarà e sarà complessa, e si comincerà probabilmente dalle alleanze che Syriza dovrà tessere in Grecia (la maggioranza assoluta non c’è per un paio di seggi) e dalle trattative con l’Europa per il ridisegno del debito greco.
Come si vede, per ora dominano gli effetti collaterali e per vedere la sostanza ci vorrà qualche tempo: non essendo mago né fine analista, preferirei aspettare. La speranza è che il vento greco (e magari domani quello spagnolo) spostino un po’ a sinistra l’asse europeo (ristrutturazione del debito, revisione dei trattati, più - e non meno - welfare). Vedremo.
Ma qualche cosetta sulla sinistra nostra, povera bestia, si può lo stesso dire. Forse gli unici che hanno diritto di esultare per la vittoria di Syriza sono quelli che alle europee, anche turandosi il naso in vari modi e consapevoli di votare per una presenza di testimonianza (parlo dell’Italia) votarono la lista Tsipras (vedi qui, per clima e motivazioni dell’epoca).
Ma ancora non ci siamo. Pare che oggi a sinistra si parli solo e unicamente di come smarcarsi dal centrismo imperante, di come rompere i patti tra Renzi e Berlusconi avvinti nelle loro “profonde sintonie” tra gli scroscianti applaudi della destra ideologica (penso a Ferrara, per dire). Oppure che si discuta di leadership e di nomi. Di tessere. O ancora che si attenda uno strappo nel Pd. Con tutto il rispetto per i singoli (Civati arriva o no? E Vendola? E la doppia tessera? E Cofferati? E se ci troviamo tra i piedi i vecchi leader decotti? E i violenti? E quelli con la barba? E Dio, cheppalle!).

Mi scuso con tutti, ancora ebbri di retsina e di ouzo, ma vorrei calmare gli animi: non è la prima volta che ci entusiasmiamo delle vittorie degli altri (ah, Zapatero!) continuando allegramente a perdere in casa. Se può servire una battuta, direi che la migliore è quella di Gianmarco Bachi:

E dunque suggerirei alla sinistra italiana, ieri sera così vivace e burbanzosa e sarcastica (ma sì, l’ho fatto anch’io…) di guardare un po’ più in là di un nome che vince. Di capire per esempio come ha fatto Syriza a diventare popolare senza troppe furbizie e senza somigliare a quelli che voleva battere. Di come parla di welfare. Di come abbia allestito in Grecia oltre 400 centri per l’erogazione di alcuni servizi sociali falcidiati dalle politiche economiche della Troika, di come, in soldoni, sia stato possibile conseguire sul campo un simile successo, senza farsi intimorire da accuse che qui suonano come condanne (“ideologico”, “conservatore”, “antico”, stupidaggini). Di capire insomma come fare di quell’essere “sinistra” una pratica di lavoro, di costruzione e di lotta e non solo una teoria. E non solo una scenografia per nostalgici (ma nostalgici de che? Qui una sinistra al governo non c’è mai stata…), quanto piuttosto un progetto più ampio.
C’è già chi lo dice, naturalmente, e meno male. E credo che lo pensino in tanti, più di quanto le percentuali dei sondaggi facciano intendere.

E quindi sì, viva Syriza e viva Podemos (lo so, lo so, cose diverse…), bene, bello, bravi. Una sinistra al governo in Europa, una sinistra anticapitalista che non a caso viene chiamata, per esorcizzarla, "estrema" e che non è estrema per niente, sarà interessante vederla all’opera, sempre pensando che qui le diseguaglianze sono aumentate e aumentano ancora.  E quando abbiamo finito di festeggiare, quindi, qui c’è da lavorare un bel po’.
Ma parecchio.

Mer
21
Gen 15

Primarie Pd, sono ammessi anche i condomini della scala accanto

Buone notizie per il Pd: alle primarie liguri non hanno votato il Boia di Riga, né Italo Balbo, né il consigliere militare dell’Imperatore Hiro Hito, quindi l’inquinamento del voto di destra appare limitato e va tutto benissimo. L’equipaggio di cosmonauti alieni che ha votato ad Albenga è stato smascherato: erano quattro tizi dell’Ncd ansiosi di partecipare alla vita interna di un partito diverso dal loro. Pattuglie di scajoliani ai seggi hanno garantito trasparenza e buon andamento delle operazioni di voto. Poi Cofferati se n’è andato, chissà perché. Le cinque paginette della commissione dei garanti sono illuminanti: da un lato (i garanti del Pd) si ammettono i brogli e dall’altro (il Pd) si spernacchia l’imbrogliato. Non fa una piega.
Il consiglio di amministrazione della Coca Cola che corre a votare il presidente della Pepsi non si vedrà mai, e se un giorno alla Samsung facessero le primarie per eleggere i loro vertici, si può star certi che ai dirigenti di Apple sarebbe impedito il voto. In America nessun repubblicano va a votare alle primarie dei democratici. La grande lezione di democrazia e di società aperta che ci viene dal Pd, dunque, è quella che i suoi dirigenti, segretari e candidati governatori possano essere scelti anche dagli avversari politici, speranzosi di qualche accordo o larga intesa. Ma lasciamo stare per un attimo la certificata truffa ai danni di questo o quel candidato, e pensiamo per un attimo al trattamento riservato all’elettore del Pd che va, convinto e determinato, a votare per indicare democraticamente il suo candidato alle regionali. Come si sentirà? Forse come uno che va all’assemblea di condominio e scopre che tutti i condomini dei palazzi vicini potevano votare, e hanno deciso di fargli un garage multipiano in giardino. Ecco. Qualunque onesto, convinto e responsabile elettore del Pd dovrebbe sentirsi un po’ offeso.
Ciò riguarda, forse e soprattutto, la stessa filosofia delle primarie, che per anni e anni è stata uno degli argomenti forti del centro-sinistra contro il centro-destra. “Noi facciamo i congressi”, “Noi facciamo le primarie”, erano mantra ossessivi sì, ma veritieri: da un lato una destra di proprietà di Berlusconi, e dall’altro una sinistra della base, capace di scegliersi i capi con libera espressione del voto interno. E da qui, una specie di “primato”, se non morale almeno politico: una base consapevole sembrava assai meglio sia delle decisioni prese in villa prima dopo (o durante) le cene eleganti, sia delle consultazioni online grillesche a cui partecipava lo zero virgola degli elettori complessivi del movimento. Ora (non solo la Liguria, ma Roma dopo quel che è emerso dalle inchieste, Napoli nel 2011, il dibattito serrato se farle o no in Campania) quel “primato” non c’è più, e il centrosinistra perde un argomento forte, annichilisce una differenza notevole con i suoi avversari. Il che – essere sempre meno diversi dalla destra – va d’accordo, e parecchio, con la linea politica dell’attuale vertice del partito: una larga intesa perenne, ricercata con costanza, non solo sulle questioni di tattica e strategia politica, di patti segreti, di accordi, ma anche sul piano ideale e sull’idea di democrazia. Il dibattito su quanti elettori del Pd andrebbero un domani con Civati, con Cofferati, con Fassina e forse Landini, o questo o quello, non è troppo appassionante. Ma vedere come quegli elettori reagiranno a una specie di mutazione genetica del loro partito sì, sarà istruttivo e interessante.

Mer
14
Gen 15

Tra un imam e un sacerdote non c’è più spazio per gli atei

Gli eventi storici hanno i loro piccoli dettagli. Così vorrei ringraziare il sindaco di Parigi, madame Anne Hidalgo, o chi per lei, per certi cartelli stradali – quelli con gli avvisi di servizio agli automobilisti  – scritti nell’ormai irrinunciabile formula del “je suis”. “Je suis”… ebreo, musulmano, cristiano, poliziotto eccetera eccetera e anche, per una volta, “ateo”. Ecco, grazie. Che a ricordare questa minoranza (?) di senzadio per scelta sia la città che ha insegnato il laicismo a tutti mi pare giusto. E un po’ meno giusto mi pare invece la voce degli atei non si senta praticamente mai. Mentre Parigi e la Francia facevano qualcosa di storico, gridando slogan come “Li-berté d’ex-pression”, qui da noi ci beccavamo Salvini in heavy rotation come la canzone regina, per una volta de-felpizzato ma stoico come un fachiro a recitare il repertorio.
Vespa col mitra in mano, ci ha dato qualche soddisfazione, per il resto, dibattito fiacco e molta polvere sull’Islam, soprattutto da destra (i soliti delicati titoli di Libero e il Giornale) e alcuni interessanti interventi su religione e democrazia, religione e gente che ammazza altra gente, religione e crisi economica, religione e fanatismo. In sostanza un enorme, un po’ informe, dibattito sul laicismo senza che mai (o molto raramente) si sentisse pronunciare questa parola e senza che mai qualcuno si alzi a dire che c’è pure caso che Dio non esista.
Si sa che i vegetariani non guardano le vetrine delle macellerie, e così sarà difficile per un ateo comprendere fino in fondo i sottili distinguo e i grandi dogmi delle religioni, delle loro correnti, sfumature, sette, apparati, schegge impazzite, predicatori e propagandisti. Certo è – anche per gli atei – che questa faccenda di Dio ha mille sfaccettature. Lungo le freeweay americane è tutto un  fiorire di cartelli contro il darwinismo, o un indicare numeri di telefono: “Chiama Gesù, lui ha la risposta”, per non dire degli adesivi sui paraurti tipo: “Gesù ha detto che non devi tamponarmi”. Poi ci sarebbero altri dei, più o meno cattivi, o decritti come molto cattivi da chi agisce in loro nome. Poi ci sarebbe il grande dibattito su Bibbia, Corano e testi sacri: cosa c’è scritto veramente, come va interpretato, come va letto storicamente. Un ateo osserva tutto questo un po’ costernato, da fuori, come assistendo a un folle spettacolo in cui la fede in Dio oscilla da “fammi vincere a bigliardino” a imbottire i bambini di tritolo, e probabilmente ciò rafforza il suo scetticismo. Quando gli autori di Charlie Hebdo parlano di “Diritto alla blasfemia”, probabilmente intendono questo, e ora che si discetta apertamente di guerre di civiltà e di religioni la cosa ha un suo fondamento. A guardarla bene, la manifestazione di Parigi era questo: una rivendicazione di laicità universale. Cercate di non fare troppi danni con il vostro Dio e soprattutto lasciate in pace noi. Non diverso da quello che scriveva (in tempi non sospetti, cioè quando non gli ammazzavano i redattori a mitragliate) François Cavanna, che di Charlie Hebdo fu il fondatore. Una lunga invettiva verso dogmi, fedi, credenze, pratiche, superstizioni e imposizioni che si concludeva con:  “Non rompeteci i coglioni. Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi”. Ecco, un punto di vista fieramente ateo, che nessuno cita nelle profonde elucubrazioni di questi giorni, e che avrebbe, invece, pieno diritto di cittadinanza nel dibattito.