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Ven
19
Dic 14

Qui finisce l’avventura… (?) Pagina99, qualche speranza e qualche grazie. E già che ci siamo buone feste

Cari tutti,
il Piede Libero di oggi (qui), il pezzullo che esce ogni giorno su pagina99, si chiude con: “A gennaio, speriamo, di nuovo qui”. E’ una specie di esorcismo, perché pare invece che l’avventura di pagina99 potrebbe chiudersi in queste settimane. La disamina della crisi la fa Emanuele Bevilacqua (qui) e io non mi addentro nei dettagli che sicuramente chi sta sulla nave conosce meglio di me. Non è ancora il momento di fare bilanci, un po’ perché è presto e un po’ per scaramanzia (sai mai che…).
Mi sento però in dovere di ringraziare tutt* quell* che in questo anno di pagina99 e di Piede Libero hanno lavorato con me, mettendo sul sito ogni giorno la mia noterella, quel piccolo rito quotidiano . Cristiana Raffa, Alessandro Lanni, Martino Mazzonis, , Francesco Paternò, oltre al direttore Luigi Spinola. E poi amici e complici di vecchia data (Roberta Carlini) e nuovi talenti scoperti proprio sulle pagine del giornale (Nicolò Cavalli e parecchi altri). Probabile che dimentichi parecchia gente e spero nessuno si offenderà. Ma tutti spero di leggerli ancora su pagina99 e – se non lì – da altre parti.
Non intendo fare nessun predicozzo sui giornali che chiudono, che ci perdiamo tutti, che la democrazia, eccetera eccetera… Non mi sembra il caso. Solo questo: pagina99, il settimanale di carta e il sito, sono (uso il presente perché so che là non si sono ancora arresi e ci proveranno in tutti i modi) è un esperimento strano, ricco e pieno di cose buone. In particolare la capacità di uno sguardo laterale sulle faccende del Paese e del mondo li rende preziosi. Detto questo, vedremo se dopo le vacanze di fine anno ci sarà ancora un Piede Libero quotidiano. Su pagina99 (spero vivamente), o altrove, o magari qui, per noi intimi (e sulla pagina Facebook e su twitter e insomma, ci si vede in giro…). Il librino (lo so, si dice ebook) con 99 Piedi Liberi pubblicati nell’anno è sempre scaricabile gratis qui.
Per quanto mi riguarda, urge disintossicazione dalla lettura quasi ossessiva dei giornali e dal lavoro/piacere di dire la mia tutti i giorni. A gennaio ricomincia la rumba, e il 2015 si presenta interessante (diciamo così…). Questa non è una canzone d’amore uscirà nella sua traduzione spagnola (madre de diòs!) e qui uscirà invece un nuovo noir, una nuova avventura di Carlo Monterossi, sempre edita da Sellerio, della quale, ovviamente, non vi dirò niente finché non sarà ora.
Insomma, buon anno e tutto il resto.

Ven
19
Dic 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Lo “scarso rendimento” dei diritti

Piano piano, il Jobs Act prende forma, ed è pronto il primo decreto attuativo. Tra le cause di licenziamento economico con indennizzo (che verrà stabilito in un altro decreto attuativo) c’è lo “scarso rendimento” del lavoratore, una cosa abbastanza difficile da quantificare. E così va a posto un altro tassello della legge sul lavoro: l’assoluto, totale, incontrovertibile potere dell’imprenditore di decidere che lavora e chi no. Chiedere diritti, condizioni migliori, razionalizzazione di orari e mansioni, domandare chiarimenti su strategie aziendali, contestare decisioni ingiuste o perniciose per i lavoratori, sono tutte cose che potranno essere rubricate alla voce “scarso rendimento”, per decisione univoca e incontestabile del datore di lavoro. Si compie così con un decreto attuativo la sostituzione del Charlie Chaplin di Tempi moderni con il volonteroso e crumirissimo Gian Maria Volonté di La classe operaia va in paradiso. E anche quella non operaia, ovvio. Ma soltanto se non è colpevole di “scarso rendimento”, che diamine, non vorrete che il paradiso venga paralizzato da una scarsa “flessibilità in uscita”, no?

 Piede Libero va in vacanza, rendendosi in questo modo colpevole di scarso rendimento. A gennaio, di nuovo qui. Auguri

 

Gio
18
Dic 14

Basta con gli Stati nazionali, le Olimpiadi le organizzi Apple

Le Olimpiadi romane del 2024 sono dunque ufficialmente iniziate. Per ora è una gara tutta interna (italiani contro italiani) e tutta ideologica. Da una parte i fremiti ottimisti del “Vedrete! Per allora saremo cambiati” e dall’altra il cinismo realista di chi ancora sta contando i debiti dell’Expo, i processi del Mose, le piscine non finite del mondiali di nuoto del 2009 e via elencando. I secondi hanno più argomenti. I primi ne hanno uno formidabile: non bisogna stare fermi perché ci sono i ladri, piuttosto bisogna fermare i ladri. Discorso impeccabile, se non fosse che lo si recita a un paese sospeso tra una pressione fiscale di tipo danese e la banda der Cecato.
Potendo uscire dalle beghe nazional-popolari di casetta nostra, però, merita qualche pensierino il concetto stesso di Olimpiade, o di Expo. Dagli anni Ottanta in poi, questi mirabolanti grandi eventi costano più di quello che incassano. Si tende (ovunque, figuratevi qui) a sottostimare i costi e a sovrastimare i ricavi, e raramente le economie nazionali ne risultano rilanciate (a meno che non siano già lanciate da sé). Insomma, gli stati nazionali non sono più gli organizzatori ideali delle Olimpiadi. Allo stato attuale, nessuno può dire come sarà un paese, un’economia, un debito pubblico, uno spread tra dieci anni, siamo nel campo delle scommesse.
Però le Olimpiadi ci piacciono parecchio e quindi c’è forse da chiedersi perché non le organizzino le vere potenze mondiali. Google, Coca-Cola, Microsoft, Apple. Si scelgono un paese, fanno le strade, gli stadi, le metropolitane, gli alloggi per gli atleti, le gare ogni quattro anni. La Industrial & Commercial Bank of China (più grande azienda del mondo secondo Forbes, anche la seconda e la terza sono banche cinesi) potrebbe organizzare le Olimpiadi a Roma, e poi magari toccherebbero a Facebook quelle di Oslo, o Madrid, o Bogotà, perché no? Dopotutto il passaggio di potere tra le varie sovranità nazionali e i grandi gruppi finanziari, industriali, commerciali, petroliferi, tecnologici eccetera è in corso da tempo. In Europa, per dire, sarebbe anche un modo, per i grandi colossi del mercato, di restituire, in termini di investimenti, un po’ di quel che hanno risparmiato in tasse grazie a certi paradisi fiscali o soluzioni furbette (l’Irlanda, il Lussemburgo, eccetera). Che so, magari costruiscono le piscine in tempo per farci le gare, da queste parti sarebbe già qualcosa.
Ti ricordi Roma, alle Olimpiadi Samsung? Sì, bello, ma anche le Olimpiadi Volkswagen di Città del Messico, niente male. Ma pure le Olimpiadi Disney di Topolinia… Insomma, se le Olimpiadi sono diventate anche una specie di dimostrazione di potenza, tipo le torri medievali che gareggiavano in altezza, ci si chiede perché non affidarne gli oneri a chi può farlo con il giusto orgoglio e la relativa grandeur. Gli stati nazionali, specie in Europa, potrebbero evitare di buttare tanti soldi sulla roulette dei grandi eventi e magari occuparsi di progetti meno grandiosi, che so, i treni locali, il Bisagno, le frane, i soffitti delle scuole e altre amenità che rendono la vita di molti italiani uno sport estremo, più che una specialità olimpica. E non si tratta di minimalismo, ma anche di esperimento sociale e antropologico. Se una banca cinese, o una multinazionale americana, o un gigante coreano venissero qui a farci le Olimpiadi, infrastrutture, organizzazione e tutto, ci dovrebbero parlare loro, con er Cecato e con gli altri gentiluomini come lui. Magari impareremmo qualcosa, chissà.

Gio
18
Dic 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Do you remember “i costi della politica”?

I tormentoni italiani nascono e muoiono velocemente, passano come le canzonette estive. La frase i “costi della politica” è stata a lungo prima nella hit parade e poi ha perso appeal. Si direbbe che tagliati di qua, i costi della politica rispuntano di là. Li togli dal frigorifero e te li ritrovi nell’armadio, li sposti dall’armadio ed eccoli in un cassetto. Ora c’è questo problemino delle province, fintamente abolite, ma con ventimila lavoratori di troppo che andranno assorbiti in qualche modo: nei comuni, nelle regioni, forse nel ministero del Tesoro. I comuni non si fidano e temono che alla fine pagheranno loro, le regioni fanno sapere di non avere soldi, enti statali, Università, ministeri, tagliano e difficilmente assumeranno. Si è partiti con il nobile intento di tagliare i costi della politica e si è finiti a tagliare ventimila lavoratori che – sia detto per inciso – quando saranno definitivamente a spasso saranno… un costo della politica.