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Ven
21
Nov 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Lo sciopero che Renzi dovrebbe ringraziare

Il telefono fisso è quell’affare che squilla un paio di volte al giorno per permettere a lavoratori quasi sempre precari di offrirvi un nuovo contratto per il telefono fisso. Oggi i lavoratori del call center italiani (80 mila) sono in sciopero, ma il telefono fisso suonerà lo stesso, perché vi chiameranno da Bucarest o da Tirana. La prassi infatti è questa: si apre un call center in Italia, si sfruttano tre anni di decontribuzione, si chiude e si delocalizza, sfruttando ammortizzatori sociali per cui l’azienda non ha scucito un euro. I lavoratori dei call center in sciopero, dunque, difendono oggi un loro diritto (il lavoro), ma difendono anche lo Stato italiano, che si fa truffare senza batter ciglio da imprenditori senza scrupoli. Dice Matteo Renzi, ormai in trance agonistica, che il sindacato passa le giornate a cercare una scusa per scioperare contro di lui. Ecco, oggi sciopera anche per lui, i lavoratori perdono dei soldi loro (il salario di oggi) nella speranza di farne risparmiare un po’ allo Stato. Un’ottima scusa.
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Gio
20
Nov 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Eternit: il calpestabile dolore

Cacciare il Novecento dalle nostre vite, immaginare di superare quelle divisioni tanto radicate in secoli di storia, prima tra tutte quella tra capitale e forza lavoro, accettare il mood furbetto del “tutti sulla stessa barca” che tralascia di dire chi rema nelle stive e chi brinda nel salone delle feste. Ecco. Anche a volerci provare, anche a volerci credere, quando si torna coi piedi per terra si rischia di farsi un po’ male. Chi ha visto le immagini della lettura della sentenza Eternit, ieri in Cassazione a Roma, può capire. Da una parte l’impunibile profitto a spese dei lavoratori e degli abitanti, dall’altra il calpestabile dolore delle vittime. Dicano esperti e giuristi della correttezza tecnica della sentenza. Qui non interessa. Quel che si vede da qui sono i più di tremila morti da una parte e l’arroganza impunita dall’altra, una città martire (Casale Monferrato) e un padronato che sguscia via dalla giustizia. Tutto finito, tutto prescritto. Tranne il dolore. E il Novecento.
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Mer
19
Nov 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Ma guarda! C’è Salvini in tivù

Salvini ha consenso perché va in tivù, o va in tivù perché ha consenso? Oppure si scopre che alza gli ascolti in tivù e quindi lo chiamano in tivù, e poi aumenta il consenso? Oppure, cresce nei sondaggi e va bene anche in tivù, due cose separate tra loro, che miracolosamente si ritrovano in camerino e si sposano, e così aumenta il consenso e lo chiamano in tivù? Vedete? Non se ne esce, e il dibattito su politica, consenso, tivù, responsabilità dei media è anche un po’ sfibrato dall’uso e fa cascare le braccia. Restano i dati certi: Salvini sta sempre in tivù, tipo previsioni del tempo, indossa magliette-slogan, fa no con la testa quando parlano gli altri, dice io non l’ho interrotta, cambia discorso quando è in difficoltà, dice tre cose precise, sempre quelle, nemmeno geniali. Ora richiedo: Salvini ha consenso perché va in tivù, o va in tivù perché ha consenso? Ecco non lo so. So che non ci fanno un figurone da vantarsi né la tivù né il consenso
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Mer
19
Nov 14

Cara Provvidenza, può smettere di mandarci i suoi uomini? Grazie

Ora cercate di capire, non mi intendo di queste cose così grandi, e dunque sono in imbarazzo. Ma volendo scrivere una letterina alla Provvidenza, come si fa? Gentile signorina Provvidenza… mi pare troppo intimo e informale. Egr. Dott.ssa Provvidenza potrebbe andar meglio? Fare l’amicone con un Cara Provvidenza? Insomma, penseremo all’intestazione. Quando al testo, breve, conciso, diretto, l’avrei qui pronto:
“Gentile signorina Provvidenza, ma la potrebbe smettere, una buona volta, di mandare uomini suoi quaggiù?”. Ecco fatto, due righe, poi vediamo che succede. Perché qui, in effetti, saremmo un po’ stufi di ‘sta faccenda degli uomini della Provvidenza. La inventò un papa, questa formula un po’ ardita, era Pio XI e parlava di Benito Mussolini, il che apre due scenari: uno, si sbagliava di brutto (assai probabile); due, ‘sta signorina Provvidenza fa degli scherzi da prete mica male. Dopodiché, siccome non è che qui si brilla di fantasia incontenibile, abbiamo avuto decine di uomini della Provvidenza, tutti chi più chi meno, portatori di consistenti disastri. In un eccesso di sadismo, per dire, la Provvidenza ci mandò Berlusconi, uno tra l’altro che andava in giro a dire fregnacce meravigliose come unto dal Signore e cose così. Benissimo. Il fatto è che tutta la letteratura sacra e profana sulla Provvidenza dice che poi alla fine, quando le cose si mettono male, ci pensa lei. Invece qui, nella vita reale, tocca pensarci noi, e gran parte del lavoro consiste nel convincere tutti che l’ultimo uomo della Provvidenza non era poi così provvidenziale.
Ora che ci troviamo di fronte a un nuovo uomo della Provvidenza, il Renzi del partito pigliatutto, dovrebbe, a rigor di logica, prevalere la prudenza. Insospettisce questo ossessivo parlare al futuro, per esempio, mentre il presente incombe piuttosto minaccioso. Oppure constatare che dove ci sono eventi negativi, dai fiumi esondati alle crisi industriali, lui non c’è mai, mentre invece salta su come un Misirizzi non appena c’è qualcosa di bello da annunciare. Niente tweet sulle botte in piazza, per dire, o sul territorio ferito, ma un bell’hurrà per l’atterraggio sulla cometa. Una specie di Provvidenza sfiga-free, diciamo. Naturalmente in una truffa le parti sono due, e spesso c’è un concorso di colpa. Insomma, sbaglierà la signorina Provvidenza, ma anche quelli che ci credono ogni volta un po’ se lo meritano. All’uomo della Provvidenza due-punto-zero, per esempio, nessuno fa seriamente opposizione se non, si direbbe, la realtà delle cose. Spesso la distanza tra questi uomini provvidenziali e la realtà è piuttosto ampia, ed essi hanno tutti un tratto in comune: tendono a vedere le cose meglio di come non siano, o a negare le difficoltà, o a indicare luminose prospettive, ma dopo, se li lasceranno lavorare. E vabbé, uno aspetta, manzonianamente, la Provvidenza. Ma poi, ci si chiede: non si potrebbe a un certo punto tirare una riga e fare due somme? Per dire, che so, un anno, due, e poi confrontare le promesse fatte con le cose successe? Per esempio, che so: tutti i diritti per tutti che devono arrivare, come il sussidio di disoccupazione, o “lo Stato che ci pensa lui” quando uno perde il lavoro, esattamente quando arrivano? Sei mesi? Un anno? Si metta una scadenza (“Mantenere le promesse entro…”) e poi si valuti se la Provvidenza ci ha mandato, per caso, quello giusto. Da consumatori abituali, avere la data di scadenza sulla confezione dei futuri uomini della Provvidenza sarebbe già qualcosa.