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Lun
20
Ott 14

Questa non è una canzone d’amore. La recensione de Il Quotidiano Nazionale

Poi, passati mesi, scopri che qualcuno ne scrive ancora, e fa piacere. Grazie a Piero Degli Antoni che ha recensito Questa non è una canzone d’amore sul Quotidiano Nazionale (Giorno, Nazione, Resto del Carlino)

Lun
20
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Silvio nella clessidra

E’ una regola della politica: i vuoti vengono riempiti. Oggi le grandi praterie dove ieri scorazzavano i voti della destra sono deserte, giganteschi pascoli per nuove mandrie, che infatti arrivano. Chi, come Renzi, tentando l’inclusione di quell’elettorato, ammiccando e insinuando che in fondo siamo tutti una grande famiglia; chi, come Salvini, tentando il salto mortale di trasformare in nazionalista una forza politica nata come secessionista. In entrambi i casi il mercato è quello che fu del povero Silvio: sono i suoi clienti che cambiano negozio, sono i suoi militanti che non militano più. Forse una fine di Berlusconi con botto (la prigione, l’esilio) avrebbe suscitato qualche colpo di coda dei suoi tifosi, così no, così è peggio: il lento dissolversi nell’inconsistenza non consente reazioni d’orgoglio. Tutti questi anni passati a gridare alla “giustizia a orologeria” per scoprire che l’orologio non era un feroce cronometro, ma una lenta, inesorabile clessidra.
pagina99

Ven
17
Ott 14

L’homo renzianus, profilo di un follower

Una settimana fa, pagina99 we mi ha chiesto di tracciare una specie di identikit del nuovo militante renziano, delle affinità e divergenze rispetto al militante tradizionale Pd di scuola Ds (e, prima, Pci). Siccome in settimana si è parlato proprio di mutamenti "antropologici" (uh!) nella base del partito di Renzi, beh, ecco il pezzo. Ci sarebbe altro da dire, molto altro, ma intanto… cominciamo da qualche piccolo tratto cultural-caratteriale.

Militanti, e già cominciamo male.
E sì, perché a voler tracciare una mappa di affinità e divergenze tra il militante del Pd prerenziano e l’homo novus che sostiene il Pd due-punto-zero bisogna rivedere il vocabolario. “Militante” non va più, parola rottamata. Come “padrone” (in renziano: imprenditore), termine vietato, anche nell’accezione di quello “che deve poter licenziare”, che nella tradizione della sinistra era, senza sconti, “il padrone”. E si potrebbe continuare ad libitum, dai matrimoni gay che diventano civil partnership fino al florilegio di anglicismi e riferimenti alla cultura pop da una parte, e vere e proprie espulsioni dall’altra: conflitto, lotta, classe. Il lavoro diventa “job”, gli slogan sono hashtag. Senza contare le parole che sopravvivono solo per scherno dell’avversario: “ideologico”, usato come sinonimo di sorpassato, sconfitto, anacronistico. Fino alla differenza più palmare ed evidente: il nome del partito, che gli antichi militanti del Pci non avevano neppure bisogno di nominare (“il Partito”, punto) e che ora si chiama @pdnetwork. Moderno, smart, twitterico, amabilmente stupidino.

Dietro le parole ci sono angoli, spigoli, giravolte. Il militante renziano è, almeno nell’immaginario corrente, giovane e dinamico, e si contrappone al militante pre-renziano – che pure ha votato il nuovo Pd – considerato mesto e perdente. Qui, più che politica, l’analisi si fa antropologica. Il democrat new edition è assai aggressivo e lo è, in primis, contro il vecchio militante Pd antemarcia. Il suo faro è la vittoria, contrapposta allo sconfittismo quasi compiaciuto della vecchia sinistra. Tanto ambita e voluta, tanto anelata, questa vittoria, che si sospetta sia un valore di per sé. Conta vincere, essenziale è il potere, per farci cosa si vedrà. Il Berlusconi del “noi abbiamo vinto tante Champion League e quindi siamo bravi” non è molto lontano (lo ha notato Michele Serra), ma anche senza paragoni così irrispettosi resta il fatto: la burbanzosa ghigna del vincente, l’arroganza di chi irride lo sconfitto – caratteri tipici della destra – sono stati introiettati in fretta, complici comprensibili frustrazioni generazionali. Che questi toni vengano usati non contro quelli che sarebbero i veri sconfitti (la destra italiana), bensì verso i propri compagni di strada (la sinistra pre-Renzi) è assai indicativo: il militante renziano ostenta un revanscismo feroce, non dissimile da quello dei reduci della prima guerra mondiale nei confronti del “panciafichisti” borghesi che non partirono per il Carso. Maledetti!
Della differenza generazionale si è, in parte, detto. Nella vulgata corrente (nella realtà è tutto da vedere) il follower renziano ha tra i trenta e quarant’anni, più giovane del militante “vecchia gestione”. Sempre secondo l’immaginario, appartiene a quella generazione di “proletari della conoscenza” che sa le lingue, è laureato, si muove agilmente tra le nuove tecnologie, che spesso lo accompagnano nella sua vita lavorativa da precario. E’ insomma portato per un realismo al limite del cinismo. Se l’antico militante Pd di derivazione piciista guarda ancora ai meccanismi sociali come a un portato delle dinamiche economiche tra capitale e lavoro, l’approccio del neoadepto renziano è più pragmatico e sbrigativo: nemmeno lontanamente si contesta un sistema (il capitalismo, il mercato), ma se ne invoca un funzionamento più efficiente. Una plastica riproduzione di questo approccio si è avuta all’ultima Leopolda. Davanti al finanziere Davide Serra che accusava di “furto di futuro” le generazioni andate in pensione col sistema retributivo, affluenti trentacinquenni eleganti, laureati, ambiziosi, applaudivano estasiati, in pratica accusando di “furto di futuro” i padri che li hanno fatti studiare, cioè quelli che un futuro gliel’hanno dato. Bizzarro testacoda.
 
Ma la più portentosa differenza tra il nuovo militante Renzi-oriented e il vecchio iscritto al Pd risulta evidente nel bisogno di autodefinizione. Mai – dal congresso di Livorno fino alla segreteria Bersani – un militante del più grande partito della sinistra europea aveva sentito il dovere di ribadire quasi ossessivamente il suo essere di sinistra: perché sottolineare l’ovvio? Cosa che invece fa ad ogni passo l’homo novus di osservanza renziana. Un mantra, un’autoipnosi: questo è di sinistra, noi siamo di sinistra, quel che facciamo è di sinistra, fosse anche abolire diritti o invocare libertà di licenziamento, fosse anche governare con Angelino Alfano o raccogliere i consigli “riformisti” di Verdini. Fosse anche recitando quel “E’ colpa dei sindacati” che è stato per decenni un ritornello delle destre più o meno liberali. Un vera campagna di autoconvincimento.
Queste alcune divergenze, e le affinità? Ecco la principale: riconoscere nel segretario del Partito (qui torna la maiuscola e scompare la simpatica chiocciolina) di avere sempre e indefettibilmente ragione. Ciò che Giovannino Guareschi, uomo di destra, individuò come tratto precipuo dei comunisti degli anni Cinquanta (“trinariciuti”, “contrordine compagni”), rivive oggi in forma moderna. Giovani arrabbiati per cui i Dico di Rosy Bindi erano un orrendo compromesso al ribasso, oggi si accontentano di un patto civico, pur di non ostacolare il capo. Ieri agitavano la Costituzione “più bella del mondo” e oggi ne accettano modifiche anche un po’ bislacche. Ieri finivano in prima pagina su Repubblica con i post-it gialli e la scritta “No al bavaglio”, oggi avallano limiti alla libertà di pubblicazione. In nome della vittoria (il 40 per cento delle europee è un altro notevole mantra) sembrano bere tutto, farsi piacere tutto, digerire tutto, purché venga dal quartier generale. Così come le minoranze Pd, i vecchi della Ditta, che fanno il diavolo a quattro, ma alla fine si allineano ubbidienti. E pare questo, a pensarci, il trait-d’union più forte tra vecchi e nuovi militanti: “L’ha detto Matteo” suona oggi, secoli dopo, come il vecchio “L’ha detto Togliatti”. Modernissimi, eh?

Ven
17
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Eterosessuali, sposatevi!

Si sa che sui temi etici pesa un sacrosanto relativismo, perché la società è in continuo movimento e le verità assolute fanno la figura delle statue di cera in un mondo che si muove. Quindi non si può che festeggiare per il disegno di legge sulle unioni civili recentemente annunciato, che riguarderà però soltanto le coppie omosessuali. Sapendo delle discriminazioni patite dagli omosessuali in questo paese, è semplicemente grottesco parlare di discriminazione degli eterosessuali, ovvio. Però un certo relativismo si fa strada anche lì. Tra il 2006 e il 2007 si parlò molto di Pacs e di Dico e la risposta della destra alle coppie che chiedevano i patti di convivenza fu: “Sposatevi!”. Oggi gli omosessuali sono molto vicini a incassare (finalmente!) un loro diritto. E agli eterosessuali che strabiliano perché questo diritto non sarà allargato anche a loro, la sinistra risponde: “Sposatevi!”. Chissà se è vero quel che si dice al bar e in fila alla posta che non ci sono più destra e sinistra. Boh, sarà. Comunque: sposatevi!
pagina99