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sab
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feb 17

Una rapina per fare il bagno nei dollari

Ho scritto questa recensione per TuttoLibri de La Stampa 

Tuttolibri040217Tim Sunblade si è spezzato la schiena per quattro mesi su una trivellatrice, in Louisiana, caldo e zanzare, quindi quando arriva a Kotz Springs prende una stanza, fa un bagno e chiede una ragazza in camera. Ecco fatto, così sappiamo subito dove siamo: non solo nel Sud americano degli anni Cinquanta, ma anche dalle parti degli outsider, degli avventurieri che guidano una Packard decapottabile, che dalla femme fatale con gli occhi color lavanda avranno più della prestazione standard, ma una vorticosa discesa nel gorgo del male. Lei, Virginia, dietro. Una che dice: “Mi spoglierò completamente nuda e farò il bagno fra verdi banconote da cento dollari nuove di zecca”. Lui guida e la guarda: “Si leggono e si sentono dire un sacco di cose sulle gambe. Ma quando ne vedi un paio davvero da favola, allora capisci che tutto ciò che hai letto e sentito è solo spazzatura”. Tim ha un piano: la rapina perfetta secondo le regole imparate in una prigione da cui è evaso. Virginia ha un piano: stare lì finché ci sono soldi, e se c’è da farne tanti dare una mano, perché no?
Sarebbe bello dire che Il mio angelo ha le ali nere, di Eliott Chaze (provvidamente ripescato da Mattioli 1985, traduzione e ottima postfazione di Nicola Manuppelli) è tutto qui, l’irregolare e la puttana, una macchina dal Mississippi, al Texas, al Colorado, la rapina, il delitto e il castigo. Sarebbe bello ma non si può, perché agganciato a questo inizio da manuale del noir americano c’è un capolavoro, una meraviglia di tensioni ed equilibri e paure sottili, di inquietudini che restano anche dopo, a libro finito e chiuso.
Pubblicato in economica nel ‘53 (35 cents, compratelo in stazione e lasciatelo in treno!) in una Il mio angelocollana di giallacci dozzinali, Black Wings non ha mai raccolto quanto meritava. L’autore Lewis Eliott Chaze (1915-1990), giornalista di qualche successo, ne soffrì parecchio e nonostante una decina di romanzi e vari racconti (pubblicati qui e là, dal Reader’s Digest a Life, al New Yorker) si arrese all’oblìo: quando morì era un uomo stanco e fuori catalogo. Ci resta per le mani questo testo strabiliante, che mette in fila indiana tutti i topos del noir di strada americano: i due outisider che si riconoscono, la rapina, gli inseguimenti, la sparatoria, la prigione e l’evasione, i soldi (il bagno nei dollari lo avrà, Virginia, lo pagherà carissimo), il buco nero dei rimpianti e forse – ehi, non è da loro! O forse sì… – dei rimorsi.
Chaze scrive piano e lucido, apparentemente leggero, spesso ironico. Ma pause e tensione non escludono mai lo sguardo implacabile del suo Tim Sunblade: sia sul mondo fuori (non gli piace), sia sul suo orizzonte esistenziale (non gli piace nemmeno quello, ma gli va incontro con l’eroismo dei disperati). L’amore? Ma sì, può darsi. Il sesso, certo. Ma è un amore tra serpenti, lei che fugge appena può, lui che non può lasciarla andare e pensa che dovrà ucciderla, lei che lo salva rocambolescamente. Due crotali che possono mordersi baciandosi, ma anche due falene strane, attratte dal buio, da (letteralmente, chi leggerà capirà) un buco nero che inghiotte vite e storie. Intorno, l’America, quell’America là, che pare uscire da un vecchio Technicolor troppo carico. Un posto di lavori sporchi e pericolosi, di piccola black-wings-has-my-angelborghesia assennata che bagna il prato, di coabitazione tra i prodromi di un benessere middle class e un presente da redneck. Si vedranno anche i ricchi, poi, in una New Orleans stupida e alcolica, e a Tim non piaceranno nemmeno quelli. Pagine sprezzantemente ironiche, la strada, i piccoli alberghi da pochi dollari, i bar dove si beve forte, i suburbi residenziali, persino le miniere e i cercatori d’oro della domenica, deserti e neve. Il lettore segue, assiste allo spettacolo di quella vivida autocombustione di vite, perdute fin dalla prima riga del libro ma che paiono non perdersi mai, fino alle ultime pagine. Se per fare del noir grande scrittura si tende di solito a scantonare, a sacrificare la trama, Chaze fa esattamente l’opposto. E’ mettendo in fila tutti gli stilemi del genere, tracciandone addirittura una specie di catalogo, che risolve l’enigma mai risolto tra genere e grande letteratura (quella linearità nel narrare, quella tensione… chi ha letto James Cain sa di quale potenza si parla), e ne tira fuori un gioiello vero, lasciando al lettore, alla fine, qualche ombra di ineluttabile disperazione e tutti i dubbi possibili sul bene e sul male, ma non su come raccontarli.

Eliott Chaze, 
Il mio angelo ha le ali nere
Mattioli 1985
pag. 203, euro 14,90

 

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