Alessandro Robecchi, il sito ufficiale: testi, rubriche, giornali, radio, televisione, progetti editoriali e altro
 
mer
27
dic 23

Gaza. Ora è il momento degli auguri: non “buon anno” ma “cessate il fuoco”

PIOVONOPIETRENon mi occupo della guerra, è la guerra che si occupa di me. Sono in una zona sicura, tranquilla, in altre occasioni avrei detto che la guerra la vedo al telegiornale, oggi non posso nemmeno dire questo, perché al telegiornale la guerra non c’è, o ce n’è poca, o bisogna star lì con un setaccio fine a distinguere le notizie dalla propaganda; alle immagini della terra bruciata dopo un bombardamento segue il servizio riparatore sui buoni e i cattivi, i valori dell’Occidente, cos’ha detto Biden, come si comporterà l’Iran, o l’Egitto, o l’Europa, che non si comporta mai, cioè male. L’infinitamente grande – la geopolitica mondiale, le cancellerie, le strategie – nasconde e oscura l’infinitamente piccolo, che invece è enorme, insopportabile: una famiglia sterminata, un ospedale bombardato, i feriti, i bruciati, quelli operati senza anestesia. Tento di resistere. Mi fa orrore la disputa sui morti, è come se per dimostrare l’imperativo umano di non ammazzare civili, innocenti, donne e bambini, uno dovesse sottolineare i numeri di civili innocenti, donne e bambini ammazzati. Quasi sbandierarli, a sostegno di una tesi così semplice e disarmante: non bisogna ammazzarli. Umiliante. Le ultime cifre, accettate più o meno da tutti, dicono oltre ventimila uccisi, ottomila bambini, numeri che saranno certamente aumentati quando leggerete queste righe. Si parla di cadaveri come si parla di milioni durante la manovra finanziaria: cento più, cento meno, che vuoi che sia. Penso a quelli che non rientrano nel computo dei ragionieri della guerra: quelli senza più un occhio, o una gamba, o un braccio, senza più nemmeno un barlume di futuro. Poi ci sono i negazionisti, quelli che “le bombe sono chirurgiche”, che negano l’eccidio quotidiano, che minimizzano, appena un po’ meno ripugnanti degli esaltati che teorizzano apertamente il genocidio, l’annientamento di Gaza, con dentro due milioni e mezzo di persone. “Fino all’ultimo ratto”, ha scritto una invasata suprematista su un social: sono rimasto paralizzato a leggere quelle parole, ho pensato a tutte le volte in cui ci siamo chiesti – a proposito del nazismo – come si era potuti arrivare a quel punto. Ecco. Così.

Tento di rifugiarmi nelle prospettive, il “che fare?”, le soluzioni, gli sviluppi. Non ci riesco. Non credo ci siano sviluppi possibili finché cadono bombe da duecento libbre su casermoni pieni di gente in fuga. E poi le prospettive, le soluzioni, gli sviluppi, paiono quasi peggio del presente. Immedesimarsi non è possibile, e con chi, poi? Non credo che, avvolti come siamo nelle nostre confortevoli sicurezze –  l’albero di Natale, i pacchettini, i parenti, lo spumante – riusciremmo davvero a capire l’enormità di quel dolore. Se penso al “dopo” aumenta lo sconforto. “Dopo” cosa? Pensa di essere un ragazzino a Gaza, la casa rasa al suolo, la famiglia decimata, magari orfano, magari con fratelli uccisi, mi chiedo cosa possa restarti oltre l’odio più cristallino. Pensa di essere un ostaggio di Hamas, forse ti chiederesti come ti aiuta, come ti serve, questa mattanza di civili in rappresaglia, se davvero aiuterà a farti tornare a casa. Visto da qui, dal Natale 2023, sembra tutto così plumbeo e definitivo, così inevitabile, con ogni discorso sensato, umano, ragionevole, spezzato in ogni momento da altro lutto, altro dolore, altri balletti sul lutto e sul dolore. “Cessate il fuoco” mi pare è l’unico augurio possibile, per il Natale passato e per il Capodanno che arriva. Non “Buon anno” – non lo sarà – ma “Cessate il fuoco”, subito.

4 commenti »

4 Commenti a “Gaza. Ora è il momento degli auguri: non “buon anno” ma “cessate il fuoco””

  1. Grazie, hai detto tutto e molto bene. Anch’io penso che per i sopravvissuti, se ce ne saranno, si aprirà un futuro terribile: verranno cacciati dalla loro terra per l’ennesima volta e finiranno in altri campi profughi. L’odio dilaghera’ perché, come ha scritto una israeliana che ha perso una figlia in un attentato, e che attribuisce la colpa di quella morte a Netanyahu, “se i palestinesi ci avessero trattati come noi li trattiamo, noi avremmo seminato tra loro un terrore cento volte peggiore”. Ad ogni modo va bene “cessate il fuoco”. Sarebbe un inizio!

    da Liliana   - mercoledì, 27 dicembre 2023 alle 13:47

  2. Cessate il fuoco è lasciate vivere chi ancora può farlo. Anche se l’inizio è stato “aprite il fuoco”….. Non risorgeranno i morti neanche in Palestina, ma i vivi vivranno un po’ meglio.

    da Laura Scotti   - mercoledì, 27 dicembre 2023 alle 20:02

  3. “CESSATE IL FUOCO” scrivetelo ovunque ! Grazie Alessandro.

    da Elena   - giovedì, 28 dicembre 2023 alle 01:38

  4. Certo, cessate il fuoco subito, è insopportabile questo modo di fare.
    Dopo tanto sostegno alla causa palestinese vedere tutta questa devastazione, non mi aspetto niente di buono dal futuro, in quella terra, in altre terre ,ma non arretrerò di un millimetro nella scelta da che parte stare, certo, con l’animo ferito.

    da Peppe   - venerdì, 29 dicembre 2023 alle 14:55

Lascia un commento