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mer
16
nov 16

Matteo transformer con teletrasporto: le dritte di Jim Messina

fatto161116Eh, dici bene, stargli dietro, ma come si fa! Passato in un nanosecondo dallo sventolìo europeista di Ventotene a togliere le bandiere dell’Europa dalla scenografia, asceso da rottamatore a establishment, poi da responsabile statista ad alfiere antisistema, Matteo Renzi pone un nuovo problema politico all’Italia. Non il trasformismo – roba vecchia – ma il trasformismo col teletrasporto: fulmineo, istantaneo. Stupisce che i giornali non pubblichino le previsioni del Renzi, cose tipo: domani un po’ populista con venature anti-casta, schiarite nel pomeriggio, statista europeo dopo cena, a nord-ovest, con cirri costituzionalisti sopra i mille metri.

Dopo accurati studi statistici, il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’istituto Zelig, è in grado di anticipare le prossime strabilianti trasformazioni del nostro primo ministro anti-casta.

Matteo esistenzialista – Secondo Jim Messina il sì può recuperare lo 0,4 nel quartiere della Sorbona e tra gli avventori del Café de Flore, a Parigi. Matteo si presenta con un girocollo nero, una giacca stazzonata e sigarette francesi. Bevendo un pastis, assicura che Simone de Beauvoir avrebbe votato sì di sicuro, peccato che non sia qui a dircelo di persona. Ospite di Fabio Fazio, canta un pezzo di Juliette Gréco.

Matteo trumpista – Recuperare il voto degli italiani del Maryland, del Montana e del Wyoming è possibile, dice Jim. Matteo si presenta da Maria De Filippi a bordo di una Cadillac di sedici metri e dice che se vince il sì caccerà dall’Italia tutti i messicani (che sono dodici, tra cui due gemelli e una centenaria). Mostra la sua colt placcata oro e annuncia che sarà presente alla finale di Miss Bastaunsì, a Recoaro Terme.

Matteo rasta – Uno 0,3 recuperabile tra gli italiani che vivono in Jamaica, più un possibile 0,2 di amanti del reggae, dice Jim. Matteo coi i dreadlocks tiene un commosso discorso contro il caro-cartine e promette, ospite di Vespa, che se vince il sì tutti avranno ottanta euro di filtrini in omaggio. Ira di Giovanardi.

Matteo nazionalista – Generali in pensione, colonnelli a riposo, attempate crocerossine dismesse. Secondo Jim c’è uno 0,8 per cento che si può recuperare facilmente cavalcando battaglie popolari, come la presa di Fiume o Nizza italiana. Da Lilly Gruber si presenta a cavallo. Promette che se vince il sì gli schioppi ad avancarica saranno sostituiti con modernissimi fucili della prima guerra mondiale (questo, secondo Jim, vale un recupero del 2,4 tra gli elettori che abitano sul Carso)

Matteo castrista – Ingannato dal ministro Martina sulla redditività della monocoltura della canna da zucchero, si presenta in uniforme e basco rosso a una toccante cerimonia, che ha conclude con un “Sì o muerte”, puntando al voto della comunità italiana all’Avana. Poi, in diretta da Barbara D’Urso, annuncia la nazionalizzazione delle banche. Tutte tranne una, ché ci sono problemi di successione.

Matteo futurista – Zang! Zang! Bzzzzz! Tra i giovani poeti italiani il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 99 per cento (uno fa il panettiere). Ospite del segnale orario, Matteo Renzi si rivolge a loro e declama alcuni versi di sua produzione “La Ue non si deve solo commuovere / Si deve muovere”. La serata è un successo anche se viene “locomotivamente fischiato” (cfr. Marinetti). Jim dice che si può recuperare il tre per cento tra quelli che odiano i poeti.

Matteo populista – Secondo Jim Messina si può recuperare un poderoso 8,8 per cento tra tutti gli elettori che si sono addormentati nel 1998 e svegliati ieri. Matteo tuona contro le banche, le multinazionali, il dollaro, l’euro, le scie chimiche e i semi transgenici. Poi fa un milione di promesse spericolate. Entusiasmo nell’entourage: “Pazzesco, Matteo, sembravi te stesso”

sab
12
nov 16

Leonard Cohen. In morte della malinconia più sensuale di sempre

fatto121116E poi viene il giorno in cui muore anche la malinconia. Era una cosa sottile, calma e avvolgente, incartata in una voce così bassa, così raschiata, che sembrava uno strumento da bordone, con le parole precise e nette, le melodie disegnate – no, incise – e condotte per mano dolcemente, una presa tenera ma sicura, come si fa con le ragazze quando si finge timidezza. Ora, come sempre davanti alle morti illustri, Cohen diventerà materia di critica e di ricostruzione: se fosse prima poeta o cantante, mistico (persino asceta, persino eremita) o fisico come le storie di amore e di sesso e di stanze d’albergo che cantava. O ancora si dirà di quell’amore lungo e della sua perdita, Marianne Ihlen, morta qualche mese fa, a cui lui aveva promesso di raggiungerla presto: “Sappi che sono così vicino dietro di te che se tendi una mano puoi trovare la mia”. E questo a proposito dell’amore, che non solo sopravvive agli abbandoni, ma ne trae, se possibile, più amore. “Nella sua ultima ora le ho tenuto la mano e ho sussurrato Bird on a Wire”. Basterebbe questo, per un poeta, lo sapete, vero?

Eppure Cohen era stato anche spigoloso, persino scomodo. Una voce così roca e dunque così esplicitamente sessuale, senza veli né troppi giri di parole, nella quale si sporgevano non i mali del mondo, che pure ci sono, ma i mali suoi, la depressione, la nostalgia, il suicidio, tema ricorrente. E la malinconia, sostanza collosa, intima, irraccontabile e dunque perfetta da raccontare, se sei capace. La mischiava, quella voce, con la chitarra acustica, all’inizio. E nella stagione dei figli dei fiori e dell’amore libero sembrava un monito: che libero non vuol dire leggero, ma denso, e questo lo faceva passare per il deprimente Leonard Cohen, il noioso Leonard Cohen. Poi la mischiò con il pianoforte, poi con arrangiamenti più orchestrali, pieni, e poi addirittura con un’elettronica gentile, e i cori, le voci multiple a contrappunto della sua, sempre scura, autosegregata nel mistero dell’intimità. Marianne, Suzanne, persino Jeanne D’Arc. Le donne – quindi la Donna – erano un’ossessione di equilibri, tra passione e abbandono, tra il rimpianto della perdita e la gioia tranquilla di avere, almeno, nella tristezza della fine, qualcosa da rimpiangere. Per questo – anche per questo – la cifra di Cohen è stata, sempre, la malinconia.

E dunque se ne va non solo un cantante e non solo un poeta, ma un intero impasto, non sempre lineare e mai semplice, di prescrizioni emotive, di appunti per leggere la vita e il mondo: “Dammi un’assoluta maestà su tutto / E stenditi vicino a me / E’ un ordine perfetto” (The future, 1992). Chissà, forse perché sapeva, ebreo errante affascinato dal buddismo al punto di ritirarsi per anni in eremitaggio, che la vita privata – noi – e il mondo pubblico, sono la stessa cosa, e nemmeno troppo rassicurante, cose che non ci faranno carezze.

Si sa che non bisogna fidarsi dei cantanti, che sono in qualche modo autorizzati alla ciarlataneria dei sentimenti, e pochi fanno eccezione. Ma in Leonard Cohen questa eccezione era monumentale, poderosa. Niente, mai, che suonasse falso. Ed è per questo che le sue canzoni erano confessioni e salmi, spesso più nascosti nelle b-sides, nelle canzoni che non si affacciavano alle classifiche, che in quell’Halleluiah che oggi molti riconoscono come la pietra migliore del suo scrigno, e mi permetto di dissentire. Non è lì che bisogna cercare Cohen, ma nei capricci del corpo e del cuore, nel sesso e nella bottiglia, nelle camere d’albergo del suo scontento, nell’amore che è sì uno scherzo, ma non per questo è divertente.

Una cosa, come gli diceva Suzanne nella canzone, da cercare “tra la spazzatura e i fiori”. Chi ha sentito Leonard Cohen come si deve, chi l’ha incontrato davvero, queste cose le sa. Perché sono vere. E perché gliele ha spiegate lui.

ven
11
nov 16

Perché e percome voterò No. Merito, metodo e altre cosucce

0000riforma3Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.

Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.

(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).

Voterò NO perché vedo una tendenza – nemmeno troppo nascosta, anzi, a volte rivendicata – a0000riforma2 limitare la rappresentanza e la sovranità popolare, cioè il voto. Le province, per dire, fanno tutto quello che facevano prima, solo che invece di votarli noi, i rappresentanti sono nominati altrove, a volte da luridi accordi di partiti e di correnti. Sarà così, più o meno, per il nuovo Senato, non lo voteremo più, se non in modo largamente indiretto.
Del doppio lavoro di sindaci e consiglieri comunali, un po’ a Roma, un po’ a fare quello per cui sono stati eletti nei loro territori, si è già detto, un altro pasticcio. E l’immunità da senatori (quindi anche da consiglieri regionali? Mah), altro pasticcio. E l’età, per cui potremo avere senatori diciottenni ma deputati non sotto i 25 anni. Pasticcio. Senza contare gli statuti delle regioni autonome che andranno riscritti (suppongo con qualche fatica) perché prevedono incompatibilità tra l’attività di consiglieri regionali e quella di senatori. Pasticci su pasticci su pasticci.
Per semplificare, tra l’altro! Ridicolo.

La questione poi dei “costi della politica” è risibile pure quella: si risparmiano una cinquantina di milioni in cambio di un cedimento di rappresentanza, una goccia nel mare delle spese della politica, anche se hanno provato a raccontarci che si risparmiavano 500 milioni (Renzi), o un miliardo (sempre Renzi), o che la riforma vale sei punti di Pil (Boschi… Farebbe un centinaio di miliardi. Pura follia). Stupidaggini sesquipedali.
E’ come dire: cara risparmiamo! Non compriamo più gli stecchini per le tartine al caviale, mangiamole con le mani, finger food, che fa anche smart e moderno.

schermata-2016-11-11-alle-13-14-11Voterò NO perché questa riforma, fatta male e scritta peggio, sposta qualche potere dal Parlamento all’Esecutivo. I sostenitori del Sì dicono, con aria di sfida, di mostrargli l’articolo che aumenta i poteri del Presidente del Consiglio. Ovviamente non c’è. O no? Tranquilli, c’è. L’articolo 72, detto anche del “voto a data certa”, prevede una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, che quindi avranno sempre la precedenza. In pratica, in una situazione di emergenza permanente, si potranno discutere solo leggi di iniziativa del governo (un governo, tra l’altro, saldamente in mano al premier che è pure segretario del primo o secondo partito). In quella corsia preferenziale potranno correre sia le leggi di bilancio, sia quelle elettorali. Insomma, un governo, con questa nuova Costituzione, potrà approvare in 70 giorni una nuova legge elettorale se quella esistente non gli conviene.
Dunque è vero, la riforma non tocca teoricamente i poteri del Presidente del Consiglio, ma in pratica lo aiuta un bel po’.

Voterò NO perché questa riforma Costituzionale è stata costruita, scritta e pensata in parallelo con l’Italicum, una legge elettorale che ancora più pesantemente lede il diritto di rappresentanza. Le minoranze Pd (mi sembra giusto parlare al plurale) che l’hanno votata l’hanno fatto esplicitamente dopo la promessa, la vaga assicurazione, il miraggio, che si sarebbe modificato pesantemente l’Italicum. Questo non solo non succederà in tempo (prima del 4 dicembre), ma consentirà a Renzi, se vince il Sì, di considerare il referendum un avallo all’Italicum (lo sapevate e l’avete votata… eccetera, eccetera).

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Inutile dire che la riforma, che è solo brutta e complessa e foriera di nuove confusioni, con l’Italicum allegato diventa anche pericolosa. Il mio NO diventa quindi autodifesa democratica e non più soltanto posizione tecnico-politica.

Ora veniamo ai motivi politici.
Le riforme renziane le abbiamo viste. Sono in larga misura pasticciate, dettate dalla fretta di mostrarsi veloci e decisionisti, ma all’apparir del vero abbastanza disastrose. Come minimo i loro effetti sono stellarmente lontani da quanto si era promesso e prefigurato con gran dispiego di storytelling. Il Jobs act (la legge sul lavoro, in italiano) ha prodotto qualche migliaio di nuovi posti di lavoro, parecchie stabilizzazioni e un profluvio di lavoro precario (voucher e compagnia brutta), ed è costata venti miliardi che, investiti in altro modo, avrebbero creato più lavoro. Tipica riforma renziana: risultati immediati molto sbandierati per la propaganda (anche truccando i numeri), e poi la realtà che arriva a darti una sberla, e intanto si sono levati diritti a chi di sicurezze ne aveva già poche. La “buonascuola” ancora peggio.

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Dunque ci troviamo davanti a varie contraddizioni politiche.
La prima: riformisti che non sano fare riforme decenti.
La seconda: riformisti che fanno le riforme, e se ne vantano ogni due per tre, ma che vogliono cambiare la Costituzione con l’argomento che con questa che c’è non si possono fare le riforme.

Quanto alla velocità delle leggi, l’argomento è specioso e rasenta la malafede: la legge Fornero venne approvata in 18 giorni, il bail-in in 13, le banche pericolanti (anche quella del papà della ministra delle riforme) sono state salvate in due settimane. In sostanza, semplifico, le leggi che aiutano il sistema e penalizzano il cittadino corrono assai (quella sul reato di tortura no, non corre).

Ma poi, perché si vuole essere così veloci? Perché il mercato è veloce, il mondo è cambiato, eccetera, eccetera. Dunque si dice: costruiamo una Costituzione più a misura di mercato, ed è esattamente quello che non mi piace per niente. La Costituzione deve essere a misura di cittadino e permettere a chi governa di regolare il mercato (aziende, banche e finanza), non di agevolarlo sempre e comunque sacrificando interessi comuni. Il mercato è, ahimé, parte di questo mondo, ma non è questo mondo.

Mi sembrano tutti motivi validi per il mio No, e probabilmente altri ce ne sono. Non ultimo, il ridicolo assalto della propaganda per cui se vince il No sarà il disastro, l’apocalisse, moriremo tuti e i mercati ci uccideranno. Non è vero, è terrorismo, a volte ben confezionato dialetticamente, a volte (spesso) arrogante e sbruffone come nello stile di chi ha inventato la riforma. Lo storytelling trinariciuto e banale, il ricatto dell’”allora non vuoi cambiare”, la retorica infantile del premier dinamico e giovane. Tutte cose irricevibili da gente che si proclama di sinistra (per chi ancora ci casca, pochi) e fa cose che la destra italiana sogna da anni.

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No, non è un voto sul Presidente del Consiglio, ma in fondo lo è. Se vince il No a una brutta riforma, chi ha proposto e sostenuto una brutta riforma perdente verrà un po’ ridimensionato, e penso che Renzi e il renzismo abbiano bisogno proprio di quello: una regolata. Se hanno i voti governino pure, ma con le regole fissate, non con regole nuove fatte su misura. Fa parte della propaganda il grottesco leit-motiv delle cattive compagnie, per cui la ministra che vota con Verdini in Parlamento accusa me di votare come Casa Pound. Stupidaggine: io voto quello che voglio, indipendentemente da chi lo fa anche lui. E visti i banchieri, i milionari, Confindustria, i finanzieri, Moody’s e tutto l’establishment schierato per il Sì non so quanto convenga ai “riformisti” fare questo discorso.
Nel referendum costituzionale del 2006 Renzi votò No, come Rauti, discorso chiuso.

C’è un altro motivo per il mio No, e riguarda il paese spaccato. Se una riforma così importante divide i cittadini a metà già vuol dire che non va bene, che non è ampiamente condivisa, che rompe in due la società, mentre dovrebbe compattarla (questo fecero, tra mille ottimi compromessi, i padri costituenti, quelli veri).

In sostanza, voterò NO per il merito (anche il ritornello “non parlate del merito” è una scemenza, parlare del merito della riforma è il modo migliore per mostrarla per quello che è, un pasticcio), per il metodo e per il disegno di lungo periodo che vi si scorge dietro. Perché mi sembra sempre più, ogni giorno che passa, un referendum delle élites contro i cittadini. Non mi sento per questo un conservatore né un immobilista. Ci sono cambiamenti che vorrei, fuori e dentro la Costituzione, ma non sono questi.

Quindi, No grazie.

Se volete abolire il Cnel, chiamatemi, a quello ci sto. Basta una riga, non serve stravolgere la Costituzione.

 

 

gio
10
nov 16

“Ehi, Barack, e se premo il bottone rosso?”

fatto101116Oggi, nel corso di una toccante cerimonia, Barack Obama ha ricevuto Trump alla Casa Bianca. In esclusiva mondiale, il Fatto Quotidiano può raccontare ai suoi lettori i dettagli rimasti segreti

– Questa è la camera da letto…
– Uff! Niente specchio sul soffitto? Niente letto rotondo?
– Ehm… no. E questo è il mio studio, la sala ovale…
– Bello! E questo bottone rosso? Per la servitù? Posso provare?
– No! Non toccare!
– Ok, ok, calmino Barack… E questo è il bagno?
– Sì, Donald, questo è il bagno
– E quello?
– E’ il bidé, Donald
– Ah, capisco… l’orto di Michelle dov’è?
– Là dietro… sono contento che ti interessi, gli ho dedicato molti tweet
– Devo capire le misure… per il parcheggio, io devo metterci molte jeep
– Beh, Donald, la casa l’hai vista, ma non voglio forzarti, se non ti piace puoi rifiutare…
– No, no, è carina… Anzi, Barack, volevo dirle… E’ un onore ricevere la chiavi da lei, io l’ho sempre considerata il miglior presidente americano. Il migliore a… scendere le scalette dell’aereo… a giocare a basket… a chiacchierare coi cantanti… davvero bravo… Ora può andare, ecco dieci dollari
– Ma… Donald… mi dai del lei?
– Ah, già che sei negro! Eccoti cinque dollari, sparisci!
– Scusa Donald… però… avrei una domanda
– Dimmi, su, veloce, che ho da fare
– Ma come hai fatto? Avevi contro tutti, i giornali, le televisioni, la sinistra…
– La sinistra? What is sinistra?
– Ma sì, Hillary, De Niro, Springsteen, Madonna…
– Ah, dici quelli che vivono negli attici di Manhattan?
– Beh, sì, anche loro…
– Ma io quelli li conosco bene! Glieli ho venduti io, gli attici a Manhattan! E alcuni sono ancora in affitto…