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mer
4
lug 18

La crepa nel decreto dignità che l’opposizione (sparita) potrebbe aprire

fatto040718Il “decreto dignità” è un brodino che non curerà la polmonite cronica del mondo del lavoro italiano. Però è un brodino – somministrato tra mille pressioni per diluirlo ancora di più – che segue anni di martellate sugli alluci, quindi un passo avanti, un’inversione di tendenza.

Non manca qualche simbologia: tra i primi provvedimenti del governo Renzi (“il più di sinistra degli ultimi trent’anni”, disse lo sventurato) ci fu il decreto Poletti, che era né più né meno uno schiaffone ai lavoratori precari. Tra i primi provvedimenti del governo SalviMaio – tragicamente a trazione leghista – c’è un attenuamento di quello schiaffone. Non c’è il ripristino dell’articolo 18, non c’è un vero superamento del Jobs act scritto e diretto nelle stanze di Confindustria. Però qualche ricaduta sulla vita reale sì, perché se ti licenziano da un impiego fisso devono almeno darti più soldi, perché chi assume a tempo determinato potrà farlo solo in certi casi, per meno tempo, e spiegando perché, e sono solo piccoli esempi. Non piccolissimi, se pensiamo a una famiglia dove uno perde il lavoro: avere come risarcimento una decina di stipendi invece che quattro e cinque (massino 36 invece di 24) fa una certa differenza, a pranzo e a cena, per qualche mese.

Anche nella comunicazione c’è qualche novità. Abituati da anni al cantar vittoria dei perdenti sui dati Istat dell’occupazione (la mia collezione sui tweet del Pd che inneggiano alla disoccupazione che scende tacendo del precariato che aumenta è ben fornita), sentiamo cantare i numeri che il poro Poletti cercava in tutti i modi di taroccare. Su 100 nuovi occupati, 1 ha un lavoro stabile, 4 si sono messi in proprio e 95 sono a termine. Insomma, non c’è niente da festeggiare o da sbandierare in quanto miracoloso, come facevano i rottamatori di se stessi.

A parte la piccola ma significativa inversione di tendenza (per cartina di tornasole si possono osservare le reazioni di Confindustria: come se gli avessero incendiato il garage), non resta che osservare l’orizzonte dove già si intuisce la presenza di un iceberg.

Il decreto dignità (mi permetto di suggerire nomi più sobri, ma questo è un dettaglio) va infatti decisamente in rotta di collisione con il pensiero salviniano, e questo sarebbe il minimo perché sappiamo quanto Salvini cambi pensiero come la biancheria (e forse più spesso, da “Padania is not Italy” a “Prima gli italiani”). Se si esce dai dettagli e si guarda ai blocchi sociali, invece il problema c’è: il primo provvedimento del governo è in controtendenza rispetto al pensiero dominante della destra che Salvini si è mangiata in un boccone. La manina del mercato, il liberismo che più che n’è e meglio è, la solita menata del “lacci e lacciuoli”, insomma la sempiterna litania padronale del “lasciateci fare il cazzo che vogliamo”. E non a caso le reazioni del mondo leghista sono gelide e anzi ostili, Salvini non è andato a una riunione sul provvedimento preferendo fare il pupazzo al Palio di Siena, la Meloni ha parlato di “ispirazione marxista” (come no, e gli alieni atterreranno giovedì) e gli industriali (e i loro giornali) hanno messo su il solito mugugno.

Se esistesse un’opposizione, cosa di cui c’è bisogno come del pane, tenterebbe di infilarsi in questa intercapedine che c’è tra le varie propagande (alcune schifose, come quella anti-umanitaria di Salvini) e i fatti. Vedere che nelle nuove norme sul lavoro c’è una crepa, infilarsi in quella crepa, allargarla, rendere le contraddizioni evidente e poi magari trasformarle in una vera divisione della maggioranza, una divisione di interessi, di blocchi sociali, di appartenenze: chi sta col lavoro, chi sta con capitale. Tutto questo, appunto, se ci fosse un’opposizione e non mangiatori di pop-corn e twittatrori compulsivi del “quando c’eravamo noi, caro lei”.

mer
27
giu 18

In cucina o di pomeriggio. Così Renzi entrerà (di nuovo) in casa nostra

fatto280618A seguito delle indiscrezioni pubblicate dall’organo ufficiale del renzismo (Maria Teresa Meli) e riprese da molti giornali, secondo cui Matteo Renzi starebbe tentando il passaggio alla carriera televisiva, Il Fatto Quotidiano, è in grado di anticipare alcuni dei progetti allo studio nella cantinetta di Rignano sull’Arno, progetti complessi che prevedono anche la nascita di un giornale dedicato alle gesta catodiche dell’ex leader: Sorrisi e Cazzoni Tv. Ecco l’elenco.

Chef Matteo.Il fascino delle trasmissioni in cui si cucina, si mangia, si mostrano le eccellenze italiane sottoforma di rape e fagioli rarissimi è forte. Renzi pare deciso a ritagliarsi il ruolo del conduttore, ma anche del capo cuoco, ma anche del produttore, affidando alla famiglia l’approvvigionamento di materie prime, fatturate a parte. Il programma sarà strutturato con un lungo monologo del conduttore, la presentazione dei concorrenti, un altro lungo monologo del conduttore, l’inquadratura dei piatti (30 secondi) e una lunga conclusione del conduttore. Qualche problema tecnico pare turbare la messa in onda perché alcuni autori hanno deciso di abbandonare il progetto. Matteo non si è scomposto: “Via, via, andate a fare il vostro programmino del due per cento, noi faremo il quaranta”.

Miss Italia Dem. Non indifferente al fascino femminile, Renzi potrebbe condurre un concorso di bellezza che affianchi alle doti fisiche delle concorrenti anche altre qualità come affidabilità politica, culto del capo, obbedienza. I migliori tweet di Anna Ascani e Alessia Morani verranno mostrati in sovrimpressione. Il programma sarà itinerante e toccherà tutti i comuni conquistati dal Pd nelle recenti amministrative, cioè sarà di massimo due puntate. Già in lavorazione la serata di Arezzo, con una sicura vincitrice – Maria Elena Boschi – che porterà alla fine la fascia di Miss Stasulcazzo.

Sbam, il piacere della sconfitta.Affabulatore nato, divulgatore e costruttore di storytelling, Matteo Renzi ama raccontare i misteri dell’universo e i segreti naturali del nostro pianeta. Nella prima puntata, già in lavorazione, Orfini si occuperà del millenario enigma dei cerchi nel grano (“Dove sono finiti i nostri elettori?”. “Boh, cerchi nel grano”), mentre Scalfarotto sarà inviato a studiare le famose linee di Nazca che pare contengano un’analisi della sconfitta del Pd (infatti nessuno le ha ancora decrittate e a Nazca aspettano un congresso da 4000 anni). Non mancherà la solita domanda dei programmi di divulgazione scientifica: esistono gli alieni? E se esistono, sono stati almeno una volta alla Leopolda?

Coi vostri soldi. Consapevole che l’economia è un caposaldo della nostra società, Matteo Renzi pare deciso a svelarne i meccanismi anche ai profani, tra i quali spiccano gli esperti economici del Pd. In questo caso non ci sarebbe problema di autori recalcitranti, perché i testi sarebbero, come nel caso del Jobs act, affidati al centro studi di Confindustria. Qualche difficoltà nel reperite gli ospiti: Marchionne e Farinetti hanno declinato l’invito con un semplice sms alla produzione (“Renzi chi?”). Il pubblico in studio sarà composto da giovani millennials, pagati 0,25 centesimi ad applauso (massimo dieci applausi per non sforare il budget).

Pomeriggio Renzi. L’impegno di una striscia quotidiana che si occupi di vicende quotidiane, squartamenti, corna, delitti, casi umani, funerali e battesimi reali, matrimoni vip e guarigioni miracolose non spaventa Matteo Renzi. La luce bianca sparata in faccia, l’atteggiamento finto-umano del conduttore e i selfie con gli ospiti faranno il resto. Nella prima puntata, la cui scaletta è già definitiva, è prevista l’intervista a un imprenditore schiantato dal dolore perché costretto a licenziare i suoi operai, e del suo gesto umano di occuparne due o tre, pagati in nero, per lucidargli la Ferrari.

mer
20
giu 18

Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

Fatto200618Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! E’ un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce e estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “aiutiamoli davveroa casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose.

E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

lun
11
giu 18

“La fine di Wettermark”, capolavoro di Eliott Chaze (recensione per Tutto Libri de La Stampa)

ChazeTTL090618Se guardate bene il grande affresco dei narratori americani, degli autori noir che scavano nell’anima del lettore, vedrete che le pennellate più scure – disperatamente scure – le mette Elliott Chaze. Scrittore sopraffino e feroce, acuminato, implacabile, uno che i suoi personaggi li spoglia di tutto, li lascia soli a cavarsela nelle loro storie, in qualche modo li osserva  come si guarda una formica annaspare in un bicchier d’acqua. Chaze (1915-1990) appartiene a quella genìa di narratori perfetti che hanno avuto meno fortuna di quanta ne meritassero, e va a onore di Mattioli 1885 l’averne rilanciato le opere: l’anno scorso con il mirabolante Il mio angelo ha le ali nere(1953) e oggi con questo La fine di Wettermark(1969), dolentissimo capolavoro, denso di ironia amara, concentrato di disincanto: un piccolo salmo in gloria della sconfitta umana.

Cliff Wettermark, cronista e scrittore fallito rifugiatosi in una piccola cittadina del Mississippi, sa di aver lasciato il meglio dietro di sé, e ripensandoci non era nemmeno ‘sta gran cosa. Ora deve 600 dollari alla banca, ha smesso di bere (gli manca) e di fumare (gli manca), il matrimonio è una convivenza stanca senza più un briciolo di passione, e si scopre una macchia tra il naso e un occhio, probabilmente un cancro (prima reazione : “Non posso permettermi un cancro”).
Il piano inclinato della sconfitta, insomma, si vede da subito, anche nella magistrale descrizione della provincia americana di fine anni Sessanta, perché a Chaze bastano tre righe, due movimenti e un guizzo per fare anche dei personaggi minori, fossero pure semplici passanti, ritratti che sembrano vivi. Così conosciamo colleghi,  poliziotti, direttori e cassiere di banca, un girotondo di “tipi” intorno al tipo nostro, il povero Wittermark, che però un giorno si accorge – ha dovuto scriverne in cronaca – di quanto sia facile rapinare una banca.
La maestria di Chaze si dispiega qui in modo perfetto: Wettermark non lo ami, non lo odi e non ti sta indifferente, ma dopo un po’, come per lui, tutto diventa pesante e fosco, si scivola, si sbanda. Non c’è rischio che Chaze crei un eroe, ma siccome è un campione vero rifugge anche la tentazione solita dell’anti-eroe. E le scene d’azione entrano in questo flusso, come separate eppure indistinguibili dalla vita normale: anche Wettermark, come il lettore, ha la sensazione che le cose – semplicemente – succedano. E’ un uomo solo, e farà tutto da solo: l’idea, il piano, la realizzazione. Wittermark non è un balordo né un delinquente, solo uno che vede che “si può fare”, e lo fa.
Chaze sa che la disperazione umana non è urlare e strapparsi i capelli, ma scivolare, appunto, verso il proprio destino. In poco più di 150 pagine (ma bella anche la prefazione del traduttore Livio Crescenzi) una vita singola, quella di Cliff Wettermark, diventa un bozzetto delle vite di tanti, di quelli alle prese con la sconfitta, con la fatica, il vuoto. E tutto con una nitida scrittura a strappi, a volte veloce come il migliore hard boiled, e poi più lenta e meditata, ma sempre precisa, netta, cattiva. I soldi, i dollari, i biglietti di banca come un’ossessione che prescinde dal valore, ma che è direttamente vita: “… in tutto il mondo la gente si sbatte da una parte e dall’altra con quei pezzetti di carta, e li dà via per avere sesso, automobili e barche e case, abiti, cibo, istruzione, li baratta con viaggi, e con quella roba costruisce chiese, casinò e bordelli…”. Wettermark non sogna tutto questo, ma i dollari li vuole lo stesso, gli servono. Il colpo di scena finale è stordente, niente sconti, niente appello. Il destino si compie, la fine di Wettermark, già scritta nel titolo, arriverà inesorabile a chiudere un noir nerissimo, bellissimo, un gioiello della letteratura americana, non solo di genere.