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mer
11
apr 18

Dalle ruspe alla fidanzata che stira le camicie: metamorfosi non ti temo

Fatto040418Non c’è bisogno di tornare alle Metamorfosi di Ovidio, la vecchia cara mitologia dove qualcuno, specie se dio, prima o poi diventava qualcun altro incasinando la trama. E nemmeno di svegliarsi scaraffoni come il Gregor Samsa di Kafka. Non c’è bisogno di arrivare a tanto, basta vedere la signora Isoardi che stira le camicie di Salvini: in poche settimane siamo passati dall’uomo-felpa all’uomo camicia-stirata, ogni epoca ha le metamorfosi che si merita.

In quanto a mimetismo e travestitismo d’occasione, comunque, lo spettacolo è interessante, più antropologicamente che politicamente, ma insomma. Salvini si sforza di uscire dal ghetto bellicoso del guidatore di ruspe per sembrare istituzionale, con tutti i dettagli esilaranti di chi cerca di mettersi in panni non suoi. Ma attenzione a non ridere troppo, perché il messaggio dice molto (a parte la concezione della donna a vapore, ovvio): vero che si passa dal look contadino alla camicia, ma vero anche che gliela stira la fidanzata, mica come Silvio che probabilmente se le faceva stirare da una scuola di samba in topless. La signora Isoardi che stira le camicie di Salvini è l’equivalente della canottiera di Bossi, un’ostentazione di normalità popolare: vivo come voi, non ho domestici (a parte la fidanzata, ri-ovvio).

La metamorfosi di Salvini è dunque incompiuta, o in fase di precisazione, ma intanto può poggiare solidamente su una metamorfosi della narrazione che lo ha portato al successo (il suo successo, cioè battere Berlusconi nel centrodestra). Mentre la scena politica macina soprattutto indiscrezioni e retroscena (traduco: nessuno ci capisce ancora un cazzo), le cronache languono. Il grido emergenziale per l’immigrazione incontrollata si è placato, persino la cronaca nera sembra aver tirato un po’ il freno a mano. Di colpo, vengono meno le urla para-inferocite delle moltitudini (nove-undici persone) dietro una transenna che dicono “Ha stato il negro”, “Ha stato il zinghero”. Di colpo la signora che si allunga per urlare nel microfono dell’inviato che suo cugino ha subito due furti in casa è messa in sonno, forse anestetizzata e riposta in un magazzino, in attesa della prossima occasione.

Il tam-tam dei media sui media (è come il cinema sul cinema, un genere a parte) dice che le due voci più xenofobe e allarmiste delle tivù Mediaset (Belpietro e Del Debbio) perderanno la loro tribuna, un po’ perché Silvio li ritiene responsabili di aver portato acqua a Salvini, un po’ perché la missione è compiuta: lo spavento diffuso a piene mani può essere richiamato indietro come un cane.

Quella della destra non è l’unica metamorfosi in corso, ovvio. Lenta e dolorosa appare quella del Pd: l’idea che dal bozzolo ormai incartapecorito del renzismo nasca una nuova farfalla è suggestiva, ma decisamente naïf. E poi ci sarebbe la metamorfosi sua, di Renzi Matteo, che pensa, secondo molti, a fare da sé in un processo di macronizzazione che ancora non gli riesce, sarà il clima.

Quanto ai Cinque Stelle, la loro metamorfosi pare finora la più riuscita: dicono dopo le elezioni cose ancora vagamente simili a quelle che dicevano prima delle elezioni ed è già un record, ma la loro mutazione era iniziata per tempo, con molto anticipo, nel passaggio dai vaffanculo alla mise da statista, in cravatta e sorriso stampato anche nella vasca da bagno. Non è merito loro, probabilmente, ma demerito e strafalcione di chi ha passato anni a descriverli come aborigeni con l’anello al naso e la sveglia al collo, tutti microchip e scie chimiche, mentre ora possono vantare una assoluta, persino scialba e monocorde, normalità, appena increspata da qualche caratterista che dà colore alla scena.

Per gli appassionati di metamorfosi, comunque, è solo l’inizio. Un altro mesetto di sudoku quirinalizio ci darà qualche elemento più, stiamo pronti.

mer
4
apr 18

Ieri la Lega evocava i Celti, oggi i campi militari della Wehrmacht

Fatto040418Scuseranno i lettori se mi porto avanti col lavoro e parlo del 25 aprile. Me ne dà occasione anticipata il sindaco leghista di Cologno Monzese, Angelo Rocchi che ha firmato (insieme all’assessora alla cultura Dania Perego) il patrocinio per una bella rievocazione da tenersi tre giorni prima della festa della Liberazione: un campo di fanteria nazista ai giardinetti. Motivazione etico-didattico: mostrare la vita quotidiana durante la guerra, a Cologno Monzese. Intenso programma (lo leggiamo su un manifesto che raffigura due soldati tedeschi, uno dei quali, poverino, ferito): “Preparazione del rancio con ricette d’epoca”, bello. “Cerimonia consegna onorificenze”, commovente. “Racconti, miti e leggende del Nord intorno al fuoco”. No comment. Il tutto in divisa, per la precisione quella della Wehrmacht. Organizzazione dell’accurata ricerca storica, un gruppo che si fa chiamare 36 Fusilier Kompanie (era un allegro club di volontari austriaci delle SS).

Insomma, spero vi sarà chiaro che la politica non c’entra niente: si tratta di rievocazione storica, con i nazisti en travesti che fanno i “banchi didattici” con i ragazzini e le famigliole.

Nessuno verrà fucilato e appeso agli alberi con il cartello “banditen”, nessuno verrà deportato per l’occasione in quanto ebreo o dissidente, nulla verrà requisito alle famiglie del luogo per preparare il rancio “con le ricette d’epoca”, e gli abitanti di Cologno Monzese, assistito allo spettacolo, potranno andare a fare la spesa invece che patire la fame. In soldoni: come rievocazione storica fa schifo, si può dire che è un falso.

Puntuale il doveroso corollario di polemiche e proteste, perché vedere simpatici buontemponi vestiti da nazisti che spiegano ai ragazzini cos’era Cologno durante la guerra mette in effetti un po’ i brividi.

Poi, come al solito è arrivata la toppa, un po’ peggio del buco. Il solito arrampicarsi sugli specchi: cambiata la foto del manifesto, quasi identico il programma (manca la “cerimonia consegna onorificenze”, un vero peccato per quelle croci di ferro che non verranno distribuite agli astanti). Il sindaco Rocchi (la sua amministrazione è un po’ in bilico per beghe interne, ma ha il fermo sostegno di Casa Pound, rappresentata dall’ex capogruppo leghista) ha detto che c’è polemica su tutto ciò che non piace alla sinistra e che ai giardinetti ci saranno anche la Croce Rossa, i partigiani eccetera. Insomma, dentro tutti, polverone totale, testacoda grottesco e figuraccia.

Mancando tre settimane al 25 aprile, la ridicola situazione di Cologno Monzese potrebbe servire per qualche riflessione. Quella là, la Liberazione, la Resistenza, fu una faccenda abbastanza seria e drammatica che chiudeva un periodo storico terribile, che non merita pagliacciate. Quanto all’ipotesi didattica invece sì, un intento c’è. E si rimanda ai tempi antichi della Lega bossiana, quella dell’indipendenza, dove si organizzavano ogni due per tre rievocazioni storiche di superiorità padana: divertenti ricostruzioni medievali anche in paesi nati negli anni Cinquanta. Che la Lega sia passata dai cortei in costume celtico ai campetti con le mostrine delle SS è un dato di fatto che dà da pensare.

A protestare (giustamente) con il sindaco di Cologno Monzese c’è anche il Pd milanese, per dire, quello che l’anno scorso, il 25 aprile, si presentò in piazza con magliette blu, bandiere blu e cartelli blu con nomi improbabili (persino la collaborazionista Coco Chanel). Chissà, forse l’annuncio di un campetto nazi alle porte di Milano gli ha fatto recuperare lucidità, speriamo. Ma speriamo soprattutto che lassù a Cologno nessuno si faccia male, si scotti col rancio, o resti impigliato nel filo spinato. Il sindaco invita alla festa le famiglie e gli stranieri, che così impareranno la nostra storia, ma un po’ per fiction, senza rastrellamenti.

dom
1
apr 18

Follia maggiore. Fotine e ringraziamenti

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Più di trenta presentazioni in giro per l’Italia, tante librerie, grandi piccole, indipendenti. Da Roma a Bassano, da Torino ad Assisi… Grazie a tutti quelli che sono venuti, ai librai che hanno ospitato e organizzato, a quelli che hanno letto, scritto, recensito, intervistato, fatto domande o considerazioni varie (la rassegna stampa è qui). Follia maggiore si comporta molto bene, parlare coi lettori è sempre istruttivo. I prossimi appuntamenti saranno comunicati come al solito qui, sulla pagina FB, su twitter eccetera. Per adesso grazie a tutti.

mer
28
mar 18

L’autobus di Fico e l’incredibile mondo dei pusher da corsivo

fatto280318Ieri tutti i giornali del regno, e segnatamente i gradi giornali, hanno dedicato molte righe (anche due articoli) a un fatto straordinario: il presidente della Camera, nuovo di zecca, appena uscito dalla confezione e pronto per l’uso, ha preso l’autobus. Una notizia che incomprensibilmente non è comparsa sulla prima pagina del New York Times o di Le Monde, segno di stupido disinteresse internazionale per le cose italiane. Dunque ecco Roberto Fico sul bus, con tanto di ovvia fotografia (messaggio: “io prendo l’autobus”) e inusitato clamore. I pusher di moralette da corsivo in prima pagina hanno subito tuonato: demagogia! Poi hanno notato che secondo certi dati Fico non prende spesso l’autobus, ma più sovente il taxi, avendo speso l’anno scorso circa 2.800 euro in vetture pubbliche (che, diciamolo, in un anno non è una fortuna, ma ok, complimenti ai segugi della stampa, finalmente tornati cani da guardia del potere). Insomma, la questione si fa spinosa e potremmo chiamarlo “il giallo dell’autobus 85″. Perché a Fico, nei pensosi commenti, non si rimprovera – e ci sta – soltanto un tocco un po’ naïf di demagogia, ma anche una cosa più grave. Egli ha messo a repentaglio la sicurezza dei cittadini, perché se un malintenzionato salisse sullo stesso autobus con una scimitarra, una bomba a mano o una mitraglietta Uzi per attentare alla vita del presidente della Camera, il suo comportamento (suo di Fico, non del coglione con la mitraglietta) metterebbe a rischio cittadini onesti che hanno preso – come Fico – l’autobus 85.

Ora diciamolo: la mossa di prendere l’autobus per andare a lavorare il primo giorno da presidente della Camera è certamente un filino demagogica e non vogliamo qui difendere o attaccare alcuno, né il presidente Fico, né i suoi accusatori, né i passeggeri dell’85 che hanno corso il mortale rischio di saltare in aria per colpa del Presidente della Camera. Alla fine è un enorme “chissenefrega” e così andrebbe archiviato. Eppure tocca ricordare alcuni precedenti. Quando, chiamato da Napolitano, Mario Monti corse a Roma per prendere l’incarico di Presidente del Consiglio e affrontare lo Spread a mani nude, il peana che i giornali gli riservarono derivava in gran parte di una straordinaria rivoluzione culturale: il Genio aveva preso il treno e – meraviglia e sgomento – lungo la banchina della stazione aveva addirittura trascinato da sé il trolley.

I lettori di interiora di pollo e fondi di caffè avevano allora preconizzato una nuova era. Si è visto. Altri divertenti saltimbanchi hanno imitato poi il gesto: foto su foto di Matteo Renzi in treno, in Smart (guidava Carbone, quello del “ciaone”, povera stella), in bicicletta, monopattino, parapendio, bob a due, bob a quattro e catamarano, per dire, mentre lui celiava “la mia scorta è la gente”. E si è visto anche lì.

Insomma, da anni abbonda la retorica del “lui non è come gli altri” legata ai mezzi di trasporto, e fa piacere che nel caso di Fico, finalmente, alla buon’ora, i pasdaran del commentino arguto, per una volta, non si siano fatti infinocchiare. Eh, no, a quelli lì non gliela si fa. Con la faccenda che “Uh, che bravo sa anche andare a piedi” ci sono cascati con tutte le scarpe con Monti, con Renzi, con Rutelli quando andava in motorino, ma con Fico dicono: basta, questa volta non ci fregate.

Non possiamo che rallegrarci per il repentino risveglio e la ritrovata verve “gentista”. Ma sì, proprio quella rimproverata per anni ai plebei grillini e ora in voga presso le élite. Insomma, Fico, faccia il piacere, non lo faccia più. Mette in allarme il paese, a rischio i poveri utenti dell’autobus 85 e soprattutto svela un meccanismo complesso della politica italiana: a fare i talebani si fa un po’ a turno, e ora tocca ai grandi giornali autorevoli e responsabili. Mah, sarà la famosa alternanza.