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Mer
29
Ott 14

Il miracolo della Leopolda: c’è qualcosa “a destra del Pd”

Con le tifoserie schierate intente a sbertucciarsi come in seconda media, i dispetti tra piazze (e piazzette) contrapposte, le arrampicate sui vetri da dibattito televisivo, non è facile tentare un ragionamento complessivo. Si aggiunga che la  legge di stabilità ha ormai più versioni di una canzone dei Beatles (acustica, elettrica, in slide, versione Quirinale, merengue, heavy metal, versione europea, e altre ne verranno), e la confusione aumenta. Si aggiunga ancora che non si parla d’altro che delle differenze interne al corpo mutante della sinistra o di quel che fu (politiche… no, economiche… no, culturali… no, antropologiche, eccetera eccetera), il che mette in gioco passioni personali che certo non aiutano la serenità dell’analisi. Ma insomma, ora, alla fine ci siamo. E siccome non sono più i tempi della nostalgia, dei gettoni, dei rullini e di Lenin, non faremo la solita domanda: Che fare?, ma ci chiederemo più smart e friendly: and now?
Certo, c’è il caso che per qualche tempo il lavoratore in mobilità e l’imprenditore che lo licenzia possano votare per lo stesso partito. Ma è possibile ciò in un momento in cui si prendono decisioni storiche per le vite dell’uno e dell’altro? Un italiano alle prese con l’angoscia del futuro e con la difesa del posto del lavoro, può sostenere in modo convinto un premier che lo chiama dinosauro, accusandolo di non vedere il luminoso futuro che è solo l’inizio? Ovvio, la società è una faccenda parecchio complessa, tra il ragazzotto azzimato della Leopolda e il metalmeccanico col fischietto di piazza San Giovanni ci sono milioni di sfumature. Però è fatale che qualcosa si romperà.
Io sento la frase “a sinistra del Pci/Pds/Ds/Pd” da quando giocavano Mazzola e Rivera e mio padre aveva la Millecento, dunque aspetto con la trepidazione mista a scetticismo dell’abbonato di lungo corso. Ma è la prima volta che vedo distintamente in atto la creazione di una cosa “a destra del Pd”. Segnali piccoli e grandi: i dirigenti locali di Forza Italia che votano alle primarie del Pd, fascinazione per Marchionne, applausi dalla destra giornalistica (Foglio, Giornale e Libero battono le mani spesso), imprenditori del cachemire presentati come geni del Rinascimento, articolo 18, Fanfani meglio di Berlinguer, il finanziere londinese che discetta del diritto di sciopero, sberleffi al mondo del lavoro, lotta ai corpi intermedi e rapporto diretto tra leader e popolo, tipo balcone. Ecco. Con l’aggiunta che la piazza di San Giovanni interessa meno, ed è elettoralmente molto meno pesante, della piazza televisiva della D’Urso, gentilmente concessa dal capo dell’opposizione. I sostenitori entusiasti, costretti a ripetersi come un mantra che loro “sono di sinistra”, forse per convincersi, fanno il resto sul piano teorico. Il Partito della Nazione, di cui si legge da qualche tempo nelle analisi politiche, è un’idea forte e pare in corso di attuazione, anche se strisciante. Un partito del Premier che si mangerà molto a destra, mentre la grande incognita rimane a sinistra. Dove andranno gli elettori accusati di essere trogloditi coi gettoni del telefono? Rimasugli ingombranti del secolo passato? Per ora hanno solo i vecchi, cari corpi intermedi, come va di moda chiamare il sindacato dei lavoratori. Per i resto sono soli. Politicamente abbandonati all’autogrill, legati al guardrail perché non provochino incidenti, con una ciotola d’acqua da ottanta euro e nient’altro. Nessuno che compaia per adottarli e ridare loro una famiglia.

Mar
28
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. “Non confermato”, la neolingua del Jobs act

Grande affabulatore, schietto contadino di alta gamma, filosofo del “fare”, teorico dell’ottimismo, Oscar Farinetti è l’ospite ideale per ogni talk show. Sa poetare sul formaggio di fossa e sulla politica industriale, sulla stagionatura del prosciutto e sulla macroeconomia planetaria. E’ insomma un pensatore ad ampio raggio che, forse per modestia, espone nei suoi negozi un nuovo articolo Uno della Costituzione riscritto da sé medesimo. E’ comprensibile che provi qualche fastidio quando si parla di cose minuscole, dettagli, come le relazioni sindacali nei suoi supermercati. Ma poi, siccome è gentile, risponde anche a quello. E dice che lui non è uno che licenzia, al massimo che “non conferma” i contrattini alla loro scadenza. Possibile che per il lavoratore la differenza tra “licenziato” e “non confermato” sia sottile come una fetta di culatello, ma per lo spettatore del talk show è invece chiarissima. E’ la miglior spiegazione pubblica del Jobs Act sentita fin qui.
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Lun
27
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Il “nuovo” prima dei gettoni

A proposito di gettoni del telefono come metafora dell’antico (copyright Maurizio Crozza), nel discorso leopoldiano di Matteo Renzi risulta illuminante il passaggio sugli intellettuali. Una parte di loro “somiglia a quei pensionati che guardano i cantieri e scuotono la testa”. Siccome questa bella frase segue gli sberleffi sui “professoroni” (cfr, ministro Boschi), va ricordato che non c’è nulla di più antico di questa specifica insofferenza del potere. “Intellettuali dei miei stivali”, tuonava Craxi quando ancora i gettoni del telefono esistevano. “Culturame” diceva sprezzante il regime fascista quando i gettoni non c’erano ancora. Insomma, per quanto si sia moderni, con l’iPhone e senza rullino nella macchina fotografica, gli intellettuali sono ancora una gran seccatura. Un’altra cosuccia venduta come moderna ma molto, molto antica, perché il concetto un po’ autoritario di “non disturbare il manovratore”, è nato molto prima del tram, e di nuovo non c’è niente.
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Ven
24
Ott 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Firenze e Roma: i due garage

La stazione fiorentina della Leopolda sarà travestita da garage. Un richiamo ad antiche leggende di fine 900, perché il riferimento è il garage dove Steve Jobs inventò il personal computer e dunque un posto dove nascono le idee. Intanto a Roma sfilano, anche contro le idee del garage fiorentino, centinaia di migliaia di persone che in un garage – ma vero, nel senso di officina – ci vanno tutti i giorni, spesso con il timore di trovarlo chiuso il giorno dopo, e anche questo è un richiamo novecentesco: lavoro fisico, mani sporche, fatica. Nel garage fiorentino viene lucidato con amore il carro del vincitore, nella manifestazione romana spingono il carro dei perdenti, quelli che negli ultimi trent’anni hanno visto l’erosione di reddito e diritti. Nel garage fiorentino si tende a descrivere il garage che sfila a Roma come una processione di “privilegiati” che un lavoro ce l’hanno e non capiscono la modernità. Nel garage che riempie la piazza la “modernità” la pagano da un pezzo e ne hanno piene le balle. Buon week end.
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