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Ven
18
Lug 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Seminare missili

Dopo decenni di assedio e controllo, Israele conosce ogni centimetro  quadrato di Gaza, cosa che si premurò di far notare al mondo ai tempi degli “omicidi mirati” e dei “missili intelligenti”. Dunque che l’ospedale Wafa, nel distretto Shujaiyya di Gaza, sia stato colpito dai missili israeliani due volte in due giorni non è un errore, è un fatto voluto, cercato, deliberato e consapevole.Se si vuol fare della retorica, si può dire – ed è vero – che la guerra è sempre un errore. Se invece si vuole restare realisti – cosa che è possibile anche restando umani – si deve dire che in questo caso gli errori non esistono. Buttare odio ed emotività come benzina sul fuoco su una questione che brucia da decenni non è una buona politica. Esattamente come seminare missili sugli ospedali.

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Gio
17
Lug 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Vieni avanti, pretino!

Dopo il prete prescritto al processo per falsa testimonianza al processo per ‘ndrangheta festeggiato coi i fuochi artificiali dalla popolazione (Reggio Calabria), leggiamo avidamente del prete al coca party, che per sfuggire alla cattura butta nel cesso non solo la coca (ovvio) ma pure il passaporto (Milano). Siccome dei preti pedofili s’è già detto, sui preti con l’amante c’è ampia letteratura, urge aggiornamento del repertorio. Suggeriamo a breve il prete dinamitardo e il prete hacker. Non sarebbe male il prete taccheggiatore al supermercato e siamo stupiti di non aver ancora visto, colonnino a destra dei giornali online, il prete tatuato. Che diventi una moda dell’estate è presto per dire, ma già conosciamo gli argomenti difensivi della categoria: i preti sono esseri umani come noi. Beh, ora non offendiamo!

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Gio
17
Lug 14

Sei povero? Calma, la riforma del Senato è quasi pronta

Chissà come sono contenti della riforma del Senato i sei milioni e ventimila poveri assoluti d’Italia, aumentati nell’ultimo anno di un milione e 206 mila unità. E chissà come sono entusiasti del nuovo corso i dieci milioni di poveri “relativi”, e come gongolano vedendo che le priorità di chi li governa riguardano il castigo per i senatori dissidenti, le mediazioni di Calderoli e il patto del Nazareno. Faranno la òla, altroché, di fronte al nuovo che avanza. Per ora il “nuovo” è che loro aumentano a ritmo spaventoso, e un altro “nuovo” è che la povertà – anche quella assoluta – riguarda anche gente che lavora. Come dire che il disagio e l’indigenza non sono più (da un bel pezzo) faccende di marginalità, ma componenti strutturali del paese (il dieci per cento di poveri assoluti, quasi il quindici per cento di poveri relativi), componenti strutturali a cui si presentano priorità come “governabilità”, “stabilità”, e non, come si sarebbe detto un tempo, pane e lavoro.
I dati Istat diffusi ieri, come spesso fanno i numeri, specie se spaventosi, fanno un po’ di giustizia di tanti discorsetti teorici. Uno su tutti: l’eterna, noiosissima, stucchevole diatriba su destra e sinistra. Categorie vecchie: ora va di moda il sopra e sotto, il di fianco, l’oltre, e altre belle paroline utili all’ammuina. Poi, in una pausa della creatività ideologica corrente, arrivano quei numeri a ricordare che la forbice della diseguaglianza continua ad aprirsi, che i poveri aumentano (di moltissimo) e che il paese è ormai due paesi: chi ce la fa e chi non ce la fa. Con in mezzo chi ce la fa a fatica e vive nel terrore del passaggio di categoria, verso la retrocessione, ovviamente. A questi ultimi sono andati gli ottanta euro di Renzi: un po’ di ossigeno ai “quasi poveri” che un tempo si sarebbero detti ceto medio.
I numeri dell’Istat sono il solo vero discorso politico sentito in Italia negli ultimi mesi. L’unico che meriti di essere approfondito, un filino più serio dei pranzetti con Verdini, degli incontri in streaming, della pioggia di emendamenti sulla riforma della Costituzione. Un discorso che dovrebbe parlare anche a quella sinistra dispersa e bastonata che si oppone (ah, si oppone?) alle larghe e larghissime intese. Un solo punto, un solo programma, basta una riga: ridurre le distanze, attenuare le differenze, diminuire le diseguaglianze.
Le cifre dell’Istat – e le persone che mestamente ci stanno dietro – indicano l’unica vera priorità del paese, altro che Italicum. E sarebbe interessante capire, sia detto per inciso, quanti di quei milioni di nuovi poveri, assoluti o relativi, sono scivolati indietro a causa dell’affievolirsi della parola “diritti”. Parola vecchia, bollata come conservatrice. E così non è più un diritto il lavoro, non è più un diritto la casa, e di scivolata in scivolata, la povertà diventa questione privata, colpa individuale e non, come dovrebbe essere, piaga pubblica e sociale. Il “governo più di sinistra degli ultimi trent’anni” (cfr. Matteo Renzi, febbraio 2014) non solo ha altre priorità, ma pare intenzionato a intaccare alcune forme di welfare (la cassa integrazione in deroga, per dirne una) facilitando, e non contrastando, lo scivolamento verso l’indigenza di altre centinaia di migliaia di italiani. Per questo i numeri dell’Istat sono il solo vero discorso politico sentito negli ultimi tempi: dicono di come oggi una sinistra che lotti contro le diseguaglianze non esista, e di quanto invece ce ne sarebbe bisogno. Come il pane. Appunto.

Mer
16
Lug 14

Per pagina99, Piede Libero di oggi. Nel cervello dei leader

Come funziona il cervello di un leader? Ne scrive diffusamente il Sole 24 ore, citando corposissime ricerche di riviste internazionali, università americane, studi di affermati luminari. Il segreto del cervello dei leader starebbe nell’interconnessione di diverse reti neuronali, una più attenta al “problem solving” e l’altra più emozionale. La stretta interconnessione tra questi due sistemi operativi delle sfere cerebrali nei soggetti che esercitano una leadeship assicurerebbe equilibrio e capacità decisionale. Gli studi non dicono dove si annidino, tra il Task Positive Network e il Default Mode Network le frasi: “Chi vota contro è fuori” o “Se vuoi puoi andare con Alfano”, perché un po’ di mistero, nel cervello dei leader deve rimanere. Se ne rimane troppo, comunque, si può sempre telefonare a Verdini.

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