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gio
9
nov 17

Merchandising per chi non è mai stato renziano. Si diventa ricchi (o quasi)

Fatto091117Io ve lo dico: se ci mettiamo a vendere le spillette con scritto “Mai stato renziano” facciamo i soldi. Fate conto di metterle allo stesso prezzo delle primarie, due euro l’una, e sono cifre importanti, abbastanza per avviare un percorso imprenditoriale basato sulla cessione beni e servizi per chi vuole derenzizzarsi. Ecco i principali servizi offerti dalla nostra azienda.

Tweet predatati. Può capitare che qualcuno chieda prove provate del vostro non essere mai stati renziani. Di solito in questi casi si esibisce un tweet del 2014, o un post del 2015, si cita una vecchia battuta sulla Leopolda. Se non siete in possesso di pezze d’appoggio, la nostra azienda vi fornisce tweet e post di Facebook predatati, critici o ironici, con cui accreditarvi. La cancellazione di vostri vecchi tweet inneggianti a “Matteo che vince” è disponibile con un piccolo supplemento. Maggiorazione del dieci per cento per i tweet su “Quanto è brava Maria Elena”.

Renzisti anonimi. Il percorso di recupero personale può essere lungo e faticoso. Oltre alle riunioni, in cui ognuno racconta la sua storia, i motivi che l’hanno portato al renzismo e le ragioni per cui vuole smettere, sono possibili colloqui individuali, nei casi più gravi saranno presenti una suora e un esorcista (tariffa da concordare).

Biglietti del treno. Siamo spiacenti, la nostra azienda risolve molti problemi ma non può fare miracoli. Se siete tra quelli che hanno pensato che il treno di Renzi era una buona idea, le vostre probabilità di recupero e guarigione sono troppo basse, quindi niente rimborso.

Cancellazione selfie. Vi siete fatti un selfie con Renzi? Comparite plaudenti sotto il palco da cui parla? Sono ricordi che un uomo vuole cancellare, e anche una donna. Tecnicamente non è difficile, basta un piccolo fotomontaggio per sostituire le fattezze di Matteo con quelle di chiunque altro, il cicciottello della seconda B, oppure il collega d’ufficio che scrocca troppi caffè alla macchinetta. Qui le tariffe variano: se di quella foto vi siete vantati con gli amici dovremo raggiungerli uno per uno e potrebbe costarvi caro. Non si accettano carte di credito.

La strage dei cugini. Quante volte per sostenere una riforma renzista avete tirato in ballo vostro cugino? “Il jobs atc funziona, perché mio cugino l’hanno assunto!”, oppure “Mio cugino cerca un cameriere e non lo trova!”, o anche: “Il figlio di mio cugino si trova tanto bene con l’alternanza scuola-lavoro!”. Sappiamo che il più delle volte si trattava di cugini immaginari, ma nel caso fossero cugini veri, potrebbero lasciarsi sfuggire che non vi hanno mai detto quelle scemenze. Testimoni pericolosi, insomma. La nostra azienda si propone di eliminarli discretamente, facendolo sembrare un incidente. In questo caso la tariffa è piuttosto alta, ma si può discutere uno sconto-quantità. Supplemento per i cognati.

Certificazioni. Purtroppo la normativa Ue ci obbliga a un complesso sistema di certificazioni. Per fare qualche esempio: il codice Ue34-71-J indica chi ha smesso di essere renziano dopo i tagli alla sanità, mentre Ue61-12-F indica chi ha smesso dopo il referendum sulle trivelle. E’ un lavoro complesso e costoso, ma vi mette al riparo da brutte sorprese future. Disponibili le pergamene da appendere in ufficio con la dicitura “Non più renzista dal…” (Esempio: Non più renzista dal gennaio 2016, “Mps è risanata, ora investire è un affare”, codice Ue57-83.Y). Visitate il nostro negozio di cornici.

Assistenza. Il nostro centralino è sempre in funzione per qualsiasi chiarimento e l’ufficio commerciale valuta sconti per gruppi numerosi di gente che si è sbagliata e sente il bisogno di un percorso di riabilitazione, tipo Confindustria, Rai, gente che scrive su Il Foglio. Sconti e convenzioni con chirurgi plastici per chi “ci ha messo la faccia”.

mar
7
nov 17

In morte di Pietro Cheli, amico gigantesco

CheliQuello che so io di Pietro Cheli non è molto interessante. In ogni caso non come era interessante lui, ma si sa com’è quando uno se ne va: si cercano le parole e vengono fuori solo quelle buone, un po’ di retorica e un po’ di nostalgia. Pietro Cheli non merita queste stupidaggini, lui stesso avrebbe sbottato uno dei suoi tonanti “Belìn, che palle!”.
E’ stato il mio capo al Diario della settimana, quando si andava a “portare il pezzo” anche se lo si era già mandato per mail, così, per fare due chiacchiere di tutto e di niente, e per vedere cos’aveva da dire Pietro. Che era una specie di miniera, un orco buono circondato da pile di libri in ordine precario. Da lì, come dalle cene in cui mangiava come Pantagruel e raccontava come Fo, te ne andavi sempre con una carrettata di aneddoti, racconti che potevano andare dal Genoa alla letteratura, dal pettegolezzo alla critica del testo. Un corpo così pesante e così tanta leggerezza, sembrava un miracolo. E poi, Pietro Cheli sapeva tutto e leggeva tutto, ed era di una curiosità spaventosa: morbido come un piumino – un piumino bello grosso – e anche acuminato come uno scalpello da ghiaccio, mica uno che mediava. Era un enorme fratello tricheco capace di dolcezza e di ironia.
Quando mi chiamò dopo l’uscita del mio primo romanzo, la Canzone, mi fece molti complimenti, ma più che contento ero sollevato: Pietro poteva anche dirti senza problemi che avevi scritto una cagata e, sapendo questo, i suoi complimenti valevano doppio. Poi arrivava alla presentazione con il libro tutto pieno di appunti, segni a matita, sottolineature, segni di pagina: “L’avevo già letto, ma l’ho riletto stanotte”. Gli erano piaciuti anche gli altri (“Belìn, quanto scrivi!”), e io avevo sempre la sensazione di essermi sottoposto a una specie di benedizione: se Pietro Cheli dice che va bene, allora va bene, e comunque non metteva conto parlarne, perché era già passato ad altro, altri aneddoti, altre storie, altri libri letti, dischi o concerti sentiti. Ecco, io me lo ricordo così, un fiume in piena che ti contagiava con tutto quello che aveva contagiato lui. Ora fa male pensarlo. Fa male pensare ad Alba, amica trentennale, sister in rock dai vecchi tempi de l’Unità, che rimane senza il suo Pietro. Come tutti noi, ma lei di più, e un abbraccio come quello – così gigantesco – deve mancare in modo intollerabile.

sab
4
nov 17

Una vita a zig zag tra spogliarelliste, luci di San Siro e puntate sui cavalli

E’ uscito (Quodlibet edizioni) Sportivo sarà lei, una raccolta di scritti, appunti, racconti eccetera di Beppe Viola. Qui la recensione su Tutto Libri de La Stampa

viola coverScrivere di Beppe Viola è un po’ complicato, perché alla fine ti tocca scrivere di quelli che fanno gli spiritosi, di quelli che si venderebbero la casa per una buona battuta e anche di quelli (lui) che sapevano guardare il mondo come se fosse quello che è: un posto di matti. Così questo “Sportivo sarà lei” edito da Quodlibet (che un paio d’anni fa aveva ristampato “Vite vere compressa la mia”, un classico di Viola) sembra una trappola, che ti tira dentro, ti risucchia nella nostalgia canaglia.
Va bene, leviamoci il pensiero: Milano non è più quella Milano là. Non c’è più Jannacci, né il Derby, né Dario Fo, non c’è più nemmeno la nebbia, i calciatori sono pettinati da pirla e nessuno di loro si presterebbe a fare un’intervista in tram. Eccetera eccetera. Però bisogna anche dire che parlare di Beppe Viola con il registro della nostalgia non va bene per niente, è troppo facile e soprattutto gli fa un torto grande: di Beppe Viola, oggi non bisogna invidiare quello che vedeva, ma come sapeva vederlo. Insomma, non il panorama, ma gli occhiali.
Diviso in capitoletti agili, il libro somiglia all’autore: un po’ di qua e un po’ di là, mai fermo un momento, un po’ (un po’ tanto) cronista sportivo, un po’ cabarettista, un po’ poeta a suo modo, con quel tanto di romanticismo che ci mette uno quando va alle corse dei cavalli e torna a casa con le tasche vuote – ma è stato bello lo stesso. Articoli pubblicati e non, racconti lasciati nei cassetti, pezzi di vita, di Milano, lezioni di biliardo, strofe scartate da Quelli che, calcio e altri sport sparpagliati, pillole di scrittura sopraffina: “C’ho via una gamba da quando ho fermato il tram in viale Porpora. Il pallone però l’ho salvato anche se adesso non mi serve”. Per dire – ma è solo un esempio tra mille – della poetica dei desperados à la Jannacci.
C’è da ridere, insomma, ma con quel ghigno che dice che non c’è niente da ridere, e si ride lo stesso.
Bella l’introduzione della figlia Marina Viola (che ha scritto anche un bel libro su papà, “Mio padre è stato anche Beppe Viola”, Feltrinelli, 2013), bella, commovente, la postfazione di Giorgio Terruzzi, che di Viola fu tanto complice da volergli bene come a un padre, e buona anche la divagazione di Marco Pastonesi sul giornalismo, o su come lo intendeva Beppe. Però, alla fine, il libro è tutto suo, del Beppe Viola, o meglio della sua cosmogonia milanese, quando non si era ancora così colti e snob da chiamare “situazionista” uno che lavorava alla Domenica Sportiva, ma trovava il modo di scrivere tanto, e bene, dalle canzoni alle sceneggiature, dalle cronache ai racconti, anche se si capisce che preferiva l’ippodromo, e quindi scriveva molto anche di cavalli e del vero motivo per cui esistono i cavalli: quelli che ci scommettono sopra.
Lette le duecentotrenta e passa pagine, riso il giusto, ricordato il giusto, percorso in lungo e in largo il mondo dall’ufficio 341 della Rai di Milano (dove capitava di incontrare “vecchi amici, ex collaboratori Rai, compagni di scuola, pittori illustri, aspiranti giornalisti, comparse della Tv, uscieri, reduci del ’15-’18, spogliarelliste e via dicendo”),  fino a San Siro, inteso come stadio, o fino all’epica di via Lomellina, quello che rimane è lo stupore. Stupore dello stupirsi di niente, delle vite normali, della fauna che ci circonda e che si permette di avere una vita sua. Storie di uomini che non prendono niente sul serio e per i quali – quindi – è tutto maledettamente importante.
E dunque quello che ci lascia Beppe Viola – anche in questi scritti raccolti come reliquie dagli amici – è una sopraffina capacità di vedere l’umano, di capirlo e di riderne, e non c’è dubbio che Viola – morto a 42 anni nell’82 – lo faceva senza dissociarsene, anzi mischiandosi volentieri ai suoi mille e mille personaggi e diventando uno di loro. Del resto, a uno che quando la figlia fa una scemenza a scuola manda l’amico Jannacci a parlare col preside non si può chiedere di meno. E quanto ai bilanci, lasciamo perdere: “Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo” basta e avanza, perché tra il magone e lo sghignazzo la distanza è brevissima, e lui la percorreva tutta, di corsa.

mer
1
nov 17

Torto marcio a BookCity e altre presentazioni qui e là (in novembre)

C4KQ8yzXUAoc3EmTorto marcio è uscito quasi un anno fa (era gennaio), ne ho parlato ovunque in lungo e in largo, è sempre un piacere incontrare i lettori. Ecco le ultime presentazioni… in zona Milano (anche a Book City) e fuori. Insomma, chi vuole… ci vediamo lì.

 

ASTI – Sabato 11, ore 18 – Fuori luogo, piazzale G. Pasta
OPERA – Lunedì 13, ore 21 – Biblioteca di Opera, via Gramsci 21
MILANO – BOOKCITY – Sabato 18. Ore 16.30 – Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6
CERNUSCO SUL NAVIGLIO – Sabato 18, ore 21 – Villa Fiorita, via Miglioli angolo via Gobetti
MILANO – FONDAZIONE PIRELLI – Lunedì 20. Ore 18.30 – Viale Piero e Alberto Pirelli 25