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gio
17
ott 19

Franz Biberkopf and me (domenica 20 ottobre – Genova – Book Pride)

bookpride genovaGli amici del Book Pride (a Genova dal 18 al 20 ottobre) mi hanno chiesto di dire qualcosa sul tema della manifestazione, che è il Desiderio, anzi, “Ogni desiderio”. E mi hanno chiesto se c’era qualche personaggio della letteratura a me caro con un suo desiderio, e che io lo spiegassi, lui e il suoBA3 desiderio.
Così ho scelto uno con cui faccio a botte da un sacco di tempo, che è Franz Biberkopf, il protagonista di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin. Franz cosa vuole, cosa desidera? Vuole vivere onestamente, è uscito dal carcere e vuole rigare dritto. E’ davvero questo il desiderio di Franz Biberkopf? Ho ripreso in mano il libro, mi sono tuffato ancora una volta in quella Berlino del ’28 che Döblin agita e disegna e fa muovere in quelle pagine, cercando di star dietro a Franz, di capire cosa vuole davvero.
E’ un libro pazzesco, Berlin Alexanderplatz, e Franz BIberkopf è un personaggio vivo e perfetto, ripugnante, gretto, e al tempo stesso così umano nel suo essere vittima del Destino. I suoi desideri, vedremo, contano niente, spazzati ogni volta dai colpi che la vita gli tira. Vittima e complice. Una pallina nel flusso.
Parlerò di lui, a Genova (domenica 20, sala dell’Archivio Storico del Comune di Genova, a Palazzo Ducale, ore 17.00), ma non solo di lui. E cosa (e come) succede a Frank Biberkopf ci dirà del suo desiderio, del suo essere schiacciato e della sua resurrezione – finalmente senza desideri, pulito, mondato, finalmente innocuo, pronto (il libro esce nel 29, Doblin, ebreo, aveva capito cosa aspettava il mondo) ad essere trasportato in un Destino più grande di lui. Grazie a chi viene ad ascoltare la storia di Franz Biberkopf, e grazie a Book Pride per avermi dato l’occasione di ributtarmi ancora lì dentro insieme a Franz, perché, come scrive Döblin: “Per molti non sarà tempo perduto osservare e ascoltare tutto questo, per coloro che, come Franz Biberkopf, abitanoin una pelle d’uomo, e ai quali succede, come a Franz Biberkopf, di pretendere dalla vita più che il pane quotidiano”
Ci vediamo lì.

Book Pride – Domenica 20 ottobre, Sala dell’Archivio Storico del Comune di Genova, a Palazzo Ducale, ore 17.00

mer
16
ott 19

Con Libra Facebook sarà una grande potenza: punta al G9 con Google

Screenshot 2019-10-16 08.30.03Così, abbiamo un problema di soldi. Sai, la novità, d’accordo. Ma qui c’è un problemino un po’ più grosso, diciamo globale, che riguarda potenzialmente sette miliardi di persone, con l’obiettivo di farglieli spendere, i soldi. Mister Zuckerberg, cioè Facebook, comparirà settimana prossima davanti a un Comitato della Camera degli Stati Uniti per spiegare la sua moneta, Libra. In sostanza (stavo per dire: in soldoni) si tratta di una criptovaluta (tipo bitcoin) legata al valore del dollaro, scambiabile via Facebook, Messenger, WhatsApp. Siccome il ragazzo Zuckerberg non è per niente ambizioso, dice cose come “Reinventare la moneta”, e “Trasformare l’economia globale”. Al primo momento entusiasti, alcuni grandi gruppi del settore sono scesi precipitosamente dal carro: PayPal, poi Visa e Mastercard: grazie, il progetto è interessante ma abbiamo anche altro da fare, non saranno tra i soci fondatori. In ogni caso, molto probabilmente nel 2020 potremo pagare qualunque cosa mandando la cifra e un messaggio sul telefono. Comprare una Porsche a Singapore, spostare capitali ovunque, fare regali di compleanno, e  – sarò pessimista io – già mi vedo i sacerdoti del “che figata!”, “smart!”, “il mondo cambia e voi state ancora lì coi sindacati!”. Eccetera eccetera. Una banca, insomma, e contando gli utenti di Facebook, una banca con due miliardi e mezzo di potenziali clienti, cioè una mostruosità globale mai vista in natura (come tutte le banche, dirà che fa tanto del bene, ovvio). Un bottoncino accanto al “like” con cui spostare soldi.

Ma di più: per la prima volta a livello così esteso e internazionale, un’azienda privata possiede una sua valuta, e dunque, alla lunga, uno strumento di pressione economica e politica, che travalica di un bel po’ la faccenda dell’impresa e del profitto. Comprensibile che alcune delle grandi compagnie che maneggiano denaro si siano leggermente spaventate: se questa famosa moneta Libra si libra davvero, con la velocità con cui è cresciuta la galassia Facebook, ecco che Zuckemberg piglia tutto in pochi anni. Pare che la famosa “concorrenza” che rende tanto fico il “mercato” si risolva sempre più spesso nel vecchio sistema che il grosso mangia tutti gli altri. Gli manca solo l’esercito, insomma, e Facebook diventa una grande potenza: ci toccherà fare il G8, o G9 se viene anche Google.

In più, si sa che i dubbi sulle criptomonete sono molti, a partire dalla tracciabilità, dalle possibilità di facilitare il grande riciclaggio e gli affari zozzi. E va bene, sono cose di cui dovranno occuparsi i tecnici, gli stati, le banche centrali eccetera. Solo che di solito i tecnici, gli stati, le banche centrali, eccetera sono lenti, e invece l’Impero virtuale è veloce.

Resta un dettaglio, diciamo così, per cavarci d’impiccio, “culturale”. E cioè: ma tutte le lezioni sul liberismo, sull’idea che il mercato poi sistema tutto lui, che non bisogna regolarlo sennò si muore, signora mia, lasci fare alla manina santa, dove vanno a finire? Davanti a un’azienda che si inventa la sua moneta, oppure davanti a due-tre monopolisti assoluti che dominano non solo le economie di casa loro, ma del pianeta, che hanno per clientela praticamente tutta la popolazione mondiale, e che possono orientarne gusti e opinioni (oltre a sapere tutto dei loro clienti) sarà davvero un grande successo libeale? Avere due o tre operatori nel campo della comunicazione, che complessivamente coprono tutto il pianeta, non sarà un po’ rischioso? E un liberismo che tende al monopolio (soprattutto in settori molto strategici come la comunicazione, lo scambio emozionale, e tra un po’ anche economico, tra umani) non sarà troppo? “Trasformare l’economia globale”, come dice Zuckerberg, non sarebbe per niente male, ma qualche dubbio sul lasciarlo fare a un’azienda privata me lo terrei stretto.

mer
9
ott 19

Riforma del fisco: gioco dell’oca tra detrazioni e abracadabra contabili

Screenshot 2019-10-09 08.23.31Duecentoquaranta euro al mese per figlio sarebbe una riforma che mette qualcosa nelle tasche degli italiani, e questa è cosa buona e giusta. Naturalmente in qualche modo dovrà prendere risorse dalle tasche dagli italiani (si parla di varie rimodulazioni, per esempio di quota 100, del reddito di cittadinanza, degli 80 euro), ma anche qui niente da dire. La leva fiscale – il chi paga cosa, e quanto, e il chi riceve cosa, e quanto – è uno strumento per cercare una specie di equilibrio economico dove non ci sia chi ha troppo poco. Il lato comico, semmai, si può trovare nel gioco dell’oca infinito di detrazioni e bonus, premi, esenzioni, moduli, magie contabili, abracadabra da commercialisti, e tutti i mesmerismi che si aggrappano come alghe a un regime fiscale.

Dunque, a farla breve, che lo Stato intervenga sull’economia delle famiglie è sacrosanto, anche se c’è una cosa che suona bizzarra: ogni ritocco dei redditi operato negli ultimi anni è fatto, appunto, solo di interventi statali e pare che parlare invece di politiche salariali sia come bestemmiare in chiesa. Di fatto, il peso dei bonus, delle detrazioni, degli 80 euro, del reddito di cittadinanza, è sostenuto dalla comunità (spesso a debito, quindi dai figli della comunità), mentre i salari sono fermi.

La forbice che si allarga tra la parte benestante degli italiani e quella povera è una realtà conclamata dell’ultimo decennio (dice l’Istat che nel 2008, la parte più povera della popolazione poteva contare su un reddito che corrispondeva al 2,6 per cento del totale, che dieci anni dopo è scesa all’1,8). E’ una forbice che ricalca quella tra profitti e salari, tra dividendi e stipendi, tra quello che porta a casa un azionista e quello che porta a casa un lavoratore.

Il doveroso rabbocco che lo Stato farebbe (con i 240 euro a figlio, per esempio, ma anche con altri mezzi e sistemi) è un sostegno al potere d’acquisto dei cittadini che ha tutta l’aria di una supplenza: ti veniamo incontro perché il tuo reddito non basta, perché il tuo salario è fermo, perché a guardare le dinamiche dei salari in Europa l’Italia è quella dove non crescono, e paiono inchiodati.

Insomma, dal grande dibattito nazionale su come e in che modo e in che quantità dare una mano ai redditi degli italiani (al netto delle convenienze tattiche, sia Pd che 5s hanno dato qualcosa), brilla per assenza la parte privata che paga gli stipendi. Quella classe imprenditoriale di cui pare obbligatorio dire sempre che è un’eccellenza, eroica, indomita, innovativa, eccetera eccetera, secondo la ben nota retorica, non solo non sembra intenzionata a partecipare a questa piccola redistribuzione, ma non ne discute neanche. Anzi, capita sempre più spesso che sposti qui e là, dove più conviene, residenze fiscali, e quartier generali, o che delocalizzi, o che precarizzi i lavoratori.

Probabilmente c’è, alla base di tutto questo, un vecchio tabù, cioè che si possa sconfiggere la povertà senza toccare la ricchezza. Anzi, il pensiero dominante (e abbondantemente praticato) è che se stanno meglio i ricchi, poi cadrà qualche briciola dalla tavola anche per gli altri, una cosa che si continua a sostenere, ma che è smentita nei fatti e dai numeri in modo clamoroso negli ultimi dieci anni.

Se davvero lo Stato intende attuare una politica economica che va incontro ai redditi medio-bassi, cosa che si spera fortemente, dovrebbe chiamare a partecipare anche quella parte di Paese che negli ultimi dieci anni si è arricchita, anche con grandi aiuti pubblici, decontribuzioni, sconti, sanatorie, salvataggi. Insomma, il capitalismo italiano. E la sinistra, parlandone da viva, dovrebbe cominciare a pensare che la battaglia per il salario – il lavoro in cambio di condizioni di vita decenti – non è una cosa da bolscevichi assatanati, ma una delle sue ragion d’essere.

mer
2
ott 19

L’estremismo di oggi: buttarla in caciara, dall’eutanasia agli snack

PIOVONOPIETREE’ un peccato che non ci siano in circolazione pensieri estremi, che nessuno rompa la superficie per guardarci sotto, o peggio ancora che nessuno guardi in alto, sognando e progettando cose che sembrano impossibili (Majakovskij: “Ehi, voi! Avanti con il cielo!”). Tutto è medio, tutto è ragionevole, tutto agisce nell’orbita del consentito. Con questo sistema di assoluta e cieca protezione del presente avremmo ancora gli zar, o magari un’app che ci convoca a costruire le piramidi. Ma tant’è: si fa il presente con quello che c‘è, per il futuro ci penseremo. Niente estremismo, quindi. Peccato.

Come per quasi tutto, le cose resistono in farsa, in burletta, e così ci stiamo abituando lentamente al più noioso degli estremismi, quello dialettico, che è quasi solo paradosso e provocazione, in sostanza esagerazione e argomento da talk show. Talmente mitridatizzati e assuefatti a certe caricature della realtà – però vendute come vere e assodate – che nemmeno ce ne accorgiamo più.

L’ultimo caso, abbastanza indicativo, è quello delle reazioni degli ultrà cattolici alla recente sentenza della Consulta sul suicidio assistito. Che è lecito solo in pochissimi terribili casi, che prevede paletti rigidi e severissimi. Ed ecco arrivare la caricatura, la visione estrema che polverizza il ragionamento. Nelle incursioni, e scritti, e interventi di chi sostiene un no duro, puro e definitivo a qualunque eutanasia, si presenta una realtà parallela in cui lo Stato autorizza il suicidio di chiunque, in qualunque momento. Cazzo, ho preso quattro in fisica… beh, tranquillo, vai alla Asl e ti fai fare una puntura di curaro. Oh, mi ha mollato la ragazza! E subito il medico pone fine alle tue sofferenze di giovane Werther.

E’ una cosa che fa sempre abbastanza ridere, questo estremismo catastrofista del paradosso. Il “moriremo tutti!”, il “dove andremo a finire”. E il meccanismo, poi, è semplicissimo. Basta prendere l’argomento di cui si discute, stirarlo all’inverosimile come un elastico, e poi lanciarlo, costringendo tutti a prendere per vero ciò che non lo è.

Nel recente dibattito sulla “tassa sulle merendine” (a proposito di guardare il cielo…), che ha occupato ore e ore di dibattiti televisivi, non si discuteva più se fosse giusto o sbagliato mettere un balzello su determinati prodotti, ma si strologava su come una tassa sugli snack avrebbe potuto “risolvere i problemi del Paese”. E’ un ben strano estremismo, si converrà, ed è anche facile: si pone una situazione paradossale come se fosse vera e si discute su quella. “Pensate di risolvere i problemi del Paese con una tassa sulle merendine?”. Al che la risposta corretta sarebbe “Non diciamo puttanate”, e invece si balbetta, cadendo nel vuoto e nelle sabbie mobili.

Storico esempio mai tramontato: l’estremismo dialettico anti-immigrati e una frase-tipo, ormai accettata nel gergo politico-mediatico. “Non possiamo accoglierli tutti”. E’ come un interruttore: detto quello (e su quella base: non possiamo accoglierli tutti) parte il dibattito. Nessuno che chieda: tutti chi? Gli africani? I libici? I siriani? Tutti sette miliardi di esseri umani? Nessuno che dica all’interlocutore: ma è sicuro che un miliardo e passa di africani voglia venite qui? E perché, poi?

E invece niente: si parte a discutere di immigrazione, accoglienza, integrazione su una base la cui ovvia risposta è “no” (possiamo accoglierli tutti? No). E’ il disordine del discorso, insomma. Quello delle chiacchiere, insomma, è l’ultimo estremismo che vediamo all’opera, un banale trucchetto dialettico, polvere alzata e cortina fumogena. Ogni discorso pubblico ne è pieno, se ci fate caso, ogni discussione, o confronto, tende a creare una situazione paradossale, estrema ai limiti del surreale, e poi a discutere di quella, invece che della realtà. Oplà, facile, no?