Alessandro Robecchi, il sito ufficiale: testi, rubriche, giornali, radio, televisione, progetti editoriali e altro
 
mar
16
lug 19

“L’orso vivo o morto”. Ma M49 fugge

fatto16 luglioBello come un orso, forte come un orso. E poi è un orso. Di più. E’ il Papillon degli orsi, uno capace di scappare da un recito elettrificato a settemila volt, alto alcuni metri, davanti al quale (non al quale orso, al quale recinto) il governatore del Trentino Maurizio Fugatti (Lega) si è fatto immortalare per dire che non è un orso normale, ma una specie di orso superman.

Dunque il Fugatti, che aveva fatto catturare l’orso e lo aveva fatto trasferire in quella specie di centro di accoglienza per orsi col filo spinato elettrico contro il parere del ministero dell’ambiente, ora si ritrova con un orso scappato (senza radiocollare, tra l’altro) e ha dato ordine di sparare a vista. Non possiamo accoglierli tutti (nemmeno gli orsi). Legittima difesa. Grave turbamento. Eccetera eccetera.

Ah, delizioso dettaglio nel dramma della caccia di armati a un disarmato: l’orso si chiama M49, e ora fate voi, ma pensare che un governatore leghista dia ordine di abbattere qualcuno che si chiama M49 è uno scherzo davvero sorprendente. Non mi intendo di nomi da orsi (ero rimasto a Yoghi) ed è probabile che M non stia per “milioni”, ma insomma, di tutti i numeri che ci sono, proprio un fuggiasco che si chiama M49… Lui rischia la fucilata, ma noi la metafora l’abbiamo presa in pieno. Bastano i titoli di cronaca per strappare il sorriso storto: “La Lega a caccia di M49″, oppure “M49, sparare a vista”, o “M49, dov’è finito?”. Ah, saperlo (e non vale solo per l’orso).

L’ordinanza che permette l’abbattimento sembra un ordine dei marines, e ci si immagina il bosco di quelle parti come teatro di squadre Swat che cercano nel buio, con mirini laser, il clandestino che ha lasciato il centro. Probabilmente è tutto più rustico, ma più o meno ci siamo, una caccia è sempre una caccia.

Però, però… Dal Ministero dell’ambiente è arrivata alla Provincia di Trento una diffida: M49 non deve essere abbattuto. Anche gli animalisti dicono che catturarlo è stato un errore, che ora sarà più impaurito, che togliergli il radiocollare è stato un altro errore e che, insomma, M49 rischia di pagare per errori non suoi. Così M49 rischia di diventare un altro attrito, l’ennesimo, tra 5stelle e Lega, nuovo motivo di lite. A ben vedere, sembra che ci sia più scontro per M49 che per i 49 milioni spariti da via Bellerio, che passarono via come acqua fresca (pagabile in ottant’anni di comode rate).

Ora, non resta che fare il tifo per M49. Non solo perché tra un governatore leghista (ma anche non leghista) e un orso preferiamo l’orso, ma anche perché è giusto che le metafore facciano il loro corso, vadano fino in fondo, la dicano tutta. Ora abbiamo la Lega che insegue per i boschi M49, che non si trova. Dove sarà finito? Nei boschi vicini? In conti cifrati all’estero? Lussemburgo? Mosca? Che figura, però: Putin sarebbe comparso tra le fronde, supemacho a torso nudo, freddo come un killer per giustiziare il fuggiasco dissidente M49. I leghisti trentini se lo sono fatti scappare sotto il naso e ora tengono il dito sul grilletto contro il parere del ministero. Non c’è più il vecchio Bossi che tuonava “le pallottole costano 300 lire”, adesso c’è questo qui dei bacioni, forte coi debole e debole coi forti. Corri, M49, corri!

mer
10
lug 19

La guerra degli ultimi: nessun aiuto ai migranti ma neanche agli italiani

fatto11 luglioLa domanda sorge spontanea, come si dice: ma ora che si combatte una guerra senza quartiere a dei poveracci che rischiano la pelle nell’attraversamento del Mediterraneo, ora che le statistiche farlocche di Salvini dicono “meno sbarchi”, ora che il paese pare essersi piegato alle scemenze del tipo “non possiamo accoglierli tutti”, ora, dico – qui e ora – per i famosi italiani che vengono “prima”, è cambiato qualcosa? Voglio dire: più reddito? Migliori condizioni di lavoro e di vita? Sono forse più felici? Garruli? Spensierati? Guardano al futuro con rinnovata fiducia?

Della propaganda salviniana, culminata l’altro giorno con il patetico “mi sento solo” (cfr, il Gassman de I soliti ignoti: “M’hanno rimasto solo, quei quattro cornuti!”) e rinfocolata ogni giorno da minacce e proclami, si vede solo una sponda: quella dei non italiani che vengono “dopo”, mentre degli italiani, che verrebbero “prima”, si dice poco e niente.

Non irrita solo la propaganda del capo, che deve trovare ogni giorno un nuovo nemico per applicare la sua tattica di incattivimento guidato delle masse, ma anche quella dei subalterni, sottoposti, dipendenti e famigli, inclusi gli strilloni da talk show. Caso di scuola, infinite volte ripetuto: ecco!, aiutano gli africani e non i poveri terremotati italiani! Che è forse il trucchetto più semplice per fregare la gente: fare leva su una (presunta) ingiustizia e promettere di sanarla, una cosetta che funziona sempre. Naturalmente è una fesseria, anzi peggio, è il solito trucchetto di indicare ai penultimi gli ultimi, e aizzarglieli contro. Peccato però che se cerchi “Lega-terremotati”, oppure “Lega- terremoto”, per trovare tracce di questo solennissimo e umanissimo appello di levare soldi agli stranieri cattivi in mezzo al mare per darli ai poveri terremotati di collina, trovi come primo risultato la storia del sindaco di Visso Pazzaglini (Lega). Accuse di peculato e abuso d’ufficio per un bel po’ di soldi destinati ai “poveri italiani terremotati” finiti su conti correnti privati. Ahi, ahi, ahi. La giustizia farà il suo corso, per carità, ma intanto la favola bella del “fermiamo gli stranieri per fare un favore a voi italiani” si sporca un bel po': gli stranieri li fermano (o dicono di), ma il favore per gli italiani non arriva, nemmeno per quelli di Visso. E i “poveri terremotati italiani” restano lì, alcuni con le macerie, le zone rosse, le recinzioni, le casette già marce, la ricostruzione ferma. Nessuno di loro, nemmeno per un istante, pensa di non riavere una casa, o il suo centro storico, o le scuole, per colpa di una quarantina di naufraghi stipati su una barca a vela.

Il fatto che il ministro dell’Interno si sia auto-incoronato con l’auto-interim alla Difesa, all’Economia, alla Giustizia e agli Esteri (più altre cariche che si appiccica sul bavero della felpa quando conviene), complica le cose. Ci sono due guerre in corso, al momento: una di Salvini verso le Ong, partita in cui finora ha perso quattro a zero pur continuando a fare leggi su misura per batterle (e bis, e tris, per le leggi su misura, pur avendo frequentato per anni l’ambiente berlusconiano, non ha imparato molto); l’altra quella di Salvini contro tutti i ministri che non si chiamano Salvini. Bello spettacolo, ma in ogni caso, per gli italiani che dovrebbero venire “prima”, niente, zero, solo il biglietto gratis per lo spettacolino. Forse vengono prima nell’essere presi per il culo da Salvini che, comunque, è già un “prima”.

Poi, forse, un giorno si farà il conto – economico, soldi, euro, dané – di quanto costa il rimpiattino di Salvini con due o tre navi umanitarie, tra motovedette, marina, udienze, sequestri, trasferimenti, burocrazia, avvocati e altro. E si scoprirà che le guerre di Salvini sono un po’ care, dispendiose, e che le pagano (prima) gli italiani.

mer
3
lug 19

Cinquanta in blu, Piccola suite borghese, il Monterossi e altro

Cinquanta in blu coverEccola qui. L’antologia di racconti Sellerio. Cinquanta in blu. Che quest’anno è un po’ speciale, perché in ognuno di questi racconti c’è un riferimento, un gioco, una trama, che prende spunto, cita, stravolge, ridisegna un libro del catalogo Sellerio. E’ il cinquantenario, bisogna festeggiare. Gioco interessante, e sorprese. Ci sono Costa, Malvaldi, Piazzese, Recami, Savatteri, Simi e Stassi, quindi roba buona da leggere.

Il raccontino mio si intitola Piccola suite borghese e l’indagine questa volta la fa proprio il Monterossi con il suo amico Falcone e Bianca Ballesi che è… beh, sorprendente. Il libro che mi ha dato la traccia è Ognuno muore solo, di Hans Fallada, che è un vero capolavoro, un libro importante. Mi scuso di avere attinto a un maestro simile, a un libro così spaventoso e nobile, per un pastiche del nostro misero “qui e ora”, ma giocare con quelli bravi è sempre bello e quindi… (leggetelo, Fallada!)

 

 

Non vi dirò di più, per ora, Cinquanta in blu esce il 4 luglio

mer
3
lug 19

Matteo e le parole vietate. Al senso del ridicolo manca il “quanto mangi!”

fatto3luglioPartito con ridanciano allarme sui social, ripreso dai giornali, rilanciato da commenti più o meno colti, più o meno sensati, più o meno arguti dei pensatori contemporanei da corsivo, è ormai conclamato il tormentone dei “49 milioni”, che la pagina Facebook di Salvini Matteo vi risputa indietro come parola non gradita. Un vero respingimento, anche un po’ brutale (“Your comment contains a blacklisted word“) nello stile del mangiasalsicce del Viminale, del suo staff, della Bestia, dell’algoritmo, eccetera eccetera. Fa abbastanza ridere che nell’era della comunicazione totale, della libertà d’espressione totale, della rete totale, ci sia da qualche parte una “lista nera di parole” che non si possono usare perché Salvini si irrita. Ma insomma, per qualche minuto ognuno ha fatto le sue prove: “49 milioni” no, il commento sulla bacheca salviniana non passa; “Quarantanove milioni” sì, passa. E naturalmente via con i 48+1, i 50-1, a esaurimento scorte, e si sa che la matematica è inesauribile (personalmente, suggerisco sette al quadrato, ho controllato, non è nella lista nera). Altre parole che erano nella lista nera ora sono uscite dalla lista nera, potete scriverle sui muri, sulle fiancate della macchina, nelle lettere alla fidanzata, e persino sulla pagina FB di Salvini, parole come “Siri” (il sottosegretario dimissionato) o “Trota”, l’indimenticato pargolo. Dentro e fuori, parole permesse, parole vietate, parole amnistiate, a seconda del momento e della bisogna.

Risultato: applicare una censura così rozza (vietare una parola) è sempre una fesseria, perché per due giorni si è parlato molto di quella parola, dei 49 milioni e, in subordine, di quanto sono scemi i censori di ogni ordine e grado. Come sempre, il diavolo sta nei dettagli: brutta l’idea di creare un piccolo universo di parole sgradite al Capo e quindi vietate, ma decisamente grottesco il gesto in sé, l’esecuzione dell’opera, diciamo. Cioè uno si alza la mattina, raggiunge il suo posto di lavoro, accende il computer e digita la parola vietata: una triste vicenda umana (ancora più triste, se considerate che è pagato da noi tutti, essendo lo staff della disinformatsijasalviniana passato al libro paga del ministero).

Insomma, che alla fin fine Salvini sia il grande comunicatore circondato da geniali comunicatori è dura da credere: al momento si registra un passaggio dalle cose commestibili ritratte insieme al leader (aperitivi, mozzarelle, cotechini), a piante e fiori, in vaso o recisi (azzurri, rosa, gialli), sempre naturalmente seguiti da “bacioni” o domande retoriche (“Faccio bene?”).

E’ questione peregrina e di poco conto: il sentimentdel paese è di battagliera contrapposizione, e la sensazione è che Salvini potrebbe farsi immortalare mentre bastona un cucciolo di foca o annega dei gattini e “i suoi” lo applaudirebbero comunque, quindi non sarà l’astuzia un po’ nordcoreana di vietare una parola a farlo sembrare ridicolo agli occhi dei suoi.

E però la cosa resta lì, sospesa, minacciosa. Vietare le parole, le espressioni sarcastiche, i motti di spirito, le barzellette, ha sempre portato ai censori una sfiga notevolissima. Non saremo alla melma maleodorante del breznevismo, quando il Kgb batteva i bar alla ricerca di barzellettieri d’opposizione, ma insomma, c’è una vena di ridicolo nel parlare costantemente a nome del popolo (che è di 60 milioni, e non di 9, come i voti della Lega) e poi vietare al popolo di scrivere “49 milioni”. Anche senza tirare in ballo Orwell, la neolingua, gli algoritmi, le strategie, la censura e l’apocalisse, rimane il fattore umano: un tizio è andato lì e con le sue manine ha inserito una parola “vietata”. Magari l’ha fatto sentendosi molto furbo, magari ha solo “eseguito un ordine”, oppure pensa che siamo tutti scemi: tre cose, anche queste, che prima o poi ti fanno finire male.