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Mar
9
Set 08

GQ - Intervista a Antonio Campo Dall’Orto

Lo chiamano baby boomer, oppure enfant prodige, oppure in altri gentilissimi modi per dire che è giovane e che è bravo. Secondo un mio calcolo approssimativo, tra quelli che fanno la tivù in Italia (che la inventano e la gestiscono) è l’unico che è nato quando la tivù c’era già. Insomma, Antonio Campo Dall’Orto, classe 1964, veneto di Conegliano, rischia di essere un italiano anomalo. Perché sfugge alla gerontocrazia delle alte cariche. E perché rischia di essere sempre meno italiano. Lui è qui, ma l’Europa è lì, Spagna, Francia, Italia, Grecia e Portogallo formano il bacino di Mtv sud-Europe di cui è responsabile. E il mondo intero è vicinissimo, sempre via Mtv. Dunque un italiano internazionale, di più, globale, che nel campo della tivù è una cosa unica. Sul tavolo del suo studio che guarda il Duomo di Milano una tazza con il tè verde (per lui), un registratorino digitale (per me) e il solito groviglio di telefonini. E si parte da lì, dal telefono, dove Mtv è sbarcata di recente.
Senta, Campo Dall’Orto, la sensazione è che la tivù non basti più a se stessa. Web, telefoni, banda larga… come se finalmente scoprissimo che questa scatola così moderna è solo un vecchio oggetto degli anni Cinquanta…
Più che non bastare più a se stessa non basta più agli utenti, alle persone. Perché questa cosa è legata al concetto che riguarda tutti noi e che è la gestione del tempo. Facciamo vite più irrequiete e al tempo stesso più esigenti. Non ci accontentiamo più che le news siano alle otto, non ci va più bene che la serie che ci piace ci sia solo il martedì a una data ora… Due risposte possibili: o si fa finta di niente, non mi pare una buona idea. Oppure si capisce se si può portare la tivù dove la gente vuole. Quando la gente vuole.
Tecnologia canaglia…
Due requisiti fondamentali: l’esistenza di banda larga e le persone pronte a un’evoluzione. Io non credo che le persone si muovano in relazione alla tecnologia. Però è vero che la tecnologia è una premessa. Oggi il 40 per cento dei ragazzi dice che la prima cosa che fa al mattino e l’ultima che fa alla sera è controllare il telefono. Ed è l’unico mezzo che sentono sicuro. Il vero personal media.
E così la velocissima tivù si ritrova lenta…
Sì in un certo senso è innegabile che la notizia al volo te la dà il telefono, non c’è dubbio… La tivù ha cambiato i giornali, era più veloce. Ora non può più dire di essere la prima ad arrivare sui fatti.
Però… Tutto questo all’interno di un paese vecchio, che non è proprio tra i più pronti ad adattarsi alle nuove tecnologie, che non brilla per innovazione.
Vero anche questo. I paesi più vecchi cambiano più lentamente. La popolazione indiana è per il 65 per cento sotto i 35 anni, è una cosa che modifica comportamenti e pensieri. Una cosa che funziona per i ragazzi cambia la cultura del paese, cosa a cui noi non siamo più abituati. Ma c’è un’altra cosa, che è un aspetto culturale. Noi italiani siamo più lenti nell’introduzione di alcune tecnologie anche perché secondo le classifiche dell’Ocse siamo agli ultimi posti per scolarizzazione. Queste due cose fanno in modo che siamo più lenti.
Ma così come gli sms hanno cambiato il modo di scrivere, la tivù sul telefono cambierà il modo di fare tivù? Mi sembra inevitabile…
E’ inevitabile, ma ancora non lo sappiamo. Una cosa che pare assodata è quella della durata. Questi mezzi permettono un grado di attenzione per un tempo limitato. Se noi eravamo abituati ai formati classici della tivù internazionale, 24 e 48 minuti, più o meno, ora saremo alle prese con durate molto minori. Su Youtube il pezzo medio è sui 2-3 minuti. Credo che sul cellulare questa durata si ridurrà ancora. Non solo per i tempi di attenzione, ma anche per la possibilità di cambiare sempre. E’ come quando stai seduto nei ristoranti giapponesi con quel rullo che ti passa davanti pieno di cibo, hai sempre la sensazione di poter cambiare, di poter scegliere.
Una scelta infinita, ma mangi più in fretta…
C’è un altro elemento però, ed è quello dell’inclusione dell’utente. In futuro la distinzione tra chi fa e chi riceve sarà meno netta. Qual è la conseguenza? Che stiamo andando verso un sapere orizzontale, che ti permette di fare meglio alcune cose e peggio altre. Hai senza dubbio la sensazione di poter fare più cose contemporaneamente. Allo stesso tempo è lecito chiedersi: è questo il modo in cui si può diffondere la conoscenza?
Non so perché ma mi fa un po’ paura…
La memoria e lo sviluppo di un paese sono estremamente interconnessi, quando si spezza quel rapporto lì vivi in una società pericolosa, perché tendi a rifare errori già fatti. Non c’è dubbio che un sapere orizzontale offra il fianco a questi problemi. Però non dimentichiamo mai che si tratta solo di strumenti, bisogna imparare a usarli, a padroneggiarli.
Ma questa miniaturizzazione delle forme e del formato non finisce per generare quasi in automatico solo un flusso di superficialità?
C’è questo rischio. Secondo me c’è una stretta relazione tra capacità elaborativa e tentazione di andare su un modello troppo semplificato. Prendi la rete. Se sei strutturato, se sai fare il tuo filtro, se decidi tu, Internet è uno strumento fantastico. Se non hai questa cosa, se non sai elaborare, sei solo sottoposto a una totale semplificazione. Però attenzione. Tutto questo va bene quando la situazione è stabile. Ma quando, come accade oggi, sei alle prese con problemi molto complessi non ti puoi permettere molta semplificazione. Ti faccio un esempio sugli anni Settanta, Quando la Thatcher fece la sua rivoluzione, quel messaggio lì, che era un messaggio durissimo per la società inglese, fu lavorato intensamente. Non dico condiviso, ma raccontato. La stampa inglese riuscì a spiegare una cosa complessa, difficile, scomoda e spinosa. Ecco un caso in cui non te la potevi cavare con la semplificazione.
Potrei farti un esempio di segno inverso. L’allarme criminalità, che nelle statistiche sui crimini non esiste, viene talmente sbandierato, propagandato, proprio attraverso la tivù, al punto da sembrare reale e da far vincere le elezioni al padrone delle tivù. Ecco un caso in cui semplificare ha pagato.
Non è la stessa cosa. Nel mio esempio c’è la capacità di affrontare un tema in profondità, senza semplificare. Nell’esempio tuo c’è proprio l’essenza della semplificazione. Se vedi Bowling for Columbine di Michael Moore, il meccanismo è molto chiaro: i media alzano il volume, se creare paura porta quattro spettatori in più facciamolo. Rincorrendosi uno con l’altro hanno giocato sulle paure, hanno parlato alla pancia delle persone perché questo pagava.
Ma è una tendenza che si può fermare?
Una cosa è sicura: i paesi migliori saranno quelli che sanno affrontare i grandi temi con razionalità e a lungo termine, non certo quelli che decidono con la pancia, con l’istinto. Quindici anni fa la Svizzera decise che tutte le merci dovevano viaggiare sui treni. Tutti pensarono che erano matti, oggi si vede che fu un’idea geniale.
Mi risulta che qui, invece, si guarda al massimo al domani mattina, più spesso anzi a ieri…
Uno dei principi ispiratori sia di Mtv che de L 7 che io ho tentato di mettere sempre nel mio lavoro è questo: creare coscienza collettiva. Che non significa educare, attenzione, che è una cosa che mi provoca sempre un certo brivido. No, si tratta di dare elementi affinché ciascuno costruisca il proprio filtro interpretativo, che vuol dire stimolare con cose molto diverse tra di loro. Se tu lavori solo sul primo livello, che è quello dell’assorbimento del tempo, a parte che diventa noioso, ma non lasci niente.
Proprio in questi giorni l’Authority delle Telecomunicazioni ha dato il suo verdetto: hurrà, non c’è più il duopolio! Che ne pensi?

C’è del vero, il duopolio non è più duopolio, perché la tivù satellitare a pagamento ha le risorse per fare qualcosa. Però non sarei così ottimista. I paesi moderni si basano su soggetti diversi che cercano di fare cose diverse. La qualità è strettamente legata alla varietà, cioè un’offerta molto varia in cui tu puoi scegliere. Qui invece l’Italia è messa malissimo. I soggetti in campo non solo sono pochi, ma si somigliano troppo. La tivù italiana non è peggiore di quella di altri paesi, quello che manca è l’altra offerta. Il trash c’è ovunque, ma c’è anche altro, qui quello che manca è l’altro. C’è una difficoltà a interpretare il sistema italiano perché si pensa che sia peggiore degli altri, invece è solo incompleto, incompiuto.
La mia impressione è che si vada un po’ a ondate. I reality spiegano la società, via due anni di reality. Poi, invece è la fiction che spiega la società, e allora via, due anni di fiction. Un po’ a ondate…
Il problema è quando tu inserisci queste cose in un contesto che non ha un’idea di fondo. Se tu fai solo da specchio al pubblico, tutto si appiattisce. Se guardi la fiction seriale americana, ne vedi molte sfumature e differenze. Se invece guardi la fiction italiana sei abbastanza sullo standard, la famiglia, il nonno, il cane…
I preti, i santi, i carabinieri…
Perché lo fanno? Perché se ti muovi su una grande concentrazione di modelli simili, sei fossilizzato su un modello semplificato. Il problema è che la cosa non è reversibile: è come in discoteca, se tieni il volume altissimo, non puoi abbassarlo, perché la gente non sente più. Prendi la donna in tivù…
Roba tosta!
Ecco, la cosa pazzesca non è tanto l’uso diciamo così decorativo, ma il fatto offensivo è che il modello che si vede in tivù non è nemmeno aderente alla società. Per fortuna il ruolo della donna nella società italiana è più evoluto, più alto, non siamo certo alla parità nelle istituzioni, o in politica, ma in ogni caso la donna ha un ruolo attivo. Eppure in tivù è ancora puramente decorativa, ed è talmente un riflesso condizionato che molti hanno paura ad abbandonare quel modello, anche se non ha riscontro nella società. E’ una cosa che non esiste in natura, ma nonostante questo resta nel meccanismo mentale di chi guarda la tivù, e di chi la fa.
Se ne esce?
Forse nel lungo periodo. Non è facile, perché è un nuotare controcorrente. E del resto tenere quell’immagine della donna in tivù non fa altro che rispondere a quell’esigenza di semplificazione che dicevamo prima. Come il gossip, di cui c’è gran richiesta in tutto il mondo. Altra semplificazione… Nelle società evolute non si può fare a meno di un po’ di decadenza.
Il paese è meglio della tivù?
Che il paese sia migliore della tivù direi di sì, su quello non ho grandi dubbi. Però è lo stesso paese che ha una sua tentazione di semplificare e quindi guarda volentieri questa tivù. Questa contraddizione si salda quando poi guardi gli ascolti di Lucignolo…
Però è molto irritante quando si dice “la gente vuole questo”. Magari se gli dai altro vuole altro…
Sì, ma io direi diversamente. La gente vuole anche questo. Il problema è riuscire a dargli anche questo. Ma anche altro.
Eppure capita che una tivù abbia un suo carattere molto riconoscibile
Posso assicurarti che non capita per caso. Se ti riferisci a la 7 , nasce da un’analisi del panorama televisivo e dal fatto di scrivere un manifesto che stesse dietro al progetto. Quando mi chiamarono, io dissi non ha senso fare una televisione come le altre, se volete io faccio questo, ci vogliono tre anni. Ecco, se tu riesci a mettere certi valori nel marchio, vuol dire che sei riuscito. Si vede la mano, insomma. Non è una cosa facile.
Una specie di… carattere?
Guarda, ti faccio un caso. La parola, il rispetto delle parole, che oggi vengono usate spesso a vanvera. Ecco, metti in campo Ferrara, Bignardi, Lerner, il meglio che c’è. Una sfida di tipo comunicativo. Ferrara in onda alle otto e mezza diventava uno spot alla filosofia della rete… E queste cose sono legate. Se vuoi vivere in un paese con una coscienza civica, la tivù non può essere astratta da questo.
Però in questo caso l’accusa è siete di nicchia, siete elitari!
Un’altra cosa che nasce dall’idea che la semplificazione sia tutto. La 7 ha 14 milioni di persone che la guardano tutti i giorni, 40 milioni al mese… Elitaria? Un quarto della popolazione? E in ogni caso, nessuno di noi conta le cose che fa in una giornata. Nessuno dice ho passato 42 minuti al ristorante… ma dice, sai, ho conosciuto questo, ho visto quello. La 7 voleva lasciare un segno rilevante. Sempre di più la televisione si dividerà in due segmenti: le cose rilevanti e il rumore di fondo. La domenica degli italiani davanti alla tivù è senza dubbio un rumore di fondo…
E il caso Luttazzi?
E’ andata veramente in quel modo, come si è detto. Quando scrivi quel manifesto lì, e che ci sono delle regole di fondo che sono più importanti delle persone, nel caso che tu pensi che quelle regole siano state infrante non puoi non reagire. Se accetti una cosa che credi sia sbagliata l’accetterai sempre. Io Daniele lo stimo tantissimo, ma è andato spingere quel programma in una direzione… ha usato le parole in modo strumentale per insultare. E questa cosa qua… L’attacco personale, è un tipo di televisione che non volevo fare… metteva un po’ in crisi tutta la costruzione…
Panorama europeo: chi vedi meglio?
Vedo una tendenza: stanno convergendo verso una cosa interessante. In un mondo che si sta trasformando, tu l’identità la dai con il servizio pubblico. Quando Sarkozy propone di eliminare la pubblicità sulla tv pubblica, e intanto in Spagna stanno studiando un nuovo assetto per il servizio pubblico per allontanarlo dal modello commerciale… Vuol dire creare un progetto che dice: si frammenta tutto, ma serve qualcuno che continui a pensare in termini complessi. Un baricentro. In questo la Bbc resta un esempio glorioso.
Andiamo, non scherziamo! Viviamo in un paese in cui sono andate in onda due diverse fiction su Padre Pio su due canali diversi!
E’ quello che succede quando elimini la concorrenza, quando il mercato non è aperto succede questo.

3 Commenti a “GQ - Intervista a Antonio Campo Dall’Orto”

  1. scusa a.r. anche io son nato quando la tv c’era’, quella vera, quella che era quasi come la BBC e allora se questo signore e’ l’enfant prodige della TV e il meglio che c’e (in TV) e’ Ferrara, Bignardi, Lerner… be’ senza offesa, allora meglio tornare ai segnali di fumo…
    ma poi la tv nei cellulari che cazzata - ma uno che vuol vedere tette e culi come fa che sembrano brufoli? funzionera’ quando costruiranno i cellulari che proiettano sul muro ma per ora…e poi la banda larga in italia che ridere: non c’e’ manco col pc di casa e costa un’occhio - ma non e’ che per caso quel signore li’ lavora per tim-vodafogn???

    da zioFa   - Martedì, 9 Settembre 2008 alle 12:04

  2. Concordo con zioFa. Mi sembra l´ennesimo trombone all´italiana. Ahimé!

    da Massimo   - Martedì, 9 Settembre 2008 alle 17:48

  3. Questo sarebbe un grande pensatore? eh?
    Cos’è, mandare in onda tutti i giorni Ferrara sarebbe un titolo di merito? (tutti i giorni!)

    Peccato che la musica su MTV è inascoltabile per usare un eufemismo
    e i “modelli” che passa sono idioti teenager americani, con programmi inguardabili

    si salvava solo Medici ai primi ferri.

    Sono grato a La7 per una puntata di Exit, e il Sergente di Paolini. Crozza Italia è simpatico e pure geniale, ma va in onda contemporaneamente a Report.
    Sul resto, non trovo differenze con Raiset:
    passano le informazioni che devono passare, mentre Europa7 che ha vinto una gara dello stato nel 99 ha le frequenze occupate da Rete 4. Se penso che ci pagherò pure le multe con le mie tasse per permettere a Fede di delirare in diretta….ragione in più per spegnere l’elettrodomestico.

    Leggo tutti i giorni il blog di un suo collega, mi permetto
    di segnalarlo se non lo conosce: Marco Cedolin, il corrosivo.
    C’è più informazione li che in tutti i 7 telegiornali

    da Roberto Pirani   - Mercoledì, 10 Settembre 2008 alle 16:17

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