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Che natalità? Spiace per Giorgetti, ma non avremo mai i figli dell’Irpef

mercoledì, 26 Aprile 2023

PIOVONOPIETRELa fremente discussione sulla natalità nell’Italia degli anni Venti è sempre incinta. Non passa giorno, settimana, mese, che qualcuno non lanci l’allarme su questi debosciati (noi) che fanno pochi figli, meno di quanti ne servirebbero per la filiera agricola, per esempio, o per le fabbriche del nord-est, o per pagare i contributi un domani. Insomma, c’è grande angoscia per la futura sparizione della stirpe italica, dannazione, con grande dispiacere di tutti e di alcuni anche di più: il ministro cognato che teme la sostituzione etnica, o il ministro Giorgetti che intende fecondare molte donne per via fiscale.

Parte così la girandola un po’ grottesca della ricerca delle cause, la principale delle quali è sempre quella: è colpa nostra. Un classico degli ultimi anni: era colpa nostra la pandemia – che non stavamo abbastanza distanziati e chiusi in casa – anche se si erano precedentemente tagliati più di 25.000 posti letto alla sanità pubblica e la medicina di base era scomparsa. E’ colpa nostra la siccità, che non chiudiamo il rubinetto mentre ci laviamo i denti, anche se le tubature sono un colabrodo che perde il 40 per cento dell’acqua trasportata. Ed è colpa nostra, ovvio, se non ci accoppiamo con il sacro fine di figliare, perché – in breve sintesi – siamo egoisti. Dietro ogni colpevolizzazione dei cittadini si nasconde – a volte non si nasconde nemmeno – un errore di gestione delle risorse e, insomma, della politica. Nel caso della natalità, la faccenda è così macroscopica che rende un po’ risibile l’accorato allarme.

Suggerirei, per affrontare il tema in modo almeno sensato, di incrociare alcuni indicatori sociali. Che so, gli annunci immobiliari, magari quelli che chiedono sei-settecento euro per un appartamento in condivisione, oppure mille- millecinque per un bilocale in periferia. Vale anche per i mutui. Oppure – altro indicatore che ogni tanto balza agli onori della cronaca – quegli annunci di lavoro strabilianti, dove fatto il conto delle ore e della retribuzione si scopre che lavare i vetri ai semafori è più conveniente. Mi si consenta una parentesi: anche lì è colpa nostra, non del mercato, o del capitalismo, o delle storture del sistema, ma di noi viziati, segnatamente i giovani, che non ci adeguiamo. Chiusa parentesi.

Insomma, capisco i lungimiranti governanti italiani, che devono convincere la gente a fare un figlio, vaste programme. Futuri padri e madri costretti a vivere coi genitori fino a trent’anni (media europea: 26), dove un medico di base ha più abbonati del Milan, si taglia periodicamente la sanità, si aumenta però la spesa militare, si spendono due terzi dello stipendio per avere un tetto sulla testa, un posto all’asilo costa come un’utilitaria, il diritto allo studio universitario c’è solo per il ceto medio e medio alto e il welfare lo fanno i nonni. Si calcoli tra l’altro che quando saranno nonni questi qui – ammesso che facciano un figlio e che il figlio faccia un figlio anche lui – di welfare famigliare non ce ne sarà più per esaurimento scorte. Senza contare il dato più importante: che per fare figli serve una convinzione specifica: una ragionevole fiducia che domani sarà meglio di oggi, e questa, in Italia, è merce che proprio scarseggia.

E così il Giorgetti della maternità incentivata a colpi di Irpef finirà come il Giorgetti del cuneo fiscale: tante chiacchiere e promesse e titoloni roboanti e poi… sedici euro in più al mese, con cui chi vuole potrà radicalmente cambiare la propria vita. Tanto, se non ci riesce è colpa sua.

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