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La tassa per i giovani. Letta ha fatto un autogol mentre batteva il rigore

mercoledì, 26 Maggio 2021

PIOVONOPIETRENon è mica facile fare un autogol battendo un rigore, però a giudicare dalle reazioni, gli sberleffi, i “no, grazie” che ha raccolto Enrico Letta con la sua proposta sulla tassa di successione da girare ai diciottenni, sembra esserci riuscito. Lo dico a mo’ di premessa solenne: tassare le eredità e le donazioni ai figli sopra i cinque milioni di euro non solo è un’idea giusta e benemerita, ma ci porterebbe un po’ più vicino alla famosa Europa di cui si chiacchiera tanto. La tassa di successione, per quelle cifre, in Germania è del 30 per cento, in Spagna del 34, in Gran Bretagna del 40 e in Francia del 45 per cento. Qui da noi, nel Paese ereditario, è del 4 per cento.

Dunque, l’aumento dal 4 al 20 proposto da Letta (solo per ciò che eccede i 5 milioni di euro) sarebbe ancora un brodino rispetto ad altri paesi nostri vicini che non sono né Cuba né la Corea del Nord, ma posti con solide radici liberali.

E allora, si dirà, dove sta l’autogol? Mah, forse nel comunicare una operazione di giustizia fiscale in un’intervista molto pop, con foto sbarazzine (uff!), oppure nel non averne parlato prima con nessuno, in modo da dare a Draghi l’occasione di tirare una sberla con quel “Non è il momento” che ha gelato tutti. Insomma, nel mondo fatato che mi immaginerei io, una proposta di redistribuzione di ricchezza, dai più ricchi ai più stritolati, la si fa un po’ meglio, magari lanciando un dibattito pubblico, denunciando le distanze dall’Europa, confrontando cifre. E invece, così presentata, la proposta Letta ha scatenato l’ovvio: basta tasse! Non è il momento! Bolscevichi! Attentato alla proprietà privata!, e tutte le cretinate che i finti liberali di Pavlov amano pronunciare quando si chiedono soldi a chi ne ha moltissimi. Impeccabile sintesi: siamo un Paese dove quando proponi di tassare i ricchi si incazzano anche i poveri.

Però, pochi sono andati oltre l’aspetto “prendere” della proposta e pochissimi hanno guardato al “dare”. I beneficiari del ridisegno (ripeto: sacrosanto) sarebbero più o meno la metà dei diciottenni italiani (per modulo Isee), che incasserebbero 10.000 euro di bonus.

Ed ecco la parola magica: bonus. Tutto pare risolvibile con il portentoso medicamento del bonus, tanto per dire che di diritti stabili, a lungo termine, inseriti nella dinamica sociale (tu lavori, io ti pago decentemente, hai diritto a casa, studio, salute, eccetera) non se ne parla nemmeno.

Ecco un bonus, vada buon uomo.

Il tutto – se si pensa ai diciottenni, povere bestie – in un paese dove le tasse universitarie sono tra le più alte d’Europa (aumentate anche con le Università chiuse), e per le borse di studio siamo alle ultime posizioni. Un Bonus di 10.000 euro per andare a vivere da soli è una bellissima cosa, grazie, ma a chi finisce, poi, quindi? A chi affitta stanze singole a 5-600 euro al mese come accade nella ridente città di Milano e in generale nelle sedi universitarie? Non si potrebbe, invece di un bonus, avere salari decenti, non subire anni di precariato, non accettare più stage e altre forme di sfruttamento fantasiosamente travestite? Certo, sarebbe meglio, ma servirebbe più radicalità, una politica capace di coinvolgere i cittadini, servirebbe insomma tornare a fare un discorso di classe, cosa molto demodée, che oggi nessuno sembra intenzionato a fare. Insomma tra il bonus oggi e la gallina domani si propone il bonus, perché con la gallina (una società dove non si diventi adulti a quarant’anni e dove non ci siano lavoratori poveri) sembra di chiedere troppo.

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