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Per pagina99. Il saluto romano degli Alfano-boys e il “boia chi molla” dei grillini

mercoledì, 29 Gennaio 2014

Da cinque giorni, via twitter, citando il suo account, chiedo lumi al ministro dell’Interno Angelino Alfano, leader del Nuovo Centro Destra. La domanda è sempre la stessa: è a conoscenza il dottor Alfano che molti giovani del suo partito, a una convention tenutasi a Pesaro (era il 19 gennaio) hanno cantato l’inno di Mameli in un tripudio di saluti romani? Se no, come mai è all’oscuro? Se sì, ha da dire qualcosa? Nel caso avesse qualche dubbio, ho allegato un link del video (realizzato da noiroma.tv e rilanciato dal messaggero.it. guardatelo qui). La domanda non è retorica né provocatoria. Angelino Alfano è il ministro dell’Interno e dunque garante della sicurezza mia e di tutti. In pratica dovrebbe vigilare come e più di altri sul rispetto delle leggi, tra cui, per dirne una, la legge Mancino. Che un esponente politico di primo livello, che discute della legge elettorale con altri prestigiosi (?) interlocutori non si pronunci su un fatto tanto grave che riguarda il suo partito è strabiliante. Ma forse si tratta solo di distrazione (certo Alfano ha molte cose da fare) e io continuerò a fargli quella domanda.
Poi, passa qualche giorno, ed ecco il deputato del Movimento 5 Stelle onorevole cittadino Angelo Tofalo che si infervora in Parlamento e, dai banchi della Camera, tuona un raccapricciante “Boia chi molla”.
Subito si scatena in rete una piccola bagarre: ignoranza? Semplice stupidità? Fascismo? Questa volta la difesa è strabiliante. A parte una piccola marcia indietro (“Ho involontariamente prestato il fianco…”) che suona come il vecchio caro “Sono stato frainteso”, Tofalo e molti suoi seguaci e sodali si arrampicano sugli specchi insaponati dell’etimologia e dell’origine dell’espressione “Boia chi molla”.
Una frase giacobina, non fascista (ci mancherebbe!) pronunciata per la prima volta a Napoli nel 1799, durante i moti per la Repubblica Partenopea dalla patriota Eleonora Pimentel Fonseca. E dunque ignoranti noi, debolucci e ipersensibili, che ci viene la pelle d’oca a sentire certe frasi nell’aula sorda e grigia.
Ecco. E’ un po’ come se, agitando una svastica qualcuno potesse dire: “Embé? E’ un antico simbolo indiano”. O come se, sbandierando una croce celtica, ci si difendesse tirando in ballo antichi druidi gaelici.
Chissà, pur passata l’età scolare, forse bisognerebbe spiegare a molti – a certi arditi a loro insaputa del M5S, ma anche al ministro dell’interno – che alcuni gesti e certi simboli e certi motti cambiano negli anni e nei secoli e prendono la loro identità da chi li ha usati peggio e ci ha fatto più danni. “Boia chi molla”, a partire dai fasci da combattimento per arrivare alla Repubblica di Salò e alla rivolta di Reggio Calabria fomentata da Almirante e dal Msi, è una cosa che sa di morte e dittatura. Il saluto romano non è chiamare un taxi. Eccetera, eccetera.
Eppure, proprio qui sta il problema: sempre più spesso il fascismo spicciolo che si incontra (nei gesti e nelle parole) sembra – o si traveste da – inconsapevole, quasi involontario. E dunque, verrebbe da dire, più vero e profondo. Più introiettato, più “naturale”. Non solo non fa paura, ma lo si usa come un linguaggio comune, come un intercalare, così come si dice cazzo, o cioè. Da dove viene questo lento e inesorabile sdoganamento? Questo “in fondo non c’è nulla di male?”. Forse da anni di de-ideologizzazione forzata. Oppure dalla storia insegnata nelle scuole con le crocette nelle caselle. O forse da quella serafica, candida e abusata convinzione che si possa essere “né di destra né di sinistra”. Cioè, in definitiva e in poche parole, di destra.

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