Il giorno in cui suo padre lo condusse a conoscere il ghiaccio… La figu di Gabriel Garcia Marquez
Un commento off-topic sul sito mi ha ricordato la fugurina di Gabriel Garcia Marquez, che è stata replicata da Raisat. Ecco, siccome al grande Gabo dobbiamo molto noi che sappiamo leggere e anche un po’ (non troppo) sognare, la ripropongo qui, in gloria di tutti i Buendìa, i vecchi colonnelli, le candide Erendire e i funeral de la mama grande. Cinque minuti, una figurina, appunto. Approfitto per dire che FIGU, album di persone notevoli, ricomincerà (sempre su Rai Tre, sempre alla mattina) a partire da metà ottobre, sulla data sarò più preciso. Intanto beccatevi Gabo e il mondo ai tempi di Macondo, che era così giovane che le cose non avevano un nome e bisognava indicarle con un dito… Buona visione.
Commenti (11)
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Grazie mille
Grazie Alessandro.
Bello ascoltare la tua voce.
Nonostante non sia un fan di Marquez
debbo ammettere che ne hai fatto proprio un bel ritratto.
Robecchi, mon amour,
permettimi un’osservazione che forse parrà fuori luogo o forse no.
Mauro Rostagno aveva creato un luogo chiamato Macondo a Milano.
Fortunati quelli che lo ricordano.
Amaranta!
🙂
La solitudine durerà sempre… Sarà quindi il nostro destino quello di rimanere soli con noi stessi?… Per sempre?… Certo le prospettive sono poco ottimistiche. Siamo arrivati ad odiarci anche nel condominio dove viviamo. I figli se ne vanno, quelli fortunati che possono farlo ovviamente, gli altri tollerano a mala pena i genitori coi quali sono costretti a vivere; gli ammalati senza soldi sono abbandonati; i vecchi vengono internati nei ricoveri e spesso dimenticati. Ma che mondo è mai il nostro?… Sono sempre meno i padri che possono condurre i figli a “conoscere il ghiaccio”!…
mitico robecchi!!!!!!!!!!!!!!!!
sei un grande
Di solitudine si puà guarire solo se si è disposti a dare qualcosa di se stessi agli altri, se si è coscienti dell’importanza degli altri nella propria vita. Ho provato l’esperienza di due bypass. Quando mi hanno detto che dovevo ricoverarmi per quella faccenda di cuore, dopo una vita da sportivo (calcio-tennis-nuoto dilettante)e attento al mangiare mi sono sentito solo e tradito (ero stato cosi attento). Quando la consorte mi ha detto che si sarebbe presa lei quella esperienza pur di vedermi come sempre: allegro, romantico e giocoso, ho provato quanto è importante la presenza di una compagna così, degli amici veri. Ho vissuto quella prova come una delle migliori esperienze della vita. Mi sono sentito protetto e contento di sapere di non essere solo. Durante quei giorni ho visto persone nelle corsie sole e malate. La vera malattia era quella, l’altra era come un guasto alla macchina da aggiustare. Avrò stancato i miei amici con la mia esperienza e ho consigliato di non rimanere mai soli, specialmente con i capelli bianchi. Sembra che qualcuno abbia cominciato a dare qualche carezza in più al proprio compagno o compagna. Un’altra volta vi racconto i miei viaggi a Cartagena e Santa Marta. Il fratello di mia moglie vive a Bogotà e ha una acgenzia di viaggi. Davvero un grande paese.
Non siamo soli
se guardiamo il mare,
non siamo soli
se guardiamo il cielo,
non siamo soli
se scrutiamo fra i monti,
non siamo soli
se sappiamo sorridere…
Quando più nessuno
ci farà una carezza
sarà solo allora
che saremo travolti
dal ciclone crudele
della vera solitudine
E poi……..Non siamo soli se
sappiamo ascoltare.
Forse è un pregio decisivo quello di saper ascoltare, decisivo per non essere soli. La natura le cose le ha fatte bene: due orecchie e una bocca. Sembra averci dato un consiglio. Ascoltare per poter consigliare, ascoltare per non dire parole vuote, ascoltare per capire. Molti, purtroppo, sembrano avere 3 bocche e una orecchia sola (quando non chiudono anche quella). La persona che sa ascoltare ha sempre qualcuno che se lo prende sottobraccio, ha sempre qualcuno intorno. E poi, si, è vero bisogna sorridere. Ridere pure di più.
io ascolto e rido sempre! anche nei momenti più tragici, rido!
rischio di essere scambiata per una deficiente e rido.
Quando sarò vecchissima?
un bel badante che mi regga!
🙂
o no???
Ottimo Stefania. Ed è bello anche tradurre le emozioni in poesia come lo racconta bene L’egregio Vittorio. Ma sapere utilizzare l’orecchio per ascoltare è un passepartout per vivere con gli altri e gli altri con noi. Utilizzare il “noi” più dell’”io” aiuta a stare in armonia con gli altri e con noi stessi. Mi hanno chiesto perchè utilizzo la parola “orecchia”. A Roma la “recchia” significa un pezzo di ciccia inservibile, l’orecchio, invece, è un organo funzionante. Molti hanno le “recchie”.