Mercati. Si litiga sull’import-export dei ricchi, ma si fa cassa solo sui poveri

Poche cose sono divertenti e istruttive (sul lato del grottesco) come la rissa tra Italia e Francia sull’importazione di una merce pregiata: i milionari. Il red carpet fiscale, su cui li facciamo sfilare a sfregio dell’impoverimento del Paese, irrita i francesi, ma anche un po’ gli svizzeri. Insomma, concediamo ai super-ricchi aliquote fiscali di cui non gode nemmeno chi ha l’Isee sotto i tacchi, avendone in cambio meno di zero, anzi trasformando alcune nostre città in risibili caricature di Dubai: prezzi alti, case da sogno e sacche di lavoro schiavistico che devono far funzionare il lunapark. Siccome la neolingua si adegua alla realtà, la parola di moda è “attrattivo”, il che vuol dire che attraiamo Paperoni dall’estero ed esportiamo italiani che non ce la fanno, e vanno cercando stipendi decenti fuori dai confini (156 mila emigrati solo nel 2024).
Presto sarà necessario un “decreto flussi” per proprietari di yacht, mentre il “decreto flussi” per i morti di fame prevede 110 mila ingressi (2025) per lavori stagionali (a cui vanno sommati tutti gli irregolari). Insomma: i ricchi non raccolgono i pomodori, semmai li mangiano, e per raccoglierli servono esseri umani che ricchi non lo diventeranno mai, nemmeno lontanamente. Siamo ancora allo Steimbeck di “Furore” (1939): “Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti. No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici. Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento”. A dimostrazione che, dalla sua invenzione, il capitalismo di cui si magnifica il dinamismo, non è cambiato poi molto, anzi nulla.
Cercare esempi di migrazioni indotte dal mercato e dalla sua manina santa che tutto sistema, in effetti, non è difficile. Caso un po’ sottotraccia, ma istruttivo, quello della Serbia, dove Stellantis costruisce la grande Panda, ma dove i lavoratori serbi trovano un po’ basse le paghe (600 euro al mese non bastano più nemmeno a Kragujevac, sede dello stabilimento). La soluzione è importare lavoratori, principalmente dal Nord Africa, che di stipendio prenderanno 300 euro, più qualche indennità, dormiranno accatastati, insomma staranno alla catena (si intende: di montaggio, ma le parole fanno strani giri) come i molti schiavi agricoli delle nostre campagne. Sorvoliamo su qualche indiscrezione giornalistica che parla anche di lavoratori del Bangladesh e addirittura nepalesi: l’idea che si importino nepalesi in Serbia per costruite auto italiane è in effetti vertiginosa ma, temiamo, non così stupefacente.Se ne deduce che i flussi migratori descrivono bene le contraddizioni del capitalismo, che però non si contraddice per niente: è esattamente quella roba lì. Per cui il ricco trasloca in Italia per pagare le tasse a forfait, grazie a una legge del signor Renzi – te pareva – e il povero maghrebino trasloca in Serbia, dove un ricchissimo italiano, la cui azienda ha residenza fiscale in Olanda, cerca braccia a basso costo, facendo parecchio incazzare le braccia locali, diventate all’improvviso troppo care, le quali soffiano sul fuoco del nazionalismo. Era difficile fare peggio, ma pare che ci si guadagni parecchio, quindi tutto è perdonato. Quel che rimane, sono milioni di vite gestite dal mercato, dai bilanci, dalle cifre delle trimestrali e dalla speranza di dividendi, con la differenza che sull’import-export di ricchi si litiga tra cancellerie e sulle pagine economiche, mentre sulle deportazioni dei poveri non litiga nessuno, e non ci resta che rileggere Steinbeck.
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