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In fondo cosa sarebbe l’Italia senza il feudalesimo ereditario?

mercoledì, 25 Giugno 2014

E dunque Sting, il grande cantante (ma soprattutto il grande bassista dei Police, diciamolo) non lascerà un centesimo della sua cospicua fortuna ai figli. Vai col dibattito, che può contenere bassi moralismi sui guadagni stellari della star (appunto) o alti riferimenti politico-culturali (Max Weber, calvinismo, etica protestante, capitalismo anglosassone, eccetera, eccetera). Insomma, non mi pronuncio, ché il ginepraio mi sembra fitto e spinoso. E però la faccenda rimane suggestiva, specie vista da qui, dalla provincia dell’Impero dove tutto o quasi è ereditario, il Paese intero è ereditario, le probabilità che uno faccia il notaio senza provenire da lombi di notaio sono leggermente inferiori a quelle di essere colpiti da un meteorite. Avrà ragione Sting? Avrà torto? Intanto può essere divertente immaginare lo scenario italiano se tutti facessero come lui. Prendete, che so, le cattedre universitarie: dove ora ci sono figli, nipoti, generi, nuore, parenti, più o meno stretti ci sarebbe il deserto del Gobi (o in alternativa docenti che non devono dire grazie a nessuno se non a se stessi e ai propri meriti… ma guarda cosa vado a pensare). Gli architetti magari non genererebbero schiatte di architetti, per non dire dei farmacisti e di altre categorie dove la successione conta più o meno come contava nell’alto Medioevo, e mi taccio per carità di patria sui giornalisti.
Poi diciamolo, se tutti facessero come fa Sting, ci perderemmo quel divertente spettacolino annuale che è la riunione dei giovani imprenditori italiani, che sono sì giovani, ma dai cognomi vecchi e consolidati. Insomma: la classe imprenditoriale italiana procede per linea dinastica che nemmeno nel feudalesimo più spinto. Tutti, naturalmente a cianciare di merito e capacità, e tutti naturalmente seduti sulla montagna di soldi lasciati da papà. E a volte, addirittura dediti alla sublime arte dell’autogol (il caso di John Elkann che rimprovera i giovani di non lavorare perché “Stanno troppo bene a casa”, da Nobel).
Prevengo l’obiezione: non è detto che il figlio di un ricco, di un potente o di qualcuno che ti spiani la strada sia automaticamente un cretino. Può darsi anzi che sia bravissimo (del resto, il figlio di un ricco, o di un potente, ha condizioni di partenza migliori di altri, quindi tutto il pippone sulla meritocrazia perde un po’ di valore…), ma resta il retropensiero: chissà quanti bravissimi se ne stanno a spasso non avendo alle spalle rendite di posizione. Come vedete, non se ne esce. E tutto questo nella perenne attesa che alla successione economica segua quella politica. Si veda, ad esempio il sempiterno dibattito sulla “discesa in campo” (uff!) di Marina Berlusconi, una manager che si è fatta da sé, viene dal nulla e ha fatto la gavetta, per dire.
Sarebbe dunque uno scenario abbastanza affascinante pensare a cosa sarebbe il Paese senza rendite di posizione. E non si parla qui, ovvio, della casa in eredità dei genitori o del gruzzoletto per l’università dei figli, dal momento che i risparmi dei nonni sono spesso l’unico welfare che ancora funziona da queste parti. Semmai, in un paese dove anche un onesto stipendiuccio viene ormai spacciato per privilegio, non sarebbe male mettere in discussione qualche privilegio vero. La parola casta è ormai insentibile, usurata e impresentabile, bisognerà trovarne un’altra, ma sempre di quello si tratta. Non è detto che Sting abbia ragione, ma nemmeno che abbia del tutto torto: senza diventare ultras calvinisti, un po’ di calvinismo male non farebbe.

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