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Siamo in campagna elettorale, vale il diritto a sparar cazzate

sabato, 3 Maggio 2014

Non c’erano elezioni ai tempi delle piaghe d’Egitto, altrimenti non c’è dubbio che accanto all’invasione delle cavallette e alla morìa del bestiame ci sarebbe stata anche la campagna elettorale e, accanto ad essa, la par condicio. Come si sa, la campagna elettorale è una specie di show della durata di un paio di mesi in cui ognuno può dire ciò che vuole, anche le più ardite stupidaggini, senza tema di essere smentito, contraddetto, rintuzzato o internato in manicomio. Che sia una finzione scenica giocata sui toni del grottesco e dell’esagerazione non solo non è un mistero, ma è cosa addirittura rivendicata. Fate la prova e stateci attenti. Appena dopo le elezioni, in un qualunque talk show, quando qualcuno farà un’affermazione apodittica o esagerata, si alzerà qualcun altro a dirgli: “Ehi, tu! Non siamo più in campagna elettorale!”. Che è un po’ come dire che prima delle elezioni sono permesse cose che nella vita normale vengono tollerate a fatica. Dopotutto, siamo il paese in cui un tizio che ancora sta in giro promise di sconfiggere il cancro in tre anni se la destra avesse vinto le elezioni regionali in Piemonte, e non arrivò l’ambulanza.
Ad aggravare una già grave situazione interviene un fattore che complica tutto, e si chiama par condicio, una legge del 2000 che precisa e corregge una legge del 1993 e che dovrebbe teoricamente bilanciare le presenze televisive dei concorrenti alle elezioni. Una legge che funziona egregiamente, infatti come ognuno di voi può controllare, la lista Tsipras, per dirne una, ha lo stesso peso mediatico del Pd renziano o del tizio di cui sopra, quello che è passato dalle promesse sul cancro al cibo per i cani, a cui immancabilmente toglierà l’Iva in caso di vittoria in Europa (e poi dicono che non si parla di contenuti!). Come anche un cieco può vedere chiaramente, l’obiettivo di garantire stessi spazi è semplicemente fantascientifico. A questo si aggiungono complicazioni tattiche da vivere allegramente giorno per giorno. L’attore Ivano Marescotti – candidato alle europee con la lista Tsipras – si è visto tagliare dalla Rai tutte le scene di una fiction in cui compariva. Il suo essere personaggio in uno sceneggiato, insomma, avrebbe irrimediabilmente falsato le elezioni europee, con grave danno alla democrazia continentale. Così si è preferito falsare uno sceneggiato televisivo, con grave danno al cervello degli spettatori che a un certo punto, nella trama, si perdevano come Pollicino nel bosco: e questo da dove salta fuori? E quell’altro dov’è finito?
Una legge folle, d’accordo, ma non folle per caso. Folle perché deriva da una situazione folle: uno dei contendenti, da anni e anni e anni, possiede gran parte della potenza di fuoco televisiva e non potendo sistemare alla fonte quella distorsione democratica, si è messa una pezza che in molti casi è peggio del buco. E come se invece di curare la bronchite si regolamentasse l’uso dello sciroppo per la tosse, somministrandolo anche a quelli sani. E la cosa potrebbe anche essere divertente: per ognuno che dice una cosa sensata è fatto obbligo di invitare e far parlare anche un cretino conclamato, con lo scopo dichiarato di aiutare l’elettore a scegliere.
Il tutto, si badi bene, per un pubblico sempre più esiguo (il bacino di chi guarda la tivù), sempre più anziano e sempre meno motivato, gente che finalmente, guardando Via col Vento, potrebbe anche non accorgersi che dalla storia è scomparsa Rossella O’Hara, magari perché candidata con i sudisti. Si dirà: bene, non si capisce più un cazzo del film, ma la democrazia è salva.

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