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Salvini chi? Il sovranista non più sovrano ridotto alla disperazione

mercoledì, 17 Giugno 2026

Sì, certo, le sfighe del mondo sono molte, le posizioni non invidiabili sono
tantissime, i leader in caduta libera sono parecchi… ma pensa essere
Salvini! Francamente non si immagina nulla di più debilitante. Dunque il
nostro Matteo preferito (quell’altro è in pieno delirio di camouflage e oggi
si finge di sinistra, per chi ci casca) si dibatte come un tonno pinna gialla
nella tonnara della destra italiana, infilzato da tutti e soprattutto dai suoi, un
po’ schifato al Nord, un po’ abbandonato al Sud, probabilmente se dovesse
brindare come fece al Papeete scioglierebbe del cianuro nello spritz.
L’ultimo colpetto gliel’hanno dato i sondaggi, e un numero: 5,3, cioè la
percentuale che avrebbe la Lega se si votasse oggi, che risulta identica a
quella del generale Vannacci, che lui stesso imbarcò come vicesegretario
per rimpolpare urne e popolarità. Che è come mettersi nel letto un crotalo
velenoso pensando che tenga lontane le zanzare: bel colpo, Matteo.
Ora la situazione è questa, che dopo millemila giravolte, manca lo spazio
per farne un’altra. Negli anni abbiamo visto il Salvini leghista padano
(“Padania is not Italy” sulle magliette), il leghista cremliniano (Putin sulle
magliette), il Salvini sovranista (“Prima gli italiani” sulle magliette), il
Salvini poliziotto al ministero degli Interni (quando mandava la Digos a
togliere gli striscioni sgraditi da piazze e balconi) e il Salvini capostazione,
aggrappato per sopravvivenza al sogno della Grande Opera, il ponte sullo
Stretto. In mezzo, mischiato a tutto questo, il Salvini Unificato, quello che
andava chiedendo voti al Sud dopo essersi costruito una carriera e una sua
folkloristica Weltanschauung insultando i “terroni”.
Ora che ha preso schiaffoni da tutti, povera stella, porge la guancia ai suoi,
i Zaia, i Fedriga, i Fontana, gente che i voti li prende (purtroppo) e si è un
po’ seccata di essere guidata da uno che invece li smarrisce per strada come
se avesse un buco nel serbatoio. Si sa che c’è una cosa più grave che
perdere, ed è avere l’aura del perdente, l’unica aura rimasta a Salvini, tra
l’altro. Che gioca le sue carte della disperazione nell’ultimo anno di
governo, prima che le urne confermino quello che si vede oggi a occhio
nudo: che se fai lo sceriffo implacabile, arriverà uno sceriffo più
implacabile di te (e se possibile più ridicolo) a farti fare la figura del fesso.
Prima carta: tornare al Viminale, sperare che Meloni corra ai ripari, anche
lei spaventata dal generale baby pensionato, e sostituisca Piantedosi con il
nostro fenomeno. Legge, ordine, grande visibilità, potere vero, altro che
quelle scemenze dei treni che si ostinano ad arrivare in ritardo, maledetti!
Seconda mossa, rimodulare il partito, cioè usare come stampella proprio
quella Lega del Nord (leggi: Zaia) da sempre nemica del suo delirio di
onnipotenza. Una Lega del Nord guidata dal veneto più popolare del
mondo, e una Lega nazionale (cioè, a quel punto, del Sud), guidata da
Salvini, una specie di bad company in attesa di liquidazione. Abbondano
ipotesi e dietrologie, per esempio che Zaia faccia un bel marameo e rifiuti di partecipare al naufragio, preferendo attendere che si compia il disastro
per poi arrivare da salvatore della patria leghista dopo le elezioni. Il
tramonto di Salvini, dunque, non ha neppure la tragica grandezza del
crepuscolo, è solo un lento scollinare verso l’eclissi definitiva. Ei fu,
insomma, e si marcia veloci verso il mesto affievolirsi dei ricordi, quando
si dirà “Salvini chi?”. Una prece

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