Spoon River. Morti sul lavoro, mille lapidi all’anno con la scritta “Profitto”

Più che un articolo bisognerebbe scrivere un blues, una specie di Spoon River per tutti quelli che vanno a lavorare alla mattina e non tornano più, che finiscono schiacciati, o cadono, o restano fulminati. O annegano come la diciassettenne Anna Chiti, caduta a Venezia durante una manovra d’attracco che non spettava a lei. Il blues è ipnotico e ripetitivo, diventa una specie di salmo.
E c’è molta ripetizione anche nelle cronache delle morti sul lavoro, più di mille all’anno, tre ogni giorno, quasi sempre le stesse parole. Non era in regola. Non aveva le protezioni richieste dalla legge. Le procedure non sono state rispettate. Bisognava fare in fretta per non rallentare la produzione. Lavorava per arrotondare lo stipendio o la pensione insufficiente. Era il primo giorno di lavoro. Le varianti sono sempre quelle, come gli accordi del blues. Cambiano le sfumature. Il primo giorno di lavoro è una beffa, naturalmente, ma spesso anche una scappatoia cinica e furba per cavarsi d’impiccio: non ti metto in regola, non ti proteggo, e se succede qualcosa – disdetta – era il primo giorno di lavoro. Anna Chiti, dicono, era al suo primo giorno. Era al suo primo giorno, dicono, anche Massimo Mirabelli, di Livorno, che a 76 anni lavorava come trasportatore per una lavanderia industriale: non gli bastava la pensione, l’ha ammazzato un malore, “nel suo primo giorno di lavoro”, dicono le cronache.
Il primo giorno di lavoro. A 76 anni. A 17 anni.
Basta cercare, ci vuole poco, le cronache sono piene, uno stillicidio, un’immensa Spoon River, appunto, più di mille lapidi all’anno con sopra scritto: “Profitto”. Come sempre l’informazione procede per fiammate, impennate dell’attenzione che durano lo spazio di voltare pagina. Qualche morto merita un titolo, sennò si scende al trafiletto in cronaca, più spesso è silenzio totale. Il disegno è chiaro: morire sul lavoro va considerato in qualche modo “normale”, cioè succede, capita, e anche quella definizione standard di “incidente” serve a coprire, troncare e sopire, nascondere che ci sono in questo Paese ampie sacche di lavoro schiavistico, non protetto, esposto a ogni sosta di rischi, che sia l’edile sull’impalcatura o il rider investito nella notte mente trasporta cibo per due euro a consegna. Nella sua solita passerella video annuale del 1 Maggio – un siparietto trito e ritrito che serve a prendersi un pezzettino della scena nel giorno della festa dei lavoratori – la capa del governo ha fatto anche quest’anno le sue solite promesse, tra cui un premio per le aziende che riescono a non ammazzare nessuno. Chiacchiere e distintivo. La gente muore come e più di prima, e allo studio sono invece leggi che permettono di farli morire prima, più giovani, più freschi, più velocemente abituati al pensiero che morire di lavoro non è poi così anormale.Nel primi tre mesi del 2025 sono stati più di 600 gli incidenti per gli studenti che svolgono la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, cinque mortali. Alternanza scuola-ospedale, quando va bene, sennò scuola-cimitero. Ora una norma del decreto Pnrr-Scuola, all’esame della Commissione Cultura del Senato, minaccia di anticipare l’età dell’alternanza scuola-lavoro al primo biennio degli istituti tecnici, cioè all’età di 15 anni, cioè bambini, cioè educarli da piccoli che la scuola non forma cittadini, ma braccia, e che le braccia rischiano ogni giorno, perché il profitto è più importante. Questo blues è inutile, sia chiaro, è un salmo alla memoria per i caduti passati. E – temo – per quelli futuri.
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Tristemente tutto vero
Grazie,caro Robecchi. Un articolo bellissimo,che tocca il cuore.
Buona parte di colpa spetta anche a noi. In qualità di spettatori ormai assuefatti alla violenza, familiare e non, alle infinite guerre, alle distruzioni di risorse e di intere popolazioni, stiamo affogando in un’indifferenza subdola e, a ben vedere, autolesionistica. È sufficiente leggere i commenti contro i referendum in programma i prossimi 8/9 Giugno per capire la deriva sociale in cui ci stiamo infilando.
Grazie Alessandro per l’incisivo e più che condivisibile post. Buona serata