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Palestina. Conte e Schlein, dichiarare non basta: quella barbarie è enorme

mercoledì, 4 Settembre 2024

Confesso di scrivere questa rubrica per una specie di ossessione personale: una cosa che mi torna in mente ogni giorno, che non riesco ad archiviare come faccio con milioni di cose – anche orribili – lette e sentite, che non riesco a dimenticare, che mi torna in testa quando meno me lo aspetto. Sette giorni fa, il 28 agosto, leggevo sul Corriere della Sera un’intervista (a firma di Lorenzo Cremonesi) alla chirurga italiana Federica Iezzi, quarant’anni, già impegnata in Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia e Haiti, che ora sta con il bisturi in mano all’ospedale di Dir el Balah, a Gaza. Riporto qui integralmente un brandello di quell’intervista. 

Domanda: “Cosa la colpisce nel suo lavoro di chirurgo?”. Risposta: “Il numero enorme di bambini in età compresa tra i due/tre anni e i quindici metodicamente colpiti da proiettili singoli alla testa o al collo”. Domanda: “Ma quanti sono?”. Risposta: “Una media di quattro al giorno”. Domanda: “Dal primo di agosto sarebbero dunque un centinaio di bambini?”. Risposta: “Sì, questo è il numero, forse anche di più”.

Il gelo.

Ho una certa età, quasi tutta spesa nei giornali, non sono un’anima bella e candida, so perfettamente che la guerra – qualunque guerra – è merda in purezza, che i cattivi stanno da ogni parte, sempre. Però, in tanti anni, non avevo mai sentito di esecuzioni deliberate di bambini, di cecchini che si divertono prendendo di mira le teste di piccoli “di due/tre anni”. Il Ruanda del genocidio era una cosa esotica e lontana. Il genocidio di Srebrenica si scoprì scoperchiando fosse comuni. Quello che fa l’esercito israeliano a Gaza succede invece ora, qui, davanti agli occhi del mondo, in diretta, con le immagini sui social (spesso pubblicate dai massacratori) e nei telegiornali (non i nostri). Stupirsi, fingere di non vedere, non è possibile.

In una rubrica di qualche settimana fa, di fronte a questa barbarie (che molti ritengono normale o giustificano in quanto “nostra” barbarie, bianca, occidentale) scrissi che mi impressionava il silenzio delle forze politiche italiane, almeno di quelle che in fondo potrei pure votare, quelle che fanno o dovrebbero fare opposizione, quelle che cercheranno di costruire un’alternativa all’attuale governo. Qualche lettore mi sgridò: non è vero! Conte ha detto! La Schlein a chiesto il cessate in fuoco! E’ vero, è successo anche nei giorni successivi, dopo uno degli innumerevoli massacri di civili. Bene, non basta. L’enormità è troppo enorme per essere contenuta in una dichiarazione, in una presa di distanze. Quello che non vedo, che non sento, è un moto definitivo di ripulsa, di rigetto, di condanna. Qualche riga in un comunicato non può riempire quella vertigine di umanità non pervenuta che le cronache del massacro quotidiano certificano ogni giorno. Al netto, naturalmente, dei fiancheggiatori, dei sostenitori del genocidio, dei tifosi e dei propagandisti. Parlo di umanità, non di schieramenti. Sempre per ossessione e ricordo personale: mia madre era un’autodidatta appassionata e studiosa dell’Olocausto, da lei ho ereditato intere librerie di testi sull’argomento. Mi portò – ragazzino – a vedere gli orrori della Shoah, e anche di quello ho un ricordo preciso: che davanti al campo di sterminio di Mauthausen ci sono bellissime colline con bellissime fattorie. E io ragazzino mi chiedevo: ma quelli lì, come facevano a non sapere o a fingere di non sapere? Ecco, ora che ho un’età avanzata, che non sono più un ragazzino, mi faccio la stessa domanda: come fate a non vedere?

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