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Cabaret Europa. Matteo detto Ponte: sulla scheda oltre ai nomi anche gli atti

mercoledì, 1 Maggio 2024

Non ci eravamo ancora ripresi dal ridicolo barbatrucco di “Giorgia Meloni detta Giorgia”, che è comparsa a giornali unificati la faccia del generale Vannacci a dire che vorrebbe farsi autorizzare la possibilità di candidarsi come “Vannacci detto il Generale”. E’ sempre istruttivo quando le metafore si incarnano, e vedere una democrazia che va al voto e in cui si può scrivere sulla scheda “il Generale” dice molte cose sulla democrazia italiana, parlandone da viva. Come dicono sempre quelli col culo al caldo, si potrebbe “trasformare il problema in un’opportunità”, cioè usare il trucco furbetto delle liste coi soprannomi per fare un po’ di chiarezza. Insieme al nome, insomma, si potrebbero poter indicare nel voto non solo nomignoli e vezzeggiativi, ma anche gesta, azioni famose, vita e opere. Immaginate uno che voglia votare Calenda e che intenda essere fedele e conseguente alle gesta del suo eroe. Dovrebbe scrivere Carlo, poi no, poi di nuovo Carlo, poi no, poi ancora Carlo, poi no, finché non finisce la matita. Oppure uno che volendo votare il Fratello d’Italia Carlo Fidanza, scriva sulla scheda: “Patteggiamento di un anno e quattro mesi per corruzione”. E’ vero, lo spoglio presenterebbe qualche lentezza, nessun metodo è perfetto, ma forse tutto questo riporterebbe la scelta politica del cittadino a livelli accettabili di realtà, togliendola dell’empireo semi-mistico dei faccioni e delle frasi a effetto sui cartelloni elettorali. Salvini, per dirne uno, promette di difendere “Le case e le auto degli italiani”, per cui non sarebbe peregrino votare “Salvini antifurto”, anche se la dizione vera sarebbe “Matteo Salvini detto Ponte”.
Diciamo la verità, sarebbe un po’ complicato, ma porterebbe una certa chiarezza politica. Perché limitarsi a “Giorgia Meloni detta Giorgia”, che è oggettivamente riduttivo? Uno potrebbe anche votare Giorgia e aggiungere il prezzo della benzina, per esempio. Oppure votare Giorgia e aggiungere la percentuale di tassazione degli extra-profitti della banche (in questo caso sarebbe “Giorgia detta zero”). Le elezioni europee diventerebbero insomma quello che sono: un grande sondaggio, ma che almeno si farebbe sui fatti e non solo sui proclami, le boutade, le operazioni simpatia, i cabaret e le promesse, tutte cose un po’ aleatorie.
A proposito di sondaggi e di elezioni europee, ci viene in soccorso – si fa per dire – il Censis, con il suo rapporto sullo Stato dell’Unione. Dove si scopre che mezza Europa, e l’Italia tutta, percepisce di aver subito, negli ultimi quindici anni (dal 2007) un declassamento sociale, con una variazione negativa del reddito medio pro-capite. Traduco in Italiano: in molte zone d’Europa si è più poveri, più insicuri del futuro e meno ottimisti, e si guarda alla famosa Unione Europea come a una faccenda privata di banchieri e di armamenti, mentre dettagli come sanità, istruzione, diritti del lavoro, welfare, restano faccende secondarie e anche un po’ seccanti. Solo il 49 per cento degli italiani ha fiducia nell’Unione Europea.
Per la prima volta in Italia potrebbe votare meno di un elettore su due, perché, si calcola che l’insoddisfazione, e in qualche caso la rabbia, aiuti l’astensione o incoraggi l’appoggio a forze non proprio europeiste, segnatamente le destre. Perbacco! Chi l’avrebbe mai detto che un continente di banchieri e carri armati avrebbe fatto incazzare la gente, che interi popoli impoveriti perdessero fiducia e guardassero alle imminenti elezioni con indifferente scoramento? Sorpresona, eh!

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