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Il Renzi Napoleone, a metà tra John Wayne e Alberto Sordi

mercoledì, 7 Marzo 2018

Fatto070318C’è qualcosa di peggio delle sconfitte e dello scoramento, delle bocciature e degli schiaffoni. E’ un mostro che si avvicina quatto quatto, allunga la manona e ti ghermisce: è il mostro del Ridicolo.

Ora, naturalmente, si può mettere in satira tutto, ma sarebbe fin troppo facile, è il guaio che si presenta quando l’originale suona più grottesco della caricatura.

E così il Renzi della conferenza stampa delle (non) dimissioni è inarrivabile. Se si vinceva il 4 dicembre… Se Mattarella ci mandava a votare… la colpa è sempre altrove, e lui fa la parte eroica di quello che offre il petto al plotone d’esecuzione, peraltro composto di complici, purché spari a salve.

Insomma, il Renzi-Napoleone è stato qualche giorno all’isola d’Elba dopo il referendum perso, è tornato, ma ora deve andare a Sant’Elena, e prende tempo come quelli che ci mettono mesi a far la valigia.

Ma dicevo: il ridicolo. Nulla è peggio che mostrarsi in un modo e risultare in un altro. E in quella stanzetta affollata di microfoni succedeva proprio questo: uno che si presenta pugnace e combattivo, credendosi John Wayne con la pistola spianata, e che invece sembra a tutti un concentrato di albertosordismo: a me è Mattarella che m’ha fregato… Si vincevo er referendum sa ‘n do stavo io? Frignone. Ridicolo, appunto.

E ridicola, cosa subito evidente a tutti i maggiorenti del Pd che gli hanno tenuto il sacco fino a tre minuti prima, anche la sostanza politica. Riassumendo: ecco il grande Leader che si dimette, ma pretende di dettare la linea, di gestire la transizione, di andare alle consultazioni al Quirinale. Insomma, l’assassino si costituisce va bene, gesto nobile, ma prima chiede di nascondere il cadavere, cancellare le impronte, farsi un alibi, accusare qualcun altro. E’ il rilancio del perdente, è il pugile che dopo aver perso per ko – quando le luci sono spente, gli spettatori andati via, l’avversario già al ristorante a festeggiare – grida a nessuno: ora ti faccio vedere io!

Non sa, e qualcuno dovrebbe dirglielo, che un politico dimissionario che va a fare delle trattative verrà guardato come un garzone di bottega, e chiunque potrà dirgli in ogni istante: “Su, su, ragazzo, non perdiamo tempo, mi faccia parlare col titolare”.

Oggi Renzi è tutto questo. I grossi calibri del Pd fingono costernazione, come se non conoscessero il soggetto, e resiste qualche giapponese nella giungla. Intanto, si segnala la scomparsa dei burbanzosi ragazzotti renzisti, quelli dello storytelling, della narrazione, del “Noi sentiamo il pensiero di Matteo Renzi prima che accada” (sic). Quelli delle grandi strategie di comunicazione e di racconto, ignorantissimi sacerdoti della disintermediazione, studiosi di scienza della comunicazione che non hanno capito né la scienza né la comunicazione. Quelli che ad ogni mossa del capo ne cantavano le gesta e che ora, senza più gesta, senza più capo, non sanno che fare, divagano, fanno i teorici dopo esser stati praticissimi cantori del nulla.

Il ridicolo, però, non perdona e non ha pietà. Vedere Matteo Renzi illividito che lancia le sue dimissioni con l’elastico, che minaccia invece di chiedere scusa, è un contrappasso enorme per chi inventò e brandì verso i nemici la parola “rottamazione”. La conferenza stampa prendeva ad ogni minuto le sembianze di una presa d’ostaggi: me ne vado, ma voglio dettare la linea politica per quando me ne sarò andato. Poteva far più ridere di così? Forse sì: avesse chiesto documenti falsi, un elicottero e una valigia di dollari sarebbe risultato più simpatico, ma la sostanza non cambia. Come Silvio, anche Matteo ha una modalità sola: quella della vittoria arrogante. Davanti alla sconfitta non è attrezzato, si distrae, dimentica che tutti una volta nella vita possono dire: “Dovrai passare sul mio cadavere”. Tutti, tranne il cadavere.

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