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Tranquilli, Dylan ritirerà il Nobel, forse si lamenterà solo del ritardo

domenica, 16 Ottobre 2016

fattoquotidiano161016Se il dylanismo fosse una scienza esatta sarebbe tutto un po’ meno divertente. Invece nulla è imprevedibile come mister Zimmerman, cosa che ha scatenato negli anni moltitudini di dylanologi dediti all’ipotesi ardita, alla lettura dei segni, all’interpretazione cervellotica di occhiate e mezze frasi: cosa dice, fa, pensa Dylan? Il modo migliore di saperlo, naturalmente è comprare il biglietto: Dylan suona sempre, il suo tour si chiama “Neverending” e chissà, magari se oggi andate a Phoenix, o martedì a Albuquerque, o mercoledì a El Paso, potete chiederlo a lui. Non ha cambiato programmi, sarà sul palco.

Per ora si sa che quelli dell’Accademia svedese continuano a cercarlo per telefono e a non trovarlo, il che eccita parecchio i media: che farà Bob? Un no grazie come Sartre nel ’64? Manderà qualcuno a ritirarlo, come fece per protesta Marlon Brando con l’Oscar? Fanno notare i dylanisti più attenti (è una forma di follia, sapete?), che a Las Vegas – già sapeva del Nobel – ha chiuso il concerto con un pezzo dell’amato Sinatra, Why try to change me now, che sembra un commento beffardo dei suoi, ma sarà invece un caso, uno di quelli che alimentano le leggende.

Ora si può immaginare la telefonata: mister Dylan? Qui è l’Accademia di Svezia… Eh? Chi? Ah, sì, ho letto qualcosa… Cortese e fuggevole: Dylan è sempre stato questo in fondo, la proiezione di quello che gli altri avrebbero voluto che fosse. La sua rivincita, dunque, è di essere quello che è, ed è una cosa che sa probabilmente solo lui.

Ma che Dylan non vada a prendersi il suo Nobel è piuttosto improbabile: non è un tipo che disdegna i premi, e se volesse inscenare una protesta probabilmente protesterebbe perché non gliel’hanno dato prima. Alla consegna della Legion d’Onore, a Parigi, tre anni fa, si presentò in cravatta con un’improbabile giacchetta simil-marinara, impettito come un generale durante l’inno, mentre per prendersi la medaglia della Libertà alla Casa Bianca (2012) si mise pure il farfallino, la faccia di una vecchia prozia, le labbra piegate impercettibilmente come se dicesse: che ci faccio io qui? Una siderale, ma anche ironica, inscalfibile distanza dal mondo.

Non si preoccupino troppo gli accademici di lassù: Dylan non è un ospite ingombrante, non è uno che fa lunghi discorsi e di solito se ne va all’inglese. Intervistato da Rolling Stone sul suo incontro con Dylan per un concerto all-stars alla Casa Bianca, Barack Obama ha confessato di non essere riuscito a farsi far una foto con lui: “Finisce la canzone, scende dal palco – io sono seduto proprio davanti a lui – si fa avanti, mi stringe la mano, fa un cenno con la testa, un mezzo sorriso e se ne va”. Ecco, diciamo che Dylan non è uno che si ferma al rinfresco, di solito. E si noti en passant che di solito si chiede ai cantanti come hanno trovato il Presidente, e non viceversa. Per dire del fenomeno.

Mai come in questi giorni, parafrasando quello che McLuhan diceva del rock, Dylan è “un evento elettromagnetico che avvolge il pianeta”. E magari chissà, un giorno verremo a sapere (manoscritti ritrovati? appunti sparsi?) cos’ha pensato mentre il mondo si divideva tra apocalittici (Sacrilegio! Così si uccide la letteratura! Un cantante!) e integrati (Giusto così, perché Dylan è anche grande letteratura). Il ragazzo (75 anni) sa essere autocritico, ma non si può dire sia un falso modesto: “Nessuno ha fatto quello che ho fatto io”, e “Non pretendo di essere capito, forse succederà tra un secolo”, frasi storiche. Al momento, mentre scrivo, non ha ancora risposto il telefono, né commentato sul suo sito, dove campeggia invece la maestosità dell’ultima follia di noi collezionisti: 36 cd (trentasei!) con tutto ciò che ha suonato nell’anno di grazia 1966, quando il ragazzino del folk diventava elettrico. Ora pare interessante guardare al mistero e scuotere il capo per Bob che non risponde al telefono, ma chissà, magari trovano occupato, magari sta solo cercando un volo per Stoccolma.

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