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Se Renzi è Frank Underwood, l’elettore del Pd si chiama Umberto Gavazza

mercoledì, 3 Giugno 2015

Fatto030615Se in tivù danno House of Cards con Kevin Spacey che gioca alla playstation (qui fa più modestamente la réclame della Renault), voi provate a usare il telecomando. Potreste incappare in qualche capolavoro, di quelli in bianco e nero, che so, La marcia su Roma di Dino Risi (1962), con la straordinaria, irripetibile coppia Tognazzi-Gassman. Ecco, mettiamola così: se Frank Underwood-Kevin Spacey pare il mito rivelato della nomenclatura renzista (cinismo spinto e assenza totale di scrupoli), l’impareggiabile Umberto Gavazza-Ugo Tognazzi pare invece l’elettore Pd (delusione e scoramento). Partecipando alla marcia su Roma con il sogno di diventare proprietario terriero, il Gavazza cancella chilometro dopo chilometro i punti del programma del fascio. Guarda e capisce lentamente: tira una riga su ogni promessa praticamente ad ogni curva del viaggio.
Prevengo le obiezioni. E’ vero, verissimo, che non si possono contare mele e pere, che i voti delle regionali non si possono mettere accanto a quelli delle europee, anche se averne persi la metà in un anno qualcosa vorrà dire. Lasciamo stare i numeri (piuttosto impietosi) e occupiamoci invece di Umberto Gavazza. Uno che partecipava con burbanzosa, entusiasta partecipazione al rinnovamento renzista, ascendente Tony Blair con la luna in Leopolda. Aveva letto di rottamazione e si ritrova in certi posti a vincere grazie a cacicchi locali che stanno lì dai tempi delle piramidi. Uno che aveva accolto plaudente gli appelli alla legalità e si trova un De Luca (innocente fino al terzo grado di giudizio, ci mancherebbe, ma attualmente non insediabile per legge). Uno che era disposto a perdere voti a sinistra per accogliere quelli di destra che però non sono arrivati.
Ecco: come l’immenso Tognazzi di Risi, ma un po’ meno geniale, metà dell’elettorato Pd delle europee si è trovato a cancellare qualche voce dal programma, o almeno dal quadernetto delle sue speranze. Il confronto non è con i voti, dunque, ma con il clima, il mood, l’attitudine, l’aria. Che era, soltanto un anno fa, di fermento nuovista, di rivoluzione generazionale, di cambiaverso, e che ora è di perplessissima continuità. Vittima della “narrazione” imbastita ai piani alti (dove non verrebbe fatto entrare nemmeno travestito da Maria Elena Boschi), il Gavazza piddino contemporaneo ha passato un anno a prendere ferocemente per il culo i suoi dirigenti precedenti. Gente vecchia, inetta, compromessa, perdente (parola di gran moda nella narrazione renzista), a cui si gridava a ogni passo “Vergogna! Avete portato il Pd al 25 per cento!”. E dopo essersi tanto sgolato e iscritto alla tifoseria ultras, e usato tutti gli strumenti dialettici in uso ai “vincenti” per picchiare i perdenti, ecco che si ritrova con un Pd al 25 per cento, con meno voti di quelli che prese Bersani, per dire. Magari è un insegnante, e in quel caso avrà apprezzato che alcuni governatori eletti (Emiliano in Puglia, Ceriscioli delle Marche) siano assai critici sulla riforma della scuola. O forse abita in Campania, e allora avrà visto liste improbabili portare carrettate di voti al ras di Salerno De Luca (che ha preso il doppio dei voti del Pd). Chissà, forse come la nostalgia, anche la delusione non è più quella di un tempo e il dettato renzista che “vincere è tutto” lo consola dalle righe tirate a cancellare le numerose promesse. Però penserà anche che se “vincere è tutto” poi bisogna vincere, e non prendere meno voti di Bersani, dando colpe a destra e sinistra (soprattutto a sinistra).

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