Per pagina99, Piede Libero di oggi. Oggi, in provincia di ieri
Salutata come una straordinaria occasione di risparmio e trasparenza, colpo mortale all’odiata casta della politica, la riforma delle province è stato il primo colpo di mortaio dell’era Renzi. Tra un paio di giorni si insedieranno dunque i rappresentanti delle nuove prestigiose istituzioni, non più elette dai cittadini – basta con l’insopportabile populismo del suffragio universale! – ma nominate da esimi colleghi dei comuni. 64 presidenti, 760 consiglieri , scelti con opachi accordi tra partiti, una specie di festival nazionale delle larghe intese realizzato con il metodo classico: due a me, uno a te e poi te ne diamo due là, ma tu ce ne lasci tre qua. Competenze: dai corsi di formazione all’ambiente, alle strade, su cui i partiti eserciteranno una presa ancor più ferrea di prima, senza nemmeno il controllo degli elettori. Risultato: tutte le componenti dell’occupazione partitica della cosa pubblica rimangono al loro posto. Anzi no, è scomparsa la componente più corposa: i cittadini che votano.
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Brainstorming… Tempesta di cevelli provinciali… Nel frattempo per incuria e controllo incompetenti i fiumi alla prima pioggia escono dalla loro sede e invadono le città… A Genova si ripete ciclicamente, eppure le istituzioni stanno a guardare. Mi viene in mente una vecchia barzelletta. Un concorrente all’esame di valutazione professionale ferroviaria deve risovere il seguente quesito.
Lei si accorge dal monitor che una frana improvvisa ha ostruito il binario sul quale un treno sta procedendo verso l’ostacolo a grande velocità. Come si comporta per fermare quel treno?
Chiudo il segnale.
Fra il treno e l’ostacolo non c’è segnale.
Chiamo il macchinista per telefono e gli dico di fermare il treno.
Lei ha il telefono guasto.
Allora chiamo il nonno…
Chiama il nonnno?…
Si. E gli dico nonno guarda che bell’incidente succederà fra poco.