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Pantani suicida: ha condotto le indagini l’ispettore Clouseau

mercoledì, 6 Agosto 2014

Siccome è estate, impazza il genere noir, le classifiche dei libri sono piene di gialli e misteri, e il paese è composto non solo da sessanta milioni di commissari tecnici della Nazionale, ma anche da sessanta milioni di commissari Maigret, tocca affrontare un problemino da niente, che si può sintetizzare in tre parole: fiducia nelle istituzioni.
Per esempio nelle istituzioni che fanno le indagini, risolvono delitti, catturano colpevoli.
D’accordo, si dirà che dopo Genova (2001) l’immagine delle forze dell’ordine è uscita un pochino offuscata: l’ideona di portare alla scuola Diaz qualche molotov per dare la colpa ai manifestanti cattivi e suonarli come tamburi non fu un gran successo (oddio, qualcuno ci ha fatto comunque carriera, va detto). E da lì in poi i casi di abuso, anche criminale, si sono moltiplicati. Cucchi, Uva, Aldrovandi sono nomi che resteranno come macchie indelebili (sia di dolore che di vergogna) sulle istituzioni del Paese. Poi si potrebbe parlare della gestione delle piazze: non c’è manifestazione che non si concluda con la pubblicazione di foto non troppo onorevoli per chi dovrebbe mantenere l’ordine: calpestamenti, manganellate gratuite eccetera eccetera (con il capo della polizia che ogni tanto è costretto a dare del “cretino” a qualcuno dei suoi ragazzi, è successo anche questo). A chi fa notare che in molti paesi civili i poliziotti sono muniti di codice di riconoscimento, il ministro Alfano risponde sempre che qui non si farà, perché c’è il rischio che poi i facinorosi vadano a prenderli a casa. Forse gli sfugge che essendo ministro dell’Interno a prendere a casa chi ha infranto regole e leggi dovrebbe andare lui, mah.
Ultimo caso, la riapertura del caso Pantani. Qui non si tratta esattamente di mele marce in una cassetta di frutti sanissimi (questa delle mele marce è un classico), ma di indagini, diciamo così, un po’ improvvisate, condotte con lo scopo di chiudere in fretta il caso e morta lì (e morto lì lui, soprattutto). Il corpo trascinato per la stanza (di solito un suicida non lo fa, ecco…), la bottiglietta con la cocaina che qualcuno gli avrebbe fatto bere, lasciata nella stanza, ma da cui non sono state prese impronte digitali. Il sangue che c’era (filmati della polizia) o non c’era (testimonianze dei primi soccorritori). I buchi nelle ricostruzioni. I testimoni non sentiti. Il medico legale che (ricostruzione in un libro del giornalista francese Philippe Brunel) dopo l’autopsia si sarebbe portato a casa il cuore del campione nascondendolo in una scatola di biscotti per timore che venisse rubato. Ecco, diciamo che siamo dalle parti dell’ispettore Clouseau, con indagini fatte a quel modo non si sarebbe preso l’assassino nemmeno se fosse stato il maggiordomo con l’arma del delitto ancora in mano, il movente stampato in faccia e l’alibi ballerino.
Questo ci riporta alla “serenità” di tutti gli indagati, accusati, rinviati a giudizio d’Italia, tutti a dichiararsi “sereni” appena scatta un’indagine. Ecco, è probabile che invece di fronte alle numerose evidenze di insabbiamenti, depistaggi ed entusiasmanti prove di professionalità come quelle del caso Pantani, un cittadino normale possa essere ben meno che sereno, anzi piuttosto agitato e un filino sgomento. Soprattutto nel constatare che qui le cose non funzionano esattamente come nei telefilm americani e che non siamo lontani dal grottesco. Commissario, era legato, imbavagliato e con due coltellate nella schiena. Ah, bene. Suicidio, caso chiuso.

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