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Renzi a casa Merkel: (non) piccole differenze tra propaganda e realtà

lunedì, 17 Marzo 2014

Va di moda una cosa che si chiama fact checking e che una volta, quando eravamo giovani e premoderni si chiamava “controllare le notizie” oppure, come in questo caso, vedere da vicino se a una cosa detta corrisponde poi una cosa fatta. Insomma, chiamatelo come volete e controllate queste due frasi.

La prima frase è di oggi, 17 marzo 2014. L’ha pronunciata Matteo Renzi (le virgolette sono prese da Repubblica e controllate poi con il video), durante la conferenza stampa dopo il colloquio con Angela Merkel.
“Noi rispettiamo tutti i limiti che ci siamo dati, a partire dal trattato di Maastricht. L’Italia non chiede di sforare le regole, dando il messaggio che le regole sono cattive. Queste regole le abbiamo fatte noi. Le regole ce le siamo date insieme e sono importanti ma occorre avere la forza di investire sul grande problema dell’Italia: con le misure di questi anni il rapporto debito/pil è cresciuto al 132% perché, nonostante l’avanzo primario, il nostro problema è la mancata crescita".

La seconda frase è invece quella che segue.
E’ datata 22 ottobre 2013 ed è tratta da un documento ufficiale: la mozione di Matteo Renzi per la sua trionfale corsa alle primarie di dicembre. In pratica, il programma con il quale si presentava agli elettori (del Pd e non, essendo primarie aperte) per la sua corsa alla segreteria del partito.
“Il 3%, infatti, deriva matematicamente da un obiettivo (stabilizzare il debito alla media Ue dell’epoca, il 60%) e da un’ipotesi/speranza (che il Pil crescesse in media del 3% l’anno). Entrambe le cose nel 1992 erano vere e realistiche. E ora non lo sono più: la media del debito nell’area euro è il 90%, e il tasso di crescita medio è molto più basso del 3% (anche a causa delle economie emergenti). In più il 3% soffre problemi di credibilità…quando nel 2003 l’hanno violato Francia e Germania, si è preferito sospendere il Patto di Stabilità piuttosto che applicare la sanzione. Significa un “tana libera tutti”? No, specialmente per un paese come il nostro che ha un debito (132% del Pil) superiore sia alla media Ue del 1992 che a quella di oggi. Significa invece disegnare un nuovo e credibile sistema di vincoli che sia al passo coi tempi, che permetta di risanare i bilanci realisticamente (senza uccidere il malato) e che possa essere rispettato da tutti”.

Pur in modo un po’ contorto, l’intenzione di cambiare i parametri pareva evidente. Il “disegnare un nuovo e credibile sistema di vincoli” sembrava un programma di politica economica europea.
E questo senza contare quel famoso rapporto deficit/pil che in ottobre Renzi definiva “con problemi di credibilità” e che oggi descrive invece come “regole che abbiamo fatto noi”. Un bel testacoda.
Insomma, prima e dopo la cura.
E non si dice questo per cogliere in contraddizione un leader, un segretario di partito o un capo di governo (si sa che la coerenza non è sempre possibile). Ma per un altro motivo. Matteo Renzi governa oggi senza un mandato degli elettori (non c’è niente di male: in Italia non si elegge il primo ministro. Però aveva detto e stradetto che non l’avrebbe mai fatto). Molti suoi sostenitori sostengono che il mandato scaturito dalle primarie del Pd (circa un milione e ottocentomila voti) basti a dargli un’investitura popolare, come se le elezioni private di un partito fossero il suffragio universale. Ma passi pure questo.
Però supponiamo ora che qualcuno lo abbia votato alle primarie proprio perché molto critico con i vincoli europei. O magari addirittura perché definiva “poco credibile” quel tre per cento. Perché voleva una politica economica diversa, con meno austerity e meno vincoli.
Ecco, ora, quel voto, sarebbe tradito in pieno. Perché una cosa è la propaganda e un’altra cosa è la realtà.

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