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Qui si parla di uomini e sesso. Brutto sesso, brutti uomini

mercoledì, 12 Febbraio 2014

Qui non si parla di politica, facciamo finta. E nemmeno, a dirla tutta, dell’etica della rete e delle offese online, argomento in voga. Si parla invece di uomini e sesso. Di sesso come punizione e come castigo. Del “ti scopo” usato come equivalente di “ti picchio”. La querelle Grillo-Boldrini ha aperto un vaso di Pandora: brutte cose che gli uomini farebbero alle donne se ne trovano ad ogni clic, tra intimidazioni e aggressioni verbali. Spesso con un unico comune denominatore e un’evidente escalation: il passaggio dall’insulto sessista – un classico di sempre – all’esaltazione della violenza sessuale, alla sua rivendicazione orgogliosa.

Puritani e moralisti, l’accusa è sempre quella. Si sa della fuffa strumentale che la destra sfoderò a suo tempo per difendere il latin lover di Arcore. Per cui sia molto chiaro: chi vuole giocare con il partner in ogni modo possibile e immaginabile (e anche inimmaginabile) ne ha facoltà e sacrosanto diritto, sempre si tratti, ovviamente di persone presenti a sé stesse e consenzienti. Un rapporto sessuale prevede, se non necessariamente amore, confidenza, fiducia, complicità. Persino nel rapporto mercenario c’è una sorta di contratto: sesso contro denaro, che è, seppur al minimo sindacale, un punto di accordo tra i partner.
Nell’impennata dell’insulto che diventa minaccia, invece no. E’ proprio il presupposto di un comune consenso e comune piacere che viene a mancare.  In quella letteratura da manuale dello stupro che sembra tanto in voga, manca proprio questo punto fondamentale: l’essere in due.
Il sesso che si evoca e si fantastica (e si minaccia) è punitivo, è sesso come castigo: un carnefice e una vittima, con il sottinteso che se la vittima non fosse vittima tutto sarebbe meno divertente, meno significativo. Si può dire? Meno “educativo”, meno “correzionale”. Non “due persone lo fanno”, ma “una persona lo fa all’altra”, meglio se contraria, meglio se costretta, in un contesto di tipo carcerario. Un immaginario da stupratori, si è detto, per cui si cercano spiegazioni da destra e da sinistra.
Da sinistra: beata innocenza, l’illusione che quest’aggressività maschile scaturisca da un sentirsi minacciati dalle nuove libertà femminili. Uomini che reagiscono per “rimettere al loro posto” le donne, almeno verbalmente (si spera, ma non solo, dicono le cronache). Può esserci del vero, ma siamo nel campo dell’ottimismo spinto.
Da destra (o zone circonvicine), il minimizzare, il “uh, che sarà mai, sono solo parole”, dunque il consolatorio pensiero che tanta violenza verbale sia sinonimo di impotenza, di “non gli tira”. Ottimismo anche questo, perché agli stupratori, quelli veri, purtroppo, “tira” benissimo e pure troppo.

Ma dunque, da dove viene questa suburra vociante, tutta maschile, che dice (e scrive!) cose da codice penale e agita il pene come un manganello?
Qui si possono scoperchiare numerose pentole. Aver avuto per anni in sella un ras assoluto che sommava politica e denaro con tanto di harem a pagamento non ha aiutato, certo, sul versante culturale. I “Posso palpare la signorina?”, i “Lei quante volte viene?”, accolti da risate complici persino tra gli operatori (uomini) dei media, hanno creato un humus: ciò che sembrava vietato – dalle convenzioni, dall’educazione, dal rispetto – era di colpo permesso, peggio, considerato divertente. E le proteste delle donne, spesso e volentieri, bollate come passatiste, moraliste, vetero, noiose e, in una parola (parola che ha una certa fortuna oggi sulla scena politica), “vecchie”.
Poi, non aiuta la rete, e non perché sia una sentina di bassi istinti, che è lettura banale e luddista. Ma perché, per esempio, rende accessibile a tutti la pornografia più spinta, che si è fatta nel tempo più specifica e settoriale, più “tayloristica”, se si può dire. Basta un’occhiata al porno in rete, ormai diviso per categorie, sezionato, catalogato, ordinato per gusti, dove  ognuno può cercare e trovare il suo squadrismo sessuale preferito: punishment, rough sex, domination, submission, rape, eccetera, eccetera. E, intorno, un paese dove si intervistano attempati pornostar come fossero maîtres à penser.

E poi. E poi, volendo, c’è pure la retorica di una “onnipotenza della gente” che giustifica ogni istinto, ogni espressione, dall’insulto alla minaccia. Quel che un tempo si pensava tra sé e sé magari un po’ vergognandosene, oggi può essere ostentato in pubblico. E qui pesa l’assenza pressoché totale di alfabetizzazione, sia sessuale, sia comunicativa. Non si insegna il sesso, e forse nemmeno si educa al sesso, e questo è giusto. Si tratta di materia intima e delicata che ognuno giustamente scopre da sé e mette nel suo bagaglio di vita e di esperienza.
Però si potrebbe insegnare a scrivere e parlare in pubblico, si potrebbe (ri)tracciare un confine tra quel che si può e non si può dire, che è forse l’anticamera e il presupposto del confine tra quel che si può e non si può fare.
Forse (anche) da tutto questo nasce e cresce questo immaginario maschile violento e minaccioso del sesso come punizione, come affermazione di un potere fisico, come violenza, e – peggio – violenza “educativa”. Ti raddrizzo, ti faccio vedere io. Un maschio “militare” e manganellatore contro il soggetto più debole da manganellare. Con l’illusione – moltiplicatrice della violenza – che “in fondo le piace” e magari anche lo sfregio beffardo del “non ti violento perché sei brutta”.
Quindi, ecco. Qui non si parla di politica, no. Ma “solo” di uomini e di sesso.
Brutti uomini e brutto sesso.

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