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La selezione di Panebianco: “Sì agli immigrati solo se utili”

mercoledì, 15 Gennaio 2014

Meno male, gente, tirate un sospiro di sollievo! Ora che Angelo Panebianco dalla tolda del Corriere della Sera, da cui scruta l’orizzonte in servizio di avvistamento, ci illumina su come gestire il complesso tema dell’immigrazione, i nostri problemi sono finiti! Finalmente uno sguardo lucido! Finalmente un ribaltamento delle prospettive. Basta con le pippe umanitarie e l’accoglienza di chi fugge a guerre e carestie, dittature, fame, tortura. Magari attraversa il deserto, magari se ne sta in qualche galera libica per mesi e anni, magari carica donne e bambini su barconi malmessi tirando a sorte con la propria vita. Basta con queste “troppe ipocrisie”, ci dice Panebianco. Il fatto è che siccome abbiamo delle “sovrastrutture ideologiche” (malattia grave, si direbbe), non sappiamo decidere tra due linee di comportamento, che sarebbero l’accoglienza e la convenienza. Cioè l’accoglienza sarebbe una specie di malinteso cattolico e/o buonista che confonde messaggio evangelico e politica. Insomma, ci ammonisce Panebianco con un immaginifico giro di parole, bello il messaggio evangelico di aiutare gli ultimi, ma i contribuenti? Le tasse? Il nostro amato tornaconto? Noi cosa ci guadagniamo?
E invece, perbacco, la convenienza sì che è un criterio valido! Perché persino Panebianco si rende conto di alcune cosucce: che siamo vecchi, che l’immigrazione ci serve, che quando finirà la crisi avremo bisogno di nuova forza lavoro (astenersi vecchi e bambini, quindi) e persino di nuovi consumatori per il nostro mercato interno. Non ha dubbi, il guardiano delle frontiere Panebianco: il criterio da seguire è quello della convenienza (e dice: “per quanto arido e meschino possa sembrare”, excusatio non petita e coda di paglia infiammabile). E dunque, via con la selezione. Sì, proprio: così la selezione dell’immigrato. Sa fare l’idraulico? Prego si accomodi, ci può servire. Lei invece è stata torturata e violentata dagli sgherri di una dittatura africana? Spiacenti, non c’è posto, non ci conviene, abbiamo già abbastanza perdigiorno, qui. Non fa una grinza, diciamolo. Panebianco pone finalmente, senza se e senza ma e anche senza vergogna, le basi teoriche dello Stato “disumanitario”. Davanti all’universo di gente, uomini, donne, persone che fuggono dai posti in cui non riescono a vivere, vuole fare una selezione. La selezione della specie, appunto. Sui criteri di selezione, si può aprire il dibattito, certo, e Panebianco dice la sua. Per esempio lui vorrebbe che immigrasse qui da noi “mano d’opera specializzata”. Che so, ingegneri spaziali, biologi molecolari, esperti di nanotecnologie. Pure muratori e camerieri non gli vanno più bene, perché, spiega, “un Paese economicamente avanzato non può permettersi di importare troppa mano d’opera non qualificata”. Insomma, astenersi perditempo. Ma poi, per non irrigidire troppo i criteri di selezione, si può anche procedere per grandi linee. Per esempio, ci dice il Panebianco al culmine della sua arringa, sarebbe meglio importare immigrati di cultura cristiana-ortodossa, piuttosto che i soliti islamici che poi magari vogliono un posto per pregare e ci incasinano il piano regolatore con le loro moschee. Ecco sistemato l’antico dubbio su cosa scegliere tra accoglienza e convenienza: la prima è un lusso per mollaccioni cattolici e laici stupidamente umanitari, la seconda è un affarone. Sulla convenienza di avere pensatori come Panebianco, invece, il dibattito è aperto: lo stato disumanitario che gli piace tanto sarà abbastanza cinico da apprezzarlo.

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