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In ricordo di Silvio. Vent’anni di scontento

venerdì, 29 Novembre 2013

Non ho stappato champagne, mi consenta. E nemmeno festeggiato in alcun modo, convinto come sono che non ci sia niente da festeggiare. E neanche ho pensato che d’ora in poi sarà tutto diverso, perché non sono matto e so che Berlusconi è ormai un dettaglio del berlusconismo. E però, insomma, di questi vent’anni del mio e del nostro scontento, ostaggi tutti quanti di un bulletto molto abbiente, parecchio ignorante e incredibilmente arrogante, qualcosa tra le dita ci sarà rimasto, no? Un giochetto da social media, un’increspatura su twitter. In macchina andando al lavoro, ho digitato un hashtag buttato lì: #UnricordodiSilvio. E un primo flash di memoria: uveite. Massì, la malattia che gli faceva mettere gli occhiali alla Joe Pesci per sfuggire a qualche appuntamento con la giustizia. Banale, vero. Una delle tante banalità del male che abbiamo conosciuto.
E’ arrivato subito il diluvio. Perché ognuno ha il suo Silvio nel cuore (e, ancora, sullo stomaco). E anche perché il “non dimenticheremo” si mischia all’incredulità di quello che abbiamo dovuto sentire e patire e subire. E quindi ringrazio chi ha giocato con me al gioco della rimembranza. A chi ha ricordato il vergognoso Silvio di Eluana Englaro (che “potrebbe avere dei figli”). O quello che diceva ai terremotati de L’Aquila di prenderla come una gita in campeggio. O quello che diceva alla giovane precaria “si sposi un miliardario come mio figlio”. Un pozzo senza fondo, uno scavo personalissimo nella memoria, uno sfogo delle offese subite, perché ognuno si offende per cose diverse, e poi gli tornano in mente a babbo morto (o decaduto, fate voi). Il lettone di Putin e il giurare sulla testa dei figli. Gli attacchi alla magistratura (c’è l’album completo, ed è immenso), che alcuni riportano con data precisa, a sottolineare che se li sono proprio scolpiti nella memoria. Le barzellette, le bugie, le scemenze, i vittimismi, i paragoni (Gesù, Napoleone, la Timoshenko, proprio come i matti delle barzellette). Il “Non siederò mai più a un tavolo con il signor Bossi”, le docce gelate con la signora D’Addario, Maristelle Polanco travestita da Boccassini.
Sconfortante, perché è di questo che abbiamo vissuto. Confortante, perché tutti ricordano tutto. Esaltante, perché nella memoria di un popolo niente resterà impunito. Deprimente, perché quel popolo, alla fine, è lo stesso che ha sopportato tutto per vent’anni, e non è detto che sia finita. A volte i ricordi sono di massa (Ruby, le cene eleganti, gli insulti), altre vengono da profondità che si credevano per sempre avvolte dall’oblio: l’“Aiutare chi è rimasto indietro”, il “Si contenga!”, il “culo flaccido”. Ognuno ha un suo Silvio, ognuno è stato colpito da una frase, da un’assurdità, da un’offesa. E ognuno se la ricorda e la comunica, la mette nel mazzo della grande storia di Silvio Berlusconi, una tragedia che si poteva evitare… Quello delle corna, di Obama abbronzato, del cucù alla Merkel. E poi quello cattivo, quello delle leggi su misura, quello delle intimidazioni e delle minacce, delle querele. E anche gli aggregati e le “varie ed eventuali” che Silvio ha portato con sé, non ultimi quei beati terzisti, poveretti, che pur di non inimicarselo mettevano sullo stesso piano il deliquente e gli onesti che lo combattevano. Ecco. Di Silvio ce n’è mille, centomila, un milione. Basta levare il tappo ed esce tutto. Semplicemente digitando sulla tastiera di un telefono #UnricordodiSilvio e la propria personale rimembranza. Niente da festeggiare. Niente che sia davvero finito. Ma ricordarsi, e magari ridere, fa sempre bene. Perché Silvio può sfuggire a tutto, certo, ma non al ridicolo e alla memoria di chi ha riso di lui, e aveva ragione di farlo, e ancora ne riderà, forever and ever.

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