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Amen (di Andreotti non me ne frega un cazzo)

domenica, 12 Maggio 2013

Tanti anni fa, nel Mesozoico inferiore, compilavo per divertimento e mestiere “le dieci cose per cui vale la pena vivere” su Cuore, il famoso settimanale di resistenza umana. Eravamo giovani, stupidi e ingenui, tre cose bellissime, e al sesto posto di quella classifica c’era “La fine di Andreotti”. Proprio così. Perché c’erano ancora i simboli e le speranze. E c’era ancora Andreotti, una specie di concentrato del potere più brutto, opaco e ripugnante che si riuscisse a immaginare. Poi, altri poteri vennero, ripugnanti anche loro, opachi anche loro. Andreotti morì allora, quando il suo potere era solo ricordo di un potere, e siccome il potere non ha memoria… non era più. Dunque la ri-morte di Andreotti, la bara, la Dc dietro il feretro, le lacrime finte, i coccodrilli prevedibili (“luci e ombre”… ma vaffanculo!), i paginoni dei giornali, le rimembranze dei suoi sodali, gli omaggi dei suoi eredi e tutto quello che si è letto e sentito questa settimana non è che la banda che passa in ritardo, quando il trapezista cade entrano i clown. E oggi che Andreotti se n’è andato, di quelle antiche passioni di noi giovani, stupidi e ingenui non rimane che il sorriso sghembo del “come eravamo”, leggero scuotimento di testa. E la soddisfazione magra di aver passato anche questo. E’ morto Andreotti. Ah, sì? Sapete che c’è? Non me ne frega un cazzo.

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