Passa al contenuto principale

Gli eredi di un comico che non sanno ridere

mercoledì, 6 Marzo 2013

Bene, adesso li abbiamo visti, questi oggetti misteriosi. Questi marziani a Roma che rappresentano la rivoluzione nel palazzo. Questi giovani e donne che scardineranno la politica così come l’abbiamo (anche tristemente, direi) conosciuta. Insomma, i grillini. E metto subito le mani avanti: bene, bravi, puliti, un po’ naïf, con quel tasso di ingenuità che solitamente alberga nelle brave persone. Nel montare una ghigliottina è probabile che correrebbero più il rischio di martellarsi a morte le dita che di tagliar teste coronate. E poi, ne abbiamo viste tante da queste parti e non ci faremo certo impressionare da frasi come “Sono sommelier e quindi vorrei occuparmi di agricoltura”, oppure “So tre lingue, quindi vorrei occuparmi di esteri”. Nella Commissione Esteri dell’ultimo governo Berlusconi (parlandone da vivo) c’era un tale Maurizio Grassano, peraltro condannato per truffa, che non sapeva la capitale della Libia, e quindi diciamo che non ho obiezioni fondate.
Certo, non è bellissimo che la capogruppo grillina alla Camera, Roberta Lombardi ci faccia dal suo blog la lezioncina sul fascismo che “prima che degenerasse aveva un altissimo senso dello stato e della tutela della famiglia”. E nemmeno che metta poi una toppa peggio del buco. Magari qualche libro di storia in più e qualche revisionismo di meno gioverebbero alla causa, qualunque sia. Ma insomma, non è questo il punto. O forse sì, e chi vuole si accomodi. Più interessante sembra invece un altro punto, per così dire antropologico: ma come mai i fedeli seguaci di un comico (ed eccellente comico, aggiungo), sono così permalosi? Già, basta una battuta in rete, una freddura su twitter, una nota leggermente sarcastica su facebook, ed ecco che piove a grandine. Come ti permetti! Paura, eh! Vi spazzeremo via! Voi casta, state attenti! A casa! (aggiungere a piacere).
Ora, compulsati i classici e riandato con la mente ai precedenti casi, la cosa si rivela abbastanza strabiliante. A una battuta (innocente, direi) sul Movimento, mi sono sentito rispondere: “Un po’ di rispetto per il primo partito italiano!”. E confesso di essere rimasto colpito, perché passando a volte per le piazze e per i loro raduni, reali o virtuali, ho spesso sentito apostrofare il primo partito italiano dei tempi con epiteti ben più volgari. E se è per questo anche il secondo, il terzo, il quarto, eccetera. Dunque siamo a questo: che onesti e innovativi cittadini che per mesi hanno gridato “vaffanculo” a chiunque passasse, ora chiedono rispetto istituzionale, garbo dei toni e – peggio ancora – zero ironia.
Praticando da anni il turpe mestiere della satira, niente di nuovo: probabilmente secoli fa illustri forlaniani chiesero più rispetto per la Dc (il primo partito italiano), e il signor Silvio B. i programmi di satira li faceva chiudere dalla Bulgaria. E’ un paradosso, non mi prendano sul serio. Mi attengo però alla regola dell’immenso Dario Fo, che è grillino (scusa, Dario) e maestro d’ironia: “Per la satira l’unica regola è non avere regole”, e tanto mi basta. Ma aggiungo: un italiano su quattro entra ora idealmente in Parlamento. Vedrà cose che voi umani, eccetera eccetera. Si incazzerà, ne riderà, raffinerà tutto in sane parole di sarcasmo. Bene. Non sarebbe male che questo sano afflato ironico funzionasse nelle due direzioni. Ridere di sé – o non offendersi troppo se qualcuno lo fa – è un buon esercizio. Combatte l’ulcera, purifica il sangue, elimina le tossine. Insomma, fa bene e sarebbe davvero “nuovo”. E non inquina.

Commenti (48)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.


Ultimi articoli