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Meglio che il Nord continui a dormire

giovedì, 14 Febbraio 2013

L’uomo di Neanderthal con in mano l’iPhone, il barbaro ostrogoto vestito da tecnocrate, il fiero secessionista un po’ in difficoltà con l’italiano che però usa parole astruse come “startappiamo”. Per chi vive al Nord, e possiede ancora un barlume di facoltà mentali, lo spettacolo della Lega all’arrembaggio del suo sogno macro-regionale è ogni giorno fonte di inesausto stupore. Il restyling maroniano non convince soprattutto i restylizzati (scusate, mi adeguo), che per alimentare i loro sogni da barbari sognanti hanno pur sempre bisogno delle vecchie, care puttanate bossiane. Tipo la moneta del Nord evocata da Maroni, per esempio. La retorica fa il resto, ma è sempre la solita solfa: “Il Nord si sveglia prima”, per dirne una, per raccontare la vecchia barzelletta dell’efficientismo padano, un po’ in antitesi – va detto – con l’astuta pratica di comprarsi le lauree in Albania. Insomma, quanto a comunicazione e chiarezza del messaggio, Maroni ha i suoi problemi, e non basta comparire a tradimento prima di ogni video su Youtube. Non che abbiano mai avuto problemi a gestire le contraddizioni, per carità, ma cavalcare ancora e sempre la faccenda dei soldi “nostri” mandati a Roma fa un po’ acqua. Anche perché gli oltre quattro miliardi per pagare le multe delle “nostre” (loro) quote latte arrivano da Roma, non da via Bellerio e dai suoi investimenti in Tanzania.
Ma il barbaro sognante travestito da manager efficientista non è l’unica esilarante gag della campagne elettorale lombarda, dove si gioca anche la maggioranza al Senato della Repubblica. Ancor più divertente è la corsa a zig-zag dei centristi montiani, che un giorno sì e l’altro pure discettano se sia o no opportuno votare per il proprio candidato. Si rendono conto che un successo di Gabriele Albertini potrebbe essere un insperato favore per i barbari di cui sopra, e si può immaginare che il tecnico rigorismo loden-oriented non vada esattamente d’accordo con le corna nibelunghe e altra paccottiglia, seppur restylizzata. Ma c’è di più, e, se possibile, di peggio. Potrebbero pesare su Gabriele Albertini anche le parole del tribunale di Milano, che occupandosi del caso dei titoli-spazzatura acquistati a suo tempo dal Comune di Milano, rimprovera ad Albertini (allora sindaco) “ingenuità contrattuale e gestionale”. Insomma, un mezzo disastro: il candidato della Milano bene e benissimo, quella di Monti, delle banche e della finanza, si faceva fregare dalle banche e dalla finanza come un pollo qualsiasi (il che, in fondo, non manca di una sua perversa coerenza). Non male per uno che si definiva – da sindaco di una grande città europea – “amministratore di condominio”. I condomini che ci hanno rimesso fior di milioni in investimenti farlocchi dovrebbero ora correre a votarlo per la Regione? Mah, difficile crederlo. Dopo il disastro Fornero, Monti abbraccia un altro disastro conclamato: incomincia a prefigurarsi come una consistente collezione di figuracce.
Riassumendo, in Lombardia abbiamo un candidato leghista moderno costretto a ripetere le vecchie nenie dei leghisti premoderni, alleato con quel PdL con cui aveva giurato di non allearsi mai più. E un outsider come Albertini, prima lanciato dal governatore uscente –l’ineffabile Formigoni – che poi ha cambiato idea, e che ora non è sicuro nemmeno del voto dei suoi. Parafrasando gli affascinanti spot leghisti si potrebbe dire che sì, “il Nord si sveglia prima”, ma visti i risultati, potrebbe stare a dormire ancora un po’ e farebbe più bella figura.

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