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Cari ricchi, ma dove diavolo vi nascondete?

mercoledì, 9 Gennaio 2013

Con grande gusto, ieri ci siamo tutti mangiati la pietanza – ricetta antica – di Nichi Vendola contro i ricchi che devono andare al diavolo. Era una frase su Depardieu che si fa la cuccia esentasse alla corte di Putin, ma è passata (giustamente) come un punto di programma politico.
E invece sulla frase di Vendola è grandinata una sequenza infinita di divagazioni. La più popolare: si attaccano i ricchi perché la sinistra è pauperista, ambisce a passeggiare con le scarpe di cocomero e vuole costringere tutti a mangiare pasta scondita. Solfa un po’ solita ma sempre efficace: serve a dire che i poveri non sono poveri – o incazzati, o desiderosi di maggior giustizia – ma solo invidiosi. Alcuni maligni con la barba, nell’800, ne fecero un’ideologia dura a morire, e Pigi Battista soffre.
Varianti sul tema: i ricchi creano ricchezza, teniamoceli stretti. Altra variante: essere ricchi non è un peccato di cui vergognarsi. Come si vede, un bel rosario di filosofia da sala biliardo, tutto molto conformista e quindi rassicurante. Ai più colti in omaggio, giunge anche la famosa frase di Olaf Palme, qualcosa come “Non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”. Insomma, i ricchi non si preoccupino, sono i poveri che devono sbattersi un po’.
Tutto bello e socialdemocraticamente cromato. E’ un vero peccato, però, che dal dibattito sulla ricchezza, così denso di sfumature umane e sociologiche, di metafore, di paraculismi consapevoli o inconsci, siano esclusi proprio loro, i ricchi.
Il fatto è che non sappiamo chi sono. Quando il governo Monti si insediò, presentandosi come ipertecnico, e pronunciò la famosa parola “equità”, disse anche, per inciso che sì, sarebbe bello tassare i ricchi, ma “non li conosciamo”. Cioè, in parole povere i grandi patrimoni italiani non sono noti allo Stato italiano. Forse “Ehi, conosciamoli!” poteva essere un punto qualificante del programma, ma si vede che c’era un limite… tecnico. Dunque forse è il momento di ancorare un po’ a terra certe grandi mongolfiere del pensiero giornalistico italiano: volare un po’ più bassi non sarebbe male. Va bene la filosofia da bar e il “sapesse, signora mia”, ma di ricchi e ricchezza sarebbe bello parlare coi ricchi. Che invece si defilano alla grande. In Italia soltanto 796 persone dichiarano redditi per più di un milione, il che è francamente assurdo (conosco due o tre vie di Milano dove ne abitano di più). Solo lo 0,01 per cento dei contribuenti dichiara più di mezzo milione, il che è ancora più assurdo. Insomma, in qualsiasi dibattito su ricchi, ricchezza, invidia, pauperismo, Olaf Palme e derivati caserecci, il primo punto sensato dovrebbe essere: ma dove sono ‘sti ricchi? Possiamo parlare con loro? Qualcuno ce li presenta? Briatore, che se ne intende, ci fornirebbe una lista? Montezemolo vorrebbe per gentilezza inviarci i nomi degli acquirenti di Ferrari? Forse serve un accorato appello: ehi, amici ricchi, perché vi nascondete? Sarà modestia? Sarà pudore? Oppure la solita voglia di mangiare tanto senza pagare il conto? Chissà, forse se i ricchi italiani venissero allo scoperto – offrendosi tra l’altro al temutissimo rito del fisco –  tutta quella solfa del pauperismo e dell’invidia sociale verrebbe un po’ meno. Per gustoso paradosso, in Italia, la frase di Olaf Palme funziona perfettamente solo a metà. “Noi non combattiamo i ricchi”. E per forza, nemmeno riusciamo a trovarli! Quanto alla seconda parte della frase: “Noi combattiamo la povertà”, beh. Con assai scarsi risultati, si direbbe.

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