Doc3! Da questa sera, un’estate di documentari
Riparte questa sera Doc3, il programma di Rai Tre che presenta alcuni dei migliori documentari provenienti da tutto il mondo. Un programma intenso, questa volta: ben 15 documentari di grandissima qualità, in onda fino a settembre inoltrato tutti i mercoledì sera (diciamo notte, va’) dalle 23,45 (circa).
Si comincia questa sera con Nient’altro che questo, un doc di Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti. La storia è
quella dei 33 minatori cileni rimasti intrappolati sottoterra per quasi due mesi, un’epopea operaia raccontata in tutto il mondo, da tutte le reti televisive, da tutti i giornali del pianeta. Ma la storia era soltanto quella del salvataggio dei 33? Non esattamente. Nient’altro che questo racconta le vittime della miniera, ma anche i colleghi rimasti senza lavoro, le famiglie disperate, i politici che fanno passerella, i padroni populisti, le lotte di tutti i minatori rimasti fuori, che lottano per il loro lavoro, la dignità, contro la spettacolarizzazione della tragedia e il cinismo dei media Uno spaccato inedito, una storia pazzesca, raccontata con immagini strabilianti e sensibilità rara dalle voci dei protagonisti.
Sulla programmazione di Doc3 per la stagione, potete vedere il sito della Rai (qui) e le pagine dedicate. Per quel che riguarda questo piccolo sito, naturalmente, tutti i mercoledì avrete notizie del doc programmato in serata. Il consiglio è sempre quello: sono documenti che vale la pena vedere, una tivù migliore di quella di cui si parla di solito, quindi più che disperarsi per l’ora tarda, la programmazione estiva e le solite cose, conviene metter mano al videoregistratore, ai vari streaming o cose così. Insomma, buona visione.
Nella foto a destra, un’immagine di Nient’altro che questo, il doc in programmazione questa sera.
Doc3 è un programma di Lorenzo, Hendel, presentato in studio da Alessandro Robecchi e realizzato grazie alla collaborazione di Luca Franco, Cataldo Ciccolella, Fabio Mancini e Graziano Paiella, produttrice esecutiva Monica Pacini
Commenti (8)
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Ho visto la pubblicità in TV. Finalmente una buona notizia nel mondo estivo riciclato di repliche senza pudore dalla sempre più scandalosa prepotenza della televisione pubblica. Sgomitando un pochino, su raitre, per fortuna, si può trovare sempre un angolino di buona televisione. Anche d’estate…
Ma non ci si rende conto che a doppiare così un film documentario lo si ammazza? Sono inguardabili (inascoltabili)
Possibile che solo in Italia succede questo?
Bellissima puntata sui minatori cileni. Grazie!
Caro Alessandro, fa male al cuore sentir dire Marquèz. L`uomo non é francese ma colombiano, e il suo nome si pronuncia:
Gabriel (gabriél) García (garsía) Márquez (márkes). In spagnolo gli accenti cadono sulla penultima sillaba – come nella maggior parte dei casi anche in italiano – solo che in spagnolo, lingua codificata fin dal 1500, le eccezioni sono sempre segnalate da un accento, meno i nomi propri maschili che hanno perduto l`ultima vocale : Gabriel, Miguel (mighél) ecc.
Ma che ci vuole a mettersi al computer, chiamare il sito FORVO ed ascoltare la pronuncia corretta!!!! Oppure altre soluzioni, la rete ne é piena! Non voglio dilungarmi, ma anche la pronuncia delle parole in tedesco fa legare i denti! Sono d`accordo con Vittorio, il documentario del 14.06 andava trasmesso con i sottotitoli! Per imparare come si fa la buona TV guardatevi ARTE, in francese e in tedesco. E datevi da fare, mannaggia! Maresa
Per quanto riguarda la pronuncia di Marquez potrei pure essere d’accordo (anche se ho sempre detto Marquèz e credo che continuerò a dirlo, lo amo tanto che credo il vecchio Gabo mi perdonerebbe…). Sul doppiaggio posso essere d’accordo in linea teorica. Cioè, forse nel migliore dei mondi possibili i documentari non andrebbero doppiati. Ma ogni paese ha le sue abitudini culturali e in Italia le trasmissioni con i sottotitoli non le guarda nessuno. C’è una tradizione di doppiaggio, insomma, e la scelta è: meglio che un documentario interessante lo veda molta gente e che pochi raffinati rimangano delusi, o vogliamo lavorare per pochi intimi? Ognuna delle due scelte ha i suoi pro e i suoi contro. Io preferisco la prima. Quanto a dire "imparate da Arté", è sempre una bella frase da dire ai cocktails, fa figo e non impegna. Naturalmente gli spettatori di Arté in Italia sono pochini, ma che importa. Doc3 è fatto con pochi mezzi da una squadra che ci crede, che difende con fatica una nicchia di tivù di buona qualità in mezzo ad un deserto di tette, culi e reality show. Certo, impariamo da Arté a fare buona tivù (avendo i budget di Arté che è finanziata pubblicamente da Germania e Francia non sarebbe male), come no.
a.r.
forse il vero problema è che con il digitale terrestre si potrebbe guardare anche questo doc. come si fa con i dvd, cioè scegliendo il sonoro, i sottotitoli, eccetera. Lo faceva già la tv svizzera una decina d’anni fa.
E fa bene Robecchi a ricordare che Arte è finanziata dai governi, così come ha fatto bene Santoro a ricordare che lui fa guadagnare la Rai, altro che essere pagato col canone: ma col canone noi finanziamo Sgarbi, Minzolini e Paragone…
Mah!
Quante volte, da quando c’è il digitale (su ogni canale) premo il tasto per sapere che film è quello che sto guardando, e ogni volta mi esce “nessun dato”, o il programma di due giorni fa…Qui, a furia di tagli al personale, non funziona più niente: e mica solo in tv. Quando finirà questa storia del “personale che è un costo” ?
(a proposito, vi pagano o fanno anche con voi come hanno fatto con Vauro?)
(saluti a Vauro!!!)
In Italia non c’è solo una “tradizione” del doppiaggio. C’è una vera e propria lobby dei doppiatori.
Ma il problema della programmazione di Doc3 credo non riguardi solo il doppiaggio. Negli ultimi anni sono stati pochissimi i lavori, tra i migliori documentari di creazione realizzati da autori italiani, che sono stati mostrati in televisione. Film che hanno trionfato nei maggiori festival europei e mondiali totalmente ignorati.
DOc3 contribuisce a diffondere e perpetuare una mancanza di cultura sul cinema documentario e sull’evoluzione del linguaggio filmico del cinema del reale.
I film selezionati sono reportage di taglio giornalistico, film di denuncia, inchieste nate più per informare che per narrare, che sembrano approfondimenti dei telegiornali, rinunciando quindi ad uno sguardo più profondo e ad una ricerca di linguaggio. Nessuno si sognerebbe di andare a vedere tali film in un cinema. E questo contribuisce a riproporre il fraintendimento che i documentari non siano film.
Il cinema documentario non è uno strumento ad uso ideologico per parlare dei problemi del mondo. E’ molto di più.
Il progetto è interessante e coraggioso. E lo sostengo in pieno.
Però mi dispiace evidenziare che un doppiaggio fatto con gli accenti sbagliati non mi sembra una questione di costi. Ma solo di attenzione e cura nel lavoro.
(se non ci sono le competenze c’è da riflettere sulle scelte, e proprio male andando devo dar retta a Maresa e indirizzarvi a FORVO )
le critiche costruttive servono a migliorare.
con stima, a presto