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Da vedi alla voce Radio Popolare – Piovono Pietre

domenica, 1 Ottobre 2006

Da Vedi alla voce Radio Popolare, autobiografia collettiva di una radio ancora libera, a cura di S. Ferrentino, L.Gattuso e T. Bonini, edizioni Garzanti, 2006

 

PIOVONO PIETRE striscia quotidiana a cura di Alessandro Robecchi. Durata, 11 minuti. In onda dal lunedì al venerdì. Prima puntata 7 gennaio 1997. Ultima puntata 14 giugno 2001.

Piovono Pietre fu un lento avvicinamento. La direzione della Radio (Piero Scaramucci) mi forniva indicazioni sull’orario: dalle otto meno un quarto alle otto, l’assoluto prime-time degli ascolti, un pubblico reso fedele dalle abitudini, cui dare un appuntamento quotidiano, una sveglia, una scossa. Nessun altra indicazione se non l’ovvio: il dna della radio, del suo pubblico, quello che siamo e che vogliamo dire. Ci aggiungevo il mio: ritmo spedito, cose da ridere, nausea e sarcasmo per quel buonismo che imperava all’epoca. Sono le otto meno un quarto. La gente va a lavorare, è in coda, è incazzata, è immersa in questi anni di marmellata in cui tutti dicono non ci sono nemici, soltanto avversari. A me sembrava pieno di nemici, invece. Ero incazzato anch’io, ma guardando le cose da sopra, come dalla nave marziana, oddio quant’erano assurde. Un americano usa 500 litri di acqua al giorno, un mozambicano 8. E ogni mozambicano che nasce deve dare 800 dollari all’America. Questo è il mondo, è assurdo, bisogna che qualcuno lo dica, non solo che succede, ma anche che è assurdo. La politica, la vita, il mondo. L’Ulivo era appena andato al governo, la destra catodico-razzista sembrava tramortita, si sarebbero detti anni grigi, senza passione. Ma erano sempre le otto meno un quarto, la gente era incazzata lo stesso, la vita era grama lo stesso, Piovono Pietre era rubato al più poetico dei Ken Loach. Disoccupati che rubano pecore per campare. Eccoci, c’era il titolo.

Con Gianmarco Bachi, che credo mai mi perdonerà, costruimmo alcune tonnellate di nastri di numeri zero, prove, controprove. Lui venne anche per qualche settimana (le prime puntate) a tenere il mixer, prima che mi impadronissi dei cursori e facessi da me. Trovai la sigla, una canzone a me carissima ancora oggi che dava al programma quel tono che il programma voleva essere. Simmer Down è stato il primo ska cantato da Bob Marley. E’ scanzonato e paraculo. Saltella. E’ mesto con la mestizia di chi ci ride sopra. Un po’ amaro, un po’ allegro. Contiene il più bell’assolo di trombone che abbia mai sentito. Contiene la più inspiegabile delle cose inspiegabili: come possano stare insieme sofferenza e gioia, come si possa ridere anche piangendo un po’. Era l’unica sigla possibile. Ci respirai sopra, ci parlai, ci entrai i mezzo, mi sovrapposi e la lasciai scorrere a briglia sciolta per quasi ottocento puntate. Era più che una sigla, era l’idea della forma di Piovono Pietre.

Struttura elementare. Una battuta “sul bianco”, poi la partenza della sigla, i saluti, le battute fresche di giornata sull’attualità. Poi tre-quattro piccoli brani letti (letti veloci, alla garibaldina, come non leggere) su quel che il mondo ci riserva oggi. Stacchi feroci, ska sparato, contrappunti che rimbombavano come schioppettate, e la voce seguiva. Il commento politico, la satira, la notizia che nessuno dà, i primi echi di quello che dopo, molto più tardi, sarebbe stato noto a tutti come lo scandalo della globalizzazione. Ma già allora si privatizzava l’acqua, già allora c’erano guerre (e nostre, dicevano, e giuste, dicevano), già allora la politica non era il palazzo e la vita non era solo qua. Era diverso da quello che si sentiva in giro, ecco, questo lo sentivo anch’io. Era diverso da quel tono di captatio benevolentiae che le radio hanno nei confronti di chi le ascolta. Era un’aggressione affettuosa. Su, è tardi, correte, andate a lavorare! A produrre, bastardi. Era una frustata, niente sconti, questo è il vostro mondo di oggi, bella merda. Faceva ridere. Faceva incazzare.

Arrivavo in radio alle sei, uscivo alle otto e dieci, e si ricominciava: dieci quotidiani, le agenzie, i siti internet, tutto per scovare altre notizie, altre assurdità dal mondo, le più grottesche ingiustizie. E poi scrivere, creare i tormentoni, smontarli, indossare la tuta anticazzate davanti alle più strampalate dichiarazioni dei nostri politici, giocare. Un lavoraccio. Che mi parve strabiliante soltanto dopo – qualche mese dopo – constatandone l’impatto sugli ascoltatori. Da aver paura. Cos’era dunque Piovono Pietre? Cosa diavolo avevamo messo in piedi?
Era un’autocoscienza, anche. Un corsivo politico, anche. Una voce incontrollabile, pure. Controinformazione, certo. Informazione, anche di più. E faceva ridere. Sghignazzare. Incazzare. La gente scriveva per chiedere se era vera la tal notizia, o la tal altra. Era impossibile. Era enorme. Uno chiese indicazioni per comprare parquet equi e solidali. Chiedevano di parlare di più della guerra in Congo, dell’acqua in Bolivia, di quel pirla del sindaco di Milano. Denuncie di ingiustizie,  invocazioni di appelli. La casella mail riceveva centinaia di messaggi. Una piccola trasmissione stava diventando una specie di coscienza collettiva, e quindi appuntamento fisso, irrinunciabile.
Da qualche parte della Bosnia o della Serbia, o non so, un cronista di un telegiornale Mediaset indicò una immensa montagna di ossa umane, cadaveri estratti da una fossa comune, e disse “dedichiamo queste immagini a certi commentatori di Radio Popolare”. E questo perché Piovono Pietre non voleva la guerra, laggiù, come da nessun’altra parte, del resto. Non credevo si potesse arrivare a tanto.
La cosa era più grossa di undici minuti. Premeva. Debordava. Produceva lettere d’amore. Mi dedicavano cataste di morti ammazzati. Ricordo un abbonaggio (in gergo, la campagna abbonamenti di Radio Popolare) in uno degli anni di Piovono Pietre (sarà stato il ’97, il’98, o anche il ’99) in cui sembravo la Madonna Pellegrina. C’era felicità per il successo del programma, gioia per gli ascolti, e un imbarazzo grandissimo, una vergogna profonda per un culto della personalità che era anche affetto vero, ma pesante, presente, di tipo “televisivo”. Andava bene anche quello. E’ la radio. Con la liquidazione di Cuore comprai la casa con la mia compagna. Il notaio non mi fece pagare la mia quota, “perché lei mi fa ridere alla mattina”. Qualche politico della sinistra riformista si fece sentire al telefono col direttore. Non mi venne mai passata una telefonata e quando mi si disse questa volta hai esagerato non c’era nulla, in quella frase, che dicesse anche non esagerare ancora. Piovono Pietre è stato per me soprattutto questo: uno spazio assolutamente, strepitosamente, incredibilmente libero.

Io venivo dalla carta, comunque, dalla satira, sì, quindi da una carta particolare, ma pur sempre scritto, mai parlato. Scoprivo che la voce ha la sua punteggiatura e che le sfumature sono infinite. Che si può essere emozionali con molto meno di un punto o di una virgola. Che si seduce e si respinge. Che una chitarra o una tromba che entrano giuste sono un moltiplicatore di senso. Che Billy Wilder diceva: “Se proprio devi dire la verità, falli ridere. I comici saranno risparmiati”. Dopo decine di puntate, spingere e tirare i cursori del mixer era come respirare, ma più consapevole: come decidere il respiro.

Che gusto c’è a fare il buffone? Perché è bello dire cose che gli altri non sanno e in qualche modo renderli più ricchi? Perché è bello quando ridono a una tua battuta. Io non so dire queste cose e non facciamolo poi così lunga, era solo un programmino alla radio. Nell’anno 1999, però, Piovono Pietre vinse un premio, un premio importante, Il Premio Viareggio per la Satira Politica, sezione radio. Feci il bagno al Forte e mi misi una bella giacchetta e andai alla Bussola, alla serata di gala. Volevo fare un discorsetto, ma prima di me premiarono un signore, un buffo e piccolo curdo di Turchia, direttore della rivista satirica Piné. Incarcerato, picchiato, represso in tutti i modi, e ancora capace di fare la satira, di pensare che far ridere è meglio di tutto, che la gente capisce meglio. Non mi sembrava aria di discorsetto, lui mi sembrava così grande, e alla fine, tutto il resto, anche Piovono Pietre, così piccolo.

Ma Piovono Pietre si mangiava da sola. Dopo cinque stagioni, quasi ottocento puntate, il gioco diventava una citazione di se stesso. Gli stessi che cinque anni prima dicevano mi piace perché fa ridere, ora dicono meno male che c’è almeno quello. E’ consolatorio, dice ciò che l’ascolto di Radio Popolare vuole sentirsi dire. Uno di quelli del marketing direbbe che il prodotto fidelizza i clienti (e come!), ma anche che non ne guadagna di nuovi. Io invece ero stanco di dire sempre, tutti i giorni, qualcosa di intelligente (presunto tale, ovvio) su qualunque cosa, battuta, giochetto, freddura passeggera, ragionamento, parodia, comizio, invettiva, paradosso. Le chiavi erano infinite, e solo una era esclusa: quella di non aver per una volta niente da dire, quella di tirarsi un po’ fuori dalla corrente.
Quello che ho fatto il 14 giugno del 2001, salutando con la solita (dis)grazia paracula e strafottente, chiudendo con una puntata standard, veloce, scanzonata e poi:

“…è l’ultima puntata di piovono pietre… come farete senza di me… ma soprattutto, come farò io senza di voi… ehi… ho un’idea beviamo tutti insieme del cianuro…”

Finiva così, come dire, perché è bello lasciarsi. Anche se poi se ne dissero e chiesero di tutti i colori e le telefonate degli “orfani” di Piovono Pietre si infilarono in onda e fuori onda più volte. Era così semplice, invece: quasi ottocento puntate, oltre un centinaio di stacchi musicali, testi per quasi tremila cartelle, cinque anni di tutto questo.
Ma erano sempre le otto meno un quarto, la gente era in coda, andava a lavorare. Era incazzata come prima e forse di più. Era semplicemente ora di smettere.

Forse serve un pistolotto finale. I complimenti. I ringraziamenti. Dopo di allora ho fatto altre cose e anche le stesse cose. I corsivi di Ballarò (Ballarò, RaiTre, stagione 2001 e 2002) contenevano qualcosa di Piovono Pietre. I siparietti politici scritti per Markette (Markette, di Piero Chiambretti, La Sette, stagioni 2004 e 2005) pure. Verba Volant, (Verba Volant, RaiTre, stagioni 2004 e 2005), il mio programma (con Peter Freeman) ne contiene ancora degli echi. Eppure il senso di assoluta libertà di appartenenza al mezzo che attraversavo per uscire, di famiglia e di tribù che ho trovato intorno facendo Piovono Pietre non c’è stato più. Era proprio un incontrollato stupore: primo, che si potesse fare. Secondo, che lo si facesse davvero.

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