Addio testimoni. Israele e la mattanza di giornalisti prima e dopo il 7 ottobre

Avrei voluto dedicare questa rubrica a un elenco: i nomi e i cognomi dei giornalisti assassinati dall’esercito di Israele nel corso del genocidio di Gaza e degli atti terroristici dei coloni israeliani in Cisgiordania. Ho provato. Non c’è spazio abbastanza per quasi trecento nomi e cognomi, mi spiace, spero che qualcuno lo farà presto.
Premessa: non è corporativismo, né spirito di categoria, ammazzare un giornalista non è più grave che ammazzare un civile, una donna, un bambino in coda per un secchiello di farina, come Idf fa ogni giorno, deliberatamente. Ma assassinare un giornalista (che ha immagini, registrazioni, testimonianze) è più importante per chi sta compiendo un crimine contro l’umanità, perché si elimina un testimone che un domani – speriamo presto – potrebbe essere ascoltato dalla Corte dell’Aia contro chi pianifica, ordina ed esegue un genocidio.
Anas al Sharif, 28 anni, il reporter di Al Jazeera ucciso l’altro ieri (insieme ai colleghi Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa e Mohammed Al-Khaldi) aveva realizzato importanti reportage dalla striscia di Gaza. Prima sull’uccisione di civili innocenti, poi sugli agguati mortali a chi aspettava pane e farina, infine sulla fame usata come arma di guerra. Insomma, era uno che ci faceva vedere l’inferno del campo di sterminio di Gaza. Non un passacarte che legge le agenzie e le veline di Idf, non un corrispondente che staziona in albergo dalla parte dell’esercito occupante e della sua censura. Anas al Sharif era stato minacciato, avvertito per telefono di smetterla di raccontare la verità, gli avevano ucciso il padre, come monito, sempre con la copertura ideologica che Israele applica ad ogni sua vittima: stava con Hamas. Falso.
In attesa fremente che i sostenitori e i negazionisti del genocidio comincino la loro manfrina sul 7 ottobre causa di tutto – a cui è seguita una rappresaglia sulla popolazione civile che mira alla soluzione finale del popolo palestinese – vorrei ricordare qui un’altra giornalista vittima di Idf: Shireen Abu Akleh, uccisa da un cecchino israeliano – colpita alla testa – a Jenin, l’11 maggio del 2022, quando il 7 ottobre non esisteva, in una zona, la Cisgiordania, dove Hamas non c’è.
Shireen Abu Akleh era un volto molto noto di Al Jazeera, molto amata. Come da prassi consolidata, Israele accusò i palestinesi, poi, davanti alle pressioni internazionali (e grazie ad altri giornalisti testimoni) ammise che “forse” potevano essere stati i suoi soldati, cosa poi accertata dall’Onu, mentre l’indagine dell’FBI (ancora in corso, Shireen aveva passaporto americano) è sempre stata considerata da Israele “indebita ingerenza negli affari nazionali”. E’ un classico della narrazione dell’esercito genocida. Primo passo: non siamo stati noi. Secondo passo: sì siamo stati noi, ma per sbaglio. Terzo passo: apriremo un’inchiesta. Che finisce in nulla.Il 13 maggio del 2022, ai funerali di Shireen, l’esercito israeliano in assetto antisommossa, ha attaccato il corteo funebre, caricato e malmenato chi seguiva il feretro della giornalista: i video di un esercito che attacca gente pacifica a un funerale e si accanisce a bastonate su chi porta a spalla la bara ha fatto il giro del mondo. Una buona metafora di cos’è – e cos’era anche prima del 7 ottobre – Israele. Tutto evidente, tutto filmato, tutto alla luce del sole: l’assassino che elimina i testimoni dei suoi crimini, sotto gli occhi di tutti, con molti complici, sostenuto da chi finge di non vedere, certo dell’impunità.
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Non c’è più nulla da dire; rimane solo la scelta, come singole persone, di boicottare nei limiti del possibile, le aziende israeliane e americane non acquistandone i prodotti e denunciare, denunciare in tutte le forme possibili i crimini israeliani e dei loro complici: stati e aziende. In bell’elenco lo si trova sul libro di Francesca Albanese uscito con “il fatto quotidiano”.
Grazie Alessandro. Il tuo lavoro che seguo da tempo mi aiuta, in tanti modi.
Sei una voce importante che fa’ sentire un po’ meglio chi di voce non ne ha quasi.
Grazie anche a Licio Santini, per la sua indicazione. Da tanti anni seguiamo quella prassi, ma un ” nell’ elenco” era necessario.
Franco
Grazie, Alessandro, soprattutto – con l’esempio di Shireen Abu Akleh – per contestualizzare e storicizzare la violenza genocida di Israele (‘fatica’ che rarissimi altri organi di informazione ‘occidentali’ fanno). La lista dei quasi 300 giornalisti assassinati l’ha pubblicata Al Jazeera, verso la fine del seguente articolo: https://www.aljazeera.com/features/2025/8/11/israel-kills-anasal-sharif-and-four-al-jazeera-in-gaza-what-to-know.
Forse togliere tutte le armi ad Israele ? Poiché loro sono da 80 anni il popolo offensore della Palestina potrebbero essere la soluzione di questo disastro ,non possono esistere 2 terrre e 2 stati ,non per gli israeliani, quindi non ci sono soluzioni ,quella non è la terra promessa, è una fola ,la terra ha un nome origininario ,e tu non puoi rubare la terra altrui per intercessione divina