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Veline e veleni. L’iceberg della censura: se ne vede una, tante restano nascoste

mercoledì, 24 Aprile 2024

Il caso Scurati è archiviato. Intendo proprio archiviato, cioè, negli anni nei decenni e nei secoli si troverà negli archivi che il capo del governo italiano, anno 2024, non ha gradito un monologo sul 25 aprile (è domani! Evviva!). Dico archiviato proprio nel senso che se ne troverà traccia per sempre, dal Guardian a Le Monde, dalla Frankfurter Allemaigne al Times, e giù per li rami, fino al Mongolian Monitor o Philippine Today, insomma una notizia di portata mondiale anche se non è una notizia: ai fascisti non piace l’antifascismo, fingiamo stupore.
Lasciamo i dettagli ai bravi cronisti, ai Mazzinologi, intesi come esegeti del potere a viale Mazzini, con appena una notazione in margine. Con la sua telefonata ai gerarchi del servizio fu pubblico in cui Giorgia Meloni ha fatto notare che dovevano metterla subito sui soldi – cioè infangare uno scrittore perché non lavora gratis, e diventa ricco con la Resistenza (ahah, ndr) – la capa del governo ha certificato una sua propensione in scienze e tecniche della censura. Cioè: non ha cazziato i suoi perché l’avevano fatto, ma perché l’avevano fatto male, maldestramente. Infangare il censurato, delegittimare chi dice una cosa sgradita, pungerlo in un punto che non riguarda le sue parole, ma tutto il resto, per quanto grottescamente strumentale e belluino, è esattamente un metodo fascista. Quindi, per paradosso, Meloni ha rimproverato i suoi non già di aver fatto un autogol, ma di non aver applicato un metodo; non di aver bastonato, ma di aver bastonato male, da dilettanti.
Per paradosso, alle voci favorevoli alla censura (tutta la stampa di destra del Paese, con l’eleganza che la contraddistingue) se ne uniscono alcune ambigue per altri versi. Una vulgata che vuole la censura come inefficace e stupida perché otterrebbe l’effetto opposto, cioè: ah, che fessi i censori, finiscono per diffondere ciò che volevano bloccare. E’ un argomento molto scivoloso, perché noi non sapremo mai quanti e quali episodi di censura sono andati invece a buon fine, quali pressioni hanno funzionato (si suppone decine, centinaia) a fronte di un caso che è arrivato all’onore delle prime pagine. E’ la storia dell’iceberg, di cui vediamo la punta, ma se non siamo scemi sappiamo che là sotto c’è una gran massa che non si vede.
In un bel volume di Riccardo Cassero (Le veline del Duce, come il fascismo controllava la stampa, Sperling & Kupfer, 2004) si può cogliere fior da fiore da quella prepotente idiozia che fu la censura ai tempi del Puzzone. Deliziosi scampoli di prosa come “Continuare a non toccare l’argomento delle code davanti ai negozi per l’acquisto di vari generi” (13 febbraio 1941). Oppure: “Non parlare per ora di richieste di aumenti di stipendio degli impiegati” (9 marzo 1939), e via così, in un florilegio esaltante di divieti, ammonimenti, minacce, esilaranti noterelle di vita e costume: “Non dev’essere assolutamente recensito il libro di Eleonora della Pura ‘Lo scolaro Benito Mussolini’” (23 giugno 1938), o anche “Basta con Greta Garbo!” (14 marzo 1938).
Oggi i mezzi sono più raffinati, certo, ma non meno ridicoli e violenti. Per difendersi, bisognerebbe tenere conto che per una censura che va a vuoto ce ne sono mille che vanno a segno, e che il censore esiste non perché ogni tanto fa una figura di merda, ma perché spesso riesce nel suo intento. Insomma, bisognerebbe stare più attenti non solo a quello che si dice, ma anche a quello che non si può dire, e infatti non si dice. E’ antifascismo anche questo. Buon 25 aprile.


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