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L’emergenza sanitaria di chi lavora a cottimo e non se lo fila nessuno

mercoledì, 26 Febbraio 2020

PIOVONOPIETRENon risponderò a domande irrispondibili, ovvio. Per esempio: quale memento mori spinge la sciura milanese a comprare ventisei pacchi di pasta invece dei soliti due? Quale istinto delle caverne spinge persone normali (oddio, normali… magari sono lettori di Libero) a menare un cinese sul tram? E’ inutile tentare di penetrare così in profondità nell’animo umano, è una regola di tutti i tempi che nei momenti in cui servono razionalità e nervi saldi si dà fuori di matto. E’ lo stesso meccanismo per cui “niente panico” è una nobilissima frase, saggia e intelligente, ma se dici niente panico urlandolo con gli occhi fuori dalle orbite ventiquattr’ore al giorno, con toni da Apocalisse, ditini alzati, il contorno cretino dell’”io l’avevo detto” e gli speciali, e le maratone, e le edizioni straordinarie, si rischia l’effetto opposto. (A questo proposito: spero che i microfoni dei tg che da qualche giorno sventolano sotto il naso di dottori, infermieri, infettati, cittadini di zone rosse, contadini stupefatti del morbo e sindaci febbricitanti, siano tutti monouso. Altrimenti, tra sputazzi e colpi di tosse, ogni intervistato dei prossimi due anni finirà in quarantena. Non è detto che sia un male).

E’ tutto un po’ attraente (come nei film di zombie) e fastidioso, comprese le spigolature, i dettagli, la piccola cronaca ai tempi del colera, aneddoti, notizie vere e false che rimbalzano, dicerie, messaggi whatsapp, meme spiritosi e avventure private (mio cugino…), rimembranze manzoniane. Colore, insomma, che rischia di sovrastare le domande vere e sensate che è lecito farsi in presenza di un’emergenza sanitaria. E di alcune cose si parla, sorprendentemente, poco e niente, diciamo che brillano per assenza nel grande dibattito nazional-popolar-virale.

Volando basso, la profilassi. Quel sacrosanto “lavatevi le mani, cazzo!” che dovrebbe valere anche senza epidemie in corso, e che viene giustamente ripetuto in loop, ma che non è facile come si dice. E’ una questione sanitaria, mi sembra, anche la totale privatizzazione degli spazi pubblici, l’assenza di minime strutture gratuite e accessibili a tutti, per cui lavare le mani, se siete in giro per la città, vi costa come minimo la tassa di un caffè al bar, e quelli che una volta erano spazi pubblici ora sono spazi privati (provate a lavarvi le mani, che so, alla stazione centrale di Milano, dove già costa un euro pisciare).

E poi, se possibile, l’aria spaventata ed emergenziale causa una recrudescenza dell’eterno strabismo economico, per cui si snocciolano i dati delle Borse, anche Wall Street, i sinistri scricchiolii dello spread, le reazioni dei famosi mercati, ma non si dice, non si pensa, non si prende nemmeno in considerazione la posizione dei lavoratori meno garantiti del nostro mirabolante sistema. Cioè, cassa integrazione nei casi più gravi, telelavoro per chi può e sa, attività un po’ ridotte in zone dove il Pil del paese, parlandone da vivo, dà il meglio di sé, e va bene, un minimo di garanzia. Ma resta fuori, esclusa – quella sì in quarantena – tutta la fascia della Gig economy, dei lavoretti, del cottimo più o meno mascherato, del fattorino, del contrattino scritto male, della cooperativa farlocca, del lavoro a chiamata. Redditi minimi già in tempi normali, che si riducono senza alcun ammortizzatore, e senza che questo entri minimamente nell’ardito mosaico dell’informazione di questi giorni. Per intenderci: uno tirava la cinghia con 800 euro, che è già una vergogna, ora che per emergenza rallenta il lavoro dovrà farcela con 400, senza sapere per quanto tempo: niente airbag, per lui, nemmeno la dignità di partecipare a un bello scontro tra virologi telegenici e virologi al lavoro, o a quei bei siparietti sovranisti dove si grida all’untore. Solo oblio e rimozione. E invece, a ben vedere, sarebbe un’emergenza sanitaria anche questa.

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