Intervista a Fabio Bernardi – capo dell’antidroga, Milano
Il mio personale choc con la cocaina è di tipo mediatico. Sfogli le pagine della cronaca ed è emergenza, cittadini incazzati con lo spaccio, il Po pieno di coca, allarmi e allarmismi. Poi sfogli, leggi e guardi tutto il resto e di quello scandalo c’è un’eco lontana, anzi non c’è per niente. E invece c’è una sorta di accettazione sociale, quasi una complicità culturale non detta ma diffusa, non esplicita ma evidente. A pagina otto ecco la rivolta della mamme del quartiere contro la droga. A pagina dieci ecco l’inno a Kate Moss, o l’elogio della performance psicofisica, o l’esaltazione della perdita di controllo. Un po’ di schizofrenia. Un po’ di ipocrisia. Un po’ di falsa coscienza. E il sottofondo, metà luogo comune e metà leggenda metropolitana, che “pippano tutti”. E’ una bizzarra miscela, e mi pare urgente parlarne con uno che se ne intende.
L’uomo che ho davanti in un ufficio della questura di Milano è il capo dell’antidroga. Fabio Bernardi, 48 anni, vicecapo della Mobile, esperto di narcotraffico. Parla in modo semplice e diretto, con la proprietà di linguaggio di quelli che hanno fatto il classico e non si lascia scappare la battuta, se gli viene. In queste descrizioni di solito si mettono frasette come “non sembra un poliziotto”, ma non è questo il caso perché un po’ Bernardi lo sembra, invece. Così come sembra un esperto quando ti parla di marketing e di mercato. O un padre di famiglia quando si lascia scappare che sì, questo mondo “di calciatori e di veline” non gli piace per niente. O, ancora, una specie di operatore sociale, quando ricorda la storia di un ragazzino che c’è rimasto perché nella sua stanzetta di post-bambino sniffava il gas butano.
Fabio Bernardi, capo dell’antidroga, è uno che studia la stessa materia in due università: quella della strada, della trincea dove si combatte la battaglia, dell’indagine, e quella degli studi e dei convegni, delle analisi, delle ricerche, delle alleanze istituzionali. In tutti e due i campi pare piuttosto in gamba e prima di incontrarlo ho diviso le mie ricerche in due mucchietti: da una parte le operazioni di polizia – dal quartiere sotto casa ai tipacci di Medellin –, dall’altra i contributi teorici, le dichiarazioni sul mercato e il marketing della coca, i convegni, i congressi e lo studio dei dati. “Nel mio mestiere valuto tutto, fonti esterne e interne, aperte e chiuse, ma soprattutto l’attività investigativa e quello che troviamo in strada”, dice. E io mi permetto di tradurre così: che un’indicazione, una dritta, un dato possono venire dal grande centro di ricerca o dall’informatore albanese, dalla segnalazione della pattuglia o dall’istituto farmacologico, tutto delinea il quadro. Ma poi è dalla strada che si vedono le cose come stanno. E nonostante il vezzo di qualche modestia (“ma io ormai sono un burocrate, in strada stanno i miei ragazzi”) si vede che Bernardi sa bene, vede, conosce, valuta e studia. Criminali, mercato, debolezze culturali del nostro tempo. Insomma, la cocaina.
Dottor Bernardi, la coca nel Po, nel depuratore, sulle banconote. “Cento chili di coca sul piattino di Milano”, come ho letto su un giornale. Che succede?
Sì ho letto la ricerca dell’Istituto Mario Negri sulla droga nelle acque del Po, e anche tutte le altre. In effetti una presenza di principio attivo c’è ed è massiccia. Ma da questo dato è difficile stimare i consumatori, so che l’Istituto ha fatto dei calcoli, ma credo si siano basati su una dose media di 0,10 grammi, che per noi, per noi poliziotti, è inconsistente, è una quantità che in strada non si trova. Anche certi studi della Asl di Milano parlano di un consumo massiccio, addirittura un milanese su cinque. E arrivano i titoloni dei giornali, ma non è così semplice. Prendiamo la domanda classica: quanti sono i consumatori? Una risposta precisa non c’è, e poi di chi stiamo parlando: di quelli che consumano coca una volta alla settimana? Una al mese? Una all’anno?
Di solito si sa che le cifre si calcolano sui sequestri…
Sì, è un metodo, ma è quello che i matematici chiamano un calcolo stocastico. Insomma sono conti virtuali… Cento chili a Milano che significa? Qui stoccati? Per il consumo? In transito? In due mesi? In tre giorni? Capisco bene che per la notizia servono numeri precisi, ma questi numeri un professionista del settore non li farà mai. Io le posso dire quello che vediamo noi, dati certi, comprovati dal risultato delle indagini.
E che vedete?
Le mie fonti sono continue: la cocaina a Milano ha una presenza di principio attivo che oscilla dal 26 all’88 per cento. Dunque è un mercato variegato e polverizzato, nonostante qualche vecchio elefante creda ancora che la cocaina italiana sia in mano a un’unica organizzazione criminale. E quanto al consumo, la sensazione nostra raccolta dal vivere sulla strada è che il consumo si sia generalizzato, che ci sia una normalizzazione della coca. Un conto sono gli allarmismi inutili, o infondati, stiamo calmi perché la cocaina non è come il pane. E un altro conto è l’allarme. Qualche mese fa dissi che era in corso uno sdoganamento e ora confermo: la cocaina è stata sdoganata, si è spalmata sul territorio in Italia e in Europa, come conferma anche l’ultimo rapporto internazionale, siamo al terzo posto dopo Spagna e Gran Bretagna.
Sdoganamento, normalizzazione, accettazione culturale… Sarebbe a dire?
Beh, intanto non è più percepita come droga dei ricchi, questo da anni, se ne sono accorti, scusi la battuta, persino i giornalisti. E’ una droga di tutti. Il professionista, l’operaio, l’impiegato, lo studente… Questo si sa. Il fatto è che c’è un vero sdoganamento culturale, che sembra ormai accettata socialmente, in fondo è una droga che è compatibile con il nostro stile di vita, che non ti emargina, non ti fa cascare i denti, ti consente di essere più attivo, più produttivo. Dunque il disvalore è venuto meno. Come scriveva Camilleri anni fa, fai più scandalo se ti accendi una sigaretta in un locale che se ti fai una riga sul tavolo. Paradosso, ma non lontano dalla verità.
Sembra una critica culturale del mercato, della percezione della gente… E del resto dire “lo fanno tutti” è l’anticamera dello sdoganamento
Lo è di fatto, e qui c’è una responsabilità morale… colpa vostra, della stampa, dell’informazione. Ma pensi proprio alle sigarette, alla campagna che si è fatta sul fumo. Ora lo sanno tutti che fa male. Ecco, non vedo la stessa campagna corale, planetaria, sulla cocaina. Anzi, leggevo su un periodico un vero inno alla gloria di Kate Moss, che ora guadagna di più, è un simbolo, tutti vorrebbero vivere come lei eccetera eccetera. Questo è un messaggio negativo, si passa la coca come compatibile con uno schema culturale dominante.
Che però è, appunto, dominante…
Certo che sì, del resto è la società dei calciatori e delle veline, no? Chi conta nella vita è il calciatore o la velina… Ma io dico, non sarà il caso che qualcuno si alzi a dire che, occhio, questa cosa fa male. Inquina i rapporti personali, lavorativi, economici. Il banchiere preso con otto grammi, magari poi mi vende le azioni imbottito di una cosa che altera la capacità di critica e di giudizio. E se mio padre, che era pilota da caccia, avesse fatto uso di droga? E un chirurgo? E un pilota d’aereo? In America se beccano un medico ubriaco gli stracciano la licenza e non lavora più…
E questa sdoganamento culturale finisce per aiutare il mercato?
Certo, quelli che vendono non sono scemi. Guardando il mercato cosa potrei notare da utente? Per esempio che se vado in un supermercato trovo alcuni prodotti alcolici che hanno formato ridotto, dosi più piccole, la bottiglietta anziché la bottiglia, e un po’ meno principio attivo, cioè una gradazione alcolica più bassa. Vale anche per gli yogurth da bere, al posto della bottiglia da mezzo litro trovo bottigliette monodose, costano meno, al pezzo, ma il mezzo litro alla fine ti costa di più. Fidelizzo il cliente e allargo il mercato. Così il mercato si amplia e si frammenta. E se portiamo questa cosa alla cocaina vediamo subito questo: dosi più piccole, principio attivo minore, mercato spezzettato. Taglio di più la merce, invece di venderla al cinquanta per cento la vendo al trenta per cento. Ho più quantità e la vendo a palline non da un grammo ma da zeroventi, o zerotrenta, così avvicino più clienti. Una volta si diceva, questa coca è un pacco, è al trenta per cento! Oggi la trovi anche al 26 per cento e questo ci dice quanto è cambiato il mercato.
Ma scusi, continuiamo il giochetto. Io sono la cosca che si prende la briga di comprare quintali in Colombia, la porto in cargo, la porto fino a qui… e poi la faccio vendere al primo che passa? Una volta chi entrava sul mercato senza il beneplacito del grossista finiva in un pilone dell’autostrada…
Non è più così, perché io vendendo a lei, o al dentista, o al fruttivendolo ho maggiori profitti. Perché nessuno si spara più, perché non si scannano? Perché la torta è così vasta che la vendita al dettaglio non è più un monopolio. Il mercato è così polverizzato che non hai più un cartello. Sì, puoi fare degli accordi, ma non puoi controllare il territorio o un’intera fetta di mercato. Ti servirebbero troppo soldati. A questo punto visto che sono arrivati una marea di nuovi soggetti, che hanno aggiunto nuovi mercati, o si sono posizionati nei buchi creati anche dalle operazioni di polizia che hanno disarticolato chi c’era prima, siamo di fronte a una vera globalizzazione. Per cui al trafficante conviene lasciare briglia sciolta al mercato. Io ti procuro la merce, non mi interessa chi sei, bianco, rosso, verde, italiano straniero, dentista o camorrista o impiegato. L’importante è che si venda e ne serva presto dell’altra. Facciamo un’ipotesi assurda, tanto per chiarire la situazione con un paradosso: se io e lei vogliamo fare un business e troviamo un buon aggancio in Colombia o in Perù, ce ne veniamo via con qualche chilo pulito. Se non ci tagliano la gola là, o non ci vendono ai federali, se riusciamo a portarla qua, la vendiamo senza problemi, proprio perché il mercato è totalmente aperto…
Ma Bernardi, lei questo non deve dirlo!
Certo è un’ipotesi fantascientifica. Ma è una provocazione che mi arrischio a fare proprio per chiarire un concetto importante che mi preme sottolineare. Per far capire che la lotta non può essere solo repressione, ma che bisogna agire sulla prevenzione, e su quella soprattutto culturale. Ma scusi, abbiamo vinto battaglie contro le multinazionali del tabacco, possibile che non si vinca anche contro questi qui? Alla fine non sono granché, sa? Si imborghesiscono tutti, a tutti piace la bella vita. E si rammolliscono. Una volta c’erano i gruppi italiani che mettevano nel bagagliaio i trafficanti turchi. Oggi ci sono i colombiani che zanzano le organizzazioni italiane. Tra qualche anno ci saranno, che so, quelli del Burkina Faso che zanzeranno i colombiani. Perché… perché la vita è così, i più incattiviti sono i più affamati.
E ora chi comanda?
Come narcotraffico, dice? Restando alla cocaina, sinteticamente e banalizzando, ci sono colombiani, venezuelani, Perù, Messico, Bolivia, Sudamerica in generale. E questi forniscono la materia prima. Da qui in Nordamerica, Canada e Europa. Porte d’ingresso soprattutto Spagna e Olanda. Grandi linee, grandi rotte. E poi c’è il mercato.
E lì, chi comanda?
Il mercato è polverizzato, direi libero. Io compro da X, ma magari avvio trattative con Y, che è di un’etnia diversa, e X non si incazza, perché tanto ce n’è un altro… Il mercato è in espansione, la concorrenza non è un grande problema. E chi traffica diversifica i canali di approvvigionamento. Una famiglia calabrese di cui ci siamo occupati aveva contatti con un clan colombiano che stava a Madrid, ma intanto faceva affari in Galizia. Così si abbassano i prezzi. Con un monopolio forse ci sono più garanzie di sicurezza, ma ci sono anche prezzi più alti. Così il mercato è complesso, ci sono gruppi di criminalità organizzata, gruppi di criminalità comune, gruppi fai-da-te che magari non hanno contatti con il crimine…
Una buona lezione sul libero mercato, insomma. E voi?
E noi abbiamo questo problema. I gruppi di narcotraffico, anche quelli legati alla criminalità organizzata, anche di tipo mafioso, sono più orizzontali. Chi ha studiato il fenomeno sa che le ‘ndrine calabresi o anche la mafia russa, sono strutturate in modo più reticolare della mafia, che è ancora molto chiusa, ma anche lì c’è una sorta di gerarchia piramidale. Attualmente invece notiamo che tutti i gruppi, italiani e non, stendono una rete, come un hub. Può essere un gruppo, può essere un gruppo legato a un altro gruppo. Io posso forse entrare più facilmente a strappare la rete, che è meno rigida, meno compartimentata e dunque meno protetta. Ma la rete, per sua natura e per sua stessa conformazione si ricuce subito e ne nasce un’altra. Le faccio un esempio: abbiamo beccato i leader di una rete di calabresi che si avvalevano di fiancheggiatori non affiliati. Appena beccati quelli, sono arrivati subito soggetti che hanno preso il loro posto. C’è un ricambio veloce, quasi in tempo reale.
Era più facile prima?
In un certo senso sì. Era più difficile individuare la piramide e anche aggredirla. Però quando cadeva un mattone della piramide, alla base, dài e dài la piramide si sgretolava. Invece la rete si riforma subito.
Però, Bernardi, leggendo delle sue operazioni…
Lasci stare, è merito dei miei ragazzi…
… Ma vedo questo, che voi vi occupate di un mercato così complesso in molte direzioni. Si insegue magari il grande cartello, ma poi si deve correre anche per il ragazzino che si pippa il butano…
Noi privilegiamo la repressione del narcotraffico. Più che al sequestro puntiamo a disarticolare il gruppo criminale. Io preferisco sequestrare un chilo e prendere trenta persone che costituiscono un gruppo cattivo sul territorio che sequestrare cento chili al corriere cretino che si fa beccare. Poi per carità, ci guardiamo in giro, io vado con i miei ragazzi a vedere com’è una zona, anche per non perdere dimestichezza con i terminali ultimi del mercato. E’ un osservatorio importante. Oltre al fatto ovviamente che i cittadini chiamano e noi dobbiamo andare…
Quanti siete?
Questo non glielo dico. Alcune decine.
E bastate?
E’ una battuta? Me ne dia altri 900 e gli faccio fare gli straordinari…
Però farete distinzione tra le varie sostanze, no? Non negherà che la pericolosità sociale dell’hashish è minore…
Lei mi porta su un terreno scivoloso, ma io le rispondo lo stesso. Non mi addentro nella differenza tra droghe leggere e droghe pesanti, sono un tecnico e applico la legge. Mi limito a notare questo, che una volta lei andava dal salumiere per il salame e dal verduraio per le arance. Oggi va al supermercato e trova tutto. Quell’equazione che lei sa e che forse vorrebbe farmi dire non la dico, perché non sono scemo. Ma se uno fuma l’hashish c’è da preoccuparsi perché ormai sappiamo che lo compra nello stesso mercato che vende anche tutto il resto, mercato che ha interesse a vendere e ad allargare la fascia dei consumatori. E infatti abbiamo spesso il problema dei poliassuntori, fenomeno molto preoccupante che ci dice questo: il mercato è spalmato sul territorio, è una rete, ma è pure centralizzato come varietà dell’offerta. Chi vende, vende tutto, chi compra va in un posto dove può comprare tutto. Questo è il dettaglio. Il disegno più ampio a proposito di hashish è che ci troviamo di fronte a un grande, immenso, flusso di denaro dall’Europa al Marocco. Più soldi di quelli che servono per comprare la casa alla vecchia mamma sulle montagne del Rif, soldi che non sappiamo dove vanno a finire…
Però, mi corre l’obbligo di una domanda. Qui abbiamo due emergenze, una diciamo così igienico-sanitaria…
Che noi non conosciamo. Ma quanti arresti cardiaci sospetti in soggetti giovani derivano dal consumo di coca? Quante violenze in famiglia? Quanto comportamenti di disturbo da cocaina entrano in casa, nelle strade? Attacchi d’ira incontrollabile? Violenze nelle case, anche contro bambini? Faccia due chiacchiere col centro antiveleni di Milano, vada a vedere l’incidenza delle droghe sugli incidenti…
Ma se un lato del problema è questo, ed è grave, e l’altro lato è finanziare i gruppi criminali di mezzo mondo, si può spezzare questa catena? Se la coca la vendessero in farmacia voi sì, dovreste correre dietro a un po’ di medici corrotti dalla ricetta facile, ma magari fallisce la camorra… Non sarebbe già un risultato?
Le rispondo così: in quel caso chi paga i danni? Lei compra la coca in farmacia e poi mette sotto un bambino sulle strisce, chi paga? E moralmente le sembra una bella cosa? O fa come in Olanda che vendono l’erba nei coffee-shop, ma la comprano comunque dai trafficanti… Guardi che potrei parlarle di morale e di etica, ma io preferisco un’altra cosa, un discorso un po’ meno volatile: articolo 32 della Costituzione Italiana: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Io ci credo molto e direi che questo toglie parecchi argomenti alla sua domanda. Ed è vero che la camorra, per dirne una, perderebbe un grosso giro d’affari, ma ne aprirebbe altri. La prostituzione, il mercato dei falsi, ma ha idea di quanto può fruttare una buona rete di mendicanti ai semafori? Però, ripeto, è soprattutto una questione di impostazione culturale, io appartengo a una generazione che ha detto no all’eroina, no alla cocaina e no all’hashish…
Bene, chiudiamo qui, anzi, chiudiamo così. Mi dica tre cose che vorrebbe cambiare per lavorare meglio su questo mercato…
Mah, tre forse no. Una è che sono molto contento delle collaborazioni istituzionali che abbiamo creato tra enti pubblici, noi, enti privati, una cosa preziosa, che è istituzionale ma forse ancora troppo legata alle persone e che vorrei fosse sempre più rafforzata, perché funziona. Cambierei insistendo, ma non saprei come perché è un problema immenso, sulla prevenzione dal punto di vista culturale. Sono stanco che dietro alla cocaina, o ad altre sostanze, ci sia alla fin fine un messaggio positivo, che oltretutto è noioso, monotematico.
Coraggio, , un terzo desiderio… Qualche volante in più non la vorrebbe?
No, questo non lo dico… Sarei osceno nella mia richiesta… La terza
cosa… eliminare la categoria dei giornalisti? Che ne dice?
Non si preoccupi, alla fine c’è sempre qualcosa per cui è colpa nostra. Ma senta…davanti a questo quadro che mi ha fatto, davanti a questo mercato-rete, mercato-diffuso, non vi sentite…
Inutili?
Beh, sa, svuotare il mare col secchiello…
Ma no! Non è così, sa… Guardi che ne arrestiamo parecchi, e tanti altri li salviamo.
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