Voi siete qui – Miracolosi ’60
La suggestione veltroniana che possano tornare gli anni Sessanta, confesso, mi pare entusiasmante. La sola idea di tornare alle elementari ora che so le tabelline mi affascina. A parte questo, registro l’ondata di nostalgia canaglia che si dispiega ogni volta che si parla degli anni Sessanta. Un riflesso condizionato, e i direttori di Pavlov (e del Corriere) eccoli subito a impaginare la minigonna, la cinquecento, il twist. C’era un’aria nuova, questo sì, un’impennata del mercato. Strani anni: modernità all’orizzonte e neorealismo nelle vite di quasi tutti: il fatto stesso che gli anni Sessanta finiscano con una liberazione e la conquista di nuovi diritti (le lotte operaie, lo statuto dei lavoratori), sta lì a dimostrare che prima del botto la situazione era abbastanza compressa. Come è oggi. Ma a ben guardare, e omaggiando un altro mito degli anni Sessanta, potremmo ora stupire tutti: Carramba, che sorpresa! Gli anni Sessanta sono qui! Provate voi con lo stipendio medio-precario a cercare casa e finirete in uno scantinato come Rocco e i suoi fratelli. Secondo un rapporto Svimez (2007) nel 2004 sono partiti da sud verso nord 270 mila italiani, 120 mila per trasferirsi in pianta stabile, gli altri con una mezza speranza di tornare indietro. Tra il 1961 e il 1963, picco massimo dell’emigrazione interna, erano stati 295 mila. Vedete che si siamo. Le grandi riforme del centrosinistra degli anni Sessanta, come no. Tipo la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che distribuì soldi ai padroni sperando in un reinvestimento produttivo, e quelli li portarono in Svizzera. Così come oggi li portano in Liechtenstein, o scelgono la rendita immobiliare invece che la produzione. Eppure le differenze esistono, perché nei mitici anni Sessanta uno scrittore come Bianciardi poteva sognare di far saltare le torri della grande azienda, simbolo del miracolo dei padroni e colpevole di morti sul lavoro. Oggi, no, una simile provocazione culturale sarebbe inopportuna, fuori luogo, esagerata. Ci restano solo il miracolo dei padroni e, naturalmente, i morti sul lavoro.
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Ecco l’elenco delle cose belle della mia vita degli anni ’60:
1) la mia gioventù… Davvero impagabile.
2) …
Accidenti dopo tanto pensare non sono riuscito a trovare un altro ricordo bello di quei tempi degno di essere ricordato. I posti di lavoro erano rarissimi. Il lavoro nero a paga ridottissima era la routine. L’unica speranza di noi ragazzi sfruttati era quella di riuscire ad imparare un mestiere. I più fortunati, che erano stati spesso forzosamente messi in regola a seguito dei controlli degli ispettori del lavoro, venivano licenziati dopo un certo periodo per poi essere riassunti. Così operando i datori di lavoro ci guadagnavano in tasse ed in paghe, mentre il lavoratore o mangiava quella minestra o saltava dalla finestra. Il lavoro fisso era il desiderio di tutti i giovani, ma bisognava guadagnarselo con i concorsi pubblici. Mi ricordo che un concorso a 15 posti di pulitore notturno nell’azienda tranviaria bolognese aveva richiamato una quantità di concorrenti che riempiva tutto il viale adiacente alla sede della competizione. Non credo che Veltroni si riferisse alla mia gioventù. Sono altresì sicuro che non pensasse nemmeno a quella di AR… Se, come penso, si è riferito riferito al boom economico, beh, spero che per quanto riguarda i diritti degli operai sia un ritorno con un sistema più equo di quello subito nei favolosi anni ’60. Però… A conclusione, tutto sommato sapere oggi le tabelline non è poi cosa da poco…
Ci siamo proprio evoluti eh?
Alessandro,
devo aver anticipato i tempi, perche’ io a Nord mi ci sono spostato nel 2001 e Nord vuol dire proprio Nord visto che mi ritrovo a fotografare i concerti dei Cribs…sara’
http://liveon35mm.wordpress.com