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La versione toscana di “umile”: “Spaccagli la faccia, Matteo”

mercoledì, 6 Luglio 2016

Fatto060716“Umile” sarebbe pure una parola nobile, a volerla guardare dal verso giusto, cioè dalla parte delle radici. Intanto perché deriva da humilis, e quindi da humus, terra, e insomma, va bene, un baobab, per dire, un pino secolare, non sono mica tanto umili, mentre l’erbetta sì, e infatti la calpestiamo senza tante storie.

Poi si sa che le parole si evolvono, che inseguono la società, ma anche la società insegue loro: di solito per picchiarle. Così oggi “umile” è diventata una parola da calciatori. “Dobbiamo essere umili”, dicono i bomber delusi davanti ai microfoni con i capelli a cresta e il Rolex grosso come il Big Ben, poi se ne vanno con la Ferrari, che agli umili – quelli veri – fa sempre effetto. Insomma, diciamolo: come certe attività commerciali che non muovono una lira ma fanno da copertura a ricchissimi affari, anche la parola “umile” è diventata uno schermo, una specie di burqua indossato alla bisogna da chi è stato molto arrogante e per farsi perdonare – o per continuare a ingannare – si finge “umile”. Inutile dire che a un umile vero – umile come condizione sociale, cioè rasoterra, per restare all’etimo – non verrebbe mai in mente di vantare la propria umiltà: di solito lo fanno quelli che non sono umili per niente.

Non è un caso che la parola “umiltà” salti fuori come un pupazzo a molla ogniqualvolta qualcuno prende una facciata clamorosa. Dopo le elezioni amministrative, basta cercare in rete, si fece grande spreco della parola. “Matteo Renzi, umiltà dopo le comunali”, titolava l’Huffington Post, e Pierluigi Bersani dettava alle agenzie il suo monito da allenatore esonerato: “Renzi sia più umile”, “Renzi abbia l’umiltà di riflettere”, eccetera, eccetera. Mentre La Stampa titolava: “La svolta umile di Renzi”, avendo però l’accortezza di mettere “umile” tra virgolette, perché non si sa mai con la lingua toscana, e magari a Rignano sull’Arno “umile” vuol dire “Vai e spaccagli la faccia, Matteo”.

Insomma, tutto questo avveniva solo qualche settimana fa, quando gli “umili” delle periferie (clamorosamente a Roma, ma, umilmente anche in molti altri posti) bastonavano il Pd asserragliato nei quartieri-bene. Ma poi succede che certe parole sono come i buoni propositi della notte di Capodanno, che ti svegli il giorno dopo, mezzo sbronzo, e te li sei dimenticati alla grande. Ed ecco che nella direzione del Pd ripetutamente rinviata in modo che il voto amministrativo apparisse più lontano, quasi antico, diventava lontana e antica anche l’umiltà, evocata solo dal povero Cuperlo che pregava il sovrano di praticare la modestia “non solo nel tono della voce”.

Ecco fatto. Fine dell’umiltà e dell’autocritica, se mai ve ne fu. E anzi, ammonimenti e minacce, come quella di un Renzi modello hostess, che dice a chi scende dal carro del vincitore che poi – si avvertono i gentili passeggeri… –

non si risale più: una versione soft del famoso lanciafiamme (a proposito di umiltà).

Insomma, se c’è una cosa che gli umili sanno benissimo – intendo gli umili di condizione economica, gli umili pagati in voucher, gli umili che non meritano 80 euro perché troppo poveri – è di diffidare di chi sbandiera la propria umiltà. Capiscono che è un trucco, una trappola, un’operazione mimetica. Sono umili, mica sono scemi.

Che poi vorrei essere un po’ umile anch’io, corre l’obbligo di denunciare che non sono certo cose nuove, queste, e anzi si sanno da secoli, e già le diceva un certo Shakespeare nel Giulio Cesare: “L’umiltà è la scala di una giovane ambizione. Ma, come abbia raggiunto l’ultimo gradino, volge essa le spalle alla scala e rimira le nubi, spregiando i gradini più bassi ond’essa è ascesa”. Ecco fatto. E chi l’avrebbe mai detto che il vecchio bardo sapesse già come andava a finire, all’alba del 1600, una direzione del Pd di quattro secoli dopo.

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