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Consigli per renzisti sulla tivù di Silvio

lunedì, 7 Marzo 2016

Fatto070316Prima le notizie. E dunque, anche se la folla plaudente sta a Cologno Monzese e non a piazza Venezia, diciamolo: la dichiarazione di guerra non è stata consegnata nelle mani di Barbara d’Urso. Lei, circonfusa dalla luce bianca che azzera i segni del tempo, esulta: “L’Italia non andrà in guerra in Libia!”. Lui, Matteo Renzi, che quelle stesse luci virano all’arancione, corregge un po’ “Non andremo in guerra in Libia con cinquemila uomini…”. Un po’ come dire: Barbara, paraculi te salutant!
Ecco fatto, smentito via Barbara l’ambasciatore Usa che aveva parlato via Corriere della sera, il resto è un burbanzoso scollinare verso l’ottimismo obbligatorio. L’Oscar a Morricone, il bonus bebé, i diritti civili con lo sconto delle adozioni, l’omicidio stradale, fino all’imbarazzante metafora del bicchiere che non è nemmeno mezzo pieno, ma pieno per tre quarti. L’altro quarto se lo sono bevuti loro, si direbbe, e si vede che era roba forte. Tutto bene, tutto bello, tanto che quando Barbara lancia la pubblicità uno si chiede: perché, fino ad ora cos’era? E uno distratto potrebbe confondere banche (tutto bene, tranquilli) e glutei tonici, Salerno-Reggio Calabria (tutto bene, tranquilli) e nuvole di cioccolato… l’anima del commercio. Silvio, insomma, era solo vent’anni di prove generali: lo show vero è questo qui. Notizie brutte? Sì, una: nonne e zie non ci diranno più “vai a lavorare in banca che è un posto sicuro”. Il resto è la sua condanna: “Non posso inventarmi sogni miei, perché devo finire quelli degli altri”. Lo trovaste nei Baci Perugina pensereste: che banalità. E poi le pensioni: tutto bene, tranquilli. Poi, alla fine, uno sprazzo di sincerità: il presidente del consiglio annuncia Ivana Spagna, e tocca dargli ragione: i politici non sono tutti uguali. Qualcuno è pure peggio.

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