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L’indotto, un fantasma misterioso e indefinito si aggira per l’Italia

mercoledì, 9 Dicembre 2015

Fatto091215Un fantasma si aggira per l’Italia, che è sempre meglio di quelli che si aggirano per l’Europa (madame Le Pen) o per il mondo (certo califfi che te li raccomando). Ma insomma, un’entità indistinta e inafferrabile, difficile da vedere se non per trasparenze e rumori lontani, nuvola di previsioni che si intrecciano alle speranze, che a loro volta si collegano al famoso bicchiere mezzo pieno e all’ottimismo obbligatorio. E’ il fantasma dell’indotto, che va molto di moda e che richiede un atto di fede del cittadino in materia di economia, materia effettivamente magica e mesmerica come poche altre. In principio, si sa, era l’Expo. Certi documenti molto sbandierati alla vigilia facevano intravvedere un futuro che più luminoso non si poteva. Certo, una spesa, ma poi vedrai l’indotto… e giù cifre sui posti di lavoro, il pil, il gettito fiscale aumentato grazie al boom che un documento della Bocconi indicava addirittura in 11 miliardi e passa (da qui al 2020), ottenuto grazie “All’effetto sviluppo sull’economia italiana”. Insomma, più affari, più incassi per il fisco, bingo. Ecco, non conoscendo ancora, a un mese e mezzo dalla chiusura dei cancelli l’incasso preciso, e quindi l’entità delle perdite o dei guadagni, tutto è rimandato al famoso indotto, con un sottotesto che dice: “vedrai che figata”. Peccato che l’indotto sia difficile da quantificare, che sia un calcolo con migliaia di varianti, che sia tutto in mano alle “previsioni” degli esperti, e che gli stessi esperti cambino le loro congetture con frequenza quasi quotidiana. La riduzione delle previsioni del pil nel terzo trimestre (una piccola limatura, ma pur sempre una limatura) e le proiezioni sul quarto (per arrivare secondo l’Istat a un 0,7-0,8 annuo) non direbbero che l’indotto si stia muovendo proprio come un cavallo al galoppo. Insomma, è richiesto l’atto di fede.
La faccenda dell’indotto è dunque al tempo stesso spinosa e comoda. Spinosa perché si parla di cifre totalmente ipotetiche, e comoda per lo stesso motivo: nessuna valutazione sarà possibile fino a che non si calcolerà per bene l’indotto, il che sposta in là la questione di una decina d’anni e poi, a babbo morto, si vedrà. E a quel punto, a chi fregherà più qualcosa?
Applicare lo stesso ragionamento al Giubileo non è così immediato: meno infrastrutture costruite, nessun terreno pagato a peso d’oro. Ma anche qui la stessa necessità di spargere ottimismo a piene mani e (oggi un po’ sottotono, ma un mese fa molto in voga) la sfida: “Sarà un successo come l’Expo”. Ecco, appunto, quindi non lo sapremo mai: sarà un successo sulla parola. Anche qui girano cifre e previsioni. Il turismo, ovvio, il pil, l’occupazione. E i frutti che si vedranno chissà quando e se non si vedranno nessuno avrà poi voglia o memoria di chiederne conto. Come si vede, il fantasma è proprio un fantasma: c’è? Non c’è? C’è ma non ce ne accorgiamo? Non c’è e ce ne accorgeremo? La sensazione è che tutto congiuri a tacere dei risultati, l’orizzonte si sposta sempre più in là, le valutazioni aspettano l’indotto, il benedetto indotto ci può mettere anche dieci anni, e alla fine finisce tutto in una nebbia indistinta in cui non si sa se la spesa è stata un investimento o una perdita secca. Non diversamente dalle riforme, peraltro, dove non si riesce mai a tracciare una riga: era buona? Sì? No? Ha funzionato? I tre miliardi di decontribuzioni del Jobs act che hanno portato per ora la miseria di duemila nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato sono stati ben spesi? Non sarà troppo caro? Risposta standard: uh, è presto per dirlo… aspettiamo l’indotto. Ecco, appunto, aspettiamo, che è un antico sinonimo per dire: non lo sapremo mai.

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