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Il Pd. la sua mutazione genetica, l’arte di accettare tutto. Una storia vera (e un caso di scuola)

venerdì, 8 Maggio 2015

Ora un po’ di pazienza. Perché quella che racconto qui è tante cose insieme. E’ una polemichetta da social network (certo), ma anche una lezione su come vanno le cose e, per così dire, sullo stato della nazione. E’ un piccolo esempio di cosa è diventata la politica (uff) e la sinistra (ri-uff). Insomma, una cosa abbastanza istruttiva.
L’antefatto è semplice e noto. Da giorni si polemizza sulle liste del Pd alle elezioni regionali in Campania. Dico liste perché il Pd vanta di aver severamente verificato i suoi candidati (anche se candida presidente un candidato ineleggibile per la legge Severino, Vincenzo De Luca), ma nelle liste alleate e parallele è clamorosa l’infiltrazione di candidati che con Pd (la sinistra in generale, la voglia di pulizia dei suoi elettori e qualche valore non negoziabile) non c’entrano nulla. E’ il caso di un fascista conclamato nostalgico di Mussolini non pentito e omofobo dichiarato (“Io i gay li schifo”) che si chiama Carlo Aveta. Oppure di una signora che promette il condono sul bollo auto (alla faccia della legalità), tale Gina Fusco, anche se il caso più grave riguarda i molti “cosentiniani” alla ricerca di un seggio, alcuni addirittura in odore di camorra. Un allarme che ha suscitato anche una clamorosa (ma inspiegabilmente tenuta sotto traccia dai media) dichiarazione di Roberto Saviano, uno che di Campania e camorra se ne intende, che ha rilasciato una lunga intervista all’Huffington Post con parole come pietre: “La lotta alla mafia non è una priorità del governo Renzi”

Saviano

Insomma, più di qualche polemica. E’ che molti a sinistra (e anche molti dell’elettorato del Pd, spero) cominciano a chiedersi cosa sia quest’accozzaglia e se non si poteva stare attenti, e se magari non ci sia in questo raccattare impresentabili pur di vincere le elezioni un nucleo vero, concreto e visibile di quel Partito della Nazione di cui si parla ormai apertamente. Per come la vedo io: altri passi sulla via di quella mutazione genetica dal Pd (che già…) al Pd renziano, postideologico, cinico, ambizioso di vincere perchessia, anche rottamando (ehmm…) alcuni valori importanti.
Poi, ecco il caso veneto. Nelle liste Pd in Veneto (candidata Alessandra Moretti) compare un signor Santino Bozza, definito “ex bossiano di ferro”, anche lui si chiare e direi clamorose posizioni omofobe. Ne parla l’Espresso:

culattoniveneto

Ovvio che su Twitter qualcuno faccia notare la cosa

1bucc

E visto che si rivolge a una nota militante per i diritti civili come Paola Concia, mi sembra giusto girare la domanda anche a Ivan Scalfarotto, sottosegretario del governo Renzi, gay, attentissimo alle problematiche dei diritti degli omosessuali e alle tematiche di genere LGBT, come si dice

2io

Quel che vorrei non è solo evidenziare le contraddizioni (che sono sotto gli occhi di tutti), ma avere una presa di posizione, una dissociazione, forse adirittura una condanna. Da Scalfarotto, insomma, mi aspetto un “Sì, è una vergogna, ne parlerò con Renzi”, oddio, forse non proprio questo, ma insomma… Immagino che lui, tanti anni spesi a lottare per i diritti non gradisca per nulla una simile infiltrazione. E invece, ecco la risposta:

3lui

Ammetto. Faccio un salton sulla sedia. Cioè: la risposta di chi, nel Partito Democratico sta in prima fila a difendere i diritti gay dice sostanzialmente… beh., lo fanno tutti. Dunque insisto.

4io

No. “Lo fanno tutti” è una risposta irricevibile. E’ vero che potrei lasciar perdere e – come dice Renzi – “farmene una ragione”. Ma mi sembra troppo. In più, Ivan Scalfarotto lo conosco, abbiamo persino lavorato insieme (oddio, lavorato… era ospite fisso in un programma di cui ero autore, ma insomma…) e sono convinto che sia una brava persona. Mi sembra sì, di fare polemica politica, certo, ma anche di dargli un modo per uscirne. Invece la risposta è questa

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Ecco. E’ una modalità classica. Se dici “Ehi, attento, qualcosa non va”, la reazione immediata, direi quasi  il renzista di Pavlov, scatta e ti identifica con il nemico. Non sei d’accordo? sei grillino. Cosa che però con me (per storia, per quello che scrivo da trent’anni, per cultura politica e per varia militanza) non può funzionare. Ma preferisco non rispondere alla provocazione su Casaleggio e decido di restare nel merito:

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Mi spiace che la cosa abbia preso questa piega. Vorrei dirgli: “Ivan, torna in te!”. Mi aspetto (ancora, sono scemo, eh!) che lui risponda nel merito, che finalmente dica quel che pensa (io lo so che lo pensa!). E invece:

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Ecco. Un’altra modalità di risposta. Andato a vuoto il proiettile sul fatto che sono grillino, e quindi automaticamente non credibile (cosa che con me non funziona), si prova con la modalità “Non ti va bene niente”. Attenzione. Sono poche parole, ma dietro c’è un mondo. E’ l’argomento “gufo”, quello che Renzi sfodera spesso e volentieri, quello che ha tirato fuori anche all’Expo (“I professionisti del non ce la faremo mai”), il “non vi va mai bene niente”, il “dite sempre no”. L’accusa, insomma, di remare contro. Ma qui – nella vicenda specifica – non c’è in ballo solo la politica. Non è un mistero che non mi piaccia ciò che fa l’attuale governo (dal Jobs act, all’Italicum, dalla riforma della scuola alla fascinazione per Marchionne, dal finanziere Davide Serra alla questione generazionale usata strumentalmente…). Ma qui è una cosa diversa. Qui ci sono in ballo valori veri (il rispetto della libertà affettiva e sessuale) e io ne parlo con un esponente del Pd che di quelle lotte ha fatto una bandiera. E mi ritrovo accusato di essere uno a cui non va bene niente (i camorristi e i fascisti in lista in Campania, gli omofobi in lista in Veneto… no, in effetti non mi vanno bene) e per di più con un buffetto sulla guancia e una piccola dose di paternalismo: dai veniamoci incontro, beviamo un caffè, vediamoci a metà strada…

I valori non  negoziabili, scopro, sono negoziabilissimi. Sono mediabili, sono… veniamoci incontro, anche se quello a cui sta veramente andando incontro è un ex bossiano omofobo che “li chiama culattoni”. Ecco.  A questo punto chiudo la conversazione, in modo un po’ amaro. Ma più deluso che incazzato:

io ultimo

Capisco che non ho nulla da aspettarmi da questa nuova classe dirigente che si ostina a dirsi di sinistra. Vincere è quello che conta, per loro. Vincere come o vincere per cosa è assolutamente secondario: un fascista mussoliniano, un nemico dichiarato dei gay… va bene un po’ tutto, anzi… “Lo fanno tutti”… Proprio come il manifesto ideologico perfetto, anzi, proprio come il suo titolo a caratteri rossi enormi: “Il desiderio di essere come tutti”.
Quel concetto perfettamente illustrato – e questo di tristezza me ne ha messa ancor di più – da una persona molto intelligente e a cui voglio molto bene, Michele Serra. Che di fronte a un Civati che se ne va dicendo “Questa non è più il mio partito” dice che no, che lui sta lì, che “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”.

Una frase terribile, forse peggiore di “Ma lo fanno tutti”.

 

 

 

 

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