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Come nasce una narrazione. La bufala dei giovani fannulloni che dicono no all’Expo, una storia vera

giovedì, 23 Aprile 2015

Ma dunque cos’è la “narrazione”? “I ristoranti sono pieni” è una narrazione. “Ho abolito il precariato” è una narrazione. Una narrazione è il racconto di una cosa immaginaria venduta come vera. Oppure di un allarme comodo e facile che diventi in fretta luogo comune.
Ecco una narrazione di questi giorni: quella dei giovani che non hanno voglia di lavorare e che, gentilmente chiamati dall’Expo e pagati profumatamente, non si presentano o si ritirano al momento della firma del contratto. Parte tutto da un articolo del Corriere della Sera di ieri, prima pagina, taglio basso

Expoprecaricorriere

E’ un titolo ad effetto che dice sostanzialmente: si parla tanto di crisi e poi ‘sti fannulloni… Ma vediamo cosa scrive Elisabetta Soglio a pagina 23 (quasi un’intera pagina):

“Per gli uomini di Expo reclutare le seicento persone da mettere al lavoro durante il periodo dell’esposizione non è stata una passeggiata, in particolare se si guarda alla fascia sotto i 29 anni, giovani ai quali veniva proposto un contratto di apprendistato: parliamo di 1.300-1.500 euro al mese suppergiù, comprensivo di festivi e notturni come da contratto nazionale. Dunque, il 46 per cento dei primi selezionati (645 profili su 27 mila domande arrivate alla società Manpower, cui era stato affidato il compito della raccolta dei curricula e della prima selezione) è sparito al momento alla firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire «Grazie, ci ho ripensato».
E quindi via così: con il secondo gruppo di selezionati e poi con il terzo. Alla fine, si può considerare che circa l’80 per cento delle persone arrivate a un passo dalla firma abbia lasciato spazio ad altri. Adesso le assunzioni sono firmate: ed è la squadra che si occuperà degli 84 quartieri nei quali è stato suddiviso il sito espositivo per la gestione operativa. In sintesi: ognuno diventa responsabile in una zona circoscritta e fa da punto di riferimento per i Paesi o per i visitatori, oppure ancora segnala tutte le problematiche che si possono presentare (la coda fuori da un padiglione, la persona che ha bisogno di assistenza…) alla centrale di controllo che comanda l’intervento conseguente”.

La fonte della notizia è una sola: il fornitore di mano d’opera Manpower che ha dovuto (ach, ogni tanto tocca lavorare…) rimettere mano a graduatorie e selezioni. Ah, no, c’è anche il parere del commissario unico di Expo  Sala che dice: “Il dato ha stupito anche me”. Segue focoso editoriale in video di una grande firma del giornale, Aldo Grasso, con l’edificante chiosa che “I giovani non hanno voglia di lavorare” (video qui).

Riassumiamo: chi ha letto il Corriere – su carta o in elettronico – apprende che il lavoro ci sarebbe (quella grande occasione dell’Expo), ma che i giovani “choosy” (cfr Elsa Fornero) sono degli inguaribili fancazzisti.
Passa qualche ora ed escono le prime reazioni. Qualcuno, per esempio, si ricorda di andare a sentire questi famosi giovani “fannulloni”. E la verità comincia a venire a galla.

La storia di Andrea (pubblicata dal giornale online Vita) è qui. Spiega perché non ha accettato, e sono dinamiche perfettamente inerenti al mercato del lavoro: sei mesi (notti e sabati e domeniche inclusi) con uno stipendio di 1.300 euro, senza alcuna garanzia per il dopo e senza troppe speranze sul futuro “curriculum”. Lui ha scelto altro (meno soldi, più garanzie, più formazione).
Altre storie interessanti di giovani che hanno rifiutato il lavoro sono qui (NextQuotidiano) e qui (Il Fatto Quotidiano), oltre a un buon fact-checking di Valigiablu (qui). Un altro fact-checking (Giornalettismo) è qui. Da leggere anche la lettera aperta di Alessandro Gilioli ad Aldo Grasso (è qui). Più di tutto, comunque,  conviene leggere le testimonianze, è parecchio istruttivo. Bastava qualche telefonata. Ma l’occasione di buttare merda su “i giovani” scansafatiche, choosy, fannulloni (e magari pure un po’ gufi) era troppo forte

Riassumendole brevemente si può dedurre che i numeri e le cifre non erano corretti. Che Manpower ha effettuato colloqui e selezioni nel giro di mesi e poi i prescelti (wow!) sono stati chiamati a pochi giorni dall’inizio del lavoro senza preavviso, come se uno, aspettando la cortese risposta di Expo per mesi, fosse vissuto d’aria. Che i colloqui sono stati a carico dei candidati (trasporti, cibo, pernottamenti). Che alcuni sono stati allertati della grande occasione lavorativa, ma tenuti in stand-by perché “L’Expo non ha ancora deciso”. Che certe posizioni riguardavano “stipendi” intorno ai 500 euro, senza prevedere nemmeno il rimborso dei trasporti per recarsi all’Expo, riducendo quindi la retribuzione a una mancia.

Dunque se appena si scava un po’ sotto la narrazione si scopre che i giovani che hanno declinato l’invito a lavorare per Expo lo hanno fatto per motivi logici, a volte ovvi e perfettamente razionali, e ad essere irrazionale era invece l’offerta. Poco importa che dopo 24 ore di ditini alzate e lezioncine Mapower abbia fatto retromarcia, chiarendo i dati veri e rivelando che il grande scoop era in realtà una bufala (qui). Non importa, le notizie si smentiscono, le bufale si smontano, le “narrazioni” restano. Vi capiterà di sentir dire in giro che i giovani non hanno voglia di lavorare, come quella volta che li chiamò l’Expo e loro, quei fancazzisti…

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