Sei povero? Calma, la riforma del Senato è quasi pronta
Chissà come sono contenti della riforma del Senato i sei milioni e ventimila poveri assoluti d’Italia, aumentati nell’ultimo anno di un milione e 206 mila unità. E chissà come sono entusiasti del nuovo corso i dieci milioni di poveri “relativi”, e come gongolano vedendo che le priorità di chi li governa riguardano il castigo per i senatori dissidenti, le mediazioni di Calderoli e il patto del Nazareno. Faranno la òla, altroché, di fronte al nuovo che avanza. Per ora il “nuovo” è che loro aumentano a ritmo spaventoso, e un altro “nuovo” è che la povertà – anche quella assoluta – riguarda anche gente che lavora. Come dire che il disagio e l’indigenza non sono più (da un bel pezzo) faccende di marginalità, ma componenti strutturali del paese (il dieci per cento di poveri assoluti, quasi il quindici per cento di poveri relativi), componenti strutturali a cui si presentano priorità come “governabilità”, “stabilità”, e non, come si sarebbe detto un tempo, pane e lavoro.
I dati Istat diffusi ieri, come spesso fanno i numeri, specie se spaventosi, fanno un po’ di giustizia di tanti discorsetti teorici. Uno su tutti: l’eterna, noiosissima, stucchevole diatriba su destra e sinistra. Categorie vecchie: ora va di moda il sopra e sotto, il di fianco, l’oltre, e altre belle paroline utili all’ammuina. Poi, in una pausa della creatività ideologica corrente, arrivano quei numeri a ricordare che la forbice della diseguaglianza continua ad aprirsi, che i poveri aumentano (di moltissimo) e che il paese è ormai due paesi: chi ce la fa e chi non ce la fa. Con in mezzo chi ce la fa a fatica e vive nel terrore del passaggio di categoria, verso la retrocessione, ovviamente. A questi ultimi sono andati gli ottanta euro di Renzi: un po’ di ossigeno ai “quasi poveri” che un tempo si sarebbero detti ceto medio.
I numeri dell’Istat sono il solo vero discorso politico sentito in Italia negli ultimi mesi. L’unico che meriti di essere approfondito, un filino più serio dei pranzetti con Verdini, degli incontri in streaming, della pioggia di emendamenti sulla riforma della Costituzione. Un discorso che dovrebbe parlare anche a quella sinistra dispersa e bastonata che si oppone (ah, si oppone?) alle larghe e larghissime intese. Un solo punto, un solo programma, basta una riga: ridurre le distanze, attenuare le differenze, diminuire le diseguaglianze.
Le cifre dell’Istat – e le persone che mestamente ci stanno dietro – indicano l’unica vera priorità del paese, altro che Italicum. E sarebbe interessante capire, sia detto per inciso, quanti di quei milioni di nuovi poveri, assoluti o relativi, sono scivolati indietro a causa dell’affievolirsi della parola “diritti”. Parola vecchia, bollata come conservatrice. E così non è più un diritto il lavoro, non è più un diritto la casa, e di scivolata in scivolata, la povertà diventa questione privata, colpa individuale e non, come dovrebbe essere, piaga pubblica e sociale. Il “governo più di sinistra degli ultimi trent’anni” (cfr. Matteo Renzi, febbraio 2014) non solo ha altre priorità, ma pare intenzionato a intaccare alcune forme di welfare (la cassa integrazione in deroga, per dirne una) facilitando, e non contrastando, lo scivolamento verso l’indigenza di altre centinaia di migliaia di italiani. Per questo i numeri dell’Istat sono il solo vero discorso politico sentito negli ultimi tempi: dicono di come oggi una sinistra che lotti contro le diseguaglianze non esista, e di quanto invece ce ne sarebbe bisogno. Come il pane. Appunto.
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I politici, e non solo quelli italiani, costituiscono un gruppo di persone autoreferenziali, che vivono in un loro mondo lontano dalla vita di tutti i giorni (un po’ come Maria Antonietta, che invitava i poveri francesi a cibarsi di brioches, visto che il pane scarseggiava). Inoltre, l’impoverimento della società italiana è un problema che supera le loro capacità di risoluzione, per quanto preparati e volenterosi possano essere. Quindi si tengono occupati con problemi di loro diretto interesse (come raggiungere e dividersi le poltrone e le relative prebende alle prossime elezioni) e sui quali possono esercitare una diretta influenza, visto che alla finanza internazionale (che sta menando le danze) nulla interessa del bicameralismo perfetto o del presidenzialismo alla bielorussa e lascia quindi mano libera. I media poi “pompano” il tutto, relegando le statistiche dell’ISTAT alla pagina dell’economia, che in pochi leggono, per non essere etichettati come “gufi” e “rosiconi”. La gente comune si goda quello che resta, finché resta, dei privilegi (come ora si chiamano i vecchi “diritti”) ingiustamente carpiti in anni di spensieratezza (la pensione, l’assistenza sanitaria pubblica, lo statuto dei lavoratori, la cassa integrazione, ecc.), dando fondo, ove necessario, ai risparmi delle generazioni precedenti o lasciando la barca prima che affondi. L’avv. Agnelli affermò negli anni ’80 che “la festa è finita”: sono passati trent’anni e nessuno è ancora morto di fame. Vuol dire che per ora ci sono ancora abbastanza soldi in giro.
forse vogliono fare la beneficenza internazionale a chilometri 0 per il puro gusto di bullarsi di ciò con gli amici in palestra(come tutto il resto)
Anche la più piccola cosa che il popolo lavoratore è riuscito a strappare in passato alla prepotenza del potere economico è stato frutto sacrosanto di lotte, sacrifici e rinunce. Nessuno quindi dei diritti ottenuti così a caro prezzo dal mondo che veramente produce deve essere catalogato come privilegio. Quando sento in TV un ministro come l’On. Lupi meravigliarsi del no della CGIL ad alcuni smodati accordi nella nuova svendita Alitalia, mi vengono i brividi dalla rabbia… Mi fa addirittura senso una trasmissione come “In Onda” che nel commentare la cosa anziché farci ascoltare le motivazioni della CGIL ci stordisce con le fantasie del ministro appunto On. Lupi. Se può essere per fortuna verosimile che un figlio dei fiori di ieri non pensava al domani (Nomadi) è sicuramente paradossale che ad un figlio dei fiori del giorno d’oggi, ormai purtroppo appassiti nella triste situazione del 40% di disoccupazione giovanile, senza peraltro speranza di miglioramento, siano inculcate dall’informazione padronale la fiumana di parole dell’On. Lupi e le tiritere fantasione del primo ministro Matteo Renzi…
Gut gebrüllt Löwe!
Vittorio, purtroppo non so come si dice in italiano !
Forse nel significato di imporre all’informazione amica di rispettare e di divulgare obbligtoriamente la voce del potente di turno?… In definitiva, però non ha senso un sistema del genere in una democrazia, ma la nostra, purtroppo, sta piano piano dissolvendosi come burro al sole…