Malik Bendjellou. La morte misteriosa dell’uomo che trovò Sugar man
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Una morte misteriosa. Un cadavere eccellente. E giovane. La polizia di Stoccolma non dice nulla sulle cause, limitandosi a precisare che non si tratta di un crimine. Ma resta il fatto: Malik Bendjellou, trentasei anni, è morto il 13 maggio scorso nella capitale svedese, portandosi dietro la sua cospicua mitologia. Un solo film in catalogo, Searching for Sugar Man, ma di quelli pesanti: Oscar come miglior documentario nel 2013, una sfilza di premi e riconoscimenti, un successo mondiale che ha incassato solo in America quasi quattro milioni di dollari (cifra cospicua per un documentario) e anche di più in tutto il resto del mondo. E – dietro tutto questo – l’epopea commovente e meravigliosa di Sixto Rodriguez, il cantante americano scippato della sua vita, dimenticato in patria e osannato (a sua insaputa, all’insaputa del mondo intero) in Sudafrica. Un film, quello su Sugar man / Rodriguez, che ha creato un caso planetario, una specie di resurrezione in vita di un talento cristallino misconosciuto e poi risarcito, con grande ritardo, del suo successo.
Malik Bendjellou aveva lavorato a quel film per cinque anni filati. Smettendo quando finivano i soldi, ricominciando a singhiozzo così come a singhiozzo trovava finanziamenti. Montava spezzoni su un computer sul tavolo della sua cucina, anche sequenze girate con l’iPhone, e poi con camere professionali, mano a mano che il progetto cresceva. La storia di Sixto Rodriguez diventava così un miracolo doppio: il caso clamoroso del musicista riscoperto e risorto, e il caso di un film nato per amore di una storia pazzesca.
Malik Bendjellou la storia di Sixto l’aveva scoperta per caso, durante un viaggio in Sudafrica. Lì, incontrò due fans del musicista americano testardamente impegnati nella ricerca di quel cantante che in Sudafrica era il mito della gioventù bianca anti-apartheid. E lì decise di raccontare quella caccia, tra delusioni e false piste (Sixto è morto, si è ucciso, è scomparso…), fino al successo insperato: Sixto c’era, era vivo, faceva il muratore a Detroit, non sapeva di essere una star dall’altra parte del mondo.
C’era tutto, insomma, della storia perfetta: l’ingiustizia e la redenzione, la caccia e la vittoria. E poi c’era lui: Sixto. Un uomo gentile che oggi, vecchio e quasi cieco, gira il mondo portandosi appresso quella manciata di canzoni bellissime che l’America non seppe riconoscere e che solo un allineamento degli astri fecero sbocciare in Sudafrica. Bellissima storia e bellissimo film. Perché il documentario di Bendjellou era proprio questo: una scommessa con pochi mezzi, una faccenda di amore e di passione. E poi, lentamente, un successo mondiale paragonabile a quello del redivivo Rodriguez. E ora la beffa finale: mentre Sixto, più che settantenne, assapora una nuova stagione della sua vita, finalmente riconosciuto come genio, il ragazzo che in qualche modo gli ha restituito una vita se ne va, misteriosamente, molto famoso e troppo giovane. Come dire che nella storia di Sixto le maledizioni non finiscono mai. Ma questa è un’altra storia. E se qualcuno lo girasse, forse, un altro film.
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Il fratello di Malik Bendjelloul ha confermato che si tratta di suicidio.
visto ieri sera su rai5… non lo conoscevo e non fosse stato per il tuo articolo probabilmente l’avrei perso… mi aveva incuriosito la storia bellissima e triste… grazie!!! ottimo film e musica splendida!