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Il Principe non abita più qui (e perché nel paese di Don Matteo House of Card non la faremo mai)

martedì, 6 Maggio 2014

Il potere è una commedia tragica, la politica una faccenda di sceneggiatori maniaci per il dettaglio; l’intrigo, il cinismo e l’assenza totale di scrupoli sono il collante che tiene tutto insieme. Basterebbe questo – e anche il fatto che il vecchio Shakespeare non muore mai – a spiegare il successo quasi morboso delle Tv series americane che sbirciano nel cuore dell’establishment, sia la Casa Bianca (West Wings, Scandal), sia la Washington dei colpi bassi (House of Cards), sia il dispiego massiccio di paranoia securitaria (Homeland) e altre cosucce ancora.
Tutta roba forte, dicono gli addicted, quelli che, come un tale Barack Obama, chiedono ai produttori indiscrezioni sulla prossima serie, si compiacciono di capire i ghirigori del potere, restano ammirati dalla totale, ma efficientissima, immoralità dei protagonisti.
E sia.
Va detto: guardiamo a questi fenomeni da quaggiù, da questo pianetino di Don Matteo e di Cesaroni, come guardiamo la luna nelle notti serene. Una minuscola percentuale di snob twittanti e ipercompiaciuti si scambia opinioni e tenta arditi spoiler, ma tutto finisce lì: alla periferia dell’impero le serie non arrivano o, quando arrivano (Scandal, per esempio, programmato da Rai Tre), fanno ascolti da prefisso telefonico. Come dire: tweet pieni e urne vuote, grande entusiasmo di pochi maître à régarder e nessun riscontro nella popolazione civile.
Sarà un bene, sarà un male, il nodo non verrà sciolto qui: se sia più provinciale restare ancorati ai propri prodotti di fiction, quasi sempre mediocrissimi, o se sdilinquirsi per le serie americane viste da carbonari come un tempo si sentiva Radio Londra.
Sarebbe da chiedersi, invece, come mai proprio qui, nel paese di Machiavelli, dei Borgia, degli intrighi di palazzo, in un posto dove si diventa Presidenti del Consiglio con abili colpi di mano dopo aver giurato che non lo si sarebbe fatto, dove le maggioranze sono variabili, doppie, triple… ecco, proprio qui il fascino della fiction sul potere e i suoi retroscena non attecchisce.
Questioni produttive, certo. Questioni di soldi, anche. Questioni politiche, soprattutto. Intanto, inerenti la struttura delle produzioni televisive: un duopolio malatissimo di politica e spoil system, con un polo pubblico di nomina politica e un polo privato in mano a un solo politico. Più un terzo polo poverello, che certo non investirà in megaproduzioni di alto rango. Netflix non c’è. L’idea di rivoluzionare il consumo di tivù mischiando le carte della serialità (diffondendo molti episodi contemporaneamente, per esempio, come si è fatto con House of Cards), nemmeno.
Ma questi, pur fondamentali, restano dettagli.
Perché quel che rimane irrisolvibile da queste parti è la sostanza politica del problema. E chiunque conosca appena un po’ le dinamiche televisive nostrane sa che una fiction sui segreti di Palazzo Chigi, sulle manovre nei corridoi del Quirinale, o uno sceneggiato sui maneggi (veri o presunti, ma sempre verosimili) delle segrete stanze dei partiti non si vedrà mai. Non di ambientazione contemporanea, comunque. Basta immaginare l’iter di ideazione e realizzazione di un simile prodotto televisivo per imbastire tutt’altra fiction, quella dei veti e dei richiami al “senso di responsabilità”. Pura fantascienza. La casa di produzione che propone la storia. Il direttore di rete che ne parla coi palinsesti, i palinsesti coi capistruttura, la commissione di vigilanza che mette il naso, i politici che insorgono, gli addetti alla comunicazione che frenano. I lottizzati di prima, seconda e terza generazione che valutano i rischi, le possibili rampogne, le eventuali ritorsioni… Eccetera, eccetera.
Molto meglio, alla fine, ripiegare sui sacri valori che non tramontano mai, come la mamma e la pastasciutta. E cioè: i preti così umani (Don Matteo), i carabinieri così ligi e professionali (a tratti umani anche loro), i papi che si portano su tutto, come il beige e non impegnano, i vari corpi di Polizia, purché non si esageri con il realismo. E dopotutto, a provare questo delizioso e addirittura mitico conservatorismo televisivo, basti ricordare che siamo l’unico paese nel mondo e forse nella galassia, dove due fiction su Padre Pio andarono in onda praticamente in contemporanea su canali concorrenti.
Ecco: Padre Pio. Padre Pio quanto ne volete, ma discorsi sul potere no.
E non è solo di qualità che stiamo parlando, sia chiaro. Di fiction ben fatte, anche benissimo, possiamo vantarne pure qui. Il Commissario Montalbano, per dire. Boris, se andiamo a pescare nel low budget geniale e sarcastico. Per non dire della vecchia Piovra, con sceneggiatori di grandissimo mestiere e capacità. Ma per il potere vero, i suoi cinici sotterfugi, le sue viscide spire e i suoi avvitamenti carpiati non siamo pronti.
Si dirà che fatte salve piccole e gloriose eccezioni, non abbondiamo di materia prima. Non abbiamo i nostri Frank Underwood (Kevin Spacey), né delle Jodie Foster a dirigerli. E nemmeno dei Bean Willimon a sceneggiarli, uno che dalla politica è passato, e anche da quella più fetida e muscolosa delle campagne elettorali americane. E quanto agli Scandal delle segrete stanze, poi, siamo seri, a chi serve un’Olivia Pope che copre e insabbia, che intorbida e depista, quando mezzo Parlamento vota, mettendoci la faccia, che una ragazzina è nipote di Mubarak?
Ecco forse la chiave per spiegare l’assenza di una fiction cinica e spregiudicata sul potere: qui la sceneggiata del potere va in onda sempre, in heavy rotation, senza sosta. E’ trasmessa quotidianamente dai talk show, dai telegiornali, dai retroscena dei quotidiani. I nostri Underwood sono piccoli piccoli, ma soprattutto diffusi, numerosi, c’è un Underwood-massa che sta in onda perennemente, se la canta e se la suona, mente e traffica e si contraddice nelle certezza granitica che chi assiste non ha memoria alcuna. Perché qui è un attimo che si slitta dal dramma shakespeariano alla commedia all’italiana, da Macbeth ad Alberto Sordi. E chissà, per rendere appassionante il potere e i suoi meccanismi occorre che il potere sia almeno un po’ dramma e non solo macchietta. Qui ci si diletta tra patti segreti noti a tutti, sgambetti da dilettanti, “gufi” e “rosiconi” Seconda media, insomma. Per una buona fiction sul potere, invece, serve almeno il liceo.

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