Satira, memoria corta a sinistra (persino di certi Farinacci…)
Ai tempi di Cuore, qualche vita fa, eravamo così’ stufi delle domande sulla satira, che pubblicammo una specie di tariffario. Domande sulla satira lire tot, dibattito sulla satira lire tot, eccetera eccetera. Era un modo per dire che spiegare una cosa che va capita al volo non è semplice e che forse non bisogna farlo, che il meccanismo che fa scattare la risata non è sempre spiegabile e che lo sberleffo, la presa in giro, l’uso del paradosso, la caricatura, l’allegoria e altro ancora sono linguaggi a sé, codificabili senza libretto delle istruzioni da chiunque abbia un po’ di cervello e un minimo sindacale di senso critico. Sono passati anni e ancora siamo qui a spiegare la satira. Non va bene, non va per niente bene.
Ancora una volta tocca citare il maestro di tutti noi, Dario Fo, che ripete sempre – ricordando chissà quale guitto dei secoli passati – che “l’unica regola della satira è non avere regole”, perché non si può ingabbiare una cosa anarchica, liberatoria e rivoluzionaria come la risata. Poi, ogni potere – vecchio o nuovo che sia – reagisce come sa. La polemica montata sul caso dell’imitazione della ministra Boschi ad opera della brava Virginia Raffaele a Ballarò, per esempio, che ha scomodato persino alte cariche istituzionali (la presidente della Camera Boldrini ha parlato di “satira sessista”, piuttosto a vanvera) non è che l’ultimo caso. Ma è abbastanza rivelatore di un clima. Il nuovo potere, salutato come il salvatore della patria e presentato (anche qui: piuttosto a vanvera) come l’ultima spiaggia per il Paese, sembra un po’ nervoso davanti alla satira. Capita a varie categorie di persone, e soprattutto a quelle che si sentono investite di una sacra missione. Per cui fare satira su Renzi e il renzismo pare più rischioso che farla su altri. Di solito, si assiste alla levata di scudi dei tifosi, gente che probabilmente rise molto quando la satira si occupò di Berlusconi (venti interminabili anni di battute con un enorme neo: spesso la satira migliore di se stesso la faceva lui). Quello che stupisce non è il fastidio, che è compreso nel prezzo, quanto l’improvviso analfabetismo di ritorno. I meccanismi della satira sono, più o meno, sempre quelli: se uno li capiva ieri è ben strano che non li sappia più leggere oggi. Eppure. Esempio di scuola: se per Renzi si evoca il Ventennio, non è certo per paragonarlo a Mussolini. Nessuno pensa o dice che Matteo invaderà l’Albania o l’Abissinia. Ma se uno alle sei del mattino twitta di essere già al lavoro, se i suoi fedelissimi giannizzeri ci fanno sapere che è il più giovane leader d’Europa e anche quello che ha più followers, se i toni agiografici raggiungono quelli di un Farinacci o di un Pavolini, il paradosso ci sta tutto e gente che rideva per paradossi applicati ad altri dovrebbe saperlo. Far finta di non capire, o appellarsi come da secoli avviene al cattivo gusto, alla lesa maestà o allo spirito di bandiera e di tifoseria, non aiuta e non serve. La satira è anche questo: un vaccino contro chi si crede onnipotente, uno sciroppo contro l’adulazione che, nel caso di Renzi, specie da parte di alcuni Farinacci contemporanei, non manca e anzi brilla per sprezzo del ridicolo. In più – in tempi recenti, da Silvio a Matteo – è uno sberleffo dovuto all’uomo della provvidenza, al profeta del “ghe pensi mi”. Ecco, è semplice. Dopotutto qualche piccola tassa il potere, specie se arrogantello e presuntuosetto, deve pagarla. Anche se è giovane e ha tanti followers. Proprio come Justin Bieber.
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Per il popolo bue la satira è l’unica speranza per comprendere velocemente in quale contesto sociale si trovi, specialmente quando la situazione è triste come lo è oggi. Se non la si capisce subito o non la si accetta, i casi sono tre. O ci troviamo in una situazione nella quale ci fa comodo restare, o siamo la parte presa di mira, oppure ancora, ma in questo caso non c’è nulla da fare, ci troviamo ad essere personaggi, purtroppo in disagio, ma piuttosto tonti. Pasquino, una delle sei statue “parlanti” di Roma dove una volta di nascosto i romani affiggevano (e continuano tuttora ad affiggere) messaggi anonimi, sonetti e satire contro il potere è un esempio chiaro della necessità popolare di capire e di far capire facilmente le cose… Meditiamo gente!…
meriterebbe un applauso, ma poi passo per tifoso o, peggio, adulatore: mi limito a sorridere e ringraziare
Robecchi… por favor… facci un pezzo sul marito della mussolini !!!
già me la rido di mio, ma un articolo tuo mi farebbe aumentare ancora di più il buon umore!!!!
🙂 🙂 🙂
Se ti accontenti di un piede libero… domani…
grazie ai miei riflessi da ninja, dopo due giorni mi sono accorto che c’è un refuso nel titolo