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Dom
15
Apr 12

Solo un euro per i rimborsi elettorali, ma le elezioni si terranno ogni giovedì

Un onorevole compromesso tra le forze politiche: votare costerà meno ma si voterà più spesso. Accolta con favore la bozza Bersani: gli elettori dei partiti di opposizione verseranno il doppio e dovranno portarsi la matita da casa. I bilanci delle forze politiche saranno controllati severamente: già pronta una commissione di non vedenti. Alfano chiede garanzie: “Biglietti di piccolo taglio e non segnati”

Per una volta i partiti italiani sono tutti d’accordo: serve una soluzione urgente per risolvere la spinosa questione del finanziamento che indigna la popolazione e richiede azioni immediate. “Troppi soldi ai partiti e senza trasparenza è una vergogna tutta italiana – ha detto ieri Pierluigi Bersani – se ci date 20 milioni prepariamo al volo un disegno di legge”. Gli ha fatto eco Angelino Alfano: “E’ una questione di volontà politica: noi il disegno di legge lo facciamo per 18 milioni. Più Iva, però, perché vogliamo che sia tutto regolare”. Il primo passo, dunque, è la convocazione di un vertice con i segretari dei maggiori partiti italiani a cui parteciperà anche Pierferdinando Casini, “Ma solo – ha detto il segretario dell’Udc – se ci date 15 milioni”. Fin qui gli intenti comuni. Entrare nel merito delle proposte, invece, pare più complicato. Il Pd sta studiando un meccanismo di rimborsi elettorali bilanciato: ai partiti non arriverebbero più cinque euro per ogni elettore, ma solo tre. Tre euro per il voto alla Camera e tre euro per il voto al Senato. Secondo il PdL, invece, va rivisto tutto il meccanismo: “Stiamo studiando un rimborso ad assetto variabile: le elezioni sono una grande gara democratica, dovrebbe pagare chi perde”. Ma come fare tecnicamente? Secondo Casini la soluzione è semplice: “Ad ogni elettore vengono prelevati dieci euro al momento del voto. Poi, a risultati certi, si dà il resto a chi ha vinto”. La proposta piace a tutti i leader, ma presenta alcuni problemi pratici. Secondo la Corte dei Conti, infatti, il voto è segreto. Come farà chi ha vinto a reclamare i suoi soldi? I costituzionalisti stanno studiando una soluzione. Intanto si fa strada la proposta di Luciano Violante: “Se Pd, Udc, PdL e Fli si presentassero insieme alle elezioni vincerebbero di sicuro e i soldi li metterebbero gli altri”. A quel punto, però, gli elettori di IdV, SeL e Lega (quelli rimasti) dovrebbero pagare circa 3.200 euro a testa di finanziamento ai partiti. “Una cosa spiacevole – si legge nel comunicato congiunto dei tre segretari dei maggiori partiti italiani – ma sono i costi della democrazia”.

Mar
10
Apr 12

Umberto Carnera, il pugile suonato che ha governato l’Italia

Vecchia questione da risolvere una volta per tutte. Un tizio cade in un fosso. Si ride, e questo è umorismo. Oppure. Il tizio che cade nel fosso è una specie di guru, o santone, o dittatore che ha sempre negato l’esistenza dei fossi e ha trattato come coglioni chi ci credeva. Si ride di più, e questa è satira. Ecco. Tutta la recente e recentissima letteratura (cioè i giornali) sulla Lega presa con le mani nel sacco riguarda questo: il bastonatore bastonato, il moralista immorale, il puritano con le braghe calate. Insomma, quelli di “Roma ladrona” che fanno i ladroni anche loro. Ai piani alti. Di più: a casa del capo supremo, e non è un modo di dire. Home sweet home.
Gemonio, interno giorno. La famiglia, quella che sulla cartelletta nella cassaforte del tesoriere Francesco Belsito (“Tombolotto”) si chiamava The Family. Tutta una barzelletta. Lui, il capo supremo, mollato dalla prima moglie perché usciva con la valigetta dicendo che faceva il medico e invece andava al bar. Dottore, figurarsi. L’Umberto, quello che cantava “dentro nei dischi” (cfr: Jannacci) col nome di Donato. Poi agitatore e arruffapopolo. Lei, la Manuela, coi suoi libri esoterici, magia, astrologia, mesmerismo e chissà che altro. Un figlio, Riccardo, che corre in macchina (Porsche, debiti, eccetera, paga il partito); un altro, Renzo, che tutta la vita resterà il Trota, col suo diploma farlocco, uno che conta sulle fette di salame che il papà si appone, padanamente, sugli occhi. Gli fa vedere il libretto dell’università, ma tu pensa, e quello crede che il suo Trota (origine del termine: un delfino, ma pirla) abbia fatto l’interprete tra Silvio e la Clinton. Fantascienza. Un altro pargolo, Roberto Libertà, che tira gavettoni di candeggina ai comunisti, e poi il più piccolo, innocente e dunque tacciamo, ma si chiama Sirio Eridanio, e vorrà pur dire qualcosa. Vicina di casa, la Rosi Mauro, detta “la nera”, detta “la badante”. Posta dalla Manuela (siamo in pieno romanzo popolare, Liala dopo il quinto gin tonic) a guardia del bigoncio, inteso come Bossi Umberto. Lo guida, lo accompagna, lo bada, appunto. Sarebbe la vicepresidente del Senato della Repubblica, per dire. Una col sindacato che pompa soldi del partito, per quanto gli iscritti al Sin.Pa. siano meno dei pakistani biondi. Una con l’”amico” un po’ poliziotto un po’ cantante (unica canzone nota, “Kooly noody”, che si legge “culi nudi”, comunque, esprit de finesse), conosciuto quando faceva la scorta a Umberto e ora anche lui con contrattino al Senato-della-Repubblica-Italiana-l’Italia-chiamò! E vabbuò. Questo lo scenario. Tutti intenti, tra le altre cosucce, a comprar diplomi e lauree con soldi del partito (oltre 350 mila euro) proprio loro, fieri delle canottiere working class e orgogliosi dell’ignoranza popolare, usi a calpestar congiuntivi – e purtroppo non tacendo.
Umberto Carnera
E la difesa è peggio dell’accusa. L’Umberto non sapeva, l’Umberto era raggirato, tenuto in ostaggio dal cerchio magico degli adepti pilotati dalla Manuela, questa Yoko Ono del Carroccio, diciamo. E dunque scelga il suddito se è meglio un capo che traffica con cinica furbizia ladresca (à la Bettino, per capirci), o uno che non sa, non vede, non annusa, non intuisce. Quella dei difensori più strenui è la difesa dei disperati: una specie di “ci appelliamo all’infermità mentale”. Con il che si ammetterebbe, però, che negli ultimi otto anni (2004-2012) la politica italiana è stata in mano (anche) a una specie di minus habens, un pugile suonato buono per la propaganda. Umberto Carnera, ecco. Le cene del lunedì ad Arcore, le sacre alleanze, le sparate propagandistiche, il dito medio, le pernacchie, i pugni vibrati nell’aria. Ma anche: i respingimenti in mare, il pacchetto sicurezza, il reato incivile di clandestinità, e altre nefandezze parafasciste. Tutto in mano a uno che ora – ci vorrebbero far credere – non sapeva, non vedeva, non sentiva. Tre scimmiette in una, insomma. Ma circondata, la scimmietta, da furbetti di tre cotte. Il tesoriere che investe in Tanzania, qualche mefitico odor di ‘ndrangheta che sa di riciclaggio, la segretaria (“fedelissima”, ahahah) che consiglia di metter via pezze d’appoggio per quando il gioco si farà duro. Quelli che “abbiamo una banca” (Credieuronord) che però fallisce di brutto, e allora viva il Fiorani e il Fazio che gli salvano il culo. E il villaggio padano in Croazia, fallito pure quello. E altre anime belle, come il Castelli Roberto (fu ministro della giustizia, financo), uno che doveva controllare i bilanci, occhiuto verificatore, ma che alla stampa guaisce: “Belsito non mi faceva vedere i conti”. Ammazza, che guardiano del faro!
Sul territorio
E poi, altra leggenda padana, la buona amministrazione. Perché il ritornello, ora che la diga frana e tutto travolge, è che “amministrano bene sul territorio”. Altra clamorosa scemenza che è lì da vedere. Come per il sesso, che più se ne parla e meno se ne fa, il territorio: stessa cosa. Con ‘sta parola che ricorre come un mantra, il territorio, il territorio. E poi vallo a vedere sto territorio padano, cemento dappertutto, capannoni come se piovesse. E quando piove davvero, poi, fiumi che escono il libera uscita, argini sopra il livello delle strade, case diventate villette e poi ville – attenti al cane, nel senso attenti a non investirlo col Suv – e laboratori diventati fabbrichette, e poi fabbriche, e poi fabbriconi. Il famoso territorio  che da una ventina d’anni questi campioni governano, sì, ma come? Battezzando in padano i nomi dei paesi, sai che riforma. O inventandosi la parata medievale in posti che nemmeno esistevano non dico nel Trecento, ma nemmeno cinquanta o sessanta anni fa.
Barbari ripugnanti
Ora che l’inganno si svela, un po’ di luce appare. Primo raggio di sole: ma il padano vero, il nordico laborioso, il lombardo un po’ calvinista con la sua etica del lavoro, cosa diavolo c’entra con questa marmaglia traffichina? Con le lauree comprate, coi macchinoni pagati dal partito, col gigolò che gorgheggia “Kooly noody”, con la scorta di undici ceffi che protegge (ma non da se stesso) il Trota? Non era dunque un esproprio quello perpetrato da questi magliari, esproprio ai danni di un’etnìa (?) intera che al 20, al 30 per cento ci è pure cascata? E ancora, per restare alla luce che emerge dalle tenebre leghiste, oltre alla beffa di figurare ladroni dopo aver gridato ladroni a tutti gli altri, cos’hanno prodotto ‘sti campioni della pulizia etnica? Federalismo? Zero. Indipendenza? Peggio che andar di notte. Meno tasse? Figurarsi! Più decentramento? Manco per sogno. Insomma, il bilancio è sottozero, e in più si aggiunge a mo’ di ciliegina, la storica figura di merda.
E non stupisce trovare tra gli orfanelli della Lega i grandi commentatori. I grandi esperti, e osservatori, e politologi, e strateghi della stampa che conta, che piangono la dipartita di questa forza “vitale e innovativa” che avrebbe dato al nord del Paese un’identità. Incredibile. Come se posti che hanno prodotto Gadda, Montale, Olivetti, Fo e altri geni lombardi, avesse bisogno, per farsi un’identità, di un Calderoli, di un Borghezio. Il mondo alla rovescia.
Ecco, a loro, anche a loro, la Lega mancherà. E infatti già ne auspicano la rinascita. Magari attraverso quel Bobo Maroni che si propone come il nuovo, ma che per accreditarsi ai militanti deve ricordarsi vecchio, accanto al capo deposto mentre imbrattava muri e incollava manifesti. Leghista di nuovo conio, “ma anche” (direbbe Veltroni) della prima ora, moderno ma anche antico, bossiano ma anche no. Ministro dell’Interno capace di autoincensarsi ad ogni arresto di boss, ma incapace di sentir odore di marcio in casa. Insomma, a dirla con l’antico linguaggio politico, democristiano sognante, ascendente furbetto. Uno che grida: “Pulizia, pulizia, pulizia!” per ereditare il trono di Re Bolso, Umberto Primo della Lega. Parlandone da vivo, s’intende. E al netto dei dané.

Dom
8
Apr 12

Voi siete qui -I reati minimi di Umberto Bossi

Ecco, uno dovrebbe solidarizzare con il raggirato, certo. Ma è altrettanto certo che dipende da chi ti raggira. La Spectre, la Cia, il Mossad, tutta gente che ti frega facile. Ma se ti fai raggirare dal Trota e da Rosy Mauro, dico, ma come sei messo? Sul triste caso del Bossi Umberto prevale la pietas, l’umana comprensione, già aleggia il perdono. Siamo alla vecchia, cara, immortale commedia alla padana: “Cara non è come sembra, posso spiegarti tutto”… Pare una gara, tra i più illustri commentatori, a rendere l’onore delle armi al vecchio capo bolso fatto fesso da figli e famigli. Ma il vecchio capo bolso non era fino a pochi mesi fa addirittura ministro? E il suo partito di lauree comprate all’ingrosso, di diplomi fatti coi trasferelli, non esprimeva nientemeno che il ministro dell’Interno? E questa stirpe di macchinoni pagati con soldi pubblici, di gigolò mantenuti, di terrazzi ristrutturati, di Porsche a noleggio, di scuole padane a spese nostre, non era la stessa che – orgogliosamente – condannava a morte per annegamento centinaia di migranti disperati? Non era forse visibile a occhio nudo il progettino razzista e piccoloborghese del “padroni a casa nostra”? Comprare il diploma al figlio, la vacanza alla moglie, la laurea alla badante. E tutto dietro lo schermo un po’ scemetto del folkolore leghista con cui, ancora ieri, la grande stampa si trastullava. Ma sì, esagerazioni estetiche. Ma sì, frasi a effetto per militanti. “La violenza si è limitata alle fantasie orobiche sui trecentomila valligiani in armi”, scriveva ieri il Corriere in prima pagina. Come dire: ‘sti leghisti han fatto un po’ di spettacolo, ma danni veri mai. E invece. E invece i respingimenti in mare sono cosa loro (e del socio Silvio). Il finto reato di immigrazione clandestina per cui migliaia di innocenti sono oggi nelle galere italiane, pure. Il calpestamento del diritto di asilo, anche. La vergogna per qualche milioncino fregato senza destrezza è oggi tutta padana. La vergogna per non aver fermato, a volte nemmeno visto, i crimini della meschina ideologia leghista, invece, è tutta italiana.

Dom
8
Apr 12

Allarme umanitario! Migliaia di profughi padani sbarcano sulle coste libiche

Allertate la guardia costiera e le capitanerie di porto: “Tranquilli, se sono veri leghisti galleggiano!” – Antiche credenze, il cerchio magico era magico davvero: si è trasformato in una montagna di letame – Manuela Marrone, la moglie di Bossi, tenta l’ultima difesa: “Il Trota? E’ stato adottato!” – Gesto disperato di Rosy Mauro: “Basta! Mi taglio i baffi!”

La notizia è stata battuta dalle agenzie a tarda sera e confermata dal ministero dell’Interno: Umberto Bossi ha chiesto asilo politico all’Italia dopo aver avventurosamente attraversato il confine con la Padania travestito da Rosy Mauro. “Veramente volevo scappare in Messico – ha detto il leader leghista – ma guidava il Trota e ci siamo ritrovati a Viterbo”. Mentre le autorità italiane valutano la richiesta di asilo, al quartier generale della Lega, a Milano, regna il caos. Le perquisizioni effettuate nei locali di via Bellerio hanno portato alla scoperta di materiale che gli inquirenti definiscono “interessante”, tra cui il cervello di Borghezio conservato in formalina. L’alibi di Renzo Bossi (“Ho usato i soldi del partito per acquistare libri”) viene ritenuto poco credibile dalla Procura. Roberto Calderoli si è mostrato sereno e per nulla preoccupato dalla situazione politico-giudiziaria, specie quando il pronto intervento delle forze dell’ordine è riuscito a estrargli la testa dal forno della cucina e a spegnere il gas. Dalla prima lettura delle carte, emergono intanto elementi inquietanti: i nanetti da giardino di casa Bossi, a Gemonio, costati sette milioni di euro, sarebbero stati forniti da una cosca della ‘ndrangheta dopo una triangolazione estero su estero e un conguaglio in polenta taragna. Il governatore del Piemonte Cota, rimasto in via Bellerio fino a tarda sera, ha difeso fino all’ultimo gli investimenti del tesoriere Belsito in Tanzania, Cipro, Malta e Saturno, ma poi ha ceduto a un pianto dirotto e ha cercato di ingerire il bilancio del partito. E’ stato bloccato dall’intervento dei Nas: “Gli abbiamo salvato la vita, mangiare un bilancio così adulterato è pericolosissimo!”. La cronaca delle ultime convulse ore ha poi virato al dramma con il suicidio del parrucchiere di Rosy Mauro: “Per tutta la vita – ha lasciato scritto – mi sono battuto per due cose: l’indipendenza della Padania e le acconciature alla Conan il Barbaro, ora niente più ha senso”. In segno di lutto, Rosy Mauro si è rasata i baffi, e ora sembra un bell’uomo.