Con grande gusto, ieri ci siamo tutti mangiati la pietanza – ricetta antica – di Nichi Vendola contro i ricchi che devono andare al diavolo. Era una frase su Depardieu che si fa la cuccia esentasse alla corte di Putin, ma è passata (giustamente) come un punto di programma politico.
E invece sulla frase di Vendola è grandinata una sequenza infinita di divagazioni. La più popolare: si attaccano i ricchi perché la sinistra è pauperista, ambisce a passeggiare con le scarpe di cocomero e vuole costringere tutti a mangiare pasta scondita. Solfa un po’ solita ma sempre efficace: serve a dire che i poveri non sono poveri – o incazzati, o desiderosi di maggior giustizia – ma solo invidiosi. Alcuni maligni con la barba, nell’800, ne fecero un’ideologia dura a morire, e Pigi Battista soffre.
Varianti sul tema: i ricchi creano ricchezza, teniamoceli stretti. Altra variante: essere ricchi non è un peccato di cui vergognarsi. Come si vede, un bel rosario di filosofia da sala biliardo, tutto molto conformista e quindi rassicurante. Ai più colti in omaggio, giunge anche la famosa frase di Olaf Palme, qualcosa come “Non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”. Insomma, i ricchi non si preoccupino, sono i poveri che devono sbattersi un po’.
Tutto bello e socialdemocraticamente cromato. E’ un vero peccato, però, che dal dibattito sulla ricchezza, così denso di sfumature umane e sociologiche, di metafore, di paraculismi consapevoli o inconsci, siano esclusi proprio loro, i ricchi.
Il fatto è che non sappiamo chi sono. Quando il governo Monti si insediò, presentandosi come ipertecnico, e pronunciò la famosa parola “equità”, disse anche, per inciso che sì, sarebbe bello tassare i ricchi, ma “non li conosciamo”. Cioè, in parole povere i grandi patrimoni italiani non sono noti allo Stato italiano. Forse “Ehi, conosciamoli!” poteva essere un punto qualificante del programma, ma si vede che c’era un limite… tecnico. Dunque forse è il momento di ancorare un po’ a terra certe grandi mongolfiere del pensiero giornalistico italiano: volare un po’ più bassi non sarebbe male. Va bene la filosofia da bar e il “sapesse, signora mia”, ma di ricchi e ricchezza sarebbe bello parlare coi ricchi. Che invece si defilano alla grande. In Italia soltanto 796 persone dichiarano redditi per più di un milione, il che è francamente assurdo (conosco due o tre vie di Milano dove ne abitano di più). Solo lo 0,01 per cento dei contribuenti dichiara più di mezzo milione, il che è ancora più assurdo. Insomma, in qualsiasi dibattito su ricchi, ricchezza, invidia, pauperismo, Olaf Palme e derivati caserecci, il primo punto sensato dovrebbe essere: ma dove sono ‘sti ricchi? Possiamo parlare con loro? Qualcuno ce li presenta? Briatore, che se ne intende, ci fornirebbe una lista? Montezemolo vorrebbe per gentilezza inviarci i nomi degli acquirenti di Ferrari? Forse serve un accorato appello: ehi, amici ricchi, perché vi nascondete? Sarà modestia? Sarà pudore? Oppure la solita voglia di mangiare tanto senza pagare il conto? Chissà, forse se i ricchi italiani venissero allo scoperto – offrendosi tra l’altro al temutissimo rito del fisco – tutta quella solfa del pauperismo e dell’invidia sociale verrebbe un po’ meno. Per gustoso paradosso, in Italia, la frase di Olaf Palme funziona perfettamente solo a metà. “Noi non combattiamo i ricchi”. E per forza, nemmeno riusciamo a trovarli! Quanto alla seconda parte della frase: “Noi combattiamo la povertà”, beh. Con assai scarsi risultati, si direbbe.
Mer
9
Gen 13


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Il tempo e le circostanze instradano il genere umano su percorsi diversi. I più fortunati si incamminano spesso a loro insaputa verso la ricchezza mentre i più sfigati precipitano loro malgrado nella povertà più assoluta. A qualche appiglio provvidenziale è finora riuscito ad aggrapparsi il tiepido benessere del ceto medio. Poi entra in ballo la politica e laddove il senso sociale è più elevato, come in Francia per esempio, le risorse sono maggiormente ricercate nelle fortune dei ricchi. Alcuni scappano, ma pazienza per le loro personali coscienze… Laddove invece lo stesso senso sociale è di scarsa qualità, come in Italia per esempio, sono tecnicamente colpiti i già miseri averi dei poveri e dei ceti medi, in quanto in sostanza è molto più facile “pescare” dove i pesci sono tanti. Nel frattempo bussano alla porta le elezioni e allora inizia la caccia ai voti. Da veri esperti cacciatori le solite “facce” mettono nelle loro liste “porcellate” vari “richiami” di grido… Da ieri mi chiedo: cosa avrà in mente la signora Valentina Vezzali per togliere dalla disperazione chi, per esempio, è costretto a curarsi guardando le medicine attraverso la vetrina delle farmacie?…
da Vittorio Grondona - Mercoledì, 9 Gennaio 2013 alle 12:04
E no, caro Alessandro, mica se la cavano liscia. Voglio proprio vederli attraversare la cruna dell’ago eh,eh. Pure il cammello ci passa, loro no. C’è sempre un pò di giustizia divina che da speranza, che ti leva quella voglia di incazzarsi e di fare un 68. Certo, però, un assaggio di 1789 non gli farebbe male. Un pò di strizza, non tanta, un pò. Gli italiani tanto non fanno la rivoluzione, specialmente se le informazioni meteo non sono tanto buone. Qualche calcetto nel loro flaccido lato B. Una passatina.
da Edoardo - Giovedì, 10 Gennaio 2013 alle 08:41
I giochi sono fatti. Il Parlamento è già nominato. Il presidente del consiglio dei ministri è già lì sul simbolo dei partecipanti, qualcuno con firme raccolte e qualcun altro senza firme. A questi ultimi il Parlamento spetta di diritto. All’elettore è rimasta solo la scelta della scelta. Possiamo scorrere in lungo e in largo la nostra Costituzione e non treveremo nulla che consenta tutto ciò. I partiti si sono di fatto scritta una Costituzione nuova a loro “piacevole consumo”!… Per quanto riguarda le tase strillano da ogni parte che per ridurle bisogna ridurre i servizi. E’ naturale, certo, ma la riduzione non significa necessariamente tagliare… La butto lì, si potrebbe per esempio intervenire sulle tariffe dei servizi pubblici erogati. Dove sta scritto che un giorno di degenza ospedaliera costi allo Stato oltre mille euro? Oppure perché bisogna pagare imteressi da usura a chi presta denaro allo Stato e nel contempo autorizzare le banche a pagare gli interessi allo 0,01% sui risparmi? Le spese si riducono con giustizia intervenendo d’autorità sugli emolumenti e sulle regole finanziarie non con la negazione ai cittadini di quanto è stabilito in Costituzione in materia di diritti civili.
da Vittorio Grondona - Giovedì, 10 Gennaio 2013 alle 11:54