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mer
3
ott 07

Intervista a Piero Colaprico

Piero Colaprico è un nome che è anche una firma. Cronista di nera per vent’anni alla Repubblica, si è visto passare sotto il naso tutto il fiume italiano. Gli anni Ottanta, la mala, Tangentopoli, i delitti famosi, i processi importanti, i boss, i poliziotti. Sapere le storie è una cosa, saperle raccontare è un’altra, e Colaprico maneggia bene tutte e due le cose. Perché poi si è inventato un’altra vita, mantenendo ben salda quell’altra e la pellaccia di cronista, cioè fare lo scrittore. Racconti, romanzi, altri romanzi in coppia con Pietro Valpreda, poi di nuovo da solo. Poliziotti e delinquenti che si muovono negli anni nostri, nella città di M, che sarebbe Milano, ma ognuno interpreti come vuole l’iniziale puntata. Anche nel club degli scrittori di noir italiani fa abbastanza storia a sé, e per quello mi stupisco quando del suo ultimo romanzo, La donna del Campione (Rizzoli) mi dice:
“Sono contento, lo considero il mio libro di fine dell’apprendistato”
Ma come scusa, sei uno scrittore di successo e fin qui era apprendistato?
Ma sì. Io ho rispetto dei libri, credo che quando consegni il libro al tuo editore devi esser certo di aver dato il massimo, o di averci provato. Quindi mi sorveglio, ci sto attento. Volevo un libro di trama, e cattivo. Ora mi sento di dire, ok, posso farlo. Mi sono sdoganato, in qualche modo.
Tié! Un altro giornalista che fa lo scrittore!
E’ vero, c’è un pregiudizio, come non se fosse stato giornalista Hemingway, ma se stiamo al thriller, Connelly. Posso capirlo. Però io da cronista ho visto quell’ambiente e quelle vite. I criminali possono essere simpatici, i poliziotti sono uomini con ombre e fatiche, certe donne dalle vite difficili sono come consumate. Nella cronaca condensi tutto in fatti salienti, ma le vite ci stanno un po’ strette, nella cronaca, a un certo punto è come se chiedessero loro di essere raccontate. Anche i colpevoli hanno bisogno di verità, e nella cronaca c’è una verità più fredda e fattuale, se invece racconti una storia è, come dire, più vera. Se parliamo di lettori, posso dirti che nelle carceri se scrivi libri di mala sei visto un po’ meglio che se scrivi la nera sui giornali.
Vedere, conoscere. Non è che tutti possono mettersi a frequentare la delinquenza…
Ti racconto una storia. Una volta ho scritto un pezzo su un boss e ho saputo per vie traverse che ce l’aveva con me. Ho informato la polizia che mi ha detto: guarda che quello è in galera, ma ha due fratelli fuori che fanno i killer. Non è che fossi proprio sereno. Mi hanno consigliato di sporgere denuncia, ma io ho detto, no, facciamo come se non ci fossimo detti niente. Poi, un’antiviglia di Natale, durante un pranzo a San Vittore, dove facevo con i detenuti il giornale del carcere, ho conosciuto questo boss. Abbiamo parlato, e lui mi ha detto: “E’ sette anni che è finita quella storia  e tu continui a scrivere di me. Non credi che abbia diritto a essere dimenticato?”. Non aveva torto, era il suo punto di vista, il diritto all’oblio, una cosa molto sensata. Per me fu una lezione, perché è meglio sapere il punto di vista di tutti, è giusto. Io faccio il giornalista, busso alle porte, a volte mi rispondono, altre no. A volte mi parlano e mi chiedono di non dire, di non scrivere, e io sono di parola.
Oggi sia il noir che la cronaca nera sono generi popolarissimi. Non c’è un’overdose? Possibile che il telegiornale sembri CSI?
Certo che sì. Guarda, io da giornalista non avrei mai fatto l’apertura di un quotidiano con il caso Cogne. Un taglio basso, sì, l’apertura mai. Invece succede, si dà la colpa ai giornalisti, ma non è così. Sono i piani alti, i desk centrali che chiamano sul posto e dicono: “Voglio le lacrime della mamma”. Tutto passa in secondo piano davanti a quei pochi fotogrammi. Io invece penso che ci voglia una soglia di rispetto, che di violenza ce n’è già troppa, di quella vera. In più è fortemente disonesto, perché quelli che spingono questa cosa, che la eccitano, poi hanno l’autista, la scorta, la villa blindata… la strada vera non la vedono mai.
Evidentemente funziona, perché tutte le ricerche dicono: l’italiano ha paura!
Mah. Quando iniziavo a fare il cronista a Milano c’era un morto ammazzato ogni tre giorni, oggi saranno una decina all’anno. Anche la microcriminalità è diminuita, eppure dicono che monta la paura. C’è qualche spiegazione tecnica. Per esempio vent’anni fa le banche, gli uffici postali non erano così protetti. Oggi una rapina lì è difficile, quasi impensabile, e allora si agguantano le persone. E poi è cambiata la prevedibilità di chi delinque, c’è una delinquenza etnica. Sbagliando, uno era portato a pensare: col delinquente italiano ci posso parlare, ma con questi qua? Oggettivamente fa un po’ più paura, credo che finché i banditi andavano in banca o in posta la gente si faceva spaventare un po’ meno. Era meno toccata.
Eppure si respira una gran voglia di sicurezza. Alcuni sindaci italiani vorrebbero i poteri di polizia.
Ma no. Dove c’è potere c’è abuso di potere. La polizia italiana si è fatta al suo interno i suoi anticorpi, se ogni tanto si scopre qualche malefatta, poi viene fuori, alla fine è un potere credibile. La polizia agli ordini di un sindaco di storia stalinista, o di un fervente leghista che vuol prima di tutto fare bella figura alle elezioni sarebbe preoccupante. Una cosa che mi fa un po’ ridere è che tra quelli che più protestano e vogliono più polizia ci sono i commercianti, che tutti gli studi e le statistiche accusano di evasione fiscale. Siamo al paradosso che pur di non pagare le tasse che pagherebbero anche la polizia, si fanno le polizie private. Un po’ ridicolo.
Insomma, paura o non paura?
E’ una paraculata. La gente dice che ha paura perché deve dire qualcosa, e gli argomenti sono finiti. E’ finita la politica, è finita la cultura, la paura è un buon argomento. Alcuni governi la usano per fare ordine sul fronte interno. In generale è un argomento della destra, quello che la sinistra fa ancora fatica a dire è una cosa molto semplice: che chi commette un reato la pagherà veramente. Punto. Quanto alla paura, non credo che la gente abbia paura. Sono d’accordo che a domanda diretta, precisa e personale, come se te lo chiedesse il prete in confessione, la risposta sarebbe no. Hai paura, figliolo? No, padre.
Intanto, seguiamo con uguale trasporto la cronaca del grande delitto di moda e la fiction a base di autopsie e sparatorie.
Certo, perché la cronaca nera è sempre un gran modo per leggere la società dal basso.
Ormai una specializzazione nazionale, Questa estate Garlasco sembrava Disneyland…
Sì. Ma anche lì, in questi racconti, ci sono diverse tipologie. Ci sono i giornalisti esperti, mi ci metto se non altro per una questione di anzianità di servizio, di ore di volo, diciamo così. Cercano di agguantare una fonte credibile, di sapere le cose, non necessariamente per correre a scriverle, ma per capire prima cosa scriveranno. Poi ci sono i pittori, che raccontano il paesino, il bar, il sindaco, parlano col prete, disegnano il panorama, insomma. Poi c’è la firma. Di solito una penna che scende dall’empireo, non è mai stata sul posto, non ne sa molto, ma trae dal fatto di cronaca una visione del mondo: il settanta per cento di queste cose sembrano al cronista che sta sul posto delle poderose assurdità
Un bell’ambientino. E poi c’è la tivù.
Esatto, poi c’è la tivù, che cambia tutto. Perché chi scrive fa davvero un altro mestiere. La tivù ha bisogno di immagini, le dichiarazioni dove compare la faccia sono rassicuranti e ovvie: “Li prenderemo”, “Il mio assistito è sereno”. Chi scrive, invece può parlare, chiedere, scavare un po’, raccontare meglio. Invece la tendenza dominante è che serve il primo piano del parente in lacrime, lo sfogo, il picco di ascolto, il racconto e il ragionamento non ci sono più. In questo modo si facilita una percezione irreale. Quello che più mi secca è che non c’è nessuno che dica, bene, invertiamo questa tendenza, ricominciamo a raccontare per bene le cose.
Tu hai raccontato Tangentopoli sul giornale e poi sei diventato romanziere per raccontare questa città di M. Che idea ti sei fatto?
Io sono pugliese, sono arrivato a Milano nel ’76, immigrazione attiva, sveglia, come sono i pugliesi a Milano. E’ il posto dove vorrei essere seppellito, se mi capisci, cioè sono milanese. Ma la città di M. di oggi… è come essere innamorato di una donna che sta impazzendo. Cioè, è malata, ma sei innamorato, che puoi fare? Nel ’76 ho fatto il primo anno di università, e non è vero che la società era solo divisa, chi con lo stato, chi col terrorismo. Nemmeno per sogno. Era vitale, c’era tutto e costava poco, si parlava, si usciva, ci si conosceva, anche con tutti i limiti e le sconcezze della Milano da bere, era una città viva.
Poi è arrivata la botta…
E’implosa. Tangentopoli ha dato a molta gente la sensazione di un nuovo 68. Le famiglie, la gente normale, pensavano che fosse arrivato un momento di rinnovamento. Ma cosa ha prodotto poi tutto quel fuoco? La bicamerale, l’autodifesa dei superstiti, insomma, si è persa una grande occasione. Se oggi un libro come La Casta (di Stella e Rizzo, ndr) ha quel successo che ha è anche per questo: la gente percepisce i politici italiani come l’aristocrazia prima della rivoluzione francese.
Per ovvi motivi non posso dire chi muore alla fine del tuo libro, né svelare troppo della trama, ma che succede ora?

Ora ho fatto questo giallo ecologista a cui tengo molto (L’uomo cannone, collana Verdenero di Edizioni Ambiente), con l’ispettore Bagni alle prese con i rifiuti tossici. E sto per consegnare la storia di un immigrato vista da vicino, anche questo un bel progetto. E poi, prima o poi, farò una cosa a cui penso da tempo, un giallo in prima persona raccontando cose che so, di un lontano passato. Cose che possono raccontare bene dieci anni italiani.
Detta così, è già un giallo.
Appunto!

1 commento »

Un Commento a “Intervista a Piero Colaprico”

  1. Questa intervista mi offre un’occasione per parlare della paura. La paura, secondo me, è la base indispensabile per ogni provvedimento, buono o cattivo che sia. Per esempio, se si volessero limitare le manifestazioni di piazza, potrebbe trovare spazio anche l’idea malsana di creare un clima di terrorismo, magari bastonando per niente le persone partecipanti a tali manifestazioni. Oppure in un contesto di inquinamento per presenza eccessiva di polveri PM10, per avere il consenso della massa all’emissione di stupidi decreti che puniscano esageratamente anche le piccole infrazioni, sarebbe quasi drammaticamente logica anche la creazione ad arte di ingorghi semaforici che rendessero esagerati i tempi di attesa per l’attraversamento di alcuni incroci strategici di strade cittadine. L’ultimo codice della strada rappresenta proprio questo aspetto di necessità creata su misura per fare cassa. Molte multe e, sono pronto a scommetterci, nessun significativo beneficio per i cittadini, in quanto eventuali (auspicati, ma impossibili) controlli a tappeto renderebbero concretamente impossibile ogni forma di vita sociale la cui linfa vitale è rappresentata soprattutto dalla scorrevolezza degli avvenimenti, ivi compreso il traffico stradale. Altri esempi potrebbero trovare spazio in questo contesto. Pensiamo per esempio alle ingiuste limitazioni delle personalità individuali se venissero attuate le ventilate disposizioni per rendere obbligatori per tutti i controlli del DNA e delle impronte digitali.

    da Vittorio Grondona   - giovedì, 4 ottobre 2007 alle 11:31

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